• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
altrochemestre

altrochemestre

Documentazione e storia del tempo presente

  • Chi siamo
  • Contatti/Newsletter
  • Rubriche
    • Altrochemestre
    • Carte false
    • Elementi del paesaggio
    • Idee
    • Laboratorio
    • Letture
    • Mappe
    • Opinione pubblica
    • Punti di osservazione
    • Scene dal presente
    • Statistiche
    • Storiografia
  • Autori
  • Cerca

Piero Brunello

L’algoritmo sulla città

30/07/2026 Piero Brunello Elementi del paesaggio

Breve storia della “Smart Control Room” del Comune di Venezia, realizzata a partire dal 2017. Società partecipate e partner tecnologici. Obiettivi dello sguardo che organizza la raccolta dei dati e le gerarchie della classificazione. Se Venezia è una smart city, chi sono gli smart citizens?

Mi sarei aspettato che la presenza della Smart Control Room nell’isola del Tronchetto provocasse un’accesa discussione, se non una vera ondata di proteste, e invece così non è accaduto. Continua infatti a prevalere l’idea che i dati raccolti dalla Smart Control Room siano oggettivi e neutrali, e che il dibattito debba riguardare essenzialmente il loro utilizzo: come impiegarli, se e in quale misura condividerli, e come garantire la tutela della privacy. Le pagine che seguono intendono invece dimostrare che la Smart Control Room non è un semplice strumento di raccolta dei dati, ma un sistema che attribuisce significato alle informazioni, contribuendo a costruire una particolare rappresentazione della realtà urbana e a definire ciò che viene riconosciuto come conforme o anomalo, rassicurante o sospetto: per riassumere, la Smart Control Room non si limita a rilevare una realtà già data, come pretende di fare, ma la ordina attraverso le proprie categorie di classificazione.

Dal controllo del traffico al calcolo di un ticket d’accesso a Venezia (2017-2020)

Il 12 luglio 2017 la società Venis s.p.a. – costituita nel 1989 dal Comune di Venezia per rendere più efficienti i servizi pubblici mediante l’uso di tecnologie informatiche – avviò la procedura per “lo sviluppo e la successiva realizzazione di un sistema integrato per il controllo e la gestione della mobilità e della sicurezza stradale”. Il progetto, reso possibile da fondi europei dedicato allo “sviluppo urbano sostenibile”, avrebbe dato vita a una Smart Control Room[1].

Il 20 dicembre 2018 la Giunta comunale approvò il progetto definitivo di ristrutturazione dei locali del Tronchetto destinati ad accogliere la Smart Control Room e la nuova sede della Polizia Locale. Il progetto fu sviluppato da TIM-Telecom Italia e Olivetti per Venis[2].

Il nuovo edificio fu presentato il 12 settembre 2020 “alla presenza delle autorità civili e militari cittadine”. In quell’occasione ne venne spiegato il funzionamento.

La Smart Control Room, affidata ai Vigili Urbani, raccoglie, integra e unifica i dati provenienti da tutte le centrali di controllo pubbliche e private attive in città, compresi i dati di localizzazione aggregati e anonimizzati forniti dagli operatori di telefonia mobile. In questo modo è in grado di monitorare presenze in città, spostamenti di persone, numero tipologia velocità di imbarcazioni nei canali, passaggi dei mezzi pubblici, traffico (stradale, acqueo, aereo e ferroviario), flussi turistici, previsioni meteorologiche, situazione dei parcheggi, nonché i dati provenienti da telecamere, sensori e sistemi di videosorveglianza gestiti da Actv/Avm, Centro Maree, Comune, Polizia Locale, Protezione Civile, Venis e Veritas.

La stanza può contenere fino a 88 persone; un interrato accoglie spogliatoi, un’armeria, uno spazio di addestramento, una sala di identificazione e fotosegnalamento e sette camere di sicurezza videosorvegliate e dotate di servizi igienici per le persone fermate o arrestate.

Presentando la Smart Control Room, il sindaco Luigi Brugnaro indicò una funzione di cui mai prima si era parlato, dicendo che l’infrastruttura sarebbe stata “alla base per la gestione del contributo di accesso fondamentale per la gestione dei flussi turistici”[3].

Dimenticavo una cosa. Durante l’amministrazione del sindaco Brugnaro (2015-2026), l’area del Tronchetto è stata destinata, tra l’altro, allo sviluppo di nuove strutture ricettive. Accanto alla Smart Control Room, nata per “gestire i flussi turistici”, sorgono così oggi due alberghi, con 728 camere e una capacità complessiva di circa 1.500 ospiti, in un luogo che fino ad allora era privo di ricettività alberghiera[4].


Nascita di una neolingua

Le istituzioni che avevano dato vita alla Smart Control Room rilasciarono dichiarazioni entusiastiche.

Il sindaco Brugnaro annunciò che l’opera era “un vero e proprio fiore all’occhiello per una Città unica al mondo che può finalmente contare su un polo altamente innovativo e all’avanguardia dal quale garantire la sicurezza di tutti e un pronto intervento nel caso di necessità”.

La Tim affermò che il progetto era “unico in Italia”. “Tutti questi dati, rielaborati garantendo il pieno rispetto della privacy, contribuiscono ad ottimizzare i servizi pubblici e a progettarne di nuovi funzionali alle esigenze dei cittadini”.

Per il comandante dei vigili l’opera garantiva “la sicurezza e la vivibilità della nostra città”.

Attorno alla Smart Control Room si è sviluppata una neolingua improntata al compiacimento, alla promessa e alla rassicurazione.

Prendete parole come controllo, gestione meglio se partecipata, innovazione, sostenibilità, sicurezza urbana, coesione che può essere sociale o comunitaria, strategie meglio se condivise. Dove il significato non è chiaro, ditelo in inglese, a cominciare da smart. A proposito di Venezia sarà bene avvertire che è una realtà complessa; se poi avete a cuore l’ambiente, non dimenticatevi di aggiungere che è un territorio fragile. Fatto? Mettete le parole in un bussolotto. Agitate un po’ (o fatelo fare all’Intelligenza Artificiale). Ne usciranno espressioni ispirate come “individuare strategie condivise per lo sviluppo urbano sostenibile e la riqualificazione del territorio”, “promozione di una maggiore vivibilità e coesione sociale”, “sviluppo di nuovi scenari di mobilità urbana smart e sostenibile”. In un’intervista potrete limitarvi a dire alla buona che la Smart Control Room “è il cuore pulsante della città pensato per garantire la sicurezza e il controllo della mobilità a 360 gradi”. Vi serve una chiusura a effetto? “Venezia città del futuro”.


Dal Panopticon che sorveglia al Panopticon che prevede

Il Panopticon, com’è noto, è un modello di carcere ideale, costituito da una torre centrale che osserva le persone detenute nelle celle disposte ad anello. Le persone a) non possono avere contatti tra di loro, b) sanno di poter essere sempre osservate da un sorvegliante che non può essere visto.

Si dirà che, a differenza del Panopticon, la Smart Control Room non impedisce il contatto laterale tra le persone sottoposte a sorveglianza. È vero solo in parte. A Venezia, come in molte altre città, la gestione della mobilità identifica, classifica e separa le persone sulla base di categorie amministrative, sottoponendole a regole, percorsi e procedure di controllo differenti: tornelli dedicati a residenti e non residenti, verifiche del pagamento del contributo di accesso o del diritto all’esenzione, modalità differenziate di attraversamento dello spazio urbano. Vi è poi un secondo aspetto. Se il Panopticon isolava i corpi nello spazio architettonico, la sorveglianza diffusa tende a trasformare lo spazio pubblico in un ambiente di osservazione permanente. In tali condizioni gli individui possono essere indotti a ridurre le interazioni sociali, a considerare ostile e pericoloso il mondo esterno e a privilegiare gli spazi privati rispetto a quelli pubblici. (Paradossalmente, quanto più lo spazio urbano viene rappresentato come oggetto di una sorveglianza permanente, tanto più può essere percepito come un luogo potenzialmente pericoloso, alimentando proprio quella domanda di sicurezza che giustifica l’ulteriore espansione dei dispositivi di controllo.)

Rispetto al Panopticon, la Smart Control Room introduce una tecnica ulteriore: la sentiment analysis, che estende la sorveglianza dalla registrazione dei comportamenti all’inferenza di emozioni, opinioni e possibili comportamenti futuri. In altre parole la Smart Control Room non solo identifica, registra e classifica automaticamente atteggiamenti, stati d’animo e orientamenti collettivi, ma li prevede e li anticipa sulla base di schemi predittivi, facendo attivare segnali di allarme e specifiche procedure d’intervento.

Chi stabilisce la soglia che separa la normalità dal sospetto e quali condotte vengono considerate una minaccia per la “sicurezza” e il “decoro”? Come vengono costruiti gli algoritmi che incorporano tali definizioni e con quali dati vengono addestrati? In che modo gli algoritmi apprendono a identificare individui, comportamenti e situazioni come anomali o potenzialmente rischiosi?

Annunciando nel 2019 l’avvio di una Smart Control Room a Firenze, l’allora sindaco Dario Nardella dichiarò di ispirarsi al modello di Tel Aviv. E nel caso di Venezia? Quali sono i luoghi di produzione, sperimentazione e circolazione delle tecnologie di sorveglianza? Come viaggiano algoritmi, piattaforme, pratiche amministrative e modelli organizzativi da una città all’altra? E come possono collegarsi tra di loro le voci critiche e di movimenti di opposizione che si stanno formando nelle diverse città?

Condivisione dei dati e privacy

Come ha reagito l’opposizione nel Consiglio Comunale di Venezia? Il gruppo consiliare del PD concorda sul fatto che la Smart Control Room offre la “la possibilità di sviluppare strumenti di analisi innovativi per lo sviluppo delle politiche di governance dei flussi turistici in modo sostenibile (sociale, ambientale ed economico)”[5], ma chiede da un lato la condivisione dei dati e dall’altro un sistema di controlli a salvaguardia della privacy.

In una mozione del 12 luglio 2022, Paolo Ticozzi chiede di garantire “agli interessati l’accesso, l’interrogazione e lo scaricamento di dataset estratti dai big-data raccolti dalla Smart Control Room che sarà ritenuto opportuno condividere”[6].

In una mozione del 12 settembre 2023 Giuseppe Saccà, ribadendo la richiesta avanzata da Paolo Ticozzi, chiede la costituzione di una commissione tecnico-scientifica “in modo da arrivare alla determinazione sia dei giorni di maggiore criticità sia della soglia giornaliera di presenza nella massima trasparenza e condivisione pubblica dei dati”[7].

Il 7 gennaio 2026 Paolo Ticozzi chiede garanzie circa chi possa accedere alle immagini di videosorveglianza, per quali finalità e secondo quali procedure, per quanto tempo i dati vengano conservati, se le operazioni compiute dagli operatori siano tracciabili e quali soggetti siano incaricati di verificare il rispetto delle finalità istituzionali e il corretto utilizzo delle informazioni raccolte[8].

Da parte comunale quali risposte sono venute? Alla richiesta di condivisione dei dati, i dirigenti di Venis rispondono che la Smart Control Room è già dotata di una Scientific Room, aperta alle istituzioni scientifiche e ai portatori di interesse.

Quanto alla privacy, in dirigenti di Venis rispondono che a) il sistema non è in grado di abbinare le immagini di sorveglianza con informazioni legati alla Sim del telefono, b) che i dati telefonici sono aggregati, cioè non forniscono nomi ma informazioni di tipo statistico. Ma perché dovremmo fidarci di chi manipola i dati? Perché, rassicurano i dirigenti di Venis, le immagini possono essere viste solo da “chi ha una divisa”. Ma a voi pare una rassicurazione?

I primi a dubitare di quanto il rispetto della privacy sia in pericolo sono i dirigenti di Venis. In una intervista agli autori del video Smart Controlled (2024), uno di loro ha infatti dichiarato che “in mani sbagliate il sistema può avere effetti devastanti”[9].

Sorvegliare: chi e che cosa?

Chi ha detto che le telecamere di sorveglianza debbano essere rivolte verso i sorvegliati? Perché non potrebbero monitorare i sorveglianti? La stessa logica di monitoraggio applicata ai fenomeni urbani potrebbe essere rivolta perciò all’infrastruttura della sorveglianza stessa, tracciando i flussi dei dati, gli accessi, le correlazioni effettuate e i soggetti che ne fanno uso.

In altre parole, sarebbe importante analizzare i criteri attraverso cui una Smart Control Room rende alcuni fenomeni visibili e ne oscura altri, nonché le gerarchie di rilevanza che orientano i suoi modelli operativi.

Potremmo per esempio monitorare indicatori di rischio relativi all’operato dei funzionari pubblici, elaborando indicatori predittivi di rischio corruttivo.

Potremmo monitorare indicatori di rischio idrogeologico associati al consumo di suolo, stimando la probabilità di allagamento conseguente all’impermeabilizzazione del suolo, individuando trend, anomalie e soglie di rischio utili a intervenire tempestivamente.

Potremmo chiederci cosa accadrebbe se una Smart Control Room estendesse il proprio raggio d’azione al sistema sanitario, mettendo in relazione dati sull’attività degli ambulatori, sui processi di privatizzazione dei servizi, sulle liste di attesa e sull’affollamento dei pronto soccorso con quelli ricavati dalla sentiment analysis, capace di rilevare e classificare le percezioni e gli umori degli utenti, fino a trasformare questo insieme di informazioni in indicatori, correlazioni e modelli predittivi capaci di classificare, anticipare e orientare i comportamenti.

Potremmo infine chiedere alla Smart Control Room di elaborare indicatori capaci di segnalare processi di progressiva privatizzazione del patrimonio pubblico e di valutarne gli effetti sulla qualità e sull’intensità delle relazioni sociali nello spazio urbano, analizzando la correlazione tra fruizione collettiva dei luoghi e senso di sicurezza degli abitanti.

La città visibile

I pochi esempi proposti sono soltanto alcuni tra i molti possibili, per dire che è sì importante esigere dalla Smart Control Room trasparenza nell’uso dei dati e tutela della privacy, ma che altrettanto importante è discutere quale città vogliamo rendere visibile. La Smart Control Room non registra semplicemente la realtà urbana, ma contribuisce a definire ciò che è visibile, rilevante e governabile. Per questo è necessario lavorare alla costruzione di un diverso immaginario urbano, capace di far emergere correlazioni e fenomeni che gli attuali modelli di osservazione non registrano o considerano irrilevanti.

Gli occhi della Smart Control Room ricordano quelli di un’agenzia di promozione turistica, che osserva la città attraverso itinerari, flussi di visitatori, dati sulla mobilità, servizi disponibili e opportunità di fruizione. Uno sguardo di questo tipo tende a ricomporre lo spazio urbano in un’unica immagine funzionale alla fruizione turistica. Vede così una sola città – Venezia – là dove altri sguardi individuano due realtà urbane differenti: Venezia e Mestre, con storie, funzioni e pratiche quotidiane diverse.

Lo stesso processo può essere applicato a una scala più minuta, quella dei quartieri e dei luoghi della vita quotidiana. Una rappresentazione costruita prevalentemente attraverso flussi, attrattori, tempi di percorrenza e concentrazioni di presenze privilegia gli spazi di attraversamento e di consumo, mentre cancella quei luoghi che producono socialità senza generare necessariamente grandi flussi: piazze di quartiere, negozi di vicinato, mercati, spazi associativi, luoghi di incontro informale, rapporti faccia a faccia, giochi di bambini e così via.

La città che emerge dalla Smart Control Room dipende dunque dai criteri con cui vengono selezionati i dati e definite le priorità: una città può apparire come rete di itinerari e servizi da ottimizzare, oppure come insieme di relazioni, memorie e pratiche quotidiane difficili da tradurre in indicatori[10].

Smart City, Smart Citizens

La Smart Control Room rende visibile l’idea a) che i problemi della città – dall’aumento del livello del mare all’overtourism – sono sotto controllo, b) che i problemi urbanistici, ambientali, economici e sociali possono e devono essere affrontati e governati attraverso tecnologie digitali, dati e algoritmi.

La Smart Control Room dichiara di voler raccogliere, monitorare e coordinare dati e servizi. In realtà interpreta: classifica, stabilisce priorità, individua correlazioni, produce previsioni, distingue la conformità dalla devianza e il normale dall’anomalia, trasforma un flusso eterogeneo di eventi in una rappresentazione ordinata della realtà, decide che cosa sia visibile e rilevante e che cosa possa essere trascurato, traducendo i dati in protocolli d’azione. Ogni modello della realtà, tuttavia, implica inevitabilmente una semplificazione e quindi un margine di errore. Nel caso dei sistemi di intelligenza artificiale, il problema è ancora più delicato, perché, come ci spiega Francesca Liguori in un suo recente contributo a questo sito, non siamo in grado di valutare se essi generino risposte “con un errore superiore a quanto riterremmo accettabile non conoscendo a priori la risposta giusta”[11].

La Smart Control Room viene presentata come uno strumento che permette agli amministratori di prendere decisioni. Protocolli e algoritmi in realtà non sono semplici strumenti di raccolta ed elaborazione dei dati, ma organizzano essi stessi il processo decisionale. Al pari di altre realtà sociali, come la sanità o la guerra, la gestione urbana diventa una sequenza di decisioni automatizzate.

La Smart Control Room, integrando determinati dati e non altri, non solo contribuisce a definire ciò che costituisce la città, ma anche a promuovere un particolare modello di cittadinanza: quello dello “smart citizen”, il cittadino che orienta i propri comportamenti in funzione degli obiettivi di governo incorporati nel sistema.

Nota sull’espressione “Smart Control Room”

Nei primi anni Duemila l’espressione “Smart Control Room” veniva usata negli Stati Uniti per indicare una sala di controllo digitale di alcuni tipi di reattori nucleari (International Atomic Energy Agency, Status of Advanced Light Water Reactor Designs, 2004, pp. 685-686, in https://www-pub.iaea.org/MTCD/Publications/PDF/te_1391_web.pdf), tuttavia il modello a cui si ispirano i sistemi di sorveglianza urbani è la Smart Control Room presentata a Karlsruhe dal gruppo di ricerca “Perceptual User Interfaces” del Fraunhofer IITB nel marzo 2009 (Stiefelhagen, Rainer, Geisler, Jürgen, Forschen mit dem Smart Control Room, in Jürgen Geisler, Jürgen Beyerer (Hrsg.), Mensch-Maschine-Systeme. Wissenschaftliches Kolloquium 5. März 2009, Fraunhofer IITB, Karlsruhe, KIT Scientific Publishing, 2010, pp. 81-82 disponibile online).

Di che cosa si trattava? In una stanza di circa 6 metri per 9 e alta 4, 11 telecamere fissate alle pareti e sul soffitto monitoravano le persone presenti fornendo immagini in tempo reale a una parete di schermi di 4 metri per 2,40. Gli schermi erano controllati da un PC che poteva fare le seguenti operazioni: zoomare; identificare una persona tramite riconoscimento facciale; fornire una ricostruzione dello spazio in 3D; analizzare e prevedere postura, direzione dello sguardo e gesti di ogni persona, e quindi prevedere le interazioni umane. Si poteva inoltre impostare una determinata modalità di visualizzazione, per cui sullo schermo potevano comparire informazioni relative alla situazione o alla persona, per esempio una scheda segnaletica. Il progetto prevedeva infine d’integrare a breve il riconoscimento vocale e altri elementi di percezione acustica.

Nota. La mappa con l’ubicazione del Tronchetto è stata prodotta con googlemaps. Le immagini che illustrano l’articolo sono state create con l’Intelligenza Artificiale.


[1] https://www.venis.it/it/node/956; https://www.venis.it/sites/www.venis.it/files/redazione/Trasparenza/Contratto%20di%20Affidamento_smar%20control%20room.pdf.

[2] https://live.comune.venezia.it/it/2025/04/la-giunta-approva-i-progetti-definitivi-della-nuova-sede-della-polizia-locale-e-della-smart.

[3] https://www.gruppotim.it/it/archivio-stampa/corporate/2020/CS-Il-Comune-di-Venezia-con-la-Polizia-Locale-e-Tim-presentano-la-Smart-Control-Room.html; https://live.comune.venezia.it/it/node/131714; https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/09/12/venezia-una-smart-control-room-per-gestione-flussi-in-citta_4fdd4aa7-2fd4-419c-9311-65d0b1c4cacc.html.

[4] Variante al n. 32 del Piano degli interventi approvata il 15 novembre 2018, in https://live.comune.venezia.it/index.php/it/node/127416; cfr. Nuovo hotel Hampton by Hilton al Tronchetto: tre piani da 65 milioni di euro, “La Nuova Venezia”, 18 luglio 2025; ricavo il numero delle camere nelle due strutture dall’interrogazione n. 1103 presentata il 7 febbraio 2025 da Alberto Fantuzzo in Consiglio comunale, cfr. https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-ispettivi/1/archivio/18?m=3.

[5] Così la mozione presentata da Giuseppe Saccà il 12 settembre 2023, in https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-indirizzo/1/atto/457?utm.

[6] https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-indirizzo/1/atto/295?m=3&utm.

[7] Cit., https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-indirizzo/1/atto/457?utm.

[8] https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-ispettivi/1/atto/1406.

[9] L’intervista a Marco Bettini, che parla a nome di Venis spa, sono nel video di Fulvio Nebbia e Alberto Puliafito, Smart Controlled, IK Produzioni e Slow News, aprile 2024, https://www.youtube.com/watch?v=LKFC0pvBsxA.

[10] Una buona introduzione a questi temi in Shannon Matter, A City Is Not a Computer: Other Urban Intelligences, Princeton University Press, Princeton 2021 (in particolare il capitolo City Console, pp. 18-50); ancora attuale è la Prefazione di Stefano Rodotà a David Lyon, La società sorvegliata. Tecnologie di controllo della vita quotidiana, trad. di Adelino Zanini, Feltrinelli, Milano 2002.

[11] Francesca Liguori, Lavorare con Intelligenza, online, altrochemestre.it, 22 luglio 2026.

Archiviato in:Elementi del paesaggio Piero Brunello

Un viaggio nel mondo dei morti

23/04/2026 Piero Brunello // Letture Storiografia

Leggere un libro che racconta cronache giudiziarie del 1571-1572 dall’Archivio del Comune di Castelfranco Veneto. Rilevanza degli eventi e spaesamento, sguardo storico e tonalità del racconto: il passato è un mondo esotico in cui ci pare di scorgere qualche tratto familiare.

1. Botte da orbi di Fabio Bortoluzzi “esamina e racconta una voluminosa busta conservata nell’Archivio Storico Comunale di Castelfranco Veneto. La busta è la n. 18 della serie Reggimenti. Consta di 1700 carte e copre all’incirca un anno e mezzo, dal marzo 1571 all’ottobre 1572”[1]. Spiega l’autore nella Premessa che quella serie è stata “il primo archivio che ho visto, nell’estate del 2002, quando ancora non sapevo cosa fosse, e a cosa servisse, un archivio. Avevo letto un libro, Cineografo di banditi su sfondo di monti di Gigi Corazzol[2], e volevo sapere se di storie come quelle che Corazzol aveva trovato nell’Archivio storico del comune di Mel fosse rimasta traccia anche in quello di Castelfranco. È andata a finire che faccio l’archivista di lavoro”.

2. Quello di Bortoluzzi, che per mestiere è appunto funzionario archivista, ora in servizio presso l’Archivio di Stato di Vicenza e la dipendente sezione di Bassano del Grappa, è un bel libro. Quando un libro è scritto bene, come questo, si dice che si legge come un romanzo. Questo senso di inferiorità della storia nei confronti della narrativa non lo capisco. Ci sono romanzi scritti bene e romanzi scritti male, così come ci sono libri di storia ben scritti e libri storia brutti. E questo è un bel libro di storia. Certo, Fabio Bortoluzzi ha imparato molto – e si sente – dalla lettura di narratori come Gigi Meneghello e Luciano Bianciardi. Ma questo rimane un libro di storia.

Nell’introduzione scrive: “mentre ti aspetti che la Storia serva a rendere familiare lo sconosciuto capita l’esatto contrario, e cioè che girando le carte anche il passato che credevi familiare si rivela estraneo, tutto si complica, tutto diventa più ricco” (p. 8). Bortoluzzi dice di aver ripreso questa frase da una conversazione che avevamo avuto. Sì, lo constatiamo ogni giorno: la realtà supera il romanzo e per questo continuiamo a studiare storia. Caso mai non si comprende perché si preferisce che la realtà divenga materia per opere di finzione anziché per libri di storia. 

Il periodo raccontato in questo libro è quello in cui, se si leggono i libri di storia veneta, l’evento importante che succede è la battaglia di Lepanto. Nel libro la battaglia di Lepanto non c’è, però sta sullo sfondo come una minaccia incombente. “Quello del vagabondo è da sempre un mestiere difficile – scrive Bortoluzzi –, ma nel 1571 di più: Venezia è in guerra coi turchi, alle galee servono braccia in surplus” (p. 47). I vagabondi arrestati vanno consegnati ai Provveditori all’armar e messi al remo, i Podestà subiscono pressioni dall’alto per raccattare uomini. Chi mette le mani su un vagabondo ha diritto alla taglia. Viene preso Domenego Favero, già giudicato inabile alla galea dopo essere stato colpito da due frecce in “una scaramuccia che fece col corsaro” quand’era ai remi in una galea di messer Marcantonio Foscarini. Chiamano due medici. Lo trovano “mal disposto, et pien di mal franzoso”, e con una ferita al piede che va “da banda a banda”. Il giudizio clinico è che in quelle condizioni non sopravviverebbe alla galea, però “potrebbe servir alla galea se non per pianèr per segondo, et se non per segondo per terzicchio”. Una nota ci spiega che i termini “pianèr”, “segondo” e “terzicchio” indicano la posizione dei forzati sulla panca del remo; il terzicchio è il vogatore più vicino al mare (p. 19).

3. Grazie a una ricerca storica, l’invisibile diventa visibile, un paesaggio fino a quel momento familiare diventa sconosciuto; e proprio per questo, proprio perché cessa di confermare le cose che conosciamo già e che ci aspettiamo di trovare, proprio per questo riusciamo a conoscerlo. Come si seppellisce una neonata quando non ci sono soldi per una cassa di legno? La si mette tra due coppi (p. 15).
Qualcuno ha detto che la storia è un viaggio nel mondo dei morti. Ma chi fa storia ne parla come se i protagonisti fossero vivi. È questo a dare alla storia una dimensione essenzialmente tragica, e ad assegnare una così grande importanza alla scrittura, cioè al tono di voce di chi compie il viaggio. Fabio Bortoluzzi lo sa. Si mette ai margini della scena, cambiando spesso angolo di visuale e ascolta: cioè dà la parola. Per lo più resta attonito. Descrive le modalità tecniche della tortura – con la corda, con il fuoco – e non commenta. Per non parlare dell’individuazione del colpevole. “Basta un fascicoletto di venti carte e una pagina per sapere come sono andate veramente le cose? – si chiede – La domanda è retorica ma, a scanso di equivoci: no” (p. 17).

4. L’autore entra raramente in scena, forse una volta o due, e quando lo fa si capisce chiaramente. Per esempio, dopo aver descritto la tortura con la corda, Bortoluzzi scrive: “Poro Piero! Appeso alla corda, saccato, squassato, disarticolato. Dev’essere stato sfinito se invece di urlare di dolore gemeva planimode, si lamentava sommessamente, finché non fu ordinato di farla finita, di tirarlo giù, slegarlo e riportarlo in cella” eccetera. Per finire: “Perché benché feroce – feroce ma insulsa, com’è proprio dei sadici – anche il mestiere del boia ha una sua deontologia. Maledetti” (p. 61). La regola a cui Fabio si attiene è quella fissata e fatta propria da Gigi Corazzol, cioè che l’autore non deve sovrapporre la propria voce a quelle delle sue fonti, dei suoi personaggi. Non si canta sopra la voce dei cantanti e delle cantanti in scena. Se l’autore dice la sua, chi legge non deve aver dubbi sul cambio di voce.

5. Le storie raccontate in queste pagine parlano di brìtole, manarini, archibugi, lavoratori girovaghi che dormono nei fienili, catene del foghèr prese a prestito su pegno, case dove non c’è neanche una candela, condanne alle galee e pellegrinaggi a piedi alla Madonna di Loreto. Queste vicende danno il senso di un mondo altro e sconosciuto: eppure si svolgono in un ambiente familiare, di case, strade, chiese e paesi che conosciamo, che frequentiamo, per non dire del dialetto usato negli interrogatori (mi rendo conto che devo aggiungere una cosa che ho dimenticato di dire: che l’autore è di Castelfranco, e tuttora ci abita). Questa fusione conferisce un che di humor in tutte le pagine, come succede nei casi di estraniamento. Faccio un solo esempio. Danno la caccia a due tipi sospetti, che hanno ucciso una donna colpevole di aver abbandonato il marito, un trevigiano. Vanno “cantando e cavalcando al galoppo uno un cavallo bianco e l’altro un cavallo rosso”. Portano “habiti da villan”. Portano un cappello nero, forse una barba posticcia. Interrogano i testimoni. Ecco la testimonianza di un Giovanni Maria Rizzi da Brusaporco di ritorno da messa: “nel vederlo passar alzando li ochi mi parea haver ciera et agire da trevisan” (p. 56). Aspetto e modi di fare da cittadino, sotto un travestimento da contadino: e questo detto a un giudice veneziano. A uno di Brusaporco non gliela si fa.

Nota. Rielaborazione dell’intervento tenuto durante la presentazione del libro alla Biblioteca comunale di Castelfranco, il 7 giugno 2025.

L’immagine di copertina è tratta da Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, pp. 94-95.


[1] Matteo Melchiorre, Introduzione a Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, 96 p. (Quaderni di Biblioteca, Museo, Archivio – Città di Castelfranco Veneto, a. III, n. 2, gennaio 2025).

[2] Gigi Corazzol, Cineografo di banditi su sfondo di monti. Feltre 1634-1642, Unicopli-Libreria editrice Pilotto, Milano-Feltre 1997.

Archiviato in://, Letture, Storiografia Piero Brunello

Il castello inesistente

08/01/2026 Piero Brunello // Storiografia

La ricerca di un “Castelvecchio” a Mestre, nel “buco nero” dell’ex Ospedale Umberto I. Storia, storiografia e marketing territoriale; uso pubblico dell’archeologia; invenzione di luoghi della memoria e di miti fondativi. Geografie dei luoghi perduti; riti per individuare il centro, fissare le periferie e delimitare i confini. Sullo sfondo il tramonto dell’idea di città metropolitana.

Negli ultimi vent’anni circa, a Mestre si riscopre l’esistenza di un “Castelvecchio”, che sarebbe esistito nell’area dell’ex ospedale Umberto I, negli ultimi anni al centro di discussioni sul suo futuro. Come e a opera di chi è avvenuta questa riscoperta? Quale immaginario urbano rivela? Che cosa ci dice sui soggetti autorizzati ad amministrare il patrimonio simbolico di Mestre? e sul ruolo delle associazioni storiche locali?

Dove si trova il ponte di Castelvecchio a Mestre (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

Nella prima parte mi soffermo sul libro di Bonaventura Barcella (1839), preso a punto di riferimento dell’erudizione municipale negli anni Sessanta del Novecento. La seconda parte è un excursus dei discorsi e delle proposte urbane attorno al Castelvecchio dal 1950 a tutti gli anni Novanta del Novecento, quando quello che fino ad allora veniva chiamato “castello” viene definito “Castelnuovo”. Nella terza parte seguo affabulazioni e riti cittadini attorno al Castelvecchio dal 2000 a oggi. Chi vuole sapere cosa ne penso, può andare alle Conclusioni. Il piccolo cappello che introduce ciascuna delle tre parti dà un’idea del loro contenuto a chi vuole andare più veloce.

Parte I. Il castello di Bonaventura Barcella (1839). Quando le mura, non più esistenti, erano un confine mentale, in piazza Barche viveva “la schiuma del popolaccio”, e la frazione di Carpenedo voleva diventare comune autonomo

1. Il primo a scrivere una storia di Mestre fu Bonaventura Barcella, che nel 1839 pubblicò le Notizie storiche del castello di Mestre[1]. Stando a questo libro, le parti originariamente costitutive della città erano due: il castello, cioè il nucleo urbano cinto da mura e da torri sulle anse del Marzenego (oggi è visibile solo la Torre dell’Orologio), e il Borgo di San Lorenzo appena fuori le mura, con la piazza e il duomo. Barcella intendeva fare la storia del primo nucleo, che fin dal titolo chiamava “castello di Mestre” (nella mappa che lo ricostruisce nel suo assetto originario viene però detto “Antico castello di Mestre”).

Ai tempi di Barcella, quasi tutte le mura del “castello” erano state abbattute, e delle torri rimanevano in piedi Torre Belfredo e la Torre dell’Orologio. Tuttavia, per quanto largamente scomparse, le mura stabilivano ancora un dentro e un fuori. Nelle sue memorie sul Quarantotto, monsignor Renier arciprete del duomo di San Lorenzo, scrisse per esempio che per salvarsi dalle bombe scagliate da Forte Marghera contro gli Austriaci accampati a Mestre, molti abitanti si spostarono nei borghi vicini, e “appena quattro o cinquecento dormivano la notte entro la cerchia del castello”[2].

I notabili della città, a cominciare da quelli che sottoscrissero la pubblicazione del libro di Barcella rendendone possibile la stampa, potevano senz’altro riconoscersi nella storia del castello, anche se abitavano fuori delle vecchie mura, in piazza Maggiore, alla Rosa o ai Sabbioni vicino a Villa Querini. Ma si poteva dire altrettanto dei popolani, di quelli delle Barche per esempio?

Se monsignor Renier pensava alle Barche, pensava alla “schiuma del popolaccio” che nei primi giorni del Quarantotto era pronta a mettere in pratica quello che lui chiamava “la legge del comunismo”, e cioè “migliorar condizione, godere a buon mercato, vivere a spese dei ricchi”[3]. Che cosa poteva dunque significare per quei popolani un castello che stabiliva una gerarchia tra chi stava dentro (in alto) e chi stava fuori (in basso)?

Il racconto delle origini cittadine voleva affermare un segno di distinzione del borgo murato nei confronti di chi viveva fuori, ma allo stesso tempo era volto a creare e rafforzare legami clientelari tra notabili e popolo in nome di un comune blasone municipale (il castello di Mestre), rafforzando un “noi” rispetto non solo ai borghi di terraferma ma anche a Venezia. Penso agli scontri tra popolani mestrini e veneziani di cui parla monsignor Renier nel Quarantotto, e di cui era rimasta traccia, ancora a memoria mia, nella rivalità tra “barcari mestrini” e “gondolieri veneziani” nel corso delle regate, in primo luogo quella che si svolgeva sul canal Salso a Mestre[4].

Fino a che punto il simbolo del castello si sarà diffuso nelle classi popolari oltre le vecchie mura urbane? Di certo il racconto proposto da Barcella, elaborato nel centro di Mestre, si fermava ai confini non dico di Zelarino e di Favaro, ma perfino di Carpenedo, all’epoca frazione del Comune, che nella primavera del 1848 rivendicò l’autonomia.

2. Nei primi decenni dell’Ottocento esisteva a Mestre una stradina di campagna, detta trozo de Castelvecchio, che passando il Marzenego per un ponte (il ponte di Castelvecchio) portava a un’area con un edificio rurale, campi coltivati, prati e vigneti, e di lì in piazza, passando all’esterno dei resti delle mura. Quel ponte c’è ancora. Entrate nei piccoli giardini da via Einaudi, in centro città, in fianco a via Castelvecchio che è una stradina chiusa: dirigetevi verso la recinzione di fronte a voi, e vedrete il ponte al di là della rete.

Il ponte di Castelvecchio oggi (foto Piero Brunello, dicembre 2025)

Che cos’era dunque – se mai era esistito – quel castello di cui la toponomastica aveva conservato memoria? Secondo le notizie raccolte da Barcella, Francesco da Carrara nel 1380 aveva preteso dai veneziani la cessione sia di un castello “nuovo” di Mestre sia di quello “vecchio” (segno che all’epoca ne esisteva uno); nel 1455 il governo veneziano aveva concesso ai canonici di San Salvador di Venezia “gli avvanzi”, cioè i resti “dell’Antico Castello di Mestre”; nel 1752 i canonici di San Salvador avevano ricostruito in pietra un ponte che essi stessi avevano costruito in legno nel passato, come testimoniava un’iscrizione in marmo di una chiesa ancora visibile nei primi decenni dell’Ottocento. Bene – concludeva Barcella –, in quel luogo, dove passava via Castelvecchio, era esistito un “antico” o “vecchio” castello[5].

I siti originari di Mestre (su rotolo di pergamena) per Bonaventura Barcella
(elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

Parte II. La riscoperta del Castello dopo il 1950, quando Mestre, pur mantenendo lo stesso nome, diventa un’altra città; a fine secolo i castelli diventano due: accanto al “Castelvecchio”, il “Castelnuovo”

1. Una ripresa dell’interesse per le origini di Mestre avvenne dopo il 1950, prima con i lavori di Giuseppe Urbani de Gheltof[6], e poi con le iniziative e le ricerche del Centro Studi Storici di Mestre, che nel 1966 fece ristampare in anastatica il libro di Barcella[7].

Tra il 1950 e il 1975 la popolazione di Mestre raddoppiò, passando da circa 100mila abitanti a 200mila. Rispetto agli anni in cui era vissuto Barcella, Mestre manteneva lo stesso nome ma era diventata un’altra città. In particolare, rispetto a un secolo prima, via del Castelvecchio continuava a esistere (esiste tuttora), ma l’area aveva cambiato completamente aspetto dopo che nel 1906 vi era sorto l’ospedale Umberto I che, via via ampliato, sarebbe rimasto in attività fino al 2008.

Frutto di questo interesse per le origini della città fu il convegno “Il castello di Mestre nella Storia della Repubblica di Venezia”, promosso dal Centro Storici di Mestre nel 1969. Nella sua relazione su quello che chiamava “il primo castello di Mestre”, Gabriele Rossi-Osmida presentò alcuni documenti nuovi sul ponte di Castelvecchio. Quando i canonici di San Salvador ottennero l’area (tutta disabitata), le donne andavano a lavare i panni vicino alle rovine della porta principale del castello. I canonici cacciarono le donne, e in quel punto nel 1469 costruirono un ponte in legno, che poi ricostruirono in muratura nel 1752 secondo l’attestazione di Barcella[8].

Ora, benché si sapesse che nell’area dove si trovava l’Ospedale Umberto I un tempo doveva essere esistito il primitivo castello di Mestre, il luogo era considerato estraneo ai siti costitutivi di Mestre, che continuavano a essere gli stessi individuati da Barcella: il castello con la Torre dell’Orologio, il borgo di San Lorenzo, e il tratto di Marzenego di pertinenza di Mestre[9]. E chi viveva nei pressi del ponte di Castelvecchio non coltivava la memoria di un castello, e semmai lo pensava come un luogo romantico adatto a incontri tra innamorati[10].

2. Tra il 1990 e il 1991 uscirono due studi che riflettevano due differenti immagini dell’area originaria del centro di Mestre.

a) In un libro pubblicato nel 1990 con il Centro Studi Storici di Mestre, Marco Sbrogiò parla di due castelli. È vero che il primitivo castello andò distrutto nel 1274 (per altri fu nel 1273) a causa di un incendio e si cominciò a realizzarne un altro poco discosto, ma per un certo periodo i due castelli rimasero compresenti. Se il primo castello continuava a essere il “Castelvecchio”, l’altro, che fino allora era conosciuto come “Castello di Mestre” (o “Antico Castello di Mestre” come scrive Barcella nella didascalia della mappa), venne chiamato “Castelnuovo”[11]. Inoltre Sbrogiò inseriva tra i resti tuttora esistenti del Castelvecchio anche il ponte, che conserva “la foggia muraria realizzata nel XIV secolo”[12].

I due castelli (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

b) Nel 1991 uscì il saggio più approfondito sul tema, di Wladimiro Dorigo, intitolato Mestre medievale (nel frattempo era uscita la ricerca di Adriana Gusso, basata su fonti d’archivio)[13].

Per prima cosa, non si poteva parlare di due castelli. Le origini del castrum vetus risalivano al 1095, mentre la prima volta che in un documento compare il burgus (borgo) di Mestre è in un documento del 1207: era un borgo che a mano a mano venne recintato da mura, non un castello, ma la “mutazione semantica” si ha in un documento dei primi del Quattrocento e da allora viene ripetuta[14].

Nei primi decenni del Quattrocento il sito occupato dal castrum vetus era paludoso, disabitato e colpito dalla malaria; poi arrivarono i canonici di San Salvador. Ci sono resti del sito? No. Solo qualcosa è stato conservato nella “casa delle suore”, incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale civile di Mestre, e cioè le colonne e capitelli provenienti “quasi certamente” da “qualcuna delle residue costruzioni del castrum”[15]. Del ponte Dorigo non fa menzione, perché lo ritiene un manufatto che non fa sicuramente parte della Mestre medievale.

I siti archeologici individuati da Wladimiro Dorigo (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

3. Nel 1998 Franca Cosmai delineò un’accurata storia della formazione di Mestre basata sui documenti conosciuti, sulla scorta degli studi fin lì usciti e in particolare del saggio di Wladimiro Dorigo[16]. Da allora, sempre che non mi sia sfuggito, non sono emerse ulteriori conoscenze documentarie[17].

Nel discorso pubblico invece, che è quello che qui ci interessa, si continuò a usare la tripartizione già proposta da Barcella (il Castello, il Borgo di San Lorenzo e il tratto mestrino del Marzenego), con l’aggiunta del Castelvecchio, che obbligava, come abbiamo visto, a cambiare il nome del Castello, chiamandolo Castelnuovo. Il suggerimento di Dorigo – di partire dai luoghi (erano cinque) dove erano stati rinvenuti effettivamente dei reperti – venne così lasciato cadere[18]. Allo stesso modo venne ignorata la sua proposta di parlare di borgo murato e non di castello, mentre il suo appello a salvaguardare i capitelli e le colonne medievali conservati nella “casa delle suore” sembrò avere raggiunto il suo scopo quando nel 2008 l’edificio fu tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali[19].

4. Ancora negli anni Novanta del Novecento, pur riconoscendo avere “una certa fondatezza l’ipotesi che […] all’incirca dove si trova l’Ospedale civile, esistesse un altro più antico castello ritenuto questo costruito sulle rovine di un caposaldo romano distrutto da Attila”[20], Luigi Brunello rimaneva legato alla configurazione per così dire tripartita dei siti originari di Mestre proposta da Barcella (Castello, Borgo di San Lorenzo, tratto mestrino del Marzenego)[21]. Ripubblicando infatti la mappa del castello proposta da Barcella, quello con la Torre dell’orologio, Brunello usa la stessa espressione, e cioè “Antico Castello di Mestre”[22].

Negli stessi anni tuttavia altri studiosi, legati anch’essi al Centro Studi Storici di Mestre, adottarono l’immagine dei due castelli originari, e si concentrarono sul Castelvecchio. Quali tracce erano rimaste? Non più solo la toponomastica (via Castelvecchio), ma anche il ponte sul Marzenego, che da manufatto al massimo settecentesco (per quanto in seguito rimaneggiato) divenne se non un reperto del Castelvecchio, di sicuro un elemento che lo ricordava[23].

Parte III. Il castello inesistente diventa un luogo della memoria; l’ex ospedale Umberto I da luogo di ricordi diventa spazio progettuale; le associazioni storiche si trasformano in custodi della memoria civica. Riti cittadini e marketing territoriale. Usi pubblici dell’archeologia

L’elemento che catalizzò l’attenzione sul Castelvecchio fu la chiusura dell’Ospedale Umberto I nel 2008 e l’abbandono dell’area, con una parte sterrata adibita a parcheggio. Da allora lo spostamento dello sguardo sul Castelvecchio ha coinvolto sempre più associazioni civiche, ambientaliste e di storia.

Gruppi di persone a piedi o in bicicletta sostano davanti al ponte, dove si tengono discorsi e lezioni[24]; si promuovono convegni sui due castelli di Mestre; le proteste per lo stato di abbandono in cui versa quello che viene chiamato il “buco nero” della città, e per la perdita di uno spazio pubblico a favore di interessi privati, fanno appello al recupero del patrimonio sia storico sia ambientale[25]; il sito, che passa dalla storia alla memoria, diventa “luogo della memoria”[26], chiama in causa la “identità cittadina” e le “radici”[27], “aiuta a valorizzare un bene comune”[28].

Ora – lasciando perdere le vicende dell’area[29] –, se c’è un luogo della memoria in una città, quello è un ospedale, o l’area dove sorgeva, con i reparti, il Pronto soccorso e l’obitorio che suscitano ricordi così intensi e sentimenti così profondi, almeno per chi ha una certa età; e davanti a quei padiglioni, o al luogo in cui sorgevano, ci ritroviamo e ricordiamo, che cosa? la perdita di un castello.

E come si chiamerà, se mai andrà in porto, l’insieme di torri residenziali e spazi commerciali progettati nell’area dell’ex ospedale? “Castelvecchio, la porta verde della città”[30].

Conclusioni

Non mi occuperò di quello che lo storico Marc Bloch chiamava “l’idolo delle origini”. Se la ricerca delle origini piace così tanto a chi fa storia, dopo che Bloch ci ha spiegato che è un ostacolo alla comprensione del passato, vuol dire che alla base di questo interesse ci sono motivi che non hanno niente a che vedere con la pratica della ricerca storica. Quali?

Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando, sulle orme di Bonaventura Barcella, vengono riprese le ricerche sul castello, a Mestre ci si era comportati e ci si comportava come se la città fosse priva di luoghi storici da preservare; la città si allargava “come campagna rosicchiata”, a volte “sbranata”[31]; e chi abitava in uno dei nuovi quartieri o in uno degli ex comuni, quando andava al centro, per esempio per fare un giro a Coin o in piazza Ferretto, diceva di andare a Mestre.

È ovvio, scriveva nel 1996 Vitaliano Freguglia nella rivista “Altrochemestre”, “che le vestigia di un paese di 5000 abitanti non possono reggere come centro storico per una città di duecentomila e passa”[32]. E invece avvenne proprio così, e cioè che venne proposto come origine e simbolo della città di duecentomila abitanti un “castello” che già un secolo prima faceva fatica a essere accettato come blasone alle Barche o a Carpenedo, quando il comune di Mestre era un piccolo borgo di poche migliaia di abitanti.

Un castello nel centro e alle origini della città svolgeva più funzioni: rivendicava l’esistenza fino ad allora misconosciuta di un centro storico anche a Mestre; immaginava una città fatta di un centro antico circondata da periferie prive di storia, rifiutando cioè l’idea di una città-collage di più centri storici, tutti degni di attenzione; faceva sembrare Mestre simile a una delle tante città venete con piazza, mura e castello; e infine cercava di fissare e disciplinare dei confini mentali che in realtà erano mobili e definiti dal contesto dell’interazione sociale (“sto a Marghera ma sono di Venezia”, “sto alla Cipressina” e così via) [33]. In altre parole, immaginare che una città operaia fosse cresciuta attorno a un castello con le sue mura e le sue torri, esprimeva il rifiuto, o almeno la difficoltà, ad accettare una realtà urbana policentrica e metropolitana.

Ma perché dai discorsi attorno a un “castello” di cui almeno è rimasta in piedi una bella torre, quella dell’Orologio, si passa ai discorsi attorno a un castello che non ha lasciato tracce, e che a metà Quattrocento era già scomparso da un pezzo?

La storiografia mestrina nasce con un senso d’inferiorità nei confronti di Venezia, a cui risponde rivendicando un passato cittadino altrettanto nobile e antico, e un posto di tutto rispetto prima nella storia della Serenissima e poi di quella nazionale[34]. Certo, è sempre corso sotterraneamente un rimpianto per l’autonomia comunale perduta, per la Mestre com’era, e per le bellezze di cui la città è stata privata. Solo così si può spiegare perché l’ironica “Versailles in piccolo” di Pantalon dei Bisognosi si sia trasformata nell’ammirazione per la “piccola Versailles” attribuita a Carlo Goldoni[35].

Tuttavia a partire dagli inizi del Duemila la storiografia cittadina è stata sempre più improntata al rimpianto per i luoghi perduti, quali l’Antica Posta nella piazza Barche dipinta da Canaletto, il Parco Ponci quando aveva un laghetto e uno chalet, il teatro Balbi degno appunto di Versailles, la peschiera di una Villa Giustinian i cui resti archeologici si trovano sotto gli ex giardini di via Pio X, il Marzenego prima di essere tombato, la Torre di Belfredo distrutta nel 1876. A fine Novecento le geografie dell’assenza, o meglio della perdita, hanno incluso il Castelvecchio.

Wladimiro Dorigo ha mostrato come la “casa delle suore” contenga “i più antichi monumenti di plastica architettonica conservati e visibili in Mestre”[36]: da allora ci sono molte richieste volte al recupero dell’edificio. Eppure la “casa delle suore” non è meta di riti collettivi, che si svolgono invece davanti a un ponte in cattivo stato che evoca un castello perduto di cui non ha mai fatto parte. (Si dirà che la “casa delle suore” si trova in un’area interdetta: ma anche il ponte del Castelvecchio lo si vede al di qua di una rete di recinzione. E poi, volendo, tracce della città tardo medievale non sarebbero difficili da trovare, ricercando per esempio la presenza ebraica a Mestre, ben documentata[37]).

Difficile dire perché da circa vent’anni Mestre sente il bisogno di un castello, anzi di due, entrambi inesistenti: che sia un modo per presidiare simbolicamente (e materialmente, se pensiamo ai valori immobiliari) il centro che si sta rimpicciolendo in seguito alla percezione dell’avanzata del “degrado” dal corso del Popolo e da via Piave in direzione di piazza Ferretto?

Concludo. La vicenda del Castelvecchio mi sembra avere una certa assonanza con “la piccola Versailles”: un castello perduto, una reggia scomparsa. A mio parere nessuno dei due simboli, che organizzano i luoghi secondo una gerarchia sociale e spaziale, si presta a rappresentare una città metropolitana. È su questo che si dovrebbe discutere, tenendo conto che nelle città convivono immagini diverse, e che ogni generazione ne ha una propria. Proposte per riflettere sulle auto-rappresentazioni in cui Mestre si è messa e potrebbe mettersi in scena non sono mancate: semmai potremmo interrogarci sui motivi del loro fallimento. Ho sotto gli occhi un testo collettivo a proposito di un futuro museo cittadino, pubblicato nella rivista “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, che nel 1996 proponeva di vedere la città “come il museo di sé stessa”, in cui “mestrini, margherini, veneziani”, trovano “pezzi della loro storia”, e in cui “chi arriva qui per un viaggio” e “persone di altre città” ripercorrono “alcuni eventi comuni” o scoprono “differenti soluzioni ai problemi”[38]. Penso anche all’immaginario metropolitano che prendeva vita a fine Novecento nello stadio Penzo attorno alle vicende dell’Unione/VeneziaMestre[39]. Di sicuro il ponte del Castelvecchio potrebbe raccontare tante storie importanti avvenute quando apparentemente non succede niente di storico (per esempio gli incontri degli innamorati che ho già ricordato); ma se proprio volessimo individuare un episodio che consideriamo storico, io sceglierei il momento in cui i frati di San Salvador cacciano le donne che andavano a lavare i panni e in quel punto costruiscono un ponte: simbolico quanto basta per rappresentare la fondazione di una città, no? E non lo dico perché i frati erano veneziani e le lavandaie di Mestre… L’immaginario urbano è un luogo di conflitto in cui si elabora il futuro di una città.

Nota. Si ringrazia Francesco Bortolini per l’amichevole collaborazione. L’immagine di copertina è stata creata dalla redazione con ChatGPT.


[1] Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio. Opera divisa in tre parti. Volume I, Parte I, Angelo Pozzi Tipografo ed Editore, Venezia 1839. Non che mancassero precedenti esempi di erudizione municipale mestrina, ma Barcella fu il primo a progettare un’opera, rimasta incompiuta, che andava dalla fondazione di Mestre ai suoi giorni. Barcella era segretario comunale a Mestre, allora appartenente al Lombardo Veneto soggetto a Vienna, in Lia Sbriziolo,Le Confraternite veneziane di devozione: saggio bibliografico e premesse storiografiche (dal particolare esame dello Statuto della scuola mestrina di San Rocco), Herder, Roma 1968, p. 16n.

[2] Giovanni Renier, La Cronaca di Mestre degli anni 1848 e 49 e saggio di altri scritti inediti, Treviso 1896, pp. 134-135; la cronaca è stata ripubblicata dal Centro Studi Storici di Mestre, a cura di Luigi Brunello, Mestre 1982.

[3] Ivi, p. 20.

[4] Testimonianza di Bepi Osei (Campaltin) in Regate e Regatanti a Mestre [2019], a cura di Giorgio e Maurizio Crovato, online. Vedi Fabio Brusò, Piazza Barche:Mestre 1846-1932, Cierre, Sommacampagna (VR) 2000, pp. 17, 149-159; di “razza delle Barche” parlava Mario Brusò, nato alle Barche nel 1925, parlando con il figlio Fabio (p. 17): espressione scherzosa, ma sappiamo quanto i rapporti di scherzo ci dicano sempre qualcosa di serio.

[5] Barcella, Notizie storiche cit., pp. 94, 103-104, 123-4, 152.

[6] In un articolo uscito nel Gazzettino del Lunedì il 4 agosto 1954, Giuseppe Urbani de Gheltof, pittore, architetto e cultore di storia cittadina, richiamava l’attenzione su possibili resti archeologici nel sito; le notizie a sua disposizione non andavano però più in là di quelle notizie fornite da Barcella (Adibiti a cantina i ruderi del castello, “Il Gazzettino del Lunedì”, 9 agosto 1954; non ho visto l’originale, cito da Nicoletta Consentino, Un museo per Mestre: storia di un’idea,Centro Studi Storici di Mestre, Mestre s.d.).

[7] Si veda la prima serie dei “Quaderni di studi e notizie” pubblicati dal Centro Studi Storici di Mestre (numeri 1-15, dal 1962 a 1971); la ristampa anastatica, con una presentazione di Luigi Brunello, fu pubblicata nel 1966.

[8] Gabriele Rossi-Osmida, Il primo castello di Mestre, in Centro di studi storici, Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia, atti del convegno (6-7 dicembre 1969), Quaderno di studi e notizie 13, Mestre 1971, pp. 17-22 (il saggio alle pp. 9-27).

[9] Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, Brunello accenna sì all’esistenza del Castelvecchio nell’area dell’Ospedale Umberto I, ma poi si sofferma a descrivere nei dettagli il castello (torri, strade, resti di mura): “un castello nel vero senso della parola”, “cinto da fossati”.

[10] Angelo Milanesi, Ritorno a Mestre, in Ritorno a Mestre, Edizioni Altino, Mestre s.d. [dopo 1979]; l’Autore, per molti anni impiegato e poi funzionario della Cassa di Risparmio, nato a Mestre nel 1910, vi muore nel 1979.

[11] Barcella, Notizie storiche cit., parla una volta de “il nuovo Castello” (p. 22), e un’altra de “il Castello nuovo” (p. 103), per distinguerlo da quello esistito precedentemente, ma non usa mai il termine “Castelnuovo” per definire “il castello”.

[12] Marco Sbrogiò, I castelli di Mestre e l’antica struttura urbana, Centro Studi Storici di Mestre. Mestre 1990. pp. 17-18.

[13] Wladimiro Dorigo, Mestre medievale, “Venezia Arti. Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell’Università di Venezia”, 1991, pp. 9-28, ripubblicato in Centro studi storici di Mestre, Storia di Mestre. Atti della Scuola Seminario, a cura di Roberto Stevanato, Centro Culturale Villa Pozzi, Mestre 1999, pp. 19-41; il libro di Adriana Gusso è Mestre: le radici identità di una città (sul Castelvecchio vedi il capitolo Mestre roccaforte).

[14] Già in un documento del 1408 quello che era stato il burgus de Mestre cominciò a essere detto il “castrum novum de Mestre”, e questa “mutazione semantica”, conclude Dorigo, ha ingannato “tutti gli studiosi fin qui”, che hanno sempre scambiato un borgo per un castello (Dorigo, Mestre medievale cit., p. 24).

[15] Ivi, pp. 16-17.

[16] Il contributo di Franca Cosmai è in Mestre la storia, le fonti, a cura di Sergio Barizza, CD-ROM, Comune di Venezia Archivio storico comunale 1998.

[17] Secondo Valeria Ardizzon, che con Pina Colautti ha seguito per conto della Soprintendenza dal 1992 al 2013 gli interventi archeologici a Mestre, non si sono mai rinvenuti reperti nell’area del Castelvecchio, a sua conoscenza neanche dopo il 2013, vedi intervento nel convegno “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Convegno di studio 13-14 maggio 2023, video disponibile su youtube.

[18] I siti individuati sono: il Castrum (Castelvecchio), il Burgus (“castello di Mestre”), il Portus (porto fluviale attaccato al Castrum), il Burgus Sancti Laurentii con la Plebs (il Borgo di San Lorenzo con l’attuale Duomo), e infine il Burgus Hospitalis (appena fuori la Torre di Belfredo in direzione dei Quattro Cantoni).

[19] Claudio Pasqual, L’ospedale Umberto I, 1906-2008 [2013], in Id., Note mestrine. Cose viste, interventi, ricerche, storiAmestre, Mestre 2022, pp. 177-187.

[20] Brunello, Storia ragionata cit., p. 49.

[21] “In tempi lontani Mestre era individuata da un castello, un borgo e un porto” (Mestre come eravamo. Testi di Carlo della Corte, Cenni storici di Luigi Brunello, Banca del Friuli, Udine 1988, p 27); vedi anche Luigi Brunello, Mestre il porto il castello, Tipografia Trentin, Mestre 1991; Id., Storia ragionata della città di Mestre, A.D.G.S.a.s, Venezia 1994.

[22] Luigi Brunello, Mestre il porto cit., tra p. 18 e p. 19.

[23] Giorgio Zoccoletto, dando notizia di aver intrapreso una ricerca “sulle vicende della primitiva struttura fortificata di Mestre”, ricordava “alcune tracce” rimaste, e cioè “il nome della strada campestre d’accesso (via Castelvecchio appunto), il ponte sul Marzenego, la chiesa interna (rifatta sulla primitiva) ed altri frammenti inseriti nei fabbricati attigui” (Giorgio Zoccoletto, Il priorato di Mestre eletto in abbazia, Accademia Altinate in Mestre, Mestre s.d. [1993?], nella nota di presentazione). Nel 1999 gli Atti della Atti della Scuola Seminario promossa dal Centro studi storici inclusero il saggio di Marco Sbrogiò, in Storia di Mestre cit., pp. 57-68.

[24] Lezione di storia sul Ponte di Castelvecchio, “Il Gazzettino”, 1 giugno 2015, dove si legge che il ponte risale all’XI secolo, senz’altro un refuso; si veda la biciclettata “ABC-Mestre in bici – Storia di una grande città”, 13 settembre 2025, video disponibile su youtube.

[25] Le iniziative sono promosse dal Comitato Ex Umberto I Bene Comune.

[26] Così Stefano Sorteni nell’incontro “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Convegno di studio 13-14 maggio 2023, video disponibile su youtube.

[27] Vedi l’intervista a Roberto Stevanato, in La voce della città metropolitana, 4 marzo 2024, disponibile online.

[28] Mail mandata dal direttivo di sAm, 5 maggio 2023, con invito a socie e soci (ma con un indirizzario più ampio) a partecipare al citato Convegno “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Centro Culturale Candiani, Mestre, 14 maggio 2023.

[29] Non è compito di questo scritto seguire le vicende dell’area; per gli ultimi sviluppi vedi Fulvio Fenzo, Ex ospedale Umberto I, battaglia sull’impatto ambientale: si comincia a vedere la ‘fine’ del lungo cammino del piano di recupero, “Il Gazzettino”, 24 dicembre 2025.

[30] Alì presenta il progetto per l’Ex Umberto I a Mestre: investimento da 150 milioni di euro, “Gente veneta”, 5 luglio 2025; una versione precedente del progetto in Carlo di Gennaro, Alì presenta il progetto all’ex ospedale Umberto I di Mestre, ecco come sarà: nuovi edifici residenziali, supermercato e aree verdi, “Venezia Today”, 5 luglio 2024. Segnalo un progetto alternativo, presentato da Gianfranco Vecchiato in un convegno a Santa Maria delle Grazie, a Mestre, il 16 novembre 2023, video disponibile su youtube.

[31] Vitaliano Freguglia, Dopo il terzo numero, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 4, 1996, p. 48.

[32] Ibidem.

[33] Piero Brunello, Dubbi sull’esistenza di Mestre [1990], in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 31-46; Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2393-2435, ora disponibile online.

[34] Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre, atti del convegno (Mestre 25-27 marzo 1988), Presentazione di Domenico Canciani, Arsenale, Venezia 1990, pp. 13-22.

[35] Piero Brunello, Mestre: “una piccola Versailles”, altrochemestre.it, 19 novembre 2025 https://altrochemestre.it/2025/11/19/mestre-una-piccola-versailles/.

[36] Dorigo, Mestre medievale cit., p. 28.

[37] Reinhold Mueller, Banchi ebraici tra Mestre e Venezia nel tardo medioevo [2010], in Id., Venezia nel tardo Medioevo. Economia e società, a cura di Luca Molà, Michael Knapton, LucianoPezzolo, Viella, Roma 2021, pp. 367-393; Renata Segre, Preludio al ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i dogi (1250-1516), Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2021 (disponibile online).

[38] Associazione storiAmestre, Musei, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 4, pp. 56-57 (nella nota al testo gli autori e le autrici, e l’occasione della scrittura).

[39] Filippo Benfante, Piero Brunello, Lettere dalla curva sud. Venezia 1998-2000, Odradek, Roma 2001.

Archiviato in://, Storiografia Piero Brunello

Mestre: “una piccola Versailles”

19/11/2025 Piero Brunello // Generi di discorso Storiografia

Note sull’uso e la diffusione di un passo della commedia La cameriera brillante di Carlo Goldoni. Blasoni municipali e invenzione della tradizione; città operaia e genealogie nobiliari; capitale simbolico di una città, al centro e nelle periferie; soggetti autorizzati a definire il patrimonio culturale di un luogo, e soggetti esclusi.

1. Capita sempre più spesso di leggere, in diversi ambiti di discorso e non solo negli studi di storia locale, che Mestre nel Settecento era una “piccola Versailles”. Chi l’ha detto? Carlo Goldoni nella commedia La cameriera brillante.

Da quando, in che ambiti e con quali scopi si è diffusa questo sintagma? E cosa dice la fonte, cioè il testo di Goldoni?

2. Prima che se ne occupassero gli storici di Mestre, la citazione era nota agli studiosi delle opere di Carlo Goldoni[1], e delle ville venete[2].

Per quanto ne so, il primo a parlare di “piccola Versaglia” in un discorso di storia di Mestre è Luigi Brunello nel 1964: si tratta di un accenno, che, senza citare Carlo Goldoni, si riferisce alle “moltissime ville di altri tempi” di cui “sopravvivono solo frammenti”[3]. Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, viene letto il passo de La cameriera brillante, a cui segue il commento (è Piero Bergamo a farlo): “Questa è la Mestre del Settecento descrittaci da Carlo Goldoni […]. Mestre come una piccola Versailles, come abbiamo sentito”[4]. Da allora la metafora si ritrova nelle pubblicazioni del Centro Studi Storici di Mestre, con qualche oscillazione tra “piccola Versailles” e “Versailles in piccolo”[5].

È da dopo il 2000 che diventa comune impiegare l’espressione “piccola Versailles” laddove si parli di Mestre nel Settecento: in libri di storia[6], in tesi di laurea[7], in racconti di ambientazione mestrina[8], in articoli di giornale e in siti di storia cittadina [9].

A partire circa dal 2015 l’uso di parlare di Mestre come “piccola Versailles” si diffonde fuori dagli studi di storia: in conferenze-spettacolo “per rilanciare l’identità della città”[10]; in progetti urbanistici su piazza Barche e sul Canal Salso[11]; nell’attività di promozione della Pro loco[12]; nei discorsi per affrontare l’inquinamento da Pfas[13]; in guide ai parchi e ai giardini[14]; in itinerari in bicicletta “alla scoperta di Mestre”[15]; nell’azione di comitati per la difesa di alberi, parchi e giardini[16]; in interrogazioni di gruppi consiliari del Comune per realizzare un parco in un’area urbana abbandonata[17]; in biciclettate alla scoperta dei luoghi storici di Mestre[18].

Per riassumere, oggi l’espressione “piccola Versailles” viene utilizzata ogniqualvolta si voglia lamentare la perdita di una città d’acqua e di giardini travolta dalla speculazione edilizia, quando si parli di Mestre che “cerca una propria identità”, e infine nella mobilitazione civica: ed è fatta propria da associazioni di storia, enti di promozione turistica, istituzioni pubbliche, studi urbanistici, associazioni civiche, culturali e ambientaliste.

3. E adesso la citazione. Viene dalla commedia di Carlo Goldoni, La cameriera brillante (stagione teatrale 1753-1754):

“E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo. La scomenza dal canal de Malghera, la zira tuto el paese, e po la scorra el Teragio fin a Treviso. La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa. Ghe xe casini che i par gallerie; ghe xe palazzi da cità, da sovrani. Se fa conversazion stupende; feste da ballo magnifiche; tole spaventose; tutti i momenti se vede a corer la posta, sedie, carozze, cavali, lachè; flusso e reflusso da tute le ore. Mi m’ho retirà fra tera, lontan dai strepiti, perché me piase la mia libertà. Per altro sento a dir che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae; e che se fa spiccar el bon gusto, la magnificenza, e la pulizia da tuti i ordeni dele persone che fa onor ala nazion, a la patria, e anca all’Italia medesima”[19].

Chi dice queste cose e in quale contesto? Come scrive Carlo Goldoni nelle sue Memorie, la scena “si rappresenta in una casa di campagna di Pantalone”, “negoziante veneto”, che vive con due figlie e una cameriera di nome Argentina. “Argentina – è sempre Goldoni a riassumere – è amata dal padrone di casa [Pantalone], e gli fare tutto quel ch’ella vuole. Fa venire da Pantalone gli amanti delle due ragazze, malgrado la sua austerità, e li fa pranzare con esso, malgrado la sua austerità”[20].

Fermiamoci qui, e precisamente quando Ottavio, che vuole sposare una delle due ragazze, riesce a introdursi in casa di Pantalone grazie alla cameriera. Ottavio è un forestiero che si vanta di possedere campi, ville, case, feudi, poderi, carrozze e servitù: ma Traccagnino, suo servitore, confida a Brighella, servo di Pantalone, che in realtà il suo padrone è uno spiantato millantatore. Ottavio dunque si presenta da Pantalone dichiarando di trovarsi lì per comperare dei beni, aggiungendo però subito dopo: “Ma non mi piace la terra”. Pantalone gli risponde: “No la ghe piase?”, e subito aggiunge: “E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo” eccetera.

Quindi il discorso è fatto da Pantalon de’ Bisognosi, che parlando di “Versailles in piccolo” non si riferisce a Mestre, ma alla “villeggiatura”. Dice infatti: “La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa”. In altre parole Pantalon de’ Bisognosi non parla di una città ma di “campagna”. In tutta commedia si parla di “villa” o di “campagna”. Clarice, figlia di Pantalone, si lamenta con l’innamorato di essere obbligata a “stare in villa”, senza mai vedere nessuno; e a un certo punto Brighella, servo di Pantalone, fa questa battuta: “Manco mal che semo in campagna”.

Per concludere, a mio parere è inesatto dire che Carlo Goldoni parla di Mestre come di “una piccola Versailles”. Mi sembrerebbe più corretto dire che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Goldoni, paragona la villeggiatura in campagna da Mestre a Treviso lungo il Terraglio a una “Versailles in piccolo” (espressione tra l’altro che ha una sfumatura diversa da “piccola Versailles”, come dirò più avanti).

Nel 1830 l’autore di un progetto di ponte tra Venezia e la terraferma, scrive che Mestre “potria dirsi la Versailles di Venezia”[21], riferendosi a una campagna contrassegnata dalla presenza di numerose ville di nobili veneziani, quella stessa che la storiografia, che adotta lo stesso punto di vista urbano e veneziano, chiama “civiltà di villa”. Questo è il territorio a cui Pantalon sta pensando, e con lui il pubblico (cittadino) del teatro. Il sito DiscoveryMestre coglie bene questa realtà quando, a proposito del teatro Balbi, oggi non più esistente, osserva: “Anche Mestre fu attraversata da tale moda [la villeggiatura] tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boscovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite.”[22].

4. Che effetto poteva avere sul pubblico (la commedia venne data la prima volta a Venezia) sentir decantare le conversazioni, le feste da ballo e la dispendiosa vita di società dalla bocca di una maschera che è l’emblema dell’avarizia? Direi che faceva ridere, come del resto ci si aspetta da una maschera della commedia dell’arte. Oltretutto Pantalon non parla di una “piccola Versailles” ma di una “Versailles in piccolo”, che a me sembra avere una sfumatura ironica. Pantalone si presenta così: “sono in campagna per goder la mia libertà, no vogio visite, no vogio complimenti, no vogio nissun”; la figlia Flaminia lo dice “uomo sofistico, che non può vedere nessuno”. Può una maschera così mostrare ammirazione per la vita frenetica di villa?

Senza contare che Pantalone ha una certa età, e infatti Argentina lo stuzzica chiamandolo “il più buon vecchietto di questo mondo”. È proprio la sua età a creare continue situazioni comiche. “Ma più de tuti el povaro vechieto / Giubila se qualcun ghe scalda el leto”, scherza Argentina; al che Pantalon commenta: “Arzentina no saria un cativo scaldaleto; ma no voria che invece de scaldarme, la me bruzasse”. (Alla fine Pantalone sposerà Argentina, “cameriera brillante”).

5. A un certo punto la cameriera Argentina si veste da contadina (in casa di Pantalone devono mettere in scena una commedia), e si presenta così: “Mi no son Arzentina. Son Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rosega da Mogiàn”. Come suggeriscono sia queste battute sia l’inversione teatrale dei ruoli sociali, la “campagna” di cui si parla nella commedia è vista dalla città con occhio comico che attinge al tradizionale repertorio della satira del villano. Se dovessi pertanto riassumere la vicenda, direi che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Carlo Goldoni, dissolve Mestre in una campagna ricca di ville, dove chi vi abita ha nomi rustici come Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rósega da Mogiàn.

Pantalon dice di sentir raccontare (non per esperienza, perché lui non esce di casa) “che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae” eccetera. Ora “cossazze”, lo attesta il dizionario del dialetto veneziano di Boerio, significa “Cose grandi, cioè cose di gran prezzo, ricchezza, pompa, profusione, magnificenza, cose da stupire”. Pantalone usa in tutta la commedia accrescitivi come baronazza, gagliotazza, frasconazza, viscerazze, matazza. Dato l’uso di un linguaggio enfatico e iperbolico, mi sembrerebbe strano che, quando parla delle “cossazze” che si fanno a Mestre, Pantalone voglia esprimere con serietà una genuina ammirazione. Ci sento anche qui uno sguardo ironico, con conseguente effetto comico, che si ritroverà anni dopo nella Trilogia della villeggiatura. “L’ambizione de’ piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile”: così Carlo Goldoni presentando “a chi legge” Le smanie per la villeggiatura (1761)[23].

6. Giuseppe Mazzotti, nel catalogo Le Ville venete pubblicato nel 1952, e più volte ristampato, scrive: «Un personaggio del Goldoni parla di Mestre – la città industriale di Mestre – come di “una Versailles”: lo credereste?”[24]. Potrebbe essere questa la fonte che Piero Bergamo e Luigi Brunello hanno presente. Ma la locuzione originaria “Versailles in piccolo”, in bocca a Pantalone, in Mazzotti diventa “Versailles”, ma pronunciata da “un personaggio di Goldoni”, per trasformarsi in “piccola Versailles”, e attribuita allo stesso Goldoni, nella conversazione radiofonica da cui siamo partiti: da allora quest’ultima è la versione che si diffonde.

7. Da una cinquantina d’anni, dunque, chi si richiama alla “Versailles” di Carlo Goldoni per ragionare di “identità urbana”, non coglie il fatto che è Pantalone a paragonare le ville sparse tra Musestre Chirignago Mogiàn alla reggia parigina abitata da una nobiltà cortigiana, e che lo fa in modo ironico: in ogni caso Pantalone non si riferisce a una città (Mestre), ma alla campagna.

Davanti a un caso d’invenzione della tradizione, è interessante riflettere sui motivi per cui, e a opera di chi, viene accolta o rifiutata, ed entro quali confini. Mi limito a tre osservazioni, solo per suggerire eventuali temi di discussione.

In primo luogo, il richiamo identitario alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro, ed evoca una città immaginata pre-novecentesca, stretta attorno ai resti del Castello. L’espansione urbana fuori di questi confini – cresciuta negli ex comuni autonomi di Favaro, Chirignago, Zelarino, a Marghera e nei quartieri sorti su località rurali urbanizzate – viene sentita come una “amorfa periferia”, abitata da “decine di migliaia di immigrati”. Così scrive Piero Bergamo nella Presentazione a Mestre di Luigi Brunello, del 1964[25].

Ora che il richiamo alla “piccola Versailles” gode di ampio consenso, sarà in grado il riferimento al Settecento mestrino di oltrepassare i confini del vecchio comune di Mestre? I vecchi immigrati, che negli anni Sessanta-Settanta del Novecento ostacolavano la diffusione della memoria di Mestre-centro, nel frattempo si sono inseriti, e ne sono arrivati degli altri: che rapporto avranno questi ultimi con la memoria cittadina? E come il racconto del passato cittadino terrà conto della loro memoria?

In secondo luogo è interessante chiedersi per quale motivo una città, che nella seconda metà del Novecento veniva identificata in una città operaia, scelga a proprio blasone Versailles, luogo aristocratico per eccellenza, simbolo di gerarchie sociali legate allo status. Dico “città”, ma mi riferisco a quanti amministrano, seppure in modi diversi, il capitale simbolico di Mestre, dalle associazioni ambientaliste alle istituzioni di promozione turistica. (Non parlo delle associazioni storiche, che pure sono tra i soggetti autorizzati a definire e a gestire il patrimonio culturale di un luogo o di una comunità, perché da chi si occupa di storia ci si aspetterebbe non un discorso affabulatorio sul passato, ma una verifica dei dati e una discussione delle fonti). Sarebbe utile fare un inventario delle definizioni di cui Mestre si è fregiata, e capire se “piccola Versailles” sia l’esito di una contesa culturale e sociale, che ha cancellato altre auto-rappresentazioni in cui la città si è messa e potrebbe mettersi in scena.

Infine, è il contesto, come sappiamo, a dare significato ai simboli. Negli anni Settanta il richiamo alla “piccola Versailles” come emblema identitario voleva rivendicare il passato celebre di Mestre, il suo essere città, con una propria storia, nobilitata dal rapporto con quella della Serenissima. Il rapporto con Venezia restava ambivalente, dal momento che la gloria di Mestre consisteva nella villeggiatura dei nobili veneziani: ma era pur sempre un modo per valorizzare il passato di Mestre, anche perché si univa alla richiesta di separazione della terraferma dal comune di Venezia.

Da tempo ormai, dato il peso dell’economia turistica, Venezia è invece un brand irrinunciabile del marketing territoriale veneto. Come si chiamano le Dolomiti? “The mountains of Venice”. Come promuovere l’artigianato feltrino? Esponendo una gondola in Piazza Maggiore a Feltre[26]. Un ennesimo quartiere in costruzione a Mogliano Veneto si chiama “Giardino del doge”: tanto varrebbe chiamarlo “Bosco di Mogiàn”. E Mestre, città di B&B turistici? Intanto ha già provveduto a cambiare il nome di Centro le Barche in Ca’ Mestre, che rimanda a una Ca’ d’Oro, a una Ca’ Rezzonico e così via; e non mi stupirei di vedere, in località Tarù, una Guest House Pantalone (“per un soggiorno esclusivo e riservato, dove rivivere il fascino senza tempo della Venezia di Goldoni e Casanova”). Nato per affermare l’autonomia di Mestre, il richiamo alla “piccola Versailles” verrà insomma utilizzato per ribadire che Mestre è Venezia.

8. Se penso alla mia esperienza (negli anni Settanta mi sono trasferito dal Villaggio San Marco prima a Bissuola e poi a Favaro), il blasone municipale legato alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro come segno di distinzione nei confronti di una “amorfa periferia”, e in alternativa al senso di identità dei quartieri che né si riconoscevano nei soggetti autorizzati a definire dal centro il capitale simbolico cittadino, né avvertivano il bisogno di nobilitare il passato, sentendosi semmai parte di una città operaia (lo testimoniano le prime due pubblicazioni di storiAmestre[27]). Il blasone nobilitato dal richiamo a una reggia aristocratica si diffonde in città a partire dal 2000, grosso modo quando i quartieri perdono d’importanza e Porto Marghera cessa di essere sentito come una risorsa e viene percepito come un attacco alla salute e all’ambiente.

La mia opinione?

Credo che il patrimonio simbolico di una città metropolitana e policentrica come Mestre è talmente ricco (monumenti storici del centro e ville comprese), che non c’è bisogno di vantarsi di un detto memorabile di Pantalon de’ Bisognosi, tra l’altro letto in modo frettoloso.

Nota. L’immagine di copertina è tratta da Carlo Goldoni, La cameriera brillante, Tipografia del Lloyd austriaco, Trieste 1856.


[1] Alfonso Lazzari, Il padre del Goldoni, “Rivista d’Italia”, 2, febbraio 1907, p. 258; Antonio Zardo, Il villeggiare de’ veneziani e Carlo Goldoni, “Nuova antologia di lettere, scienze ed arti”, s. VI, CCXXX, 1232, luglio-agosto 1923, p. 128.

[2] Le ville venete, catalogo a cura di Giuseppe Mazzotti, Libreria editrice Canova, Treviso 1952, p. 328, nella presentazione (pp. 325-330), firmata da Giuseppe Mazzotti, relativa alle ville della provincia di Treviso.

[3] Luigi Brunello, Mestre, fotografie di Bruno Carnevali, Associazione Civica per Mestre e la terraferma, Mestre 1964, p. 72.

[4] Dialoghi su Mestre. Conversazioni tra Piero Bergamo e Luigi Brunello, a cura di Francesco Brunello, Valentina Pietropolli, Roberta Vasselli, il prato, Saonara-Padova 2010, p. 109.

[5] Presentazione, in Francesco Fapanni, Il Terraglio, ossia la strada da Mestre a Treviso. La strada da Mestre a Mirano, a cura di Ilva Stocchero, foto di PaoloBorgonovi e ricerche di Roberto Stevanato, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2001, in Documenti della storia di Mestre, disponibile online in mestrenovecento.it; Roberto Stevanato, Mestre… una Versaglies in piccolo, Centro studi storici di Mestre, Mestre, s.d., disponibile online.

[6] Michele Casarin, Giuseppe Saccà, Giovanni Vio, Alla scoperta di Mestre, Regione del Veneto-Nuova dimensione, Portogruaro (Venezia) 2009, p. 68; Michele Boato, nel suo recente Mestre 1900-2025. Storie di una grande città. Dal sacco al riscatto, libri di Gaia, Mestre 2025, p. 17, ricordando “il fiorire di ville venete” dal Cinquecento al Settecento, osserva: «Perciò Carlo Goldoni non esagera citando Mestre come “piccola Versailles”»; la nota dice: “Vedi Carlo Goldoni, La cameriera brillante (1753)”, e riporta la citazione dalla commedia.

[7] Davide Ros, Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea, rel. Alessandro Gallo, Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2014-2015, p. 50.

[8] Pierluigi Rizziato, Mestre Venezia. Baci, abbracci, bisticci, tradimenti, Mazzanti Libri-Me Publisher, Venezia 2016, p. 104, immagina una scena in cui il proprietario del teatro veneziano di San Luca dice a Carlo Goldoni che al termine della commedia il pubblico aveva mormorato che “el megio scritor de Venezia” fosse “innamorato de Mestre” (capitolo “La piccola Versailles”).

[9] Sergio Barizza, L’apertura del teatro il segno che Mestre cambiava pelle, “La Nuova Venezia”, 27 ottobre 2013, ricorda che Goldoni «sul finire del Settecento, aveva parlato di Mestre come di “una piccola Versailles”; in Storia di Mestre in 500 parole, in mestreantica.it, si legge: «Carlo Goldoni nella sua “Cameriera brillante” paragona Mestre ad una piccola Versailles (“A Mestre se fa cosazze”)».

[10] La villa Durazzo con il teatro. Mestre, una piccola Versailles, “La Nuova Venezia”, 13 dicembre 2015, annuncia una conferenza-spettacolo dal titolo “Mestre nel ’700. Una Versaglies in piccolo” il 18 dicembre al Laurentianum (istituzione culturale della parrocchia di San Lorenzo), per offrire “una lettura composita dell’importante patrimonio storico, artistico, architettonico e di tradizione di quel territorio che trovò nel ’700 il suo momento più significativo e denso di stimoli”; l’evento è promosso da “Mario Esposito, operatore culturale e manager teatrale, e Roberto Milani, con la collaborazione e il sostegno di Confesercenti e della Fondazione Pellicani. Tutti uniti per rilanciare l’identità della città”.

[11] Villa Durazzo come Versailles, tra manoscritti di Vivaldi e sfarzose feste. La rinascita di piazza Barche dal recupero del Canal Salso a oggi. Lo studio è firmato da Nannini, Vincenti ed Esposito, “La Nuova Venezia”, 25 ottobre 2018: gli interventi urbanistici proposti si inseriscono in un momento in cui Mestre “cerca una propria identità” e “sogna una valorizzazione del proprio passato”; ne parla Alessandro Marzo Magno, Villa Durazzo e l’antico splendore di Mestre: viaggio nella memoria, “Il Gazzettino”, 24 ottobre 2025, che parla di “piccola Versailles”, e scrive che il progetto “mira non solo a recuperare la memoria della vita culturale mestrina del Settecento, ma anche a restituire l’orgoglio a una città violentata dalla speculazione edilizia del dopoguerra”.

[12] Angelo Dolce, Mestre all’interno del sistema difensivo veneziano, “Pro loco Mestre Magazine”, I, 3, 2019, p. 8 (“una piccola Versailles scrisse lo stesso commediografo [Goldoni] in una commedia”).

[13] Michele Boato ricorda il passo di Goldoni (“Versailles in piccolo”) ricevendo il premio Argav 2019 l’11 dicembre 2019.

[14] Gianfranco Vergani, Mestre, il verde ed i suoi parchi, “Il Nuovo Terraglio”, 20 settembre 2020; la pagina facebook del Comune di Venezia, che illustra ville e parchi da visitare in città, si apre con la frase: «“Una piccola Versailles”: è questa la definizione che a fine Settecento Goldoni dà di Mestre»; siti turistici con consigli di itinerari urbani.

[15] Nicole Casagrande, Alla scoperta di Mestre in bicicletta, “Il Nuovo Terraglio”, 28 settembre 2020 scrive: «“Una piccola Versailles”: proprio così fu definita la città di Mestre da Carlo Goldoni sul finire del Settecento».

[16] Francesco “Chico” Brunello, Il verde, nonostante…, “Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre”, n. 42 (maggio-agosto 2021), pp. 8-9 rende conto dell’attività dell’associazione “Amico albero” per la salvaguardia di alberi e giardini a Mestre, città «chiamata dal Goldoni “una piccola Versailles”».

[17] L’interrogazione del Gruppo Consiliare del PD 7 maggio 2022 (firmata da Paolo Ticozzi, Monica Sambo, Alessandro Baglioni, Alberto Fantuzzo, Giuseppe Saccà, Emanuela Zanatta), “Risarciamo Mestre dalla perdita di Parco Ponci con un parco nell’area delle ex serre vicino al cimitero di Mestre”, ricorda tra altre cose il fatto che “la città di Mestre sul finire del Settecento veniva descritta da Carlo Goldoni come una piccola Versailles” (disponibile online).

[18] La prima di una serie di nove visite guidate, in bicicletta, promosse nei mesi di settembre-ottobre 2025 dall’associazione ABC-Ambiente Bene Comune (“Mestre in bici-Storia di una grande città”), aveva per titolo Mestre “piccola Versailles”… e tanto altro (il programma disponibile online).

[19] Carlo Goldoni, La cameriera brillante, a cura di Carlo Cuppone, introduzione di Paolo Puppa, Marsilio, Venezia 2002, pp. 115-116.

[20] Carlo Goldoni, Memorie, III, Giuseppe Antonelli, Venezia 1830, p. 123.

[21] G.P., Progetto per l’erezione di un gran ponte congiuntivo Venezia con la terraferma, Tipografia Giuseppe Picotti, Venezia 1830, p. 14.

[22] Si veda www.discoverymestre.com/il-teatro-balbi-di-mestre/.

[23] Rimando all’edizione Carlo Goldoni, Le smanie per la villeggiatura, in Opere, a cura di Gianfranco Folena, Mursia, Milano 1969, “L’Autore a chi legge”.

[24] Le ville venete cit., p. 328.

[25] Piero Bergamo, Presentazione, in Luigi Brunello, Mestre cit., disponibile online.

[26] Piero Brunello, Una gondola a Feltre (2021), in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna-Verona 2022, pp. 195-209.

[27] Rinvio all’incipit della mia relazione introduttiva al primo convegno promosso da storiAmestre e MCE a Mestre nel marzo 1988: “Avessimo nella nostra città insigni monumenti, vetuste opere architettoniche, rovine imponenti e resti di un nobile passato, o potessimo vantare antenati illustri e fatti d’arme di cui andar fieri, non sarebbe forse difficile ricamarci sopra una storia, più o meno mitica, più o meno critica, con tanto di stemmi, genealogie, progenitori rispettabili, e infine un posticino nel Pantheon nazionale, dai Romani al Risorgimento con una appendice resistenziale, passando naturalmente – e col debito rispetto – per il paterno dominio della Serenissima. Ma così, venendo da agglomerati di cemento che la maggior parte di noi ricorda tirati su alla meno peggio da cantieri edili che schizzavano da un punto all’altro di un territorio, agricolo o coperto di canneti, che cosa siamo venuti a raccontarci?” (Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre. Atti del convegno Sala del Consiglio di Quartiere Carpenedo Bissuola Mestre 25-27 marzo 1988, Arsenale, Venezia 1990, p. 13). Nella Presentazione agli Atti, Domenico Canciani delineava i compiti civici, didattici e storiografici che derivavano da “una estraneità”, “una separatezza” dei quartieri dal centro città (pp. 9-12). I rapporti tra centro-Mestre, ex comuni autonomi e periferie sono al centro del volume Associazione storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova Dimensione, Portogruaro 1990 (nello stemma di Mestre c’è l’acronimo MF, cioè “Mestre Fidelissima”, s’intende a Venezia). A distanza di tempo sarebbe interessante analizzare le vicende e gli esiti di queste prospettive civiche e storiografiche.

Archiviato in://, Generi di discorso, Storiografia Piero Brunello

Manifestazioni sul Ponte della Libertà

28/10/2025 Piero Brunello // Storiografia

Il blocco del Ponte della Libertà da parte di circa 25mila persone il 3 ottobre 2025 in prospettiva storica e comparativa: confini mentali, memoria culturale, riti metropolitani e globali. Appunti per una ricerca.

Il blocco del ponte automobilistico che unisce Venezia alla terraferma durante la manifestazione del 3 ottobre 2025, che abbiamo documentato in queste pagine, suggerisce una ricerca sul Ponte della libertà come luogo di manifestazioni. Ci sono stati altri blocchi nel passato? da parte di chi? con quali obiettivi?

Appunti preliminari per una possibile ricerca

1. Cronache e storiografia. Maggiori manifestazioni operaie degli anni Cinquanta-Sessanta:

a. 14 marzo 1950, volantinaggio davanti ai cantieri Breda, la polizia spara, sassaiola in risposta; il giorno dopo sciopero generale, con manifestazione in Piazza San Marco (canzone di Gualtiero Bertelli, La Breda)[1].

b. 1 agosto 1968, dopo un primo blocco del cavalcavia di Mestre e di quello di san Giuliano, gli operai occupano i binari della stazione di Mestre (canzone di Gualtiero Bertelli, Primo d’agosto Mestre ’68)[2].

c. 3-5 agosto 1970, in via Fratelli Bandiera, scontri tra Celere e operai delle imprese di Porto Marghera aiutati da abitanti di Ca’ Emiliani, barricate, picchetti davanti alle fabbriche[3].

Questi esempi portano a pensare che nel repertorio delle manifestazioni operaie, nel periodo di massimo sviluppo di Porto Marghera, il blocco del Ponte della Libertà non fosse previsto, nemmeno quando i cortei erano così imponenti da poter sfidare i divieti della polizia.

2. Ricordi personali: 30 settembre 1974. Una manifestazione di circa duecento abitanti del Villaggio San Marco, dopo una serie di agitazioni per avere una scuola materna pubblica in quartiere (l’unica era tenuta dalle suore), blocca il Ponte della Libertà, per raggiungere poi il Municipio di Venezia.

3. Ricerche online, sapendo che si possono ricavare dati solo da cronache recenti (15-20 anni):

a. 18 novembre 2009, mattina. Corteo operaio dell’Alcoa promosso dalla Fiom-Cgil provinciale contro i licenziamenti (3000 per la Questura, 8mila per gli organizzatori) da via Righi a Venezia; blocco del ponte in vista di un incontro in Prefettura; informata in anticipo, la polizia municipale di Venezia chiude al traffico il ponte dalle 9 alle 10,30[4].

b. 10 dicembre 2012. Corteo di lavoratori dell’azienda Pilkington di Porto Marghera blocca il ponte per circa quattro ore, in previsione della partecipazione a un Consiglio comunale a Mestre sulla sorte della fabbrica a rischio di chiusura[5].

c. 27 marzo 2021. Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, provenienti dal Tronchetto (300 secondo il Gazzettino) bloccano il ponte per circa 15 minuti, lanciando “slogan d’accusa verso i settori dello Stato che hanno ‘dimenticato’ i lavoratori dello spettacolo”[6].

d. 23 aprile 2021. Manifestazione indetta dal Sindacato Generale di Base dell’ACTV, blocco del ponte all’altezza della deviazione per il Tronchetto, la Digos identifica una ventina di lavoratori, minacciate denunce per manifestazione non autorizzata e possibili sanzioni da mille a quattromila euro[7].

e. 14 dicembre 2022. Sei attivisti di Ultima Generazione bloccano per circa venti-trenta minuti il Ponte della Libertà, fino all’arrivo della polizia; striscione: “Ultima generazione unisciti a noi”[8]. (Ultima Generazione è un movimento che conduce azioni di protesta eclatanti contro i cambiamenti climatici).

4. Tenere presente gli elementi del paesaggio. Il Ponte della Libertà, che corre a fianco di quello ferroviario, è lungo un po’ meno di quattro chilometri. «La segnalazione “Venezia” – ha osservato Luca Pes – non compare all’altezza del confine comunale, ma all’imboccatura del ponte della Libertà»[9]. A metà ponte una piazzola con una colonna e i cannoni puntati verso la terraferma ricorda la resistenza di Venezia all’esercito austriaco nel 1848-49. Sulla destra verso Venezia (laguna sud) si vedono le fabbriche della Prima Zona Industriale; a sinistra (laguna nord) si vedono atterrare gli aerei all’aeroporto Marco Polo.

Prime ipotesi di ricerca

1. Dal 1950 agli anni Settanta, i luoghi presidiati dai cortei operai che provengono da Porto Marghera sono i confini della zona industriale: il cavalcavia e la stazione di Mestre, che dividono Mestre dalle fabbriche; via Fratelli Bandiera che corre tra gli stabilimenti e la città di Marghera (oltre a essere contigua al territorio solidale di Ca’ Emiliani); a volte il cavalcavia di San Giuliano alla fine di via Righi, la strada cioè che costeggia la prima zona industriale. Il presidio dei confini vuole significare che la forza operaia sta nelle fabbriche, che il conflitto sociale e politico avviene nei luoghi di lavoro[10].

Nel 1950 un grande corteo operaio si chiude in piazza San Marco a Venezia, città ancora sede delle associazioni operaie (a cominciare dalla Camera del Lavoro), e retta da una giunta social-comunista, con sindaco Giobatta Gianquinto. Dopo di allora i cortei operai attraversano Mestre, che in trent’anni passa da circa 60mila a quasi 180mila abitanti, per chiudersi con un comizio in piazza Ferretto. I cortei che sfilano per corso del Popolo e si chiudono in centro non sono una sfida, ma ribadiscono che Mestre (come prima lo era stata Venezia) è una città operaia.

2. A partire dagli anni Settanta il presidio del ponte avviene in nome non dell’antagonismo di classe, ma dei diritti di cittadinanza; chi manifesta non avanza rivendicazioni in quanto lavoratore/lavoratrice, ma in quanto cittadino/cittadina (di un Comune, di una Regione, di uno Stato).

Blocchi operai del ponte non sono mancati negli anni Duemila, ma sono avvenuti in un territorio deindustrializzato, e quando ormai Venezia e Mestre vedono nella zona industriale un attacco alla salute e all’ambiente. I cortei operai non si rivolgono alla città, e neppure si svolgono in città, ma chiedono ascolto presso le autorità, in una trattativa con la Prefettura (Alcoa, 2009), o per spingere Comune e Regione a prendere posizione (Pilkington, 2012). Striscioni di manifestanti della Pilkington davanti il municipio di Mestre dopo il blocco del ponte della Libertà: “Orsoni – Zaia / 175 famiglie / rovinate e voi / silenzio…”, e: “Istituzioni / politici – fate / qualcosa”[11]; gli slogan dei Lavoratori dello spettacolo che una decina di anni dopo hanno bloccato il ponte accusano “i settori dello Stato” che li hanno dimenticati.

L’unico blocco del ponte che ricorda i cortei operai è quello attuato nel 2021 dal sindacato di base dell’Actv: ma in questo caso il Ponte della Libertà non è quello che divide/unisce Venezia e Mestre, ma il confine che delimita il luogo di lavoro (concentrazione a piazzale Roma di uffici, capolinea di autobus, tram, mezzi di navigazione).

3. Il blocco del Ponte della Libertà del 3 ottobre 2025 si volge in uno scenario mondiale. Manifestazioni Pro Palestina con blocco dei ponti: New York (Brooklyn Bridge, 8 gennaio 2024); Londra (Tower Bridge, 24 febbraio 2024); San Francisco (Golden Gate Bridge, 15 aprile 2024); Istanbul (Ponte di Galata, 1 gennaio 2025), Sidney (Sidney Harbour Bridge, 3 agosto 2025), Dublino (O’ Connell Bridge, 21 agosto 2025); Venezia-Mestre (Ponte della Libertà, 3 ottobre 2025).

4. Chiedersi infine se il significato del blocco del Ponte della Libertà sia da cercare non negli obiettivi dichiarati, ma nel rito in sé e nella performance.

È la prima volta che il Ponte della Libertà viene bloccato da due cortei che partono uno da Venezia e uno da Mestre: rito di gemellaggio? un modo per riaffermare una città metropolitana basata sul decentramento, di fatto mai attuata?

Allan Kaval, giornalista francese, osserva che la manifestazione veneziana del 3 ottobre ha bloccato il ponte che collega la città “alla terraferma e al turismo di massa”[12]. Sulla scia di No Bezos la giornata del 3 ottobre è un modo con cui l’attivismo civico a Venezia (ma anche a Mestre, città di alberghi e B&B) si riappropria degli spazi urbani?

Nota. In copertina acquarello di Lanfranco Lanza (2019), particolare. 


[1] Breda, marzo 1950. L’intervento del sindaco Giobatta Gianquinto. Le cronache di Gianni Rodari, a cura di Mirella Vedovetto, postfazione di Giorgio Molin, storiAmestre, Mestre 2005 (quaderni di storiAmestre, 1).

[2] Porto Marghera/Montedison. Estate ’68, a cura di “Potere Operaio” di Porto Marghera, edito a cura del centro G. Francovich-Firenze, Edigraf, Segrate (Milano), ottobre 1968, disponibile online.

[3] Cesco Chinello, I “negri” di Porto Marghera, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 2, 1994, pp. 14-15; si veda Michele Boato, La lotta continua. Da Giustizia e Libertà ai Cristiani di base, dal ’68 veneziano alle barricate di Marghera ’70, libri di Gaia, Mestre 2019, con foto e documenti.

[4] La protesta dell’Alcoa. Ponte della Libertà bloccato. Mille operai in corteo, “La Nuova Venezia”, 19 novembre 2009; Migliaia di operai sul ponte. La rabbia dei metalmeccanici contro la chiusura delle fabbriche, “La Nuova Venezia”, 20 novembre 2009; Orsola Casagrande, E a Fusina tute blu pronte a fare il bis, “Il manifesto”, 21 novembre 2009.

[5] Lavoratori della Pilkington sul ponte. Striscioni e bandiere, traffico in tilt, “Corriere del Veneto”, 11 dicembre 2012.

[6] 300 lavoratori dello spettacolo bloccano il Ponte della Libertà, “Il Gazzettino.it”, 27 marzo 2021.

[7] Sciopero e rabbia dei lavoratori Actv Il ponte bloccato l’incontro con Seno, “Nuova Venezia”, 24 aprile 2021; ACTV di Venezia: l’attacco delle istituzioni e la difesa dei lavoratori, in“L’ordine nuovo. Rassegna di politica e cultura comunista”, 11 maggio 2021; Gloria Bertasi, Venezia, Ponte della libertà bloccato, arrivano le multe ai lavoratori ACTV, “Corriere del Veneto”, 21 giugno 2021.

[8] Clima, attivisti bloccano il Ponte della Libertà a Venezia, in GEA-Green Economy Agency, 14 dicembre 2022; Protesta degli attivisti di Ultima generazione a Venezia: bloccato il Ponte della Libertà, a cura di Biagio Chiarello, “fanpage.it”, 14 dicembre 2022.

[9] Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, p. 2398 (il saggio pp. 2393-2435, ora disponibile online).

[10] Piero Brunello, Una città disciplinare [2004], in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (Verona) 2023, pp. 208-209.

[11] Una foto disponibile online.

[12] Allan Kaval, Una generazione contro il genocidio, “Internazionale”, 10 ottobre 2025 (corrispondenza per “Le Monde”, l’originale datato 4 ottobre 2025).

Archiviato in://, Storiografia Piero Brunello

Giorgio Sarto (1941-2024)

31/07/2025 Piero Brunello // Ritratti

Un ricordo scritto in occasione del primo anniversario della morte

Ho conosciuto Giorgio Sarto in un viaggio in Portogallo organizzato da Lotta continua nell’agosto 1975. C’eravamo incrociati anche prima, come succedeva negli anni della militanza politica in una città relativamente piccola com’è Mestre, ma fu a Lisbona che abbiamo scoperto di avere interessi comuni. Giorgio faceva fotografie, io tenevo appunti degli incontri politici. Lo ricordo in quell’estate, con la macchina fotografica in mano, perlopiù in compagnia di Stefano Boato, suo collega all’Istituto “Giorgio Massari” di Mestre. Loro avevano trovato alloggio in una pensione in centro, mia moglie Giannarosa e io ci eravamo invece portati una tendina canadese e stavamo in un camping un po’ fuori della città.

Non ricordo di aver mai parlato con lui degli anni della militanza politica, su cui peraltro Giorgio conservava un archivio. Sulla sua scrivania teneva un tagliacarte, in lega leggera di alluminio, ricavato da un aereo americano abbattuto nel Nord Vietnam, avuto da compagni dell’Organizzazione Fronte Unito, di cui nei primi anni Settanta aveva fatto parte. Un altro documento a cui teneva era un decreto di citazione a giudizio della Pretura di Venezia, datato 9 marzo 1966, ricevuto in quanto presidente dell’organismo rappresentativo degli studenti di architettura (ORSAV), che con altre associazioni aveva promosso l’anno prima una manifestazione non autorizzata contro la guerra in Vietnam. [https://storiamestre.it/2019/05/04/vietnam-1965-75/]

Ci siamo rivisti dopo quel primo incontro a Lisbona? Non ricordo. Ricordo però quando, nel 1985, uscì il libro su Altobello, frutto di una ricerca svoltasi tre anni prima nell’ambito del corso sperimentale dell’Istituto Tecnico per Geometri “Giorgio Massari”. Volendo scrivere una recensione per la “Nuova Venezia” m’incontrai più volte con Giorgio, che aveva curato il libro, e discussi con lui del lavoro specifico – il recupero di parte di un’area ottocentesca di Mestre a due passi da Piazza Barche – e più in generale del modo di guardare alla storia della città. Nel libro c’era l’esperienza non solo personale e professionale di Giorgio, laureatosi a pieni voti in pianificazione urbanistica nel 1968, ma anche di Urbanistica democratica, di cui era stato uno dei fondatori nel 1978. A Mestre si era sempre abbattuto e costruito come se la città fosse una tabula rasa, priva di preesistenze storiche e artistiche, oltre che di un patrimonio ambientale. Il libro su Altobello mostrava invece come rendere visibile una città invisibile, individuando tracce storiche ancora presenti, grazie a sopralluoghi e all’analisi di carte d’archivio.

In quell’occasione Giorgio mi portò a vedere la documentazione raccolta nel Laboratorio urbanistico e cartografico allestito presso il Triennio sperimentale da lui promosso e coordinato all’Istituto “Giorgio Massari” fin dal 1978. Il Laboratorio, che s’inseriva nel rinnovamento della didattica allora in atto in Italia, promuoveva dispense didattiche, ricerche, rilievi e progetti sul patrimonio storico e architettonico di Mestre, basandosi sul mutuo apprendimento, unendo lezioni ex cathedra e ricerca, e instaurando collaborazioni con esperti esterni alla scuola, non solo universitari. Giorgio amava il suo lavoro. In quello stesso anno 1985 risultò vincitore di un concorso per comandi quinquennali presso l’IRRSAE (Istituto Regionale di ricerca, sperimentazione e aggiornamento), ma rinunciò all’assegnazione per continuare a fare l’insegnante e a seguire il Laboratorio che aveva messo in piedi.

Nel 1986 scrissi una lettera a una decina di persone, proponendo di costituire un’associazione per la storia di Mestre. Scrissi anche a Giorgio, che accettò, diventando uno dei fondatori di storiAmestre. Nei primi tempi mi consegnò una cartella con alcuni materiali prodotti da Urbanistica democratica, così da mettere a fuoco possibili temi d’intervento. Il contributo che Giorgio portò all’associazione – come si vede nei primi due convegni di studio – riguardavano lo sviluppo urbanistico della città e i conflitti politici in cui sono implicate le decisioni sulle aree urbane, con particolare attenzione all’analisi cartografica[1]. Chi l’ha conosciuto sa quanto Giorgio amasse soffermarsi sui dettagli delle carte topografiche, dei rilievi e dei progetti. Gli piacevano proprio, i particolari. Ricordo quando mi descriveva il mosaico liberty con la scritta “Auto-Garage Touring” all’ingresso di un vecchio garage davanti alla stazione di Mestre. Per lui tutti i segni urbani raccontavano una storia. Eppure questo suo sguardo si accompagnava a una domanda di fondo: chi comanda la città? quali sono gli interessi forti, e come si rivelano nelle decisioni urbanistiche? Sono domande che gli venivano senz’altro da Urbanistica democratica, ma anche da prima, dagli anni in cui aveva fatto parte dell’Ufficio studi regionali veneto delle ACLI (1966-1970), ed era stato redattore della rivista Questitalia diretta da Vladimiro Dorigo (1967-1970).

Il principale ambito di interessi di Giorgio rimase la Pianificazione urbanistica. Relatori della sua tesi di laurea erano stati Giuseppe Samonà, Giovanni Astengo e Ignazio Gardella, figure di rilievo nella realizzazione di progetti urbanistici in Italia. E allo IUAV, nel Corso di laurea in Urbanistica, Giorgio era tornato negli anni 1972-74 come borsista CNR, per svolgere attività di ricerca e di supporto alla didattica. Cosicché, quando diventò consigliere prima e assessore poi nella giunta provinciale di Venezia (era stato eletto nella lista Verdi Arcobaleno), Giorgio decise di impegnarsi nella Commissione per l’individuazione dei vincoli paesaggistici. Tra i numerosi beni ambientali e territoriali che riuscì a vincolare in quel periodo (1992-1993) ricordo il Quartiere Urbano di Marghera, progettato nel primo dopoguerra su modello delle Città Giardino. Se a Marghera non si possono realizzare progetti edilizi che la snaturerebbero, come potrebbe succedere oggi con la costruzione di una Torre al Villaggio San Marco progettato da Giuseppe Samonà, questo è dovuto al fatto che, grazie a Giorgio Sarto, il quartiere urbano di Marghera è stato vincolato dalla Provincia di Venezia come esempio di Città Giardino.

Non doveva essere facile far parte di una Commissione incaricata, in sostanza, di difendere il territorio dalla cementificazione. Ricordo che in un caso Giorgio ricevette una querela, con una richiesta di risarcimento spropositato, a causa dei limiti che aveva imposto a un progetto di espansione edilizia: la vicenda giudiziaria si risolse con un nulla di fatto, ma mise Giorgio e Ketty in angustia per parecchio tempo.

Giorgio aveva una vera passione per le Garden Cities europee. Oltre a conoscere la letteratura sull’argomento, le aveva visitate con viaggi di studio quand’era borsista CNR allo IUAV. Immaginava insediamenti urbani in cui fossero mantenute aree agricole, costruiti parchi, salvaguardati i complessi di interesse storico e tutelati gli spazi di valore ambientale legati ai corsi d’acqua, ai boschi, ai prati e alle zone umide. Ma a differenza dei suoi maestri, non pensava a progetti di insediamenti da realizzare ex novo, bensì a una paziente opera di cucitura, quasi di rammendo, di valori storici e ambientali che avevano resistito alla speculazione edilizia. Giorgio aveva fiducia nell’attenzione ai dettagli; pensava che il compito degli urbanisti fosse quello di riparare ai danni che lo sviluppo urbano, e in parte essi stessi (Giorgio avrebbe parlato di controriforma urbanistica), avevano causato.

Il primo esempio che voglio ricordare riguarda l’impegno tenace che Giorgio dedicò per anni alla proposta e alla realizzazione di un parco fluviale, partendo dalla salvaguardia dell’area lungo i meandri del Marzenego poco prima di entrare a Mestre.

Il secondo esempio si riferisce alla raccolta della cartografia storica delle trasformazioni del fiume dal Settecento al 2014, realizzata nell’ambito del Contratto di fiume Marzenego, a cui storiAmestre aveva aderito; sempre in quell’ambito Giorgio collaborò con Mario Tonello a una mostra, perlopiù basata su carte, mappe e rilievi, esposta dapprima a Reggio Emilia (2015) e in seguito all’Iuav, a Mestre, a Noale e a Martellago, città toccate dal fiume. Non riesco a pensare a due studiosi più pignoli e minuziosi di Giorgio e di Mario: queste loro qualità fanno sì che la mostra offrisse, oltre a un’analisi accurata e circostanziata del corso del fiume, una serie di proposte di intervento puntuali e non generiche.

Nel 2003 Giorgio ebbe dal Comune di Venezia un incarico a titolo gratuito (l’aveva messa lui come condizione) per curare il progetto “Mestre Novecento”, in vista della costituzione di un museo che documentasse le trasformazioni sociali e urbanistiche a/di Mestre nel corso di un secolo. Giorgio mi chiese di affiancarlo. Lo fece durante un pranzo a casa sua, a cui lui e Ketty mi invitarono assieme a mia moglie Giannarosa. Non era facile dire di no a Giorgio, data la correttezza e il garbo che lo contraddistinguevano, ma, a causa dei miei impegni lavorativi di allora, sentii di non poter collaborare come avrei voluto, e rinunciai.

Nel nuovo incarico, che si svolse presso il centro culturale Candiani, Giorgio costituì un Laboratorio Mestre Novecento in cui, con la collaborazione di Claudio Zanlorenzi, raccolse e catalogò in un database digitale un’ingente mole di documenti e materiali; allestì la grande mostra Mestre Novecento. Il secolo breve della città (2007-2008), curandone il catalogo; fece vincolare dalla Sovrintendenza Archivistica l’archivio Fertimont di Porto Marghera, che rischiava la distruzione.

Giorgio credeva nella costituzione in uno spazio pubblico di un Laboratorio di ricerca e documentazione, aperto ad associazioni, scuole, studiosi, iniziative civiche. Il Comune lasciò morire l’esperienza, affidando lo spazio urbano che da sempre si pensava destinato al museo cittadino a una fondazione di origine bancaria (Fondazione di Venezia, ex Fondazione Cassa di Risparmio), che diede vita all’operazione, immobiliare e museale, di M9. Il database in cui era confluito il materiale raccolto da Giorgio divenne inaccessibile: dei tre PC in dotazione al Laboratorio si perse traccia, e in ogni caso non si trovava più la password. Anni dopo, chiusa definitivamente la vicenda, ritenendo necessaria una presa di posizione di storiAmestre, di cui allora ero presidente, chiesi a Giorgio un riepilogo dei fatti in un’assemblea associativa dedicata all’argomento. Giorgio concluse le sue osservazioni, che qui ho ripreso, con un tono desolato, affermando che “l’elemento principale” su cui discutere andava ricercato “nella linea culturale e nelle scelte comunali, anche nel rapporto tra pubblico e privato[2].

Nel 2018, chiedendoci come spesso facevamo, di chi fossero “le mani sulla città”, dissi a Giorgio che mi sarebbe piaciuto leggere una buona e documentata storia del Mose, o magari prima o poi scriverne una io, per cercare di capire il carattere consociativo – dalla Curia patriarcale alle istituzioni culturali – che caratterizza la realtà veneziana, com’era stato confermato dall’inchiesta giudiziaria sulla gestione dell’opera gestita dal Consorzio Venezia Nuova. In quell’occasione Giorgio mi fece avere una corposa rassegna stampa, rilegata in volume, del periodo in cui era stato senatore nel Gruppo Parlamentare Verdi-L’Ulivo (aprile 1996-aprile 2001). Nel biglietto che accompagna il volume, Giorgio mi scriveva che la prima battaglia sul Mose era avvenuta nel 1996, e si augurava che io trovassi in quelle pagine qualcosa di utile alla mia ricerca.

La rassegna stampa documenta l’impegno di Giorgio da senatore. Vedo per esempio che è stato lui il relatore del decreto sulla “mobilità sostenibile” che finanziava le piste ciclabili in Italia. A proposito del Mose, Giorgio fu tra quanti cercarono soluzioni alternative, denunciando l’illegittimità della concessione monopolistica del progetto e dei lavori a un concessionario unico [Consorzio Venezia Nuova], contestando la scelta di affidarsi all’ingegneria idraulica (precostituendo di fatto le tecniche da adottare), richiamando la necessità di assicurare il ricambio delle acque tra mare e laguna, e infine proponendo misure concrete, ed enormemente meno costose (innalzamento delle rive, apertura delle valli alle maree, lavori ai fondali delle bocche di porto), per contrastare le acque alte per i successivi venti-trent’anni, sulla base del principio di reversibilità delle opere, tanto più con la previsione, già allora ampiamente accettata, di un aumento del livello del mare Adriatico.

Nel 2021, ragionando sulla crisi dell’associazionismo in seguito alle trasformazioni (demografiche, sociali, lavorative) degli ultimi decenni e alla pandemia del Covid, storiAmestre avviò una discussione sul senso dell’esistenza di un’associazione di storia in un contesto in cui la storia, e i suoi metodi, hanno perso rilevanza nel discorso pubblico. Prendendo a esempio Urbanistica democratica, in cui i progetti d’intervento erano preceduti da una ricognizione storica, Giorgio pensava a un’associazione civica-ambientalista; a me sembrava urgente costruire uno spazio pubblico attraverso l’esercizio di uno sguardo critico e storiografico. Giorgio aveva a cuore interventi come quelli del Parco fluviale, io pensavo al futuro della storia, e della storia locale, che non può sottrarsi all’abbraccio del Principe solo per mettersi al servizio dei Comitati. La malattia, che ha segnato gli ultimi anni della vita di Giorgio, ci ha impedito di discuterne come eravamo abituati a fare[3].

Giorgio Sarto è morto il 2 agosto 2024 a Mestre, e a Mestre si sono tenuti i funerali; era nato a Cittadella il 2 aprile 1941, aveva fatto gli studi superiori a Bassano del Grappa. Se la città è una costruzione sociale, Giorgio ha contribuito molto alla formazione di una società civile a Mestre, concorrendo all’elaborazione di un immaginario urbano. Ci restano i suoi scritti e l’archivio, che si spera potrà essere conservato in un luogo pubblico. Tutte e tutti gli siamo debitori per il suo sguardo attento, il suo impegno generoso, il suo tratto garbato e gentile.

Nota. In apertura e nel testo particolari da Mestre infedele,quadro a olio di Gigio Brunello (1990).


[1] Giorgio Sarto, Storia dello sviluppo urbano, in storiAmestre-MCE, La città invisibile. Storie di Mestre, atti del Convegno (Mestre 25-27 marzo 1988), presentazione di Domenico Canciani, Arsenale, Venezia 1990, pp. 46-70; Id., Conoscenza storia e proposte di trasformazione della terraferma, in storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova dimensione, Portogruaro 1990, pp. 52-60.

[2] Riprendo i dati della vicenda e il giudizio di Giorgio Sarto dal verbale dell’assemblea di storiAmestre, 8 novembre 2019 (che conservo in copia). L’occasione per stilare un consuntivo dell’attività del Laboratorio Mestre Novecento e per ripensare il ruolo di un museo a Mestre era venuta, oltre che dalla conferma della perdita dei dati raccolti dal Laboratorio, da un concorso per Miss Venezia-M9, e dall’ospitalità data da M9 alle prefinali di Miss Italia, dal 26 al 28 agosto 2019 in https://www.metropolitano.it/miss-venezia-candidata-a-miss-italia/.

[3] L’intervento di Giorgio Sarto in https://storiamestre.it/2021/12/24/smuovere-mezzo-secolo-di-inerzia/.

Archiviato in://, Ritratti Piero Brunello

  • Pagina 1
  • Pagina 2
  • Pagina 3
  • Vai alla pagina successiva »

Copyright © 2026 · Genesis Altroche on WordPress · Accedi

Utilizziamo i cookie e dati personali per necessità. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo da parte nostra in linea con la GDPR.