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Filippo Benfante

Frammenti di archivio

13/08/2026 Filippo Benfante || Storiografia Usi della memoria

Carte di Mestre, scatoloni a Firenze. Fare ordine tra carte e ricordi di famiglia dopo un trasloco.

1. Quando si mette mano alle carte di casa, l’abitudine di guardare alle cose che ci circondano con occhio storico diventa cruccio: al momento di fare un po’ di chiaro, selezionare e scartare cosa? La sensazione è quella di distruggere archivi; la frustrazione è quella di trovarli già lacunosi. Non sono solo le carte che si perdono: mi chiedo a quali parenti in vita potrei rivolgermi per dare un nome ai volti che vedo nelle fotografie dentro quella scatola gialla riempita da mia mamma, e probabilmente prima ancora da mia nonna: parenti, amici, vicini di casa del tempo che per me non fu.

2. Ricordo un commento stupito di mia cognata mentre con mio fratello stava recuperando un mobiletto nella casa di nostra mamma, che si svuotava in vista della vendita – noi figli non vivevamo più a Mestre da anni. Perché mai era pieno di bollette e ricevute di pagamento (luce gas telefono…)?! Beh, perché non si sa mai in caso di contestazioni, con i fornitori che corrono meglio premunirsi: mia mamma doveva avere in mente l’orizzonte dei dieci anni come termine per la prescrizione da ogni guaio. Mentre proseguivo lo sgombero ho trovato, e a mia volta conservato fino a oggi, altri documenti del genere: per esempio le sue dichiarazioni dei redditi dal 1998 al 2006 (quella del 2007 l’ho dovuta compilare io, allo Stato in memoriam).

È anche così che nelle nostre case costruiamo archivi correnti che non hanno la possibilità di diventare storici e di conseguenza restano effimeri. Sottoposti a scarti periodici e arbitrari, ordinati male, non per forza senza criterio, ma peggio: cambiando i criteri nel corso del tempo. E cambiando anche luogo di conservazione (da un mobile a un altro, da un cassetto a portata di mano a uno scaffale alto, da una camera alla soffitta o alla cantina, e così via). Tenerli a modo sarebbe un lavoro, o al limite è prassi di chi già pensa in vita a lasciare confezionato e pronto per chi verrà dopo il materiale per una biografia individuale o di famiglia. Questione di classe? Anche, ma non sempre: un pomeriggio che sarà stata tarda primavera, faceva già caldo – io bambino a giocare a pallone nel cortile di un condominio a due passi dalla stazione di Mestre –, a un certo punto tutti in allarme “esce fumo da una finestra”. Saltò fuori che era mia nonna: stava bruciando lettere nel lavello della cucina, alla figlia (mia mamma) voleva lasciare solo un mazzetto di carte con quel che voleva si sapesse della storia con suo marito (morto in guerra, nel 1942). Lo racconto anche perché, al di là delle intenzioni di mia nonna, dà da pensare su quel che si dice spesso, cioè che le memorie (di famiglia) passano per via femminile: ma allora così anche le censure e gli oblii?

3. Un primo scarto devo averlo fatto a fine 2010 – ci sono voluti quasi tre anni per vendere l’appartamento, abbassando di continuo il prezzo –, ma solo l’essenziale a giudicare da quel che ci ritrovo ora. Le carte mi hanno seguito a Firenze, passando nel corso del tempo da sotto un letto a un sottotetto, un angolo di soffitta.Durante uno degli spostamenti di una scatola mi è preso un colpo: le buste ordinate da mia nonna erano state bucherellate da un qualche tipo di insetto. Il contenuto integro, per fortuna: mi sono affrettato a metterci qualche antitarme.

Sono subito andato a controllare le condizioni del resto, a campione. Uno dei pezzi che più mi piace aver ritrovato integro è il menù del pranzo di nozze di mia mamma, trattoria “dalla Amelia”, aprile 1962. Un documento su alcune tendenze gastronomiche dei primi anni Sessanta? Vini Canella e spumanti Martini per accompagnare un menù che oggi si direbbe semplice.

4. Dopo quindici anni nella stessa casa, di recente ecco un altro trasloco: basta Coverciano, si passa a Campo di Marte, la città resta sempre quella. Solo a nuova destinazione ho avuto il tempo di sballare gli scatoloni riempiti, come già nel 2010, quasi a occhi chiusi. Buoni propositi per l’avvenire, dopo aver portato su e giù per le scale (abbiamo fatto quasi tutto da noi) più di cento scatoloni solo di libri e carte: gli anni passano, è il momento di fare ordine, tenere ordinato, basta accumulare.

Con i miei documenti è stato relativamentesemplice.I primi fascicoli a finire nel cassonetto della carta da riciclare sono stati anni di comunicazioni ed estratti conto delle banche: “l’unica cosa da sapere è quanti te ne restano oggi”, è il saggio ammonimento della mia compagna. Poi è stata la volta dei contratti di lavoro: una pila che mi faceva da promemoria alle tipologie contrattuali che ho conosciuto dai primi anni 2000 (collaborazione occasionale, contratto a progetto, contratto a tempo indeterminato – uno solo, ma non faceva per me –, cessione diritti d’autore, quello che più mi perseguita da oltre vent’anni); carte che documentavano i miei spostamenti per lavoro (un anno in trasferta a Torino, le missioni di ricerca a Siena, i viaggi in Svizzera a Friburgo – Friborgo mi dicevano gli studenti italofoni di lassù –, un corso di formazione per adulti da tenere a Reggello, i periodi a Parigi…); e che mi diceva anche qualcosa sulle trasformazioni del panorama editoriale italiano (cambi di denominazione delle società, mai della forma di contratto). La serie si è via via assottigliata e praticamente interrotta negli ultimi anni, almeno per quanto riguarda i datori di lavoro di taglia maggiore, quando è diventata prassi inviare la documentazione in pdf per posta elettronica.

Non posso dire di avere un archivio più ordinato nel computer, però così è stato semplice anche con le bollette: da anni è attivata l’opzione bolletta digitale, per l’ecologia certo, ma anche per evitare ulteriori iniqui balzelli; quelle di carta ancora in casa avevano tutte più di dieci anni: prescrizione, via. Lo stesso per le dichiarazioni dei redditi: tenere il minimo indispensabile per legge. Tanto ho sempre guadagnato poco.

5. Trovo una cartellina con su scritto “ex proprietà Mestre”: appartamento e garage in via Monte San Michele 50, scala A, interno 10. In un condominio costruito nella prima metà degli anni Sessanta in zona stazione: trentaquattro appartamenti, suddivisi in quattro corpi di fabbrica contigui disposti a U, con un cortile interno e uno esterno laterale, con alcuni fondi commerciali al piano terra su via Monte San Michele e su via Trento; i pianoterra sul cortile interno e su quello laterale occupati dalla portineria – poi diventata un minuscolo miniappartamento in affitto –, da alcuni garage e qualche cantina, oltre che dal grande vano caldaia: riscaldamento centralizzato va da sé.

Sfoglio la serie dei verbali delle assemblee di condominio a cui ho partecipato o che ho ricevuto dopo la morte di mia mamma e la vendita dell’appartamento: dal 2007 al 2016, quando anche il garage è stato venduto. Potenzialmente sono una fonte seriale, che documenta condizioni e costi di manutenzione di un edificio, normative (come quella volta che hanno messo ai termosifoni valvole e misuratore dei consumi individuali), incremento dei costi di gestione e dei prezzi (la ripartizione del riscaldamento centralizzato offre dati concreti sul costo dell’energia), trasformazioni urbane, rapporti di vicinato e rapporti con la comproprietà (solleciti a chi era rimasto indietro con le rate delle spese, in un crescendo che va dalle minacce all’avvio di cause legali), cambiamenti d’uso o di regolamentazione di spazi comuni, cambiamento di proprietari – quasi come sfogliare un elenco del telefono. Sono notizie che, per frammenti, illuminano anche come cambiano i contesti in cui si trova il condominio.

L’uso del cortile interno come parcheggio è una bega perenne, essendo che mai tutti hanno potuto trovarvi un posto e men che mai via via che le dimensioni delle auto crescevano. Un allegato ricorda un tentativo di regolamentazione del 1989, dove tra le altre cose veniva proibito il gioco del pallone e ricordato che i danni “certi” alle macchine sarebbero stati a carico dei genitori del bimbo o della bimba avventati. Pazienza, ormai avevo sedici anni ed era già un ricordo lontano che, fino a pochi anni prima, c’era una decina di bambini e di bambine che i pomeriggi dopo le quattro (rispettare il riposino dei grandi) si ritrovavano in cortile con pallone, racchette da tennis, biciclette. I cicli di un immobile, ma anche i cicli demografici di un paese.

Nel 2008 la questione parcheggio si era complicata per l’apparizione delle “strisce blu”, ovvero degli spazi di sosta regolamentati e a pagamento nella sede stradale. Non parcheggiare nel cortile non era più solo questione di comodità: cominciava a costare.

Sempre nel 2008 l’assemblea discusse un altro argomento: assumere una vigilanza privata per tenere sotto controllo l’“area antistante” il condominio, lato via Monte San Michele. Nel frattempo la via era salita nella graduatoria delle citazioni nella stampa locale, in quota “cronaca nera” e “degrado”; negli anni seguenti avrebbe raggiunto talvolta le cronache nazionali.

Sarebbe da verificare le prescrizioni di legge in merito alle amministrazioni di condominio: qualcuno, da qualche parte, avrà conservato serie complete dei verbali delle assemblee?

Non io: via, nel bidone della carta e così anche i documenti relativi a un accertamento IMU che il Comune di Venezia mi ha fatto dopo la vendita dell’appartamento: sono passati più dieci anni, e avevo ragione, il ricorso l’ho vinto.

Però non ho avuto cuore di buttare via il contratto di acquisto dell’appartamento – o meglio di due appartamenti, uno con cantina e uno con garage –, datato 5 novembre 1965. Da un quadernetto allegato, insieme a una foto di un cantiere (immagino quello del condominio) è uscito un foglio “Somme da investire per il piccolo”, senza data ma coevo: “Dalla S.A.D.E.”, “Dalla Prefettura di Belluno”, “Dal “Corriere della Sera” – Milano”, “Dal “La Stampa” – Torino”…

E come vuoi investirli se non in case (previa autorizzazione del giudice tutelare)? In una poi ci ho abitato anch’io, dalla nascita al 1998; nell’altra fin verso metà anni Novanta ci visse la nonna: fu da quella finestra che un pomeriggio uscì il fumo di lettera.

6. Accanto alle carte tramandate da mia nonna a mia mamma, l’altro grosso nucleo sopravvissuto si concentra tra la primavera del 1962 e grosso modo la fine del 1963-l’inizio del 1964. Si comincia con i biglietti di auguri per le nozze dell’aprile 1962, tra due impiegati della SADE in corso di diventare ENEL; poi frammenti di un viaggio (credo quello di nozze); ancora conti e ricevute di mobili e suppellettili per una casa in allestimento, in via Fagarè (a pochi passi da via Monte San Michele); una busta contiene numeri del “Gazzettino” dal 10 ottobre 1963. Dopo questa data c’è un fascio di biglietti e telegrammi a mia mamma e famiglia, estesi nell’arco di meno di un mese, che contengono condoglianze per la perdita del marito accanto a felicitazioni per la nascita del piccolo che ha preso lo stesso nome del padre morto. Qualcuno esprime un filo di sollievo, lo scuserete date le circostanze: non avendo avuto cuore di mandare due righe in occasione della tragedia, si consola di farlo per il lieto evento. Un trafiletto ritagliato dal “Gazzettino”, senza data, ma presumibilmente del 4 novembre 1963, annuncia Nato il figlio del geometra morto a Longarone: “Il piccino è figlio del geometra Franco Baccichetto che la notte del 9 ottobre rimase vittima della catastrofe di Longarone dove lavorava nel cantiere Sade. Al neonato è stato imposto il nome del padre scomparso”.

E così un terzo nucleo di carte riguarda il padre di mio fratello. Frammenti di un ulteriore archivio: carte degli anni Cinquanta che riguardano la famiglia di origine, l’acquisto di un appartamento a Mestre nel 1958 (in via Metauro, edificio di nuova costruzione: il boom edilizio mestrino sotto i miei occhi) e la sua gestione, tracce di passioni e hobby nel tempo libero (socio Touring Club, la fotografia), una Alfa Romeo Dauphine (una foto che ho sempre visto in casa: un bel sorriso a mezzo busto, con auto sullo sfondo).

Poi, una grande quantità di foglietti volanti, integri o meno, con sopra pochi appunti, qualche disegno e schizzo.

Come se a un certo punto fosse stata ripulita una scrivania, svuotati dei cassetti: non un fermo immagine, ma la rinfusa di un’interruzione repentina. Senza avere il coraggio di buttare via. E vuoi che ce l’abbia io? Fossero anche carte rimaste per puro caso, la sensazione è quella di buttare via tutto quel che sta dietro a quella raccolta a strascico. (I vestiti li buttò lei, dopo averli conservati per più di vent’anni in solaio: “cossa vustu…”, amen, a quel punto si capiva che non li avrebbe usati più nessuno. A perdere un orologio ci pensai io.)

7. Lettere e biglietti del fidanzamento? Poco o nulla. Qualcosa di mia mamma, minuzie, sugli anni precedenti, sempre grazie a mia nonna: qualche lettera a casa, dal collegio delle canossiane di via Piave, cioè l’onda lunga della guerra fino a metà anni Cinquanta (situazione economica e abitativa della famiglia precaria, un fratello più piccolo nato già senza padre: prendere al volo un’ammissione come orfana di guerra).

Tra le carte di mia mamma ho ritrovato le lettere che le scrissi tra il 1994 e il 1995, quando ero via da casa per fare l’Erasmus. Stare all’estero alla fine del XX secolo: altro che internet, tariffe telefoniche esorbitanti, meglio scriversi. Ho fatto una malattia non ritrovando quelle che lei scriveva a me: ma è mai possibile?! abbandonate a Parigi? O perdute in quale trasloco?

Tolte queste poche cose, l’archivio che mia mamma ha lasciato dietro di sé è fatto soprattutto di appunti con sopra numeri, di libri di conti e di scritture burocratiche.

Nei primi anni Ottanta ci fu un lungo corpo a corpo con il fisco: un accertamento sui redditi legato a una casa al mare, a Bibione, comprata nel 1970, parte usata dalla famiglia e parte messa in affitto. Nel ricorso, mia madre ricostruì la vicenda dell’acquisizione e ribatté punto per punto ai rilievi del fisco in merito al tenore di vita (manifestato, tra le altre cose, dal possesso di un’automobile mini minor, versione Innocenti, con il cambio automatico). Riempio per approssimazioni, con quanto ricordo e ne posso sapere, i bianchi che scandiscono la relazione sottoposta al fisco. Si capisce che anche tra Stato e cittadinanza entra in gioco qualcosa di simile a un patto autobiografico.

Da quel periodo mi riappare, oltre al nervosismo di mia madre (“una mini minor auto di lusso!” per un po’ di mesi divenne un’esclamazione proverbiale), l’ombra di uno zio di mia mamma, commercialista, seduto al tavolo del salotto in via Monte San Michele: veniva a stendere nelle dovute forme l’autobiografia burocratica. Nel nostro frigo entrò per la prima volta, a mia memoria, una bottiglia di Martini Rosso, presa per fare gli onori di casa. Faceva ancora caldo e il salotto era pieno di luce.

L’acquisto di Bibione? Un altro investimento “per il piccolo”. I soldi venivano dalla chiusura della partita con l’ENEL, firmata circa cinque anni dopo il Vajont: 23.590.000 lire per danni morali e materiali e l’impegno a rinunciare a ogni altra pretesa. Il rimborso comprendeva anche effetti personali andati perduti la notte del 9 ottobre 1963: la Dauphine fu valutata 440.000 lire.

Come andò a finire con il fisco? Dalle carte residue non mi è chiaro: la commissione tributaria in prima istanza diede ragione a mia madre, ma l’accusa fece ricorso; suppongo che si arrivò a un compromesso sborsando qualche denaro. A proposito di contesti: la relazione scritta dallo zio commercialista, che naturalmente perorava l’infondatezza dell’accertamento, insinuava che il fisco ci stava provando perché in quel periodo era aperto un condono; un garbato rigiro di frittata insomma: suggeriva che il fisco stesse muovendo molte contestazioni contando che si arrivasse comunque ad accordi con molti cittadini desiderosi di risparmiare tempo, sonno e – caso mai – denari.

Nella casa oggetto del contenzioso ho passato tutte le mie estati dalla nascita fino agli anni dell’università, poi vicende e casi della vita mi hanno dato sempre meno possibilità di continuare a farlo. Quelle poche occasioni, ogni volta, anche se è cambiato tutto e ora ci sono figli e nipoti e altri amici, è come fare un giro di giostra nella macchina del tempo.

8. Un giorno mio figlio grande è tornato a casa da scuola – frequentava la scuola media – con un esercizio da fare: ci ha chiesto “voi a quali eventi storici avete partecipato?”. Mi è venuto a bruciapelo: “Ero a Genova nel 2001”. A ripensarci oggi – fatalità adesso che ricorrono i 25 anni – la risposta mi convince meno, soprattutto ho qualche dubbio sulla domanda e il suo contenuto implicito. L’evento storico che ha partecipato di più alla mia vita, entrando in casa e restandoci, è proprio quello che non ho vissuto. (Ho scoperto, non è molto, che esiste un campo di studi dedicato alla “post-memoria”, cioè la memoria di quelli che non c’erano: area dal grande potenziale, si capisce, dopo la fine dell’era del testimone.)

Le vicende e le pieghe della vita sono molteplici, si intrecciano con le scelte (quel poco di agency?), gli esiti sfuggono largamente al controllo. (Tra le carte di mia mamma, un altro figlio, imprevisto, è documentato non solo da bigliettini e lavoretti di scuola per le feste comandate, ma anche da tracce di tentativi di riequilibrare un asse ereditario ovviamente sbilanciato.) Vuoi che case e indirizzi – e perciò cose e persone viste e conosciute, strade e svolte praticate ogni giorno per anni – non contribuiscano a orientare? Sarà anche per questo che continuo a conservare queste carte, numeri e burocrazia?

Fine di questo nuovo giro nel mondo dei vivi: scatole e scatoloni, si chiude e si torna in soffitta. Capiterà, prima o poi, un nuovo trasloco. Cosa diranno queste carte a chi le troverà dopo che sarà arrivato il mio turno di passare in soffitta? come – se mai vorrà – potrà tentare di riempire squarci bianchi sempre più grandi? Dovrò pensare a un modo per non mettere in imbarazzo chi resterà.

Archiviato in:||, Storiografia, Usi della memoria Filippo Benfante

Centraline di rilevamento

12/05/2026 Filippo Benfante // Documenti Elementi del paesaggio

Riprendere gli appunti presi nel 1998 da un lettore non specialista sulla tesi di laurea in Scienze ambientali scritta da Francesca Liguori a fine 1996. Trent’anni dopo cambiano le domande: oggi queste pagine, sempre utili per una storia ambientale della città metropolitana, si leggono come anticipazione dei meccanismi di raccolta dati e di controllo del territorio.

Nota, primavera 2026. Dopo aver ascoltato alla radio una notizia relativa a intelligenza artificiale e cambiamento climatico, mi è tornata in mente una scheda di lettura che avevo pubblicato sull’ultimo numero di “Altrochemestre”, datato primavera 1998. L’articolo nasceva da due spunti: la curiosità per le centraline di rilevamento dei dati sull’inquinamento atmosferico sparse per Mestre, e magari anche per il design delle nuove edicole per la vendita dei giornali in piazza Ferretto, allora fresca di ristrutturazione; il caso di una conversazione con Francesca Liguori, che a fine 1996 aveva discusso una tesi di laurea sull’inquinamento atmosferico a Mestre per laurearsi in Scienze ambientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia (Inquinamento di atmosfere urbane. Interpretazione dei dati e nowcasting con reti neuronali).

Il vecchio file che ho ritrovato nella memoria del computer riporta un titolo di lavoro diverso, Aria di Mestre: senza dubbio ci furono discussioni sul taglio da dare al pezzo, che poi fu collocato con il titolo Centraline di rilevamento nella rubrica “Elementi del paesaggio”. Rileggendo ora, a parte il fastidio per certi giri di frase del ventenne che ero, mi pare di imbattermi in un episodio di documentazione inconsapevole: la rete neurale di cui parlava Francesca – argomento che sbrigavo in due righe – era un esempio di intelligenza artificiale a fine XX secolo; le centraline di rilevamento, dal canto loro, erano un esempio di dispositivo automatico di raccolta dati, uno di quegli strumenti che oggi, insieme a molti altri, in primo luogo le telecamere, convogliano informazioni sull’ambiente e sulle nostre vite verso “smart control room”. Telecamere è il titolo del primo articolo che ho scritto per la serie online di “Altrochemestre” (ottobre 2024). È questo il punto di vista che suggeriamo oggi (primavera 2026), riproponendo Centraline di rilevamento. (f.b.)

Scopo del lettore non specialista. Fin dove risalgono i miei ricordi, l’incrocio tra le vie Piave, Miranese, Carducci e Circonvallazione ha sempre avuto un’attrattiva speciale per la presenza di un gabbiotto di colore grigio, simile a una baracca prefabbricata, di lamiera, ma con delle canne che spuntano dal tetto. È una centralina che serve a rilevare i livelli dell’inquinamento atmosferico. Mi è sempre parsa un segno di indiscutibile modernità e avanguardia: il rischio delle targhe alterne anche a Mestre (è il primo provvedimento che l’amministrazione pubblica adotta, quando c’è un eccesso di sostanze nocive nell’aria). È in quel punto almeno dalla metà degli anni Ottanta, ma non riesco ricordare se è sempre stata così come la si vede nel febbraio 1998.

Centralina di via Piave nel 1998

Francesca Liguori ha studiato l’inquinamento atmosferico di Mestre per la sua tesi di laurea*. Così ho scoperto che queste centraline si chiamano “stazioni di rilevamento”; ce ne sono altre in città, a formare una rete in funzione da circa vent’anni, che ha avuto delle modifiche nel corso del tempo. Leggo la sua tesi per soddisfare altre curiosità.

Scopo dell’autrice. Francesca, introducendo al cuore della sua ricerca, spiega che il miglioramento della qualità dell’aria può essere ottenuto solo con adeguate strategie di controllo e di riduzione delle emissioni. Queste politiche risultano costose, perché implicano la sostituzione di intere tecnologie, la variazione dei cicli produttivi e dei sistemi di approvvigionamento, la costruzione o ristrutturazione di impianti e infrastrutture. Non so dove si potrebbe arrivare, proseguendo per questa strada. Francesca ha due esigenze: deve laurearsi; deve fare una proposta sintetica e concreta. Insomma, deve circoscrivere.

Il suo studio parte da un problema pratico dell’amministrazione pubblica: la necessità di prevedere, sia pure con un modesto anticipo, gli eventi “critici” per l’atmosfera, in modo da programmare l’intervento il più sensato ed economico possibile. Si metta tra parentesi la possibilità di trasformare in modo radicale le condizioni esistenti. Gestiamo le condizioni reali, capiamo dove e quando intervenire, sia pure in modo contingente (esempio: blocco temporaneo del traffico), per limitare l’esposizione della popolazione al rischio sanitario e per evitare lo sviluppo di episodi acuti.

Francesca usa un modello matematico, la “rete neurale”, che è capace di “apprendere” la soluzione di problemi sulla base di esempi noti. Da quanto capisco, funziona così: il modello accumula tutta l’informazione sugli eventi già accaduti e così impara che da una certa combinazione di fattori sono derivate (e quindi potranno derivare) certe conseguenze. Ogni volta che si verificherà una combinazione che anticipa una situazione potenziale “critica”, il modello avviserà. Il gioco (e l’economia) sta nella possibilità di allungare la prospettiva temporale. Francesca dice che il modello è affidabile per previsioni di poche ore.

Da lettore non specialista, mi accontento di avere capito questo, salto la spiegazione teorica del modello. Mi fermerò di più sugli esempi noti: i dati raccolti dalla rete di centraline che copre l’area del Comune di Venezia. Mestre in sé non interessa molto: è una struttura ad alta densità di traffico difficilmente controllabile e a elevatissimo impatto ambientale[1], che va bene quanto qualsiasi altra città di dimensione e fonti di inquinamento atmosferico adeguate, che si fosse dotata per tempo di una rete di monitoraggio. Forse Francesca si è decisa per Mestre perché c’era l’archivio disponibile più vicino a casa sua. Comunque sia, si parla di Mestre per costruire un modello che possa funzionare ovunque.

Cose che si imparano in generale. La tutela dell’aria trova la sua disciplina di base in una legge del 1966 (la 615), detta “anti-smog”, che regolamenta le maggiori fonti di inquinamento dell’aria: industrie, impianti termici, veicoli a motore. Questa legge è stata oggetto, per anni, di numerose critiche per le sanzioni previste (ritenute inadeguate per quantità e qualità), per la frammentazione delle competenze, per la mancanza di finanziamenti. Solo negli anni Ottanta, anche sulla spinta della legislazione comunitaria, la normativa si definisce meglio.

L’aria è una miscela gassosa eterogenea. La sua composizione si modifica nello spazio e nel tempo per cause naturali e non, tanto da rendere difficile definirne le caratteristiche di qualità. Come stabilire quando è inquinata? Non è possibile riferirsi alle proprietà di un ambiente incontaminato: l’inquinamento atmosferico deve essere stabilito su standard convenzionali. Si ritiene inquinata l’aria la cui composizione eccede limiti stabiliti per legge allo scopo di evitare effetti nocivi sull’uomo, sugli animali, sulla vegetazione, sui materiali, o sugli ecosistemi in generale.

Nel 1983 c’è la prima definizione degli standard di qualità dell’aria, che vengono in parte modificati nel 1988, sulla base delle principali normative comunitarie in materia. Il DPR 203/88 (24 maggio 1988) stabilisce anche i “metodi di prelievo e di analisi degli inquinanti” (caratteristiche degli strumenti, tempi di prelievo, metodi di analisi) che costituiscono ancora oggi il riferimento per accertare la qualità dell’aria. Sono stabilite due soglie, una di attenzione e una di allarme.

Nel maggio del 1991 vengono definite le condizioni per realizzare o adeguare le reti di rilevamento dell’inquinamento atmosferico. Si dice che si devono “individuare potenziali situazioni di emergenza prima che si raggiungano le soglie di attenzione”.

Le stazioni devono essere di quattro tipi: di base o di riferimento (A), situate in aree non direttamente interessate dalle sorgenti di emissione urbana (parchi, isole pedonali, ecc.); stazioni situate in zone a elevata densità abitativa (B); stazioni situate in zone a elevato traffico per la misura degli inquinanti emessi direttamente dal traffico veicolare (C); stazioni situate in periferia o in aree suburbane (D). Il numero minimo di stazioni che devono essere installate viene individuato in funzione delle dimensioni del centro urbano. Se ci sono meno di 500.000 abitanti (è il caso di Venezia) le stazioni saranno almeno sei (tipo A = 1, tipi B e C = 2; tipo D = 1). Dove ci sono tra 500.000 e 1,5 milioni di abitanti, ci vogliono almeno 8 centraline. Oltre, ce ne vogliono almeno 12. Ogni tipologia di centralina si concentra sul rilevamento di alcuni dati e dà un contributo specifico alla diagnosi generale. Ne consegue che “pesa” in modo diverso nel determinare le decisioni pratiche.

Nel novembre del 1991 si spiegano le “misure urgenti per il contenimento dell’inquinamento atmosferico e del rumore”. Si intendono valide solo per alcuni grandi comuni. “Il sindaco … entro le 6 ore del giorno successivo a quello del raggiungimento del livello adotta … i provvedimenti di seguito indicati: A) Livello di attenzione: … restrizione della circolazione nei centri abitati, … per un periodo giornaliero di almeno 12 ore consecutive. B) Livello di allarme: … Traffico veicolare: estensione delle restrizioni di circolazione previste … Impianti di riscaldamento: riduzione della temperatura degli ambienti a 19°… Centrali di potenza: riduzione del regime … Industrie: riduzione delle emissioni … Le ordinanze … restano in vigore fino a quando i valori di tutti gli inquinanti siano scesi al di sotto del livello di attenzione”.

Nel 1994 vengono aggiornati i livelli di attenzione e di allarme valevoli per tutte le aree urbane del territorio nazionale.

Gli esperti del settore manifestano ancora molte perplessità nell’analisi e nell’applicazione della legge. La definizione degli standard di qualità resta ambigua, i criteri sono formulati in modo troppo vario. Va del pari per la raccolta dei dati, che è alla base della loro confrontabilità. Su un punto cruciale come quello della scelta dei luoghi dove posizionare le centraline, la norma lascia spazio a varie interpretazioni: in particolare è difficile distinguere tra stazioni di tipo B (“zone a elevata densità abitativa”) e di tipo C (“zone a elevato traffico”), questione non da poco, come si è detto prima.

Gli “inquinanti” si distinguono in due categorie: quelli primari, emessi direttamente nell’atmosfera, e quelli secondari, che si originano nell’aria per trasformazione chimica. Gli inquinanti secondari sono coinvolti in un ulteriore processo innescato dalla presenza di radiazione solare, che origina lo “smog fotochimico”. Questo si manifesta con una leggera foschia di colore giallo-marrone. È qualcosa che danneggia la vegetazione e provoca il rapido deterioramento delle superfici e dei materiali. Agli esseri umani può provocare irritazione agli occhi e disturbi respiratori.

Nella formazione dello smog fotochimico, le condizioni meteorologiche (temperatura, velocità e direzione del vento, pressione atmosferica, umidità, piovosità, radiazione solare) sono un fattore decisivo. Il principale prodotto di questo processo è l’ozono. Ma non si deve confondere il problema dell’ozono presente nella parte più bassa dell’atmosfera terrestre (ozono troposferico) con quello del “buco dell’ozono”, che riguarda la parte più alta dell’atmosfera (ozono stratosferico).

Gli interventi sulle sorgenti di inquinamento locali permettono di ottenere degli effetti diretti e rapidi su inquinanti primari, come il monossido di carbonio, ma per ridurre le concentrazioni degli inquinanti secondari sono necessari interventi con campo d’azione più vasto. Per esempio l’ozono si forma in parecchio tempo e può propagarsi a centinaia di chilometri di distanza.

Mentre leggo, ho l’abitudine di ricopiare le frasi che mi sembrano più importanti. Questo resoconto è fatto così. Ogni tanto interrompo il mio grave assentire e tento qualche traduzione con parole mie. Mi pare che qui si dica che l’inquinamento atmosferico è un fenomeno che coinvolge un numero altissimo di variabili. Siccome rischia di uccidere (tossico vuol ben dire questo), bisogna che l’amministrazione si mostri solerte. Date le condizioni esistenti, l’amministrazione può provare a ridurre il flusso dalle sorgenti inquinanti che ha in casa. E iniziare a sperare: se il vento non cambia, la temperatura non cala, non piove, si sta freschi.

Francesca dedica due pagine all’elenco della tossicità dei principali inquinanti.

Il monossido di carbonio è un gas tossico, invisibile e inodore, la cui pericolosità è dovuta al suo rapido assorbimento per via polmonare; si fissa all’emoglobina del sangue impedendo il trasporto dell’ossigeno ai tessuti, determinando così danni ai tessuti che ne richiedono molto (cervello, cuore).

Il biossido d’azoto determina una intensa irritazione delle vie respiratorie: a concentrazioni elevate può provocare bronchiti, edema polmonare, enfisema o fibrosi. Inoltre, indebolisce il sistema immunitario perché riduce il numero di cellule produttrici di anticorpi nella milza.

Il benzene viene facilmente inalato e assorbito dagli eterocliti e dalle proteine plasmatiche e trasferito a tutti gli organi e tessuti ricchi di lipidi, esercitando effetti tossici. Colpisce il sistema centrale nervoso inducendo euforia, vertigini, cefalea, nausea e depressione. È classificato tra le sostanze per le quali esiste un’evidenza accertata sull’induzione di tumori nell’uomo.

Toluene e xileni (entrambi idrocarburi aromatici) svolgono azione depressiva sul sistema nervoso centrale, con effetti di tipo inebriante e anestetico. Il toluene provoca malformazioni ai feti dovute a una esposizione durante il periodo di gravidanza. In compenso non inducono lo sviluppo di particelle cancerogene.

Le benzine cosiddette “verdi” si stanno rivelando più insidiose di quelle tradizionali perché contengono benzene, toluene e xileni, in grado di esercitare effetti tossici sull’organismo anche a basse concentrazioni.

Il biossido di zolfo è un potente broncocostrittore. In determinate combinazioni, può essere pericoloso anche a bassissima concentrazione.

Il 3-4 benzo(a)pirene, che proviene soprattutto dal gas di scarico dei veicoli, è stato riconosciuto come causa certa di mortalità per cancro al polmone.

L’ozono è un gas che irrita molto le mucose (occhi, naso, gola, apparato respiratorio). In caso di sforzi fisici, l’azione irritante è più intensa. Esposizioni ripetute e frequenti all’ozono, in concomitanza con altri inquinanti spesso associati, possono influenzare l’insorgere e il decorso di malattie alle vie respiratorie. Elevate concentrazioni di ozono in atmosfera arrecano danni anche alla vegetazione e ai prodotti agricoli, alterando il processo di fotosintesi clorofilliana. Riesce a ridurre la vita di materie plastiche, gomme, fibre tessili, vernici: negli Stati Uniti è stato calcolato un danno di due miliardi di dollari all’anno.

Francesca non si occupa delle conseguenze a lungo termine, ma ce ne sono non da poco.

Dopo aver privilegiato per molti anni il problema delle grandi fonti di emissione, ora l’interesse dell’azione politica e dunque gli interventi legislativi si stanno orientando sempre più verso la problematica delle fonti diffuse, in particolare gli scarichi dei veicoli a motore. Pare che queste fonti diffuse rappresentino il rischio principale, perché i grandi impianti termoelettrici e industriali sono generalmente localizzati alla periferia delle città o lontano da esse; le loro emissioni avvengono attraverso alti camini che ne facilitano la diluizione, mentre gli scarichi del traffico veicolare e le emissioni di piccoli impianti avvengono all’interno dei centri urbani, a livello del suolo (auto), del primo piano delle abitazioni (autobus), dei tetti (riscaldamento domestico). Il grado di esposizione della popolazione è perciò molto elevato. La città è un ambiente sfavorevole per la prevalenza di strade relativamente strette in confronto all’altezza degli edifici, in modo che viene catturata una maggior quantità di radiazione solare, perché intrappolata nei canyon cittadini dalle riflessioni multiple subite dai raggi sulle pareti dei fabbricati. Inoltre, la verticalizzazione degli edifici è responsabile di una sensibile attenuazione del vento.

Cose che si imparano su Mestre e dintorni. L’area metropolitana di Mestre-Venezia è soggetta al monitoraggio della qualità dell’aria da circa vent’anni. Nel 1974 su iniziativa delle industrie locali, è entrata in esercizio la rete di rilevamento dell’Ente della Zona Industriale (EZI) di Porto Marghera; cinque anni più tardi l’Amministrazione Provinciale di Venezia iniziava a elaborare il progetto per una propria rete che coprisse un’area più vasta. Nel territorio di Mestre sono a tutt’oggi presenti le due distinte reti: quella pubblica, gestita dall’Amministrazione della Provincia di Venezia, in collaborazione con il Comune di Venezia, e quella privata, gestita dall’EZI.

La prima rete dell’EZI era costituita da 21 stazioni: per la maggior parte nella zona industriale, alcune nei nuclei urbani di Marghera e di Mestre e nella Venezia insulare. Doveva controllare essenzialmente l’anidride solforosa, a quel tempo il principale indicatore per l’inquinamento atmosferico di origine industriale. Nella realizzazione della rete venne data notevole rilevanza alla conoscenza in tempo reale delle condizioni meteorologiche perché direttamente correlate con la situazione dell’inquinamento al suolo, pertanto vennero installate anche quattro stazioni meteorologiche. Una struttura di questo tipo era tesa al soddisfacimento di obiettivi, ancora oggi perseguiti, quali l’autocontrollo da parte delle aziende industriali, l’individuazione delle sorgenti responsabili di fenomeni d’inquinamento, la determinazione degli interventi da adottare sulle quantità e modalità delle emissioni in caso di superamento dei limiti di legge.

Nel 1992 la rete è stata ristrutturata: le stazioni sono state ridotte a 11, gli strumenti e gli analizzatori ormai obsoleti sostituiti, la gamma dei parametri analizzati ampliata, aggiungendo all’anidride solforosa gli ossidi di azoto, le polveri, gli idrocarburi e l’ozono.

Anche l’attuale rete di rilevamento della Provincia è il risultato di una ristrutturazione di quella originaria, in ottemperanza alle recenti normative e alle mutate caratteristiche dell’inquinamento, sempre più attribuibile alle emissioni da traffico veicolare. Oggi è composta da 15 stazioni fisse affiancate a 2 mezzi mobili.

Per il monitoraggio di Mestre sono in funzione 8 stazioni, installate su mezzi mobili o fissi, 4 di proprietà del Comune, 4 della Provincia. Quella di riferimento (il tipo A) è nel parco Bissuola. Le due di tipo B (area densamente popolata) sono in piazzetta Matter e in viale San Marco; ce ne sono 4 di tipo C (zona a elevato traffico): in via Da Verrazzano, via Circonvallazione, via Piave, Corso del Popolo. La stazione D (area periferica o suburbana) è a Maerne.

Centralina mobile al parco Bissuola, 1998
Centralina mobile, piazzetta Matter, 1998
(sullo sfondo una delle edicole allora in piazza)

Francesca ha usato i dati delle stazioni del comune per un periodo che va dal novembre 1993 al gennaio 1996 (non omogeneo per tutte quattro le stazioni: le serie storiche sono caratterizzate da numerosi “buchi” dovuti alla periodica taratura degli strumenti e a periodi di mancato funzionamento delle apparecchiature). Le serie storiche delle variabili meteo registrate dalle stazioni dell’EZI. I flussi registrati dai semafori conta-traffico di via Piave e di via Da Verrazzano. Dopo avere valutato la consistenza delle serie a disposizione, Francesca si è concentrata sul 1995.

La sorpresa più grande è che Mestre, nel periodo considerato, non è stata una città inquinata. Globalmente, non si sono mai oltrepassate le soglie limite, pur lambendo spesso la soglia di attenzione. Nei grafici di Francesca non è nemmeno presente la soglia di allarme, perché è fuori scala. In effetti non ricordo provvedimenti di limitazione del traffico o del riscaldamento. Leggendo si associano le idee. Ricordo un incidente industriale, un incendio di sostanze tossiche in un’industria di Marghera nella primavera del 1997. Pare che il vento soffiasse dalla parte giusta.

Francesca avverte che ci può essere un problema di raccolta dati. Tutti i dati a disposizione sono ottenuti con dispositivi di misurazione automatici. La loro qualità va ricondotta a due momenti critici: il primo relativo alla possibile presenza di errori in fase di misurazione (mancata calibrazione degli strumenti, non corretta metodologia di prelievo e analisi, non corretto funzionamento degli strumenti di misura); il secondo, relativo al rischio di deterioramento dei dati nella fase di trasmissione e di archiviazione degli stessi. Generalmente, nella fase di trasmissione all’elaboratore centrale viene svolto, da parte degli operatori addetti alla manutenzione delle centraline, un primo controllo manuale dei dati sulla base di conoscenze sul funzionamento dello strumento o di episodi di disturbo eventualmente verificatisi. I dati sono quindi in parte già filtrati; tuttavia, nonostante questi metodi di validazione e di controllo sistematico degli strumenti, accade di frequente che i dati archiviati contengano dei valori anomali. Connesso al problema della qualità dei dati è connesso quello di “buchi” nella serie, per esempio, da guasti agli strumenti di rilevazione. I dati mancanti, se presenti in numero rilevante, possono invalidare seriamente le analisi statistiche introducendo una componente sistematica d’errore nelle stime dei parametri.

Provo a tradurre: le decisioni a tutela della salute dei cittadini sono prese sulla base di una prima convenzione (o arbitrio), che fissa gli indicatori da studiare; la seconda convenzione riguarda la soglia di guardia: da una parte si sta bene, dall’altra male; la terza convenzione è decidere di accettare come validi i dati raccolti.

Le particolari condizioni atmosferiche del febbraio 1998 hanno riproposto il problema dell’inquinamento atmosferico e della sua misurazione sulle pagine dei giornali. Ho letto che la rete di Comune e Provincia funziona male. Da tempo si perdono i dati sugli idrocarburi non metanici, sulle polveri e sull’ossido di carbonio, perché gli strumenti non funzionano. Per quasi sei mesi le centraline del comune sono rimaste senza manutenzione. Pare che vada un po’ meglio la rete dell’EZI[2].

Cose che si imparano sull’ambiente e cose che si capiscono su Mestre leggendo altro. Stando alle note biografiche delle quarte di copertina, Guido Viale è un signore nato nel 1943 che lavora a Milano in una società di ricerche economiche e sociali. Ogni tanto la usa opinione appare sui giornali, perché stato un leader del movimento studentesco del Sessantotto e poi di Lotta Continua. Io lo conosco perché negli anni Novanta ha scritto due libri[3] che si occupano di questioni legate all’ambiente, al rapporto quotidiano che abbiamo con esso, e che avanzano alcune proposte pratiche. Se dovessi metterci un’etichetta, dire che si tratta di “marxismo verde”. Il secondo di questi libri è stato un buon complemento alla lettura della tesi di Francesca. Viale prova a mettere in discussione l’esistente, riflettendo sui costi sociali dell’uso dell’automobile che si fa oggi. Avverte che l’Italia è il “paradiso dell’automobile”, sia per il numero di veicoli per abitante, sia per il numero di veicoli per chilometro di strada extraurbana. Conferma che in tali condizioni il traffico automobilistico è davvero la fonte inquinante primaria. Andare in automobile è un’attività “imperialista”: limita tutte le altre. I bambini hanno perso indipendenza: ormai devono essere accompagnati ovunque, per la pericolosità delle strade e l’allargamento delle distanze che l’automobile impone. L’auto riduce lo spazio nel senso che lo occupa e ne ha bisogno crescente: confrontate la superficie di un centro commerciale, di uno stadio, di un palasport con quella del parcheggio annesso. Lo spostamento si concepisce solo in auto privata, con nessun altro mezzo, tanto meno a piedi. L’orario di lavoro viene dilatato artificialmente. L’auto deforma anche il linguaggio: si pensi all’“automunito” degli annunci economici. La “civiltà” dell’automobile influenza tutti i sensi umani. Compreso il gusto estetico.

I libri di Viale sono intelligenti, svelano delle illusioni ottiche, di solito non ho bisogno di tradurli. Forse ci trovo qualche passaggio un po’ eccessivo. Eppure: provate a guardare le edicole della nuova piazza Ferretto di Mestre. A me pare che siano identiche alle centraline fisse di rilevamento per la rilevazione dell’inquinamento atmosferico.

Edicola di piazza Ferretto nel 1998

Nota. Prima edizione: Filippo Benfante, Centraline di rilevamento, “Altrochemestre”, ultimo numero, primavera 1998, pp. 57-60. L’occhiello era: “Ragioni per leggere la tesi di laurea di Francesca Liguori, dottoressa in scienze ambientali dal dicembre 1996, e cose che se ne imparano. Appunti di un lettore non specialista”.

Un’altra cosa che nel 1998 non si prevedeva era la fine delle edicole: allora ce n’erano due, alle due estremità della piazza, oggi ne resta solo una. Da “elementi” a “cambiamenti” del paesaggio: è un altro degli esercizi che si possono fare a partire da questo vecchio articolo.

L’immagine di apertura è il titolo dell’articolo uscito sul “Gazzettino” del 12 febbraio 1998 (p. IX, sezione “Mestre”); da qui riprendo anche la foto che si trova alla fine di questa nota. Il ritaglio è saltato fuori durante un trasloco recente. Non ho avuto altrettanta fortuna con le foto originali uscite su “Altrochemestre”: la redazione non le ha ritrovate, né è stato possibile risalire alla fonte (chi le ha scattate e quando). Per facilitare l’impaginazione, gli articoli di “Altrochemestre” potevano essere solo di 2 o di 4 pagine e qualche volta, per far rientrare tutto nella gabbia, si rimpiccioliva il corpo di alcuni capoversi. Questo escamotage fu adottato più volte per questo articolo, che tuttavia restava eccessivamente lungo: per questo motivo, credo, le cinque immagini previste si ridussero alle quattro pubblicate, minuscole, al fondo dell’articolo, e probabilmente il taglio fu fatto all’ultimo (i rimandi interni sono sbagliati: sfuggì in correzione di bozza). Le immagini qui nel testo sono tratte da lì, p. 60.


* Francesca Liguori, Inquinamento di atmosfere urbane. Interpretazione dei dati e nowcasting con reti neuronali, Tesi di Laurea discussa presso l’Università di Venezia, Facoltà di Scienze MM. FF. NN., Corso di Laurea in Scienze Ambientali, a.a. 1995/96, rel. Alessandro Marani. Tutte le informazioni provengono da questa tesi, ma tutta la responsabilità del modo in cui vengono presentate è del lettore non specialista.

[1] Francesca descrive Mestre basandosi su una nota di Daniele Rallo, Mestre: una periferia senza città, “Meridiana”, 5 (1989), pp. 116-17.

[2] Alberto Francesconi, Aria pesante in centro. È colpa del bel tempo, “il Gazzettino” (ed. di Venezia), 12 febbraio 1998, p. IX.

[3] I due libri sono Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà (1994) e Tutti in taxi. Demonologia dell’automobile (1996), entrambi editi da Feltrinelli (Milano).

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Una domenica a Venezia

27/04/2026 Filippo Benfante // Documenti Escursioni

Trent’anni fa: andando a vedere la manifestazione della Lega Nord del 15 settembre 1996, giorno della proclamazione dell’indipendenza della Padania.

Abito al quinto piano di un condominio che si affaccia sulla stazione. Quando c’è qualche raduno importante a Venezia, è un buon punto per osservare il traffico: si può valutare il numero di persone che attende sui marciapiedi della stazione e alle fermate degli autobus, si sente il clamore dei manifestanti sui treni in arrivo. Le strade tutt’intorno si trasformano in parcheggi. Pare che domenica 15 settembre ci saranno varie manifestazioni a Venezia, così alle 10.45 mi sono già affacciato più volte alla finestra e sono pure sceso in strada per constatare il numero di macchine parcheggiate nei dintorni. Sorpresa: non trovo una situazione diversa da quella che si può vedere in una normale domenica di settembre. Le vie sono sgombre, il traffico davanti alla stazione è regolare, alla biglietteria e ai binari i soliti gruppi pronti per la gita. Verso mezzogiorno passano due treni speciali, uno a poca distanza dell’altro, che non fermano nemmeno a Mestre. Non so da dove provengano, penso che trasportino dei militanti della Lega Nord, ma non escludo che siano i tifosi della squadra di calcio del Torino, che oggi incontra il Veneziamestre allo stadio di Sant’Elena[1].

Parto per Venezia col treno, poco dopo le 15, in compagnia di un’amica. Facciamo un po’ di fatica a salire, la gente in piedi occupa corridoi e banchine, ma mi pare che oggi ci sia meno confusione che a carnevale. Mi infilo in un angolo libero e inizio a guardarmi intorno. Il treno proviene da Udine, ha percorso una linea “calda”, attraverso Friuli e “marca trevigiana”. Non vedo camicie verdi, ma due persone reggono bandiere della Lega. Dalle conversazioni capisco che la maggior parte dei viaggiatori sostiene l’indipendenza padana: andranno in riva dei Sette martiri per ascoltarne la proclamazione.

La stazione di Venezia è poco affollata. Attraversiamo il piazzale, altrettanto tranquillo, per raggiungere il ponte degli Scalzi. Un cordone di celerini è schierato alla base del ponte, si passa solo tra due che stanno discostati. Lo scopo è obbligare i gruppi di leghisti a percorrere Strada Nuova. Se la stazione è tranquilla, forse piazzale Roma lo sarà un po’ meno. Invece anche lì si vede poca gente e molti poliziotti e celerini (di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza). Ci incamminiamo verso Ca’ Foscari per raggiungere campo Santo Stefano, dove c’è la manifestazione dei centri sociali, la prima a iniziare (ore 16). Prima di arrivare alla sede dell’università, conto tre tricolori e una bandiera con il volto di Che Guevara (“Hasta la victoria”) alle finestre. I passanti non li conto, ma sono pochi. Mi attendevo una giornata a pressarsi a spintoni nelle calli, invece mi trovo sotto un caldo sole per una piacevole passeggiata.

Raggiungiamo il ponte dell’Accademia e ho quasi dimenticato che è il 15 settembre. Dalla sommità del ponte, vedo sull’altra riva un tricolore francese steso su un balcone. Forse è uno degli stranieri residenti a Venezia, che vuole partecipare a modo suo. Guardando meglio mi accorgo che sono tre lenzuola (una composizione volontaria o semplice biancheria al sole?). Giù dal ponte ancora divise, ne conto almeno trenta. A Venezia di solito la presenza della forza dell’ordine passa inosservata, mentre calli e campielli sono intasati dai passanti; invece oggi i poliziotti sono numerosissimi e campo Santo Stefano è semivuoto. Arrivo in campo verso le 15.40; c’è un palco sul fondo, addossato al muro laterale della chiesa; alcuni striscioni appesi alle pareti delle case. I pochi presenti formano gruppetti, sono seduti un po’ ovunque, in attesa dell’inizio dei concerti previsti. Tutti i negozi sono chiusi. I turisti passano normalmente, rallentano solo nell’immettersi nella calle della pasticceria Marchini: lo spazio è occupato ancora da altri poliziotti. C’è una catasta di seggiole; appartengono a una gelateria di una catena americana. Qualcuno cerca di prenderle per sedersi più comodo, ma sono ben assicurate tra loro. Si pensava che questo campo fosse il luogo più “caldo”, ma pare tutto tranquillo. Solo un gruppetto discute animatamente vicino al palco; frammenti di discorso: scontri avvenuti a Torino venerdì sera[2], forse stanno discutendo la strategia per la giornata. Dopo un po’ parte una base musicale registrata. Un ragazzo inizia a arringare parlando al microfono, ma non sale sul palco; proclama l’inizio della “festa dell’indipendenza delle tribù ribelli” in un “campo blindato” (arrivano i primi applausi). I giornalisti (molti) sono i più attenti; ci sono varie telecamere. Un altro ragazzo si arrampica sulla statua di Niccolò Tommaseo per affiggere uno striscione (“terroni padani”), ma poi non riesce più a scendere e alla fine cade, piuttosto male. Sarà il primo e l’ultimo ferito della giornata? La musica dal vivo non inizia, decidiamo di abbandonare il campo e di recarci verso San Marco: torna a essere una domenica di tranquillo passeggio, senza intoppi sino a riva degli Schiavoni.

Ritorniamo nel clima solo alla chiesa della Pietà; sui lampioni della riva sono incastrate delle casse che ritrasmettono le voci dal palco sulla riva dei Sette martiri. Sono ormai le 16.45; a un quarto d’ora dall’inizio della cerimonia solenne la gente sembra poca e l’amplificazione sino alla Pietà inutile e troppo ottimistica. Solo dall’ultimo ponte prima del palco si può iniziare a parlare di “bagno di folla” e di “raduno del popolo leghista”. Il colpo d’occhio è di un certo effetto, pare che tutti abbiano portato una bandiera da sventolare. Il palco è sulla destra di chi arriva, dietro ha solo la laguna da dove arriverà Bossi; di fronte al palco c’è la tribuna per la stampa e la televisione (già piena), con le telecamere che ritrasmetteranno la cerimonia per le postazioni sul Po.

Cerchiamo di avvicinarci al palco e osserviamo il lato sinistro della strada: alcuni si sono arrampicati su alberi o su transenne; alcuni espongono striscioni fatti in casa, prevalgono le sezioni trevigiane. Un banchetto della sezione veneta della “Liga Veneta-Lega Nord” vende bottiglie di vino con etichette commemorative della giornata (a scelta un rosso, un bianco o uno spumante); un altro banchetto vende il numero zero de “il Nord. Quotidiano indipendente della Padania” (in prima pagina un fondo di Daniele Vimercati e un articolo di Sergio Saviane); costa 3.000 lire, in omaggio danno anche un’edizione speciale della “Gazzetta Ufficiale della Padania”. Molti ne comprano più di una copia. La “Gazzetta Ufficiale” viene distribuita anche gratis da alcuni volontari; c’è il testo della dichiarazione d’indipendenza e della Costituzione transitoria che poi saranno lette nel corso della cerimonia. Viene distribuito un volantino del Sindacato Padano (SIN.PA.). Si possono anche comperare dei soldi della Padania. Per mille lire si ottiene una banconota con l’effigie di Bossi e alcuni disegni che non vedo bene; sono verdi (ovvio) e assomigliano un po’ alla banconota italiana da cinquemila, ma sono marcate con valore cinquantamila (eppure è strano: la Lira padana dovrebbe essere più forte della Lira non padana).

L’inizio della cerimonia si avvicina, lo speaker ufficiale dà disposizioni precise: le bandiere non devono essere sventolate perché intralciano la ripresa televisiva; tutti sono invitati a ripiegarle, soprattutto nelle prime file e soprattutto “nei momenti più solenni”. Il cerimoniale ha un po’ di ritardo; parlano gli ospiti: un catalano del movimento del plebiscito per l’indipendenza, un fiammingo, una sud-tirolese, un sardo. Sul palco vedo le bandiere catalana, basca, di Nazione sarda e moltissime bandiere della Comunità europea. Il pubblico attorno a me pare infischiarsene; ogni tanto sento dei boati di folla provenire dagli altoparlanti, ma non vedo nessuno gridare o entusiasmarsi. Tra un oratore e l’altro c’è della musica classica; l’amplificazione è pessima, si sente quasi solo gracchiare; riconosco solo l’Adagio di Albinoni. Pochi quelli che ascoltano, intorno a me si parla attendendo Bossi, molti si muovono, in cerca di spazio o per avvicinarsi al palco oppure sono semplici turisti che cercano di raggiungere i giardini per la Biennale d’architettura. Qualcuno inizia a canzonare o a insultare alcune persone affacciate a una finestra da cui sporge un tricolore[3]. Osservo meglio la facciata degli edifici che ho alle spalle e la tribuna per la stampa che ho a pochi metri sulla sinistra. Dalle finestre spuntano microfoni, obiettivi di camere; mi chiedo se le persone affacciate sono solo giornalisti o ci sono anche i veri abitanti di quelle case (ma sono abitate normalmente? I proprietari hanno fatto entrare per gentilezza e curiosità il giornalista o il fotografo, o si sono fatti pagare per il servizio e il disturbo?). C’è un elicottero che passa più volte (sempre lo stesso o più d’uno? Un’amica veneziana mi ha detto che alcuni elicotteri hanno sorvolato la città durante tutta la notte).

Sono passate le 17, Bossi sarebbe già dovuto arrivare. Lo speaker annuncia i motivi del ritardo: le vedette della capitaneria di porto sono andate incontro alla barca della Lega per fare rispettare i limiti di velocità in laguna. La gente che ho attorno coglie subito l’allusione: si frena Bossi. Ma infine il leader arriva e adesso vedo davvero scene d’entusiasmo. Solo quando parla Bossi il pubblico si zittisce; tutti sono in punta di piedi per vederlo. Sono stupito dal numero di persone munite di macchina fotografica (per lo più “usa e getta”) e di videocamera. Il cerimoniale incalza, si devono rispettare i tempi al minuto per fare funzionare i collegamenti con le postazioni sul Po. Non mi pare che i miei vicini vibrino per la solennità. Un mormorio quando si scopre che la Padania abbraccia Marche e Umbria (quanti chilometri tra Perugia e Roma?). Decidiamo di andarcene dopo che il tricolore è stato ammainato. Sono le 17.45. Sentiremo il resto dagli altoparlanti. Anche molte camicie verdi se ne stanno andando (un treno da prendere?). C’è più gente di quanta non ce ne fosse al nostro arrivo. Camminando, ascolto la lettura della dichiarazione d’indipendenza e dei diritti dei cittadini padani. Seguiamo lo stesso tragitto dell’andata. Di nuovo a Santo Stefano. Anche qui si sono aggiunte persone. Un gruppo suona sul palco. Tutti tranquilli ad ascoltare o a chiacchierare in gruppi sparsi. Anche qui è stato allestito un modesto commercio: birre e bibite varie; i venditori sono della “tribù”, non credo che altrimenti sarebbe stato tollerato. All’uscita del campo la sorpresa di trovare un cordone di celerini che seleziona il passaggio. Non tutti sono fermati: abbigliamento, viso, sguardo, sono determinanti. Noi abbiamo la faccia da bravi ragazzi e passiamo. Qualche altro è fermato e si mette a discutere ma non riesco a capire qual è il grado di tensione. Sono quasi le 19 quando arriviamo in campo San Barnaba. Vedo un altro tricolore a una finestra, mi era sfuggito all’andata perché gli davo le spalle. E ora verso campo Santa Margherita per la manifestazione della sinistra unita o in campo San Polo per la performance del sindaco di Taranto? Prevale la curiosità di vedere chi mai potrà sostenere Cito. Sul cammino incontriamo ancora molta polizia. Anche San Polo sembra un “campo blindato” ma non c’è nessuno; sono le 20, il palco è deserto (solo dopo sapremo del ritardo causa baruffe a Chioggia[4]). La fame ci fa desistere, ripieghiamo verso San Bortolo[5] per mangiare una “mozzarella”. In rosticceria incrociamo dei “reduci” in camicia verde che fanno onore a mozzarelle al prosciutto e alle acciughe. Parlano con forte accento emiliano, sono trafelati. Hanno un treno da prendere, ma venire a Venezia e non gustarne una specialità pare un peccato.

Torniamo alla stazione percorrendo Strada Nuova, la polizia onnipresente, senza incrociare altre camicie verdi. In stazione è tranquillo, sono da poco passate le 22. Mentre stiamo per partire si sente un boato; sul binario accanto a quello del nostro treno vediamo schierarsi un cordone di celerini, poi arrivano dei ragazzi dei centri sociali. Nessuno si agita troppo, nessuno pare in assetto da battaglia, ma i rumori fanno pensare che sia successo qualcosa. È la sensazione di tutta la mia giornata veneziana: l’attesa era tanta che l’evento non può essersi risolto così. Forse mi sono perso qualcosa e tutto è successo mentre mi trasferivo da un luogo all’altro.

Nota. Tratto da “Altrochemestre”, 5, primavera 1997, pp. 9-10. Sono stati corretti alcuni refusi. Il numero conteneva altri due pezzi che documentavano la giornata a Venezia: si ripubblica su altrochemestre.it anche quello di Luca Pes, Padania, Chiapas e Italia, ivi, pp. 27-28; quello di Piero Brunello, Bossi, zaini e panini, ivi, pp. 53-46 si legge ora anche in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 273-280.

L’immagine di apertura e le illustrazioni interne sono tratti da “Il Leghista. Satira fumetti beffe secessione”, n.s., rispettivamente dettaglio della copertina del numero IV (s.d.), 3, copertina del numero IV (s.d.), 2, e tavole dal numero IV (s.d.), 3, pp. 40-41.


[1] Alle ore 16.00, per la seconda giornata del campionato di serie B 1996/97 (la partita finì 1 a 1). [Ndr]

[2] La Lega aveva organizzato un cerimoniale per tappe, avviato alle sorgenti del Po il 13 settembre. Quella sera, dopo un comizio tenuto da Bossi a Moncalieri, a Torino ci furono degli scontri tra militanti dei centri sociali e leghisti. Si possono vedere le cronache della “Stampa” del 14 settembre 1996, il numero è disponibile online; si rimanda anche al materiale messo a disposizione e prodotto dal sito infoaut.org: 13 settembre 1996. La Lega cacciata dai Murazzi. [Ndr]

[3] L’episodio è diventato famoso: mentre Bossi faceva ammainare un tricolore, la signora Lucia Massarotto ne espose uno dalla finestra di casa sua in riva dei Sette martiri, gesto che avrebbe ripetuto negli anni seguenti, quando la Lega continuò a organizzare raduni a Venezia in occasione degli anniversari della dichiarazione di indipendenza. Oltre alle cronache dei giornali dell’epoca, si può vedere Giorgio Vecchio, La contestazione leghista e la riscoperta del Tricolore (1990-2011), “Italia contemporanea”, 289, 2019, pp. 235-261, in part. pp. 243-244. [Ndr]

[4] La “contromanifestazione” organizzata da Giancarlo Cito consisteva in una “marcia su Mantova”, che doveva partire da Chioggia. dove ci furono alcuni scontri, causa del ritardo nell’arrivo a Venezia. Si veda qui anche Luca Pes, Padania, Chiapas e Italia [Ndr]

[5] Campo San Bartolomeo. [Ndr]

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Telecamere

10/04/2024 Filippo Benfante // Elementi del paesaggio Statistiche

Firenze, marzo-aprile 2024. Cifre, dichiarazioni e immagini dalla “città con la più alta concentrazione di telecamere per abitante”, con una antologia di fonti. Idee da Mosca, finanziamenti dall’Unione Europea, brani sul caso Venezia.

Il 25 marzo 2024, la procura e il Comune di Firenze annunciano un “protocollo d’intesa per lo scambio informativo e il rafforzamento del coordinamento investigativo delle indagini per i reati di tipo predatorio” che prevede tra le altre cose “un allungamento dei tempi di conservazione delle immagini su un numero consistente di telecamere per finalità investigative”. Le immagini di norma mantenute per 24-48 ore, restano ora disponibili fino a sette giorni. Il sindaco di Firenze precisa nella stessa occasione che questo accordo “permette di utilizzare al massimo e al meglio la nuova centrale operativa del Comune di Firenze, la smart city control room e tutta la rete di telecamere di videosorveglianza, oltre 1700, che rappresenta un record a livello nazionale in rapporto sia alla superficie che al numero di abitanti”.

Tra fine 2023 e inizio 2024 dichiarazioni e comunicati del sindaco e dell’amministrazione comunale sul numero di telecamere presenti in città sono state continue. In dicembre hanno coinciso con l’inaugurazione della “smart city control room”, una sala di “controllo totale” che accentra tutte le immagini raccolte dalle telecamere in città, mettendole a disposizione di forze dell’ordine e altri enti e servizi (vigili del fuoco, Asl, trasporto pubblico, ecc.). Per riprendere le parole del sindaco, si tratta di “un vero e proprio gioiello di alta tecnologia, sicuramente il più avanzato in Italia, che ci consentirà di avere il controllo totale di quello che succede in città, a cominciare dalla mobilità, sia pubblica che privata, per anche la sicurezza, l’illuminazione, i semafori, l’infomobilità. Grazie alle nostre 1600 telecamere ma anche alla gestione integrata di tutti i dati potremo garantire un miglioramento globale del traffico e delle informazioni per i cittadini”.

Queste dichiarazioni cadono nel pieno della campagna elettorale (a Firenze l’amministrazione comunale si rinnova alle elezioni dell’8-9 giugno 2024), e corrispondono anche a un bilancio di fine mandato. Nel programma elettorale del 2019 il sindaco Dario Nardella (che allora si candidava alla rielezione) scriveva: “La sicurezza della città si raggiunge anche sfruttando le possibilità offerte dalle attuali tecnologie. In questa direzione sono da leggere interventi strutturali come l’installazione di 450 nuove telecamere di videosorveglianza pubblica, portando la dotazione in città a 750 telecamere, una delle concentrazioni per cittadino più elevata d’Italia. […] L’impegno in tal senso nei prossimi anni è di ampliare ulteriormente il numero di questi strumenti superando le 1.000 telecamere”.

Tra il 26 marzo e il 6 aprile ho preso appunti per una ricerca, consultando fonti online e passeggiando in una piccola porzione del Quartiere 2 di Firenze (all’incirca un quadrato inscritto tra le vie D’Annunzio, Novelli, del Gignoro e viale Verga), dove ho scattato (con uno smartphone) le foto che illustrano queste note. Colpito soprattutto dall’orgoglio del sindaco per il record nazionale infine conquistato (numero di telecamere in rapporto alla superficie e al numero di abitanti del Comune), mi sono concentrato sulla crescita del numero di telecamere dalla sua prima elezione (maggio 2014) ai primi mesi del 2024 (vedi tabella e grafico). Ricercando i dati, ho costruito una piccola antologia di fonti, dove si trovano spunti per altre ricerche da fare, tra cui: costi, aumento dei costi, finanziamenti (bilanci e debiti); ruolo delle politiche europee; ruolo delle aziende che controllano le infrastrutture che permettono di allestire le control room; ruolo delle aziende che vendono strumentazione (dalle telecamere ai software); comparazioni tra città.

Telecamere a Firenze*

DataNumero di telecamere
Maggio 2014150
Luglio 2018464
Maggio 2019750
Agosto 2019818
Dicembre 20191050
Dicembre 20201240
Dicembre 20221500
Ottobre 20231586
Gennaio 20241656
Marzo 20241700
* Date e cifre sono per lo più approssimate

Per un altro grafico con dati 2018-2020: Firenze Smart, Telecamere di videosorveglianza e controllo del traffico https://www.firenzesmart.it/servizi/telecamere-di-videosorveglianza-e-controllo-del-traffico (“Firenze Smart effettua la manutenzione ordinaria dell’intero parco impiantistico delle telecamere per la sorveglianza ed il controllo del traffico insistenti sul territorio di Firenze”).

Letture: Ilaria Agostini, Videosorvegliare e punire. Firenze è la città italiana con il maggior numero di telecamere per abitante, perunaltracitta.org, 9 gennaio 2024 (https://www.perunaltracitta.org/homepage/2024/01/09/videosorvegliare-e-punire-firenze-e-la-citta-italiana-con-il-maggior-numero-di-videocamere-per-abitante/)

Antologia di fonti

Maggio 2014: 150 telecamere

All’inizio del primo mandato del sindaco Dario Nardella in città ci sono circa 150 telecamere attive. Dato estrapolato dalle fonti che seguono.

3 luglio 2018: 58 nuove telecamere, 400mila euro

Fonte: Smart city, a Firenze si accendono 58 nuove telecamere https://www.corrierecomunicazioni.it/cyber-security/smart-city-a-firenze-si-accendono-58-nuove-telecamere/

“L’operazione è stata finanziata dal Comune di Firenze con 300 mila euro e dalla Fondazione CR Firenze con 100 mila euro, mentre Canon Italia ha fornito le 58 telecamere. La realizzazione delle opere per l’installazione delle telecamere è stata eseguita dalla Direzione Servizi Tecnici del Comune principalmente in orari notturni.

Le telecamere sono inserite nel sistema di videosorveglianza generale cittadina del Comune di Firenze, che a oggi gestisce in totale 464 telecamere”.

10 novembre 2018, altre 250 telecamere, cinque bandi di gara

Fonte: Aduc – Osservatorio Firenze. Le nuove telecamere del Comune… a che servono? (comunicato di Vincenzo Donvito) https://www.aduc.it/comunicato/aduc+osservatorio+firenze+nuove+telecamere+comune_28700.php

“Il Comune di Firenze ha deciso di installare altre 250 telecamere per la sicurezza della città. Installate, saranno 800 complessivamente. Per farlo sono previsti cinque bandi di gara da 800 mila euro ciascuno”.

Maggio 2019, “attivata la 700a telecamera”

Fonte: pagina facebook darionardella:

https://m.facebook.com/darionardella/photos/a.514331448654633/2277615838992843/?type=3

“Firenze città più videosorvegliata d’Italia / Attivata la / 700a / telecamera / Obiettivo 1000 nel prossimo mandato”

Fonte: https://www.firenzetoday.it/cronaca/sicurezza-il-sindaco-firenze-e-la-citta-piu-videosorvegliata-d-italia.html

[Aprile-maggio] 2019, l’impegno delle 1000 telecamere

Fonte: Programma elettorale Dario Nardella. Elezioni amministrative 2019, https://www.darionardella.it/dario_nardella_programma.pdf

“8 – Tecnologie di videosorveglianza

La sicurezza della città si raggiunge anche sfruttando le possibilità offerte dalle attuali tecnologie. In questa direzione sono da leggere interventi strutturali come l’installazione di 450 nuove telecamere di videosorveglianza pubblica, portando la dotazione in città a 750 telecamere, una delle concentrazioni per cittadino più elevata d’Italia. Le videocamere favoriscono la prevenzione dei reati, ma anche la possibilità di cattura del malvivente durante le indagini. L’impegno in tal senso nei prossimi anni è di ampliare ulteriormente il numero di questi strumenti superando le 1.000 telecamere”.

14 agosto 2019, “mantenuto l’impegno”, ora superata quota 800

Fonte: Sicurezza, Firenze: installate in città 63 nuove telecamere di sorveglianza, controradio.it, https://www.controradio.it/sicurezza-firenze-installate-in-citta-63-nuove-telecamere-di-sorveglianza/

“Con i 63 nuovi dispositivi installati arrivano a 818 gli apparecchi presenti sul territorio del Comune.

«Abbiamo mantenuto l’impegno di arrivare a 750 telecamere entro la fine dello scorso mandato, ora abbiamo già superato quota 800 – ha continuato Nardella –. Il nostro obiettivo è toccare quota mille nell’arco di poco tempo e sarà un altro traguardo importante per la città. Siamo di gran lunga la città con la più alta concentrazione di telecamere per abitante. […]».

«Abbiamo raggiunto risultati significativi – ha detto l’assessore Vannucci –: all’inizio dello scorso mandato le telecamere attive erano 150, mentre alla fine, a maggio scorso, erano 750; adesso sono 818. Tra i mesi di giugno e luglio scorsi ne sono state accese circa 70. Questi numeri dimostrano che c’è stato un grande e costante investimento da parte dell’amministrazione comunale su questo settore per assicurare la sicurezza urbana, per garantire la quale lavoriamo anche sui fronti della prevenzione e della deterrenza. L’installazione delle telecamere coinvolge tutti i quartieri ed è un progetto in continuo ampliamento»”.

Fonte: https://www.controradio.it/sicurezza-firenze-installate-in-citta-63-nuove-telecamere-di-sorveglianza/
Fonte: https://www.controradio.it/sicurezza-firenze-installate-in-citta-63-nuove-telecamere-di-sorveglianza/

2 settembre 2019, nuove idee dopo una visita alla control room di Mosca

Fonte: Traffico, arriva la “Control room”: sarà il “Grande Fratello” degli automobilisti, “Firenze Today”, online https://www.firenzetoday.it/cronaca/traffico-viabilita-control-room-app.html

«Un “Grande fratello ‘buono’” che controllerà non la vita delle persone ma i loro spostamenti “con lo scopo di migliorarli, una vera e propria ‘control room’ intelligente che governerà la viabilità a livello metropolitano cercando di fluidificarne il traffico con comunicazioni in tempo reale”. È ciò che il sindaco Dario Nardella, in missione istituzionale a Mosca, ha annunciato oggi dopo l’incontro con i referenti russi della locale “Centrale di controllo del traffico”. Nascerà a Firenze, rende noto una nota di Palazzo Vecchio, “il prossimo anno”.

[…] “Una visita interessante – ha dichiarato il sindaco Nardella – dalla quale sono nate nuove idee per l’attuazione della nostra centrale del traffico, ovvero la Smart City Control Room. Firenze già dispone di oltre 800 telecamere e sistemi avanzati di controllo della mobilità che vedranno la loro completa attuazione proprio nella realizzazione della Control Room”».

8 gennaio 2020, una telecamera ogni 380 abitanti, “siamo una delle città più controllate d’Italia”

Fonte: A Firenze mille telecamere comunali, una ogni 380 abitanti https://www.datacomtecnologie.it/a-firenze-mille-telecamere-comunali-una-ogni-380-abitanti/

“Firenze ha mille telecamere gestite dal Comune. I tre zeri sono stati raggiunti a fine 2019 con l’inaugurazione di un nuovo impianto in piazza Indipendenza. Una telecamera ogni 380 abitanti: «Siamo una delle città più controllate d’Italia – ha sottolineato il sindaco Nardella nella dichiarazione raccolta dal proprio ufficio stampa – mille occhi in giro per la città sono al servizio di tutti i cittadini e dei visitatori come strumenti di un migliore controllo del territorio, sia in fase di indagine che come deterrente».

6 gennaio 2021, Smart City finanziata con “fondi del PON Città Metropolitane 2014-2020 nell’ambito dell’Asse 2 – Sostenibilità dei servizi pubblici e della mobilità urbana”

Fonte: Firenze Smart City, la centrale di gestione e monitoraggio trova casa accanto all’ex stazione Leopolda con la Direzione Mobilità, comunicato stampa del Comune di Firenze, https://www.comune.fi.it/comunicati-stampa/firenze-smart-city-la-centrale-di-gestione-e-monitoraggio-trova-casa-accanto

«“Un passo avanti nella realizzazione della Smart city control room, che troverà sede alla stazione Leopolda – aggiunge l’assessore alla Smart City e innovazione Cecilia Del Re –. Un’infrastruttura che porta con sé una diversa visione di città, nella quale i servizi pubblici e i dati da essi generati si integrano per erogare servizi più efficienti e fornire risposte più immediate alle criticità, consentendo anche di avere una prospettiva più allargata della città. Uno strumento per superare l’approccio particolaristico nella gestione dei servizi pubblici e fare in modo che i dati possano essere sempre più conosciuti e condivisi, ponendosi alla base delle politiche da adottare nell’ottica della sostenibilità ambientale, sociale ed economica”.

Il progetto è stato finanziato dai fondi del PON Città Metropolitane 2014-2020 nell’ambito dell’Asse 2 – Sostenibilità dei servizi pubblici e della mobilità urbana e riguarda le opere edili ed impiantistiche per la predisposizione di tutti i locali del piano primo funzionali alla operatività della Smart City Control Room e l’equipaggiamento con le attrezzature e i sistemi tecnologici necessari al funzionamento della Control Room che rappresentano il cuore del progetto. Investimento previsto è di poco più di 1.334.000 euro».

28 gennaio 2021, altre 190 telecamere nel 2020, toccata quota 1240

Fonte: Firenze, salgono a 1240 le telecamere di videosorveglianza installate in città

Incremento di 190 telecamere https://www.055firenze.it/art/203889/Firenze-salgono-1240-le-telecamere-di-videosorveglianza-installate-in-citt

“Con le nuove installazioni effettuate nelle aree più sensibili di tutti i Quartieri, Firenze, riferisce il Comune di Firenze, la città è passata dalle 1050 telecamere del 31 dicembre 2019 alle 1240 a fine dicembre 2020 con un incremento di 190 telecamere nel corso dello scorso anno.

Dopo le nuove installazioni avvenute lo scorso anno oggi ci sono 532 telecamere nel Q1, 202 nel Q2, 117 nel Q3, 194 nel Q4 e 195 nel Q5. In telecamere di sicurezza sono stati investiti nel biennio 2019-2020 circa 700mila euro ma il piano Firenze Sicura prosegue anche quest’anno, con la previsione di 70 nuove installazioni”.

10 giugno 2022, Venezia: Smart Control Room, “situation room”, videowall: “un unicum a livello nazionale ed europeo nel panorama dei progetti di Smart City 2.0”

Fonte: Gabriele Gargantini, La stanza dove si vede tutto quello che succede a Venezia. Riceve dati da centinaia di telecamere e sensori per gestire turisti e servizi, ma tanti la vedono come un “Grande Fratello”, “Il post. Italia”,https://www.ilpost.it/2022/06/10/venezia-smart-control-room/

«Dalle finestre della Smart Control Room non si vede Venezia; si vedono solo parte del Ponte della Libertà che la collega alla terraferma e, nei giorni di bel tempo, le Alpi. Dall’interno della sala, al primo piano del comando generale di polizia locale, Venezia si vede invece tutta quanta, grazie a centinaia di telecamere, sensori e rilevatori di vario genere che attraverso decine di schermi permettono al Comune, alla polizia e ad alcune società pubbliche di osservare cosa succede in città.

La Smart Control Room, da cui lavorano in contemporanea al massimo otto persone, è un innovativo sistema di monitoraggio integrato di flussi, fenomeni e comportamenti di persone e mezzi, e che tra le altre cose fornisce costantemente informazioni su meteo, maree e qualità dell’aria. In parte serve a studiare, e se possibile prevedere, certi comportamenti di residenti e turisti; in parte ha l’ambizione di aumentare l’efficienza dei servizi offerti, ma anche la sicurezza e il cosiddetto “decoro”. […] TIM, che si è occupata della parte tecnologica del suo sviluppo, la definisce “un unicum a livello nazionale ed europeo nel panorama dei progetti di Smart City 2.0”. […] nel settembre del 2020 la Smart Control Room, finanziata con fondi europei e comunali, fu presentata nella nuova sede della Polizia locale. La stanza, spoglia e silenziosa, è sullo stesso corridoio di una spaziosa “situation room”, a pochi passi dalla centrale operativa della polizia. Si trova al Tronchetto, che è anche noto come Isola Nova ed è un’isola artificiale a forma di L che fu realizzata negli anni Sessanta. Arrivando a Venezia dal Ponte della Libertà, è la prima isola che si vede sulla destra. […]

Su una parete della smart control room c’è un grande videowall contenente qualche decina di schermate diverse. Alcune mostrano in diretta le immagini a 25 fotogrammi al secondo che arrivano da circa 600 telecamere, la metà delle quali sono nella Venezia insulare».

4 novembre 2022, Venezia: la prima Smart City d’Italia, con le “più moderne tecnologie IT”, “Big Data Analytics”, “Intelligenza Artificiale”, “Internet of Things”, “Cloud Computing”, “sentiment analysis”

Fonte: Venezia: la prima Smart City d’Italia. Il Comune di Venezia, VENIS e TIM Enterprise realizzano il progetto Smart Control Room rendendo la Città Lagunare la prima Smart City in Italia, https://www.timenterprise.it/approfondimenti/venezia-smart-city-italia

«Nel progetto è stato fatto largo uso delle più moderne tecnologie IT, con particolare riferimento per i Big Data Analytics, l’Intelligenza Artificiale, l’Internet of Things e il Cloud Computing. Sono stati inoltre realizzati ex-novo due sistemi IoT verticali, per il monitoraggio in tempo reale della mobilità acquea e per il controllo del traffico acqueo e stradale a fini sanzionatori.

Le principali funzionalità rese disponibili dalla piattaforma SCR riguardano:

– le presenze in città in tempo reale e uniche,

– le provenienze dei pendolari/visitatori,

– il controllo del traffico e del trasporto pubblico locale,

– il monitoraggio dei flussi pedonali,

– la predizione delle presenze e dei flussi,

– la sentiment analysis,

– il calcolo degli indici di stato e di performance della città,

– la navigazione assistita dei city users sul territorio comunale,

– il monitoraggio ambientale e il calcolo delle condizioni di fruibilità della città al loro variare.

È anche stata realizzata una vera e propria Centrale Operativa (la Smart Control Room) presso la quale operano a stretto contatto i rappresentanti dell’Amministrazione Comunale e delle società partecipate, condividendo le informazioni strutturate che la piattaforma SCR produce in relazione allo stato della Città e il suo evolversi.

La piattaforma SCR dispone di un ambiente per la “Open Science Collaboration” che consente all’Amministrazione Comunale di coinvolgere Università e Istituti di Ricerca nello studio dei fenomeni caratteristici della Città di Venezia.

Il progetto SCR Venezia ha rappresentato un unicum a livello nazionale ed europeo nel panorama dei progetti di Smart City».

10 dicembre 2022, 100 nuove telecamere di “ultimissima generazione” con i fondi europei PON METRO (500.000 euro); superata quota 1500

Fonte: Strade sicure, in arrivo 100 nuove telecamere (comunicato stampa del Comune di Firenze) https://www.comune.fi.it/comunicati-stampa/strade-sicure-arrivo-100-nuove-telecamere

«Ora gli apparecchi di videosorveglianza in città sono più di 1500. Albanese e Giorgetti: “Strumenti fondamentali per la sicurezza e la mobilità”

Sono 100 nuove telecamere di ultimissima generazione e stanno per essere installate nelle strade e nelle piazze di tutti i quartieri, portando gli apparecchi elettronici che controllano la città a oltre 1.500. È il nuovo grande acquisto fatto dal Comune di Firenze di sistemi di videosorveglianza della rete stradale e avranno il duplice compito di monitorare i flussi di traffico sulla rete cittadina per interagire con l’infomobilità metropolitana e di supportare il lavoro delle forze dell’ordine per la sicurezza della città. Questa nuova tranche di telecamere è stata finanziata con i fondi europei PON METRO per un importo di 500.000 euro.

Con queste cento nuove installazioni in arrivo nelle aree più sensibili di tutti i Quartieri e sulle arterie più trafficate, Firenze è passata dalle 1050 telecamere del 31 dicembre 2019 alle 1500 di adesso (nel maggio 2014, ad inizio mandato del sindaco Dario Nardella, erano circa 150)».

11 ottobre 2023, 1586 telecamere, a cui aggiungerne altre 50

Fonte: Furti a raffica, l’annuncio del Comune di Firenze: 50 nuove telecamere https://www.lanazione.it/firenze/furti-firenze-32a66635

«“Ci siamo impegnati molto in questi anni a potenziare il sistema di videosorveglianza della nostra città” dice l’assessora Benedetta Albanese, che ha ricordato come ad inizio mandato del sindaco Nardella, nel maggio 2014, fossero 150 quelle installate mentre oggi sono 1586, a cui si aggiungeranno le ulteriori 50 la cui installazione è stata approvata stamani».

16 ottobre 2023, Smart city control room, h24

Fonte: Domenico Guarino, Sicurezza, Firenze: nuove telecamere, Smart city control e tre pattuglie di vigili in più per Quartiere, controradio.it, https://www.controradio.it/sicurezza-firenze-nuove-telecamere-smart-city-control-e-tre-pattuglie-di-vigili-in-piu-per-quartiere/

“Un piano in dieci punti quello annunciato da Nardella. Rafforzamento dell’organico della polizia municipale con 50 nuovi ispettori che arriveranno in due step nei prossimi mesi e un nuovo bando per 200 agenti in più; aumento dei vigili di quartiere con tre pattuglie in più al giorno su ogni quartiere di Firenze e il reinserimento della stazione mobile nelle periferie; nuove telecamere; Smart city control room, che sarà attivata entro l’anno e avrà un sistema di sorveglianza attiva h24 e agenti dedicati che controlleranno le zone più delicate”.

23 novembre 2023, a Firenze 351.000 euro per 50 nuove telecamere, a Grosseto 260.000 per 200

Fonte: Videosorveglianza: Firenze tocca quota 1600 telecamere, “Sicurezza”, magazine online https://www.sicurezzamagazine.it/videosorveglianza-firenze-tocca-quota-1600-telecamere/

“Lo scorso ottobre la giunta del Comune di Firenze ha approvato lo stanziamento di 351.000 euro per aumentare la rete di videosorveglianza in città. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e le forze dell’ordine si sono confrontate scegliendo una serie di aree sensibili per posizionare le 50 nuove telecamere, che si aggiungono ai 1.586 dispositivi già presenti a Firenze.

L’impianto è collegato tramite una rete in fibra ottica a un sistema centrale di supervisione, gestione e archiviazione, con immagini visibili in tempo reale presso le sale operative della polizia municipale, della questura, dei carabinieri e della guardia di finanza, presso le sale gestione della Direzione Mobilità e di Firenze Start (semafori) e presso le sale operative della Protezione Civile e dei vigili del fuoco”. […]

La giunta comunale di Grosseto ha approvato lo studio di fattibilità tecnica ed economica per l’aggiornamento del sistema di videosorveglianza in programma tra 2023 e 2025. È stato previsto un investimento complessivo che supera i 260.000 euro per 200 nuove telecamere, che in parte sostituiranno i dispositivi obsoleti, in parte andranno a implementare i controlli”.

12 dicembre 2023, “un vero e proprio gioiello di alta tecnologia”

Fonte: Smart city control room, inaugurato il nuovo Hub per la gestione della mobilità e dei servizi urbani, comunicato stampa del Comune di Firenze https://www.comune.fi.it/comunicati-stampa/smart-city-control-room-inaugurato-il-nuovo-hub-la-gestione-della-mobilita-e-dei

«“Questa nuova Smart city control room è un vero e proprio gioiello di alta tecnologia, sicuramente il più avanzato in Italia, che ci consentirà di avere il controllo totale di quello che succede in città, a cominciare dalla mobilità, sia pubblica che privata, per anche la sicurezza, l’illuminazione, i semafori, l’infomobilità – ha dichiarato il sindaco Nardella –. Grazie alle nostre 1600 telecamere ma anche alla gestione integrata di tutti i dati potremo garantire un miglioramento globale del traffico e delle informazioni per i cittadini”. […]

Nella Smart City Control Room trovano posto la Centrale Operativa della Mobilità e la Centrale Operativa della Polizia Municipale, ma sarà interconnessa con le altre centrali già attive e presenti sul territorio e sono previsti in futuro protocolli di coordinamento con centrali taxi, servizi di sharing mobility, e flotte del trasporto merci. Grazie alla cooperazione degli operatori della mobilità, della Polizia Municipale ma anche dei gestori del Global Service, dei servizi alla mobilità, del Tpl urbano ed extraurbano, dell’igiene urbana, del servizio idrico e gas oltre agli operatori della comunicazione (web, social, radio) e al collegamento con le altre centrali la Smart City Control Room diventa una super centrale di interconnessione dei servizi urbani attinenti alla mobilità consentendo una gestione in tempo reale delle diverse attività di tutti gli operatori coinvolti. […]

La Smart City Control Room è stata realizzata al primo piano della palazzina adiacente alla sede delle direzioni Infrastrutture di Viabilità e Mobilità e Sistema Tranviario Metropolitano. Sul lato settentrionale del fabbricato è stato creato il grande ambiente che ospita la Control Room ed il Media Box, mentre negli spazi rimanenti sono state realizzate la Sala emergenze oltre alla nuova Centrale Operativa della Polizia Municipale. I restanti locali al piano terra ospitano ulteriori uffici della Direzione Infrastrutture di Viabilità e Mobilità. La struttura della copertura esistente in legno è stata mantenuta e sottoposta a un intervento di restauro e consolidamento».

Fonte: Sandra Salvato, Smart City Control Room: ecco il “cervellone” che monitorerà la mobilità a Firenze, “controradio.it”, https://www.controradio.it/mobilita/

“Una super centrale operativa come si vede solo nei film, qui passeranno le immagini di 1.600 telecamere.

Una stanza grande, una sorta di cervellone, un occhio tolkeniano che tutto vede e tutto sa in tempo reale. Videowall, grandi schermi occupano buona parte del salone ellittico nei nuovi uffici della Direzione grandi infrastrutture e mobilità vicino alla stazione Leopolda, e in futuro saranno accesi 24 ore su 24 – per ora solo dalle 7 del mattino fino alle 8 della sera – per gestire e fronteggiare traffico, eventi, lavori pubblici, incidenti, allagamenti, ma anche un maggiore monitoraggio del traffico durante i giorni critici o in caso di manifestazioni. Lo si farà in maniera integrata, perché sono vari i soggetti che siedono al tavolo decisionale, da Publiacqua a Sas, Alia, Global, Silfi, i tassisti, fino alla polizia municipale e i tecnici del Comune”.

6 gennaio 2024, 39 nuove telecamere, “in città sono oggi 1656”

Fonte: Sicurezza, accese 39 nuove telecamere di sorveglianza, comunicato stampa del Comune di Firenzehttps://www.comune.fi.it/comunicati-stampa/sicurezza-accese-39-nuove-telecamere-di-sorveglianza

«Non si ferma il lavoro dell’amministrazione per potenziare la videosorveglianza di strade, piazze e giardini della città. Negli ultimi giorni di dicembre sono state infatti accese 39 nuove telecamere di ultimissima generazione dislocate nelle zone più sensibili della città individuate con le forze dell’ordine e la prefettura grazie anche alla collaborazione di comitati e cittadini. In totale le telecamere in città sono oggi 1656. […]

“Stiamo lavorando in grande collaborazione con le forze dell’ordine e la prefettura ma anche con i Quartieri della città, con i tantissimi cittadini e con i comitati – afferma l’assessora alla sicurezza urbana Benedetta Albanese –. Non ci fermiamo qui, abbiamo in programma altre 14 installazioni a gennaio e continueremo in questa direzione di potenziare la videosorveglianza ancora nei mesi a seguire”».

15 gennaio 2024, costi: PON e fondi comunali

Fonte: Paolo Odinzoff, Smart City Control Room, a Firenze un super hub tecnolologico per il controllo della città, “Citynext”, online https://www.citynext.it/2024/01/15/smart-city-control-room-a-firenze-un-super-hub-tecnolologico-per-il-controllo-della-citta

“La sua realizzazione è costata circa 2,5 milioni di euro ed è stata finanziata per 1,57 milioni, con fondi del PON Città Metropolitane 2014-2020 nell’ambito dell’Asse 2, e 0,93 milioni da fondi comunali, cui si aggiungono le risorse impiegate per lo sviluppo dei sistemi informativi”.

21 febbraio 2024, in una “smart city”, “tutti i cittadini contribuiscono attivamente alla politica pubblica”

Fonte: Smart City Control Room Firenze, il ruolo di DZ Engineering, online https://www.dz-e.com/smart-city-control-room-firenze-il-ruolo-di-dz-engineering/

“Negli edifici adiacenti la storica Stazione Leopolda, il 12 dicembre 2023, il Comune di Firenze ha inaugurato la nuova Smart City Control Room (SCCR).

Per questo progetto DZ Engineering ha curato la realizzazione degli impianti e delle opere edili, nonché la progettazione ed installazione di Sistemi Video Wall che permetteranno l’aumento dei livelli di sicurezza della città. […]

Nei progetti di rinnovamento delle infrastrutture e dei servizi offerti ai cittadini, diventa di fondamentale importanza l’utilizzo delle tecnologie IoT per diversi motivi, ad esempio: una migliore gestione ed ottimizzazione delle risorse, la riduzione dell’impatto ambientale, la progettazione e costruzione di reti di trasporto urbano ecosostenibili, il perfezionamento e potenziamento dei servizi e lo sviluppo di nuovi.

All’interno di una smart city si “lavora” inoltre per favorire le relazioni con il capitale intellettuale, umano e sociale: tutti i cittadini contribuiscono attivamente alla politica pubblica e rendono l’amministrazione della città interattiva e reattiva.

Sostenibilità, efficienza ed innovazione permettono inoltre di innalzare i livelli di sicurezza degli spazi urbani, offrendo protezione all’intera popolazione. […]

Il progetto della Smart City Control Room è frutto delle esperienze e del know-how sviluppato da DZ Engineering sia in ambito Motorsport che di sicurezza urbana. La realizzazione dei sistemi di controllo TVCC nei circuiti di F1 e MotoGP (Singapore, Monza, Imola, Hanoi e Mandalika) e delle infrastrutture cittadine nelle città di Ravenna, Forlì, Cesena e Crotone sono state le basi per raggiungere un grado di eccellenza”.

25 marzo 2024, oltre 1700 telecamere di videosorveglianza: “un record a livello nazionale in rapporto sia alla superficie che al numero di abitanti”

Fonte: Sandra Salvato, Intesa tra Comune e Procura di Firenze per rafforzare le indagini sui reati predatori, “controradio.it” https://www.controradio.it/sindaco-nardella-spiezia-procura-repubblica-firenze-protocollo-intesa/

«[Filippo Spiezia, procuratore della Repubblica, dichiara]: “Il nostro è un intervento a valle, quando purtroppo i fenomeni criminali accadono. Non abbiamo la funzione della prevenzione, tuttavia crediamo che si possa fare di più: il perfezionamento della centrale operativa della polizia municipale rappresenta un’occasione d’oro per ridurre i tempi di acquisizione e elaborazione della prova. Questa esigenza nasce dalla constatazione che c’è un incremento nel contesto urbano nelle forme di reati predatori come furti, rapine, estorsioni. […]”

È previsto, inoltre, “un allungamento dei tempi di conservazione delle immagini su un numero consistente di telecamere per finalità investigative. Prima le immagini venivano mantenute per 24-48 ore, ora si arriva a sette giorni”. Lo ha spiegato il procuratore, specificando che la conservazione delle immagini delle telecamere di sicurezza erano già di sette giorni, ma adesso l’estensione della durata varrà per quasi tutti i dispositivi. L’altro elemento di novità è il rafforzamento di un meccanismo investigativo con una “task force composta da un certo numero di appartenenti a questa sezione che lavorerà per analizzare tutti i file relativi a fascicoli, per andare a ricostruire l’esistenza di condotte seriali” seppur “attribuite a singole soggetti o riconducibili alle azioni di gruppi associati”.

Il sindaco Nardella ha sottolineato che il protocollo “permette di utilizzare al massimo e al meglio la nuova centrale operativa del Comune di Firenze, la smart city control room e tutta la rete di telecamere di videosorveglianza, oltre 1700, che rappresenta un record a livello nazionale in rapporto sia alla superficie che al numero di abitanti”.

Fonte: esserefirenze.it, la città che “è…”

Sito costruito per presentare il bilancio di fine mandato: “Progetti e attività realizzate dal Comune di Firenze durante il mandato 2019-2024”. (Una versione cartacea è stata recapitata per posta agli indirizzi dei e delle residenti a Firenze, con questa indicazione: “Materiale comunicativo di accompagnamento agli strumenti tecnico-amministrativi redatti dalla Pubblica Amministrazione ai sensi dell’art. 4 del D.Lgs. 6 settembre 2011 n. 149 […]. Il documento, pertanto, integra la redazione della Relazione tecnica di fine mandato”.)

“Firenze è vicina […] / Mobilità digitale […]

Smart City Control Room / La centrale operativa per la gestione e il monitoraggio in tempo reale dei servizi di Smart City. Un unico grande spazio fisico che riunisce tutti i soggetti coinvolti nella gestione dei principali servizi urbani e della viabilità, compresa la Polizia Municipale”. (https://esserefirenze.it/vicina-2/)

“Firenze è attenta […]

Piano telecamere / Costante installazione di videocamere di sorveglianza in diverse zone della città anche per aumentare la sicurezza”. (https://esserefirenze.it/attenta-2/)

Un simbolo grafico indica che questi due progetti sono “cofinanziati dall’Unione Europea nell’ambito del Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane 2014-2020”.

Cartello stradale all’angolo tra via Novelli e via D’Annunzio, rivisitato dall’artista Clet

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Tifosi

04/03/2024 Filippo Benfante // Storiografia

Sostenitori della stessa squadra contrapposti. Colori, canti, scontri in curva. Calcio e identità urbana dopo la fusione di “Venezia” e “Mestre” [un articolo dalla stagione 1996/97]

Nota. Tratto da “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 5, primavera 1997, pp. 43-46 (con minime modifiche grafiche e di contenuto)

Qualche volta mi chiedono: “la tua città ha una squadra di calcio?”. Non so mai come rispondere, forse dipende dal fatto che abito a Mestre. La prima cosa che vorrei fare è chiarire che c’è una squadra che sta giocando il campionato di serie B, stagione 1996/97, con il nome “Venezia”, colori sociali arancio, nero, verde, che è frutto di una fusione tra due squadre, il Venezia e il Mestre. Questo pone subito un problema: si rischia di fraintendere, i nomi si prestano a equivoci, i colori si confondono, gli aggettivi “nuovo” e “vecchio” sono relativi. Tutto questo, a mio parere, ha a che fare con le questioni dell’identità cittadina (credo che le vicende sportive locali degli ultimi anni siano un buon terreno per una indagine). Meriterebbe una storia. Dopo avere raccolto i miei ricordi, qualche voce e un po’ di documentazione scritta, io la racconterei così.

La nascita. Fino alla stagione 1986/87, ci sono due squadre. Il Venezia Calcio, maglia neroverde, fondato nel 1907, celebre soprattutto nei primi anni Quaranta (una Coppa Italia nel 1941 e un terzo posto nel campionato 1941/42 con Loik e Valentino Mazzola in campo) e la cui ultima presenza in serie A risale al 1966/67. L’A.C. Mestre, maglia arancionera, fondato nel 1929, il cui miglior risultato è la seri C1 del 1982/83[1]. Quel campionato 1986/87 lo giocano entrambe in serie C2, girone B (all’epoca i gironi erano quattro, oggi solo tre). Alla fine il Mestre si classifica terzo (venivano promosse le prime due), il Venezia è settimo. Il particolare sembra secondario, invece sarà argomento forte nelle polemiche tra tifosi nostalgici. Pare che il Venezia abbia problemi economici, si teme il fallimento.

Nel giugno 1987, le due società si fondono, nasce il Veneziamestre. Guida l’operazione Maurizio Zamparini, re dei “mercatoni”. Non ho alcun ricordo delle cronache che hanno preceduto questo avvenimento. Certo ci saranno state trattative anche lunge, sin dall’inverno, accordi, opinioni, tutto documentabile attraverso le pagine del “Gazzettino”. Forse qualche eco sui quotidiani sportivi nazionali. Ovvie le polemiche e le liti. Si può inscrivere l’evento nella lotta per l’identità cittadina? Si può metterlo in relazione alle idee di città metropolitana? Di voci ce ne sono molte. Se preferite lo scenario politico, colleghiamo la fusione ai referendum sulla divisione del Comune (il secondo è del 1989). Altrimenti è geopolitica del pallone: nel 1987 il Palermo fallisce per debiti, rinasce immediatamente, ma secondo le regole della Federazione Gioco Calcio, dovrebbe ripartire dalla terza categoria. Soluzione possibile: recuperare un titolo sportivo vacante. La fusione tra Venezia e Mestre libererebbe per la nuova stagione un posto in C2, che il Palermo potrebbe riprendere, in deroga alla prassi consueta (ripescaggio della migliore delle retrocesse dell’anno precedente). Dunque la FGCI avrebbe favorito la fusione, per recuperare il Palermo, come in effetti è accaduto[2].

I primi capionati. Nel 1987/88 la nuova squadra partecipa al campionato di C2, girone B. Si iscrive come Veneziamestre, ma il nome è subito ambiguo, tanto che i quotidiani nazionali si confondono. Ricordo di avere letto sulle colonne dei risultati: Venezia Mestre, Veneziamestre, Venezia M., V. Mestre (una sola volta), Venezia. Solo dopo la promozione in serie B (nel 1990/91, dopo spareggio a Cesena contro il Como, 2 a 1 con un rigore parato al Como), il nome si stabilizza diventando Venezia 1907 o Venezia, nella vulgata. Sul nome si erano sviluppate anche controversie legali. Una società di Venezia, che militava in Interregionale, rivendicò l’eredità dell’orgoglio sportivo locale, contestando l’uso della dicitura “Venezia” (per la causa, questa squadra prenderà il nome “Venexia”). Forse anche per questo il nome non ha potuto stabilizzarsi subito. C’era in ballo un passato glorioso: i titoli del Venezia Calcio rivenivano alla nuova società o no? (Ferruccio Mazzola, figlio di Valentino, ha allenato la nuova squadra.). Intanto tutte le partite in casa sono giocate a Mestre, stadio Baracca. Conseguenza: se con le società veneziane si litiga per il nome, con le società mestrine si litiga per il campo di gioco.

La svolta. La promozione in seri B richiama molta più attenzione sulla squadra. Allo con i mezzi messi a disposizione dalla società, dal Comune (pullman gratuiti) e dal tifo organizzato (due treni speciali a pagamento), arrivano 7000 persone[3].

Con la B, arriva anche la normalizzazione: sarà Venezia 1907. Ipotesi sul perché. (a) La serie B comporta un investimento simbolico maggiore, dunque di impiega il nome prestigioso. (b) Tutta questa storia della fusione è noiosa, a chi mai importa, si fa finta di nulla. (c) Forse le trasmissione sportive preferiscono nomi brevi e chiari; chi se la sente di costringere a titolare sullo schermo “Veneziamestre”?

Raccolgo una versione che pare confermare la mia ipotesi (a)[4]. Si era fatto avanti uno sponsor, Guaranà Antarctica, produttore di bibite e sciroppi, che pretendeva il nome di richiamo, Venezia. Questa sponsorizzazione poi non c’è mai stata. Altra materia buona per i sospetti: in realtà sarebbe stato Zamparini a volere il “Venezia” e per non avere rogne dai tifosi, si è inventato questo sponsor fantasma (riprova: “Hai mai sentito parlare della Guarnà Antarctica?”).

I titoli sportivi del passato sono infine recuperati. Le bancarelle degli ambulanti in Riva degli Schiavoni sanciscono la rinascita del glorioso Venezia: vendono le bandiere neroverdi con il circoletto tricolore di chi ha vinto la Coppa Italia e le maglie neroverdi. I gadget arancioneroverdi invece si trovano solo in curva, sono autoprodotti dai gruppi dei tifosi (dall’“Ultras Unione” soprattutto, che negli anni ha costituito quasi una linea completa, dalla sciarpa al giubbotto bomber. I ricavi finanziano le trasferte e le coreografie).

Si torna anche a giocare a Sant’Elena, stadio Lugi Penzo. I lavori di ammodernamento sono in ritardo per cui la prima partita del campionato di serie B, stagione 1991/92, si gioca ancora a Mestre (vittoria sul Messina). Il trasloco si fa dalla seconda partita in casa. Trasloco della squadra ma anche dei tifosi. Bisogna spostare qualche migliaio di persone dalla terraferma a Sant’Elena. La prima volta è un avvenimento. I tifosi organizzano un corteo. Raduno in stazione a Mestre, ritrovo con altri già a Venezia e poi sfilata in città, sino allo stadio. A tutti i tifosi era stata distribuita una bandiera a scacchi arancioverdi. Si badi che le modalità del raduno e del viaggio sono quelle di una gara in trasferta. Quel giorno sono partito anch’io da Mestre e ricordo che l’opinione comune era: “Figata, adesso si va in trasferta ogni domenica”.

Poi c’è stato il momento del dubbio: il Venezia non avrebbe più vinto in casa per lungo tempo; che il Penzo portasse sfiga? In compenso a Sant’Elena si poteva cantare “Ahi ahi ahi ahi / oh Padovano [o chi per lui], / son cazzi per te / se non sai nuotar / perché oggi finisci in laguna”. Comunque sia, le abitudini dei tifosi erano destinate a cambiare.

Quali tifosi e quali colori. La fusione avrebbe dovuto riguardare anche i tifosi: nasce il Centro Coordinamento Club Venezia, al quale dovevano aderire tutti i vecchi gruppi. Invece ci si divide in fazioni: io parlerei di Veneziani, Mestrini e Metropolitani. I Veneziani sono per il ripristino della tradizione; non a caso il gruppo principale conserva il nome di prima della fusione, “Vecchia Guardia”. Direi che questi non parlerebbero di fusione tra due società, ma di scomparsa del Mestre nel Venezia. I tifosi di altre squadre venete sono accolti al grido di “Non c’è provincia / non c’è regione / siete sotto / il cazzo del leone”; per accogliere gli altri tifosi del Venezia non Veneziani, i Veneziani cantano – più o meno – “Non c’è arancione / ma quale unione / siete solo / una piccola stazione”. Non hanno mai partecipato al coordinamento e, dopo la promozione in serie B, hanno creato l’Associazione Venezia Club[5].

I Mestrini non si sentono più, in quanto tali; forse di duri e puri, nostalgici di terraferma, non ce ne sono proprio. La maggior parte è affluita nei Metropolitani, ossia i sostenitori della fusione, con quelli che io – da Metropolitano di Mestre – definirei i Veneziani leali. Non esistono più né Mestre né Venezia, né arancioneri né neroverdi. C’è un Veneziamestre arancioneroverde, al limite arancioverde. Il gruppo principale è l’“Ultras Unione”. Il nome che si grida è, appunto, “Unione” e quando si canta, si canta “Forza Unione alé / non mollare perché / tutta quanta la cura è con te” oppure si incita “Arancioneroverdi alé alé”. Ricordo però anche un più semplice “Arancioverdi alé alé / Arancioverdi alé / tutti insieme”, sulla base del celebre jingle natalizio della Coca Cola. In una foto vedo uno striscione con scritto “Fedayn” (“Fedayn” e “Headouts” erano i vecchi gruppi del tifo Mestrino), ma è arancioneroverde. C’è uno striscione della “Brigata Mestre”, quasi tutto arancione, ma con un po’ di verde. L’idea metropolitana ha prevalso e i Metropolitani stanno nel Coordinamento dei tifosi.

Il disegno delle maglie è stato, ogni anno, un momento delicato. Si devono valutare i centimetri quadrati e la posizione, perché un pezzo di calzino vale molto meno di un pezzo di maglia e il petto è meglio che il polsino. La serie B è stata una svolta anche per questo: la rottura, tentando di imporre un neroverde integrale. I Metropolitani difendono l’arancione che i Veneziani vogliono sopprimere: “Sogliano / coglione / vogliamo più arancione”. Riccardo Sogliano all’epoca era il direttore sportivo del Venezia. Ricerca di compromesso e attuale stabilizzazione con maglie per la maggior parte bianche o per la maggior parte nere, con contorni verdi e arancio.

Al Baracca i tifosi si erano divisi le curve: Veneziani nella Sud, Metropolitani nella Nord. Al Penzo, più grande, stanno nella stessa almeno all’inizio, un gruppo da una parte e uno dall’altra. All’inizio si pensa si dividere la curva a metà. Lo scontro: dimensione e posizione dello striscione (all’inizio uguali per i due gruppi); la coreografia più fantasiosa; la voce più alta. La “Vecchia Guardia” ha avuto prima un impianto di amplificazione. I cori: o ci si alterna o ci si dà sulla voce. A “Venezia, Venezia”, si risponde “Unione, Unione” oppure “Veneziamestre / c’è solo Veneziamestre”. Il Penzo ha portato già un cambiamento di coordinate per i Metropolitani, che al Baracca erano in curva Nord e cantavano “Noi della Nord / siamo gli Ultrà / e canteremo così: eh oh oh / forza magica Unione”. Adesso sono nella curva Sud. Curiose ricorrenze nel paesaggio eroico: per andare alla curva Sud “Morosini”, stadio Penso, partendo dalla curva Nord “Oberdan”, stadio Baracca, si passa davanti al busto di Oberdan ai giardini della Biennale.

Anche la “politica estera” procede per contrapposizioni. La “Vecchia Guardia” era gemellata con il Vicenza (impensabile per i Metropolitani, che hanno un istinto egemonico sul resto del Veneto) e non riconosce la solida amicizia dell’Ultras Unione con i tifosi di Modena.

Non sempre la goliardia prevale, ci si mena pure: si “carica” da destra verso sinistra o viceversa. Ricordo un anno particolarmente conflittuale, il secondo in serie B. Ripercorrere le tappe dell’escalation richiederebbe una ricerca più approfondita, vi dico il risultato come lo conosco. L’Ultras Unione è da subito più forte nel numero. La Vecchia Guardia perde sempre più spazio. lo scontro finale si fa durante una partita di Coppa Italia, trasmessa anche da Italia Uno, contro il Parma (con i cui tifosi la “Vecchia” voleva gemellarsi, boicottando l’amicizia dell’Unione con il Modena). L’Unione vince, la Vecchia Guardia si trasferirà in un angolo della curva opposta[6]. Il grido di vittoria dell’Unione sarà: “E la Vecchia dov’è / non si vedono più / son scappati in diretta tivù”, sulla base della Stangata.

Una ricerca sulla storia della fusione dovrebbe fare anche una sociologia del tifoso? A me interessano due cose. La prima è: da dove arrivano per vedere la partita. Dopo la promozione in seri B, non è più solo questione di laguna, nascono club a Mira, San Donà, Mirano, Marcon, insomma è davvero l’area metropolitana. Si incrociano delle questioni classiche: Mogliano, provincia di Treviso a otto chilometri da Mestre, spaccata, tra quelli che sono per Venezia e quelli che sono per Treviso. Il fiorire del calcio veneto negli ultimi anni muove un po’ il quadro. Il San Donà è in C2; il Treviso neopromosso in C1 sta lottando per una nuova promozione. Sarebbe il quarto o quinto derby veneto in serie B (Venezia, Chievo, Padova e il Verona se retrocede) e poi Treviso è la sola “tigre” del Nord-est a non essere stata in serie A negli ultimi anni.

L’altra cosa che mi interessa è l’età: la curva del Venezia è giovane rispetto alla maggior parte delle curve d’Italia. Dipende dalla fusione che ha allontanato la maggioranza dei “vecchi” tifosi? Il trasferimento al Penzo, che costringe a lunghi spostamenti, ha avuto un ruolo? Significa che il Venezia può fare presa su un tifoso giovane e “vergine”? Pare che sia impossibile, per chi ha vissuto la compresenza di due squadre, tifare davvero per questo Venezia, a meno di non decidere – a seconda dei casi – che sia il vecchio Venezia oppure che sia l’Unione. Un Mestrino che ha tifato Mestre non può nemmeno pensare di gridare “Venezia”. Ma un giovane di Mestre che inizia a interessarsi di calcio solo adesso, magari non conoscendo tutta la storia della fusione, potrà farlo. Forse: invito a riflettere su come si va allo stadio la prima volta, accompagnati da un parente maschi, o da un amico già “iniziato”. Un conto è andare al Baracca di via Baracca, laterale viale Garibaldi, un altro andare al Penzo, Sant’Elena, Castello profondo.

Conclusione. Chi sente propria la squadra che adesso gioca in serie B? Chi si riconosce in essa? La stabilizzazione è raggiunta e con essa una buona dose di indifferenza. Il nome Unione è un ideale: si è perso il sostrato geografico. La maglia è neutra, quasi nasconde i colori sociali. Che si giochi a Sant’Elena o altrove poco cambia. Il nuovo stadio lo si pensa a Tessera, sempre che lo si faccia. Il Veneziano è inacidito e neppure lui crede che quella squadra sia sua; il Mestrino è indifferente. Forse restano i Metropolitani. In serie A cambierebbe qualcosa? Ma i rapporti con la (le) città sono freddi. Esercizio per la rubrica “Elementi del paesaggio”: trovate per le strade una locandina della partita del Venezia. Non avete voglia? Risolvo io, è impossibile, non ce ne sono. Impensabile altrove.

Da questa stagione, 1996/97, c’è di nuovo una squadra di Mestre in serie C2 (che mette anche le locandine). Questo potrebbe rappresentare un ulteriore sviluppo della ricerca. Tanto più che è un altro punto su cui gli aneddoti fioriscono. Il Mestre ha iniziato il campionato benissimo, rivelazione prima in classifica. Dopo tre mesi è iniziato lo sfascio: i migliori giocatori venduti, allenatore esonerato, zona retrocessione. Qualcuno insinua che sia Zamparini a tramare, preoccupato di perdere pubblico. C’è un altro risvolto: non corre buon sangue tra i tifosi di questo Mestre e i Metropolitani. In questo conflitto emerge anche un tema che finora non si è incontrato: la politica. Mi dicono che i Mestrini sono fascisti. L’Ultras Unione ha sempre rifiutato la politica in curva. Il gemellaggio con le “brigate” di Modena, notoriamente di sinistra, potrebbe essere un indizio. Ma l’unica presa di posizione è in negativo: “non siamo leghisti”, per cui si canta che “siamo i terroni del nord”. Lo confermano le amicizie con Cosenza, Messina, Acireale, Andria e Ternana (peraltro tutte tifoserie dette di sinistra). Uno dei capi dell’Ultras Unione ha dichiarato che questo fa parte della peculiarità di Venezia: “Politicamente e culturalmente esistono due Veneti. Venezia e Mestre e le aree limitrofe hanno sviluppato una cultura profondamente diversa da quella chiusa e bigotta della tipica società veneta. Una cultura più aperta e cosmopolita che si riflette anche in curva. Rifiutiamo razzismo e xenofobia, disponibili a iniziative come quella in favore del popolo Saharawi (in lotta contro lo stato marocchino); abbiamo realizzato due bandiere, una palestinese e una basca che sventolano sempre in curva. Anche noi siamo legati alle nostre tradizioni, al dialetto, alle canzoni uniche per questo, come quelle dei Pitura Freska, ma se dovessimo definirci potremmo chiamare la nostra piccola curva una piccola Amsterdam o Berlino: c’è di tutto”[7]. Nei ringraziamenti dell’album ‘Na bruta banda i Pitura Freska citano “gli ultras del Venezia 1907”[8].

Postfazione. Questa storia continua allo stadio Penzo. La “Vecchia Guardia” non esiste più. Vinta la guerra (“Canta neroverde fin che vuoi / il potere in curva siamo noi”), l’Ultras Unione ha sviluppato un “imperialismo interno”: si appendono solo striscioni approvati da loro, e approvano solo quelli degli aderenti al gruppo. Questo ha provocato liti. Uno dei vecchi capi se ne è andato e ha recuperato dei pezzi della “Vecchia” per formare “el pueblo rebelde” che canta in Curva Nord.

Nota bibliografica con avvertenza. Questa ricerca è fatta in casa. Ho recuperato la maggior parte delle notizie nella mia memoria. Ho confrontato i ricordi parlando con de miei amici. Sono loro che mi hanno fornito il materiale bibliografico. Si tratta di tre numeri di “Supertifo”, rivista che pubblica immagini delle curve e delle coreografie allestite dai gruppi di tifosi (foto scattate e inviate dagli stessi ultras) alternandole con rubriche fisse (lettere di tifosi, annunci di compravendite di memorabilia da stadio, “amarcord” con foto di curve dal passato) e interviste. All’epoca era un mensile, adesso è in edicola ogni quindici giorni. Ho potuto consultare il libro dei ricordi del club “Park Kaos” (Metropolitano di Mestre), che raccoglie foto e ritagli di giornale dal 1991 al 1994. Mi chiedo come avrei fatto senza queste due persone: esisteranno biblioteche che hanno la collezione completa di “Supertifo” o tengono l’Almanacco del calcio Panini tra gli annuari in consultazione? L’avvertenza, a questo punto scontata, è che le notizie raccolte provengono da parte Metropolitana. Uno della “Vecchia Guardia” avrebbe raccontato la storia in un altro modo.


[1] Tutte le notizie sono tratte dall’Almanacco illustrato del calcio, vol. 43, Edizioni Panini, Modena 1984, passim.

[2] Intervista a Francesco, “uno dei massimi esponenti della fazione degli Ultras Unione”, in “Supertifo”, IX, n. 4 (aprile 1994), pp. 21-22.

[3] Ivi, p. 23.

[4] Ivi, p. 22.

[5] “Supertifo”, VI, n. 10 (ottobre 1991), p. 16.

[6] “Supertifo”, IX, n. 4 (aprile 1994), p. 23.

[7] Ivi, p. 25.

[8] Vedere la quarta di copertina del libretto allegato al CD dei Pitura Freska ‘Na bruta banda, © Psycho, 1991.

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A mo’ di premessa

25/01/2024 Filippo Benfante Luca Pes Piero Brunello // Altrochemestre

Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente è una rivista uscita in sei numeri tra 1994 e 1998, nata tra il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Venezia e Arcinova di Treviso, e in case private, a Favaro, Mogliano Veneto e Cannaregio, dall’incontro tra chi veniva da una formazione accademica inglese e un pezzo di vita a Londra, e chi veniva da studi sui repetini della campagna veneta e sulla rivoluzione del 1848, dall’attività nell’associazione storiAmestre e da una esigenza di risposta ai dibattiti sulla didattica della storia locale in un’epoca di globalizzazione e di leghismi, e in cui nel mondo culturale c’era disorientamento per la vittoria di Berlusconi e dei berlusconismi;  da una comune passione per i testi di E.P. Thompson, Marc Bloch e Kevin Lynch, un interesse per la microstoria e per la storia orale, da letture di Georges Perec, Italo Calvino e Gianni Celati, rafforzate da una frequentazione del Dipartimento di Analisi Economica e Sociale del Territorio dell’Università IUAV di Venezia. 

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