• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
altrochemestre

altrochemestre

Documentazione e storia del tempo presente

  • Chi siamo
  • Contatti/Newsletter
  • Rubriche
    • Altrochemestre
    • Carte false
    • Elementi del paesaggio
    • Idee
    • Laboratorio
    • Letture
    • Mappe
    • Opinione pubblica
    • Punti di osservazione
    • Scene dal presente
    • Statistiche
    • Storiografia
  • Autori
  • Cerca

Nikolas Bingger

Movimenti studenteschi a Ca’ Foscari, 2024-2022

26/06/2026 Nikolas Bingger || Documenti

Come nasce una protesta. Notizie su Fronte della Gioventù Comunista, Collettivo Sumud, Liberi Saperi Critici, che hanno promosso la mobilitazione per la Palestina e contro il coinvolgimento dell’università nella produzione e vendita di armi a Israele nel 2024.

Nota. Nell’anno accademico 2023-2024 all’università Ca’ Foscari di Venezia alcuni movimenti studenteschi hanno manifestato in vari modi per esprimere solidarietà al popolo palestinese e chiedere la cessazione degli accordi tra ateneo, industria bellica e istituzioni israeliane complici nel massacro della popolazione a Gaza. 

Le mobilitazioni, che riprendevano slogan e modalità espressive utilizzate in altri Paese, inserendosi in reti transnazionali, sono culminati nei mesi di maggio e giugno 2024 con l’occupazione del rettorato a Ca’ Foscari e della sede di San Sebastiano e lo svolgimento di una “assemblea aperta” con la partecipazione di tutte le componenti dell’ateneo. 

Mentre queste vicende erano in corso, Nikolas Bingger ha cominciato a prendere appunti per la loro storia, seguendo di persona le assemblee, raccogliendo post e materiale diffuso da alcuni gruppi studenteschi nei social, e intervistando altre persone coinvolte nelle proteste. Poi è andato a ritroso, ricostruendo il percorso da cui provenivano quei gruppi, quelle studentesse e quegli studenti.

Questa ricerca, che è anche un esempio di osservazione partecipata, è diventata una tesi di laurea triennale che Bingger ha discusso di recente (Le “acampade” studentesche per la Palestina a Ca’ Foscari nel 2024: tra fonti digitali e storia orale, relatore prof. Alessandro Casellato). Da qui riprendiamo alcune pagine del primo capitolo (riviste per l’occasione), in cui l’autore presenta i soggetti che in seguito avrebbero partecipato alle proteste del 2023/24 all’interno di Ca’ Foscari, delineandone la nascita e mettendo in evidenza le originarie differenze nell’ideologia, nella struttura organizzativa e nelle modalità di azione. (acm)

Introduzione

Queste pagine non hanno l’ambizione di ricostruire l’intera storia recente dei movimenti studenteschi veneziani, quanto piuttosto di introdurre le forme e i gruppi protagonisti della mobilitazione per la Palestina negli anni 2023 e 2024. In particolare si presentano i tre soggetti che, a vario titolo, hanno animato la scena politica studentesca nei mesi precedenti e successivi al 7 ottobre 2023 (data dell’attacco di Hamas contro Israele con l’uccisione o il rapimento di oltre un migliaio tra civili e militari): il Fronte della Gioventù Comunista, il collettivo Sumud e Liberi Saperi Critici.

1. Il Fronte della Gioventù Comunista

Il Fronte della Gioventù Comunista (FGC) è un’organizzazione marxista-leninista nata nel 2012 dall’unione di collettivi e militanti comunisti con l’obiettivo di “intensificare il contributo della gioventù al processo di ricostruzione comunista in Italia”. Sul piano nazionale, il FGC rappresenta un caso particolare: movimento giovanile nato inizialmente senza partito di riferimento, ha siglato nel 2016 un “patto di unità d’azione” con il Partito Comunista di Marco Rizzo, per poi rescinderlo nel 2020 a seguito della virata sovranista di quest’ultimo. Da questa scissione nasce il Fronte Comunista, allineato al FGC.

La sezione di Venezia è attiva dal 2015 ma è solo dal 2018 che presenta segni di vitalità, in particolare con la creazione della propria pagina Instagram. La crescita del collettivo è testimoniata anche dai tentativi di espansione nelle istituzioni: nell’aprile 2019 si candida alle elezioni per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari.

Sul territorio veneziano, il FGC (FGC-V) si consolida lavorando insieme a realtà locali come il collettivo Tutti In Piedi di Mestre, dove collaborano nella gestione di uno sportello alimentare e di un doposcuola popolare.

A partire dal 2021, l’impegno del collettivo si sviluppa ulteriormente: sul piano sociale, partecipa a mobilitazioni per opporsi all’ingerenza privata nei settori pubblici; sul piano scolastico-universitario, organizza proteste contro l’alternanza scuola-lavoro e contro i tagli all’istruzione.

La matrice marxista-leninista del Fronte comporta una forte caratterizzazione sui temi dell’antiimperialismo e dell’antimilitarismo[1], che legano ideologicamente e storicamente il FGC a una posizione radicalmente anticoloniale sulla questione palestinese. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e l’aumento delle spese militari a livello globale e nazionale, questi temi diventano centrali nell’agenda del FGC-V. L’inasprimento delle problematiche sociali nel post-pandemia, unito all’elezione in Italia di un governo nazionalista che favorisce l’incremento della spesa militare, danno slancio alle attività del collettivo, che intensifica la propria presenza sul territorio con iniziative contro il caro-vita e il riarmo.

Sebbene il FGC-V nasca come organizzazione giovanile esterna a Ca’ Foscari, a partire dal 2022 si osserva uno spostamento del proprio baricentro verso l’ambiente cafoscarino. Il collettivo inizia a organizzare assemblee studentesche con regolarità, consolidando una base di riferimento e portando avanti battaglie su due fronti principali: la carenza di spazi per la didattica e la questione abitativa.

Sul primo fronte, la controversia raggiunge il culmine quando l’ateneo annuncia l’introduzione di lezioni al sabato per sopperire all’insufficienza di aule. Gli studenti rispondono con una lettera di protesta alla rettrice Tiziana Lippiello, a cui la rettrice replica dicendo che le aule ci sono. Tuttavia, pochi giorni dopo, il 12 agosto 2022, la stessa rettrice rilascia un’intervista al TG2 in cui riconosce che il problema più sentito dagli studenti è proprio quello degli spazi, dicendo che sono troppo pochi.

Parallelamente, la questione abitativa emerge con forza, a partire dal fatto che trovare una sistemazione a prezzi accessibili nell’area veneziana si rivela sempre più difficile. Il FGC-V denuncia che le soluzioni abitative proposte dall’università risultano onerose persino per i beneficiari di borsa studio. Le prime mensilità del posto alloggio sono infatti anticipate dallo studente in attesa dell’erogazione della borsa, di fatto equiparando la residenza pubblica a un affitto privato. A ciò si aggiunge che le residenze universitarie sono gestite da soggetti privati. Queste critiche confluiscono nella più ampia denuncia della “aziendalizzazione del sapere”: la progressiva subordinazione dell’università a logiche di mercato, in cui l’istituzione agisce come impresa piuttosto che come garante del diritto allo studio.

Nel 2023, il collettivo compie un ulteriore passo: si candida alle elezioni studentesche per il Senato Accademico, l’organo di governo dell’università. Al centro del programma elettorale vi sono la denuncia dell’aziendalizzazione dell’ateneo, la richiesta di studentati pubblici e gratuiti, il diritto allo studio e la contestazione dei legami con l’industria bellica, seppur senza entrare nel dettaglio di accordi specifici. Nonostante l’impegno, il FGC non riesce a ottenere seggi, ma l’esperienza contribuisce a rafforzare la rete di relazioni costruite nell’ateneo, consolidando il ruolo dell’organizzazione nel contesto veneziano.

2. Il Collettivo Sumud

Il collettivo Sumud nasce all’interno della comunità studentesca veneziana a fine agosto del 2022. La struttura fluida e interpersonale del collettivo rende difficile identificare luoghi e spazi istituzionali di riferimento. Per compensare la scarsità di fonti documentarie sulla sua attività in gran parte informale, si è rivelato utile ricorrere a fonti orali, dalle quali emerge che l’attività politica di Sumud si sviluppa prevalentemente all’interno delle stesse aule universitarie, in incontri e assemblee organizzate al di fuori dell’orario delle lezioni. Un luogo centrale per questi ritrovi è la sede di Ca’ Foscari a San Sebastiano, dove si tengono incontri e proteste organizzate da Sumud insieme a FGC. In particolare, ho avuto modo di intervistare alcuni dei suoi membri. Mario T., uno dei fondatori, mi ha chiarito l’identità politica e le pratiche organizzative del gruppo.

“Il nostro collettivo come nasce? Nasce semplicemente dall’incontro di amici, banalmente. Prima una coppia di amici, poi un gruppetto di quattro. Nasce da una necessità collettiva di provare a costruire una realtà autonoma e soprattutto separata rispetto a quelle egemoni sul territorio, con le quali non ci si ritrovava – e non ci si trova – da un punto di vista di analisi politica e di prospettiva teorica e pratica”.

Il nome scelto è già di per sé indicativo dell’orizzonte culturale in cui il collettivo intende muoversi. Sumud è un termine arabo che nel contesto della resistenza palestinese significa “resilienza” o “fermezza”: indica un atteggiamento di resistenza civile e morale, sistemica e non violenta, di fronte all’occupazione e alla repressione. Nel loro primo post su Instagram (31 agosto 2022), i fondatori spiegano così la scelta:

“Riteniamo utile e necessario rifarci a questo concetto perché, in forme e con implicazioni ovviamente diverse rispetto a quelle del popolo palestinese, si sta diffondendo e consolidando nella nostra vita di tutti i giorni un nuovo tipo di imperialismo, quello tecnologico/cibernetico. […] La conseguenza diretta di questo processo è il colonialismo dell’immaginario, ovvero l’incapacità generazionale di pensare a un futuro diverso da quello che ci aspetta”.

Per il collettivo, la via d’uscita da questo nuovo dominio cibernetico sta nell’autorganizzazione e nell’autogestione di spazi autonomi, capaci di sottrarsi ai percorsi istituzionali e opporsi al sistema che lo perpetua. L’obiettivo dichiarato è “riconquistare la capacità generazionale di immaginazione e creazione di futuri alternativi” attraverso l’incontro, il confronto e la costruzione collettiva. Nell’intervista Mario T. sottolinea: “Essendo proprio un collettivo che non ha fin da subito una linea politica definita, ma che si basa su rapporti umani che decidono di traslarsi anche su un piano politico, inizialmente ha un approccio molto culturale, molto sociale”.

Sul piano locale, il collettivo inizia subito ad attivarsi anche nel contesto universitario. Nell’ottobre 2022 Sumud si unisce alla contestazione generale contro il clima di competizione e aziendalizzazione dell’università, organizzando un presidio sotto il Rettorato di Ca’ Foscari.

Mario T. ricoda: “Iniziamo fin da subito a seguire la mobilitazione per Alfredo Cospito contro il 41bis, perché appunto circa un mese e mezzo dopo la formazione del collettivo Alfredo Cospito inizia lo sciopero della fame e in tutta Italia si muove, nasce, questa mobilitazione di solidarietà ad Alfredo contro il 41bis e noi grazie a questa mobilitazione abbiamo conosciuto i compagni e le compagne di altre realtà, di altri gruppi militanti qua a Venezia e ci siamo un po’… un po’ costruiti un’agibilità in città insomma”.

Nel novembre 2022, Sumud aderisce dunque alla mobilitazione nazionale per Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto dal 2014, condannato come responsabile della gambizzazione del dirigente d’industria Roberto Adinolfi e di un attentato alla scuola allievi carabinieri di Fossano; Cospito in ottobre aveva avviato uno sciopero della fame per protesta dopo il trasferimento al regime di carcere duro 41-bis. Il collettivo pubblica il comunicato “Carcere repressione università”, con l’obiettivo di aprire un dibattito sulle pratiche di controllo statale all’interno dell’ateneo, dove questi temi erano assenti. L’intenzione è di inserirsi nella mobilitazione, aprendo una discussione sulle pratiche di controllo dello Stato italiano e analizzando temi come la tortura, gli interventi repressivi e l’utilizzo del regime di detenzione speciale per motivi di repressione politica.

Pur non raggiungendo l’obiettivo di sottrarre Cospito dal regime carcerario più duro, Sumud rivendica risultati significativi sul piano metodologico. Nel comunicato di restituzione Una guerra che non potevamo vincere / una battaglia che non abbiamo perso, il collettivo afferma:

“Riteniamo ciononostante che in questa campagna più battaglie siano state vinte. Una nuova sensibilità si è sviluppata e diffusa per un tema che è un grande rimosso dei nostri tempi. Ovvero quello dell’istituzione totale, il carcere. Una sensibilità nata nelle azioni, come pratica di vicinanza a chi è recluso nei diversi regimi detentivi, dalle galere ai CPR […].

Non è l’aggregazione ideologica il motore di questa campagna, ma le nuove complicità, le nuove forme di stare assieme e lottare assieme. Grazie a ciò, nuove pratiche si sono testate, nuovi intrecci si sono realizzati. Non tenere in considerazione tutto questo per le lotte future equivarrebbe a buttare via gran parte del lavoro svolto in questi mesi”.

L’apice della contestazione coincide, il 25 marzo 2023, con il “Corteo contro guerra e repressione”. Dopo che un analogo corteo a Milano è terminato con scontri, e lo strascico di fermi, polemiche, condanne, i media presentano l’organizzazione a Venezia di un evento simile come potenzialmente violento, prefigurando scenari di guerriglia urbana: i negozi chiudono, la questura schiera centinaia di agenti e il ponte della Libertà viene blindato da posti di blocco. Alla fine i manifestanti sono poche decine, pacifici. Per Sumud è una vittoria: il tentativo di criminalizzazione si rivela sproporzionato. Il corteo si tiene pacificamente, evitando le aree presidiate e senza scontri diretti.

L’evento anticipa le metodologie repressive che verranno utilizzate contro i cortei per la Palestina, mobilitazione entro cui Sumud entra pochi mesi dopo quella per Cospito. Mario T., parlando delle continuità tra le due, osserva:

“Alfredo Cospito ha iniziato lo sciopero della fame verso il 20 ottobre – esattamente un anno dopo c’è il 7 ottobre. Noi da subito iniziamo a mobilitarci su quella questione lì, perché il 7 ottobre e la reazione […] faceva già intendere fin da subito che la questione della Palestina sarebbe tornata centrale. Da quel momento cerchiamo di concentrarci molto sulla Palestina, cercando anche di portare un approccio teorico un po’ particolare, che cercasse di leggere la questione palestinese come un po’ lo specchio del mondo che viviamo e soprattutto il rapporto con la tecnologia: la tecnologia che Israele utilizza contro il popolo palestinese come esempio a cui tutti i nostri stati poi tendono”.

A metà ottobre 2023, Sumud pubblica su Instagram il dossier Un organo che tutto controlla, un controllo che tutto organizza: smart control room Venezia, polizia e giustizia predittiva, chip war, e molte altre brutte cose!, con l’obiettivo di avviare un dibattito sul fenomeno “smart cities”. In ventiquattro pagine, il testo analizza il funzionamento della Smart Control Room di Venezia: un sistema di 637 telecamere che monitora in maniera centralizzata il traffico navale, i flussi di persone, la presenza turistica e facendo sentiment analysis tramite biometria facciale. La criticità che Sumud intende trasmettere, oltre all’informazione dell’esistenza di questo sistema, è il legame tra la smart control room e la sua facilità di applicazione nei progetti di polizia predittiva, che utilizzano algoritmi e intelligenza artificiale addestrati su archivi di polizia, social media e geolocalizzazione per prevenire e controllare proteste non autorizzate. Secondo il collettivo, queste tecnologie realizzano un “estrattivismo dei dati” in cui l’emozione dell’individuo diventa merce, funzionalizzato al controllo sociale preventivo.

La pubblicazione segna un salto di qualità nella traiettoria antimilitarista del gruppo: la ricerca attiva come strumento di controinformazione permetterà poi a Sumud e agli studenti di esporre con chiarezza i legami tra mondo militare e mondo accademico.

La mobilitazione per Khaled El-Qaisi

La continuità tra le mobilitazioni per Alfredo Cospito e la Palestina è resa più immediata da un evento che si verifica un mese prima del 7 ottobre. Il 31 agosto 2023, Khaled El-Qaisi, cittadino italo-palestinese studente di lingue orientali alla Sapienza e fondatore del Centro documentazione palestinese di Roma, viene arrestato dalle autorità israeliane. Viene trattenuto per un mese senza accuse, in regime di isolamento e senza poter incontrare un avvocato per due settimane. La vicenda suscita mobilitazioni in Italia: Amnesty International ne chiede la scarcerazione, Francesca Albanese (Relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967) esprime preoccupazione, e diverse forze politiche interrogano il governo. Sul piano extraparlamentare, inizia una mobilitazione nazionale a partire dalla Sapienza di Roma per richiederne la scarcerazione.

L’iniziativa arriva a Venezia il 28 settembre, quando il FGC-V annuncia la propria adesione alla “Giornata di mobilitazione nazionale nelle università” indetta per chiedere la liberazione di Khaled. In questa occasione, si tiene un presidio presso la sede universitaria di San Sebastiano, diffondendo un appello che sottolinea l’urgenza della mobilitazione per “esercitare tutte le pressioni possibili, al fine di ottenere una presa di posizione da parte del mondo accademico”.

Partecipa anche il collettivo Sumud. Come spiega Mario T.: “Noi quelli della FGC li abbiamo conosciuti quando siamo nati come collettivo e per un anno sì ci siamo interfacciati a livello molto amicale più che politico perché noi seguivamo la mobilitazione per Alfredo, cosa che loro comunque non hanno mai fatto propria… […] erano sicuramente solidali e c’era uno scambio, ma anche lì c’è stata una continuità tra le lotte. […] Finita la mobilitazione per Alfredo, con la FGC fin da subito ci siamo mobilitati per la liberazione di Khaled, quell’italo-palestinese fermato in Israele verso settembre… quindi, quella era stata un po’ una congiuntura per la quale noi venivamo fuori da un percorso di lotte contro il 41bis e in generale contro il carcere, mentre la FGC si stava attivando per un loro compagno – perché Khaled era legato alla FGC palestinese – e quindi noi fin da settembre abbiamo iniziato a fare questa mobilitazione comune tra noi e la FGC, che è stato il primo momento di incontro vero e proprio che […] poi ci ha permesso di arrivare preparati al 7 di ottobre. […]. Era 2-3 settimane che parlavamo di Palestina e carcere; quindi, c’era questo italo-palestinese bloccato lì, abbiamo fatto un cineforum, un’assemblea pubblica, un presidio che ha consolidato i rapporti tra noi e loro, e soprattutto ha creato un insieme di studenti che della Palestina si stavano già interessando”.

Khaled El-Qaisi viene scarcerato il 1° ottobre 2023, rientrando in Italia a dicembre. Questa mobilitazione, seppur circoscritta, assume un’importanza strategica per gli sviluppi successivi per tre ragioni. In primo luogo, introduce la questione palestinese all’interno di un percorso di lotte già avviato, collegandola al tema delle detenzioni arbitrarie e della repressione statale che Sumud aveva affrontato durante la campagna sul 41bis. In secondo luogo, consolida l’alleanza operativa tra Sumud e FGC-V, che nei mesi seguenti diventerà uno dei motori organizzativi della protesta. In terzo luogo, prepara il terreno alle mobilitazioni successive, costituendo un primo nucleo di studenti già sensibilizzati alla questione palestinese che poche settimane dopo si troverà pronto ad affrontare gli eventi del 7 ottobre.

3. Liberi Saperi Critici e il network Global Project

Nato a Venezia nel 2011 nel contesto delle opposizioni alle privatizzazioni degli immobili accademici, e inserito nel network Global Project, Liberi Saperi Critici (LiSC) si fa conoscere nel 2014 con la campagna “Liberi Saperi Critici #invendibili”, una protesta contro la permuta di tre sedi universitarie a investitori privati. L’azione culmina nell’occupazione di Ca’ Bembo, una delle sedi minacciate, riuscendo a bloccarne temporaneamente la vendita.

Da allora, le battaglie si susseguono su più fronti, rendendo LiSC il gruppo più attivo e riconoscibile della contestazione studentesca veneziana.

L’elemento caratterizzante di LiSC è la prassi di protesta decentralizzata e ad alto impatto comunicativo. Il collettivo organizza assemblee aperte e agisce attraverso azioni dirette come occupazioni, presidi e blocchi per esercitare pressione sull’establishment e mobilitare l’opinione pubblica: occupazioni contro le privatizzazioni universitarie, presidi per fermare gli sfratti a danno di cittadini, mobilitazioni ecologiste, iniziative transfemministe. LiSC rifiuta strutture organizzative rigide e gerarchie interne e non si limita alla produzione di controinformazione, ma promuove azioni pubblicizzate sui social media, per mobilitare studenti e documentare le proprie iniziative.

Nel contesto cittadino il collettivo si lega a realtà come il Centro Sociale Morion e la coalizione dei Centri Sociali del Nordest. Pur concentrando la propria azione prevalentemente nell’ambito universitario, LiSC raccoglie l’eredità di questa tradizione fatta di autorganizzazione, rifiuto della delega, attenzione alla dimensione territoriale e capacità di intrecciare lotte, facendole proprie e declinandole nel contesto specifico di Ca’ Foscari.

Le mobilitazioni del 2023

Nel corso del 2023, l’attività di LiSC si dispiega su molteplici piani, offrendo un quadro esemplificativo della varietà politica che caratterizza il collettivo.

Sul piano ecologista, il collettivo aderisce alle iniziative di Fridays for Future Venezia, con cui organizza contestazioni contro le aziende che finanziano l’industria fossile e l’estrattivismo nel Sud globale.

Sul fronte delle questioni di genere, il collettivo risulta molto attivo in diverse iniziative, collaborando stabilmente con Non una di Meno-Venezia, partecipando alle mobilitazioni transfemministe che attraversano la città. LiSC aderisce inoltre all’organizzazione di eventi transfemministi come il Laguna Pride, che nel 2023 ha visto sfilare il primo gay pride cittadino dopo dieci anni, con oltre diecimila partecipanti.

Un momento di forte attivazione arriva in seguito al femminicidio di Giulia Cecchettin nel novembre 2023, quando il collettivo contribuisce attivamente a organizzare a Venezia mobilitazioni transfemministe.

Sul piano cittadino, l’impegno di LiSC si concentra principalmente sul contrasto alla crisi abitativa e alla speculazione immobiliare che colpisce la popolazione residente. Il collettivo partecipa attivamente ad azioni di interruzione degli sfratti esecutivi dell’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale), opponendosi allo svuotamento del patrimonio di edilizia popolare a favore della turistificazione della città.

In questa dimensione territoriale, LiSC collabora strettamente con il Laboratorio Occupato Morion nell’ambito del Comitato No Grandi Navi, lavorando per cercare di tutelare la vivibilità della città in contrasto al turismo di massa.

All’interno dell’ateneo, il fulcro dell’azione di LiSC si sviluppa attraverso le mobilitazioni per richiedere spazi e alloggi per gli studenti. Il collettivo, nato per contrastare la privatizzazione degli immobili universitari, amplia col tempo la propria azione politica per inglobare la crisi abitativa studentesca. L’azione si concentra nel denunciare l’assenza di alloggi a prezzi accessibili in città e la mancanza di soluzioni fornite dall’ateneo, che in passato ha cercato di vendere immobili di sua proprietà, mentre le residenze studentesche – spesso gestite da privati – hanno prezzi che persino superano gli affitti di mercato, risultando onerosi anche per i vincitori di borsa di studio.

Nel maggio 2023, LiSC porta avanti un’occupazione del Rettorato universitario, unendosi a una mobilitazione nazionale per protestare contro il generale rincaro degli affitti e rivendicare il diritto allo studio in tutte le sue declinazioni.

Il collettivo non limita il proprio sguardo solo al contesto locale. Per esempio, nel marzo 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, il collettivo promuove una mobilitazione per chiedere all’Università Ca’ Foscari di recidere i legami con le università russe e di prendere posizione contro la guerra. Questa mobilitazione anticipa per molti versi ciò che accadrà nel 2023 con la questione palestinese: la richiesta che l’università non rimanga neutrale di fronte a un conflitto, ma assuma una posizione coerente con i propri principi dichiarati, interrompendo rapporti che la rendono complice di violazioni dei diritti umani.

Nel settembre 2023, in occasione della mobilitazione per la liberazione di Khaled El-Qaisi, LiSC si limita a ricondividere l’appello senza promuovere azioni dedicate. Pur aderendo alla richiesta di liberazione dello studente italo-palestinese, il collettivo non organizza iniziative proprie, lasciando quindi uno spazio di agibilità che verrà colto da Sumud e il FGC.

Global Project e le prime manifestazioni per Gaza

Il 20 ottobre 2023, Global Project, network di informazione e coordinamento politico nato nel periodo post-G8 di Genova come piattaforma di diffusione per le iniziative di un variegato insieme di gruppi, collettivi e organizzazioni locali, con particolare radicamento nei centri sociali del Nordest, pubblica sul proprio sito (https://globalproject.info) l’articolo firmato Anna De Favari Le vittime civili in Palestina sono anche made in Italy: il ruolo dell’Italia nei rifornimenti bellici, il primo intervento post-7 ottobre a denunciare esplicitamente il legame tra le forniture belliche italiane e il massacro in corso a Gaza. Il testo critica la narrazione mediatica mainstream, che parlando di “guerra” suggerisce un conflitto tra pari, occultando l’asimmetria strutturale e le radici coloniali della violenza israeliana. Secondo il comunicato, questa rappresentazione ha una funzione politica: legittimare l’export di armamenti italiano verso Israele. A supporto delle accuse, l’articolo cita i dati della britannica Campaign Against Arms Trade (CAAT), che documentano il ruolo centrale di Leonardo S.p.A. nei rifornimenti bellici a Israele. L’azienda, partecipata al 30,2% dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e principale azienda italiana nella produzione e vendita di armi, risulta la sesta a livello globale per forniture belliche a Israele. A ciò si aggiungono evidenti intenzioni di consolidamento di Leonardo S.p.A. nel panorama industriale israeliano, come dimostra l’acquisizione della israeliana RADA Electronic Industries.

Con l’inizio delle operazioni terrestri nella Striscia di Gaza, Global Project lancia il 25 ottobre un appello (online sul suo sito) per una manifestazione a Padova il 27 ottobre seguente: “Stop bombing Gaza, stop apartheid”. Alla mobilitazione aderiscono i centri sociali del Nord-Est, l’Associazione Ya Basta, Adl Cobas, Polisportiva San Precario, Asd Quadrato Meticcio, Stria e numerosi collettivi studenteschi, tra cui Liberi Saperi Critici. L’appello sintetizza i temi del primo comunicato in relazione alla sempre più grande crisi umanitaria:

“Quella messa in campo quotidianamente da Israele non è altro che una guerra coloniale, estrattivista, razzista, che sta già vedendo un’escalation di portata storica. […] Come ha scritto il “Movimento curdo per la liberazione” «oggi tutti i problemi del Medio Oriente, compreso quello curdo, derivano dalla mentalità dello Stato-nazione. Alla base del conflitto israelo-palestinese c’è la mentalità dello Stato-nazione». […] Non saremo mai con lo Stato di Israele, mai con Hamas ma sempre dalla parte di chi oggi subisce violenza o trova la morte. […] Oggi, stare dentro il gioco geopolitico costruito dai governi occidentali attraverso i mass media, non può farci rimanere inermi di fronte ad un tentativo di genocidio. Non vogliamo cadere nella trappola della polarizzazione. Vogliamo indicare con chiarezza gli attori in campo, […]. Esiste un Occidente connivente, esistono i finanziatori delle guerre, esistono governi – in primis quello italiano – che stanno fomentando questo massacro senza fine: tutte parti in campo che vanno chiaramente indicate come complici”.

La partecipazione alla manifestazione del 27 ottobre è notevole, gli organizzatori parlano di trentamila persone. Nel resoconto post-corteo, Global Project sottolinea il dialogo tra le diverse anime della protesta e la convergenza di movimenti e tematiche fino a quel momento separati. La creazione di un collegamento tra lotte apparentemente distanti – dalle realtà femministe ai collettivi universitari, dalle esperienze anticolonialiste ai centri sociali – delinea una traiettoria intersezionale che sarà centrale nelle fasi successive[2]. Dalla piazza esce un appello che anticipa gli sviluppi: “se invadono noi occupiamo; occuperemo scuole, università e strade; andremo sotto tutte le prefetture anche per sottolineare le responsabilità del governo italiano, complice di questo e altri massacri”.

Nell’articolo di restituzione vengono riportati alcuni estratti degli interventi. Tra questi, LiSC denuncia i rapporti tra Ca’ Foscari e industria bellica: Ca’ Foscari ha accordi con Leonardo, è necessario prendere posizione, non bastano le poche parole di cordoglio sui canali istituzionali, non bastano le bandiere della pace, servono decisioni concrete.

Con la dichiarazione al corteo di Padova, LiSC inserisce la questione palestinese nel proprio perimetro d’azione dopo il 7 ottobre, declinandola attraverso la specifica lente dei rapporti tra ateneo e industria bellica. Come racconta Fabiana, studentessa di Ca’ Foscari che ha iniziato ad attivarsi all’inizio del 2023: “Io tutta la prima parte dell’anno ho fatto […] per la prima volta attività politica anche col Lisc, […] oltre a leggere tutte le notizie sulla Palestina, poi ovviamente parlandone anche tra di noi a lezione perché per esempio seguivamo anche un corso di Islamic countries quindi abbiamo parlato anche di questi temi […]. [Poi] oltre a seguire le notizie avevamo fatto delle assemblee dove ovviamente la Palestina ha cominciato a diventare sempre il topic di tutte le discussioni quindi io- vabbè, partecipavo alle assemblee settimanali che faceva LiSC… ho ricordi forse di qualche manifestazione fatta, qualcosa per fare rumore… poi vabbè quell’anno è stato anche super pieno perché c’è stato anche l’omicidio di Giulia Cecchettin”.

La testimonianza restituisce tre elementi significativi: il ruolo di LiSC come spazio di socializzazione politica per studenti senza precedenti esperienze di militanza; l’intreccio tra dimensione assembleare e percorsi accademici; la compresenza di più emergenze – la Palestina, il femminicidio di Giulia Cecchettin – che si sovrappongono nello stesso scorcio di tempo, contribuendo a creare un clima di mobilitazione diffusa che troverà nella questione palestinese uno dei suoi principali catalizzatori.

4. Verso la mobilitazione generale

Nel momento in cui, all’indomani del 7 ottobre 2023, la questione palestinese torna al centro del dibattito pubblico globale, il contesto veneziano si presenta come un terreno già densamente abitato da soggetti collettivi, pratiche consolidate e questioni aperte. A differenza di Sumud e del FGC-V, che giungono alla Palestina attraverso una continuità tematica di antimilitarismo, anticolonialismo e antiimperialismo, LiSC applica alla nuova questione da affrontare gli strumenti d’azione già sperimentati nelle lotte precedenti.

Nei tre soggetti analizzati emergono dunque culture politiche distinte e differenti rapporti con l’istituzione universitaria, che disegnano un panorama studentesco in forte fermento. L’elemento che li accomuna, tuttavia, è la consapevolezza che la questione palestinese non possa essere affrontata separatamente dalle condizioni materiali in cui gli studenti vivono e studiano, a partire dal legame tra ateneo e industria bellica. È su questo terreno che nei mesi successivi le tre realtà convergeranno all’interno di Ca’ Foscari, dando vita a mobilitazioni che avranno al centro la Palestina e l’obiettivo di costringere l’università a confrontarsi con le proprie responsabilità.

Nota sulle fonti. Non riprendiamo qui le note che Nikolas Bingger ha inserito puntualmente nella sua tesi di laurea per rinviare alle sue fonti che consistono, per lo più, di link ai siti delle organizzazioni e dei gruppi studenteschi e alle loro pagine facebook e Instagram, strumenti “social” che hanno sostituito – del tutto o in parte – la tradizione della stampa in proprio di volantini e opuscoli. Come tutte le fonti, anche queste presentano problemi peculiari, difficoltà di accesso (per esempio per chi non ha account facebook o instagram) e conservazione (il soggetto conservatore non è quello produttore, e fino a quando i link resteranno validi?). Da questo punto di vista, la tesi di Bingger fissa su carta (o file pdf) almeno una parte di una documentazione fragile.

Mario T. è uno pseudonimo, l’intervista è stata realizzata da Nikolas Bingger il 20 novembre 2025.

Fabiana è uno pseudonimo, l’intervista è stata realizzata da Sara Maria Porcella il 13 novembre 2025.

Su questo sito, Nikolas Bingger ha documentato l’avvio della campagna “End Fossil” alla fine dell’inverno 2024 e lo svolgimento della “assemblea aperta” di Ca’ Foscari del 26 giugno 2024. (acm)

Immagini. Tutte le foto di questo articolo sono di Nikolas Bingger.

In copertina: “22 maggio 2024 Ca’ Foscari Centrale presidio palestina libera”, nelle vicinanze del Rettorato di Ca’ Foscari, foto scattata il 21 febbraio 2025.

All’interno:

“Tasse universitarie = Armi x Israele”, Venezia, in zona Fondamenta Foscarini, foto scattata il 26 novembre 2024;

“Ca’ Foscari ♡ Guerra”, Venezia, di fronte alla Biblioteca di Area Umanistica (BAUM) di Ca’ Foscari, foto scattata il 4 dicembre 2024;

“Maggio ’24 come maggio ’68”, Venezia, di fronte alla Biblioteca di Area Umanistica (BAUM) di Ca’ Foscari, foto scattata il 27 giugno 2024.


[1] L’antimilitarismo a cui fa riferimento il FGC non è da intendersi come nonviolenza o pacifismo, ma va inserito nella concezione leninista del termine. Cfr. V.I. Lenin, Opere complete, XV, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 186: “[Le guerre sono] generate dai continui riarmi militari, provocati dal militarismo, che è l’arma principale del dominio di classe della borghesia e della sottomissione politica della classe operaia”.

[2] Con “intersezionalità” si intende l’analisi di come diverse forme di discriminazione – di genere, razza, classe, orientamento sessuale – si intersechino producendo effetti specifici su gruppi e individui. Il termine fu coniato alla fine degli anni Ottanta dalla giurista afroamericana Kimberlé Crenshaw nell’ambito del dibattito femminista, per descrivere la situazione delle donne nere che subivano discriminazioni sia razziali che di genere non adeguatamente riconosciute dalle teorie esistenti. Nei decenni successivi, il concetto si è consolidato come strumento analitico per comprendere le dinamiche di mobilitazione politica in contesti plurali, dove diversi movimenti – nati da altrettante identity politics – cercano di costruire coalizioni capaci di affrontare le molteplici disuguaglianze della società contemporanea. Cfr. K. Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, University of Chicago Legal Forum, 1989.

Archiviato in:||, Documenti Nikolas Bingger

“Accertarsi delle proprie responsabilità”

22/09/2024 Nikolas Bingger // Documenti

Mondo accademico, ricerca e guerre. Proteste studentesche, risposte dell’Università. Verbale dell’“assemblea aperta” di Ca’ Foscari, tenuta a Mestre il 26 giugno 2024, fatto da uno studente che era presente.

Verso l’assemblea

Ore 8,30 del 26 giugno 2024. In vista dell’assemblea prevista per le 9,30, nel campus Scientifico dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, situato in via Torino a Mestre, si radunano gli studenti che dal 13 maggio si sono mobilitati per occupare le sedi e le aule di Ca’ Foscari e Iuav a Venezia isola. Le loro richieste alla rettrice sono:

– totale trasparenza nei rapporti tra l’università, le istituzioni israeliane e le aziende;

– cessazione di ogni collaborazione accademica che possa essere legata all’apparato militare-industriale dello Stato israeliano;

– riconoscimento totale del fatto che ci sia un “genocidio” in corso in Palestina;

– riconoscimento del conflitto di interessi e conseguenti dimissioni della rettrice dai suoi incarichi con gruppi come Med-Or.

Med-Or è un’organizzazione di ricerca nata per iniziativa di Leonardo Spa (tredicesima nella classifica globale dei 100 maggiori produttori di armi secondo il SIPRI, il centro di studi indipendente Stockholm International Peace Research Institute), che dichiara l’obiettivo di promuovere attività culturali, di ricerca e formazione scientifica, al fine di rafforzare i legami, gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso (“Med”) e del Medio ed Estremo Oriente (“Or”). In questo quadro si colloca la collaborazione di “Summer Schooling” tra Ca’ Foscari e l’Istituto di formazione superiore della Marina militare italiana.

Le componenti della mobilitazione: studenti e istituzione

Prima di oggi ci sono state varie situazioni di tensione tra movimento studentesco e istituzioni universitarie. L’apice è stato raggiunto il 10 giugno durante un evento organizzato dall’Osservatorio di Politica e Relazioni Internazionali dell’Università intitolato “Dove va Israele?” tenuto nella biblioteca di Ca’ Vendramin a Venezia. Nel corso dell’incontro negli spazi della biblioteca sono entrati alcuni agenti della Digos che hanno scattato fotografie e preso i dati identificativi di uno studente. Come confermano molti testimoni, questo intervento non aveva alcuna giustificazione, la discussione stava procedendo in modo normale e del tutto pacifico. I rappresentanti istituzionali hanno allontanato gli agenti fuori dalla biblioteca, ma questi sono rimasti comunque a presidiare all’esterno. Non si sa chi li ha chiamati. In un intervento avvenuto tempo dopo, la rettrice ha affermato che a chiamare gli agenti sono stati “alcuni cittadini”. Tra gli studenti alcuni sollevano dubbi sul ruolo della Rettrice, in quanto non ha fatto dichiarazioni immediate al riguardo e non ha condannato l’accaduto.

Per comprendere quanto accaduto negli ultimi mesi, va ricordato che a Venezia a mobilitarsi sono diversi gruppi studenteschi che non sempre agiscono seguendo le stesse metodologie. Quando a maggio 2024 sono iniziate le occupazioni delle sedi universitarie, queste si sono sviluppate in maniera parallela seguendo decisioni proprie dettate da assemblee interne, strutturandosi con fini e ideali analoghi, ma con metodi e organizzazioni diversi. Al di fuori del contesto cafoscarino è anche da citare l’occupazione sul modello di “assemblea permanente” alla sezione IUAV dei Tolentini, che collabora e ha contatti con il resto della mobilitazione, pur essendo gestita autonomamente con rivendicazioni proprie e separate, applicate al proprio contesto.

Le varie componenti della mobilitazione studentesca si trovano anche in parte sostenute dal Comitato Guerra e Pace, un gruppo formato da membri dell’istituzione cafoscarina, mosso dalla volontà di rendere il ruolo dell’università più incisivo nella ricerca di una soluzione pacifica ai conflitti, nato in seguito allo scoppio della guerra russo-ucraina. Vi hanno partecipato prima soli docenti, poi altre persone interne all’istituzione. È grazie a uno sforzo collettivo delle parti, raccontano alcuni studenti di fronte all’auditorium, che si è riusciti a fare in modo che la rettrice concedesse una “assemblea aperta”, indetta ufficialmente tramite e-mail, da tenersi il 26 giugno dalle 9,30 alle 12, nell’auditorium del campus scientifico di Mestre per “confrontarsi costruttivamente sui temi della cooperazione e delle collaborazioni scientifiche dell’Ateneo nel contesto delle crisi internazionali e umanitarie”. Si tratta della prima assemblea di questo genere da qualche anno. Le regole stabilite per parteciparvi sono queste:

– i posti per partecipare in auditorium sono limitati, va fatta una prenotazione nominativa obbligatoria entro massimo 5 giorni dall’evento;

– a chi non ottiene un posto nell’auditorium ne verrà assegnato uno in aule secondarie dove poter seguire tramite videochiamata proiettata su schermo;

– gli interventi liberi si svolgono dalle 10,20 alle 11,45, dopo gli interventi da parte dei Rappresentanti negli organi di Ateneo, della componente studentesca, del Personale Tecnico Amministrativo dei Collaboratori ed Esperti Linguistici e Bibliotecario e del Personale Docente e Ricercatore;

– l’intervento libero è accordato previa prenotazione entro il giorno prima e può durare al massimo 3 minuti.

Molti studenti hanno da subito lamentato vari aspetti della modalità di organizzazione dell’assemblea, giudicata fin da subito dalla componente studentesca un mero “contentino”.

In primis a far discutere sono la scelta del luogo e del giorno. Porre un evento di forte interesse studentesco in periodo successivo alla chiusura dell’anno accademico, e in una zona periferica sia geograficamente (il luogo scelto è una sede periferica rispetto sia alla sede centrale dell’Università che all’occupazione di San Sebastiano), sia politicamente (visto lo scarso interesse dimostrato dalla maggioranza degli studenti dell’area STEM nella mobilitazione), è stata percepita come una scelta strategica per limitare l’afflusso di persone al fine di smorzare la capacità di protesta studentesca.

Alla problematica del luogo se ne aggiunge anche una organizzativa, in quanto nella e-mail di annuncio dell’assemblea, ricevuta la sera del 18 giugno, viene riferito che per poter partecipare va compilata una iscrizione nominativa con un limite temporale massimo di 5 giorni dall’evento, dunque entro il 21 giugno. Molti non potranno nemmeno essere presenti e dovranno seguire tramite una trasmissione in video da altre aule, essendo l’evento non condiviso tramite nessun canale pubblico dell’istituzione.

L’assemblea

Ore 9,30, una volta finito di verificare le presenze, si dà inizio all’assemblea. Gli studenti si trovano, per la maggior parte, nelle aule dove si segue a distanza; peraltro, raccontano i presenti, sembra che ci siano molti posti vuoti nell’aula magna.

La rettrice apre l’assemblea

Dopo aver chiesto un minuto di silenzio in nome di tutti coloro che soffrono a causa dei conflitti in corso, la rettrice ringrazia tutti, presenti e no, per la mobilitazione spontanea a favore delle popolazioni in guerra, oltre che per le iniziative e gli appelli per la pace. Leggendo dal proprio cellulare riafferma il ruolo dell’ateneo come “garante del pluralismo che garantisce dialogo e confronto”, evidenziando l’apertura di Ca’ Foscari alla partecipazione nei percorsi di ricerca condivisa per ricercare soluzioni pacifiche alle questioni internazionali, riprendendo poi il recente discorso di Mattarella a Trieste (12 aprile 2024) per ribadire che “gli atenei sono al di sopra dei confini e dei conflitti”. Secondo lei, invece, la richiesta esplicitata nelle rivendicazioni studentesche di recidere lo scambio di collaborazioni e il collegamento con le università israeliane “non aiuta i diritti e la libertà, ma invece indebolisce il dibattito, la critica e il dissenso”. “La libertà” dice “è un privilegio che comporta una grande responsabilità nell’esercitarlo. Tutelare i diritti nel rispetto di tutti è un compito dei rettori, il benessere collettivo è incompatibile con tutte le discriminazioni, che vanno condannate”. Riguardo alla mobilitazione studentesca, “il dibattito a Ca’ Foscari è stato molto partecipato, a tratti anche molto acceso, con iniziative e proteste, il nostro ateneo è stato molto più aperto rispetto ad altri atenei anche vicini, e voglio ricordare che sui conflitti che ci hanno coinvolti si sono espressi sia il senato accademico che il Consiglio di amministrazione invocando il cessate il fuoco”.

In risposta alla richiesta di trasparenza sulle decisioni, la rettrice afferma che in Senato accademico è stata mostrata la mappatura totale dei rapporti con le università israeliane, non riscontrando nessuna collaborazione di tipo militare e invece mostrando i rapporti come “già sottili” (fanno notare gli studenti che la mappatura effettiva non è pubblica, motivo per cui si chiede la trasparenza totale negli atti). Ribadisce inoltre la posizione del Senato, turbato dalla guerra e desideroso di un dialogo e un cessate il fuoco, respingendo però in maniera assoluta la richiesta di boicottaggio accademico presentata dagli studenti, invocando la libera cooperazione da parte dell’università come entità super partes.

La rettrice termina il suo discorso accennando ai fatti del 10 giugno e all’invito alla totale trasparenza ricevuto da parte sia degli studenti, sia dal Comitato Guerra e Pace. La rettrice risponde ribadendo che trasparenza e libertà rimangono i valori fondanti del suo ruolo, ma che “se questi sono rappresentati delle forze dell’ordine non è per mia richiesta”. Assicura infine di aver già parlato con le autorità competenti, rifiutandosi però di dare ulteriori spiegazioni in quanto contenuti privati. 

Il via agli interventi

Dalle 9,40 alle 10,20 si sono svolti gli interventi dei rappresentanti negli organi di ateneo della componente Studentesca, del Personale Tecnico Amministrativo, dei Collaboratori ed Esperti Linguistici e Bibliotecario e del Personale Docente e Ricercatore. A seguire, dalle 10:20 alle 11:30 si sono svolti gli interventi liberi su prenotazione. Gli studenti ritengono l’assenza di obbligo di risposta da parte della rettrice una forte limitazione all’efficacia dell’assemblea.

Modera l’assemblea il direttore del Dipartimento di scienze molecolari nano sistemiche. Dopo aver specificato che oggi non ci sarà nessuna deliberazione al termine dell’assemblea, in quanto non è un incontro del senato, richiama le regole generali e il metodo di intervento:

– ogni persona prenotata ha 3 minuti a disposizione, segnati da un timer proiettato sullo schermo a muro,

– fondamentale è il rispetto delle opinioni altrui.

Le rappresentanze istituzionali

Questo resoconto non riporta tutti gli interventi pronunciati, ma solo una selezione che rappresenta le principali posizioni che si sono manifestate nel corso dell’assemblea.

Il primo intervento libero è stato quello del rappresentante degli studenti nel Consiglio d’amministrazione dell’Università, che ringrazia l’ateneo per aver mantenuto il confronto democratico rispetto ad altri atenei che invece hanno soffocato le proteste ricorrendo alla polizia. Le richieste che avanza sono le stesse che gli studenti mobilitati cercano di far sentire da mesi: una presa di posizione nei confronti di Israele, un ampliamento del ruolo dell’università nella promozione della pace tramite proposte di Ethical Due Diligence (controlli sull’eticità dei rapporti con le aziende), controllo sul Dual Use (l’eventuale utilizzo di scoperte e ricerche civili per uso militare) e il boicottaggio accademico totale nei confronti dell’accademia israeliana, complice nel “genocidio”.

Le persone intervenute appartengono per lo più a tre categorie:

– la componente studentesca (studenti in occupazione a San Sebastiano e collettivi);

– i professori e personale tecnico appartenenti al Comitato Guerra e Pace (per la maggior parte intervengono professori allineati con alcune richieste degli studenti, ma per lo più mantenendo molta cautela verso la governance);

– altro personale sia docente che tecnico, orientato per lo più verso una “realpolitik” universitaria.

L’insieme di interventi che ha mostrato in maniera più significativa la differenza nello spettro delle opinioni è stato quello dei docenti di Studi sull’Africa Mediterranea (SAM). È il gruppo di docenti più preparato e toccato dall’argomento, tanto che al suo interno sono emersi due orientamenti:

– una posizione che giudica il boicottaggio come “strategicamente controproducente”;

– un’altra che invece condanna l’assenza di uno schieramento dell’università di fronte alle atrocità in corso, invocando il boicottaggio accademico e una posizione nettamente più vicina alle richieste della comunità studentesca mobilitata.

Il primo dei docenti del Dipartimento di SAM ha proposto un atteggiamento neutrale, ritenendo la collaborazione “essenziale anche se difficile” e proponendo un ruolo istituzionale super partes ai conflitti: “La soluzione proposta è l’interruzione totale. È una soluzione immediata, ma non è lungimirante. Piuttosto sarebbe da svolgere un controllo meticoloso di tutti i rapporti in contesto col mondo accademico, l’interruzione rischia di zittire totalmente la voce di chi si batte per un futuro migliore”. Tra i docenti che condividono questo atteggiamento è diffusa l’idea, espressa anche da docenti di altri dipartimenti, che “se domani Israele cambierà rotta sarà grazie alla critica interna, se colpiamo le università colpiamo anche le posizioni autonome, libere e critiche che potrebbero cambiare la situazione”.

Una docente di SAM del Comitato Guerra e Pace dichiara invece che “l’idea che le università siano luoghi di critica e dissidenza è in realtà propaganda, sono le università le prime a sviluppare il piano coloniale e metodi per bloccare il dissenso, nonostante queste fingano di essere super partes le collaborazioni con l’esercito sono molto presenti”, e cita entità accademiche come l’Istituto Weizmann e la Ben Gurion University, istituzioni strettamente collegate all’esercito israeliano. La docente termina il suo discorso affermando che la collaborazione con un’entità di questo tipo legittima automaticamente tutto ciò che rappresenta quindi la collaborazione con istituti che lavorano per un regime accusato di apartheid e scolasticidio è un controsenso totale all’internazionalizzazione responsabile. Conclude quindi chiedendo la sospensione totale dei rapporti fino alla fine del conflitto. Gli studenti presenti nelle aule reagiscono con scroscianti applausi.

Un rappresentante del personale tecnico-amministrativo, riferendosi direttamente alla questione della collaborazione della rettrice con Med-Or, dichiara: “L’esperienza personale mi dice che se sono lavoratore e sindacalista sono in conflitto di interessi, com’è possibile che invece un rettore possa far parte di un comitato come Med-Or che si autodefinisce come sviluppato da Leonardo SPA, e continuare come se non esistesse nessun conflitto dichiarato?”.

Un’altra docente ha richiesto la rescissione totale con ogni istituzione (non con singoli individui) che presentano “studi nel progetto coloniale israeliano” e ha messo invece in evidenza come la posizione neutrale dei colleghi stia “mettendo la libertà accademica come scudo al di sopra dei diritti umani fondamentali che stanno venendo infranti. Le università sono parte del problema in quanto sviluppano progetti di sostituzione ed eliminazione etnica lavorando a sistemi bellici e di controllo di massa. Una collaborazione con lo stato accusato di più crimini di guerra della storia recente non è compatibile con il codice etico di nessuna università.”

Uno dei docenti è tornato sui fatti del 10 giugno e su “locandine fasulle” che il movimento studentesco avrebbe prodotto e fatto circolare, per manipolare il senso dell’incontro “dedicato a Israele”. Ribadisce che “le modalità di protesta degli studenti sono spesso inaccettabili e vanno da una locandina fasulla alla mancanza di rispetto contro la rettrice e la marina militare”; rivolgendosi agli studenti mobilitati dice: “non so se gli studenti conoscano le scritte di questa locandina fasulla ma vorrei ne prendessero le distanze, inoltre ritengo gravissima l’occupazione di San Sebastiano che, non so se sia illegale, ma pregiudica sicuramente in maniera grave le attività dei docenti”. 

Tra il personale universitario che ha preso parola c’è stato anche un ex rettore di Ca’ Foscari, entrato nel dibattito prendendo una posizione diversa rispetto agli orientamenti finora elencati: si è dichiarato favorevole alla collaborazione con le aziende e all’Ethical Due Diligence seppur critico del Dual Use. L’ex rettore, pur evidenziandone le nobili intenzioni, si dichiara anti-boicottaggio. Dichiarandosi come non sionista, evidenzia il fatto che gli israeliani vivono un costante senso di assedio e minaccia esterna, rendendo quindi una “ghettizzazione” inefficace e controproducente. In risposta invece alle critiche nei confronti di rapporti considerati controversi con alcune aziende l’ex rettore risponde giustificandone la natura. Riguardo Eni, risponde alla contestazione diretta di uno studente affermando che “se ha il gas a casa è grazie a loro”, mentre riguardo i rapporti con Finmeccanica (ora Leonardo Spa), evidenzia che “su un fatturato di 15 miliardi di Leonardo, due miliardi sono spesi in ambito di ricerca con 90 università e 11mila professori in campi come intelligenza artificiale, cybersecurity, materiali, modellazione e simulazioni, tecnologie quantistiche, la Leonardo fa politica internazionale”. La sua posizione è quindi di mantenimento dei rapporti, riconoscendo le buone intenzioni dietro a una revisione del dual use, ma ritenendolo come in ogni modo controproducente.

Un altro intervento di un rappresentante del personale docente nel Senato accademico ha sottolineato che il dual use rappresenta un tema controverso per l’istituzione, in quanto pur condannando tutti i conflitti, e anzi riflettendo sui concetti etici scaturiti dal dibattito, il tema risulta problematico in quanto “qualsiasi ricerca scientifica è un dual use: l’internet nasce per uso militare, la tecnologia radar è la stessa dei microonde e a oggi pure l’AI è serve alla guida dei droni, tutta la scienza è militare, non è la ricerca in sé ma è l’applicazione che importa”. Su queste basi, la collaborazione con Leonardo spa viene quindi mostrata come priva di criticità. Rimane però il sostegno all’Ethical Due Diligence e la condanna a tutti i conflitti da ambo le parti.

Lo spazio libero: gli interventi dei gruppi studenteschi

Gli studenti che hanno partecipato al dibattito aperto sono quelli reduci dalle due occupazioni di cui abbiamo detto sopra. Si sono presentati in modo sostanzialmente compatto. Hanno contrastato i tempi ridotti di intervento e la limitazione delle prenotazioni tramite l’utilizzo di “discorsi collettivi” che permettevano a chi interveniva di continuare il discorso dove si interrompeva il precedente, creando un effetto di discorso prolungato che ha trovato forte supporto vocale.

Il primo intervento è stato svolto da parte di studenti appartenenti al gruppo che ha occupato il rettorato. È salita sul palco una studentessa insieme a una decina di compagne e compagni che reggevano bandiere palestinesi. Ha saltato le formalità che fino a quel momento hanno caratterizzato gli interventi del Senato accademico per rispondere con un messaggio di forte critica alla rettrice e all’istituzione: “vogliamo riportare le numerose falle nei discorsi fatti dall’università, a partire dall’opportunità dell’assemblea da persone che in questi anni di assemblee ne hanno fatte tante: in primis la limitazione degli interventi, dei posti e delle prenotazioni possibili, che rendono l’assemblea solo controproducente. Le prossime assemblee devono essere costruite in maniera democratica, non dall’alto come gentil concessione da parte della governance”. La platea degli studenti ha approvato applaudendo o scuotendo le mani in aria (è il gesto con cui si comunica accordo nelle assemblee studentesche autogestite, usato per non interrompere facendo rumore). La studentessa ha proseguito: “Il filo dell’ipocrisia riempie tutta l’istituzione, mentre si parla di pace o connessioni aldilà dei confini, continuano invece i rapporti con le università belliche e questo si specchia anche qui. Ricordiamo alla rettrice che i rapporti con Israele non sono solo per uso militare. I palestinesi sono rinchiusi a Gaza e a Rafah senza cibo e acqua e, come è già stato ricordato varie volte, è stato tutto distrutto, le università bruciate e gli studenti uccisi. Anni fa si parlava di scolasticidio, è ora quindi di interrogarci sui rapporti che intratteniamo. Qui l’ipocrisia permea i discorsi, chiediamo la mappatura totale dei rapporti sia resa pubblica e trasparente e che le decisioni con enti israeliane prese con consultazione della componente studentesca”.

L’intervento degli studenti del rettorato ha replicato in modo radicale alle affermazioni dei professori, portando un’analisi dei rapporti con le aziende totalmente diversa da quella presentata dalla linea ufficiale dell’istituzione. Uno studente ha elencato le aziende private con cui l’università ha rapporti e le problematiche che questi comportano, in particolare quelli con ENI e Crédit Agricole: “Voglio mettere l’attenzione sui privati con cui la Uni ha rapporti: ENI è la 30° tra le 700 aziende che emettono più emissioni al mondo, che utilizza modelli neocoloniali creando meccanismi di dipendenza e degradazione nel sud globale. Eni è entrata in metodo sistemico in università come paladino della transizione energetica e della sostenibilità, ma la sua realtà è diversa, il suo impatto ambientale è devastante e i suoi meccanismi di accumulazione estrattivista le hanno permesso di ottenere illegalmente in appalto i giacimenti trovati di fronte a Gaza”. La critica si estende a Crédit Agricole, banca tra le principali finanziatrici di ENI e con cui l’università ha convenzioni che rendono, per esempio, obbligatoria l’apertura di un conto per ottenere i soldi della borsa di studio. “Se si parla di libertà e sostenibilità” dice “bisogna prima accertarsi delle proprie responsabilità”.

Riguardo alla questione del 10 giugno gli studenti che hanno occupato il rettorato precisano che “confronto e pluralità non vogliono dire dare spazio a persone come il professore che il 10 giugno ha negato i numeri di persone morte a partire dal 7 ottobre e addirittura sostengono una reazione ancora più dura”.

Gli studenti dell’occupazione di San Sebastiano hanno sviluppato un discorso unico a più voci. Prima di ogni intervento il o la “portavoce” dichiarava “questo intervento è frutto dell’elaborazione collettiva delle ultime settimane”, per creare continuità anche tra interventi non consecutivi nella scaletta.

Hanno cominciato con una critica alla rettrice e al modo in cui è stata organizzata l’assemblea che la componente studentesca richiedeva da settimane, elencando “la tempistica estremamente lenta per organizzare l’assemblea, la scelta di un luogo dove non c’è supporto favorevole alla Palestina per limitare le voci degli studenti e questo lo dimostra anche la mail in cui è previsto il ricollocamento di tanti studenti prenotati che si trovano a dover seguire da distante e le tempistiche di riduzione proibitive oltre che la totale assenza di obbligo di risposta da parte della governance, che impedisce ogni tipo di discussione costruttiva”. Evidenziando la forte disparità nel peso delle parole delle componenti dell’ateneo, che in un contesto come questo “dovrebbe interrogarsi sull’importanza dell’ascolto”, la componente studentesca solleva inoltre la questione del 10 giugno.

La presa di posizione richiesta da parte degli studenti riguarda la presenza della DIGOS, in particolare per “l’assenza di solerzia nel condannare l’entrata della polizia di stato in un edificio dove lei, rettrice, è legalmente responsabile”. Inoltre, nel merito di un dibattito che si è svolto senza interruzioni/contestazioni, gli studenti ritengono che in un momento come questo sia “di cattivo gusto invitare uno studioso apertamente sionista che nega dati dell’ONU come il numero di morti”. E termina con “questo non è acume in un contesto che predica la critica e l’analisi”.

Parte importante del discorso e delle rivendicazioni studentesche è il rapporto che la rettrice intrattiene con il gruppo Med-Or, nato e finanziato da Leonardo Spa. Gli studenti, infatti, contestano “l’ingerenza di un’industria bellica nel mondo formativo cafoscarino”, specie in un contesto di crescenti tensioni internazionali dove “l’inserimento di un’azienda bellica rappresenta un atteggiamento totalmente vittimistico del mondo occidentale che vuole mantenere saldi i profitti delle aziende a scapito del mondo”. Evidenziando i rapporti con le aziende che collaborano con Ca’ Foscari, anche gli studenti di San Sebastiano ribadiscono la richiesta di onestà intellettuale: “se si parla di libertà accademica si ignorano le ricadute sociali, coerentemente con l’interesse bellico in tempi di riarmo globale, la vendita di armamenti è chiaramente in contrasto con l’imparzialità sia morale che politica di chi ne fa parte” per poi terminare con un invito e provocazione diretta alla rettrice: “quando chi ne partecipa sono i rettori allora entra automaticamente un sistema di conflitto di interessi da risolvere con le dimissioni da Med-Or o dal proprio ruolo di rettrice dell’Università”.

Infine gli studenti dell’occupazione di San Sebastiano elencano le richieste per garantire una smilitarizzazione dell’università e la sua fuoriuscita dalla “corsa agli armamenti in atto”: la chiusura di ogni tipo di contatto con l’apparato militare (i rapporti con la Marina Militare); l’inizio di procedure di demilitarizzazione; la trasparenza in tutti gli accordi, i contratti e le convenzioni stipulati dall’Università; la creazione di un archivio che mantenga aggiornati i rapporti in tempo reale, vietando la stipula di accordi non regolati o concordati con gli studenti. Il discorso collettivo si conclude con la richiesta di una presa di posizione non ambigua e decisa, come fu per la Russia nel 2022, e chiamando in causa direttamente la rettrice per i suoi rapporti con Med-Or e il relativo conflitto di interessi.

La rettrice chiude l’assemblea

Ore 11,30, terminati gli interventi la rettrice inizia il suo commento di chiusura. Ringraziando tutti i presenti per i loro contributi, afferma che non le è possibile fare un bilancio, date le divergenze di opinioni, però ritiene giusto che il dialogo continui. Afferma di sentire tante sicurezze nei giovani, Te afferma che questo è perché i temi sono complessi e non si possono risolvere e sviscerare in interventi così brevi anche per le competenze di ognuno. Prima di congedare tutti, però, vuole dedicare dei commenti su alcune delle affermazioni degli studenti.

Riguardo al caso del 10 giugno, afferma che “per quanto riguarda la DIGOS io sono intervenuta con le autorità competenti, tanto che ci sono procedimenti in corso, non ritengo però che io debba comunicare quali sono gli interventi delle mie interlocuzioni con le forze dell’ordine per un ambito di riservatezza e non capisco perché si affermi che io non sia intervenuta”. Per quanto riguarda il ritardo nell’organizzazione dell’assemblea la rettrice giustifica la propria scelta in quanto la presenza di altri impegni, sia istituzionali che personali, non le hanno concesso il tempo per poter organizzare nulla in tempi brevi. Inoltre, ci tiene a precisare che “pochi atenei hanno fatto assemblee e spesso anche senza rettori. La mia presenza è importante e la data scelta è stata questa, non vedo rispetto a cosa sia tardi, e voglio rendere chiaro che non c’è nessuna dietrologia”.

Sui rapporti tra Ca’ Foscari e Israele, messi da molti studenti in confronto ai rapporti interrotti con la Russia a seguito della guerra, la rettrice ci tiene a precisare che il congelamento dei rapporti, avvenuto naturalmente per motivi fuori dal suo controllo, hanno reso gli scambi unilaterali, e non hanno limitato l’arrivo di studenti dalla Russia. Ca’ Foscari rimane quindi in quest’ottica una comunità internazionale che alimenta il dialogo pacifico e anche in questa situazione non c’è stato un comportamento diverso, anche ora la mobilità studentesca è bloccata e gli studenti non possono andare nei territori israelo-palestinesi, mentre se potessero venire, afferma, lei sarebbe la prima ad accoglierli.

Commentando l’argomento sicuramente più caldo dell’assemblea, ovvero il suo rapporto con Med-Or: “Come nei rapporti con Leonardo specificati dall’ex rettore, Med-Or si occupa di cooperazione allo sviluppo, per cui tra l’altro non è ancora stato finanziato nulla, in quanto ho rifiutato il finanziamento”. Riguardo alle proprie dimissioni afferma che in tutto il gruppo di Med-Or è avvenuta una sola dimissione, ed è stata nel comitato scientifico, per cui tutti gli altri membri sono ancora presenti e non vede le condizioni di dimettersi. Negando totalmente il conflitto di interessi, la rettrice afferma che la sua presenza è puramente di vigilanza per “comprendere cosa fanno i colleghi”. “Infine”, aggiunge, “Med-Or sta per stipulare una convenzione con UNIMED per creare sinergie negli interventi in Medio Oriente, Africa e quello che fa è finanziare borse di studio per studenti da quelle aree.” E termina con una precisazione diretta agli studenti: “Leonardo, che si occupa prevalentemente di cybersecurity e di previsioni atmosferiche peraltro, quand’anche finanziasse, come dite voi, le armi e la guerra, se distogliesse dei fondi su borse di studio non sarebbe un bene? Chiediamolo agli studenti che stanno in Africa”.

La replica studentesca fuori dall’aula

Ore 12,00, tra gli applausi dei docenti che si felicitano per la capacità di dialogo tra le parti, viene dichiarata terminata l’assemblea. I partecipanti si riversano al di fuori dell’aula magna, gli studenti si aggregano di fronte allo spiazzo di fronte all’entrata e iniziano a comunicare la loro insoddisfazione tramite l’innalzamento di bandiere palestinesi e discorsi al megafono. L’assemblea, dicono alcuni studenti della componente mobilitata, si è rivelata una “pagliacciata per accontentarci”.

La reazione generale è quindi di forte insoddisfazione rispetto alle rivendicazioni proposte, liquidate come frutto di ragionamenti semplificati a causa dell’inesperienza e della giovane età. Anche se la componente docente si è congratulata per la qualità degli interventi, la governance invece sembra aver dimostrato una forte capacità di resistenza, creando un clima di forte distacco tra volontà studentesca, più sensibile ai temi sociali e ai conflitti in corso in chiave solidale, e la governance, di natura più tecnocratica e improntata a un posizionamento totalmente neutrale rispetto a una richiesta di presa di posizione e di azione di fronte alle crisi umanitarie in corso.

Parte il coro “Occupiamola / tutta l’università / e avanti insieme / uniti a occupare / tutta la settimana / la passo qui con te / e non c’è Digos / non c’è rassegnazione / ma solo tanta rabbia / che cresce dentro me / più forte”. Sventolano le bandiere. Al megafono si dichiara che “l’assemblea universitaria, momento di incontro e dialogo tra istituzione e studenti, si è rivelata un fallimento, un insieme di promesse vaghe e di temporeggiamenti pur di non toccare i rapporti con le aziende belliche, anche a costo di non prendere atto della loro stessa ipocrisia paternalistica”.

Nota. Le immagini sono tratte dal profilo instagram del collettivo LiSC (Liberi Saperi Critici); un dettaglio è stato ripreso come immagine di apertura. 

Archiviato in://, Documenti Nikolas Bingger

End Fossil a Venezia

03/04/2024 Nikolas Bingger // Laboratorio

Cronaca di un’assemblea studentesca per lanciare in città un movimento europeo “contro l’estrattivismo”. Programmi e linguaggi. Geografie di una protesta.

Venezia, ore 19 del 22 febbraio 2024, lungo calle del vento, di fronte all’Aula San Trovaso dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sono le 19, fuori piove. Una ventina di studenti appartenenti a varie facoltà attende in un bar la fine dell’ultima lezione per poter accedere all’aula prenotata in anticipo e poter dare inizio alla loro assemblea. Nell’ultima settimana sono stati condivisi tramite post e pubblicità su Instagram le copertine dei dépliant che pubblicizzano l’avvenimento agli studenti, gli stessi che in forma cartacea sembrano essere ovunque nelle sedi umanistiche dell’università Ca’ Foscari, dalle aule di San Sebastiano ai muri della Biblioteca dell’Area Umanistica e le aule a San Basilio. Sulla copertina, in caratteri cubitali bianchi su sfondo rosso vivo scrivono: “NASCE END FOSSIL VENEZIA / ASSEMBLEA PUBBLICA 22 FEBBRAIO / mobilitiamoci nei luoghi della formazione contro l’estrattivismo in università”. Gli organizzatori sono chiari, viene proclamata la nascita di un nuovo movimento ambientalista nel già attivo e vivace contesto studentesco di Ca’ Foscari.

Uno dei manifesti diffusi su Instagram da End fossil e dagli altri collettivi che ne supportano la nascita

L’aula si riempie presto, arrivano a esserci una sessantina di persone. Tutti si siedono in cerchio sui banchi e si dà inizio all’assemblea. Il primo discorso è introduttivo ha per obiettivo una spiegazione dei metodi di discussione generali: per esprimere assenso si alzano le mani e le si scuotono, mentre le si abbassano se si è in disaccordo, si alza la mano per prenotare il proprio intervento. Segue una presentazione generale di ogni partecipante in sala, ognuno annuncia il proprio nome e i pronomi (maschili, femminili, neutri) da utilizzare per riferirsi e interpellarsi reciprocamente. Questa procedura viene svolta al fine di garantire uno “spazio sicuro per tutti dove sentirsi accettati e liberi di esprimere la propria opinione”, per garantire un’inclusione e un rispetto per il prossimo nei discorsi. Viene inoltre offerta una traduzione istantanea in inglese, fatta da uno studente, per i pochi (forse un paio) non italofoni presenti.

Finita questa introduzione, l’assemblea entra nel vivo dei temi trattati: il clima e le università. “I temi centrali dell’assemblea,” dice una delle organizzatrici “sono divisi in obiettivi a breve e a lungo termine: i primi sono inerenti alla realtà locale e riguardano il parlare di clima all’università, analizzando la crisi climatica e il ruolo dei luoghi del sapere come complici della crisi tramite i loro accordi e finanziamenti con altre entità; il secondo invece si inserisce nell’internazionalità del fenomeno, che, come dichiarato dal nome stesso del movimento, punta alla fine dell’industria e dell’economia incentrata sui combustibili fossili. Il mezzo per arrivare a questi obiettivi è partire dai luoghi di formazione culturale, occupando e spingendo le università a interrompere gli accordi e le partnership con le grandi aziende del fossile”.

Prosegue poi spiegando che End Fossil nasce come campagna di occupazione internazionale a novembre-dicembre 2022. Partendo da Spagna e Portogallo, per poi espandersi in Regno Unito e Germania, si sta ora diffondendo in tutta Europa. La loro prima ondata di occupazioni è coeva alla nascita del movimento e si rifà allo spirito sessantottino, occupando 50 università e scuole tra Spagna, Portogallo, Regno Unito e Germania. In Italia il movimento sembra arrivare solo nei primi mesi del 2023, le testimonianze dei presenti e la documentazione accessibile indicano Pisa come primo centro, seguito poi da una diffusione sia a nord che a sud soprattutto nelle grandi città (Torino, Milano, Roma, Palermo e altre ancora). A oggi ci sarebbe una decina di ramificazioni del collettivo in Italia. La diffusione internazionale del movimento porta a una seconda ondata di occupazioni di scuole e università a maggio 2023: se ne contano 75 in quasi tutte le città europee in cui è presente End Fossil, tra cui Roma e Pisa.

In rosso le province con università o scuole dove End Fossil è presente. In nero, le presunte direttrici di diffusione a partire dalla Spagna verso Pisa e poi Roma, Napoli, Palermo, Milano, Torino, Bologna, Ravenna, Parma e ora anche Venezia. Elaborazione dell’Autore.

Tra gennaio e febbraio 2024 End Fossil raggiunge tramite la diffusione del proprio programma sui social il territorio Veneziano. Qui suscita l’interesse di alcune studentesse del dipartimento di “Environmental Humanities” dell’università Ca’ Foscari, che, mosse da un senso di dovere verso il proprio futuro e quello dei loro coetanei decidono di prender parte con spirito rinnovatore a un contesto di attivismo ambientalista, legandosi a realtà politiche e sociali locali. Tra questi è forte il supporto di altri collettivi preesistenti nel contesto studentesco veneziano, come Liberi Saperi Critici (LiSC), collettivo ambientalista, transfemminista e anticolonialista tra i più attivi e dinamici dell’isola e i cui rappresentanti erano presenti all’assemblea.

Gli organizzatori dell’assemblea spiegano che EF al momento è presente quasi esclusivamente nei dipartimenti umanistici, motivo per cui intendono fare campagne di sensibilizzazione.
Il loro principale obiettivo al momento è una diffusione interna agli altri dipartimenti, in particolare nel Campus Scientifico di Ca’ Foscari a Mestre dove, sia per via della distanza fisica tra Mestre e Venezia, sia per la forte resistenza e disinteresse verso lotte ambientali e sociali, EF e gli altri collettivi quali lo stesso LiSC non riescono ancora a inserirsi.

Una delle organizzatrici prende quindi la parola per annunciare la dichiarazione d’intenti del movimento:

“Questa è una campagna nata da una volontà di mobilitarsi e protestare contro lo stato delle cose presente a Ca’ Foscari, proponendo alternative. Nel caso specifico questo si inserisce in una generale aziendalizzazione e privatizzazione dell’università. Come nei rapporti con Crédit agricole e la Carta conto, dove gli studenti sono obbligati ad aprire un conto per avere borse di studio. Non sapendo che essa è una delle principali azioniste di industrie fossili e collabora con Eni, che ha una presenza subdola ma ramificata a Ca’ Foscari.

Eni è macchiata di crimini in tutto il mondo, agendo specialmente nel sud globale, come in Mozambico, dove è complice e responsabile non solo di sfruttamento ed estrazione dei combustibili fossili ma lavora con una strategia e un’ottica colonialista che devasta territori e popolazioni. Noi vogliamo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose, richiediamo la recisione da parte di Ca’ Foscari di questi accordi e un sostegno con aiuto di studenti che porti a un vero cambiamento”.

La strategia di End Fossil a Ca’ Foscari è quindi di proporre e attuare una campagna di cambiamento e sensibilizzazione locale che si intersecherà con la più generale direttrice anti fossile, partendo dai luoghi di cultura per “spingere l’università a cessare ogni tipo di collaborazione e accordi con aziende devastatrici del fossile, col fine di iniziare il processo di defossilizzazione dai luoghi del sapere”. Nell’immediatezza, afferma uno dei promotori del movimento, si stanno organizzando per proporre la creazione di corsi obbligatori sulla crisi climatica e per “creare una comunità energetica a partire dall’università”.

Per attuare questo piano vengono stilate le prime rivendicazioni immediate da presentare agli organi universitari, perché siano trasformate in una serie di “scelte coerenti da parte di Ca’ Foscari sul proprio impegno per portare una giustizia climatica e ambientale seria”. L’elenco comprende:

  • – Cessazione dei rapporti con Crédit Agricole, con un’alternativa da elaborare negli incontri a seguire.
  • – Trasparenza nei rapporti che Ca’ Foscari ha con le aziende, a oggi non chiari o difficili da trovare, con conseguente libertà di richiesta di accesso agli atti dell’università.
  • – Percorso di autoformazione obbligatorio sulla giustizia climatica, creazione di un corso ad hoc e campagna di sensibilizzazione interna.
  • – Concretezza e limitazione del green washing, pensare al ruolo dell’università nel ruolo di cambiamento, proporre modelli alternativi di costruzione di comunità energetiche.

Queste richieste sono ritenute “fattibili” e pongono molta importanza sul fatto che questo non si tratta di un movimento di protesta, ma di alternativa.

L’assemblea infine passa al ruolo di End Fossil come tassello di una campagna molto più ampia che comprende anche l’antibellicismo. In altre parole, la mobilitazione contro la crisi climatica raccoglie anche molte più lotte insieme. Uno degli interventi, da parte di una delle rappresentanti del gruppo LiSC, esemplifica questa idea:

“La lotta climatica è e deve essere anticapitalista, deve combattere tutto il sistema in cui viviamo. Tutto è parte di una lotta più grande. Il primo passo è trovarsi, discutere e creare una mobilitazione collettiva che cambi e cerchi di cambiare gli ambienti che viviamo collettivamente e individualmente. Il cambiamento non può venire solo dalle cose individuali ma da un cambiamento generale, siamo studenti in università ed è il luogo che viviamo collettivamente, è perfetto per partire. Questa stessa assemblea è una base dal basso per mobilitarci”.

Il senso di responsabilità e partecipazione “verso la questione palestinese e l’attuale genocidio in corso” è forte. Uno dei presenti spiega il collegamento ricordando il ruolo di ENI, uno dei bersagli della campagna di EF a Ca’Foscari: “recentemente ENI ha vinto un bando per l’estrazione di gas davanti alla striscia di Gaza, prima ancora che questa venisse occupata, legandosi quindi automaticamente alla lotta e alla questione palestinese. La complicità dell’istituzione italiana è presente nei rapporti tramite i programmi Erasmus rimasti aperti con le università israeliane, chiudendo invece i rapporti con le università palestinesi”.

A detta degli organizzatori, lo spirito che questo nuovo collettivo vuole manifestare non è quindi solo una generica “giustizia climatica”, ma una giustizia in senso lato, con un obiettivo programmatico. EF si può dunque definire un movimento ambientalista, anticapitalista, anticolonialista, terzomondista e femminista; un intreccio di lotte e idee che si rifanno allo spirito sessantottino, ma con nuovi fondamenti.

Dopo circa un’ora gli organizzatori annunciano l’inizio dell’ultima parte dell’assemblea, dove verrà applicato un diverso metodo di dibattito con il fine di rendere tutti partecipi. I presenti vengono divisi in gruppi uguali con il compito di discutere le proposte e i temi affrontati nella presentazione per ragionare sui dubbi e sui metodi da applicare per far funzionare le proposte presentate. Nel frattempo, un membro volontario da ogni gruppo segna le conclusioni raggiunte. Una volta finito il tempo stabilito dagli organizzatori ogni gruppo esprime, attraverso gli appunti del volontario, i pensieri e le conclusioni a cui sono arrivati.

Il bilancio finale è positivo riguardo le proposte, con solo qualche dubbio presentato sull’effettiva efficacia del movimento. Per la maggior parte però le riflessioni tra gruppi hanno riaffermato l’importanza degli obiettivi da percorrere, con qualche aggiunta:

  • – La necessità di una forte campagna di informazione negli ambienti universitari.
  • – La necessità di espansione nei campus scientifici in primis e nella speranza di creare una quinta colonna interna alle istituzioni che possa aiutare nelle richieste avanzate dagli studenti che rappresentano il movimento EF.
  • – La necessità di sensibilizzare l’università e chi vi partecipa riguardo ai temi portanti del movimento.

Alle 21 l’assemblea viene dichiarata conclusa, le riflessioni finali vengono trascritte dagli organizzatori che ringraziano tutti i presenti per la partecipazione, presentando infine un rinfresco vegano a offerta libera per finanziare la stampa dei volantini e le eventuali attività future. Prima di congedare i presenti gli organizzatori invitano tutti a seguire gli aggiornamenti sui canali social per i prossimi incontri, incitando infine a sensibilizzare e informare i loro conoscenti sul progetto e sui temi che tratta per aumentarne la diffusione.

Fonti:

https://endfossil.com/about/

https://www.instagram.com/endfossil/

https://endfossil.de/

https://endfossilitalia.it/

https://www.uniroma1.it/it/notizia/mobilitazione-end-fossil

https://ilmanifesto.it/end-fossil-le-universita-italiane-occupano-per-il-clima (edizione del 26 novembre 2023)

Registrazione e appunti dall’assemblea.

Nota della redazione. Questo articolo nasce dagli incontri del Laboratorio di documentazione e storia del tempo presente che la redazione di altrochemestre.it ha curato nell’ambito del corso di Storia sociale tenuto da Alessandro Casellato (Università Ca’ Foscari, Venezia, febbraio-marzo 2024).

L’immagine di apertura è il logo del movimento (foto tratta da endfossil.com).

Archiviato in://, Laboratorio Nikolas Bingger

Copyright © 2026 · Genesis Altroche on WordPress · Accedi

Utilizziamo i cookie e dati personali per necessità. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo da parte nostra in linea con la GDPR.