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Storiografia

Mestre: “una piccola Versailles”

19/11/2025 Piero Brunello // Generi di discorso Storiografia

Note sull’uso e la diffusione di un passo della commedia La cameriera brillante di Carlo Goldoni. Blasoni municipali e invenzione della tradizione; città operaia e genealogie nobiliari; capitale simbolico di una città, al centro e nelle periferie; soggetti autorizzati a definire il patrimonio culturale di un luogo, e soggetti esclusi.

1. Capita sempre più spesso di leggere, in diversi ambiti di discorso e non solo negli studi di storia locale, che Mestre nel Settecento era una “piccola Versailles”. Chi l’ha detto? Carlo Goldoni nella commedia La cameriera brillante.

Da quando, in che ambiti e con quali scopi si è diffusa questo sintagma? E cosa dice la fonte, cioè il testo di Goldoni?

2. Prima che se ne occupassero gli storici di Mestre, la citazione era nota agli studiosi delle opere di Carlo Goldoni[1], e delle ville venete[2].

Per quanto ne so, il primo a parlare di “piccola Versaglia” in un discorso di storia di Mestre è Luigi Brunello nel 1964: si tratta di un accenno, che, senza citare Carlo Goldoni, si riferisce alle “moltissime ville di altri tempi” di cui “sopravvivono solo frammenti”[3]. Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, viene letto il passo de La cameriera brillante, a cui segue il commento (è Piero Bergamo a farlo): “Questa è la Mestre del Settecento descrittaci da Carlo Goldoni […]. Mestre come una piccola Versailles, come abbiamo sentito”[4]. Da allora la metafora si ritrova nelle pubblicazioni del Centro Studi Storici di Mestre, con qualche oscillazione tra “piccola Versailles” e “Versailles in piccolo”[5].

È da dopo il 2000 che diventa comune impiegare l’espressione “piccola Versailles” laddove si parli di Mestre nel Settecento: in libri di storia[6], in tesi di laurea[7], in racconti di ambientazione mestrina[8], in articoli di giornale e in siti di storia cittadina [9].

A partire circa dal 2015 l’uso di parlare di Mestre come “piccola Versailles” si diffonde fuori dagli studi di storia: in conferenze-spettacolo “per rilanciare l’identità della città”[10]; in progetti urbanistici su piazza Barche e sul Canal Salso[11]; nell’attività di promozione della Pro loco[12]; nei discorsi per affrontare l’inquinamento da Pfas[13]; in guide ai parchi e ai giardini[14]; in itinerari in bicicletta “alla scoperta di Mestre”[15]; nell’azione di comitati per la difesa di alberi, parchi e giardini[16]; in interrogazioni di gruppi consiliari del Comune per realizzare un parco in un’area urbana abbandonata[17]; in biciclettate alla scoperta dei luoghi storici di Mestre[18].

Per riassumere, oggi l’espressione “piccola Versailles” viene utilizzata ogniqualvolta si voglia lamentare la perdita di una città d’acqua e di giardini travolta dalla speculazione edilizia, quando si parli di Mestre che “cerca una propria identità”, e infine nella mobilitazione civica: ed è fatta propria da associazioni di storia, enti di promozione turistica, istituzioni pubbliche, studi urbanistici, associazioni civiche, culturali e ambientaliste.

3. E adesso la citazione. Viene dalla commedia di Carlo Goldoni, La cameriera brillante (stagione teatrale 1753-1754):

“E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo. La scomenza dal canal de Malghera, la zira tuto el paese, e po la scorra el Teragio fin a Treviso. La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa. Ghe xe casini che i par gallerie; ghe xe palazzi da cità, da sovrani. Se fa conversazion stupende; feste da ballo magnifiche; tole spaventose; tutti i momenti se vede a corer la posta, sedie, carozze, cavali, lachè; flusso e reflusso da tute le ore. Mi m’ho retirà fra tera, lontan dai strepiti, perché me piase la mia libertà. Per altro sento a dir che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae; e che se fa spiccar el bon gusto, la magnificenza, e la pulizia da tuti i ordeni dele persone che fa onor ala nazion, a la patria, e anca all’Italia medesima”[19].

Chi dice queste cose e in quale contesto? Come scrive Carlo Goldoni nelle sue Memorie, la scena “si rappresenta in una casa di campagna di Pantalone”, “negoziante veneto”, che vive con due figlie e una cameriera di nome Argentina. “Argentina – è sempre Goldoni a riassumere – è amata dal padrone di casa [Pantalone], e gli fare tutto quel ch’ella vuole. Fa venire da Pantalone gli amanti delle due ragazze, malgrado la sua austerità, e li fa pranzare con esso, malgrado la sua austerità”[20].

Fermiamoci qui, e precisamente quando Ottavio, che vuole sposare una delle due ragazze, riesce a introdursi in casa di Pantalone grazie alla cameriera. Ottavio è un forestiero che si vanta di possedere campi, ville, case, feudi, poderi, carrozze e servitù: ma Traccagnino, suo servitore, confida a Brighella, servo di Pantalone, che in realtà il suo padrone è uno spiantato millantatore. Ottavio dunque si presenta da Pantalone dichiarando di trovarsi lì per comperare dei beni, aggiungendo però subito dopo: “Ma non mi piace la terra”. Pantalone gli risponde: “No la ghe piase?”, e subito aggiunge: “E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo” eccetera.

Quindi il discorso è fatto da Pantalon de’ Bisognosi, che parlando di “Versailles in piccolo” non si riferisce a Mestre, ma alla “villeggiatura”. Dice infatti: “La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa”. In altre parole Pantalon de’ Bisognosi non parla di una città ma di “campagna”. In tutta commedia si parla di “villa” o di “campagna”. Clarice, figlia di Pantalone, si lamenta con l’innamorato di essere obbligata a “stare in villa”, senza mai vedere nessuno; e a un certo punto Brighella, servo di Pantalone, fa questa battuta: “Manco mal che semo in campagna”.

Per concludere, a mio parere è inesatto dire che Carlo Goldoni parla di Mestre come di “una piccola Versailles”. Mi sembrerebbe più corretto dire che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Goldoni, paragona la villeggiatura in campagna da Mestre a Treviso lungo il Terraglio a una “Versailles in piccolo” (espressione tra l’altro che ha una sfumatura diversa da “piccola Versailles”, come dirò più avanti).

Nel 1830 l’autore di un progetto di ponte tra Venezia e la terraferma, scrive che Mestre “potria dirsi la Versailles di Venezia”[21], riferendosi a una campagna contrassegnata dalla presenza di numerose ville di nobili veneziani, quella stessa che la storiografia, che adotta lo stesso punto di vista urbano e veneziano, chiama “civiltà di villa”. Questo è il territorio a cui Pantalon sta pensando, e con lui il pubblico (cittadino) del teatro. Il sito DiscoveryMestre coglie bene questa realtà quando, a proposito del teatro Balbi, oggi non più esistente, osserva: “Anche Mestre fu attraversata da tale moda [la villeggiatura] tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boscovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite.”[22].

4. Che effetto poteva avere sul pubblico (la commedia venne data la prima volta a Venezia) sentir decantare le conversazioni, le feste da ballo e la dispendiosa vita di società dalla bocca di una maschera che è l’emblema dell’avarizia? Direi che faceva ridere, come del resto ci si aspetta da una maschera della commedia dell’arte. Oltretutto Pantalon non parla di una “piccola Versailles” ma di una “Versailles in piccolo”, che a me sembra avere una sfumatura ironica. Pantalone si presenta così: “sono in campagna per goder la mia libertà, no vogio visite, no vogio complimenti, no vogio nissun”; la figlia Flaminia lo dice “uomo sofistico, che non può vedere nessuno”. Può una maschera così mostrare ammirazione per la vita frenetica di villa?

Senza contare che Pantalone ha una certa età, e infatti Argentina lo stuzzica chiamandolo “il più buon vecchietto di questo mondo”. È proprio la sua età a creare continue situazioni comiche. “Ma più de tuti el povaro vechieto / Giubila se qualcun ghe scalda el leto”, scherza Argentina; al che Pantalon commenta: “Arzentina no saria un cativo scaldaleto; ma no voria che invece de scaldarme, la me bruzasse”. (Alla fine Pantalone sposerà Argentina, “cameriera brillante”).

5. A un certo punto la cameriera Argentina si veste da contadina (in casa di Pantalone devono mettere in scena una commedia), e si presenta così: “Mi no son Arzentina. Son Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rosega da Mogiàn”. Come suggeriscono sia queste battute sia l’inversione teatrale dei ruoli sociali, la “campagna” di cui si parla nella commedia è vista dalla città con occhio comico che attinge al tradizionale repertorio della satira del villano. Se dovessi pertanto riassumere la vicenda, direi che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Carlo Goldoni, dissolve Mestre in una campagna ricca di ville, dove chi vi abita ha nomi rustici come Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rósega da Mogiàn.

Pantalon dice di sentir raccontare (non per esperienza, perché lui non esce di casa) “che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae” eccetera. Ora “cossazze”, lo attesta il dizionario del dialetto veneziano di Boerio, significa “Cose grandi, cioè cose di gran prezzo, ricchezza, pompa, profusione, magnificenza, cose da stupire”. Pantalone usa in tutta la commedia accrescitivi come baronazza, gagliotazza, frasconazza, viscerazze, matazza. Dato l’uso di un linguaggio enfatico e iperbolico, mi sembrerebbe strano che, quando parla delle “cossazze” che si fanno a Mestre, Pantalone voglia esprimere con serietà una genuina ammirazione. Ci sento anche qui uno sguardo ironico, con conseguente effetto comico, che si ritroverà anni dopo nella Trilogia della villeggiatura. “L’ambizione de’ piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile”: così Carlo Goldoni presentando “a chi legge” Le smanie per la villeggiatura (1761)[23].

6. Giuseppe Mazzotti, nel catalogo Le Ville venete pubblicato nel 1952, e più volte ristampato, scrive: «Un personaggio del Goldoni parla di Mestre – la città industriale di Mestre – come di “una Versailles”: lo credereste?”[24]. Potrebbe essere questa la fonte che Piero Bergamo e Luigi Brunello hanno presente. Ma la locuzione originaria “Versailles in piccolo”, in bocca a Pantalone, in Mazzotti diventa “Versailles”, ma pronunciata da “un personaggio di Goldoni”, per trasformarsi in “piccola Versailles”, e attribuita allo stesso Goldoni, nella conversazione radiofonica da cui siamo partiti: da allora quest’ultima è la versione che si diffonde.

7. Da una cinquantina d’anni, dunque, chi si richiama alla “Versailles” di Carlo Goldoni per ragionare di “identità urbana”, non coglie il fatto che è Pantalone a paragonare le ville sparse tra Musestre Chirignago Mogiàn alla reggia parigina abitata da una nobiltà cortigiana, e che lo fa in modo ironico: in ogni caso Pantalone non si riferisce a una città (Mestre), ma alla campagna.

Davanti a un caso d’invenzione della tradizione, è interessante riflettere sui motivi per cui, e a opera di chi, viene accolta o rifiutata, ed entro quali confini. Mi limito a tre osservazioni, solo per suggerire eventuali temi di discussione.

In primo luogo, il richiamo identitario alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro, ed evoca una città immaginata pre-novecentesca, stretta attorno ai resti del Castello. L’espansione urbana fuori di questi confini – cresciuta negli ex comuni autonomi di Favaro, Chirignago, Zelarino, a Marghera e nei quartieri sorti su località rurali urbanizzate – viene sentita come una “amorfa periferia”, abitata da “decine di migliaia di immigrati”. Così scrive Piero Bergamo nella Presentazione a Mestre di Luigi Brunello, del 1964[25].

Ora che il richiamo alla “piccola Versailles” gode di ampio consenso, sarà in grado il riferimento al Settecento mestrino di oltrepassare i confini del vecchio comune di Mestre? I vecchi immigrati, che negli anni Sessanta-Settanta del Novecento ostacolavano la diffusione della memoria di Mestre-centro, nel frattempo si sono inseriti, e ne sono arrivati degli altri: che rapporto avranno questi ultimi con la memoria cittadina? E come il racconto del passato cittadino terrà conto della loro memoria?

In secondo luogo è interessante chiedersi per quale motivo una città, che nella seconda metà del Novecento veniva identificata in una città operaia, scelga a proprio blasone Versailles, luogo aristocratico per eccellenza, simbolo di gerarchie sociali legate allo status. Dico “città”, ma mi riferisco a quanti amministrano, seppure in modi diversi, il capitale simbolico di Mestre, dalle associazioni ambientaliste alle istituzioni di promozione turistica. (Non parlo delle associazioni storiche, che pure sono tra i soggetti autorizzati a definire e a gestire il patrimonio culturale di un luogo o di una comunità, perché da chi si occupa di storia ci si aspetterebbe non un discorso affabulatorio sul passato, ma una verifica dei dati e una discussione delle fonti). Sarebbe utile fare un inventario delle definizioni di cui Mestre si è fregiata, e capire se “piccola Versailles” sia l’esito di una contesa culturale e sociale, che ha cancellato altre auto-rappresentazioni in cui la città si è messa e potrebbe mettersi in scena.

Infine, è il contesto, come sappiamo, a dare significato ai simboli. Negli anni Settanta il richiamo alla “piccola Versailles” come emblema identitario voleva rivendicare il passato celebre di Mestre, il suo essere città, con una propria storia, nobilitata dal rapporto con quella della Serenissima. Il rapporto con Venezia restava ambivalente, dal momento che la gloria di Mestre consisteva nella villeggiatura dei nobili veneziani: ma era pur sempre un modo per valorizzare il passato di Mestre, anche perché si univa alla richiesta di separazione della terraferma dal comune di Venezia.

Da tempo ormai, dato il peso dell’economia turistica, Venezia è invece un brand irrinunciabile del marketing territoriale veneto. Come si chiamano le Dolomiti? “The mountains of Venice”. Come promuovere l’artigianato feltrino? Esponendo una gondola in Piazza Maggiore a Feltre[26]. Un ennesimo quartiere in costruzione a Mogliano Veneto si chiama “Giardino del doge”: tanto varrebbe chiamarlo “Bosco di Mogiàn”. E Mestre, città di B&B turistici? Intanto ha già provveduto a cambiare il nome di Centro le Barche in Ca’ Mestre, che rimanda a una Ca’ d’Oro, a una Ca’ Rezzonico e così via; e non mi stupirei di vedere, in località Tarù, una Guest House Pantalone (“per un soggiorno esclusivo e riservato, dove rivivere il fascino senza tempo della Venezia di Goldoni e Casanova”). Nato per affermare l’autonomia di Mestre, il richiamo alla “piccola Versailles” verrà insomma utilizzato per ribadire che Mestre è Venezia.

8. Se penso alla mia esperienza (negli anni Settanta mi sono trasferito dal Villaggio San Marco prima a Bissuola e poi a Favaro), il blasone municipale legato alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro come segno di distinzione nei confronti di una “amorfa periferia”, e in alternativa al senso di identità dei quartieri che né si riconoscevano nei soggetti autorizzati a definire dal centro il capitale simbolico cittadino, né avvertivano il bisogno di nobilitare il passato, sentendosi semmai parte di una città operaia (lo testimoniano le prime due pubblicazioni di storiAmestre[27]). Il blasone nobilitato dal richiamo a una reggia aristocratica si diffonde in città a partire dal 2000, grosso modo quando i quartieri perdono d’importanza e Porto Marghera cessa di essere sentito come una risorsa e viene percepito come un attacco alla salute e all’ambiente.

La mia opinione?

Credo che il patrimonio simbolico di una città metropolitana e policentrica come Mestre è talmente ricco (monumenti storici del centro e ville comprese), che non c’è bisogno di vantarsi di un detto memorabile di Pantalon de’ Bisognosi, tra l’altro letto in modo frettoloso.

Nota. L’immagine di copertina è tratta da Carlo Goldoni, La cameriera brillante, Tipografia del Lloyd austriaco, Trieste 1856.


[1] Alfonso Lazzari, Il padre del Goldoni, “Rivista d’Italia”, 2, febbraio 1907, p. 258; Antonio Zardo, Il villeggiare de’ veneziani e Carlo Goldoni, “Nuova antologia di lettere, scienze ed arti”, s. VI, CCXXX, 1232, luglio-agosto 1923, p. 128.

[2] Le ville venete, catalogo a cura di Giuseppe Mazzotti, Libreria editrice Canova, Treviso 1952, p. 328, nella presentazione (pp. 325-330), firmata da Giuseppe Mazzotti, relativa alle ville della provincia di Treviso.

[3] Luigi Brunello, Mestre, fotografie di Bruno Carnevali, Associazione Civica per Mestre e la terraferma, Mestre 1964, p. 72.

[4] Dialoghi su Mestre. Conversazioni tra Piero Bergamo e Luigi Brunello, a cura di Francesco Brunello, Valentina Pietropolli, Roberta Vasselli, il prato, Saonara-Padova 2010, p. 109.

[5] Presentazione, in Francesco Fapanni, Il Terraglio, ossia la strada da Mestre a Treviso. La strada da Mestre a Mirano, a cura di Ilva Stocchero, foto di PaoloBorgonovi e ricerche di Roberto Stevanato, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2001, in Documenti della storia di Mestre, disponibile online in mestrenovecento.it; Roberto Stevanato, Mestre… una Versaglies in piccolo, Centro studi storici di Mestre, Mestre, s.d., disponibile online.

[6] Michele Casarin, Giuseppe Saccà, Giovanni Vio, Alla scoperta di Mestre, Regione del Veneto-Nuova dimensione, Portogruaro (Venezia) 2009, p. 68; Michele Boato, nel suo recente Mestre 1900-2025. Storie di una grande città. Dal sacco al riscatto, libri di Gaia, Mestre 2025, p. 17, ricordando “il fiorire di ville venete” dal Cinquecento al Settecento, osserva: «Perciò Carlo Goldoni non esagera citando Mestre come “piccola Versailles”»; la nota dice: “Vedi Carlo Goldoni, La cameriera brillante (1753)”, e riporta la citazione dalla commedia.

[7] Davide Ros, Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea, rel. Alessandro Gallo, Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2014-2015, p. 50.

[8] Pierluigi Rizziato, Mestre Venezia. Baci, abbracci, bisticci, tradimenti, Mazzanti Libri-Me Publisher, Venezia 2016, p. 104, immagina una scena in cui il proprietario del teatro veneziano di San Luca dice a Carlo Goldoni che al termine della commedia il pubblico aveva mormorato che “el megio scritor de Venezia” fosse “innamorato de Mestre” (capitolo “La piccola Versailles”).

[9] Sergio Barizza, L’apertura del teatro il segno che Mestre cambiava pelle, “La Nuova Venezia”, 27 ottobre 2013, ricorda che Goldoni «sul finire del Settecento, aveva parlato di Mestre come di “una piccola Versailles”; in Storia di Mestre in 500 parole, in mestreantica.it, si legge: «Carlo Goldoni nella sua “Cameriera brillante” paragona Mestre ad una piccola Versailles (“A Mestre se fa cosazze”)».

[10] La villa Durazzo con il teatro. Mestre, una piccola Versailles, “La Nuova Venezia”, 13 dicembre 2015, annuncia una conferenza-spettacolo dal titolo “Mestre nel ’700. Una Versaglies in piccolo” il 18 dicembre al Laurentianum (istituzione culturale della parrocchia di San Lorenzo), per offrire “una lettura composita dell’importante patrimonio storico, artistico, architettonico e di tradizione di quel territorio che trovò nel ’700 il suo momento più significativo e denso di stimoli”; l’evento è promosso da “Mario Esposito, operatore culturale e manager teatrale, e Roberto Milani, con la collaborazione e il sostegno di Confesercenti e della Fondazione Pellicani. Tutti uniti per rilanciare l’identità della città”.

[11] Villa Durazzo come Versailles, tra manoscritti di Vivaldi e sfarzose feste. La rinascita di piazza Barche dal recupero del Canal Salso a oggi. Lo studio è firmato da Nannini, Vincenti ed Esposito, “La Nuova Venezia”, 25 ottobre 2018: gli interventi urbanistici proposti si inseriscono in un momento in cui Mestre “cerca una propria identità” e “sogna una valorizzazione del proprio passato”; ne parla Alessandro Marzo Magno, Villa Durazzo e l’antico splendore di Mestre: viaggio nella memoria, “Il Gazzettino”, 24 ottobre 2025, che parla di “piccola Versailles”, e scrive che il progetto “mira non solo a recuperare la memoria della vita culturale mestrina del Settecento, ma anche a restituire l’orgoglio a una città violentata dalla speculazione edilizia del dopoguerra”.

[12] Angelo Dolce, Mestre all’interno del sistema difensivo veneziano, “Pro loco Mestre Magazine”, I, 3, 2019, p. 8 (“una piccola Versailles scrisse lo stesso commediografo [Goldoni] in una commedia”).

[13] Michele Boato ricorda il passo di Goldoni (“Versailles in piccolo”) ricevendo il premio Argav 2019 l’11 dicembre 2019.

[14] Gianfranco Vergani, Mestre, il verde ed i suoi parchi, “Il Nuovo Terraglio”, 20 settembre 2020; la pagina facebook del Comune di Venezia, che illustra ville e parchi da visitare in città, si apre con la frase: «“Una piccola Versailles”: è questa la definizione che a fine Settecento Goldoni dà di Mestre»; siti turistici con consigli di itinerari urbani.

[15] Nicole Casagrande, Alla scoperta di Mestre in bicicletta, “Il Nuovo Terraglio”, 28 settembre 2020 scrive: «“Una piccola Versailles”: proprio così fu definita la città di Mestre da Carlo Goldoni sul finire del Settecento».

[16] Francesco “Chico” Brunello, Il verde, nonostante…, “Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre”, n. 42 (maggio-agosto 2021), pp. 8-9 rende conto dell’attività dell’associazione “Amico albero” per la salvaguardia di alberi e giardini a Mestre, città «chiamata dal Goldoni “una piccola Versailles”».

[17] L’interrogazione del Gruppo Consiliare del PD 7 maggio 2022 (firmata da Paolo Ticozzi, Monica Sambo, Alessandro Baglioni, Alberto Fantuzzo, Giuseppe Saccà, Emanuela Zanatta), “Risarciamo Mestre dalla perdita di Parco Ponci con un parco nell’area delle ex serre vicino al cimitero di Mestre”, ricorda tra altre cose il fatto che “la città di Mestre sul finire del Settecento veniva descritta da Carlo Goldoni come una piccola Versailles” (disponibile online).

[18] La prima di una serie di nove visite guidate, in bicicletta, promosse nei mesi di settembre-ottobre 2025 dall’associazione ABC-Ambiente Bene Comune (“Mestre in bici-Storia di una grande città”), aveva per titolo Mestre “piccola Versailles”… e tanto altro (il programma disponibile online).

[19] Carlo Goldoni, La cameriera brillante, a cura di Carlo Cuppone, introduzione di Paolo Puppa, Marsilio, Venezia 2002, pp. 115-116.

[20] Carlo Goldoni, Memorie, III, Giuseppe Antonelli, Venezia 1830, p. 123.

[21] G.P., Progetto per l’erezione di un gran ponte congiuntivo Venezia con la terraferma, Tipografia Giuseppe Picotti, Venezia 1830, p. 14.

[22] Si veda www.discoverymestre.com/il-teatro-balbi-di-mestre/.

[23] Rimando all’edizione Carlo Goldoni, Le smanie per la villeggiatura, in Opere, a cura di Gianfranco Folena, Mursia, Milano 1969, “L’Autore a chi legge”.

[24] Le ville venete cit., p. 328.

[25] Piero Bergamo, Presentazione, in Luigi Brunello, Mestre cit., disponibile online.

[26] Piero Brunello, Una gondola a Feltre (2021), in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna-Verona 2022, pp. 195-209.

[27] Rinvio all’incipit della mia relazione introduttiva al primo convegno promosso da storiAmestre e MCE a Mestre nel marzo 1988: “Avessimo nella nostra città insigni monumenti, vetuste opere architettoniche, rovine imponenti e resti di un nobile passato, o potessimo vantare antenati illustri e fatti d’arme di cui andar fieri, non sarebbe forse difficile ricamarci sopra una storia, più o meno mitica, più o meno critica, con tanto di stemmi, genealogie, progenitori rispettabili, e infine un posticino nel Pantheon nazionale, dai Romani al Risorgimento con una appendice resistenziale, passando naturalmente – e col debito rispetto – per il paterno dominio della Serenissima. Ma così, venendo da agglomerati di cemento che la maggior parte di noi ricorda tirati su alla meno peggio da cantieri edili che schizzavano da un punto all’altro di un territorio, agricolo o coperto di canneti, che cosa siamo venuti a raccontarci?” (Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre. Atti del convegno Sala del Consiglio di Quartiere Carpenedo Bissuola Mestre 25-27 marzo 1988, Arsenale, Venezia 1990, p. 13). Nella Presentazione agli Atti, Domenico Canciani delineava i compiti civici, didattici e storiografici che derivavano da “una estraneità”, “una separatezza” dei quartieri dal centro città (pp. 9-12). I rapporti tra centro-Mestre, ex comuni autonomi e periferie sono al centro del volume Associazione storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova Dimensione, Portogruaro 1990 (nello stemma di Mestre c’è l’acronimo MF, cioè “Mestre Fidelissima”, s’intende a Venezia). A distanza di tempo sarebbe interessante analizzare le vicende e gli esiti di queste prospettive civiche e storiografiche.

Archiviato in://, Generi di discorso, Storiografia Piero Brunello

Manifestazioni sul Ponte della Libertà

28/10/2025 Piero Brunello // Storiografia

Il blocco del Ponte della Libertà da parte di circa 25mila persone il 3 ottobre 2025 in prospettiva storica e comparativa: confini mentali, memoria culturale, riti metropolitani e globali. Appunti per una ricerca.

Il blocco del ponte automobilistico che unisce Venezia alla terraferma durante la manifestazione del 3 ottobre 2025, che abbiamo documentato in queste pagine, suggerisce una ricerca sul Ponte della libertà come luogo di manifestazioni. Ci sono stati altri blocchi nel passato? da parte di chi? con quali obiettivi?

Appunti preliminari per una possibile ricerca

1. Cronache e storiografia. Maggiori manifestazioni operaie degli anni Cinquanta-Sessanta:

a. 14 marzo 1950, volantinaggio davanti ai cantieri Breda, la polizia spara, sassaiola in risposta; il giorno dopo sciopero generale, con manifestazione in Piazza San Marco (canzone di Gualtiero Bertelli, La Breda)[1].

b. 1 agosto 1968, dopo un primo blocco del cavalcavia di Mestre e di quello di san Giuliano, gli operai occupano i binari della stazione di Mestre (canzone di Gualtiero Bertelli, Primo d’agosto Mestre ’68)[2].

c. 3-5 agosto 1970, in via Fratelli Bandiera, scontri tra Celere e operai delle imprese di Porto Marghera aiutati da abitanti di Ca’ Emiliani, barricate, picchetti davanti alle fabbriche[3].

Questi esempi portano a pensare che nel repertorio delle manifestazioni operaie, nel periodo di massimo sviluppo di Porto Marghera, il blocco del Ponte della Libertà non fosse previsto, nemmeno quando i cortei erano così imponenti da poter sfidare i divieti della polizia.

2. Ricordi personali: 30 settembre 1974. Una manifestazione di circa duecento abitanti del Villaggio San Marco, dopo una serie di agitazioni per avere una scuola materna pubblica in quartiere (l’unica era tenuta dalle suore), blocca il Ponte della Libertà, per raggiungere poi il Municipio di Venezia.

3. Ricerche online, sapendo che si possono ricavare dati solo da cronache recenti (15-20 anni):

a. 18 novembre 2009, mattina. Corteo operaio dell’Alcoa promosso dalla Fiom-Cgil provinciale contro i licenziamenti (3000 per la Questura, 8mila per gli organizzatori) da via Righi a Venezia; blocco del ponte in vista di un incontro in Prefettura; informata in anticipo, la polizia municipale di Venezia chiude al traffico il ponte dalle 9 alle 10,30[4].

b. 10 dicembre 2012. Corteo di lavoratori dell’azienda Pilkington di Porto Marghera blocca il ponte per circa quattro ore, in previsione della partecipazione a un Consiglio comunale a Mestre sulla sorte della fabbrica a rischio di chiusura[5].

c. 27 marzo 2021. Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, provenienti dal Tronchetto (300 secondo il Gazzettino) bloccano il ponte per circa 15 minuti, lanciando “slogan d’accusa verso i settori dello Stato che hanno ‘dimenticato’ i lavoratori dello spettacolo”[6].

d. 23 aprile 2021. Manifestazione indetta dal Sindacato Generale di Base dell’ACTV, blocco del ponte all’altezza della deviazione per il Tronchetto, la Digos identifica una ventina di lavoratori, minacciate denunce per manifestazione non autorizzata e possibili sanzioni da mille a quattromila euro[7].

e. 14 dicembre 2022. Sei attivisti di Ultima Generazione bloccano per circa venti-trenta minuti il Ponte della Libertà, fino all’arrivo della polizia; striscione: “Ultima generazione unisciti a noi”[8]. (Ultima Generazione è un movimento che conduce azioni di protesta eclatanti contro i cambiamenti climatici).

4. Tenere presente gli elementi del paesaggio. Il Ponte della Libertà, che corre a fianco di quello ferroviario, è lungo un po’ meno di quattro chilometri. «La segnalazione “Venezia” – ha osservato Luca Pes – non compare all’altezza del confine comunale, ma all’imboccatura del ponte della Libertà»[9]. A metà ponte una piazzola con una colonna e i cannoni puntati verso la terraferma ricorda la resistenza di Venezia all’esercito austriaco nel 1848-49. Sulla destra verso Venezia (laguna sud) si vedono le fabbriche della Prima Zona Industriale; a sinistra (laguna nord) si vedono atterrare gli aerei all’aeroporto Marco Polo.

Prime ipotesi di ricerca

1. Dal 1950 agli anni Settanta, i luoghi presidiati dai cortei operai che provengono da Porto Marghera sono i confini della zona industriale: il cavalcavia e la stazione di Mestre, che dividono Mestre dalle fabbriche; via Fratelli Bandiera che corre tra gli stabilimenti e la città di Marghera (oltre a essere contigua al territorio solidale di Ca’ Emiliani); a volte il cavalcavia di San Giuliano alla fine di via Righi, la strada cioè che costeggia la prima zona industriale. Il presidio dei confini vuole significare che la forza operaia sta nelle fabbriche, che il conflitto sociale e politico avviene nei luoghi di lavoro[10].

Nel 1950 un grande corteo operaio si chiude in piazza San Marco a Venezia, città ancora sede delle associazioni operaie (a cominciare dalla Camera del Lavoro), e retta da una giunta social-comunista, con sindaco Giobatta Gianquinto. Dopo di allora i cortei operai attraversano Mestre, che in trent’anni passa da circa 60mila a quasi 180mila abitanti, per chiudersi con un comizio in piazza Ferretto. I cortei che sfilano per corso del Popolo e si chiudono in centro non sono una sfida, ma ribadiscono che Mestre (come prima lo era stata Venezia) è una città operaia.

2. A partire dagli anni Settanta il presidio del ponte avviene in nome non dell’antagonismo di classe, ma dei diritti di cittadinanza; chi manifesta non avanza rivendicazioni in quanto lavoratore/lavoratrice, ma in quanto cittadino/cittadina (di un Comune, di una Regione, di uno Stato).

Blocchi operai del ponte non sono mancati negli anni Duemila, ma sono avvenuti in un territorio deindustrializzato, e quando ormai Venezia e Mestre vedono nella zona industriale un attacco alla salute e all’ambiente. I cortei operai non si rivolgono alla città, e neppure si svolgono in città, ma chiedono ascolto presso le autorità, in una trattativa con la Prefettura (Alcoa, 2009), o per spingere Comune e Regione a prendere posizione (Pilkington, 2012). Striscioni di manifestanti della Pilkington davanti il municipio di Mestre dopo il blocco del ponte della Libertà: “Orsoni – Zaia / 175 famiglie / rovinate e voi / silenzio…”, e: “Istituzioni / politici – fate / qualcosa”[11]; gli slogan dei Lavoratori dello spettacolo che una decina di anni dopo hanno bloccato il ponte accusano “i settori dello Stato” che li hanno dimenticati.

L’unico blocco del ponte che ricorda i cortei operai è quello attuato nel 2021 dal sindacato di base dell’Actv: ma in questo caso il Ponte della Libertà non è quello che divide/unisce Venezia e Mestre, ma il confine che delimita il luogo di lavoro (concentrazione a piazzale Roma di uffici, capolinea di autobus, tram, mezzi di navigazione).

3. Il blocco del Ponte della Libertà del 3 ottobre 2025 si volge in uno scenario mondiale. Manifestazioni Pro Palestina con blocco dei ponti: New York (Brooklyn Bridge, 8 gennaio 2024); Londra (Tower Bridge, 24 febbraio 2024); San Francisco (Golden Gate Bridge, 15 aprile 2024); Istanbul (Ponte di Galata, 1 gennaio 2025), Sidney (Sidney Harbour Bridge, 3 agosto 2025), Dublino (O’ Connell Bridge, 21 agosto 2025); Venezia-Mestre (Ponte della Libertà, 3 ottobre 2025).

4. Chiedersi infine se il significato del blocco del Ponte della Libertà sia da cercare non negli obiettivi dichiarati, ma nel rito in sé e nella performance.

È la prima volta che il Ponte della Libertà viene bloccato da due cortei che partono uno da Venezia e uno da Mestre: rito di gemellaggio? un modo per riaffermare una città metropolitana basata sul decentramento, di fatto mai attuata?

Allan Kaval, giornalista francese, osserva che la manifestazione veneziana del 3 ottobre ha bloccato il ponte che collega la città “alla terraferma e al turismo di massa”[12]. Sulla scia di No Bezos la giornata del 3 ottobre è un modo con cui l’attivismo civico a Venezia (ma anche a Mestre, città di alberghi e B&B) si riappropria degli spazi urbani?

Nota. In copertina acquarello di Lanfranco Lanza (2019), particolare. 


[1] Breda, marzo 1950. L’intervento del sindaco Giobatta Gianquinto. Le cronache di Gianni Rodari, a cura di Mirella Vedovetto, postfazione di Giorgio Molin, storiAmestre, Mestre 2005 (quaderni di storiAmestre, 1).

[2] Porto Marghera/Montedison. Estate ’68, a cura di “Potere Operaio” di Porto Marghera, edito a cura del centro G. Francovich-Firenze, Edigraf, Segrate (Milano), ottobre 1968, disponibile online.

[3] Cesco Chinello, I “negri” di Porto Marghera, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 2, 1994, pp. 14-15; si veda Michele Boato, La lotta continua. Da Giustizia e Libertà ai Cristiani di base, dal ’68 veneziano alle barricate di Marghera ’70, libri di Gaia, Mestre 2019, con foto e documenti.

[4] La protesta dell’Alcoa. Ponte della Libertà bloccato. Mille operai in corteo, “La Nuova Venezia”, 19 novembre 2009; Migliaia di operai sul ponte. La rabbia dei metalmeccanici contro la chiusura delle fabbriche, “La Nuova Venezia”, 20 novembre 2009; Orsola Casagrande, E a Fusina tute blu pronte a fare il bis, “Il manifesto”, 21 novembre 2009.

[5] Lavoratori della Pilkington sul ponte. Striscioni e bandiere, traffico in tilt, “Corriere del Veneto”, 11 dicembre 2012.

[6] 300 lavoratori dello spettacolo bloccano il Ponte della Libertà, “Il Gazzettino.it”, 27 marzo 2021.

[7] Sciopero e rabbia dei lavoratori Actv Il ponte bloccato l’incontro con Seno, “Nuova Venezia”, 24 aprile 2021; ACTV di Venezia: l’attacco delle istituzioni e la difesa dei lavoratori, in“L’ordine nuovo. Rassegna di politica e cultura comunista”, 11 maggio 2021; Gloria Bertasi, Venezia, Ponte della libertà bloccato, arrivano le multe ai lavoratori ACTV, “Corriere del Veneto”, 21 giugno 2021.

[8] Clima, attivisti bloccano il Ponte della Libertà a Venezia, in GEA-Green Economy Agency, 14 dicembre 2022; Protesta degli attivisti di Ultima generazione a Venezia: bloccato il Ponte della Libertà, a cura di Biagio Chiarello, “fanpage.it”, 14 dicembre 2022.

[9] Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, p. 2398 (il saggio pp. 2393-2435, ora disponibile online).

[10] Piero Brunello, Una città disciplinare [2004], in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (Verona) 2023, pp. 208-209.

[11] Una foto disponibile online.

[12] Allan Kaval, Una generazione contro il genocidio, “Internazionale”, 10 ottobre 2025 (corrispondenza per “Le Monde”, l’originale datato 4 ottobre 2025).

Archiviato in://, Storiografia Piero Brunello

Dove sono finiti i pesci?

06/02/2025 Francesco Visentin // Storiografia

Appunti sul romanzo di Wu Ming 1, Gli uomini pesce; un romanzo geografico, con protagonista il delta del Po; trasformare gli spazi in luoghi, grazie al racconto storico; immaginare il futuro nell’epoca dell’innalzamento del mare Adriatico.

Giovedì 17 ottobre, sono a Venezia e un amico mi chiama per chiedermi se riusciamo a incontrarci perché ha un regalo per me. Lo conosco, sarà sicuramente un libro. Due ore dopo sono in treno, direzione Udine, con la mia copia de Gli uomini pesce appoggiata sul sedile. Dovrei correggere delle tesi, ma per un geografo la mappa delle valli di Comacchio di Elisée Reclus in copertina è quasi un richiamo ipnotico, vista l’importanza che il suo lavoro ha ancora oggi nell’interpretare lo spazio geografico come un prodotto sociale. Non resisto, chiudo il computer e decido di leggere qualche pagina, ed ecco un’altra mappa: le terre del Delta, il Delta storico, o Delta grande, o meglio l’area che si estende senza confini precisi dal fiume Adige a nord fino alle valli di Comacchio e ancora più a sud, nel Ravennate. Area che trova a est il confine del mare ma verso ovest entra nella pianura a intensità variabile senza un preciso limite.

Due indizi però non fanno geografia, perché “correlation is not causation”. Inizio il libro, e a p. 9, la prima, leggo: “I media parlavano di emergenza idrica, paventavano razionamenti, rubinetti aperti invano nelle nostre case. Io pensavo ai pesci. Cosa capita ai pesci quando un fiume striminzisce e agonizza? Dove vanno? […] Il Po era debole, stremato, e l’acqua dell’Adriatico lo risaliva. Si chiamava ‘cuneo salino’, e ogni anno batteva nuovi record. Il fiume più lungo e possente d’Italia non riusciva più a raggiungere il mare”.

E dopo due pagine, presentando il personaggio del soundscape artist Sonic, Wu Ming scrive:

“Normalmente si andava a vedere il Po, lui invece voleva udirlo… Sì. Sarebbe stato un pellegrinaggio, un tributo a Ilario, che il Po lo aveva vissuto, amato, raccontato, e purtroppo aveva fatto in tempo a vederlo così”.

Immediatamente si cristallizzano negli occhi le immagini dell’estrema siccità che ha contraddistinto l’estate 2022 in tutta Europa, tanto che nel letto di alcuni fiumi sono affiorate le Hungerstein, le pietre della fame, cioè dei massi in cui erano incisi dei messaggi dai toni apocalittici, come “Se mi vedi, stai piangendo”, un monito a ricordo delle pesanti siccità passate.

Ora, più che ipnotizzato, sono leggermente spiazzato: già dopo le prime pagine mi trovo di fronte a due indizi, impliciti a dire il vero, ma che iniziano a far girare gli ingranaggi di quella che per il momento è solo una congettura.

Il primo è relativo a quello che potrebbe sembrare un grimaldello narrativo, una constatazione eccentrica, che alcuni potrebbero bollare – poco garbatamente – come un vezzo dei “soliti ambientalisti”: nell’emergenza idrica chiedersi dei pesci. Lo ammetto, me lo sono chiesto anch’io tutta l’estate del 2022, ma a dire il vero, me lo domando ogni volta che guardo un corso d’acqua. Dove sono finiti i pesci, le rane, i gamberi? Con un atteggiamento probabilmente ingenuo, forse sciocco. Al di là di questa consonanza di pensiero, questa tensione verso la vita dentro ai fiumi, è il primo punto che mi annoto e che poi ritroverò. Sono di fronte a un qualcosa che già dall’inizio vuole accompagnarti verso un cambio di prospettiva: tentare di non mettere noi umani sempre al centro del dibattito, ma di provare a ribaltare la visione antropocentrica e autocentrata verso una più aperta e relazionale dell’ambiente.

Il secondo indizio è forse ancora più affascinante: sono forse di fronte a un libro che mette al centro lo spazio, anzi la geografia? Ma soprattutto mi viene immediatamente in mente il lavoro di alcuni colleghi (Anna Salmond, Gary Brierley e Dan Hikuroa) pubblicato nel 2019 nella rivista Policy Quarterly (vol. 15, n. 3) intitolato Let the Rivers Speak: thinking about waterways in Aotearoa New Zealand. E quindi ascoltare un fiume, come Sonic, assume una diversa sfumatura, alla luce del fatto che nell’articolo i fiumi sono analizzati come agglomerati complessi di rocce e acque (studio geo-idrologico), di piante, di animali e di persone. Una specie di etnografia fluviale che permetta di considerare e miscelare un’ampia gamma di conoscenze proveniente sia dalle scienze naturali che da quelle sociali, in grado di interrogare e tenere in considerazione anche la mätauranga taiao, cioè la conoscenza ancestrale (Maori in questo caso) come sapere utile a una visione integrata dell’ambiente.

Proseguendo con la lettura, aumentano le sottolineature e si infittiscono gli appunti. In men che non si dica gli indizi diventano sempre di più, e non solo per la comparsa di quella che forse è una delle protagoniste del libro, Antonia. Ho scritto “forse” e “una” per un motivo a cui tra poco darò risposta. Ça va sans dire, Antonia non poteva che essere una geografa con la passione per le aree di bonifica e per i territori di transizione: insomma per quei paesaggi che diamo per scontati ma che hanno vissuto delle radicali trasformazioni negli ultimi cento anni. Paesaggi il cui esito oggi sono “lo spopolamento e la rarefazione sociale” (p. 88) e che oggi rappresentano la cartina di tornasole non solo di un fallimento socioeconomico ma anche di quelli che saranno gli effetti del riscaldamento globale.

A seguire, da p. 90 vengono infilati in serie i nomi di alcuni geografi e geografe (di area bolognese o patavina) che hanno fatto la storia della disciplina o quella dello studio delle bonifiche, a partire da Lucio Gambi per arrivare a Franco Farinelli, passando per Marina Bertoncin e Federica Letizia Cavallo, come per Paola Bonora e Stefano Piastra. In pratica inizia pian piano a solidificarsi una impressione sempre più insistente. Non che manchino i riferimenti diretti agli storici come nel caso dei “mari di terra” di Emilio Sereni (p. 58) o quelli indiretti agli studi agrari e sulla bonifica di Franco Cazzola. Sia chiaro.

Nonostante ciò, i tre piani temporali attraverso cui è costruita la narrazione (durante la Resistenza, negli anni ’70, e ai giorni nostri) non servono solo a oliare gli ingranaggi del plot delle vicende umane e a magnetizzare l’attenzione del lettore, ma mi sembra possano rientrare in una strategia di trasporto narrativo verso il vero protagonista dell’intero romanzo: la geografia del Delta del Po. O meglio, una narrazione attraverso la quale si costruisce il “personaggio” Delta del Po.

Ma tornando all’argomento centrale, i punti iniziali che avevano in qualche modo preannunciato un romanzo geografico tornano costantemente nel libro. La biografia del paesaggio deltizio viene ricostruita in modo significativo, grazie ai personaggi che sembrano quasi delle maschere che si muovono nel paesaggio-teatro del romanzo per raccontare la geografia del territorio e i rischi del riscaldamento globale. Mi limito ad alcune suggestioni, anche per evitare l’effetto spoiler per chi non avesse già letto il libro: uno è il tema dell’abbandono – controllato – o “contro-bonifica” (pp. 149-150). Già accennato alle pp. 92 e 93, usando lo stratagemma del meta-libro di Antonia Igor Mortis (titolo che devo dire mi ha strappato un ghigno e più), è un ragionamento fondamentale di geografia sovversiva perché si tratterebbe di tornare a mescolare la terra all’acqua e non continuare nella strada della netta separazione, continuando a pretendere solidità, linearità e certezza dove abbiamo cambiamento e trasformazione. È un vicolo cieco perché si tratta di cambiare il territorio, cosa che però presuppone un cambio di paradigma sostanziale perché dovremmo assumere delle posture non antropo-centrate. Un abbandono visto solo dalla prospettiva umana e non come fattore di co-esistenza, un campanello suonato all’inizio parlando dei pesci ma che diventa una argomentazione più ampia quando viene trattato il tema del ritorno del lupo in alcune aree del Mezzano (pp. 375-384).

Un secondo punto molto interessante è quello relativo all’idea di “far respirare i fiumi” (tornare a udirne la voce, appunto) e quindi provare a dare spazio alle pertinenze fluviali, ragionare sull’allargamento, cioè assumere una prospettiva d’acqua e non di terra. Ma proprio su questo punto a p. 378 troviamo un altro indizio sulla centralità del pensiero geografico perché il naturalista Gennaro, che sta guidando un gruppo di visitatori tra cui la stessa Antonia nella zona di Argenta, dice che “siamo dentro una cassa di espansione per le piene di questi fiumi, e guai se non ci fosse, perché qui confluisce quasi tutta l’acqua che dall’Appennino scende nel bolognese […] i fiumi s’ingrossano, e a volte esondano, e devono avere luoghi così dove possono allargarsi, e notate che non ho detto spazi ho detto luoghi”.

E come fa notare Antonia, la sfumatura, e cioè il passaggio da spazio a luogo è prettamente geografica, come precisa qualche riga dopo sempre Gennaro: “Quando si dice ‘dare spazio al fiume’ si parla in termine di superficie, di metratura, perché si ragiona sulla mappa […] servono dei luoghi viventi, che col fiume siano in simbiosi, luoghi con le loro specificità, e cui avere cura. Purtroppo, si va nella direzione opposta” (p. 385).

È forse normale trovare quel che si vuole in un libro, e si capisce. Tutti noi lo facciamo, tutti noi cerchiamo correlazioni. A volte sembrano pure esplicite. È quello che è stato definito effetto Heisenberg e cioè nel corso dell’analisi, lo scienziato interagisce con l’oggetto dell’osservazione per cui ne consegue che l’oggetto osservato si rivela non come è in sé stesso bensì in funzione dell’analisi. Succede con la fisica, figurarsi con un libro. Ma un contributo a far saldare le correlazioni che vedevo all’inizio è arrivato anche dalla lettura dell’esperimento di scrittura collettiva firmata con lo pseudonimo Moira Dal Sito dal titolo Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende (Edizioni Alegre, 2020). Nell’introduzione a cura di Wu Ming 1 emerge la stessa tensione verso l’analisi territoriale del Delta che poi verrà riversata ne Gli uomini pesce. Tensione che diventa inclinazione e che è confermata dalla pubblicazione sul blog Giap del manifesto collettaneo Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica (2024) in cui attraverso una serie di punti si delinea un pensiero-paesaggio grazie al quale provare a leggere il Delta odierno ma anche a immaginare quello del futuro.

A rendere plastici i diversi indizi accumulati ha contribuito moltissimo la partecipata e affollata occasione pubblica di confronto con Wu Ming 1 alla presentazione del libro, il 18 dicembre 2024 presso il centro culturale Zenobia a Venezia.

A un mondo (come a uno studio) ci si avvicina piano piano, perché è pretenzioso risalire all’esatta sorgente di una storia. Chi racconta non è mai soltanto un narratore, perché per narrare ha dovuto ascoltare, leggere, parlare, informarsi e vedere. Una storia alla fine si svolge nello spazio e come per un fiume o per un ruscello è meglio procedere con circospezione e cautela: nascono dall’incontro di rivoli o da piccoli zampilli o da una serie di polle quasi invisibili, e solo per convenzione si può stabilire qual è il corso principale o quale sia la sorgente. Nell’introduzione a Quando qui sarà tornato il mare l’autore ha scritto esplicitamente che questa è una di quelle “opere di avvicinamento al futuro libro” (p. 36). Ebbene s’, c’è già tanto, e si vede lo studio preparatorio come anche la Geografia che si fa Storia.

Oltre a questo, mi sembra che tra le righe ci possa essere una questione geografica ancor più ampia del Delta (una volta si sarebbe parlato di “geografia regionale”): cioè la possibilità di vedere la geografia come immaginazione per rileggere un territorio, quasi omogeneo nei suoi pattern geografici, che va da Monfalcone a Cervia. Da trattare tutto assieme. Perché probabilmente le terre dell’arco adriatico sono accomunate da schemi e da pattern socio-culturali riconoscibili. Se analizziamo i fattori che hanno portato alla trasformazione di questo ampio territorio, per esempio la bonifica del Mezzano o quella avvenuta sopra Caorle, questi sono simili e sono spesso l’esito della combinazione di fattori istituzionali-tecnici-economici ripetuti e ripetibili. Come anche le trasformazioni di corsi d’acqua quali il Cormor, il Reno e il Gorzone: tutti rispondono a logiche identiche e equivalenti. Queste combinazioni sono in grado di generare quei frammenti in cui la moltiplicazione del quasi uguale in realtà ci pone di fronte la specificità dei luoghi e al tempo stesso ci dovrebbe far riflettere sull’universalità dei fenomeni che rendono lo spazio uguale a sé stesso. Infatti, se noi prendessimo e studiassimo delle “porzioni” di questo paesaggio-esteso probabilmente si potrebbero incontrare matrici generative, che ci permetterebbero di entrare nelle pieghe flessibili della trasformazione attraverso le quali si è arrivati alle odierne geografie d’acqua.

Sempre nell’introduzione a Quando qui sarà tornato il mare si svela e prende corpo l’attenzione per la narrazione dello spazio attraverso il tempo, capovolgendo l’assunto. È ovvio, non c’è spazio senza tempo, e non c’è tempo senza spazio, la storia e la geografia non sono dei lontani parenti, ma delle sorelle, forse gemelle. Eppure, ne Gli uomini pesce assume plasticità una sorta di geo-fiction, un libro che va oltre, sconfina, che ci traghetta dal romanzo storico a quello geografico. È un manifesto del romanzo geografico in cui la Storia è chiaramente necessaria e non rappresenta solo uno sfondo, sia chiaro, ma diventa utile soprattutto per parlare di Geografia. O meglio per dare vita a quel processo alchemico-letterario di trasformare gli spazi in luoghi agglutinando i tre piani temporali ma soprattutto celebrando un felice connubio geo-storico: un libro cronotopico!

Ovviamente, come è già stato notato in moltissimi articoli e recensioni, i temi del libro sono moltissimi e forse proprio questa pluralità e coralità di contenuti lo rende cangiante e mesmerico. E per tornare all’inizio di questa breve riflessione, mentre la maggioranza delle pagine iniziava a occupare la parte sinistra del dorso del libro, mi è sembrato che l’invito dell’autore fosse quello di prendere in considerazione una prospettiva idro-centrica che ci consentirebbe di ricercare e pensare altri futuri. Senza sottrarci dal ragionare a proposito di abbandono e/o di trasformazione, anzi, perché, per citare uno scambio epistolare tra me e l’autore del 7 novembre 2024: “se la rinaturalizzazione non è un ‘ritrarsi organizzato’, gestito, curato dagli stessi soggetti che avevano artificializzato, cioè noi, il processo rischia di andare a ramengo”.

I paesaggi d’acqua non sono solo il luogo del “rapporto interrotto” tra esseri umani e ambiente naturale. Sarebbe una visione riduttiva quella di considerare il tentativo di controllare gli effetti di un sistema climatico variabile attraverso la tecnica solo come una storia di alterazione, distruzione e di intrusione degli umani nella natura. È invece necessario tenere in debita considerazione come l’acqua sia stata e tutt’ora sia l’agente dominante del rapporto tra esseri umani, non-umani e ambiente; dove la miscela tra capacità istituzionale, emancipazione dei cittadini, tecnica e cultura, economia e società ha generato quell’ibrido paesaggistico che sono le geografie d’acqua del Delta del Po.

Bibliografia

Sandro Abruzzese, Marco Belli, Davide Carnevale, Cassandra Fontana, Sergio Fortini, Marco Manfredi, Michele Nani, Giuseppe Scandurra, Wu Ming 1, Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori, “Giap” online, 2 dicembre 2024, url: https://www.wumingfoundation.com/giap/2024/12/tornare-nel-delta-al-tempo-della-crisi-climatica/

Moira Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende, Edizioni Alegre, Roma 2020.

Ann Salmond, Gary Brierley, Dan Hikuroa, Let the Rivers Speak: thinking about waterways in Aotearoa New Zealand, “Policy Quarterly”, 15, 3), 2019, pp. 45-54.

Wu Ming 1, Le “terre nuove” destinate a scomparire (raccontate prima che arrivi il mare), in Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare, cit., pp. 7-40

Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Einaudi, Torino 2024.

L’autore. Francesco Visentin è professore associato in geografia presso l’Università degli Studi di Udine dove insegna Geografia Umana. Si interessa di paesaggio prestando particolare attenzione allo studio dei rapporti tra comunità antropiche e morfologie idrauliche. Conduce attività di ricerca su: patrimonio e patrimonializzazione, l’evoluzione dei paesaggi quotidiani e marginali, gli impatti del turismo sulle comunità e sugli immaginari paesaggistici e le dinamiche dell’abbandono. Si occupa anche delle relazioni che intercorrono tra le pratiche geografiche e quelle artistiche.  Tra le sue ultime pubblicazioni: Geografie d’acqua: paesaggi ibridi (Marsilio, Venezia 2024); con Federica Cavallo e Francesco Vallerani, Arcipelago delle maree. Esplorare gli incerti confini della Venezia Anfibia (Cafoscarina, Venezia 2023); con Francesco Vallerani Waterways and the Cultural Landscape (Routledge, London-New York 2018).

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Il futuro dall’interno del MOSE

12/01/2025 Holden Turner // Storiografia

Un giovane ricercatore in Environmental Humanities spiega come l’esistenza del MOSE (il sistema di dighe mobili costruito per proteggere Venezia e la laguna dall’“acqua alta”) disciplini la relazione tra città, laguna e mare, e strutturi rapporti sociali, le gerarchie di interessi e il modo di immaginare il futuro. Una diga, destinata a essere un giorno abbandonata, impone un paradigma di salvaguardia di un patrimonio che impedisce agli abitanti di pensare alternative.

1. I protocolli del MOSE

Un ingegnere all’Arsenale Nord mi dice che lavorare con il MOSE significa prendere decisioni. Chi lavora al MOSE usa una serie di protocolli per identificare e organizzare gli eventi di acqua alta[1]. A partire da oltre una settimana in anticipo su ogni evento, questi protocolli regolano il modo in cui i tecnici dovranno reagire alle condizioni meteorologiche. Da essi scaturisce la decisione di attivare o meno il MOSE. Se si decide di struccare il botón, di premere il pulsante, il protocollo lascia la possibilità di una serrata comunicazione tra le squadre di previsione meteorologica e le squadre di attivazione, che decidono quando attivarsi, quali barriere devono essere alzate e per quanto tempo devono rimanere alzate. A causa di questi protocolli, l’ambito di lavoro del MOSE è permeato da un “conto alla rovescia”: un’anticipazione costante degli eventi all’orizzonte.

Un evento viene previsto con un anticipo di dieci giorni rispetto al momento in cui si manifesterà a Venezia. Le squadre dell’Arsenale Nord esaminano i loro modelli e identificano i periodi di avvicinamento in cui l’acqua potrebbe salire oltre i 100 cm sopra il livello locale del mare. Attualmente, il MOSE viene attivato per qualsiasi evento superiore a 110 cm, e teoricamente non al di sotto di questa soglia (anche se ci sono già delle eccezioni). Tuttavia, l’incertezza meteorologica ha portato gli ingegneri a inserire un margine di errore di 10 cm in tutte le previsioni. Cioè, se la previsione è di 100 cm ma poi i venti cambiano all’ultimo minuto e l’acqua raggiunge i 110 cm a Venezia, il sistema MOSE sarà comunque pronto. Ogni singolo periodo di acqua alta al di sopra della quota stabilita dallo Stato riceve un numero: il primo della stagione sarà 001, il secondo 002 e così via. In questo modo, i protocolli di previsione prendono un fenomeno fluido – il ciclo delle maree guidato dalle condizioni meteorologiche – e isolano alcuni periodi in cui è particolarmente significativo.

La suddivisione del tempo lineare in eventi acquatici crea un evento politico equivalente ma distinto. A un certo punto, molte realtà distinte vengono riunite in un’azione coordinata intorno a questo periodo di alta marea. Al T-48, ovvero quarantotto ore prima dell’evento, i tecnici verificano i dati meteorologici con il Centro Marea ed eseguono una simulazione su modello per decidere i tempi ideali per alzare e abbassare le barriere. Informano la Capitaneria di Porto che le bocche saranno chiuse. Si coordinano anche con il porto di Chioggia per avvisare i pescatori di rientrare prima della chiusura e contattano via radio i servizi di emergenza. “È una comunicazione costante,” mi dice un operatore coinvolto in questo processo. Al T-9, nove ore dall’evento, le squadre del MOSE dislocate alle bocche di porto ricevono la conferma finale che eseguiranno il processo di attivazione. Molti di loro sono dipendenti “normali” ma poi, come descrive una sindacalista, “entrano in una cabina telefonica per cambiarsi, indossano un nuovo costume” quando sono chiamati ad alzare le barriere. Si sistemano ed eseguono test per assicurarsi che il sistema funzioni.

Al T-9, le previsioni sono sempre più certe ma, in effetti, i falsi allarmi sono stati piuttosto comuni nei primi anni di funzionamento del sistema. Una volta mi è stato mostrato un rapporto di venti eventi di acqua alta durante la stagione 2023-2024, e circa la metà di essi erano evidenziati in rosso per falso allarme. In quel caso, il team di previsione si confronta con il triangolo decisionale (commissario del Consorzio Venezia Nuova [CVN], sovrintendente della città e commissario del MOSE) e poi dice alle squadre di andare a casa. Questo è frustrante per i lavoratori che si sono preparati per l’evento. Uno di loro sorride, ricordando “le parolacce, le maledizioni tra le squadre” quando è stato dichiarato un falso allarme al T-2. Il periodo che precede l’evento di attivazione mette in allarme e crea una certa tensione tra coloro che leggono il meteo e coloro che gestiscono il sistema.

Infine, al T-0, c’è una decisione finale coordinata tra i tre commissari, le squadre di previsione e la sala di controllo centrale di Lido-Treporti per attivare il MOSE. “Quando si è sicura che è l’ora giusta, la quota giusta, per sollevare”, si invia un segnale a tutte e tre le squadre di attivazione per alzare le barriere, mi dice una tecnica. I pannelli gialli si alzano nel giro di trenta-quaranta minuti, e poi le squadre continuano a monitorare la situazione fisica: il vento nell’Adriatico, i livelli dell’acqua nella laguna. “Anche durante il MOSE – mi dice –, quando il MOSE è chiuso, si comunica ogni ora, dicendo che guarda ancora ancora ancora ancora, e poi tra un’ora noi tiriamo giù, poi vi diciamo che tutte le paratoie sono zavorrate al fondo, e poi ricomincia il flusso attraverso le bocche”.

Da questi protocolli di conto alla rovescia traggo due insegnamenti. Primo: il sistema si basa fondamentalmente su decisioni umane. Chiedo a un ingegnere se il sistema possa mai essere automatizzato, e lui mi risponde di no. È stato provato altrove, ma c’era sempre il timore che si chiudesse su una nave o altro. Il MOSE non funzionerà mai “senza la testa d’uomo”, mi dice. I protocolli di conto alla rovescia sono fatti per essere flessibili, non algoritmici. Richiedono un’intensa conoscenza non solo di come leggere i modelli meteorologici, ma anche di come negoziare tra i diversi attori umani locali che dipendono dal passaggio tra la laguna e il mare. Inoltre, tutti coloro che lavorano al MOSE sono ben consapevoli che l’intero sistema lagunare soffre se le barriere vengono alzate troppo a lungo.

In secondo luogo, i protocolli di conto alla rovescia concentrano le risorse su eventi puntuali e circoscritti. Si tratta di una disposizione decisiva per la vita quotidiana a Venezia: operai specializzati sono posizionati in modo da impedire con precisione e accuratezza che la laguna si innalzi oltre i 110 cm sopra il dato locale, anche con il tempo più burrascoso. Tuttavia, questa focalizzazione temporale trasmette un particolare rapporto di difesa dall’acqua. L’uso di tecnologie di previsione e di scenario per identificare, prepararsi e organizzarsi intorno a un evento puntuale abitua gli operatori del MOSE, e i residenti che ricevono i loro avvisi via SMS, a vedere l’alta marea come una minaccia eventuale che deve essere anticipata e disinnescata di routine. In questo senso, non è molto diverso da come molte narrazioni inquadrano il cambiamento climatico come una “catastrofe a venire”[2]. In effetti, le forze armate degli Stati di tutto il mondo sono molto concentrate sul cambiamento climatico e lavorano per anticipare gli eventi che potrebbero minacciare lo status quo della società. Anche gli attivisti per il clima spesso inquadrano il futuro come una sorta di conto alla rovescia verso un evento apocalittico.

I protocolli di conto alla rovescia del MOSE prestano troppa poca attenzione agli altri ritmi del tempo implicati nel più ampio sistema lagunare. Per esempio, le barene accumulano la maggior parte dei loro nuovi sedimenti durante i periodi di mareggiata, e quindi gli eventi di chiusura limitano la loro capacità di tenere il passo con l’aumento del livello del mare[3]. I protocolli riducono invece i cambiamenti di marea a lungo termine a una serie di eventi quantificati e quantificabili che possono essere gestiti a beneficio di alcuni attori sociali secondo una logica neo-insulare. Al momento dell’evento-attivazione, il MOSE stabilisce infatti il tempo (cioè orario, meteo e ritmo) per tutte le altre realtà lagunari.

Osservo dunque che il MOSE non si rivolge tanto ai suoi partner intra-lagunari, quanto piuttosto li scavalca, in parte perché i protocolli di conto alla rovescia sono per lo più impostati per vedere il quadro a breve termine piuttosto che a lungo termine. Riorientare le operazioni su un orizzonte temporale più lungo, come alcuni operatori del MOSE già cercano di fare, potrebbe aumentare le possibilità di rispondere all’acqua alta con buone relazioni con la laguna.

Intermezzo. Due testimonianze

Dirigente sindacale. Via Ca’ Marcello, Mestre. Dicembre 2023.

“Quello che il MOSE rappresenta per noi è un problema per le attività portuali. A Marghera ci sono molte aziende che ricevono i loro materiali dal mare. Non solo petrolio, ma anche grano per i mulini, sabbia per la lavorazione del vetro, ecc. Quando il MOSE sale, come in quella situazione eccezionale di ottobre, allora gli imprenditori aspettano che le loro merci arrivino. E quando ci sono finestre aperte per far passare i trafficidal Canale dei Petroli, le navi da crociera vanno per prime (trasportano un ‘carico’ più rischioso delle altre) e gli imprenditori restano in attesa. Se ci vuole troppo tempo e se continua così, allora si dice: chiudiamo questa fabbrica e la apriamo altrove. Ma non c’è solo il MOSE, i problemi più grandi sono il cambiamento climatico e l’innalzamento del livello del mare…”.

Ingegnere del sistema MOSE. Arsenale Nord, Venezia. Febbraio 2024.

“Posso dirti una cosa personale che ho condiviso anche con [gli altri ingegneri], ogni tanto parliamo di queste cose qua: che gli ultimi due anni abbiamo percepito questo cambiamento proprio fisicamente, no? E non per aver letto sulla carta analisi di chissà chi, fatte chissà dove – è evidente che le quote si stanno alzando. Magari sono degli anni straordinari, non si sa se continuerà in maniera così incrementale oppure no, però negli ultimi due anni ci siamo accorti che… te ne accorgi proprio fisicamente, sulle analisi è un po’ difficile perché cambia un punto decimale, non te ne accorgi col passare del tempo… Abbiamo notato questo impatto… lo vedi, lo si vede, a occhio nudo, ecco, senza microscopio elettronico”.

Nota. Come ricercatore, devo aggiungere che è da tempo che gli scienziati indipendenti sono arrivati a un consenso all’impatto delle barriere mobili sul sistema lagunare. Per esempio: “La variazione locale delle velocità residue e istantanee della corrente è una conseguenza diretta delle nuove strutture alle bocche di porto e delle loro nuove profondità grazie al progetto MOSE”, scrivono Michol Ghezzo e colleghi (Michol Ghezzo, Stefano Guerzoni, Andrea Cucco, Georg Umgiesser, Changes in Venice Lagoon Dynamics Due to Construction of Mobile Barriers, in “Coastal Engineering”, 57 (7), 2010, pp. 694-708). Le maree più forti portano a una “allarmante accelerazione dell’erosione” e di conseguenza la laguna si sta “appiattendo”, riferisce un team guidato da Alessandro Sarretta nel 2009 (A. Sarretta, S. Pillon, E. Molinaroli, S. Guerzoni, G. Fontolan, Sediment Budget in the Lagoon of Venice, Italy, in “Continental Shelf Research”, 30 (8), 2010, pp. 934-949). Utilizzando rilievi del fondale lagunare risalenti al 1930, mostrano che la laguna sta diventando progressivamente più profonda e quindi “ad alta energia e più aperta”. Sorprende però che un ingegnere affermi che si riesce a osservare non solo l’impatto del MOSE ma anche l’innalzamento del mare “a occhio nudo” nel giro di pochi anni. Probabilmente vuol dire un’accelerazione del cambiamento lagunare, con tutte le conseguenze che nota il sindacalista.

2. Il MOSE come patrimonio

Al termine della conversazione con ogni operatore del MOSE, pongo una domanda aperta: quali altre preoccupazioni Lei ha per il futuro della laguna? Quasi all’unanimità rispondono che il problema principale di Venezia sarà l’innalzamento del livello del mare. Citano i progetti proposti: muri, idrovore, il porto offshore. Ma forse perché chiedo in termini vaghi, non ricevo mai una visione chiara di ciò che potrebbe succedere alla fine della storia del MOSE, lasciandomi l’impressione che il suo destino non sia ancora preso in considerazione. Sembra che il progetto di protezione di Venezia dall’acqua alta sia oggi in atto con la speranza che vada avanti abbastanza a lungo da non costringere nessuno di quelli che ci stanno lavorando a immaginare cosa succederà dopo. Nel frattempo, tutta l’attenzione è rivolta a far funzionare il MOSE a pieno regime.

In altri momenti delle nostre chiacchierate, però, sento che i lavoratori immaginano cosa sarebbe successo al MOSE se non ci fosse stato alcuno sforzo per mantenerlo in funzione. Un ingegnere mi fa notare che se l’Autorità per la laguna continua a ritardare, “dopo l’azione di salvaguardia. a un certo punto sarà un MOSE abbandonato, sotto acqua, perché nessuno saprà più alzarlo”. Il suo tono cupo mi evoca un’immagine del tutto opposta a quella dei luccicanti materiali promozionali del MOSE: penso a edifici di cemento fatiscenti e a pannelli gialli sbiaditi che vengono gradualmente coperti dai sedimenti lagunari, in attesa di essere ritrovati da futuri archeologi. Era questo che sarebbe successo se l’intero progetto di “salvare Venezia” si fosse fermato? Prima o poi, penso, sicuramente gli sforzi si affievoliranno e lasceranno il MOSE al mare.

Come un’infrastruttura che protegge altri pezzi di infrastruttura, il MOSE mette in atto una pratica di conservazione, una relazione di protezione verso il centro storico e le sue aree periferiche che restringe altre relazioni possibili. “La conservazione è l’opposto della trasformazione”, scrivono gli architetti Sevince Bayrak e Oral Göktas. “Il desiderio principale alla base dell’atto di conservazione è riportare l’Eroe ai suoi giorni di gloria, rispettare l’originale e l’autentico e non aggiungervi mai nulla”[4]. Forse Venezia è l’oggetto prezioso di una storia che ha come eroe il MOSE. L’unico modo per sostenere questa disposizione eroica è mantenere a tutti i costi il sistema di barriere, “recuperando questo momento di completezza e unità” nell’istante del suo completamento, altrimenti tutto è perduto, scrive DeSilvey[5]. Gli ingegneri con cui parlo lasciano intendere che se le barriere contro le mareggiate cadono in rovina, lo stesso vale per Venezia.

La città di Venezia è un sito del patrimonio mondiale dell’UNESCO, ma fattori quali l’eccessivo turismo, lo spopolamento e l’innalzamento del livello del mare hanno spinto l’organizzazione a considerare la possibilità di rimuoverla dalla lista, il che avrebbe ampie implicazioni per il suo riconoscimento come un prezioso complesso materiale meritevole di finanziamenti per la conservazione. In un editoriale della rivista Fortune Italia, Giorgia Meloni ha fatto intendere che “proteggere Venezia” attraverso il MOSE è stata una parte fondamentale di come “siamo riusciti a sventare” la “manovra anti-italiana”. Conclude con nazionalismo: “Senza veneziani non esiste Venezia. E senza Venezia non esiste l’Italia”[6]. Il MOSE è diventato un’ancora per il patrimonio nazionale. Meloni stabilisce l’identità di una popolazione unita contro il degrado e l’infiltrazione di forze esterne, tutto in linea con il conservatorismo che avviene a livello nazionale. Venezia come patrimonio conservato è iscritta come bene statale che si può contemplare da lontano ma non toccare o trasformare.

Pur essendo un nuovo arrivato nel complesso materiale della laguna, il MOSE stesso è un pezzo di patrimonio che continuerà a servire come un’ancora mnemonica per la comunità veneziana anche in futuro. Cosa rappresenterà esattamente è ancora oggetto di discussione e può dipendere dalla scala temporale che si considera. In un’ottica ventennale, il MOSE potrebbe essere ancora parte del meccanismo di protezione della città. La mia generazione potrebbe trovarsi invece a dover mantenere e a curare la storia dei grandi interventi tecnologici avviati negli anni Ottanta, e quindi questa infrastruttura potrebbe apparire come parte di un tessuto urbano che non si è mai adattato all’ambiente, ma vi resiste sempre.

Su una scala temporale di cento anni, tuttavia, la storia eroica del MOSE si interrompe. Poiché non si può continuare a chiudere la laguna a tutte le alte maree senza cambiare l’intero paesaggio acquatico regionale, le esigenze di adattamento cambiano[7]. Il MOSE diventa “non più un eroe, ma una struttura ordinaria in attesa di essere riscoperta”, scrivono Bayrak e Göktas[8]. È qui che le pratiche del patrimonio potrebbero dover cambiare. Se, tuttavia, prevale il paradigma della conservazione, il MOSE potrebbe essere semplicemente abbandonato o demolito in favore del prossimo progetto di stabilizzazione. Pochi vogliono vedere Venezia continuamente allagata: come altri grandi siti patrimonio dell’umanità ricchi di significato, “il suo disfacimento minaccia di disfare anche le nostre identità”[9]. Gli ingegneri che immaginano un MOSE corroso e non funzionante richiamano l’idea di fallimento, sconfitta e perdita. Ma anche questo immaginario è bloccato all’interno di un insieme ristretto di relazioni nell’ecologia morale delle infrastrutture. Come immaginare allora il MOSE in modo diverso, né come eroe nei suoi giorni di gloria né come eroe fallito?

Voglio suggerire che le pratiche di patrimonializzazione che si intrecciano con la trasformazione – in particolare con i processi di entropia e decadimento – possono riorientare il MOSE verso relazioni lagunari basate sulla cura. Pianificare adesso la fine della vita del MOSE apre la possibilità di creare disposizioni materiali che vadano oltre l’aggrapparsi a un sistema di conservazione che richiede sforzi e risorse estreme. Guardando alla scala millenaria di Venezia, il paradigma della conservazione si rivela come una memoria altamente selettiva dell’abitato passato, che solo alla fine del XIX secolo si è concentrata sulla conservazione degli artefatti e sul ripristino delle strutture del passato in uno stato congelato. Una pratica trasformativa del patrimonio, sostiene DeSilvey, è orientata verso l’orizzonte, chiedendosi che cosa il patrimonio materiale possa davvero fare per il futuro[10].

Se il MOSE è un sito di potenziale rielaborazione delle future relazioni lagunari secondo pratiche di trasformazione del patrimonio, allora noi residenti lagunari possiamo imparare da altri casi e narrazioni per prevedere ciò che del suo attuale stato storico può essere utile in futuro. In effetti, il progetto Amphibia di tre studenti dello IUAV tenta già di farlo attraverso una lente utopica. Imparando dagli ecologisti e dagli attivisti ambientali, suggeriscono che il modo migliore per rielaborare il MOSE è quello di seppellirlo: gli operai della laguna “posero le macerie sul fondale marino per rendere meno profonde le bocche di porto, per coprire il loro rigido e obsoleto sistema di protezione”, dice il narratore[11]. In termini di patrimonio materiale, la loro visione rappresenta un notevole passo in avanti rispetto al cupo futuro che gli operatori del MOSE avevano lasciato intendere. Amphibia mostra una comunità che si allontana da un progetto traumatico, cercando di guarire e andare avanti. Il progetto viene seppellito, mettendolo simbolicamente a riposo e contribuendo al contempo a spostare l’ecosistema lagunare verso uno stato deindustrializzato e più estuariale. Nelle parole di uno dei suoi creatori, questa soluzioneincoraggerebbe i residenti a “riscoprire le particolari modalità di vita e di lavoro della laguna”[12].

Qualsiasi movimento che si allontani dalla mentalità della conservazione richiede che i soggetti interessati si impegnino nella manutenzione di legami con qualcosa che sta cambiando. Non sarà dunque utile continuare a fare affidamento sul MOSE. Bisogna formulare altri protocolli che prevedano altri modi di vivere con le acque.

L’attuale dipendenza di Venezia dal MOSE significa che il destino di un’intera città sembra dipendere dal suo eroico funzionamento. Imparando invece da altri luoghi e dalle teorie sulle pratiche trasformative del patrimonio, la città e la laguna non sarebbero più oggetti statici di contemplazione, e i residenti non dovrebbero più affidarsi interamente al MOSE e al paradigma politico a esso associato per continuare a vivere in una regione costiera. Le comunità resistenti alle pratiche di “lasciar perdere” possono sentirsi minacciate perché non hanno altri modi chiari per commemorare il loro patrimonio materiale e trasmettere l’identità collettiva ai loro discendenti.

In un ambiente costruito privo di strutture eroiche, gli architetti Jane E. Jacobs e Stephen Cairns suggeriscono “architetture informali e incrementali, in cui alle persone viene concessa la libertà di rispondere al cambiamento e alla rovina alle loro condizioni, senza alcuna prescrizione”[13]. La chiave è che agli abitanti venga concesso il potere di trasformare; in spazi angusti è difficile vedere come i processi di decadimento possano “abbattere l’integrità di una sostanza… per rendere i suoi componenti disponibili per l’iscrizione in altri progetti”[14]. Il MOSE presenta un progetto che ha bisogno di un “lieto fine”, in modo che le sue componenti fisiche o narrative diventino parte di questi altri progetti che favoriranno le buone relazioni con il territorio. Come riformularlo attraverso migliori pratiche patrimoniali è una questione intricata ma non insormontabile per la generazione attuale, e avrà effetti a catena per i secoli a venire.

Nota. Holden Turner è ricercatore, attivista e scrittore con una laurea magistrale in Environmental Humanities presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dividendosi tra l’Italia e gli Stati Uniti orientali, cerca di capire le narrazioni contemporanee sull’innalzamento del livello del mare. Questo testo è il frutto delle ricerche svolte per la tesi di laurea magistrale sul futuro del MOSE e della laguna di Venezia (discussa nell’estate 2024, disponibile presso l’Università Ca’ Foscari http://dspace.unive.it/handle/10579/27327 e il sito personale dell’autore https://holdenturner.blogspot.com/p/essays-and-art.html); le interviste, da cui sono tratti alcuni brani in forma anonima, hanno avuto luogo nell’inverno 2023-2024.


[1] Ringrazio gli ingegneri e i tecnici che mi hanno permesso di partecipare alle visite alla Sala di Controllo e mi hanno chiarito alcuni elementi dei protocolli.

[2] Isabelle Stengers, Introductory Notes on an Ecology of Practices, in “Cultural Studies Review”, 11 (1), 2005, pp. 183-196.

[3] Davide Tognin, Andrea D’Alpaos, Marco Marani, Luca Carniello Marsh Resilience to Sea-Level Rise Reduced by Storm-Surge Barriers in the Venice Lagoon, in “Nature Geoscience”, 14 (12), 2021, pp. 906-911.

[4] Sevince Bayrak, Oral Göktas, Ghost Stories: The Carrier Bag Theory of Architecture, ListLab, Barcellona 2023, p. 42.

[5] Caitlin DeSilvey, Curated Decay: Heritage Beyond Saving, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2017, p. 13.

[6] MOSE Ingegno Italiano, “Fortune Italia”, numero monografico, novembre 2023, p. 13; scaricabile online (dopo registrazione) presso il sito della Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità: https://vsf.foundation/download-pubblicazione/.

[7] Georg Umgiesser, The Impact of Operating the Mobile Barriers in Venice (MOSE) under Climate Change, in “Journal for Nature Conservation”, 54, 2020.

[8] Bayrak, Göktas, Ghost Stories, p. 22.

[9] DeSilvey, Curated Decay, p. 13.

[10] Ivi, p. 178.

[11] Nathan Fredrick, Flore Guichot, Francesco Lombardi, Amphibia: A Utopia for Venice, Post-Masters, IUAV, Venezia 2021, p. 113; consultabile online: https://issuu.com/emu_amphibia/docs/amphibia (si veda anche https://www.youtube.com/watch?v=6-NVoggmmz4).

[12] Comunicazione personale con Francesco Lombardi.

[13] Stephen Cairns, Jane M. Jacobs, Buildings Must Die: A Perverse View of Architecture, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts 2014, p. 187.

[14] DeSilvey, Curated Decay, p. 11.

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Previsioni del tempo 

23/12/2024 Piero Brunello // Storiografia

Laguna e Terraferma: due sguardi e due storiografie. Nuove prospettive nell’epoca dei cambiamenti climatici. Storia del MOSE scritta dal futuro.

1. Qualche settimana fa mi hanno chiesto un intervento d’occasione: come un editore “di terraferma”, la veronese Cierre, si occupa di temi veneziani. Ho scelto di cominciare dalla prima pubblicazione, uscita nel 1995 e dedicata alla laguna, perché in quei giorni mi era capitato sotto gli occhi un documento dal titolo Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori, fatto circolare il 31 ottobre scorso in occasione della presentazione a Ferrara del romanzo di Wu Ming 1, Gli uomini pesce (Einaudi, Torino 2024), e ora consultabile nel sito dei Wu Ming. Il testo, frutto di un lavoro collettivo di ricerca svolto negli ultimi due anni, guarda al Delta del Po cercando di immaginare come il mare Adriatico, se le attuali previsioni sono fondate, sconvolgerà nel corso del secolo che stiamo vivendo l’area costiera dalle Marche a Trieste. La seconda cosa che mi ha fatto a riprendere in mano il libro sulla laguna è il conflitto, nelle ultime settimane emerso in modo esplicito, tra le esigenze di Venezia e della laguna e quelle del porto commerciale di merci e passeggeri: con le paratoie del Mose che si alzano sempre di più per impedire al mare di sommergere la città, le navi non possono più entrare in laguna. Mi ha fatto anche riflettere la notizia della nascita di nuove isole dentro la laguna come il Bacàn, la striscia di terra che si formava in estate per essere distrutta dalle maree d’inverno, e che ora è diventata stabile e in crescita, mentre al contrario le barene subiscono un forte processo di erosione.

2. Non ho partecipato al volume La laguna, del resto allora non avevo ancora pubblicato con Cierre. Ricordo però che andai a prendere alla stazione di Santa Lucia Gerardo Gerard, coordinatore editoriale del volume, che non conoscevo. In Cierre conoscevo invece ed ero amico, grazie all’amicizia con Mario Tonello, di Irene Insam e Corrado Brigo, e in seguito di Maurizio Miele. Ricordo questo perché un editore è una rete di relazioni.

Era la prima volta, mi disse Gerard, che Cierre sbarcava, per così dire, in laguna. I saggi erano affidati ai migliori studiosi. Ricco l’apparato iconografico, e altrettanto la scelta di schede tematiche. Si capisce perché dalla metà degli anni Novanta Cierre sia diventato un interlocutore serio e affidabile per quanti si occupano di storia di Venezia.

Il libro voleva essere un contributo alle accese discussioni di quel periodo. Il progetto di Expo era stato da poco bloccato da una grande mobilitazione cittadina e internazionale; la progettazione esecutiva del MOSE aveva appena ottenuto il parere favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ma aspettava ancora la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che sarebbe stata negativa. Nell’introduzione del volume Angelo Marzollo, responsabile di un progetto Unesco relativo a Venezia, definiva il progetto di Expo 2000 un “kitch avveniristico” che ricordava l’auspicio di Marinetti di una Venezia moderna sostanzialmente cementificata, e si augurava che il volume potesse essere un “significativo contributo ad una vera salvaguardia di Venezia e della sua laguna” (p. XXI); Giovanni Caniato, uno dei tre curatori del libro (gli altri erano Eugenio Turri e Michele Zanetti), concludeva il suo saggio con l’auspicio che gli amministratori prendessero consapevolezza dei problemi e dell’urgenza con cui dovevano essere affrontati (p. 247).

Riassumendo i contributi del volume, e soprattutto quelli di Vladimiro Dorigo e di Ernesto Canal, Eugenio Turri sottolineava il fatto che la laguna è una costruzione fatta da “uomini che, a un certo momento della loro storia, hanno visto il mare minacciare i loro insediamenti (in età romana l’attuale territorio lagunare era centuriato e quindi popolato)”, e hanno costruito uno spazio lagunare (pp. 5-8), per poi difenderlo dai pericoli dell’interramento.

E la situazione al momento in cui usciva il libro? Allarmante: i fenomeni di eustatismo e di subsidenza verificatisi nel corso del Novecento potevano portare alla fine della laguna. Come all’epoca di Cristoforo Sabbadino, nel Cinquecento, la sopravvivenza della laguna sembrava affidata alla difesa dalle minacce provenienti dalla terraferma: non più solo dal corso dei fiumi che interravano la laguna e apportavano inquinamento agricolo, ma anche dalla zona industriale che minacciava quello che veniva definito un “fragile” e “delicato” equilibrio. Porto Marghera, peraltro in fase di smantellamento, rivelava la propria “incompatibilità con la laguna” (Turri, La valva, p. 31).

Il clima culturale e politico di fine millennio spiega la struttura del libro, cha mette a fuoco l’origine e l’evoluzione dell’ambiente fisico lagunare (livello e caratteristica delle acque, flora e fauna) in rapporto al governo idraulico e ambientale del territorio; oltre a questo il libro dedica molta attenzione alle attività e ai mestieri tradizionali, compresi i lavori all’Arsenale; nessun interesse invece per la presenza del porto (come ho detto, il MOSE non era ancora stato approvato).

3. A trent’anni di distanza è interessante inserire questo volume nel clima culturale e politico di fine Novecento, caratterizzato da quello che pochi anni dopo, nella Storia di Venezia edita dalla Treccani, Luca Pes definiva una nuova ideologia veneziana, neo-insulare, che si focalizza “sulla città e la laguna intese come espressione di una civiltà e di una storia”: riscoperta della dimensione acquea della città (si pensi all’invenzione della Vogalonga); trasformazione di Porto Marghera da “polmone economico della città” a minaccia; idea della “unicità esclusiva” di Venezia; fine del modello della “Grande Venezia”[1]. 

È altrettanto interessante mettere a confronto questo sguardo con quello che sugli stessi temi di storia ambientale si andava sviluppando in terraferma. Il tema è la diversione dei fiumi, portati fuori dalla laguna e fatti sfociare in mare. A Venezia si ammetteva che questa diversione era stata attuata tra “incertezze, arretramenti e riprese”, “tentennamenti, sperimentazioni e, non di rado, insuccessi” (sono parole rispettivamente di Dorigo, in La laguna, p. 186, e di Caniato, in La laguna, p. 230): tuttavia era vista come un inconveniente necessario per uno scopo superiore, ovvero la salvaguardia della laguna. In terraferma invece, penso al Centro di documentazione storico-etnografica del Veneto orientale “Giuseppe Pavanello” di Meolo, il taglio del Sile era visto come “un’autentica calamità”, che aveva seppellito la via Annia, reso impraticabili canali, campi e strade, e condannato alla malaria “i villani della bassa trevigiana”[2].

Siamo dinanzi ai confini mentali che dividono e contrappongono laguna e terraferma, di cui Luca Pes, nel saggio che ho ricordato, fece un attento inventario agli inizi del Duemila[3]. Pochi anni dopo, i comitati sorti a Mestre in risposta agli allagamenti del 2006-2007 ritagliarono un territorio che inizia alle risorgive e si ferma al bordo della laguna[4]; e viceversa l’attivismo civico messo in atto a Venezia dopo la sequenza di acque alte eccezionali del novembre 2019 non ha oltrepassato il ponte della Libertà[5].

4. Si possono unire questi sguardi? I recenti studi di Luigi D’Alpaos e Luca Carniello, che suggeriscono di reintrodurre in modo controllato l’acqua dolce dei fiumi e favorire il canneto in alcune aree della laguna, sono un esempio di uno sguardo che mette assieme corso dei fiumi, laguna e mare, acque dolci e acque salate[6]. Ma a mettere ancor più in discussione l’esistenza di due sguardi separati e di due storiografie – una di terraferma e una lagunare – sono i mutamenti climatici in atto. Se diamo credito alle stime, entro il 2100 (e oggi siamo già a un quarto di secolo), l’innalzamento del livello del mare Adriatico sarà dagli 80 ai 140 cm: naturalmente il mare continuerà prevedibilmente a crescere anche dopo il 2100… In altre parole, a nord e a sud di Venezia, il territorio rischia di andare sotto acqua. “E a che servirà il MOSE se l’acqua entrerà e dilagherà tutt’intorno?”: questa è la domanda posta dall’opuscolo ricordato in apertura, che vede Venezia e la sua laguna come “parte di un ben più vasto sistema di zone umide e territori in bilico tra terra e acqua”[7]. Il documento suggerisce di fare della laguna e del Mose un laboratorio per analizzare eventi, modelli di sviluppo, interventi e soluzioni su scala globale. Chissà come sarebbe strutturato oggi un nuovo volume, sempre pubblicato da Cierre, sui temi di Venezia, dei corsi d’acqua e della laguna: che sia arrivato il momento di pensarci?

Nota. L’immagine di apertura è un dettaglio della mappa dell’area settentrionale dell’Adriatico nell’anno 2100 con il mare più alto di 3 metri rispetto a oggi, allestita dall’artista Alex Tingle a partire dal 2006 nel suo progetto Flood Maps. La mappa intera è disponibile all’indirizzo https://flood.firetree.net/?ll=45.1475,11.7861&zoom=8&m=3&type=hybrid.

L’incontro a cui Piero Brunello si riferisce all’inizio dell’articolo si è tenuto giovedì 5 dicembre 2024, presso la Biblioteca Nazionale Marciana (Una riuscita esperienza editoriale a servizio del patrimonio culturale immateriale di Venezia, nell’ambito di “Storie sotto el fèlze”, ciclo di incontri organizzati da el fèlze, dall’associazione dei mestieri che contribuiscono alla costruzione della gondola – XXI edizione).


[1] Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, II, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2398-2406 (il saggio alle pp. 2393-2435; è ora disponibile anche online: https://www.treccani.it/enciclopedia/gli-ultimi-quarant-anni_(altro)/).

[2] Guida ai luoghi e ai temi di Giuseppe Pavanello, a cura di Mario Davanzo e Guido Perissinotto, Nuova dimensione, Portogruaro 2007, pp. 58-59; La storia orale di… Mario Davanzo, Meolo (Venezia), a cura di Stefano Cattelan, 3 gennaio 2022, in https://www.aisoitalia.org/storia-orale-mario-davanzo/.

[3] Un inventario delle mappe mentali e delle parole per definire il territorio nella seconda metà del Novecento in Pes, Gli ultimi quarant’anni cit., pp. 2393-2398.

[4] Acque alte a Mestre e dintorni. Storie, luoghi, persone (2006-2012), a cura di M. Luciana Granzotto, M. Giovanna Lazzarin, Quaderni di storiAmestre 13, Mestre 2013.

[5] Piero Brunello, Venezia a Mestre. Mappe mentali e idee di città [2019], in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna (Verona) 2022, p. 157.

[6] Luigi D’Alpaos, Luca Carniello, Sulla reintroduzione di acque dolci nella laguna di Venezia, in 26. Giornata dell’ambiente. La salvaguardia di Venezia e della sua Laguna. In ricordo di Enrico Marchi, Atti dei Convegni Lincei (Roma, 5 giugno 2008), Scienze e lettere, Roma 2010, pp. 113-146 (disponibile online: http://www.image.unipd.it/l.carniello/publications/PDF/D’Alpaos&Carniello_LINCEI2010.pdf).

[7] Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori, in https://www.wumingfoundation.com/giap/2024/12/tornare-nel-delta-al-tempo-della-crisi-climatica/.

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Luisa Mangoni (1941-2014)

05/06/2024 Tommaso Munari // Storiografia

Ricordo di una storica che voleva far sentire la voce di testi e documenti, «liberandoli da ogni incrostazione e sovrapposizione ideologica posteriore».

Complimentandosi con lei per il saggio introduttivo alla raccolta di scritti di storia contemporanea di Delio Cantimori pubblicata nel 1991, l’11 aprile di quell’anno Giulio Bollati scriveva a Luisa Mangoni: «Altro tuo merito non da poco – anche se va a scapito della facilità di lettura – è l’estremo rigore con cui accetti, traducendolo e annotandolo solo il minimo indispensabile, il linguaggio di Cantimori e lo segui dall’interno nei tempestosi meandri di una logica fortemente segnata in senso personale»[1]. Con questa osservazione Bollati mostrava di aver colto alla perfezione la chiave di un metodo di ricerca che sintetizzerei così: Mangoni parlava la lingua delle sue fonti. Dalle fonti la storica traeva infatti non solo dati, notizie e testimonianze, ma anche parole, formule e categorie. Oltre a sollecitare il continuo confronto con i documenti, le sue opere invitano a calarsi nel contesto in cui furono prodotti, a comprenderli, per così dire, dall’interno.

Sulla scorta di una distinzione proposta dal linguista Kenneth Pike, Carlo Ginzburg ha spesso sottolineato l’importanza di far dialogare una prospettiva di ricerca incentrata sulle categorie degli osservatori (etic, da phonetics) con una incentrata su quelle degli attori (emic, da phonemics)[2]. Per Mangoni, invece, le categorie degli storici devono necessariamente coincidere con quelle delle fonti, pena il fraintendimento di queste ultime. Ne discende che lo studioso ha il dovere di porsi al livello dei documenti, accettarne il «linguaggio» e penetrarne i «meandri», tempestosi o no che siano.

La monumentale storia della casa editrice Einaudi che pubblicò nel 1999 si apre così: «Nel giugno del 1940 Leone Ginzburg veniva inviato al confino a Pizzoli, in Abruzzo. Lasciava in sospeso, tra le molte cose incompiute, anche quel progetto editoriale della casa editrice Einaudi che aveva contribuito a delineare e nel quale aveva progressivamente investito la maggior parte del suo impegno». Si entra subito nel vivo di una ricerca che si chiude, mille pagine dopo, in modo altrettanto netto: «Un’altra stagione, e un’altra storia, della cultura italiana e della Einaudi si apriva con un libro “estremo” [L’istituzione negata a cura di Franco Basaglia] che sembrava cogliere tutti i succhi di un sessantotto che stava per cominciare»[3]. Tra questi due estremi si snoda una storia trentennale ricostruita in modo rigorosamente induttivo in cui tutte le questioni affrontate nel libro discendono da una fitta trama di documenti e l’unica chiave fornita al lettore è racchiusa nell’efficace titolo Pensare i libri.

Adriano Prosperi ha parlato del suo «modo di comprendere indagando»[4], ma le parole più adatte per descrivere il metodo di Mangoni mi sembrano quelle di Franco Venturi da lei stessa citate in una relazione del 2007 sulle sue lettere da Mosca: «narrare, col massimo di ampiezza possibile, citando il più largamente possibile i testi e i documenti, facendo sentire la loro autentica voce, liberandoli da ogni incrostazione e sovrapposizione ideologica posteriore»[5]. Solo se liberati da queste incrostazioni, i documenti tornano a parlarci e a suggerirci nuove interpretazioni.

Le categorie di «cesarismo» e «bonapartismo» utilizzate da Roberto Michels nel 1911 per descrivere l’organizzazione dei partiti moderni[6]; la distinzione fra «fuorusciti» ed «estromessi» proposta da Carlo Rosselli in una lettera del 1929 alla madre Amelia[7]; la formula «interventismo della cultura» rispolverata da Giuseppe Bottai nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia[8]; la questione dell’«incivilimento» degli italiani sollevata da Leone Ginzburg in una lettera a Benedetto Croce del 1943[9]; l’espressione «generazione perduta» impiegata da Giaime Pintor per sottolineare la responsabilità storica del fascismo[10]; la «necessità della cronaca» rivendicata da Gianfranco Piazzesi e lo speculare «bisogno di filologia» avvertito da Antonio La Penna nell’immediato dopoguerra[11]: sono tutte formule, distinzioni o categorie che Mangoni rintracciava negli epistolari o nelle riviste del tempo, e poi analizzava, discuteva e tematizzava nei suoi saggi.

E dalle fonti traeva anche le fondamentali periodizzazioni, talvolta spiazzanti ma sempre persuasive. Lei stessa, del resto, in un saggio del 1996 non solo segnalava la difficoltà di porre scansioni cronologiche al di fuori di uno specifico tema di studio, ma sottolineava che la percezione che gli scrittori hanno del proprio tempo «è parte costitutiva di un discorso di storia della cultura e interferisce perciò sulle sue stesse periodizzazioni, fino, per certi versi, a condizionarle»[12]. Non è un caso che sia un dibattito editoriale – quello del 1963 sull’inchiesta di Goffredo Fofi sull’Immigrazione meridionale a Torino – a determinare il termine ad quem della sua storia dell’Einaudi.

L’influenza che esercitò su di lei l’incontro con Delio Cantimori e Renzo De Felice, conosciuti all’Istituto italiano per gli Studi storici di Napoli nel 1964-65, appare evidente sia sul piano metodologico sia su quello tematico. Meno immediata, ma altrettanto importante fu quella del filologo Salvatore Battaglia, con il quale si laureò all’Università di Napoli nel 1964 con una tesi su Vasco Pratolini (ma il prescelto era stato inizialmente Francesco Algarotti). Com’è noto, Battaglia è stato l’ideatore e il direttore del Grande dizionario della lingua italiana che, sul modello del vocabolario di Tommaseo, fornisce non solo la definizione di ciascuna parola, ma anche le sue attestazioni. Ogni vocabolo, attraverso ampie e compiute citazioni degli autori che lo hanno utilizzato nel corso del tempo, viene sottratto all’«immobile astoricità» del suo significato corrente «per sentirsi rivivere e ripalpitare d’attualità nel corpo dell’espressione, dove soltanto gli è possibile caratterizzarsi come frammento di vita concreta, evocazione dell’intelletto, immagine di poesia»[13]. Collocare la parola nel corpo dell’espressione e, analogamente, il testo nel suo contesto storico sembra essere anche la costante preoccupazione dell’autrice di L’interventismo della cultura (1974), Una crisi di fine secolo (1985), In partibus infidelium (1989) e Pensare i libri (1999).

Mangoni ereditò da Battaglia anche una certa insofferenza per il presente storico, che attualizza e appiattisce. Era solita ripetere che i documenti ci parlano all’imperfetto, il quale consente allo storico di muoversi liberamente nel tempo, remoto o prossimo che sia, e ritornare al presente solo nel momento interpretativo, come dimostra ad esempio questa pagina di Pensare i libri: «Uno dei fattori che hanno contribuito a innestare profondamente la storia della Einaudi nella cultura italiana, ben al di là dei confini di un lavoro editoriale, è anche la sua capacità di intessere la propria memoria di gruppo con una memoria collettiva. Assieme alle riunioni settimanali che costituivano una sorta di laboratorio, è proprio questa memoria interna tenacemente trasmessa e resa comune, a fare dell’Einaudi un unicum nel panorama editoriale di quegli anni. Nomi come quelli di Leone Ginzburg o di Giaime Pintor sarebbero probabilmente scomparsi, come tanti altri ne scomparvero, senza questa cura assidua da parte dell’Einaudi nel tutelare e trasmettere qualcosa che era sentito come patrimonio comune, la cui assimilazione era anche parte del processo di integrazione dei nuovi redattori»[14].

È forse ovvio, ma non inutile sottolineare come un’osservazione di questo tipo possa derivare solo da uno studio approfondito dei percorsi individuali e dal netto rifiuto di qualunque semplificazione, come conferma anche la sua recensione a un saggio di Mirella Serri su Giaime Pintor, nel quale veniva rimarcato in modo tendenzioso il suo iniziale consenso al fascismo[15].

Come dovrebbe fare ogni buon recensore, per prima cosa Mangoni descriveva il contenuto del libro; poi lo collocava nel contesto storiografico; quindi elencava le fonti utilizzate dall’autrice, fra cui gli scritti politici e letterari del Sangue d’Europa (1950), le pagine autobiografiche del Doppio diario (1978) e alcuni documenti inediti sui tre convegni dell’Unione degli scrittori europei tenutisi a Weimar tra il 1941 e il 1942, all’ultimo dei quali aveva partecipato anche Pintor. Fatto noto da tempo, che tuttavia Serri utilizzava per avvalorare la tesi che il suo antifascismo era maturato solo dopo l’8 settembre e che la sua immagine di eroe della Resistenza andava quanto meno ridimensionata.

La recensione di Mangoni si chiudeva con questa affermazione: «Appiattiti sul fascismo secondo quella che sta divenendo una nuova vulgata tesa a sostituire l’altra che li appiattiva sull’antifascismo, si rischia ancora di perdere quanto di inquieto ed inquietante, di faticoso e di articolato questi itinerari di uomini, non eroi per sempre ma tanto meno “eroi per caso”, ci testimoniano. La ricchezza del Doppio diario finirebbe così con l’andare smarrita, ma non fino al punto da consentire con il rammarico che oggi [il fratello] Luigi Pintor dichiara di provare per averlo fatto pubblicare. Di questo e della possibilità che ci ha dato e ci dà di tornare ai testi gli siamo ancora grati»[16]. Ancora un volta l’irrinunciabile rinvio ai testi e l’ammonimento che sempre da lì dobbiamo ripartire.

[1] La lettera è riprodotta nell’opuscolo fuori commercio Giulio Bollati. Lo studioso, l’editore [Bollati Boringhieri, Torino 2002] alle pp. 102-103. Il volume di Delio Cantimori è Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), a cura di Luisa Mangoni, Einaudi, Torino 1991. Il saggio introduttivo di Mangoni, intitolato Europa sotterranea, è alle pp. XIII-XLII.

[2] Carlo Ginzburg, Le nostre parole, e le loro. Una riflessione sul mestiere di storico, oggi (2012), in Id., La lettera uccide, Adelphi, Milano 2021, pp. 69-86.

[3] Luisa Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta, Bollati Boringhieri, Torino 1999, pp. 3 e 944.

[4] Adriano Prosperi, Leone Ginzburg nell’opera di Marisa Mangoni, «Studi storici», a. 56, 2015, n. 3, Luisa Mangoni storica della cultura, p. 601.

[5] Franco Venturi, Il populismo russo, 3 voll., Einaudi, Torino 1972, I, pp. XIV-XV. Il passo è citato da Mangoni in Le lettere da Mosca di Franco Venturi: un percorso (1947-1950), Fondazione Giangiacomo Feltrinelli Papers, 2007, p. 5.

[6] Luisa Mangoni, Cesarismo, Bonapartismo, Fascismo, «Studi storici», a. 17, 1976, n. 3, pp. 41-61.

[7] Ead., Ebraismo e antifascismo, «Studi storici», a. 47, 2006, n. 3, pp. 65-79.

[8] Ead., L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Laterza, Roma-Bari 1974, pp. 3-92.

[9] Ead., Introduzione, in Leone Ginzburg, Lettere dal confino 1940-1943, a cura di Luisa Mangoni, Einaudi, Torino 2004, pp. VII-XX.

[10] Mangoni, Pensare i libri cit., pp. 166-283.

[11] Ead., Civiltà della crisi. Gli intellettuali tra fascismo e antifascismo, in Storia dell’Italia repubblicana, I: La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Einaudi, Torino 1994, pp. 617-718.

[12] Ead., La cultura: periodizzazioni e apocalissi, in Novecento. I tempi della storia, a cura di Claudio Pavone, Donzelli, Roma 1997, p. 93.

[13] Salvatore Battaglia, Presentazione, in Grande dizionario della lingua italiana, vol. I, Utet, Torino 1961, pp. V-VI.

[14] Mangoni, Pensare i libri cit., p. 849.

[15] Mirella Serri, Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazista, Marsilio, Venezia 2002.

[16] Luisa Mangoni, Giaime Pintor eroe non per caso, «La Repubblica», 2 giugno 2002.

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