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Natalia Mele

Didattica della sorveglianza

24/07/2025 Natalia Mele // Segni dei tempi

Un’insegnante racconta come stanno cambiando i rapporti all’interno del corpo docenti e tra docenti e studenti nelle scuole che hanno adottato Google Workspace for Education. Riflessioni per una autodifesa.

Ancora all’inizio del 2020, Google Workspace for Education – all’epoca G suite – era di fatto inutilizzato nelle scuole, a malapena gli insegnanti sapevano di avere una mail. Con l’arrivo del Covid-19 tutto è cambiato. Mentre la scuola subiva le restrizioni più pesanti, la maggior parte dei dirigenti e insegnanti si lanciavano a capofitto sui prodotti di Alphabet (azienda proprietaria di Google) per dare vita alla DAD (didattica a distanza). Nel settembre 2020, salvo alcune voci contrarie, sembrava che il futuro dell’attività didattica fosse la DAD. Questa idea è tramontata nel corso dell’anno scolastico 2021/22, ma i prodotti di Google Workspace for Education hanno mantenuto la loro centralità: per comunicare (Gmail e Meet); per la compilazione di documenti (Docs e Fogli); per le presentazioni (Presentazioni); per lo svolgimento di verifiche, sondaggi, desiderata e relazioni (Moduli); per caricare video, slide, pdf, video lezioni, video tutorial (Youtube, Drive e Classroom, il learning managing system); per archiviare tutta la documentazione burocratica, verbali, tabelloni dei voti, PDP (piano didattico personalizzato), PEI (piano educativo individualizzato), le certificazioni mediche, le bozze di progetti, appunti, ecc. (Drive); per l’intelligenza artificiale (Gemini); per fissare appuntamenti e riunioni (Calendar). Insomma, per qualsiasi cosa. Dall’alto si spinge per spostare sempre di più il nostro lavoro online: i formatori dell’anno di prova insistono sull’utilizzo degli strumenti informatici nella didattica; il ministero insiste sulla digitalizzazione della scuola.

È difficile fare un bilancio di questa rapida transizione digitale perché il processo di adattamento è continuo e continua è l’offerta di nuovi prodotti. Vorrei, tuttavia, soffermarmi su alcuni aspetti di cui non si discute veramente.

Sarà banale dirlo, ma tra le conseguenze della digitalizzazione sta il fatto che il volume e la frequenza della comunicazione sono enormemente aumentati. Positivo o negativo che sia, di certo ha comportato un aumento del carico di lavoro per il personale scolastico e per gli studenti. È vero che le riunioni a distanza, la consultazione della documentazione e la relazione con la segreteria consentono di tagliare i tempi morti e i costi del viaggio. Tuttavia, al netto di questo risparmio di tempo, c’è un lavoro quotidiano, si direbbe minuto per minuto, che si è enormemente dilatato. Basta l’esempio delle mail: mentre fino a pochi anni fa nessuno scriveva, oggi, mi capita di ricevere più di mille mail all’anno – di cui circa la metà sono istituzionali (circolari, ricevimenti, sostituzioni) – tutti i giorni e a tutte le ore. Anche gli studenti lamentano simili condizioni con notifiche da Classroom a tutte le ore per compiti da consegnare a stretto giro.

Mentre per gli studenti esiste solo il buon senso del docente, per il personale scolastico esisterebbe da contratto il diritto alla disconnessione, che dovrebbe limitare il problema dell’iperconnessione. Tuttavia, il diritto alla disconnessione, per com’è concepito da noi, non funziona perché non impedisce a chi vuole mandare messaggi di farlo ma solamente permette a chi li riceve di non leggerli. Ciò comporta che il personale che esercita il diritto alla disconnessione è indotto a trasgredirlo perché rischia l’esclusione rispetto a coloro che rimangono connessi. Così, ci siamo ritrovati in modo surrettizio ad avere esteso il nostro orario di lavoro senza che questo comunicare di più significasse necessariamente comunicare meglio.

Altro fatto interessante e di cui si parla poco, è che tutto questo lavoro online viene costantemente monitorato e archiviato. Si tratta di un notevole ampiamento di ciò che offriva già il registro elettronico Argo, che consente di vedere e archiviare gli accessi, le assenze degli studenti, la firma dell’ora, l’argomento della lezione, i voti, i compiti, il calendario delle verifiche, le spunte di prese visione. Ora, il monitoraggio si fa capillare, rimane traccia delle mail, dei moduli compilati, dei materiali caricati e di tutta una serie di dati comportamentali (Big Data). Tra questi ci sono quelli obbligatori: le interazioni all’interno delle app, le modifiche ai documenti (le digitazioni), le visualizzazioni, le condivisioni, il quando, il dove (indirizzo IP) e la durata dell’attività. E altri facoltativi: le query, ovvero le parole/frasi digitate sulla barra di ricerca dei vari servizi (Google, Gemini, Youtube, tra tutti), la cronologia di navigazione di Youtube e Chrome (le reaction, le iscrizioni ai canali, ecc.), la posizione (in questo caso anche tramite GPS), oltre alle informazioni sul dispositivo come la marca, il sistema operativo, la carica della batteria, l’operatore telefonico. Questi dati facoltativi sono di solito attivi di default (vedi le sincronizzazioni delle app e del browser) o accettati generalmente dagli utenti. Inoltre, la lista potrebbe continuare poiché le informative sulla privacy sono costantemente aggiornate e appaiono reticenti, introdotte da formule del tipo “Queste informazioni includono”, “come ad esempio”, o “altri dettagli”. E non è solo il lavoro a essere monitorato ma tutto ciò che viene fatto a partire dal proprio account e quindi anche l’attività prodotta facendo il login in siti e app sfruttando l’opzione “entra con il tuo account Google”, oltre alla data, l’ora e la posizione delle sincronizzazioni automatiche delle app installate sui nostri device[1].

Piaccia o non piaccia la sorveglianza, ci si chiede perché la scuola dovrebbe controllare certi aspetti della quotidianità di studenti e personale: se è vero che non abbiamo niente da nascondere, non abbiano nemmeno necessariamente niente da mostrare. In fondo, si dice, tutto questo serve a garantire la sicurezza degli account e la loro funzionalità, mica a controllarci… quello che è sicuro è che questo monitoraggio ha prodotto un archivio scolastico digitale che ha duplicato, e in parte sostituito, quello cartaceo. Mentre il cartaceo continua a esistere negli scantinati della scuola, quello digitale è ospitato su base planetaria nei data center di Alphabet, ed è enorme. Facendo una stima dei primi anni di utilizzo siamo a circa 200 GB occupati per uno spazio disponibile di 100 TB, che consentirebbe, a questi ritmi, 2 secoli di documentazione! Un limite difficile da verificare che sembra piuttosto un invito a caricare senza pensieri. Il tutto è razionalmente organizzato, indicizzato, ubiquo e disponibile all’analisi. Inoltre, conserva materiale che la legge nemmeno impone (vedi i dati comportamentali di cui sopra) mentre riesce ad adempiere meglio del cartaceo alle disposizioni di legge in merito alla durata della conservazione documentale che prescrivono nella maggior parte dei casi un tempo illimitato[2]. In sostanza, Alphabet non solo è riuscita dove lo Stato ha fallito ma ha anche consentito di archiviare dati che prima erano semplicemente indisponibili.

Questo archivio gioiello, da notare, è a costo zero per la scuola. Alphabet offre gratuitamente, e senza inserzioni pubblicitarie, alle scuole pubbliche di tutto il mondo Google Workspace for Education nella versione Fundamentals[3]. Ovviamente per loro non è a costo zero, anzi. Sarebbe interessante sapere quanto costa mantenere un servizio del genere, in termini di spazio disponibile, sicurezza e funzionalità. Cercando in rete non si trova un’offerta di mercato paragonabile, la cifra dev’essere tale da porlo fuori mercato. Come può essere sostenibile tutto ciò? Intanto, c’è da dire, che potrebbe non esserlo: è sempre possibile che facciano un passo indietro, basta vedere il loro cimitero di servizi virtuale https://killedbygoogle.com/. Si potrebbe anche pensare che si tratti di un posizionamento di mercato a debito – ma che debito! – per rendersi insostituibile e in futuro batter cassa – se non facendo pagar tutto, almeno alcuni servizi premium. Oppure potrebbe essere una semplice strategia di marketing – costosa – per fidelizzare futuri clienti. Tutte queste cose possono essere vere, ma l’operazione assume maggior senso economico se invece di pensare che sia semplicemente un servizio offerto gratuitamente lo si pensa come uno strumento di estrazione di una materia prima da lavorare e vendere.

La cosa è stata studiata tra gli altri da Shoshanna Zuboff in Capitalismo della sorveglianza[4] dove sostiene che Alphabet e le principali aziende che producono app e device smart forniscano agli utenti prodotti gratuiti, o quasi, attraverso i quali estrarre dati personali. La gratuità e la dipendenza sono i due pilastri del processo estrattivo: più tempo viene trascorso sulle varie piattaforme o servizi, più dati vengono estratti. Infine, questi dati vengono elaborati per produrre altri prodotti estrattivi e per vendere ricerche, statistiche, profilazioni che dovrebbero predire i comportamenti futuri. Il processo si autoalimenta: il prodotto estrattivo genera il materiale dal quale è possibile elaborare da un lato un nuovo prodotto estrattivo (per esempio l’addestramento dell’IA), dall’altro prodotti predittivi finalizzati principalmente alla manipolazione dei comportamenti. La scuola appare quindi ad Alphabet – leader di questo business della sorveglianza e coinvolta in diversi casi giudiziari per violazione della privacy e tendenze monopoliste[5] – come una miniera d’oro: una singola istituzione consente in un solo colpo di estrarre quotidianamente dati in grande quantità di individui – perlopiù giovani – legati in una rete sociale di tipo lavorativo ed educativo. Solo nel 2021, a livello globale, più di 170 milioni tra studenti e personale scolastico usavano Google workspace for Education[6]. Si capisce, quindi, che il monitoraggio non punta a controllare quello che si fa nel presente per eventualmente sanzionarlo, ma per analizzare e indirizzare i comportamenti futuri.

Si dirà che quella del business della sorveglianza ormai è una prassi che coinvolge qualsiasi aspetto della nostra vita online (la maggior parte delle app gratuite lo pratica) e nel caso scuola, sarebbe uno dei pochi ambiti per cui varrebbe la pena di ingoiare il rospo. Ammesso pure che reali alternative in termini di integrazione, funzionalità e sicurezza non esistano – specie gratuite – ci si chiede: non dovrebbe la scuola pubblica promuovere competenze digitali (consapevolezza e buone pratiche) invece di aprire le porte al business della sorveglianza e promuovere così fenomeni manipolatori?

C’è un altro aspetto da valutare. L’accesso all’archivio è gerarchico e il dirigente (o l’amministratore del sistema delegato) accede a tutto direttamente dal proprio account, dalla propria dashbord. Lì, può vedere i dati in forma aggregata con metriche e statistiche, oppure consultarli liberamente sul Drive o ancora scaricarli in pochi click tramite Google Takeout che gli consente di scaricare tutto l’archivio della scuola o solo di alcuni account selezionati[7]. Può anche produrre facilmente dei report sull’attività del singolo utente[8]. Tutto questo è possibile perché il servizio offerto da Alphabet alle scuole, a differenza di un account privato, prevede una gerarchia nella quale il singolo docente/studente/segretario non è altro che “figlio”, un sotto account del “padre”, il dirigente (o chi per lui). Per esempio, io posso visionare e scaricare i miei dati ma, a differenza di quello che potrei fare con un mio account privato, non posso eliminarli se cambio scuola o vado in pensione. Per come è pensato il servizio, i dati sono dell’account “padre” per sempre. Le informative sulla privacy dovrebbero contenere dei limiti sia temporali di permanenza dei dati sia in merito all’utilizzo che se ne fa, ma nella mia scuola sono molto generiche e sembrano riferirsi a un servizio nella pratica inesistente. Si dice, per esempio, e solo in riferimento alle mail del personale docente, che la casella sarà disattivata dopo 18 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro, ma non se verrà cancellato o meno il contenuto. Tra l’altro, la stessa disattivazione in realtà non avviene, basta digitare l’indirizzo mail di ex studenti e docenti per trovarne ancora traccia. In ogni caso, rimane sempre la possibilità di eludere le informative, dal momento che non c’è controllo sull’operato del dirigente. Volendo, il dirigente può facilmente controllare personale e studenti e in base a questo comparare performance, prevedere premi e richiami, o al limite farne un uso più raffinato per prevenire e indirizzare comportamenti. Tutto è a portata di click, mentre nel caso del registro elettronico Argo è più macchinoso, poiché i dirigenti possono sì vedere i dati in forma disaggregata con una semplice navigazione nel front-end del registro, ma per ottenere i log degli accessi devono mandare una PEC e possono risalire al massimo ai 12 mesi precedenti.

Infine, in base ai permessi di accesso stabiliti dal dirigente anche noi insegnanti, possiamo sfruttare il nostro angolo di sorveglianza. Non è molto, forse, ma posso vedere le relazioni finali dei colleghi, chi e quando ha caricato la documentazione, chi ha modificato il file e quando, chi è online nello stesso momento. Soprattutto, posso monitorare l’operato dei miei studenti dando vita a quella che si può chiamare una didattica della sorveglianza. Su Classroom, posso vedere la velocità di esecuzione dei test, la durata della compilazione di un elaborato scritto, la data e l’ora di quando viene consegnato, la quantità e la tipologia delle modifiche apportate a una ricerca, a una presentazione, ecc. In questo modo è possibile analizzare, quantificare e comparare la performance individuale (coinvolgimento, tempo, livello raggiunto) e stimolare la competizione. Una didattica che, in ultima analisi, amplifica le differenze sociali in ragione dell’accesso diseguale alla tecnologia, alla connessione, ecc.

Di fronte a un cambiamento così profondo e surrettizio, il minimo che si può fare è esserne consapevoli. A pandemia finita, sarebbe utile capire quello che è cambiato e dove stiamo andando[9]. Quello che si avverte è invece un acritico entusiasmo, frammisto ai sensi di colpa di chi non riesce a stare al passo coi tempi. Le criticità sono vagamente percepite e scacciate subito dall’idea che “questo è il futuro” e che, al limite, si tratta di un patto col diavolo, “prendere o lasciare” come dicono i cantori delle tecnologie.

In realtà, se osservato con attenzione, il fenomeno, come tutti i fatti umani, è chiaramente governato, agevolato e promosso, e pertanto è governabile. Nel 2022, lo stato del New Mexico e altri 39 stati degli USA hanno vinto una causa da 391,5 milioni di dollari proprio contro Alphabet per uso improprio di alcuni dati personali[10]. Lo stesso anno, in una cittadina danese è stato bandito Google Workspace for Education dalle scuole pubbliche, in seguito alle preoccupazioni sollevate da un genitore[11].

Se ciò sembra estremo, nulla vieta, almeno, di ridurre realmente l’iperconnessione di studenti e insegnanti, andando al di là del semplice buon senso; di limitare l’online allo stretto necessario; di dotarsi di informative sulla privacy più chiare e stringenti; di ottenere vincoli tecnici al monitoraggio; di vigilare sull’operato degli amministratori del sistema, sugli aggiornamenti delle informative e sui nuovi prodotti; di formarsi, più in generale, sulle strategie di autotutela.

Nota. L’immagine di copertina è designed by Freepik.


[1] https://workspace.google.com/terms/education_privacy/#privacy-police-revamp-your-info.

[2] Vedi circolare n. 44 del 19 dicembre 2005 emanata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Dipartimento per i beni archivistici e librari. Direzione generale per gli archivi). L’archivio cartaceo per ragioni di risorse era costretto a periodiche distruzione di documenti.

[3] https://edu.google.com/intl/ALL_it/workspace-for-education/editions/education-fundamentals/.

[4] S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, trad. di P. Bassotti, Luiss University Press, Roma 2023. Vedi su questo sito le note di Piero Brunello, Selfie oggi, profilo biometrico domani, altrochemestre.it, 9 giugno 2024.

[5] https://en.wikipedia.org/wiki/Google_litigation.

[6] https://blog.google/outreach-initiatives/education/google-workspace-for-education/.

[7] Da qui https://takeout.google.com si può vedere ciò che di nostro è archiviato.

[8] https://support.google.com/a/answer/6000239.

[9] Ecco alcuni contributi utili al dibattito: C. Stockman, E. Nottingham, Surveillance Capitalism in Schools: What’s the Problem?, «Digital Culture & Education», 14(1), 2022, pp. 1-15; D.G. Krutka, R.M. Smits, T.A. Willhelm, Don’t Be Evil: Should We Use Google in Schools?, «TechTrends», 65, 2021, pp. 421-431; M. Lindh, J. Nolin, Information we collect: Surveillance and privacy in the implementation of Google apps for education, «European Educational Research Journal», 15(6), 2016, pp. 644-663.

[10] https://nmdoj.gov/press-release/attorney-general-balderas-announces-historic-google-settlement-over-location-tracking-practices/.

[11] https://www.wired.it/article/google-vietato-scuole-helsingor-danimarca/.

Archiviato in://, Segni dei tempi Natalia Mele

“Come, manda i carabinieri?!”

21/08/2024 Natalia Mele // Scene dal presente

Una “giornata di autonomia” cancellata dal dirigente in un liceo del Nord Est. Proteste degli studenti, programma alternativo, intimidazioni, omertà. Il racconto di un’insegnante inframmezzato dalla testimonianza di uno studente. 

Primi di maggio

B.: “Ha sentito che scandalo? La giornata dell’autonomia quest’anno non si farà!”.

“Come mai non si fa nulla?”, chiedo io. B. sembra infastidito dalla domanda, ci potrebbero mai essere delle motivazioni valide per non farla?! La giornata dell’autonomia si deve fare, punto.

Da quel che so, nel nostro istituto è da una ventina d’anni che si fa, è citata anche nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) come uno dei progetti che mira a valorizzare la creatività e la responsabilità degli studenti. È una giornata di scuola “alternativa” nata per istituzionalizzare le meno controllabili autogestioni attive ancora negli anni Novanta.

B. mi spiega che il dirigente ha bocciato l’idea dei rappresentanti d’istituto – poco più di qualche nome da invitare a parlare a scuola –, sostenendo che non era in linea con quanto stabilito a inizio anno, ovvero che la giornata dovesse avere carattere orientativo. In più, ha posto il problema degli spazi e del fatto che fosse faticoso spostare le sedie di qua e di là… insomma, pretesti… e che oramai non c’erano i tempi tecnici per organizzarla degnamente.

B. è esasperato: “è stato lui a dire che la giornata dell’autonomia sarebbe stato meglio organizzarla a maggio. E adesso non ci sono i tempi tecnici! E poi, perché deve avere carattere orientativo? Chi decide? Se è autonomia è autonomia, possiamo decidere noi, no? Possibile che un dirigente si comporti così? I rappresentanti hanno le ali legate, no, tarpate proprio…”.

“Quindi, alla fine, non si fa niente?”.

“Eh, vedrà…”.

Poco dopo in ricreazione

Il sole illumina il ghiaino del cortile. Gli studenti si muovono a gruppetti, chini su cellulari e merende. Con i primi caldi, in molti lasciano le aule per passare qualche minuto all’aperto.

A due passi dalla porta d’entrata, si forma un cerchio di studenti. Parlano, discutono. Sono di varie classi e sezioni, sembra un appuntamento. È successo qualcosa?

Sulla sinistra altri colleghi allungano occhi e orecchie. Per la prima volta dopo anni di isolamento gli studenti si parlano. Lo fanno così, davanti a tutti? Perché?

D.: Esco in cortile per fare ricreazione e vedo un gruppo di miei compagni discutere in modo acceso. J. e B. sono i più battaglieri. La discussione verte sulla giornata dell’autonomia e di come quest’anno non si sarebbe fatta. Lo sanno poiché hanno partecipato alla riunione del comitato studentesco avvenuta il giorno prima. Per me l’informazione è nuova e mentre ci penso sento parlare di sciopero. È a quel punto che mi attivo e chiedo: “ma se al posto di uno sciopero facessimo noi la giornata dell’autonomia?”.

Lo stesso pomeriggio

D.: Mi metto a sfogliare i miei contatti alla ricerca di un luogo dove organizzare l’evento e grazie a M., il bibliotecario, riesco a contattare quelli dell’auditorium locale e ad avere un via libera. A quel punto, corro subito entusiasta fuori dalla biblioteca, salgo sul motorino e mi precipito in centro per trovarmi con J. Sono eccitato e gli do la notizia: “ho trovato il posto, se vogliamo farlo possiamo”. Il resto della giornata lo spendiamo a fare chiamate alla ricerca di compagni disposti ad aiutarci nell’organizzazione e alla fine torniamo a casa con un luogo, una data, e un gruppo Whatsapp di dieci organizzatori: la giornata dell’autonomia si farà!

A metà mese

D.: I preparativi vanno avanti, abbiamo un profilo Instagram e un gruppo Whatsapp con oltre 200 studenti (alla fine saranno 360, quasi mezzo istituto). Il programma inizia a essere fitto: mostre d’arte, conferenze, interviste, stand di associazioni e varie attività ricreative. Nonostante la pubblicazione di video e locandine su Instagram, sembrerebbe che i professori stiano ignorando la cosa e a noi forse, un po’ ingenuamente, va bene così, ci sentiamo più liberi di agire.

Intanto, nelle classi, diversi studenti se ne escono dicendo che molto probabilmente l’ultimo sabato del mese a scuola non ci saranno e che pertanto verifiche e interrogazioni meglio non programmarle. Insomma, nel giro di un paio di settimane lo sanno tutti: studenti, genitori, docenti e, da quel che si apprenderà dopo, anche il dirigente.

Ultima settimana del mese: martedì 

Fisso una porzione di tavolo occupato da volantini, libri di testo e cancelleria perlopiù non funzionante. È il tavolone ovale dell’aula insegnanti, anzi, è propriamente l’aula insegnanti dal momento che in onore alle lettere classiche ci accontentiamo di una sineddoche. Sono in ora buca, alla mia sinistra A. sfoglia un manuale.

“Ma tu hai capito, poi, cosa succede sabato?”, faccio io.

Percepisco una certa tensione: sa, è chiaro; ma non sa se, ed eventualmente in che modo, parlarne. È una cosa tipica del nostro ambiente, una specie di atmosfera omertosa che ci porta a non fidarci di nessuno, convinti di non sapere mai fino in fondo con chi si sta parlando.

Poco dopo rientrando a casa

Ho capito tutto! La rotondina del Brico si avvicina, mi sale il fastidio, picchio il volante. Quel silenzio è una trappola! Serve a nascondere la protesta e a cadere dal pero per avere mano libera nella punizione degli studenti. Il regolamento d’istituto recita chiaro: si prevedono sanzioni per gli scioperi “immotivati”. È come il gatto col topo. Li stiamo spingendo a infrangere il regolamento per giustificare la punizione. Possibile?

Mi mangio le mani, mi sento in dovere di smarcarmi e di difendere gli studenti da queste macchinazioni, ma non so come fare. Vabbè, l’unica è rompere il silenzio, se tutti sanno bisognerà prendere una posizione ufficiale.

Mercoledì

Ne parlo con diversi colleghi, chiedo se sanno, cosa ne pensano, ecc. Dopo un paio d’ore un collega inoltra su Whatsapp a tutti i docenti la posizione del dirigente che suona sinistramente pleonastica: “Sabato, segnare gli assenti”.

Giovedì

D.: Io e P. stiamo costruendo i cavalletti di legno per la mostra fotografica che avremmo allestito sabato. Mentre P. finisce di tagliare il legno, io ultimo la lettera che dovevamo inoltrare al preside per avvisarlo dell’esistenza della giornata dell’autonomia in modo da rendere il tutto ufficiale.

Prima di spedirla, vengo convocato all’auditorium, pensavo per gli ultimi accorgimenti prima della giornata ma una volta arrivato sul luogo scopro che a seguito di una chiamata del preside avevamo perso l’appoggio dell’associazione patrocinante e di conseguenza non avremmo potuto usare gli spazi interni né tantomeno occupare il suolo pubblico con tavoli, stand e cavalletti. Il presidente dell’associazione si era tirato indietro perché, a suo dire, il preside gli aveva detto che era in dovere di mandare i carabinieri di fronte a uno sciopero degli studenti e lui aveva paura di finire nei guai per qualche irregolarità.

Con una sola mossa tutte le attività erano state annullate. L’ha studiata bene! Ci siamo trovati senza avere il tempo di reagire. L’unica cosa che ci era rimasta era incontrarci e stare insieme. A quel punto annunciamo su Whatsapp che le attività sarebbero state annullate e chiediamo chi volesse firmare la lettera da inviare al preside. Nel giro di poche ore arriviamo a più di cento firme.

Venerdì, la vigilia

A scuola gira voce di una lettera di motivazioni inviata al dirigente e firmata da più di cento studenti. Durante la ricreazione compare sul tavolone una copia cartacea.

Gli studenti, anche loro usano un plurale maschile universale, fanno riferimento con rammarico alla mancata organizzazione della giornata dell’autonomia e al fatto che da diversi anni quest’ultima aveva perso il suo significato trasformandosi in una serie di conferenze volute dall’alto. Ci tengono a ribadire la legalità delle loro azioni: non è un capriccio ma il rispetto del regolamento d’istituto che prevede la realizzazione di iniziative autonome degli studenti, in linea con i loro interessi, promuovendo la partecipazione attiva degli stessi ai processi decisionali dell’istituto.

D. è deluso dal voltafaccia di quelli dell’associazione che hanno calato le braghe ed è arrabbiato per la reazione del dirigente che invece di convocarli ha agito nell’ombra per fargli terra bruciata. Si mostra comunque risoluto: “Frega niente. Andiamo lo stesso. Rimaniamo fuori nel parco con le coperte. Era una bella iniziativa, peccato… Speriamo nel meteo, potrebbe piovere, a quel punto siamo fregati”.

B. è più titubante, vista la reazione del dirigente, ha paura delle conseguenze, ha la maturità quest’anno. Si capisce che non ha paura di una sanzione giusta che potrebbe anche non esserci, ma di quella arbitraria perché sa per esperienza che a scuola va così: “Ha detto che manda i carabinieri! So che diversi insegnanti, anche i più insospettabili, stanno girando per le classi, specie tra quelli di prima e seconda, paventando gravi ripercussioni. ‘Segneremo gli assenti’, dicono, alludendo a chissà cosa”.

Mi arrivano conferme da più parti. Sono incredulo, come manda i carabinieri?! Intanto, monta la rabbia degli studenti, c’è chi grida allo scandalo, c’è chi fantastica azioni di protesta esemplari.

D.: L’ho vista bruttissima, erano tutti incazzati. Volevano prendere i picchetti e andare fuori dal liceo come avevano pensato fin dall’inizio. Io e altri eravamo contrari, temevamo ulteriori ritorsioni. Abbiamo fatto fatica, ma alla fine li abbiamo convinti che era meglio fare quello che ci eravamo detti.

Sabato

Sono soprattutto i più grandi a mancare, al biennio l’intimidazione ha funzionato. Alla prima ora, i bidelli passano nelle classi – ordini dall’alto – per controllare il numero degli assenti. Giungono voci che al parco saranno un centinaio e che sono riusciti a portare avanti solo una minima parte del programma. Dei carabinieri, neanche l’ombra.

Scrutini di giugno

Sono passati una decina di giorni e tutto tace. Gli studenti hanno aspettato, invano, una risposta.

Il coordinatore di classe scorre i voti di condotta. Sarà arrivato il momento della sanzione? Alza lo sguardo verso K. cercando conferme. Intuisce e scuote il capo: “Di quello… non possiamo neanche parlarne…”.

Torna l’omertà ma questa volta, pare, con un retrogusto amaro.

Archiviato in://, Scene dal presente Natalia Mele

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