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Piero Brunello

Territori Occupati

14/07/2025 Piero Brunello // Letture

Un libro del 2007 di uno studioso israeliano di architettura documenta le forme di occupazione di Gaza e della Cisgiordania, dal 1967 fino ai primi anni del XXI secolo. Ambiente e diritti umani, dispositivi di controllo e militarizzazione della vita quotidiana. Scheda di lettura della seconda edizione italiana (2022).

Il libro di Eyal Weizman, Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo, trad. di Gabriele Oropallo, Mondadori, Milano 2022 (347 pp.; ed. or. Hollow Land, Verso, Londra-New York 2007; prima ed. it. con il titolo Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Bruno Mondadori, Milano 2009) è frutto di una ricerca cominciata nel 2001 quando Yehezkel Lein, dell’associazione non governativa israeliana B’ Tselem [Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati], propone all’A. di lavorare alla stesura di un rapporto su “Land Grab” [“Terra rubata”] che “aveva lo scopo di dimostrare le violazioni dei diritti umani dei palestinesi attraverso l’ambiente costruito”. Ne nacque una piccola mostra nel 2002, dal titolo “A Civilian Occupation”. L’Associazione Israeliana degli Architetti, che aveva commissionato il progetto, proibì che il progetto stesso venisse presentato all’Unione internazionale degli architetti a Berlino nel 2002, e fece distruggere le 5000 copie del catalogo. La ricerca si basa perlopiù su interviste ad architetti, soldati, funzionari, attivisti israeliani e palestinesi (p. 288). Malgrado il ricorso a fonti anche palestinesi, il punto di osservazione del libro è collocato sul versante israeliano: analizza le politiche dei governi di Israele e le conseguenze che esse hanno; la ricerca non documenta come i palestinesi agiscono da soggetti attivi. Il libro descrive la situazione di una ventina di anni fa, tuttavia a me è sembrato molto utile perché consente di analizzare l’attualità inserendola all’interno di una storia di più lungo periodo.

Eyal Weizman, nato a Haifa, in Israele, nel 1970, insegna alla Goldsmiths University of London, dove dirige il gruppo multidisciplinare di ricerca Forensic Architecture, che indaga su violazioni dei diritti umani utilizzando tecniche architettoniche e di visualizzazione digitale.

In questa scheda di lettura cerco soprattutto di riportare dati di fatto, capitolo per capitolo[1]; alla fine indico quelle che mi sono sembrate le conclusioni a cui è giunto l’A.

Sotto e sopra

Il libro racconta la “trasformazione dei Territori Palestinesi Occupati” (alture del Golan, Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est) a partire dal 1967 “dal punto di vista dello spazio”, analizzando “strutture apparentemente banali” come intonaci, tegole, sistemi di illuminazione stradali, mezzi di recinzione, tecniche cartografiche, strategie legali, manovre militari, gestione dei flussi di traffico.

Dalla guerra del 1967 le frontiere, “elastiche e in costante trasformazione”, utilizzano “muri di divisione”, “barriere”, “posti di blocco”, “chiusure d’emergenza”, “aree precluse ai civili”, “blocchi stradali”, “zone rosse”, “aree sterili”, “posti di controllo militari”, “zone di sicurezza speciali”, “incursioni nei villaggi e nei campi profughi”; in superficie ci sono recinzioni e mura israeliane, nel sottosuolo vengono scavati tunnel palestinesi, il tutto sotto “un mantello di sorveglianza aerea da parte di Israele”. L’A. parla di “colonie” (non di “insediamenti”) e di “colonizzazione sionista” (riferendosi con questa espressione alle politiche post-1967).

Il suolo e il cielo, anziché formare un’entità territoriale, sono due parti distinte. Gli insediamenti israeliani sono collocati sulle cime dei rilievi montuosi, collegati da strade su ponti che sovrastano le terre e le strade palestinesi, o in gallerie sotterranee; ai palestinesi sono riservati “stretti passaggi”, “di solito scavati sotto autostrade israeliane a più corsie”; i militanti palestinesi scavano tunnel sotto i muri di Gaza e lanciano missili artigianali nello spazio aereo. Israele controlla le falde acquifere e lo spazio aereo militarizzato.

Gli Accordi di Oslo avevano stabilito che Gaza e la Cisgiordania, distanti 47 chilometri in linea d’aria, avrebbero dovuto essere congiunti. I palestinesi erano favorevoli a un viadotto palestinese a sei corsie autostradali, due linee ferroviarie, cavi dell’alta tensione, condutture idriche e oleodotti, sopra un territorio israeliano; gli israeliani pensavano invece a una galleria o a un fossato. I due territori sono rimasti divisi.

Piani regolatori e sistemi fognari

Israele non annette il territorio conquistato durante la guerra del 1967 (un “contrattacco preventivo” a Egitto e Giordania), ma gli attribuisce lo status di “territorio occupato”, in cui i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario spettano alle forze armate. Circa l’80% della falda acquifera montuosa si trova sotto la Cisgiordania: Israele sfrutta l’83% della disponibilità annuale di acqua, lasciando ai palestinesi della Cisgiordania il 17%: le pompe degli israeliani arrivano alle falde acquifere, quelle dei palestinesi si fermano “molto prima, ai pozzi stagionali intrappolati all’interno di formazioni rocciose poco profonde”. Per via della conformazione geologica, gli insediamenti israeliani costruiti sulle colline versano liquami nelle valli. A causa della mancanza di un sistema fognario (la cui costruzione spetta a Israele in quanto potenza occupante), i liquami scorrono in superficie e alla fine raggiungono un territorio ebraico, confermando l’immaginario che considera la presenza palestinese come una sostanza contaminata: un paesaggio diviso in unità separate è tenuto insieme dai flussi degli scarichi fognari. Nella striscia di Gaza, solo la metà dei residenti è collegata al sistema fognario (stiamo sempre parlando dei primi anni Duemila quando le case erano perlopiù in piedi).

Nel 1967 Israele occupa anche la parte est di Gerusalemme, annettendo 70 chilometri quadrati e una popolazione di 69.000 palestinesi. Il nuovo piano regolatore di Gerusalemme (1968) prevede 12 nuovi quartieri ebraici omogenei, con 200.000 abitanti, che dividono i villaggi palestinesi tra di loro e separano il nord della Cisgiordania dal sud. Questi insediamenti sono ora difesi da un Muro di cemento armato.

Il piano regolatore impose l’uso di rivestimento in pietra perché i nuovi quartieri sembrassero parti organiche della città, seguendo la politica urbanistica del governatore militare del Mandato Britannico che voleva creare “un piccolo Ulster ebraico” in un territorio arabo ostile. La pietra, che incarna la tradizione biblica, è un elemento architettonico proprio di un “regionalismo coloniale”.

Il primo atto dell’occupazione di Gerusalemme fu radere al suolo l’intero quartiere di Maghariba (125 case in cui vivevano migliaia di persone), immediatamente di fronte al Muro del Pianto. Poi l’esercito evacuò i 3000 profughi palestinesi della guerra del 1948 che si erano stabiliti nel quartiere ebraico.

Dal 1967 ai primi anni Duemila sono state rilasciate 1500 concessioni edilizie all’anno a israeliani ebrei, e circa 100 ai palestinesi. Molte famiglie palestinesi, più di 50.000 persone, hanno dovuto lasciare Gerusalemme, perdendo in tal modo la “residenza israeliana”, negata agli abitanti della Cisgiordania. Gli edifici ebraici possono arrivare a 5 piani; le case palestinesi sono piccole e possono occupare solo il 25% del terreno edificabile, spesso sono lasciate al grezzo. Oggi nel quartiere ebraico di Gerusalemme vivono circa 4500 persone, perlopiù ebrei “nazional-religiosi” provenienti dagli USA: è “un parco tematico a soggetto biblico” con entrate e uscite controllate dalla polizia di frontiera; dei 650.000 abitanti di Gerusalemme, i palestinesi sono circa un terzo.

In Cisgiordania l’archeologia riportò alla luce l’antico paesaggio israelitico, tralasciando gli strati superiori: il governo israeliano nazionalizzò i siti archeologici e storici, annettendo di fatto gli strati di terreno al di sotto dei Territori Occupati.

Fortificazioni: l’architettura di Ariel Sharon

Dopo il 1967 il Piano Allon (Ygal Allon era il ministro dell’Agricoltura) prevedeva:

a) una serie di insediamenti agricoli nella Valle del Giordano (Great Rift Valley), dove l’esercito “aveva evacuato e distrutto i villaggi palestinesi” eccetto Gerico;

b) numerosi avamposti militari.

Il piano teorizzava confini fluidi e permeabili e la costruzione di una serie di presidi fortificati “in profondità”, come “ossatura della colonizzazione civile”.

“Non avendo a disposizione le fitte giungle del Vietnam”, dopo l’occupazione della Cisgiordania e Gaza nel 1967 i gruppi palestinesi stabilirono cellule armate nei campi profughi. Dal luglio 1971 al febbraio 1972 Ariel Sharon, comandante dell’esercito israeliano, impose su Gaza “lunghi coprifuochi, ordinò che si sparasse ai sospetti guerriglieri per ucciderli e organizzò squadroni della morte che operavano in modo sistematico”. “Furono assassinati più di 1000 palestinesi”. Sharon fece spianare con i bulldozer ampie strade attorno ai tre più grandi campi profughi, dividendoli in quartieri più piccoli e isolandoli, distruggendo o danneggiando circa 6000 case in sette mesi. Fu lui a ideare la collocazione di insediamenti ebraici “come profondi cunei dentro Gaza, in modo da separare le sue città e dividere l’area in sezioni facili da controllare”.

Nel 1973 Egitto e Siria attaccarono Israele a sorpresa, l’Egitto sfondò la linea israeliana. Da allora in Israele si consolidò “un’organizzazione extraparlamentare caratterizzata da un nuovo, potente tipo di sionismo nazionale-religioso, che univa linee di pensiero diverse e contraddittorie già esistenti all’interno del sionismo: spirito pionieristico e militarismo, religione, nazionalismo e messianismo”.

Dal 1977, anno in cui il Likud andò al governo, venne decisa la costruzione di insediamenti urbani e industriali sui rilievi che dominano la pianura in Cisgiordania: è la “colonizzazione profonda” di cui parlava Sharon, che avrebbe frammentato il territorio abitato da palestinesi con corridoi di comunicazione israeliani. “Ne sarebbero risultate varie regioni palestinesi isolate, ognuna facente capo a una città principale, con le vie di collegamento sotto controllo israeliano”, come nel gioco giapponese del Go, “in modo che ogni volta che l’avversario si muove, incontri un ostacolo”[2]. La logica della costruzione degli insediamenti era quella della visibilità: vedere ed essere visti. “Si voleva che il colonizzato sentisse di essere costantemente tenuto d’occhio, in modo da interiorizzare la colonizzazione”. “Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta cominciò una frenetica attività di costruzione in Cisgiordania”. Ciò comportò la militarizzazione delle sfere della vita quotidiana. “La guerra era finita solo perché era ovunque”.

La battaglia per le colline

Dopo la guerra del 1967 cominciò “un assalto verticale mosso dalle pianure costiere alle montagne della Cisgiordania, alle alture del Golan siriane e ai monti del Sinai”. “Israele volse le spalle alle linee del cessate il fuoco e si concentrò sulla sorveglianza e il controllo della popolazione che risiedeva all’interno dei confini”, entro i Territori Occupati. Le modalità sono diverse: “La conquista della cima di una collina, occupata da numerose roulotte e presidiata da un gruppo di giovani fanatici”, oppure uno scavo archeologico che si trasforma in insediamento. Si tratta di una pressione dal basso, così lo Stato raggiunge “i propri obiettivi ideologici senza assumersene la responsabilità”. La Corte di giustizia nel corso degli anni Settanta giudicò casi di occupazione di terreni palestinesi. I casi principali furono tre, e in tutti e tre la Corte decise che la requisizione dei terreni era giustificata da motivi di sicurezza, o perché si trattava di una occupazione temporanea (1978). L’A. commenta: “se gli insediamenti vengono usati per motivi di sicurezza, possono anche diventare obiettivi legittimi da attaccare”.

In un caso (1979) in cui i coloni di Gush Emunim, l’associazione nata dopo il 1967 per la colonizzazione nella “Terra d’Israele”, sostennero il loro diritto non sulla base della sicurezza ma dei comandamenti biblici, la Corte di giustizia fece smantellare l’insediamento, e deliberò che i futuri insediamenti dovevano essere fatti su suolo pubblico e affidato al controllo militare: così il governo sottrasse ai palestinesi “enormi estensioni di suolo pubblico nei Territori Occupati”.

Una legge ottomana del 1858

Nel 1978 il governo del Likud intraprese un progetto statale di colonizzazione. Il progetto, elaborato da un architetto di fama internazionale, prevedeva 2600 unità abitative sulla strada da Gerusalemme a Gerico. Il governo requisì tutte le terre pubbliche palestinesi, ovvero quelle di cui, sulla base di una legge ottomana del 1858, i palestinesi non riuscivano a dimostrare il titolo di proprietà privata o l’effettivo utilizzo. Agli inizi degli anni Novanta Israele occupava più del 38% del territorio della Cisgiordania, prevalentemente sulle alture. A volte tra le case israeliane rimasero piccoli appezzamenti privati di terra palestinese: dopo la seconda Intifada del 2000 ai contadini palestinesi non fu più consentito di entrare negli insediamenti, e così quei frutteti, sempre secondo la legge ottomana del 1858, diventarono “terra statale” e quindi passarono di proprietà degli insediamenti israeliani.

Dal 1979 censimenti fotometrici aerei delle terre individuano e poi sottraggono le terre private non coltivate per tre anni consecutivi. Il Likud, partito al governo in Israele dal 1977, sottrasse ai palestinesi “grandi appezzamenti di terre private” perché, essendo usati per il pascolo, erano dichiarati incolti. Nel frattempo il governo ridusse gradualmente la fornitura idrica agli agricoltori palestinesi, costringendoli quindi a cercare lavori di giornata in Israele. La creazione di foreste di pini rese la terra inutilizzabile per il pascolo dei palestinesi.

La Cisgiordania fu divisa in due zone: nelle sommità valevano le leggi dello Stato, nelle valli quelle militari. Nel 1992 circa 100.000 persone occupavano 123 insediamenti; nel decennio successivo i coloni diventarono 200.000, nel 2005 erano 268.000. Gli insediamenti sono villaggi privati suburbani, con le case dai tetti rossi, ciò che consente ai militari israeliani di distinguere amici da nemici. Di notte le colonie sono ben illuminate, mentre i villaggi arabi cercano l’invisibilità per proteggersi dagli attacchi aerei.

Nel 2003 il regolamento emanato dalle forze di occupazione consente ai soldati di sparare su qualsiasi palestinese sorpreso a osservare gli insediamenti con un binocolo o in qualunque altra “maniera sospetta”.

Vetri a specchio

Gli accordi di Oslo (1993) istituirono in Cisgiordania diverse centinaia di enclave palestinesi separate una dall’altra, lasciando agli israeliani il controllo della sicurezza.

Collegamento principale tra Cisgiordania e Giordania è il ponte di Allenby. I palestinesi in transito vedono un agente palestinese, mentre gli agenti di scurezza israeliani guardano da dietro vetri a specchio senza essere visti. L’agente di polizia di frontiera palestinese riceve il passaporto, lo esamina e lo passa in un cassetto nascosto dietro il banco, che viene aperto dal personale di sicurezza israeliano, che dà o non dà l’autorizzazione (con un tagliando colorato), e su questa base l’agente palestinese mette il timbro sul passaporto o rimanda indietro il viaggiatore.

Tra il 1994 e il 1999 Israele installò 230 posti di controllo e impose 499 giorni di chiusura, sigillando gli abitati palestinesi. Gli accordi di Oslo, che lasciavano i palestinesi sotto il controllo delle forze di sicurezza israeliane, li incoraggiavano a credersi i soggetti della propria autorità politica, e quindi a rivolgere la propria frustrazione non contro Israele ma contro l’autorità palestinese. Gli accordi di Oslo puntavano a separare palestinesi da israeliani. Sorsero blocchi stradali, inferriate, terrapieni, fossati, una serie di divieti e limitazioni in continuo cambiamento. Nel 2006 c’erano 528 ostacoli fisici, allo scopo di “dominare e gestire l’esistenza dei palestinesi, senza dover sconfinare nei loro centri abitati”.

In Cisgiordania ci sono circa 200 cellule territoriali separate, sigillate, in cui la circolazione avviene in stretti corridoi controllati dall’esercito. Vige il totale divieto di spostamento dai Territori Occupati a Israele, e in pratica anche a Gerusalemme. L’associazione Machsom Watch è una associazione di donne che monitorano le violazioni dei diritti umani ai posti di controllo militari. I posti di blocco sono dotati di tornelli: ma la lunghezza delle sbarre sono di 55 cm rispetto ai 75-90 in uso in università, piscine eccetera, con il risultato che persone adulte con bambino o con un bagaglio s’incastrano o sono schiacciate. Sono in fase di installazione nuovi sistemi di riconoscimento attraverso carte biometriche, e passaporti biometrici per poter passare il Muro. La nuova legislazione vieta alle coppie palestinesi sposate di risiedere in Israele, anche se uno dei due è cittadino israeliano. La chiusura dei Territori Occupati ha devastato la economia palestinese e quindi impedisce qualsiasi possibilità di un effettivo governo locale. Israele controlla gli aiuti internazionali e quindi “tiene in pugno l’economia palestinese”.

L’impossibile politica della separazione

Il Muro, una barriera tra Israele e Cisgiordania, è composto di lastre di cemento alte 8 metri, recinzioni elettroniche, filo spinato, radar, telecamere, fossati, posti di osservazione. Israele mantiene il controllo effettivo delle falde acquifere sotto le aree palestinesi e dello spazio aereo al di sopra. Ci sono casi di due città palestinesi distanti poche centinaia di metri e divise da una strada per coloni. A volte il tragitto del Muro viene modificato per circondare un sito archeologico, o una riserva ambientale. Il Muro divide intere comunità da scuole e strutture mediche, da terreni coltivabili e da fonti idriche. Apartheid? L’A. osserva che “neppure all’apice della sua barbarie il regime sudafricano è stato capace di innalzare una barriera del genere”.

Il Muro ha separato israeliani da palestinesi, e palestinesi da palestinesi; dall’inizio della seconda Intifada 100 insediamenti sono rimasti a est della sezione principale del Muro, perciò sono stati costruiti circa 700 ulteriori chilometri di recinzioni, “una lunghezza totale a quella prevista per la sezione principale del Muro”; circa 60.000 abitanti palestinesi sono stati intrappolati a ovest del Muro, in enclave dichiarate nel 2003 “zone militari chiuse”, con ulteriori barriere. I palestinesi intrappolati tra le due frontiere sono circa 250.000: dichiarati “residenti temporanei”, non possono entrare in Israele o in Cisgiordania senza permessi speciali. I cancelli posti sulle recinzioni si aprono su ampi corridoi di traffico veloce protetti da alti muri in cemento armato, o su viadotti sopra valli palestinesi e in tunnel sotto le città palestinesi: “una frontiera coloniale mobile” fatta di “reti territoriali che si accavallano sulla stessa area, lungo le tre dimensioni, senza doversi incrociare o incontrare”.

“Le modifiche al percorso del Muro imposte dall’Alta corte di giustizia [israeliana] sono riuscite a mitigare leggermente le difficili condizioni di vita delle comunità palestinesi che abitano lungo il tracciato della barriera”, tuttavia in questo modo il Muro ha acquisito legittimità giuridica e morale.

Passare attraverso i muri

A partire dal 2002 le operazioni militari israeliane nei campi profughi di Gaza e di Cisgiordania prevedono di sfondare muri attraversando le case di civili, invece di passare per le strade, con l’aiuto di GPS; le operazioni sono coordinate centralmente da comandanti che usano immagini trasmesse da droni. Un po’ prima del 2007 l’IDF [Israel Defence Forces] ha completato la produzione di modelli computerizzati tridimensionali dell’intero territorio di Gaza e Cisgiordania, comprese le posizioni di finestre e porte interne, che archiviano comportamenti, voce e aspetti degli abitanti. 

Così fu distrutto il campo profughi di Jenin, in Cisgiordania: i soldati sono dotati di dispositivi portatili, analoghi agli ecografi dei reparti maternità, che consentono di vedere e di uccidere attraverso pareti massicce; i corpi appaiono come macchie di calore, i proiettili penetrano nei muri senza subire grandi deviazioni. L’organizzazione militare si basa non più sul comando centralizzato ma sulla collaborazione non gerarchica di “reti” che si muovono come “sciami”.

Su quali basi giuridiche Israele può irrompere nelle zone controllate dai palestinesi? Perché gli Accordi di Oslo stabilivano una clausola di eccezione che consente a Israele di entrare nei quartieri e nelle case palestinesi, arrestare persone sospette e portarle in Israele. È Israele a poter dichiarare lo stato di eccezione.

Come decolonizzare l’architettura?

Dopo la seconda Intifada, nel settembre 2000, alcuni insediamenti israeliani di Gaza furono circondati da mura di cemento alte 8-12 metri, dopo aver distrutto tutto attorno centinaia di case e centinaia di ettari di coltivazione palestinesi. Gli insediamenti furono collegati da strade riservate ai coloni. Nelle settimane che precedettero l’abbandono da parte di Israele nel 2005, una discussione sull’uso di quegli edifici testimonia i dilemmi che si pongono quando si tratta di decidere come attuare il “recupero dell’architettura dell’esclusione, della violenza e del controllo”. Nel 1971-72 Sharon aveva distrutto i campi profughi di Shati, Jebalia e Rafah in Gaza, costruendo vicino quattro nuovi sobborghi. L’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina] vietò ai profughi di accettare le nuove soluzioni edilizie e “assassinò alcuni di quelli che avevano accettato, insieme a molti dei collaboratori”. I palestinesi rifiutarono di ripopolare gli insediamenti evacuati da Gaza nel 2005; ci fu però una proposta di riutilizzo per istituzioni pubbliche (ospedali, ambulatori, scuole, archivi); il governo di Israele decise per la distruzione.

Omicidi mirati

Dopo l’evacuazione di Gaza (settembre 2005) le basi di terra delle forze occupanti furono trasferite nello spazio aereo, nelle acque territoriali e nelle stazioni di frontiera. Israele cominciò a ricorrere a omicidi mirati quasi sempre dall’alto. L’esercito si basò sulla tecnologia anziché sulla occupazione. Dall’Intifada del 2000 alla fine del 2006 furono uccisi così 339 palestinesi, 210 dei quali perlopiù leader politici di Hamas, gli altri erano dei passanti, tra cui 45 bambini. La colonizzazione imposta dall’aria si avvale di droni, sensori, ricognitori, elicotteri e satelliti militari “che captano la maggior parte dei segnali provenienti dallo spazio aereo palestinese”. Un operatore dell’aviazione militare telefona ai residenti di abbandonare “immediatamente” la casa e poi la casa viene bombardata dall’alto: “negli ultimi anni Gaza è diventata il maggior laboratorio mondiale per gli omicidi mirati commessi dall’aviazione militare”. Sciami di droni silenziosi e appena visibili all’occhio umano seguono gli individui per settimane; i missili vengono mandati da droni. I droni sono pilotati da un joystick manovrato in una sala di controllo a Tel Aviv ed è provvisto di un “occhio ottico”. Gli omicidi sono presentati dai mezzi di informazione israeliani come “etici”.

Nel 2003 il governo concesse l’autorizzazione ad assassinare l’intero gruppo dirigente di Hamas. Gli omicidi che seguirono hanno alimentato il conflitto “fornendo ulteriori motivazioni violente e hanno accresciuto moltissimo il sostegno popolare palestinese agli atti di terrorismo”. Razzi Qassam di produzione artigianale cominciarono a essere lanciati da Gaza.

Dopo il rapimento di un soldato israeliano a Gaza il 25 giugno 2006, sono stati uccisi più di 500 palestinesi, di cui 88 minori, e feriti più di 2700; distrutte 270 case e una centrale elettrica. “Quanto più efficiente è diventata la capacità distruttiva della forza aerea israeliana, tanto più la resistenza ha dovuto ritirarsi nel sottosuolo”.

Alla frontiera di Rafah, al momento del ritiro dalla penisola del Sinai, l’IDF realizzò un corridoio di sicurezza lungo 10 chilometri e largo diverse decine di metri che divise in due la città, quella palestinese e quella egiziana. Da allora sono stati scavati tunnel che servono per il contrabbando, per il rifornimento di armi, o per assicurare i rapporti tra famiglie i cui membri vivono nelle due parti. La rete di tunnel – sulla quale non abbiamo notizie in dettaglio – comprende centinaia di bunker, alloggi, centri di comando, magazzini, postazioni per lancio di missili; le entrate e le uscite sono collocate all’interno di edifici; la maggior parte dei tunnel viene costruita e gestita da appaltatori privati; l’aria viene pompata da aspirapolvere e condotti di ventilazione che passano per tubi di plastica flessibili. Secondo B’Tselem, nella lotta alla costruzione dei tunnel l’IDF ha demolito circa 1800 case nella sola zona di Rafah.

Conclusioni

1. L’architettura e l’urbanistica sono complici dell’occupazione.

2. Il tentativo di creare due entità nazionali che occupano lo stesso spazio, iniziato con i progetti elaborati fin dal mandato Britannico (1919-1948), cerca di “separare l’inseparabile” (p. 23). «I due concetti – geografico e politico – di Israele e Palestina si sovrappongono e aderiscono alla stessa porzione di spazio. Le complicatissime pratiche e tecnologie chiaramente insostenibili, di cui inevitabilmente necessita ogni “soluzione” territoriale progettata per la divisione, rivelano la natura di questo paradosso spaziale e ci spingono a chiederci se la via politica della divisione sia quella giusta» (p. 24).

3. Il “militarismo israeliano ha sempre cercato soluzioni militari ai problemi politici” (p. 273).

4. Lo “sviluppo storico delle tecnologie israeliane di dominazione e la corrispondente resistenza palestinese” hanno prodotto “un tragico processo cumulativo di radicalizzazione della violenza” (p. 23). Di conseguenza “quella sottile crosta di terra dove i civili lottano per vivere, oggi sembra più vulnerabile che mai” (parole, scritte nel 2007, con cui si chiude il libro, a p. 278).


[1] L’introduzione è alle pp. 7-24; seguono nove capitoli; un Post Scriptum riepiloga le vicende della ricerca (pp. 281-290); le note sono in fondo al libro, pp. 291-339; indice analitico alle pp. 341-347.

[2] L’A. riprende la citazione da Jeff Halper, Dismantling the Matrix Control, Israel Committee Against House Demolitions, 2004.

Archiviato in://, Letture Piero Brunello

Scienze sociali e guerra

28/05/2025 Piero Brunello // Letture

Note a margine di un libro sulla storia di un’azienda che dal 1959 al 1970 ha studiato i comportamenti umani con l’ausilio di un computer IBM. Scienziati uomini e dattilografe donne. Predire e influenzare. Ricerche per il controllo e per la guerra: scienze sociali che “degenerano”, o che si prestano a tale “degenerazione”?

Ho raccolte le mie osservazioni sul libro di Jill Lepore, Simulmatics. Ascesa e caduta dell’azienda che inventò il futuro, Rizzoli, Milano 2023 [trad. di Caterina Chiappa, 454 p., ed. or. 2020], e le ho suddivise in sette punti.

1. La vicenda della Simulmatics non è solo un capitolo di storia dell’intelligenza artificiale, ma anche e soprattutto un capitolo di storia delle scienze sociali.

Il libro di Lepore porta alla luce una vicenda dimenticata, quella di un gruppo di scienziati statunitensi che negli anni Sessanta mise a punto un computer IBM che doveva predire e influenzare il comportamento umano. Stiamo parlando di una macchina che occupava 500 metri quadrati e usava schede perforate. La società che lo ideò, la Simulmatics Corporation, studiò un programma che simulava le probabilità che possono scaturire da una determinata serie di circostanze. Di qui il titolo originale del libro, che è IF THEN, secondo il codice che regola i programmi informatici: se… allora.

La macchina, chiamata “people machine” e circondata da un’aria di segretezza, nasceva da modelli messi a punto dagli eserciti americani e inglesi nella seconda guerra mondiale per decifrare i messaggi in codice e calcolare le traiettorie dei missili (p. 84). Le istruzioni fornite dai matematici alla macchina erano di eseguire velocemente calcoli numerici – non pensare, ma fare calcoli (pp. 86-87). La divisione del lavoro rispecchiava quella di genere. A fornire istruzioni alla macchina erano infatti scienziati uomini; trascrivere i dati ottenuti dalle schede meccanografiche era invece compito di una schiera di dattilografe.

La Simulmatics iniziò le sue attività segmentando l’elettorato per suggerire ai candidati quali strategie adottare; in seguito applicò la tecnica della segmentazione ad altri ambiti: alla pubblicità, ai dati elettorali in tempo reale, e infine, su committenza del governo, alla conduzione della guerra in Vietnam e al controllo delle proteste e delle rivolte nei ghetti neri (pp. 350-351).

Gli studiosi reclutati dal Dipartimento americano della difesa erano scienziati sociali: il loro compito era quello di condurre operazioni di guerra psicologica tramite interviste, sondaggi di opinione e questionari. Studiavano la mobilità verticale delle élite, tracciavano gli effetti di una lettera, di una voce, di una profezia, calcolavano la correlazione tra livello di consumi e preferenze politiche, compivano indagini di network analysis (quante presentazioni servono per andare da una persona A a una persona B). In altre parole gli studiosi che piacevano al Dipartimento americano della difesa facevano le cose che molti e molte di noi facciamo: indagavano la realtà su scala micro, con gli strumenti della sociologia e dell’antropologia sociale, con lo scopo di fornire elementi di analisi e di previsione utili poi a livello macro.

2. Le scienze sociali si sviluppano e progrediscono a fini di controllo sociale.

Leggendo questo libro mi sono chiesto più volte quanto le pratiche dell’indagine sociale siano in debito nei confronti della guerra psicologica: tante, direi. C’è stato un periodo in cui mi sono dedicato con assiduità agli studi di sociologia e di network analysis. Erano i primi anni Ottanta del Novecento. Volevo studiare i percorsi e risultati di una falsa notizia: nel mio caso la voce dell’imbarco gratuito e dell’assegnazione gratuita di terre in Brasile, nella primavera 1877 nelle campagne tra Mestre e Treviso. Alla fine decisi di scrivere non un saggio ma un racconto storico, dal titolo Emigranti, che mi sembrava rendesse meglio l’incertezza degli attori sociali, l’imprevisto degli eventi e la continua riconfigurazione delle reti sociali. Ecco alcuni esempi dei temi trattati negli scritti in cui mi ero immerso: come interpretare l’atteggiamento di una folla sulla base di foto aeree: è disposta a cerchio? è disposta a capannelli? da che parte guarda? Oppure: quale comportamento collettivo si crea in seguito a una diceria? E ancora: entro quali confini si diffonde un pettegolezzo o una falsa notizia? perché una notizia appare credibile? Chi diffonde una falsa notizia è ritenuto o ritenuta responsabile, quando ci si accorge che non è vera? Dipende: se si diffonde in una situazione di panico, la risposta è no. Questa cosa mi aveva colpito, perché mi faceva riflettere su quello di cui ero stato testimone pochi anni prima durante il terremoto che aveva distrutto molti paesi del Friuli. In quella circostanza nessuno-a venne ritenuto responsabile se, nel panico succeduto dopo la prima violenta scossa di terremoto a Mestre aveva sparso la notizia che in quel punto preciso della strada l’asfalto si era sciolto ed erano uscite fiamme dal sottosuolo. Si scoprì che la notizia non era vera. Ma, ripeto, chi l’aveva diffusa non era ritenuto responsabile se aveva contribuito a diffondere l’allarme e la paura, tanta era l’agitazione del momento.

Ricordo bene l’impressione che fecero a me le letture di quel periodo. Si capiva che erano il prodotto di politiche volte al controllo sociale. A chi mi chiedeva che cosa stessi studiando allora rispondevo: roba commissionata dalla Cia. Tutti avevamo visto I tre giorni del Condor, la risposta faceva ridere.

Il libro di Jill Lepore conferma la fondatezza delle mie impressioni di allora, che io per primo consideravo buone per una battuta di spirito. Negli anni cinquanta, osserva l’A., “le università ricevettero fiumi di denaro per rendere lo studio del comportamento umano una scienza” (p. 353). La scienza – aggiunge – venne applicata al sostegno delle politiche governative, in primo luogo a scopo militare. I casi più importanti riguardano l’appoggio alla candidatura a presidente di Kennedy, la guerra psicologica in Vietnam e in Centro America, gli interventi di contro-insurrezione nei ghetti neri. Il centro della ricerca era situato al Massachusetts Institute of Technology [MIT], dove insegnava uno dei teorici principali del progetto Silmulmatics, Ithiel de Sola Pool, fondatore del Dipartimento di Political Science.

3. Negli anni Sessanta movimenti di protesta nelle università negli Stati Uniti rifiutano di sottomettere la ricerca all’apparato militare industriale.

Lepore dà per conosciuto il contesto in cui la Simulmatics poté agire, ma forse serve ricordare che pochi anni prima la vicenda di Oppenheimer, messo sotto accusa da una commissione governativa, aveva mostrato cosa poteva capitare a chi rifiutava la sottomissione della comunità scientifica ai militari[1]. Fu questo clima a permettere alla Silmulmatics di crescere, almeno fino allo scoppio delle proteste contro la guerra in Vietnam nelle università e negli ambienti intellettuali, sulle quali il libro di Lepore si diffonde.

In un discorso all’American Anthropological Association, Marshall Sahlins accusò i ricercatori che si mettevano al servizio della Guerra fredda di manifestare nei confronti dello Stato “un atteggiamento adulatorio che non si addice né allo scienziato né al cittadino” (p. 233). Nei suoi reportage dal Vietnam, Mary McCarthy accusò gli scienziati comportamentali di essere i responsabili della guerra: come la seconda guerra mondiale aveva portato alla ribalta i fisici, così la guerra in Vietnam aveva mobilitato gli scienziati comportamentali, ancor più pericolosi degli studiosi che avevano progettato la bomba atomica (p. 263).

Nel 1969 l’università di Harvard venne invitata a partecipare al progetto Cambridge, che prevedeva tra le altre cose la costituzione di una rete che metteva in connessione computer di due diverse università. Studenti e docenti di Harvard si opposero accusando la ricerca di voler mettere i dati personali al servizio del governo, e di sviluppare programmi volti a reprimere le rivolte nei ghetti e a combattere i movimenti rivoluzionari. Barrington Moore parlò di “illusione di una onnipotenza tecnologica”, e denunciò “il fallimento morale” delle scienze comportamentali finanziate dal governo: ciò che avrebbe potuto portare al mondo “libertà, abbondanza e felicità” si trasformava “in morte, terrore, distruzione e malattia” (p. 325). Nel 1971 un manifesto della Students for a Democratic Association del MIT, con la classica intestazione “Wanted” usata per i fuorilegge, dichiarava Ithiel de Sola Pool un “criminale di guerra” (p. 303). Nel frattempo, l’anno prima, la Simulmatics aveva chiuso per bancarotta.

4. La protesta delle università e degli studiosi negli anni Sessanta non attacca solo l’asservimento delle scienze sociali alla guerra psicologica, ma mette anche in discussione il loro statuto disciplinare.

Jill Lepore ha il merito di aver sottratto alla dimenticanza non solo le vicende della Silmulmatics, ma soprattutto le forti opposizioni che esse suscitarono. Quando chiuse la sua attività, osserva Lepore, la Simulmatics “non godeva di buona reputazione” (p. 328). Tuttavia, nel mettere a fuoco le critiche alle applicazioni politiche delle scienze comportamentali, l’A. sottovaluta, almeno così mi è sembrato, le polemiche che in quegli stessi anni misero in discussione lo statuto disciplinare stesso delle scienze.

Nel 1968, nel mezzo delle proteste per il coinvolgimento della ricerca universitaria nelle politiche americane in Vietnam, Noam Chomsky, un collega di Ithiel de Sola Pool al MIT, criticò le scienze del comportamento non per la loro degenerazione, ma “perché si prestano a tale degenerazione”. La scienza del comportamento, osservò Chomsky, insegna “che noi possiamo occuparci solo del comportamento e dei mezzi per controllarlo”, e di conseguenza considera estranea all’oggettività della scienza ogni considerazione relativa alle “idee di libertà, esigenze individuali o volontà popolare”; così facendo la scienza impone “ingiustificati vincoli metodologici circa lo studio dell’uomo e della società”[2].

Come Chomsky, anche Paul Goodman rifletté sui vincoli metodologici imposti alle scienze del comportamento dal coinvolgimento degli studiosi nella politica americana. La tragedia classica e i romanzi dell’Ottocento – osservò Goodman – mettono a fuoco i conflitti di un individuo con i ruoli istituzionali e la propria funzione nella società, e mostrano come questi conflitti siano alla base dei cambiamenti culturali e sociali. Era il tema su cui avevano sempre indagato le scienze sociali, che avevano illuminato i concetti di “sfruttamento, alienazione, anomia”, e quelli di “risentimento, ribellione e libertà”. Viceversa le scienze sociali contemporanee – continuava Goodman – sembrano non ammettere l’esistenza di un problema, e descrivono come il comportamento di un individuo viene determinato fin nei dettagli dalle tecnologie “disumanizzanti” del controllo.[3]

In altre parole, l’asservimento della scienza a scopi militari e di controllo sociale, su cui Lepore invita a riflettere, costituisce sicuramente un tema attuale anche oggi nelle università italiane ed europee. Ma altrettanto attuali mi sembrano le prese di posizione che negli anni Sessanta misero in discussione lo statuto scientifico di discipline che si pongono come neutrali e avalutative, mentre in realtà, limitandosi a indicare i mezzi tecnici di controllo dei comportamenti, non solo abbandonano ogni senso etico ma impoveriscono lo sguardo e si precludono una migliore e più ampia comprensione della realtà, cancellando per esempio il ruolo dell’empatia, della rivolta morale e dell’imprevisto.

5. L’immaginazione – narrativa, film e fantascienza – precede la ricerca e anticipa soluzioni tecniche ancora non disponibili: l’immaginario pertanto è un terreno decisivo della definizione della realtà.

Il libro di Lepore mostra come le proposizioni scientifiche, che si trasformano in pratiche di ricerca, nascono non per accumulo all’interno di una singola disciplina ma provengono da ambiti diversi del sapere. L’immaginario ha una grande parte nel prevedere soluzioni tecniche che solo in un secondo momento sarebbero state disponibili; e spesso la fantascienza, o comunque la letteratura, arriva prima della scienza, per non dire della storia.

Nel 1956 Ithiel de Sola Pool, che allora lavorava al MIT presso il Centre for International Studies fondato dalla Ford Foundation e dalla CIA, formulò in una lettera i seguenti interrogativi, che di lì a pochi anni sarebbero rientrati negli interessi della Simulmatics: “Quante persone conosce mediamente un individuo? Quante sono le conoscenze in comune tra due persone? Quanti gradi di separazione ci sono tra una persona e l’altra?” (p. 77). Come si vede, sono domande alla base della network analysys. Pare che il primo studio antropologico a porre questi interrogativi fosse stato due anni prima J.A. Barnes in un articolo che si occupava di una comunità di pescatori in Norvegia[4]. In realtà il primo a formularli chiaramente era stato nel 1929 un romanziere ungherese di nome Frigyes Karinthy in un racconto breve dal titolo Anelli della catena. In questo racconto un personaggio aveva proposto un passatempo: indicare qualsiasi individuo abitante nella Terra, e lui scommetteva di collegarsi alla persona designata attraverso al massimo cinque persone in base a solo conoscenze dirette[5]. Sarebbe interessante seguire i percorsi della network analysis: dall’originaria caratteristica di gioco di società ai perfezionamenti disciplinari acquisiti grazie alla guerra psicologica.

6. Il movimento di protesta nelle università statunitense manifesta contro la guerra in Vietnam e non si accorge della nascita di Internet: il che invita a riflettere sull’importanza delle cose che succedono fuori dal cono di luce proiettato dal sistema dei media (e dagli slogan dei movimenti).

Negli anni Sessanta il governo prese in esame la possibilità di centralizzare in un National Data Center i dati digitalizzati di ogni tipo. Un ampio movimento di studenti e intellettuali si oppose a questa prospettiva, perché avrebbe compromesso la privacy dei cittadini, a quel tempo salvaguardata dalla natura frammentaria e dispersa delle informazioni (p. 305). Il New York Times scrisse che il National Data Centre rischiava di essere un “incubo orwelliano” (p. 307). L’idea venne abbandonata nel 1968 (p. 309).

Nel 1972, all’hotel Hilton di New York, venne presentato al pubblico per la prima volta il progetto ARPANET: c’erano ventinove terminali da cui si poteva giocare a scacchi con un computer al MIT o fare domande a un terminale a Los Angeles. Era l’antenata di Internet. Non se ne accorse nessuno.

Al contrario del National Data Center, ARPANET non prevedeva nessuna centralizzazione dei dati. I dati rimanevano dov’erano stati raccolti. Solo che venivano collegati l’uno con l’altro in una rete connessa. Si trattava di uno scenario previsto nel 1965 dal fisico, matematico e psicologo Joseph Licklider, che per le edizioni universitarie del MIT aveva pubblicato Libraries of the Future, in cui immaginava che nel 2000 uno studioso avrebbe fatto ricerche dalla propria scrivania in casa accedendo a un materiale digitalizzato messo a disposizione da biblioteche connesse online (p. 310). Nel 1968 Pool da parte sua aveva previsto la comunicazione della rete, in cui gli individui avrebbero avuto accesso a contatti individuali, e quindi a notizie confezionate su misura del singolo e non più pensate per grandi aggregati (pp. 302-303)

Improvvisamente, scrive Lepore, ARPANET venne accolta come uno strumento di libertà e di emancipazione universale (p. 340). L’avvento di Internet, continua l’A., fu accolto con entusiasmo, e anche promosso, da una ideologia che decantava la rete digitale in nome della libertà, dell’autogoverno, della comunità e della cooperazione (pp. 346-347). La visione di Ithiel de Sola Pool – conclude l’A. – si era imposta per prima cosa proprio presso quel mondo che aveva combattuto Simulmatics e le sue pretese di controllo dei comportamenti.

7. Dove ci si chiede quale ideologia abbia favorito l’accoglienza entusiastica di Internet, concludendo che non si debba parlare di Nuova Sinistra ma di neoliberismo e anarcocapitalismo.

Chi ha una certa età ricorda il panegirico di un’economia smaterializzata e di uno scambio gratuito fuori da considerazioni di interesse economico. Ma come definire questa ideologia? La studiosa Soshana Zuboff, che analizza l’intreccio tra scienze del comportamento, ideologia neoliberista, esigenze commerciali e politiche della sicurezza, parla di un capitalismo della sorveglianza. È vero che lei si concentra sugli anni Duemila, cioè su un periodo successivo alla costituzione di Internet di cui si occupa Jill Lepore, ma il suo studio rimane interessante perché dimostra come il capitalismo della sorveglianza – una nuova e inedita fase capitalistica – sia stato costruito intenzionalmente da determinati gruppi di persone, che agirono attraverso deliberati colpi di mano[6].

Jill Lepore invece chiama in causa la Nuova Sinistra (New Left). Parla di hacker, contrari alla guerra e a Nixon e con il mito delle Comuni in cui vivere liberamente (pp. 339-340); di controcultura (counterculture) che riprende da Pool la celebrazione di nuove tecnologie libere dal controllo governativo (pp. 346-347); di un ambiente libertario e anarchico favorevole al mercato libero (p. 346). Tra le figure citate a proposito della controcultura, l’A. ricorda la figura di John Perry Barlow, autore di testi di canzoni dei Grateful Dead, che nel 1996 pubblicò una Declaration of the Indipendence of Cyberspace, in cui annunciava l’avvento di un mondo in cui un individuo avrebbe potuto esprimere la propria opinione liberamente senza tema di essere ridotto al silenzio o al conformismo (p. 347).

È giusto mettere assieme, come fa Jill Lepore, Nuova Sinistra e tradizione libertaria? Nel contesto statunitense i libertari sono sia quelli che “considerano compito del governo soddisfare le necessità dei ricchi”, sia quanti non vogliono niente “che possa ledere la libertà d’arricchimento”. Così si esprimeva Noam Chomsky in una intervista nei primi anni Novanta[7]. In altre parole, se vogliamo trovare un termine adatto per individuare un ambiente culturale favorevole alla deregolamentazione con cui si è affermata Internet, sarebbe più corretto parlare di neoliberismo o di anarcocapitalismo. Come la controcultura e la Nuova Sinistra siano state coinvolte in questo progetto, questo sarebbe un buon campo di indagine: spostando tuttavia l’attenzione da un’indistinta galassia ideologica a una prosopografia in grado di illustrare le traiettorie biografiche e reti di relazione delle persone che hanno fondato Apple, Microsoft, Google, Facebook eccetera. Sarebbe utile in altre parole fare per questa seconda parte della vicenda – l’esaltazione della rete – quello che l’A. fa nella prima parte del libro, quando racconta la costituzione della Simulmatics, le persone che ne hanno fatto parte, le istituzioni in cui lavoravano, i rapporti con gli apparati accademici, economici, statali e così via.

Nota. Questa lettura è stata presentata per la prima volta all’incontro “Storicizzare l’intelligenza artificiale. Una discussione a partire da Simulmatics di Jill Lepore”, a cura del Seminario polesano di Storia sociale, in collaborazione con l’Associazione culturale Minelliana, tenutosi per l’ottava edizione del Maggio Rodigino presso l’Urban Digital Center di Rovigo il 21 maggio 2025. L’immagine di apertura Professor with Flintlock Hand Pistols è stata creata con chatGPT il 28 maggio 2025.


[1] Kai Bird, Martin J. Sherwin, Oppenheimer. Trionfo e caduta dell’inventore della bomba atomica, trad. di Emanuele Alfonso e Vignassa de Regny, Garzanti, Milano 20232, p. 672.

[2] Noam Chomsky, I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il potere in America, trad. di vari,prefazione di Howard Zinn, Il Saggiatore, Milano 2012, p. 72 (prima ed. or. 1969, prima trad. it. 1969). Chomsky analizzò le teorie di Skinner, teorico del comportamentismo radicale, in Id., Psicologia e ideologia, in Id., Per ragioni di stato. Ideologie coercitive e forze rivoluzionarie, trad. di Vittorio De Tassis, Settimio Severo Caruso, Einaudi, Torino 1977 (ed. or. 1973), pp. 384-449.

[3] Paul Goodman, La nuova riforma [1971], in Id. Individuo e comunità, a cura di Pietro Adamo, Eleuthera, Milano 1995, pp. 222-223.

[4] J.A. Barnes, Class and Committees in a Norwegian Island Parish, in “Human Relations”, VII (1954), pp. 39-58.

[5] Marinella Lőrinczi, Frigyes Karinthy, Anelli della catena (1929), in “Medea”, III, 1, 2017, pp. 2-3, DOI: http://dx.doi.org/10.13125/medea-3028.

[6] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, trad. di Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 20232 (ed or. 2019).

[7] Noam Chomsky in un’intervista di Tomàs Ibañez, dicembre 1993, in Noam Chomsky, Anarchia e libertà. Scritti e interviste, Datanews, Roma 2003, p. 89.

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Il sugo è nel metodo

23/01/2025 Piero Brunello // Letture

Guardare al mondo di ieri con gli occhi di oggi; scrivere ascoltando Nanni Svampa, Enzo Jannacci e Gigi Meneghello; per la storia sociale di una città può essere utile un inventario dei fallimenti? Sull’ultima raccolta di scritti di Gigi Corazzol.

1. Il libro Improvvisi è una raccolta di interventi scritti da Gigi Corazzol dal 2013 al 2024; l’autore li ha rivisti per l’occasione. “Il sugo insomma è di metodo. Consiste nel ricordarsi sempre che il mondo non è nato ieri”, si legge nel primo degli interventi (p. 8). Penso che in queste parole stia il tono del libro. Il rapporto tra oggi e ieri si ritrova fin dai versi di Giovanni Boine, poeta novecentesco, messi in esergo: “Se vago lo sguardo, / con gli occhi di oggi / veggo il giorno di ieri”.

Improvvisi è composto di undici capitoli, in ordine cronologico di pubblicazione: otto nascono da letture di libri, quasi tutti freschi di stampa, uno è un ricordo dell’amico Ferruccio Vendramini, un altro ancora prende lo spunto dal trecento cinquantesimo anniversario della prima storia di Feltre per elogiare la quantità di ricerche erudite che si possono trovare in internet, l’ultimo infine è una risposta a un post sulla pagina facebook dell’associazione feltrina Il Panfilo. Nove sono stati pubblicati nel sito dell’associazione storiAmestre che all’epoca curavo insieme a Filippo Benfante e ad altri due amici, Enrico Zanette e Andrea Lanza; uno è uscito nella “Rivista feltrina” e l’ultimo nella pagina facebook di CRODAp. Gigi – lo chiamo così perché ci conosciamo da più di cinquant’anni – ci mandava i suoi contributi, a volte chiedendo se valesse la pena di renderli pubblici. Filippo Benfante e io li discutevamo. Due anni fa anch’io ho raccolto i miei scritti in un libro il cui sottotitolo è Domande di oggi, storie di ieri. Adesso che ho tra le mani Improvvisi, e mi soffermo sull’esergo, mi rendo conto di quanto il mio libro sia debitore di quelle discussioni, e in particolare della lettura degli scritti di Gigi. Aggiungo solo che dopo aver chiuso l’esperienza con sAm, con Filippo e Luca Pes abbiamo aperto il sito altrochemestre.it, con Enrico Zanette come webmaster, e ci fa molto piacere che Gigi sia tra i nostri collaboratori.

2. In un punto del libro Corazzol cita un Mambriano Manfrin (“mio indimenticabile maestro”) che diceva: “Se decidiamo di studiar qualcosa facciamo che sia per un qualche perché” (p. 164).

Quali sono i perché di questi scritti? Trattandosi di letture di libri, il primo motivo è che Gigi i libri di cui parla li compera. Faccio l’esempio del capitolo più lungo di tutti gli altri (una cinquantina di pagine in un libro che ne conta 172 con frontespizio e indice), dedicato alla curatela del diario di Bruno Trentin dal 1956 al 1958. I rilievi mossi “sono frutto – scrive Corazzol – dell’insoddisfazione di un lettore pagante”. Seguono 48 pagine in cui sono elencati errori nel testo, errori nelle note, errori nell’indice dei nomi. Gigi si rivolge al lettore, salvo ogni tanto parlare tra sé e sé, col risultato che il testo a volte sembra un copione di teatro. Dopo un ennesimo elenco di errori spiegati al lettore, e dopo aver ripetuto che molti errori potevano essere evitati con una semplice ricerca su Google, Corazzol parla tra sé e sé: “(A parte). In malora google. Quello che mi fa soprattutto venire il nervoso è che nella quasi totalità dei casi per sbrigare bastava una telefonata” (p. 109).

Se Corazzol giudica un libro lo fa per esercitare quindi un diritto del consumatore. Uno dei titoli dei capitoli è Lamento per 18 euri trasàa (sperperati). Trasà in milanese significa sperperare (trasà el fiaa). Perché soldi buttati? Si tratta di un libro di corrispondenza tra Gadda e Parise, di 323 pagine, in cui le 15 lettere di Gadda occupano 34 pagine e le tre lettere di Parise ne riempiono, per così dire, 4. Le rimanenti 284 pagine sono di corredo, sovrabbondante. Corazzol elenca parecchi esempi, tra cui un brano di cinque righe che potevano diventarne una. Perché questa mole di pagine? Per giustificare 18 euri. Gigi esprime il dispiacere per avere buttato via i suoi soldi, protesta perché “la si pianti una buona volta di pubblicare le lettere di Gadda in dosi omeopatiche” (p. 73), e conclude così: “Il lettore pagante ha i titoli per far suo il lamento del palo della banda dell’Ortica” (p. 74).

Per i più giovani, la banda dell’Ortica è una canzone di Jannacci che parla di uno che fa appunto il palo di una banda di ladri, mezzo orbo e mezzo sordo, “fisso che scrutava nella notte”, a cui i passanti danno cento lire: “Ma come – fa il palo – , a me mi lascian qui di fuori / E loro, loro chissà quand’è che vengon su / E poi il bottino me lo portano su a cento lire / Un po’ per volta, ma a far così non finiamo più”.

Ho detto del milanesismo dei 18 euri trasàa; ed ecco qui una canzone di Jannacci. Non è l’unica canzone milanese. Ecco un passo dallo scritto in memoria di Ferruccio Vendramini: “Una storia sociale delle piccole città attenta solo ai successi è una storia buona per le domeniche della vita, quelle con discorso in renga [espressione del linguaggio amministrativo veneziano, ndr], bandedàffori, mostaccioli e ciupaciù. Le peggio. Siamo sicuri che per capire come mai siamo quel che siamo, non serva anche un inventario dei fallimenti?” (p. 142). Anche qui per i più giovani: con le bande dàffori Corazzol si riferisce alla canzone milanese Il tamburo della banda d’Affori; Nanni Svampa prende il posto di Jannacci.

(A parte, tra me e me). La prossima volta che dovessi ragionare sui libri di Gigi mi piacerebbe fare un’analisi dei contesti e delle tonalità emotive in cui compare il milanese, la cui presenza mi sembra vada crescendo negli ultimi tempi. I libri di Corazzol si inseriscono in una tradizione lombarda? E poi, perché abbassare il registro stilistico con reminiscenze lombarde ogni qualvolta si debba sottolineare la conclusione (seria, serissima) di un ragionamento? Rimanendo a Improvvisi, Carlo Ossola, autore di un libro sulla fortuna di Erasmo in Italia (Erasmo nel notturno d’Europa, Vita e pensiero 2015) incolpa lo storico Delio Cantimori, comunista, di aver impedito tra il 1945 e il 1960 all’editore Einaudi di pubblicare l’opera di Erasmo, perché ispirata a concezioni liberali. Corazzol fa notare che in quel periodo uscirono per Einaudi quattro edizioni di Elogio della follia di Erasmus, e che nello stesso periodo molte edizioni ne uscirono in Italia. Ora, osserva Corazzol, un conto è il duello tra Ettore e Achille, un altro è prendere a randellate uno storico morto cinquant’anni prima. Ossola gli ricorda Tecoppa, un personaggio del teatro comico milanese creato da Eduardo Ferravilla: “applaudire al trionfo per ko del Tecoppa (Ferravilla) sul quondam Cantimori, bene, a questo dico no” (p. 69).

Insomma serve una rassegna dei milanesismi. Far caso agli echi un po’ ovunque di Luciano Bianciardi del periodo milanese. Fine dell’a parte.

3. Un secondo motivo di fastidio per i libri scritti male deriva dal fatto che non si capisce perché da chi ti aggiusta un rubinetto o ti cambia le gomme della macchina si pretende un lavoro come si deve, e invece si accetti supinamente la sciatteria, o peggio, in chi scrive un libro, una curatela, una recensione. In altre parole la scrittura è una faccenda seria: e altrettanto la lettura. Mi è capitata sottomano una mail con cui Gigi, nel 2010, mi chiedeva di leggere un suo scritto: “siamo lontani dalla fase scartavetrare; piuttosto roba bottacalda. Se hai tempo e voglia un parere è benvenuto. Il centro della questione è se la voce sotto suona credibile o sono balle.”

Il nervoso di cui parla Corazzol a proposito dei diari di Trentin è maggiore quando chi fa un lavoro malfatto si dà delle arie di superiorità, da intellettuale. Alla cura del diario di Bruno Trentin si è dedicato quello che viene presentato nel libro come uno “specifico gruppo di lavoro permanente”, emanazione della segreteria della CGIL (nota di Corazzol: “Auspico che permanente abbia a essere semmai il gruppo. Non il lavoro. I riposi a scadenze regolari sono un diritto antico quanto la creazione.”)

Verso la fine dell’intervento sul diario di Trentin, Corazzol si rivolge non allo “specifico gruppo di lavoro permanente”, al quale dedica la nota sarcastica che ho appena letto, ma direttamente al sindacato che una volta si chiamava dei lavoratori di scuola e università, e che da un po’ di tempo si chiama Lavoratori della conoscenza CGIL. Più di una volta Corazzol ha deplorato l’abitudine degli storici di cantare sopra la voce altrui (quella delle fonti), perciò mi guardo dal farlo: questa è la voce di Corazzol.

“Io (Ai lavoratori della conoscenza). Compagne, compagni! Amate le designazioni à la page (tutte creatività da chiodi?). Ottimo. Ma volete dirmi, in confidenza, come fate a sopportare una qualifica tanto scriteriata? Il mondo è diviso in due, lavoratori della conoscenza vs lavoratori e basta? Con voialtri, i lavoratori della conoscenza, nelle aule serene del tempio, ministri della luce. Fuori, un borgo buio stracolmo di Calibani inchiodati ai servizi manuali. Non posso credere. Adieu, lavoratori della conoscenza, à jamais.

Vero che sono vecchio, che le passioni di gioventù sono ormai braci incinerate, che alla riscossa sotto la luna non canto più, tutto vero, ma c’è ancora qualcosa in me che prende a bollire a fronte del fatto che la curatela dei Diari di T., affidata oltretutto non al solito tuttofare per i soliti quattro soldi, bensì a uno specifico gruppo di lavoro permanente costituito dalla “Fondazione Giuseppe Di Vittorio, d’intesa con la segreteria della CGIL” (quindi, se sbaglio mi correggerete, pagato con le quote di iscrizione di lavoratori e pensionati) non regga il paragone con quella del diario di Claretta Petacci. Altroché, se bolle.

Lavoratori della conoscenza! È giunta l’ora del vostro riscatto.

Aux armes! Adunata e contrappello! Nei vostri bataillons d’élite vuoi non ci sia un fantassin capace dell’umbratile misericordia di un’edizione decente? E, mi raccomando, cambiatevi il nome! Da subito! Alé. Non ne vedete il motivo? Fatevelo spiegare dal primo metalmeccanico, tessile, chimico, edile con cui vi capiti (se vi capita) di far due chiacchiere” (pp. 134-135).

Fin qui Corazzol. Faccio solo notare che la sua reazione non sarebbe stata così veemente se il libro non fosse stato pubblicato dalla casa editrice della CGIL. Perché ha voluto rendere pubblica la sua insoddisfazione? “Perché – credo – sempre Corazzol – che il primo segno di rispetto per la memoria di un dirigente del movimento operaio preveda, quando ci si occupi dei suoi scritti, di curarli secondo esige lo stato dell’arte” (p. 86). E dove è quell’abbassamento del registro stilistico che dicevo precedere una dichiarazione conclusiva? È nel passaggio centrale, prima dell’appello perentorio al sindacato a cambiare per prima cosa il nome. Rileggo il passaggio: “Vero che sono vecchio, che le passioni di gioventù sono ormai braci incinerate, che alla riscossa sotto la luna non canto più, tutto vero, ma c’è ancora qualcosa in me che prende a bollire” eccetera. I più vecchi sentiranno in sottofondo un coro di Avanti popolo alla riscossa mescolato alla voce di Claudio Villa che canta “Vecchia Roma, sotto la luna nun canti più/ Li stornelli, le serenate de gioventù”.

4. La recensione del libro di Luciano Mecacci dedicato all’uccisione nel 1944 di Giovanni Gentile, filosofo ufficiale del fascismo (La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Adelphi 2014) è un condensato di consigli per chi voglia fare ricerca storica. Ricordo che il libro di Mecacci ottenne il premio Comisso per la biografia.

“Ascoltami, caro lettore, per una volta che provo a parlare sul serio. Occuparsi di storia (se ne scriva o meno) significa essenzialmente intendere contesti” (p. 41). Tra i tanti esempi ne scelgo uno. Mecacci spiega il comportamento del partito comunista clandestino milanese nel 1944 come dettato dalla volontà di “coltivare l’egemonia culturale di gramsciana memoria” (p. 46). Scrive Corazzol: “non è interessante la notizia che negli ambienti comunisti milanesi le riflessioni di Gramsci sull’egemonia erano già pane quotidiano nella prima metà del 1944?” (p. 47). Per chi non conoscesse la storia della fortuna di Gramsci in Italia dico che i Quaderni del carcere di Gramsci furono conosciuti in Italia grazie a pubblicazioni avvenute dopo la guerra, tra il 1948 e il 1951.

Mecacci, osserva Gigi, indossa la toga del pubblico mistero. Da cosa si deduce? Dalla scrittura. “Capirete bene – osserva Corazzol – che a forza di una utensileria argomentativa fatta di deduzioni, congetture, giocoforza supporre, forse, implicitamente, e/o, prodiga di verbo al condizionale e congiuntivo, mi sono inquietato”, perché il genere storico “prevede si propongano pensiero, parole ed opere accertati” (pp. 51-52).

Scrivere di storia richiede una scrittura sorvegliata, che rifletta sulle parole. Ecco come Corazzol prende un brano di Mecacci e fa delle osservazioni puntuali sul lessico. Scrive dunque Mecacci: “Per il Duce [maiuscolo di Mecacci ndr] la tomba di Gentile doveva stare fra quella dei grandi della storia d’Italia […]. Il destino portò quindi Gentile nel Tempio degli Italiani [maiuscolo di Mecacci] celebrato dai Sepolcri di Ugo Foscolo – il poema che fu l’oggetto del suo tema d’italiano all’esame di licenza liceale” (p. 54). Commenta Gigi: “Primo. Non il destino: il duce [minuscolo, prego ndr]. Secondo. Il tema della maturità, obiettivamente, non c’entra gran che. Se Mecacci mirava a segnalare una coincidenza, sarà lui il primo a convenire che un termine come combinazione, o una formula come ‘il caso vuole’, eccetera, sarebbero stati assai più acconci di destino. Il libro offre anche il testo della lapide. In essa, scrive Mecacci, Giovanni Gentile viene ‘immortalato’. Non verbi neutri come definito/proposto/ricordato eccetera. Immortalato. Ma cosa vuoi immortalare avrebbe ululato dalla sua branda il piantone Giazza, sempre lodata la sua memoria (cfr Luigi Meneghello, I piccoli maestri, edizioni a piacere)” (pp. 54-55).

Non sto a dire l’influsso di Meneghello nella scrittura, e non solo, di Gigi. Di insegnamenti di Meneghello ne dico solo uno, riprendendo le parole di Corazzol: “che aver buttato giù le statue, scalpellato i fasci di gesso e dato una mano di bianco alle scritte più ebeti era doveroso, ma in fin dei conti robetta – che bisognava calarsi più giù, occuparsi del nostro senso comune, del nostro fascismo automatico, fisiologico, quello vero, che non sa di esserlo” (p. 59).

5. Come si sarà capito, a leggere Gigi Corazzol ci si diverte molto. Leggere per credere. A me non resta che scegliere un ultimo esempio, tra i tanti, per chiudere. Anzi, ne aggiungo uno ancora, perché parla di Feltre, dato il luogo in cui ci troviamo.

Scelgo tre pagine in cui Gigi presenta alcuni brani della biografia di Leo Longanesi, di Franco Gàbici, seguiti da giudizi tra parentesi sulle qualità stilistiche del biografo, che è Franco Gàbici. «“Mussolini, questo bisogna riconoscerglielo, badava più alle persone che alle idee” (psicologo), “possiamo dire che Leo la aveva fatta davvero fuori dal vaso”; (stilista, registro basso). […] Procedo per riassunto – scrive Gigi – con inserti d’autore. Mussolini nel 1932 proclama “aria al popolo” e scatena “il piccone demolitore” contro la vecchia Roma. Longanesi tuona contro “lo scempio edilizio”, ma la sua sarà “la classica voce che grida nel deserto”. Giusto per la precisione. Gridò nel novembre del 1950 (filologo)» (pp. 148-150).

Dicevo di un brano che parla di Feltre. Dal libro di Nicola Gardini, I baroni. Come e perché sono fuggito dall’università italiana, scelgo un passo in cui l’autore ricorda la volta che una collega le aveva telefonato per comunicargli che non era stato chiamato professore associato, dicendogli: «“Era scontato che toccasse a te. Era un tuo diritto. Che perdita per Feltre! La letteratura è finita! Quanto mi dispiace…” (Ovviamente finita per Feltre)» (p. 25).

Ovviamente la letteratura non è finita per Pedavena, come dimostra questo libro. Non sono io a tirare in ballo Pedavena. Ecco come l’autore di Improvvisi si presenta nel risvolto di copertina: “Gigi Corazzol è nato a Milano nel 1945. Nell’agosto del 1997 il comune di Pedavena (BL), previa ispezione da parte del giandarme borghigiano di tutta la casa, soffitte comprese, gli ha concesso la residenza. Per le spese si vale, cibi cotti eccettuati, del discount Prix di Feltre, sito in Via Alpago Novello 1”.

Nota. Testo del discorso tenuto all’incontro Improvvisi, di Gigi Corazzol, Caffè Letterario-Enaip, Feltre, 8 gennaio 2025. L’immagine di apertura è un dettaglio della copertina, che riproduce Spruzzino di Rosario Morra. La stessa immagine è ripresa nella quarta di copertina (riprodotta qui in parte, insieme all’aletta con la biografia dell’autore). La copertina Improvvisi ha il marchio Edizioni DBS, che hanno curato la stampa (172 p., finito di stampare settembre 2024); il libro non ha numero ISBN, né prezzo.

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Previsioni del tempo 

23/12/2024 Piero Brunello // Storiografia

Laguna e Terraferma: due sguardi e due storiografie. Nuove prospettive nell’epoca dei cambiamenti climatici. Storia del MOSE scritta dal futuro.

1. Qualche settimana fa mi hanno chiesto un intervento d’occasione: come un editore “di terraferma”, la veronese Cierre, si occupa di temi veneziani. Ho scelto di cominciare dalla prima pubblicazione, uscita nel 1995 e dedicata alla laguna, perché in quei giorni mi era capitato sotto gli occhi un documento dal titolo Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori, fatto circolare il 31 ottobre scorso in occasione della presentazione a Ferrara del romanzo di Wu Ming 1, Gli uomini pesce (Einaudi, Torino 2024), e ora consultabile nel sito dei Wu Ming. Il testo, frutto di un lavoro collettivo di ricerca svolto negli ultimi due anni, guarda al Delta del Po cercando di immaginare come il mare Adriatico, se le attuali previsioni sono fondate, sconvolgerà nel corso del secolo che stiamo vivendo l’area costiera dalle Marche a Trieste. La seconda cosa che mi ha fatto a riprendere in mano il libro sulla laguna è il conflitto, nelle ultime settimane emerso in modo esplicito, tra le esigenze di Venezia e della laguna e quelle del porto commerciale di merci e passeggeri: con le paratoie del Mose che si alzano sempre di più per impedire al mare di sommergere la città, le navi non possono più entrare in laguna. Mi ha fatto anche riflettere la notizia della nascita di nuove isole dentro la laguna come il Bacàn, la striscia di terra che si formava in estate per essere distrutta dalle maree d’inverno, e che ora è diventata stabile e in crescita, mentre al contrario le barene subiscono un forte processo di erosione.

2. Non ho partecipato al volume La laguna, del resto allora non avevo ancora pubblicato con Cierre. Ricordo però che andai a prendere alla stazione di Santa Lucia Gerardo Gerard, coordinatore editoriale del volume, che non conoscevo. In Cierre conoscevo invece ed ero amico, grazie all’amicizia con Mario Tonello, di Irene Insam e Corrado Brigo, e in seguito di Maurizio Miele. Ricordo questo perché un editore è una rete di relazioni.

Era la prima volta, mi disse Gerard, che Cierre sbarcava, per così dire, in laguna. I saggi erano affidati ai migliori studiosi. Ricco l’apparato iconografico, e altrettanto la scelta di schede tematiche. Si capisce perché dalla metà degli anni Novanta Cierre sia diventato un interlocutore serio e affidabile per quanti si occupano di storia di Venezia.

Il libro voleva essere un contributo alle accese discussioni di quel periodo. Il progetto di Expo era stato da poco bloccato da una grande mobilitazione cittadina e internazionale; la progettazione esecutiva del MOSE aveva appena ottenuto il parere favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ma aspettava ancora la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che sarebbe stata negativa. Nell’introduzione del volume Angelo Marzollo, responsabile di un progetto Unesco relativo a Venezia, definiva il progetto di Expo 2000 un “kitch avveniristico” che ricordava l’auspicio di Marinetti di una Venezia moderna sostanzialmente cementificata, e si augurava che il volume potesse essere un “significativo contributo ad una vera salvaguardia di Venezia e della sua laguna” (p. XXI); Giovanni Caniato, uno dei tre curatori del libro (gli altri erano Eugenio Turri e Michele Zanetti), concludeva il suo saggio con l’auspicio che gli amministratori prendessero consapevolezza dei problemi e dell’urgenza con cui dovevano essere affrontati (p. 247).

Riassumendo i contributi del volume, e soprattutto quelli di Vladimiro Dorigo e di Ernesto Canal, Eugenio Turri sottolineava il fatto che la laguna è una costruzione fatta da “uomini che, a un certo momento della loro storia, hanno visto il mare minacciare i loro insediamenti (in età romana l’attuale territorio lagunare era centuriato e quindi popolato)”, e hanno costruito uno spazio lagunare (pp. 5-8), per poi difenderlo dai pericoli dell’interramento.

E la situazione al momento in cui usciva il libro? Allarmante: i fenomeni di eustatismo e di subsidenza verificatisi nel corso del Novecento potevano portare alla fine della laguna. Come all’epoca di Cristoforo Sabbadino, nel Cinquecento, la sopravvivenza della laguna sembrava affidata alla difesa dalle minacce provenienti dalla terraferma: non più solo dal corso dei fiumi che interravano la laguna e apportavano inquinamento agricolo, ma anche dalla zona industriale che minacciava quello che veniva definito un “fragile” e “delicato” equilibrio. Porto Marghera, peraltro in fase di smantellamento, rivelava la propria “incompatibilità con la laguna” (Turri, La valva, p. 31).

Il clima culturale e politico di fine millennio spiega la struttura del libro, cha mette a fuoco l’origine e l’evoluzione dell’ambiente fisico lagunare (livello e caratteristica delle acque, flora e fauna) in rapporto al governo idraulico e ambientale del territorio; oltre a questo il libro dedica molta attenzione alle attività e ai mestieri tradizionali, compresi i lavori all’Arsenale; nessun interesse invece per la presenza del porto (come ho detto, il MOSE non era ancora stato approvato).

3. A trent’anni di distanza è interessante inserire questo volume nel clima culturale e politico di fine Novecento, caratterizzato da quello che pochi anni dopo, nella Storia di Venezia edita dalla Treccani, Luca Pes definiva una nuova ideologia veneziana, neo-insulare, che si focalizza “sulla città e la laguna intese come espressione di una civiltà e di una storia”: riscoperta della dimensione acquea della città (si pensi all’invenzione della Vogalonga); trasformazione di Porto Marghera da “polmone economico della città” a minaccia; idea della “unicità esclusiva” di Venezia; fine del modello della “Grande Venezia”[1]. 

È altrettanto interessante mettere a confronto questo sguardo con quello che sugli stessi temi di storia ambientale si andava sviluppando in terraferma. Il tema è la diversione dei fiumi, portati fuori dalla laguna e fatti sfociare in mare. A Venezia si ammetteva che questa diversione era stata attuata tra “incertezze, arretramenti e riprese”, “tentennamenti, sperimentazioni e, non di rado, insuccessi” (sono parole rispettivamente di Dorigo, in La laguna, p. 186, e di Caniato, in La laguna, p. 230): tuttavia era vista come un inconveniente necessario per uno scopo superiore, ovvero la salvaguardia della laguna. In terraferma invece, penso al Centro di documentazione storico-etnografica del Veneto orientale “Giuseppe Pavanello” di Meolo, il taglio del Sile era visto come “un’autentica calamità”, che aveva seppellito la via Annia, reso impraticabili canali, campi e strade, e condannato alla malaria “i villani della bassa trevigiana”[2].

Siamo dinanzi ai confini mentali che dividono e contrappongono laguna e terraferma, di cui Luca Pes, nel saggio che ho ricordato, fece un attento inventario agli inizi del Duemila[3]. Pochi anni dopo, i comitati sorti a Mestre in risposta agli allagamenti del 2006-2007 ritagliarono un territorio che inizia alle risorgive e si ferma al bordo della laguna[4]; e viceversa l’attivismo civico messo in atto a Venezia dopo la sequenza di acque alte eccezionali del novembre 2019 non ha oltrepassato il ponte della Libertà[5].

4. Si possono unire questi sguardi? I recenti studi di Luigi D’Alpaos e Luca Carniello, che suggeriscono di reintrodurre in modo controllato l’acqua dolce dei fiumi e favorire il canneto in alcune aree della laguna, sono un esempio di uno sguardo che mette assieme corso dei fiumi, laguna e mare, acque dolci e acque salate[6]. Ma a mettere ancor più in discussione l’esistenza di due sguardi separati e di due storiografie – una di terraferma e una lagunare – sono i mutamenti climatici in atto. Se diamo credito alle stime, entro il 2100 (e oggi siamo già a un quarto di secolo), l’innalzamento del livello del mare Adriatico sarà dagli 80 ai 140 cm: naturalmente il mare continuerà prevedibilmente a crescere anche dopo il 2100… In altre parole, a nord e a sud di Venezia, il territorio rischia di andare sotto acqua. “E a che servirà il MOSE se l’acqua entrerà e dilagherà tutt’intorno?”: questa è la domanda posta dall’opuscolo ricordato in apertura, che vede Venezia e la sua laguna come “parte di un ben più vasto sistema di zone umide e territori in bilico tra terra e acqua”[7]. Il documento suggerisce di fare della laguna e del Mose un laboratorio per analizzare eventi, modelli di sviluppo, interventi e soluzioni su scala globale. Chissà come sarebbe strutturato oggi un nuovo volume, sempre pubblicato da Cierre, sui temi di Venezia, dei corsi d’acqua e della laguna: che sia arrivato il momento di pensarci?

Nota. L’immagine di apertura è un dettaglio della mappa dell’area settentrionale dell’Adriatico nell’anno 2100 con il mare più alto di 3 metri rispetto a oggi, allestita dall’artista Alex Tingle a partire dal 2006 nel suo progetto Flood Maps. La mappa intera è disponibile all’indirizzo https://flood.firetree.net/?ll=45.1475,11.7861&zoom=8&m=3&type=hybrid.

L’incontro a cui Piero Brunello si riferisce all’inizio dell’articolo si è tenuto giovedì 5 dicembre 2024, presso la Biblioteca Nazionale Marciana (Una riuscita esperienza editoriale a servizio del patrimonio culturale immateriale di Venezia, nell’ambito di “Storie sotto el fèlze”, ciclo di incontri organizzati da el fèlze, dall’associazione dei mestieri che contribuiscono alla costruzione della gondola – XXI edizione).


[1] Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, II, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2398-2406 (il saggio alle pp. 2393-2435; è ora disponibile anche online: https://www.treccani.it/enciclopedia/gli-ultimi-quarant-anni_(altro)/).

[2] Guida ai luoghi e ai temi di Giuseppe Pavanello, a cura di Mario Davanzo e Guido Perissinotto, Nuova dimensione, Portogruaro 2007, pp. 58-59; La storia orale di… Mario Davanzo, Meolo (Venezia), a cura di Stefano Cattelan, 3 gennaio 2022, in https://www.aisoitalia.org/storia-orale-mario-davanzo/.

[3] Un inventario delle mappe mentali e delle parole per definire il territorio nella seconda metà del Novecento in Pes, Gli ultimi quarant’anni cit., pp. 2393-2398.

[4] Acque alte a Mestre e dintorni. Storie, luoghi, persone (2006-2012), a cura di M. Luciana Granzotto, M. Giovanna Lazzarin, Quaderni di storiAmestre 13, Mestre 2013.

[5] Piero Brunello, Venezia a Mestre. Mappe mentali e idee di città [2019], in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna (Verona) 2022, p. 157.

[6] Luigi D’Alpaos, Luca Carniello, Sulla reintroduzione di acque dolci nella laguna di Venezia, in 26. Giornata dell’ambiente. La salvaguardia di Venezia e della sua Laguna. In ricordo di Enrico Marchi, Atti dei Convegni Lincei (Roma, 5 giugno 2008), Scienze e lettere, Roma 2010, pp. 113-146 (disponibile online: http://www.image.unipd.it/l.carniello/publications/PDF/D’Alpaos&Carniello_LINCEI2010.pdf).

[7] Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori, in https://www.wumingfoundation.com/giap/2024/12/tornare-nel-delta-al-tempo-della-crisi-climatica/.

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Selfie oggi, profilo biometrico domani

09/06/2024 Piero Brunello // Letture

Appunti presi leggendo un libro recente sulla sorveglianza totale e planetaria messa in atto dalle aziende che detengono il monopolio del web.

Il libro

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 20232 (ed or. The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, Public Affairs, New York 2019). È suddiviso in Introduzione (cap. 1), Prima parte (capp. 2-6), Seconda parte (capp. 7-11), Terza parte (capp. 12-17), e Conclusioni (cap. 18), Ringraziamenti, note per un totale di 622 pp. Non c’è un indice dei nomi. L’edizione cartacea in paperback costa 25 euro, il prezzo dell’ebook è 14,99 euro.

Shoshana Zuboff viene presentata come docente alla Harvard Business School dal 1981, e autrice del libro In the Age of the Smart Machine, che nel 1988 predisse l’importanza dell’intelligenza artificiale nella società.

Di seguito un riassunto per punti, molto sintetico rispetto alla mole del libro; alla fine aggiungo alcune mie considerazioni.

Il tema, le fonti, le argomentazioni

Il capitalismo della sorveglianza è costituito da una serie di processi automatizzati che si appropriano dell’esperienza umana, trasformandola in dati, e tutto ciò a nostra insaputa e senza il nostro consenso. Il libro riguarda in particolare Google, Facebook e Microsoft. Le fonti sono brevetti, discorsi, conferenze, video, programmi delle aziende, oltre a 52 interviste a data scientist di 19 aziende diverse. [introduzione, cap. 1]

La prima parte del libro dimostra che il capitalismo della sorveglianza è stato costruito intenzionalmente da determinati gruppi di persone.

La seconda parte mostra come il capitalismo della sorveglianza stia passando dal mondo online a quello reale.

La terza parte esamina l’ascesa di un potere che annulla qualsiasi possibilità di rifugio.

Nelle Conclusioni l’A. spiega perché il capitalismo della sorveglianza si distacca dalla storia del capitalismo.

L’invenzione del capitalismo digitale

Nel 2002 Google cominciò a trasformare i segnali sottesi a ogni azione online in dati che rivelano il comportamento umano e prevedono comportamenti futuri, in modo da inviare un determinato messaggio a una determinata persona al momento giusto, a scopi commerciali, senza la consapevolezza, la conoscenza e il consenso dell’utente. Nel 2004 Google decise unilateralmente di scansionare la corrispondenza dei suoi utenti per generare inserzioni pubblicitarie; nel 2007 Facebook decise unilateralmente di consentire a terzi di tracciare le attività degli utenti (per esempio acquisti). [cap. 2]

Noi siamo gli oggetti dai quali Google estrae le materie prime per fabbricare previsioni, da vendere ai suoi clienti. La segretezza è un tratto fondamentale. [cap. 3]

I fondatori di Google hanno proclamato il diritto ad agire senza vincoli legislativi. Sono riusciti a farlo grazie a un contesto favorevole (le politiche neoliberiste). Importante spartiacque fu la risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Da allora le agenzie di intelligence usano i sistemi di Google. L’A. parla di “affinità elettive” tra Google e servizi segreti e apparati governativi.

Il capitalismo della sorveglianza è utilizzato nelle campagne elettorali (come per Obama). Negli anni di Obama ci fu un intenso passaggio di personale da Google alla Casa Bianca e viceversa. Infine Google si è infiltrata nel mondo della ricerca universitaria. [cap. 4].

Nel 2007 Google lanciò Street View, un’operazione di mappatura delle strade: ancora una volta senza chiedere il permesso e aspettando che la protesta e la resistenza (di cui il libro documenta molti casi in tutto il mondo) si esaurissero. In quell’occasione le auto di Street View raccolsero segretamente dati personali dalle reti wi-fi private.

Nel 2010 Facebook introdusse il pulsante LIKE, che permise di sorvegliare gli utenti e raccogliere dati comportamentali; Facebook ammise inoltre di scansionare i messaggi privati. [cap. 5]

Come nella Conquista spagnola nelle terre americane, anche Google, per impossessarsi dell’esperienza umana, si affida a dichiarazioni. Alla fine ci dicono che tutto ciò è inevitabile. [cap. 6]

L’avanzata del capitalismo della sorveglianza

Oggi il capitalismo della sorveglianza estende le sue operazioni dal mondo virtuale al mondo reale, tracciando continuamente individui e gruppi mediante dispositivi che il singolo si attacca direttamente sulla pelle (un tatuaggio, il trucco, un cerotto), proliferando sensori ovunque (occhiali, letto d’ospedale). [cap. 7]

Esempi di sensori: aspirapolvere della iRobot, il letto Sleep Number, i termostati Nest. Android (inizialmente indipendente, poi acquisito da Google) localizza il dispositivo anche quando la geolocalizzazione è disabilitata, e perfino quando si toglie la SIM. [cap. 8]

Google vuole dirvi che cosa volete prima che lo domandiate: lo scopre attraverso il tono di voce, la struttura del discorso (vocabolario, pronuncia, intonazione, cadenza, inflessione, dialetto). Le smart tv Samsung sono in grado di registrare cosa viene detto da vicino; giocattoli della Genesis Toys connessi a internet coinvolgono bambino e bambina in conversazioni; un microchip prodotto dalla Emoshape e inserito in qualunque cosa è in grado di classificare 12 emozioni diverse. L’azienda di consulenze Cambridge Analytica afferma di possedere quattro o cinquemila informazioni su ogni singolo adulto negli Stati Uniti, grazie a Facebook, e dichiara di aver influenzato le campagne per la Brexit e per Trump. [cap. 9]

Sensori collocati ovunque possono registrare un comportamento e cambiare il contesto in tempo reale (bloccarti l’auto se non sei in grado di guidare), oppure attraverso il contagio emotivo (indurre gli individui a provare emozioni senza che ne siano consapevoli). [cap. 10]

A differenza del vecchio capitalismo che prevedeva relazioni contrattuali, il capitalismo della sorveglianza si sbarazza del contratto, pratica sociale attraverso cui da millenni l’umanità crea la possibilità di un’azione collettiva rivolta a un futuro condiviso. Il non-contratto impone un potere unilaterale, e ci toglie il diritto al futuro.

Siamo dinnanzi a forze che minacciano di distruggere la nostra stessa umanità. L’unica azione possibile è “un ritorno allo stupore e all’indignazione”. [cap. 11] 

Modificare, predire, monetizzare, controllare

Quello che l’A. chiama “potere strumentalizzante” si basa sul “comportamentismo radicale” di Burrhus Frederic Skinner, secondo cui è il contesto a determinare il comportamento: noi non sappiamo come questo possa avvenire e perciò parliamo di “libertà”. Il comportamento umano è prevedibile e può essere conosciuto e previsto scientificamente: oggi la tecnologia è in grado di farlo. [cap. 12]

Quello che l’A. chiama il Grande Altro detiene i mezzi di modifica del comportamento: piega gli individui alle leggi imposte dal capitale. Il Grande Altro sostituisce i rapporti sociali.

In Occidente la sorveglianza è esercitata dai grandi gruppi del capitalismo, dei quali lo Stato si serve, per esempio per rispondere al terrorismo. In Cina invece la sorveglianza è attuata dal governo: uno degli strumenti in fase di attuazione è un sistema che valuta individui (ma anche imprese) su vari aspetti della loro condotta e della reputazione loro e di quella delle persone che frequentano. Chi ottiene punteggi alti riceve ricompense, per esempio possibilità di ottenere finanziamenti o noleggiare una macchina senza caparra; per chi ha punteggi bassi sono previste punizioni, per esempio impossibilità di acquistare un biglietto aereo o di treno, o di acquistare o vendere una casa. [cap. 13]

Gli scienziati di Microsoft lavorano per spostare il controllo automatizzato preventivo dal network alle relazioni sociali, per monitorare costantemente i dati comportamentali di una persona. Quando individua una qualche variazione (una persona che di solito parla sotto voce a un certo punto si mette a urlare, oppure una deviazione statistica) il sistema può intervenire. Lo scopo è uniformare tutti i comportamenti entro parametri prestabiliti. [cap. 14]

Cellulari e dispositivi indossabili (il badge nei luoghi di lavoro) intendono costruire una società in cui ci conformiamo a vicenda, mediante una pressione sociale a partire dalle piccole transazioni tra individui, soprattutto sfruttando i rapporti tra persone che hanno tra di loro legami forti e interconnessi. Obiettivo: una società governata da un computer; sfruttare, controllare e manipolare le reti sociali. [cap 15]

Erving Goffman presumeva l’esistenza di un retroscena dove trovare il vero sé. “Il nostro retroscena si sta restringendo. Non ho quasi più posto per essere davvero me stessa. Anche quando cammino da sola, e penso di essere nel retroscena, accade qualcosa, ad esempio sul mio telefono compare una pubblicità o qualcuno fa una foto, mi rendo conto di essere sulla ribalta, e tutto cambia” (cit. fine capitolo) [cap. 16]

Importante capire quanto grave sia il progetto degli architetti della sorveglianza: “la fiducia sarà soppiantata dall’indifferenza del non-contratto, il bisogno di connessione porterà gli individui della seconda modernità a trasformare le proprie vite in strumenti per gli scopi di altre persone, il sé verrà saccheggiato, il giudizio morale autonomo verrà represso perché il controllo non incontri ostacoli, l’attivazione e la modifica dei comportamenti soffocheranno la volontà di volere, la voce in prima persona sarà abbandonata, e saranno distrutti la politica e i rapporti sociali basati su ideali vecchi e ancora irrealizzati, come l’autodeterminazione e la legittimità dell’autorità e del governo democratico.” (p. 503) [cap. 17]

Conclusioni

Dobbiamo opporci al capitalismo della sorveglianza rafforzando la democrazia. Non possono appropriarsi delle nostre vite; non possono trasformare il riconoscimento – la sensazione di familiarità che proviamo con i nostri cari – nel riconoscimento facciale. «“Basta!” Questa dev’essere la nostra dichiarazione» (p. 539).

Pensieri leggendo il libro

1. Ho letto il libro con crescente angoscia, culminata quando sono arrivato ai giocattoli connessi a internet.

2. Riflettendo sulle pagine in cui l’autrice mostra quanto la tecnologia della sorveglianza dipenda dalle scienze sociali insegnate nelle università, pensavo che la critica non deve limitarsi a Google, ma deve mettere radicalmente sotto accusa i saperi sul comportamento umano che consentono e legittimano la sorveglianza.

3. Fin dalle prime pagine pensavo alle parole di Andrea Caffi quando, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, mostra come i grandi cambiamenti della storia sono nati da rapporti sociali spontanei ed egualitari tra spiriti liberi, che non volevano cambiare le cose ma trasformare i modi di pensare e i costumi. E pensavo: l’insegnamento libertario di Caffi è ancora attuale. Quando però sono arrivato all’ultima parte, in cui l’A. spiega come il capitalismo della sorveglianza sta impadronendosi non più solo del web ma delle reti sociali, soprattutto dei legami più forti tra persone vicine e dei rapporti faccia a faccia, mi sono chiesto: questi scienziati conoscono la forza di resistenza e di cambiamento che hanno le piccole reti sociali, ed è per questo che vogliono prenderne possesso? E subito dopo: sono ancora possibili oggi gli esempi storici di cui parla Caffi (salotti, club, corrispondenza da una parte all’altra dell’Europa)? Con quali modalità? Come deve cambiare l’associazionismo, per esempio?

4. L’A. tiene distinte due questioni: difesa della democrazia (senza per altro definirla, visto che Google si è sviluppato in un sistema che consideriamo democratico), e difesa della privacy: da una parte un insieme di leggi che limitano il potere di Google, dall’altro il diritto alla privacy e agli affetti. Bello quando dice: non lasciamo che trasformino la familiarità che proviamo con i nostri cari nel riconoscimento facciale. A me sembra però che le due questioni siano la stessa, e che alla base della democrazia ci sia la difesa delle reti sociali: perché è all’interno di rapporti sociali spontanei e gratuiti (o che ci si aspetta che siano tali) che si formano l’esercizio della critica e il libero scambio di opinioni.

Nota. Il titolo riprende la frase “Today’s selfie is tomorrow biometric profile” (allestimento al Victoria and Albert Museum, Londra, 2018), parte del Think Privacy Project dell’artista e attivista Adam Harvey, avviato nello store del New Museum for Contemporary Art di Manhattan nel 2016.

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“Capitalismo woke”

29/05/2024 Piero Brunello // Letture

Appunti presi leggendo un libro recente su come “la moralità aziendale minaccia la democrazia”.

Il libro e l’autore

Carl Rhodes, Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, prefazione di Carlo Galli, trad. dall’inglese di Michele Zurlo, Fazi, Roma 2023 (ed. or. Woke Capitalism, Bristol University Press, Bristol (UK) 2022]. L’edizione cartacea costa 20 euro, il prezzo dell’ebook è 10,99 euro.

L’autore viene presentato come professore di Teorie dell’organizzazione e preside della UTS Business School presso la University of Technology di Sydney, Australia.

Il libro è suddiviso in 13 capitoli (il primo è un’introduzione che espone i temi, l’ultimo riassume le conclusioni), per un totale di 314 pagine. Nell’edizione italiana manca l’indice dei nomi, previsto in quella originale; c’è invece una prefazione (di Carlo Galli).

Di seguito un riassunto per punti, alla fine aggiungo alcune mie considerazioni.

Dalla denuncia all’ironia

Il termine woke (“consapevole”) nasce nei movimenti afroamericani statunitensi per indicare attenzione alle ingiustizie e alle discriminazioni sociali e razziali: spesso come esortativo (“stay woke” = “stai all’erta”).

2008: è diffuso da una canzone di Erykah Badu che ripete «I stay woke» (“Io sto all’erta”).

2013: è lo slogan adottato dal neonato movimento Black Lives Matter in segno di protesta per le uccisioni di afroamericani da parte della polizia.

2015-16: il termine passa a indicare l’ipocrisia politicamente corretta delle élite borghesi bianche che ostentano appoggio a cause progressiste come i diritti civili delle minoranze (etniche, di genere), la protezione dell’ambiente eccetera. Da allora il termine è usato in senso ironico: di qui l’espressione “capitalismo woke”.

[Cap. 3, Il capovolgimento dell’essere woke].

Il capitalismo diventa “woke”: alcuni esempi

La compagnia aerea Qantas, la terza compagnia aerea più antica del mondo, associa il proprio marchio alla difesa del matrimonio tra persone dello stesso sesso (2017).

La Nike lancia una campagna pubblicitaria puntando sul giocatore di football americano che aveva protestato contro le uccisioni di afroamericani per mano della polizia (2018).

Il marchio di abbigliamento Zara lancia una collezione di abiti “senza genere” (2018).

Celebrità come l’attore Leonardo DiCaprio e la cantante Katy Perry vanno in Sicilia in un aereo privato per partecipare in un resort di lusso a un vertice sul clima finanziato da Google (2019).

La Apple promuove una campagna pubblicitaria sostenendo il diritto degli immigrati minorenni negli Stati Uniti, sprovvisti di documenti, di ottenere il permesso di soggiorno (2019).

Michael Bloomberg finanzia la chiusura di centrali elettriche a carbone (2019).

La banca d’investimento Goldman Sachs promuove progetti di finanza sostenibile (2019).

L’azienda di gioielli Tiffany pubblica una pagina nei giornali australiani per chiedere al governo australiano di intraprendere azioni decise contro il cambiamento climatico (2020).

Jeff Bezos fondatore di Amazon destina fondi per l’ambiente (2020): pare che Amazon sia tra le aziende più inquinanti al mondo.

Bill Gates fondatore di Microsoft finanzia la ricerca per la prevenzione dell’HIV (2024).

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 8, L’AD attivista; cap. 12, La mano destra elargisce].

Cause da sostenere, cause da non sostenere

Cause “etiche” e “socialmente responsabili” che il capitalismo woke sostiene: diritti LGBTQI+; prevenzione delle molestie sessuali; campagne antirazziste; uguaglianza per le persone con disabilità; azioni contro il cambiamento climatico.

Temi che il capitalismo woke rifiuta: disuguaglianza di reddito e di ricchezza; condizioni di lavoro; evasione fiscale dei potentati economici e finanziari (elusione fiscale, paradisi fiscali).

In ogni caso le aziende sostengono una causa solo se questa ha un forte appoggio nell’opinione pubblica e promette un ritorno di immagine e di vendite.

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 4, Il capitalismo diventa woke].

Come viene giudicato il capitalismo woke

L’A. indica tre punti di vista:

1. quello politicamente conservatore, secondo cui le imprese non devono occuparsi di politica;

2. quello che si riconosce “woke”, secondo cui le imprese devono attivare politiche progressiste a beneficio della società;

3. quello dell’A., secondo cui le grandi imprese controllano sempre più non solo l’ambito economico ma anche quello politico, prendendo il posto dei governi, del dibattito civico, della volontà popolare e delle istituzioni democratiche, e alla fin fine distoglie l’attenzione dalle disuguaglianze crescenti. Il capitalismo “woke” legittima il capitalismo in un momento in cui è messo sotto accusa per le disuguaglianze sociali che produce e per la distruzione del pianeta che comporta.

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 4, Il capitalismo diventa woke; cap. 12, Diventare woke nei confronti del capitalismo woke]

La “responsabilità sociale delle imprese”

1953: Nel libro Social Responsibilities of the Businessman (1953), l’economista Howard Rothmann Bowen sostiene che gli uomini d’affari avessero degli obblighi morali nei confronti della società, sia per il potere che avevano, sia per evitare che il loro potere venisse messo in discussione (cioè in funzione anti-socialista e contro l’intromissione dello Stato). Alla metà del Novecento negli Stati Uniti le imprese usavano la retorica della “responsabilità sociale”.

1962: In Capitalismo e libertà l’economista Milton Friedman (Nobel per l’economia nel 1976) sostiene che i manager dovevano badare agli interessi degli azionisti senza occuparsi di politica. Nel giro di una decina d’anni, neoliberismo (emblemi: Margaret Thatcher, Ronald Reagan): trasformare ciascun individuo in capitalista. Conseguenza: aumento del compenso dei dirigenti, licenziamenti e lavoro precario. Negli Stati Uniti nel 1978 gli amministratori delegati guadagnavano circa 30 volte la media dei lavoratori; alla fine degli anni Novanta il divario è arrivato a 400 volte.

Dal 2000 circa il primato degli azionisti è messo in discussione, torna in auge la retorica della “responsabilità sociale”. Larry Fink, amministratore delegato della società di gestione di investimenti BlackRock dichiara che le imprese devono avere uno scopo sociale, e cita l’esempio dell’IKEA che aveva licenziato un dipendente che per motivi religiosi si era dissociato dalla campagna della società a favore del gay pride (2019). Business Roundtable, che rappresenta gli amministratori delegati delle principali aziende americane, dichiara di volere una “crescita inclusiva” (2019). BlackRock dichiara di ritirarsi da investimenti che mettono a rischio la sostenibilità ambientale (2020).

Una ripresa della “responsabilità sociale”? Sì, ma in un contesto molto diverso. Negli anni Cinquanta del Novecento gli USA vivevano un periodo di crescita economica e di miglioramento delle condizioni di vita, mentre oggi le disuguaglianze vanno aumentando. Oggi l’esibizione della superiorità morale proviene da amministratori delegati, manager e super-ricchi, multinazionali che si arricchiscono grazie a sistemi di elusione ed evasione fiscale, aumentando a dismisura le disuguaglianze sociali. (L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede quasi la metà della ricchezza globale.)

Perché questa retorica woke? si chiede ancora l’A. Perché le disuguaglianze sociali prodotte dal neoliberismo aumentano in modo talmente smisurato da minacciare l’esistenza stessa del capitalismo, alimentando rabbia popolare, nazionalismo e xenofobia. Lo scopo delle imprese non è ripristinare la democrazia, ma distruggerla.

Un tempo le imprese, per legittimarsi moralmente, ricorrevano alla mano invisibile del mercato; ora si presentano come salvatrici dalle disuguaglianze sociali e dallo sfruttamento che esse producono.

Fine della democrazia: si sta formando una nuova plutocrazia, governano i ricchi.

[Cap. 2, Populisti aziendali; cap. 4, Il problema del capitalismo woke; cap. 6, Un lupo in abiti woke]

Antirazzismo?

La Nike ha associato il marchio alla protesta per l’uccisione di afroamericani da parte della polizia: e altrettanto hanno fatto McDonald’s, Netflix, Starbucks. Le grandi aziende hanno assunto gli scopi del movimento Black Lives Matter ma cancellandone il carattere radicale, cancellando la denuncia del nesso tra razzismo e capitalismo (e quindi i richiami al colonialismo e alla schiavitù). Il capitalismo woke sfrutta quindi le persone di colore, non solo il loro lavoro, ma anche le loro idee, privandole dell’azione politica che si oppone allo sfruttamento capitalistico e razziale.

[Cap. 10, Capitalismo razziale / capitalismo woke]

Prefazione all’edizione italiana: “dall’Australia con rigore”

Nella Prefazione Carlo Galli riassume in forma sintetica i temi e le argomentazioni del libro, facendo proprio l’invito dell’A. a esercitare la critica e a sottrarsi “allo spettacolo e alla mercificazione, e all’autogiustificazione morale e narrativa del capitalismo” (p. XIV).

Pensieri leggendo il libro

1. Laddove leggevo “obiettivi progressisti”, pensavo: obiettivi considerati progressisti e accettati dalla maggioranza dei potenziali consumatori. Anche il termine “progressista” va storicizzato. E mi chiedevo: sono le imprese a decidere quali obiettivi sono progressisti e quali no? Sarebbero da studiare esempi storici che illuminano il rapporto tra obiettivi ritenuti progressisti e fenomeni di moda.

2. Leggendo il capitolo Capitalismo razziale/capitalismo woke, facevo confronti con il caso italiano. Pensavo cioè a come l’assegnazione degli individui alle rispettive comunità sia l’esito di sistemi giuridici, mercato del lavoro, politiche dell’immigrazione, presenza della Chiesa cattolica; e riflettevo su quanto trasversale alle diverse ideologie sia in Italia l’estetica del multiculturalismo. Per finire con queste considerazioni:

a. Le disuguaglianze sociali vengono cancellate: anzi no, le piramidi razziali (di cui parlano Al Amin Rabby e Teresa Ferraresi in altre pagine di altrochemestre.it) vengono trasformate in “diversità culturali”, rendendo identitario qualcosa che è invece una costruzione sociale. 

b. La protesta contro le disuguaglianze sociali e razziali viene trasformata in compiacimento per la varietà multiculturale: ripulita da conflitti e gerarchie, la realtà urbana è colorata e arricchita dalla varietà multiculturale.

3. L’A. contrappone il potere delle élite economiche alla democrazia; e quando si contrappone al capitalismo lo fa in nome dei cittadini, della maggioranza, delle istituzioni democratiche, della cittadinanza, del bene comune, dell’autogoverno, di governi eletti dal popolo. L’A. non si chiede perché il potere del capitalismo utilizza la democrazia per i suoi scopi e possa convivere con le sue istituzioni politiche e con “governi eletti dal popolo”. Leggendo il libro si pensa spesso che laddove l’A. finisce (l’appello alla democrazia), lì invece dovrebbe cominciare (cosa significa democrazia?).

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