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Documentazione e storia del tempo presente

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Luca Pes

Padania, Chiapas e Italia

27/04/2026 Luca Pes // Documenti Generi di discorso

Trent’anni fa: documentazione sul giorno della dichiarazione dell’indipendenza padana, proclamata a Venezia dal leader della Lega Nord Umberto Bossi (1941-2026). Antologia da tre comizi. Con osservazioni sul pubblico.

Il 15 settembre 1996 non è stato solamente il giorno della Lega, ma una giornata nella quale si sono confrontate identità collettive. A Venezia le manifestazioni sono state quattro.

La prima organizzata dal Comitato “uniti sotto mille bandiere”, al quale avevano aderito fra gli altri Rifondazione comunista, Legambiente, Cisl, Pax Christi e popolari[1]. Il 14 in piazza San Marco dalle 17.00 persone hanno portato bandiere dei sindacati, delle associazioni, dei partiti, italiane, di altre nazioni, della pace e le hanno stese una affianco all’altra sul pavimento della piazza. Io sono passato di lì dopo cena e ho portato un fazzoletto rosso: c’era un migliaio di persone e le bandiere da Palazzo reale non raggiungevano il caffè Florian. Il giorno dopo, dalle 17.00 una parte di queste bandiere sono state esposte in campo Santa Margherita nel corso di una festa con musica e bar indetta da Rifondazione. Le strutture e l’atmosfera sembravano quelle della festa di Liberazione che in quel campo si tiene ogni anno: alle 19.30 i presenti erano meno di un migliaio.

La manifestazione della Lega si è tenuta in riva dei Sette martiri, verso la Biennale d’arte, lungo la laguna. Davanti all’Istituto di biologia marina c’erano dei palchi con posti a sedere per gli invitati. Nel momento del discorso di Bossi (alle 17.30 aveva già cominciato a parlare leggendo un documento scritto a mo’ della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti) la calca verso il palco cominciava circa duecento metri dalla lapide dei partigiani ma i manifestanti non erano più così visibili e si confondevano tra i turisti prima della Pensione Bucintoro.

Una terza manifestazione indetta dai centri sociali ha avuto luogo nel pomeriggio in campo Santo Stefano, con palco per concerto musicale. Luca Casarini, del Centro sociale “Pedro” di Padova, ha parlato a braccio non dal palco ma tra le persone amplificato da un microfono: pubblico di giovani disperso per il campo, anche qui non più di un migliaio.

Una quarta manifestazione ha avuto luogo in campo San Polo, circa 600 tarantini arrivati in corteo con fischietti e trombe da stadio. Polizia schierata, ben visibile (nel comizio Cito[2] si rivolge sempre anche a loro). Palco tipo quello di Italia 1, quando fa le trasmissioni nelle periferie, telecamera accesa. Dieci persone in piedi giacca e cravatta intorno a Cito. Prima di lui parlano in due fra cui il sindaco di Taranto De Cosmo[3]. La manifestazione era organizzata dalla Lega d’azione meridionale. C’erano molti giovani, età da liceo, otto dei quali in camicia nera. Il pubblico interloquiva e commentava in continuazione il comizio. Qui sotto riporto un pezzo di ciascuno dei discorsi di Bossi, Casarini e Cito.

L’Ulivo e il Pds[4] non hanno organizzato contromanifestazioni; i Verdi manifestavano lungo il Po e An[5] aveva organizzato una riuscita manifestazione a Milano; il sindaco Cacciari[6] aveva invitato i veneziani a restare a casa; se non ricordo male, la sera del 13 una bomba incendiaria rivendicata dal subcomandante Toni del “Gruppo zapatista veneziano” aveva colpito la sede del “Governo della Padania”; Bossi aveva dato a Cito del “sifilitico”; Cito si era scontato nella giornata del 15 con la polizia a Chioggia ed era rimasto bloccato (lui dice tre ore) a Rovigo per un allarme bomba, rivelatosi infondato. Il 13 i leghisti avevano prelevato, con una ampolla di vetro fatta a Murano, acqua alla sorgente del Po (“il cuore della Padania”). Il 15 l’avevano simbolicamente versata nel mare Adriatico.

Comizio n. 1 (Lega)

Noi siamo consapevoli che la Padania libera e indipendente diventerà il riferimento politico e istituzionale per la costruzione dell’Europa delle Regioni e dei Popoli. Noi siamo convinti che la Padania libera e indipendente saprà garantire un contributo decisivo alla cooperazione, alla tolleranza e alla pace tra i Popoli della Terra. Noi oggi rappresentiamo, qui riuniti, l’ultima speranza che il regime coloniale romano che opprime la Padania possa presto finire. Noi, Popoli della Padania: poiché il coraggio e la fede di chi ci ha preceduto nella lotta per la libertà dei Popoli sono nostro retaggio e debbono indurci a farci irrevocabilmente carico del nostro destino; poiché voliamo che i nostri atti siano guidati dal rispetto che dobbiamo a noi stessi, ai nostri avi e ai nostri figli; poiché riconosciamo l’inalienabile potere sovrano di ogni Popolo a decidere liberamente con chi stare, come e da chi essere governato; poiché affermiamo il nostro diritto e la nostra volontà di assumere i pieni poteri di uno Stato, prelevare tutte le imposte, votare tutte le leggi, firmare tutti i trattati; poiché la Padania sarà tutti coloro, uomini e donne, che la abitano, la difendono e la riconoscono, e poiché costoro siamo noi; poiché è infine giunta l’ora di avviare la grande impresa di far nascere questo nuovo Paese che noi battezziamo oggi con il nome di Padania. In nome e con l’autorità che ci deriva dal Diritto Naturale di Autodeterminazione e dalla nostra libera coscienza, chiamando per voce delle nostre libere istituzioni l’insegnamento di amore per la libertà e di coraggio dei Padri Padani a testimone dell’onestà delle nostre intenzioni. Noi, Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una repubblica federale indipendente e sovrana. A sostegno di ciò noi ci offriamo gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore. Viva la Padania. Alcuni in coro gridano “Viva”. Applausi. Smette di parlare Bossi. Parla un’altra voce dal palco: Ora quindi avvenuta la proclamazione dell’indipendenza e della sovranità, viene ammainata la luttuosa bandiera italiana (fischi e applausi) per issare su questo pennone, su questa riva la grande bandiera della repubblica federale di Padania (coro “Padania, Padania”). La bandiera italiana verrà ripiegata e consegnata alle autorità italiane di Roma (qualche risa, musiche di Albinoni mentre una bandiera bianca con simbolo verde al centro viene issata. Applausi, grida “Padania, Padania”. Poi verranno letti due documenti intitolati “Costituzione transitoria” e “Carta dei diritti dei cittadini padani”).

Comizio n. 2 (Centri sociali)

Compagni, questa è la nostra dichiarazione d’indipendenza: è il fatto che siamo autonomi, non perché siamo fissi con la testa in anni che non sono questi, ma siamo autonomi dallo Stato italiano e dal quello della Padania, dall’ideologia, qualsiasi essa sia, dalle bandiere che esprimono solo e solamente ciò che pensa un ceto politico che non ci appartiene. Mafia dei partiti li chiamiamo noi, e allora cominciamo, è questo che viene da questo campo, nel nostro piccolo, nei nostri territori a far respirare l’aria della ribellione, perché ribellarsi è giusto, è giusto soprattutto per gli altri non solo per noi, perché Marcos dal Chiapas, gli zapatisti ci insegnano questo: povera gente schiacciata dai più forti che imbracciando il fucile e, pensando a un mondo diverso, riescono a parlare, riescono a decidere per sé stessi, riescono a proporre qualcosa di nuovo, di veramente nuovo. Che cosa c’è di novità in quello che propone Bossi: lo Stato-nazione, lo Stato dei monarchi, dei dittatori, le camicie verdi, la milizia, queste sarebbero le grandi novità? Che cosa c’è di nuovo nello sventolare il tricolore che rappresenta cinquant’anni di oppressione, stragi, che rappresenta i licenziamenti, che rappresenta i morti in guerra, guerre che non sono mai appartenute a chi è morto ma solo a chi comanda? (applausi) Allora non abbiamo ampolle da rompere, caso mai nell’ampolla ci mettiamo qualcos’altro. Non abbiamo sacchetti di terra da portare, la terra in cui abitiamo è una terra che è di tutti, è di tutti quelli che ci passano, che ci vivono, che chiedono di essere trattati come persone umane, gli immigrati, i fratelli immigrati che oggi la lega… ed è per questo che la lega va dispersa come esperienza, va attaccata, va distrutta, la lega rappresenta culturalmente il rifiuto per gli immigrati, il rifiuto per coloro che sono considerati diversi anche dal punto di vista economico. No, noi siamo qui per ribadire che in questi territori noi siamo e saremo sempre indiani. Non saremo con i cowboy, non saremo con quelli che parlano il linguaggio del potere, caso mai parliamo il linguaggio della ribellione dal Chiapas a Venezia, questo è il nostro messaggio. E poi, compagni, andiamo a portare questo messaggio anche in campo Santa Margherita, a questa benedetta Sinistra, questa cosiddetta Sinistra (applausi).

Comizio n. 3 (Lega meridionale)

Guardate giovani, non dobbiamo scherzare per quello che sta accadendo, le battute sono belle, però non bisogna scherzare. Giovani delle forze dell’ordine non dobbiamo scherzare né pensare che quello che sta accadendo in questa nazione sia uno scherzo. Noi stiamo a un passo dalla guerra civile. Se voi andare a riflettere un tantino, quello che è accaduto nella ex-Jugoslavia, a due passi dall’Italia, si incominciò per gioco da un ferro spinato, dal gioco del ferro spinato ci sono state centinaia di migliaia di morti e milioni di feriti e di invalidi. E allora cosa si potrebbe fare perché innanzitutto la prossima volta caro sifilitico e non certo caro, perché tu potrai essere caro soltanto ai finocchi come te (applausi). La prossima volta prendetela, dicono a Taranto, come cazzo lo volete, la prossima volta veniamo in diecimila (qualcuno grida “bravo”) e poi vedremo se ci sarà qualcuno che riuscirà a fermarci, ma non per cercare di provocare incidenti tra italiano e italiano ma perché non vogliamo che i nostri figli si trovano con una mitragliatrice o un mortaio nelle mani per gettare quel mortaio sulle città della nostra nazione. Questo non deve accadere (applausi, trombe, fischietti). L’attività parlamentare inizia martedì, vedremo se ci sarà una seduta importante e vedremo se ‘sta faccia di bronzo è capace di venire in parlamento (“bravo”). Io sono convinto che qualche scarpa in testa se la becca da qualcuno (“bravo”, applausi). Convintissimo: perché molto probabilmente la scarpa gliela faccio venire io (“bravo”, applausi, trombe, fischietti). Ma vorrei dire anche di più, non vorrei essere considerato troppo volgare. Allora vorrei cercare di essere molto breve nel discorso. Innanzitutto questo depravato ha tolto dal pennone la bandiera italiana ridandola, dice che la deve dare alla ‘nazione-Italia’. Noi invece abbiamo prelevato… (mostra la bandiera della Lega Nord, quella con la croce rossa in campo bianco e Alberto da Giussano. Alcuni gridano: “bruciala”. Trombe, applausi, fischi, fischietti. Appicca il fuoco alla bandiera con l’accendino. Molti intonano la Marcia trionfale dell’Aida, come allo stadio. Grida di “Bossi, Bossi, vaffanculo”, come in corteo. Fischietti. Vengono bruciate altre bandiera della Lega dalle persone sul palco. “Sì, sì, brucerà, qua la Lega brucerà”. Uno grida “Mettici un po’ di benzina”. Coro di “Alé-o-o, alé-o-o”) Che brutta fine che ha fatto Alberto da Giussano (“bravo”, fischietti). Quindi era un atto dovuto (applausi, grida “Cito, Cito”). Se continua di questo passo, faremo di peggio (applausi, il mio vicino grida “che scenario di morte”).

Cito prosegue il discorso attaccando “i pentiti assassini” e “lo Stato che li tutela”; difendendo i carabinieri e le guardie di finanza accusati dai pentiti: “hanno arrestato il generale Conforti, dell’Arma dei carabinieri, abbiamo toccato la merda”. Parla ancora di Bossi, sulla Finanziaria che porta via 88mila miliardi dalle tasche dei lavoratori, chiedendo pari dignità per i cittadini del Sud, spiegando che in Puglia soltanto c’è oltre mezzo milione di disoccupati – un altro mio vicino commenterà ad alta voce “Significa cacchio significa… siamo rovinati” –, che per ogni cittadino del Sud lo Stato italiano spende 6 milioni e 700mila lire e per ogni cittadino italiano lo Stato spende 8 milioni e 700mila lire. Spiegherà che il governo non persegue Bossi perché perdendo l’appoggio di Bertinotti avrà bisogno dei voti leghisti: “Bossi fa comodo alla sinistra”. Senza nominarlo parla di Prodi: dice che sentendo i suoi discorsi gli è venuto da vomitare. Una mia vicina commenta: “Così si fa, con grinta. Dobbiamo farci sentire”. All’Iri ha fatto perdere 180mila posti di lavoro. Conclude dicendo che mentre Bossi non arriverà mai al Sud, verrà lui al Nord (è infatti candidato sindaco alle elezioni di Milano dell’aprile 1997).

Nota. Tratto da “Altrochemestre”, 5, primavera 1997, pp. 27-28. Sono stati corretti alcuni refusi. Il numero conteneva altri due pezzi che documentavano la giornata a Venezia: si ripubblica su altrochemestre.it anche quello di Filippo Benfante, Una domenica a Venezia, ivi, pp. 9-10; quello di Piero Brunello, Bossi, zaini e panini, ivi, pp. 53-46 si legge ora anche in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 273-280.

La dichiarazione di indipendenza padana è rimasta nello statuto della Lega Nord fino alla sua trasformazione in Lega per Salvini Premier nel 2017.

L’immagine di apertura e l’illustrazione interna sono tratti da “Il Leghista. Satira fumetti beffe secessione”, n.s., rispettivamente dettaglio della copertina del numero IV (s.d.), 1, e tavole dal numero IV (s.d.), 3, pp. 28-29.


[1] Il Partito popolare italiano è esistito dal 1994 al 2002. Le altre organizzazioni citate esistono tuttora (primavera 2026). [Ndr]

[2] Giancarlo Cito (1945-2025), imprenditore edile di Taranto, e fondatore di alcune emittenti televisive locali, all’epoca era stato appena eletto deputato (aprile 1996). Fondatore della Lega d’azione meridionale (LAM) nel 1992, negli anni Settanta era stato un militante del MSI. Condannato nel 2002 per concorso esterno in associazione mafiosa, scontò quattro anni di carcere (2003-2007). [Ndr]

[3] Gaetano De Cosmo (1945-2007), sindaco di Taranto dal 1996 al 1999. [Ndr]

[4] L’Ulivo è stata una coalizione elettorale di centro-sinistra esistita dal 1995 al 2007; il Partito democratico della sinistra (Pds) è esistito dal 1991 al 1998. [Ndr]

[5] Il partito ambientalista dei Verdi è esistito dagli anni Novanta fino al 2021. Alleanza nazionale è stato un partito politico di destra, esistito dal 1995 al 2009. [Ndr]

[6] Massimo Cacciari, sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e dal 2005 al 2010. [Ndr]

Archiviato in://, Documenti, Generi di discorso Luca Pes

Post-scriptum (trent’anni dopo)

18/01/2026 Luca Pes // Altrochemestre Storiografia

Per avviare la terza annata di altrochemestre.it, ripubblichiamo un articolo dal quarto numero di “Altrochemestre” (1996): una proposta per una “storia del tempo presente”, scritta  a consuntivo dei primi tre numeri della rivista.

È possibile fare storia del tempo presente e raccoglierne la documentazione? Secondo me, sì. Lo storico può avere lo stesso distacco parlando di Bossi e di Giulio Cesare, come può essere altrettanto parziale. Durante il ventennio fascista, si studiava l’impero romano per glorificare quello di Mussolini; oggi uno storico americano è riuscito a scrivere un libro bellissimo su Berlino durante e poco dopo la caduta del muro (ve lo consiglio: Robert Darnton, Diario berlinese 1989-1990, Einaudi, Torino 1992). E poi, a loro modo, molti storici dell’antichità erano storici del tempo presente, nel senso che parlavano di avvenimenti accaduto dieci-trenta-cinquanta anni prima; qualcuno di loro, come Polibio, pensava persino che lo storico dovesse fare diretta esperienza dei fatti che raccontava.

Forse un giorno ci accorgeremo che la suddivisione accademica storia “moderna” (1492-1815) e “contemporanea” (1815-oggi) non funziona e vedremo nascere tra le altre una “disciplina” che potremo chiamare “storia del tempo presente”. La sua esistenza sarà utile non solo perché negli ultimi anni sono avvenute tali trasformazioni da farci sentire l’Ottocento altrettanto distante che il Settecento e l’urgenza di leggere storicamente quello che avviene sotto i nostri occhi; ma anche per il metodo di lavoro che la storia del tempo presente consente e richiede. Lo studioso del presente fa i conti con l’inaccessibilità degli archivi di stato, considerati fondamentali per la storia contemporanea come viene praticata oggi; può crearsi le fonti, andando a intervistare i testimoni o assistendo ai fatti (oggi magari registrandoli con una video camera).

Queste sono cose che gli storici che hanno studiato la storia del loro tempo fanno e hanno sempre fatto più o meno esplicitamente. Ma la storia del tempo presente insegnata e discussa in quanto tale con una sua filologia e un suo rigore, può acuire la consapevolezza nell’uso di questi mezzi oltre che, più in generale, aiutare chiunque a ragionare e a vedere, produrre conoscenza sul presente: può anche diventare (come avviene in altri paesi) la disciplina di chi vuol fare giornalismo e reportage; e può permettere il recupero del patrimonio di inchieste e di studi che si facevano in Italia soprattutto negli anni Sessanta: Scotellaro, Bosio, Montaldi, l’Istituto De Martino e via dicendo. Certo, loro lavoravano e lavorano sulla cultura “altra”, sulle classi subalterne, mentre adesso sarà utile raccogliere anche altro materiale che aiuterà a capire la società contemporanea: i generi di discorso (anche degli imprenditori), gli elementi del paesaggio (anche le cose che compriamo e usiamo).

Attraverso una storia del tempo presente di questo tipo forse sarà possibile avvicinarci all’unificazione delle scienze sociali perché il soggetto di primario interesse diventa lo stesso di quello dei sociologi, degli antropologi urbani e degli psicologi. E sarà possibile lavorare gomito a gomito, se non si parte dai massimi sistemi e non si è autoreferenziali; se si lavora senza sottointesi e se si cerca di definire le parole che si usano; se si lavora come minatori, esploratori, escursionisti e poi si discute; se si cerca di dare una lettura più generale ma dopo aver raccolto e descritto. Forse questo è l’unico modo per confrontarsi tra cultori di diverse discipline, oggi che non c’è più una ideologia condivisa come quella marxista che prima faceva da regole del gioco finendo però spesso con la conferma di idee aprioristiche.

“Altrochemestre”, con tutti i suoi limiti, ha pubblicato scorci di interpretazioni di realtà. Ha cercato di privilegiare l’esplorazione, il lavoro sul linguaggio, evitando i massimalismi e i giudizi a priori; ha pubblicato intuizioni e impressioni pensando che anche queste potessero fornire indizi di un mondo e di un clima di un’epoca. La rivista nel suo piccolo è nata in reazione a certi difetti dell’accademismo e del giornalismo.

Ed è perciò che a volte il titolo del semestrale mi sembra riduttivo. Il nostro pubblico forse non è mestrino. Ma è chi condivide il brivido dello straniamento e la conseguente “scoperta” della città metropolitana: fatta di tante identità parallele e di possibilità di vedere in modi diversi il piccolo e il grande; la scoperta dell’Italia urbanizzata negli anni Settanta con piazze che sono parcheggi o rotonde. Nel titolo, la parola “Mestre” che porta la Terraferma veneziana a metafora dello sviluppo edilizio e del paesaggio umano, è un deterrente per i potenziali lettori che abitano nelle altre città e che condividono il nostro sguardo.

 A me piace pensare che abbia ragioni chi dice, come Nicole Janigro, che “Altrochemestre” offre spunti sul “fare politica” (“I Viaggi di Erodoto”, anno 9, n. 26, p. 11). Nello scriverla cerchiamo di liberarci dal peso delle nostre appartenenze, dei luoghi comuni e delle abitudini mentali. Ci sforziamo di trovare le parole che ci sembrano giuste per descrivere ciò che vediamo e ascoltiamo. In questo c’è l’idea di una cultura sganciata dalle pressioni della politica, una cultura che non sia sprecata nella conferma di identità, ma che sia scoperta e conoscenza. In questo c’è anche l’idea che se la politica deve usare la cultura, è meglio che lo faccia non per legittimarsi ma per capire quello che succede.

Nota. Testo dell’articolo di Luca Pes, Post-scriptum, “Altrochemestre”, 4, Primavera 1996, p. 3. L’occhiello originale: “Storia del tempo presente; esplorazione e ascolto dell’Italia urbanizzata”.

Archiviato in://, Altrochemestre, Storiografia Luca Pes

A mo’ di premessa

25/01/2024 Filippo Benfante Luca Pes Piero Brunello // Altrochemestre

Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente è una rivista uscita in sei numeri tra 1994 e 1998, nata tra il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Venezia e Arcinova di Treviso, e in case private, a Favaro, Mogliano Veneto e Cannaregio, dall’incontro tra chi veniva da una formazione accademica inglese e un pezzo di vita a Londra, e chi veniva da studi sui repetini della campagna veneta e sulla rivoluzione del 1848, dall’attività nell’associazione storiAmestre e da una esigenza di risposta ai dibattiti sulla didattica della storia locale in un’epoca di globalizzazione e di leghismi, e in cui nel mondo culturale c’era disorientamento per la vittoria di Berlusconi e dei berlusconismi;  da una comune passione per i testi di E.P. Thompson, Marc Bloch e Kevin Lynch, un interesse per la microstoria e per la storia orale, da letture di Georges Perec, Italo Calvino e Gianni Celati, rafforzate da una frequentazione del Dipartimento di Analisi Economica e Sociale del Territorio dell’Università IUAV di Venezia. 

Altrochemestre rinasce oggi dopo trent’anni come sito internet sperimentale per riproporre la metodologia di allora sul presente di adesso. 

Altrochemestre incoraggia a esercitare uno sguardo storico e critico sul presente, partendo da ciò che vediamo nella vita di tutti i giorni sotto casa e nei nostri spostamenti quotidiani, mantenendoci consapevoli del punto di vista da cui guardiamo, uno dei tanti possibili, accettando di mettere in discussione le parole che usiamo per descrivere le cose, cercando un linguaggio privo di sottintesi, senza strizzatine d’occhio, senza luoghi comuni né frasi fatte.

Altrochemestre ospita contributi non solo di storici, ma di chiunque applichi questo sguardo e si apra a questa scrittura con rigore: identificando temi di rilevanza storica, come segno dei tempi in continuità o discontinuità con il passato; creando documenti sul presente per gli storici del futuro o fornendo interpretazioni storiche; cercando di intuire nelle piccole cose di ogni giorno i grandi cambiamenti in corso, sapendo quanto comportamenti e pratiche di individui e di piccoli gruppi possono incidere nella trasformazione dei costumi. 

In un’epoca di continue grandi trasformazioni Altrochemestre promuove lo studio delle cose nuove che caratterizzano i nostri paesaggi, sorprendenti e disorientanti, che appaiono strane, “straniere” ed esotiche. Esercitando uno sguardo straniante, si propone anche di de-familiarizzare ciò che è familiare, in modo che i contributi non cerchino conferme ma sorprese, come occasione di nuova conoscenza che renda visibile cosa sta succedendo nelle nostre città. Oggi è il caso di interrogarsi anche sulle definizioni di “città diffusa” o “campagna urbanizzata”: riescono ancora a dar conto dei mutamenti avvenuti negli ultimi due decenni? aiutano a descrivere l’esperienza di chi in questi luoghi vive, lavora e si muove?

In un contesto in cui è difficile trovare informazioni sul presente attendibili, il progetto ha anche intenti civici, nella convinzione che uno sguardo storico sulla realtà sia un contributo fondamentale per la costruzione di uno spazio pubblico.

Generi di documentazione del presente previsti da Altrochemestre: raccolta di uno o più reperti (documenti o oggetti) fotografati, filmati, trascritti, elencati o catalogati, corredati da scheda descrittiva ed esplicativa (quasi come un’archeologia del presente); descrizioni di paesaggi, situazioni, eventi (quasi come un cronista o un antropologo o un geografo attento – anche un diario di un sopralluogo o di una camminata); raccolta di testimonianze, tramite interviste trascritte e corredate di informazioni esplicative (secondo i metodi della storia orale) oppure memorie dell’autore; creazione di documenti dichiaratamente falsi (carte false) che rendano una interpretazione dello spirito dei tempi (qui siamo nel campo della fiction).

Altrochemestre accoglie fonti visive, audio e video. Intende pubblicare, come è stato detto, anche brevi saggi storiografici (con i dovuti riferimenti alle fonti) e recensioni-scheda su libri, film, opere teatrali, videogiochi, canzoni (musica e/o testi) e oggetti di consumo, sempre all’interno dell’ottica del progetto.

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