Tracce di oralità e di storia orale negli scritti di metodo e nelle testimonianze dello storico francese. Testo di una relazione tenuta a un convegno, un mese prima della cerimonia dell’ingresso di Bloch nel Panthéon – il mausoleo laico della repubblica di Francia (“Aux grands hommes, la Patrie reconnaissante”) – insieme alla moglie Simonne Vidal.
1. Il tono di voce
I miei colleghi quando hanno visto il programma del convegno mi hanno chiesto se avessi trovato una registrazione della voce di Marc Bloch. (Poi mi hanno chiesto: Ma cosa ci fai tu lì? Perché ti hanno invitato?)
No, non credo esista una registrazione della voce di Marc Bloch. Sarebbe bello ci fosse. Poco tempo fa sono state trovate le registrazioni delle lezioni che Manfredo Tafuri fece allo IUAV di Venezia dal 1969 al 1974, per i lavoratori-studenti che non potevano frequentare. Oggi sono documenti che consentono di studiare il metodo di lavoro e lo stile di insegnamento di uno storico per il quale ricerca e didattica erano strettamente legate. Tafuri faceva anche sentire la musica mentre spiegava la storia delle città, per calare gli studenti nel tempo e nei luoghi[1]. Ma quando Marc Bloch insegnava il magnetofono non esisteva, almeno in Francia[2].
Eppure Bloch aveva mostrato grande sensibilità per la dimensione sonora nelle testimonianze sulle sue due guerre: attenzione al paesaggio sonoro della guerra (i suoni degli obici, delle bombe, degli aerei in picchiata, l’importanza per chi è in un campo di battaglia di saper riconoscere i diversi rumori per sopravvivere[3]), e poi naturalmente alla circolazione delle false notizie e al “risveglio prodigioso della tradizione orale, madre antica dei miti e delle leggende”[4]. Attenzione anche alla novità della radio, che portò in Francia le tecniche della propaganda sonora di massa già avviate dai nazisti in Germania: “Attraverso il microfono, la voce che parla la nostra lingua proviene da laggiù”, scriveva nella Strana disfatta[5].
Il mestiere di storico ha una forte impronta dialogica. Comincia con una domanda, quella di un figlio che chiede al padre: “Papà, allora spiegami a che serve la storia”[6]. Ne riporta poco più avanti un’altra, quella di un ufficiale dello Stato maggiore francese dopo la disfatta del 1940: “Dobbiamo dunque credere che la storia ci ha ingannati?”[7]. E ancora: “per un autore non c’è lode più bella che l’essere in grado di parlare con lo stesso tono ai dotti e agli scolari”[8].
Qual è il tono di voce di Marc Bloch? A che altezza si mette quando parla? Al mio orecchio, Bloch non declama dall’alto e neppure professa dalla cattedra. Si pone alla stessa altezza dei suoi interlocutori. Anche se risponde a suo figlio, non assume un tono paternalistico: piuttosto lo accompagna nei propri ragionamenti, argomenta, condivide esperienze. Anche se è un professore di storia, per rispondere ai dubbi sull’utilità e sugli inganni della storia non dà nulla per scontato, si lascia interrogare. Diremmo che si mette in discussione.
Girolamo Arnaldi ha parlato di “toni caldi e personali di una memorialistica per così dire professionale, che non rifugge dai precetti pedagogici, ma li avanza sotto forma di «preziose confidenze»”. E poi ha ripreso le parole di Lucien Febvre, secondo il quale il Mestiere di storico era stato scritto “in forma di libera conversazione da uomo a uomo”[9].
In fondo, nelle intenzioni dell’autore, si trattava di procedere alla trasmissione di un mestiere, di saperi taciti accumulati in molti anni di esperienza: “taccuino di un artigiano che ha sempre amato meditare su ciò che faceva ogni giorno”[10]. Mestiere, più che professione: “Scrivere e insegnare la storia: questo è il mio mestiere da circa trentaquattro anni”[11]: così si presenta all’inizio della Strana disfatta.
Bloch si presenta, quindi, come un lavoratore: possiamo dire così? Si rivolge a colleghi (e apprendisti), a disegnare una comunità fatta di persone che imparano attraverso la pratica comune, il confronto reciproco e la trasmissione di esperienze. È una comunità intergenerazionale: “fiume ininterrotto delle generazioni” degli storici, da Erodoto in avanti[12].
Bloch ne convoca parecchi, tra gli storici del passato, per “unire lo studio dei morti a quello dei vivi”[13].
Si intuisce il conforto che dovette venirgli da questo colloquio interiore capace di farlo sentire parte di una comunità di pari, nel momento in cui subiva l’isolamento, la perdita delle sicurezze, la perdita del proprio nome pubblico, la difficoltà persino ad accedere alle biblioteche.
Colleganza, e anche amicizia. Ecco un’altra parola che aiuta a definire il tono di voce di Bloch.
Egli assume una postura amichevole anche nel dialogo con gli uomini del passato, quegli “uomini nel tempo”[14] che si possono conoscere solo attraverso le fonti. “Comprendere”, raccomanda. “Parola, soprattutto, carica di amicizia”, dice.[15] Chiede che lo storico rinunci quindi “alle sue false arie da arcangelo” – che combatte il male, pesa le anime, o scaccia i demoni[16].
La storia“È una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo colloquio di esseri umani. Se tale incontro è fraterno, la vita, come la scienza, ha solo da guadagnarci”[17].
Diciamo allora che in questo modo Marc Bloch mette il lettore a proprio agio: non gli fa pesare la sua autorità, lo tratta fraternamente.
2. Parlare a tutti
“Ma non scrivo soltanto, e neanche soprattutto, per gli addetti ai lavori”: Bloch scrive anche per i “semplici curiosi”. Lettori occasionali, appassionati di storia, persone curiose appunto – altra parola-chiave ricorrente – curiose della varietà delle esperienze umane. Anche a loro non ha “ritenuto di dover nascondere niente riguardo ai punti irrisolti della nostra scienza”[18].
Marc Bloch non si rivolge mai a un “pubblico”; ha sempre in mente o davanti interlocutori precisi. Sono gli stessi a cui si rivolgevano programmaticamente le “Annales”, quando la rivista era stata pensata e proposta come utile, dialogante e militante: insegnanti, amministratori, imprenditori, uomini d’azione, anche[19]. Militari: come quell’ufficiale nel Giardino dei Normanni che nel giugno 1940 si chiedeva se la storia avesse ingannato la Francia.
Bloch ritiene che gli storici non debbano sottrarsi alle grandi domande, tanto meno alle domande più scomode che vengono dal presente. Ha una salda fiducia nella storia come scienza, capace di comprendere, di spiegare, e persino, in certe circostanze, di prevedere o almeno intravedere il futuro. Pensa che il contributo che la storiografia può dare alla società è un allargamento o un aggiornamento della conoscenza su come la società funziona e cambia, su come pensano e agiscono gli uomini nel tempo. La conoscenza è uno strumento imprescindibile per gli uomini d’azione.
La sua non è – per così dire – una “storia tra le storie”. Bloch non è interessato a partecipare alla costruzione della memoria pubblica, a scendere nell’arena dove si contendono diverse rappresentazioni del passato. Lo dice chiaramente nella Strana disfatta: “Quanto a noi, dobbiamo scegliere: o ridurre a nostra volta il popolo a un’arpa che vibra ciecamente per il magnetismo di alcuni capi […]; o educarlo ad essere il collaboratore cosciente dei rappresentanti ch’egli medesimo s’è dato”[20].
Confida piuttosto nella capacità che il metodo storico ha di allenare le menti alla variabilità delle circostanze. I comandanti militari hanno sbagliato nel condurre le operazioni perché avevano in mente un’altra guerra, la guerra di posizione e di logoramento che era stato il primo conflitto mondiale. Così non hanno saputo rispondere al cambio delle circostanze: “i nostri capi […] non hanno saputo pensare questa guerra”; “I nostri soldati sono stati vinti – e, in certa misura, si sono troppo facilmente lasciati vincere – principalmente perché pensavamo in ritardo”; “I Tedeschi credevano nell’azione e nell’imprevisto. Noi avevamo mantenuto fede all’immobilità e al già fatto”[21].
Ecco un esempio in cui la memoria è stata un vincolo, una “forma di sclerosi mentale”[22], e non una risorsa, e in cui l’analogia storica impedisce di cogliere il presente. Qui lo storico indica ai suoi contemporanei l’importanza di essere allenati a riconoscere e interpretare le sorprese, gli imprevisti.
Bloch crede che la storiografia possa svolgere una funzione di educazione civile: non tanto per l’insegnamento della storia come trasmissione di contenuti relativi al passato, ma per l’acquisizione del metodo storico, che può fare bene alle giovani menti. Di fronte alla scolaresca del liceo di Amiens nel 1914, Bloch aveva fatto l’elogio della critica delle fonti, dicendo agli studenti che essa sarebbe stata utile a ciascuno di loro nella vita, qualsiasi lavoro avrebbero fatto, in qualsiasi circostanza si sarebbero potuti trovare, come cittadini del proprio tempo[23].
Ma all’altezza del 1940, di fronte a come si è consumata la sconfitta, l’utilità della storia è soprattutto quella di allenare le menti a riconoscere non tanto le regolarità, ma soprattutto gli imprevisti, le sorprese, gli incontri inattesi, che consentono di essere duttili, di pensare diversamente, di sviluppare spiegazioni nuove, adeguate alle inquietudini e alle sfide del presente.
E torna qui il tema della voce. Bloch si sofferma proprio sul tono di voce per chi studia la storia, insieme all’importanza di allenare tutti i propri sensi – non solo la vista, ma anche il tatto e l’udito.
Ecco il passo famoso in cui spiega che la storia è una scienza diversa dalle scienze naturali: “I fatti umani sono per loro essenza fenomeni molto delicati, molti dei quali sfuggono alla misura matematica. Per tradurli bene, e poi per ben capirli fino in fondo (capiamo mai perfettamente ciò che non riusciamo a dire?) sono necessari una grande finezza di linguaggio e un giusto colore nel tono verbale. Laddove calcolare è impossibile, s’impone il suggerire”[24].
Il fresatore lavora al millimetro, ma lo fa con strumenti meccanici; lo storico invece è come il liutaio: “il liutaio si fa guidare prima di tutto dalla sensibilità delle orecchie e delle dita. […] Con il pretesto che tale qualità è indeterminabile, vorremmo forse negare che esista, al pari di quello della mano, un tatto delle parole?”[25].
Chissà se questo paragone può essere ripreso oggi di fronte agli strumenti computazionali che abbiamo a disposizione per fare storia digitale.
3. In prima persona
Bloch parla, scrive in prima persona. Interviene spesso con osservazioni personali. Mette sé stesso dentro la storia di cui tratta. Non c’è compiacimento, non c’è culto dell’io. C’è il desiderio di fare entrare il lettore nel proprio laboratorio e fargli vedere la ricerca nel suo farsi.
Il suo è un autobiografismo sobrio, riservato, e anche un po’ reticente. Per esempio, come ha osservato Filippo Benfante, manca quasi del tutto la moglie Simonne Vidal, che non doveva essere secondaria nel suo processo di elaborazione intellettuale: “Condivideva molti dei suoi interessi, leggeva praticamente tutto quello che scriveva e contribuiva anche a mantenere in casa quell’ordine che era indispensabile alla felicità di Bloch”, scrive Carole Fink[26].
Mi sono chiesto se, o fino a che punto, questo sobrio autobiografismo possa avvicinarsi al modello di autobiografia anti-narcisistica di Pierre Bourdieu: autoanalisi, o ego-storia potremmo qui propriamente dire[27].
All’inizio della Strana disfatta Bloch sente il bisogno di presentarsi, di dichiararsi: “Non scriverò qui i miei ricordi. Le piccole vicende personali di un soldato fra i molti in questo momento importano abbastanza poco. Ben altro ci preoccupa che perseguire il titillamento del pittoresco o dell’umoristico. Un testimone, tuttavia, deve avere uno stato civile. Prima di precisare ciò che ho potuto vedere, debbo dire con quali occhi l’ho visto”[28].
Sta costruendo una fonte per gli storici del futuro, una testimonianza per diradare la “caligine che ignoranza e malafede stanno accumulando fin d’ora sul più atroce crollo della nostra storia”, dice[29]), e sa che per interpretarla chi la troverà avrà bisogno di sapere chi parla, perché, da dove.
Riconosce di avere – proprio in quanto storico, abituato a vagliare documenti del passato e a osservare molto il presente – le competenze adeguate a pensare e costruire un archivio del presente per gli storici del futuro.
L’apologia della storia è costellata di annotazioni autobiografiche. Qui la ragione è un po’ diversa. Non è il testimone, ma il ricercatore Marc Bloch che sente il bisogno di farlo. Mostrando il suo metodo di lavoro, non può non mettersi in scena. Ma c’è di più: dice che per uno storico l’esperienza (il proprio vissuto, oltre che le cose viste e ascoltate) è uno strumento fondamentale per penetrare più a fondo la conoscenza del passato. “La vita maestra di storia!” commenta Girolamo Arnaldi, con un punto esclamativo che rovescia il senso comune della historia magistra vitae[30].
Il passo di Bloch è celebre, ma lo leggo lo stesso per l’enfasi che mette sulla prima persona singolare (io stesso):
“Conoscevo veramente, nel vero senso del verbo conoscere, conoscevo dall’interno, prima di provarne io stesso l’atroce nausea, cosa significa per un esercito essere accerchiato e per un popolo essere sconfitto? Prima di aver respirato io stesso, nell’autunno del 1918, l’allegria della vittoria […] sapevo cosa contiene veramente quella bella parola?”[31].
È il punto in cui Bloch introduce il “metodo prudentemente regressivo”[32]: si comprende la storia andando da ciò che è conosciuto a ciò che è meno noto. Prudentemente regressivo, per evitare il rischio dell’anacronismo ingenuo: “in un secondo momento”[33], scrive, si sarà pronti a mettere a distanza, si sarà pronti a restituire alla storia il suo vero movimento (dal passato al presente).
È dall’esperienza della guerra che nascono I re taumaturghi, ha osservato Ginzburg presentando il libro ai lettori italiani nel 1973[34]. L’esperienza – aver vissuto nel proprio tempo, aver fatto le proprie battaglie – potenzia la capacità dello storico di comprendere il passato.
“In verità coscientemente o meno, in ultima analisi è sempre dalle nostre esperienze quotidiane che, se necessario sfumandole con nuove tinte, prendiamo in prestito gli elementi che ci servono per ricostruire il passato”[35].
“La professione da me scelta è di solito considerata una delle meno avventurose” – scrive Bloch nella Strana disfatta –, ma per “sorte” “[h]o fatto due guerre”[36], e lì ho messo alla prova me stesso, ho capito meglio chi sono, ho incontrato altri uomini in azione che mai avrei altrimenti conosciuto, ho capito come vanno le cose e come reagiscono le persone in quelle circostanze: per questo ho imparato a fare meglio il mio lavoro di storico.
Sono quasi le parole che usa Roberto Battaglia nelle sue memorie scritte a caldo nel ’45 dopo l’esperienza partigiana: “L’8 settembre 1943 ero un tranquillo studioso di storia dell’arte, chiuso in un cerchio limitato di interessi e di amicizie; l’anno dopo, l’8 agosto, ebbi il comando d’una divisione partigiana che ha dato più d’un fastidio al tedesco”[37]. Alla fine della guerra – dice in pratica – sono diventato uno storico migliore.
4. Le voci degli altri
Aver messo in campo la propria voce consente a Bloch di riconoscere le voci degli altri. In altre parole, di riconoscere la presenza di diverse soggettività nella storia presente, e quindi di riconoscerle anche nello studio del passato.
Nella Prima guerra mondiale, le voci degli altri sono i dialetti dei contadini bretoni che non parlano francese e che sono lì controvoglia, miti e rassegnati (“vivevano fuori del nostro mondo”[38]); è il vinaio del quartiere della Bastiglia (“era poco istruito e non leggeva molto” ma aveva anima nobile e delicata[39]).
Manca però la voce degli algerini che si erano ribellati alla coscrizione, pur essendo Bloch stato lì alcuni mesi per reprimere i moti[40].
Nella Strana disfatta, le voci sono quelle – molto filtrate, di seconda mano – della classe operaia francese nei primi mesi di guerra: voci opache, enigmatiche, che rivelano un’altra lontananza dal mondo di Bloch[41]. Sappiamo che nella Prima guerra mondiale prese la difesa nei processi a carico di alcuni disertori: certamente in questa veste ne ascoltò le storie, le ragioni, il vissuto[42]. Un po’ come fece Piero Calamandrei – quasi coetaneo di Bloch – anche lui “etnografo per caso” durante la Prima guerra mondiale, a cui l’esperienza al fronte consentì di ascoltare voci, canti e confessioni di soldati controvoglia[43].
Bloch prefigura la possibilità di utilizzare le fonti orali: se “noi potessimo – passeggiando in un villaggio di quei tempi – ascoltare i contadini nominare fra loro le proprie condizioni o i signori quelle dei loro dipendenti!”. E poco dopo: “Quale insegnamento trarremmo se – che fosse il dio di ieri o di oggi – riuscissimo a sorprendere sulle labbra degli umili la loro vera preghiera! Supponendo però che loro stessi abbiano saputo tradurre gli slanci del loro cuore senza mutilarli”[44].
Non è solo un discorso ipotetico. Secondo Bloch lo storico del passato recente ha questa possibilità che altrimenti è preclusa per definizione a chi fa il nostro mestiere: può creare le proprie fonti, “può – letteralmente – chiamare alcune tracce a esistere” (così scrive), sollecitando e producendo testimonianze da parte di chi ha visto e vissuto[45].
“Quale storico non ha sognato di poter nutrire di sangue le ombre dei morti – come Ulisse – per interrogarle?”. L’unico modo per farlo consiste nell’analisi critica dei “materiali forniti dalle generazioni passate”, ovvero le testimonianze[46]. Bloch spiega potenzialità e limiti delle testimonianze; insegna a riconoscere e interpretare gli errori e le distorsioni della memoria come oggetti di studio. Lo storico – dice – “sa che i suoi testimoni possono sbagliare o mentire. Ma, soprattutto, si preoccupa anche di farli parlare, di capirli”[47].
Nel 1921, quando pubblica il saggio sulle false notizie di guerra, propone di fare un’inchiesta su questo fenomeno, sollecitando resoconti e testimonianze[48]. Possiamo riconoscervi un embrione di storia partecipata, di storia dal basso, per raccogliere esperienze vissute?
5. La voce dopo
L’ultima scrittura di Marc Bloch deve necessariamente prendere la voce di un altro: è lui stesso a chiedere, nel suo testamento, che al suo funerale le sue parole siano lette da un amico. Curiosa forma di intersoggettività: parlare di sé con la voce di un altro.
“Dovunque io muoia, in Francia o in terra straniera, e in qualsiasi momento ciò accada, lascio alla mia cara moglie o in sua mancanza ai miei figli la cura di provvedere ai miei funerali, come riterranno opportuno. Saranno funerali puramente civili: i miei cari sanno che non ne avrei voluti di diversi. Ma spero che quel giorno – nella camera ardente o al cimitero – un amico voglia dar lettura di queste poche parole”[49].
Possiamo dire che questa ultima presa di parola di Bloch è un atto privato e insieme politico.
“Nell’ora del supremo addio, quando ogni uomo ha il dovere di riepilogare se stesso”[50] – così scrive – Bloch intende esercitare la propria libertà di definirsi, di dichiararsi allo stesso tempo ateo, ebreo e francese, proprio quando lo Stato glielo stava impedendo. Ora un altro Stato francese lo “panteonizza”: con l’intenzione di amplificarne la voce, forse invece gliela toglie.
“Anche su questo sapremo, al momento giusto, rompere il silenzio”[51]. “Che ciascuno dica francamente ciò che ha da dire”[52]. Così aveva scritto pochi mesi prima nella Strana disfatta.
Il suo modo di fare politica è l’esempio personale, la fiducia nella parola pubblica, il richiamo a ciascuno a fare la propria parte.
Ringrazio Piero Brunello: molte delle idee di questo articolo nascono da chiacchierate con lui..
Nota. Testo della relazione intitolata “Con il medesimo tono ai dotti e agli scolari”. La voce di Marc Bloch che Alessandro Casellato ha tenuto al convegno Marc Bloch (1886-1944). Letture dall’Italia (Roma, 20-22 maggio 2026). L’immagine di apertura è un dettaglio della locandina del convegno.
L’ingresso dei cenotafi di Marc Bloch e di Simonne Vidal al Panthéon di Parigi è avvenuto il 23 giugno 2026. La documentazione disponibile in rete è ridondante, rimandiamo a due trasmissioni della cerimonia, quella di BFMTV e quella del canale ufficiale dell’Eliseo (la presidenza della repubblica francese).
[1] Fulvio Lenzo, Marco Capponi, Un archivio per Manfredo Tafuri. Il ‘Progetto Tafuri’ dell’Università Iuav di Venezia, «Temporánea. Revista de historia de la Arquitectura», 4, 2003, pp. 122-173 (disponibile online).
[2] Il magnetofono fu sviluppato in Germania negli anni Trenta. La commercializzazione fu limitata quasi esclusivamente alle stazioni radiofoniche di Stato tedesche per scopi di trasmissione e propaganda. Finita la guerra, l’esercito americano esportò la tecnologia negli Stati Uniti, dove l’azienda Ampex creò i primi modelli commerciali per il mercato mondiale. Ascolta la prima puntata de I suoni del cinema, podcast di RaiPlaySound.
[3] Marc Bloch, La strana disfatta. Testimonianza scritta nel 1940, seguita da Scritti della clandestinità: 1942-1944, pref. di Georges Altman, trad. di Hena Lombardi e Francesco Lazzari, Guida, Napoli1970, pp. 66-69 (d’ora in poi SD); Carole Fink, Marc Bloch. Biografia di un intellettuale, La Nuova Italia, Milano 1999, pp. 61-62.
[4] Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), intr. di Maurice Aymard, trad. di Gregorio De Paola, Donzelli, Roma 1994, p. 104 (d’ora in poi GeFN).
[5] SD, p. 146. Vedi Will A. Boelcke, La guerra è bella! Goebbels e la propaganda di guerra, Vallecchi, Firenze 1973, pp. 64-71.
[6] Marc Bloch, Apologia della storia, o Mestiere di storico, a cura di Massimo Mastrogregori, trad. di Lorenzo Alunni, Feltrinelli, Milano 2026, p. 27 (d’ora in poi citato come AdS).
[7] Ivi, p. 31.
[8] Ivi, p. 27.
[9] Girolamo Arnaldi, Introduzione, in Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, con una nota di Lucien Febvre, a cura di Girolamo Arnaldi, trad. di Carlo Pischedda, Einaudi, Torino 1969, p. XXVII e nota 2, dove cita Lucien Febvre, Vers une autre histoire (articolo del 1949 poi raccolto in Combats pour l’histoire, Armand Colin, Paris 1953, prima trad. it. in Lucien Febvre, Studi su Riforma e Rinascimento e altri scritti su problemi di metodo e di geografia storica, trad. di Corrado Vivanti, pref. di Delio Cantimori, Einaudi, Torino 1966).
[10] AdS, p. 53.
[11] SD, p. 21.
[12] AdS, p. 102.
[13] Ivi, p. 101.
[14] Ibidem.
[15] Ivi, pp. 239-240.
[16] Ivi, p. 240.
[17] Ibidem.
[18] Ivi, p. 51 per entrambe le citazioni.
[19] Francesco Pitocco, Marc Bloch: una “storia viva e militante”, in Marc Bloch, Storici e storia, a cura di Étienne Bloch, trad. di Giuseppe Gouthier, Einaudi, Torino 1997, pp. VII-LXX (le cit. alle pp. XXXVII e XLI).
[20] SD, p. 144.
[21] Ivi, pp. 52, 61-62, 62, rispettivamente.
[22] Ivi, p. 58.
[23] Marc Bloch, Critica storica e critica della testimonianza, in Id., Storici e storia cit., pp. 11-20.
[24] AdS, p. 65.
[25] Ivi, p. 66.
[26] Fink, Marc Bloch cit., p. 87. Vedi anche Filippo Benfante, Per Simonne Vidal Bloch (1894-1944), online, in storiamestre.it, 2 luglio 2014.
[27] Pierre Bourdieu, Questa non è un’autobiografia. Elementi per un’autoanalisi, pref. di Anna Boschetti, trad. di Alessandro Serra, Feltrinelli, Milano 2005. A proposito dei nessi tra esperienza personale, autoanalisi e ricerca storica, Carlo Ginzburg ha aperto la sua relazione al convegno confessando che il suo rapporto con Marc Bloch era stato, fin dall’inizio, filtrato dalla figura del padre, Leone Ginzburg. Ha poi osservato che «se Bloch si fosse accorto del suo lapsus [quello che commise traducendo una delle sue fonti per I re taumaturghi, ora oggetto della relazione di Ginzburg] lo avrebbe analizzato come una testimonianza involontaria». Il testo della relazione riprende da vicino quello pronunciato al Pantheon di Parigi il 1° aprile 2026 (disponibile online).
[28] SD, p. 21.
[29] Ibidem.
[30] Arnaldi, Introduzione cit., p. XVII.
[31] AdS, p. 98.
[32] Ivi, p. 99.
[33] Ibidem.
[34] Carlo Ginzburg, Prefazione, in Marc Bloch, I re taumaturghi. Studi sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra, trad. di Silvestro Lega, con una pref. di Carlo Ginzburg e un ricordo di Lucien Febvre, Einaudi, Torino 1973, p. XXVI.
[35] AdS, p. 98.
[36] SD, p. 22.
[37] Roberto Battaglia, Un uomo, un partigiano, Il Mulino, Bologna 2004, p. 19.
[38] GeFN, p. 61.
[39] Ivi, p. 67
[40] Ivi, p. 71. Vedi Fink, Marc Bloch cit., p. 70.
[41] SD, pp. 136-138. Nella sua relazione al convegno, Francesco Torchiani ha ricordato l’articolo-recensione Une coupe d’histoire sociale, pubblicato nel 1940 sulla rivista «Annales d’histoire sociale» (vol. 2, n. 3-4, pp. 265-267), in cui Bloch commenta con interesse il libro War begins at home dell’organizzazione britannica di ricerca sociale Mass-Observation, basato su interviste e osservazioni antropologiche per comprendere l’impatto della guerra presente sulla vita quotidiana e sulla psicologia della popolazione civile in Gran Bretagna.
[42] Vedi Fink, Marc Bloch cit., pp. 75-76.
[43] Piero Calamandrei, Zona di guerra. Lettere, scritti e discorsi (1915-1924), a cura di Alessandro Casellato, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. XXV-XXXI.
[44] Entrambe le cit. AdS, p. 271.
[45] AdS, p. 118.
[46] Entrambe le cit. ibidem.
[47] AdS, p. 164. Sono i fondamenti della storia orale: vedi Alessandro Portelli, La diversità della storia orale, «Primo Maggio», 13, 1979, pp. 54-60 (ora in Id., Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo, Donzelli, Roma 2007, pp. 5-24) e Tony Parker, Studs Terkel. A Life in Words, HarperCollins, London 1997, pp. 163-170 (ora sotto il titolo Interviewing an Interviewer, in The Oral History Reader, ed. by Robert Perks, Alistair Thomson, Routledge, London 2015, pp. 123-128, disponibile online).
[48] GeFN, p. 108.
[49] Cito il testamento di Bloch da SD, p. 173.
[50] Ibidem.
[51] Ivi, p. 64.
[52] Ivi, p. 40.










































































