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Storiografia

Un viaggio nel mondo dei morti

23/04/2026 di Piero Brunello || Letture Storiografia

Leggere un libro che racconta cronache giudiziarie del 1571-1572 dall’Archivio del Comune di Castelfranco Veneto. Rilevanza degli eventi e spaesamento, sguardo storico e tonalità del racconto: il passato è un mondo esotico in cui ci pare di scorgere qualche tratto familiare.

1. Botte da orbi di Fabio Bortoluzzi “esamina e racconta una voluminosa busta conservata nell’Archivio Storico Comunale di Castelfranco Veneto. La busta è la n. 18 della serie Reggimenti. Consta di 1700 carte e copre all’incirca un anno e mezzo, dal marzo 1571 all’ottobre 1572”[1]. Spiega l’autore nella Premessa che quella serie è stata “il primo archivio che ho visto, nell’estate del 2002, quando ancora non sapevo cosa fosse, e a cosa servisse, un archivio. Avevo letto un libro, Cineografo di banditi su sfondo di monti di Gigi Corazzol[2], e volevo sapere se di storie come quelle che Corazzol aveva trovato nell’Archivio storico del comune di Mel fosse rimasta traccia anche in quello di Castelfranco. È andata a finire che faccio l’archivista di lavoro”.

2. Quello di Bortoluzzi, che per mestiere è appunto funzionario archivista, ora in servizio presso l’Archivio di Stato di Vicenza e la dipendente sezione di Bassano del Grappa, è un bel libro. Quando un libro è scritto bene, come questo, si dice che si legge come un romanzo. Questo senso di inferiorità della storia nei confronti della narrativa non lo capisco. Ci sono romanzi scritti bene e romanzi scritti male, così come ci sono libri di storia ben scritti e libri storia brutti. E questo è un bel libro di storia. Certo, Fabio Bortoluzzi ha imparato molto – e si sente – dalla lettura di narratori come Gigi Meneghello e Luciano Bianciardi. Ma questo rimane un libro di storia.

Nell’introduzione scrive: “mentre ti aspetti che la Storia serva a rendere familiare lo sconosciuto capita l’esatto contrario, e cioè che girando le carte anche il passato che credevi familiare si rivela estraneo, tutto si complica, tutto diventa più ricco” (p. 8). Bortoluzzi dice di aver ripreso questa frase da una conversazione che avevamo avuto. Sì, lo constatiamo ogni giorno: la realtà supera il romanzo e per questo continuiamo a studiare storia. Caso mai non si comprende perché si preferisce che la realtà divenga materia per opere di finzione anziché per libri di storia. 

Il periodo raccontato in questo libro è quello in cui, se si leggono i libri di storia veneta, l’evento importante che succede è la battaglia di Lepanto. Nel libro la battaglia di Lepanto non c’è, però sta sullo sfondo come una minaccia incombente. “Quello del vagabondo è da sempre un mestiere difficile – scrive Bortoluzzi –, ma nel 1571 di più: Venezia è in guerra coi turchi, alle galee servono braccia in surplus” (p. 47). I vagabondi arrestati vanno consegnati ai Provveditori all’armar e messi al remo, i Podestà subiscono pressioni dall’alto per raccattare uomini. Chi mette le mani su un vagabondo ha diritto alla taglia. Viene preso Domenego Favero, già giudicato inabile alla galea dopo essere stato colpito da due frecce in “una scaramuccia che fece col corsaro” quand’era ai remi in una galea di messer Marcantonio Foscarini. Chiamano due medici. Lo trovano “mal disposto, et pien di mal franzoso”, e con una ferita al piede che va “da banda a banda”. Il giudizio clinico è che in quelle condizioni non sopravviverebbe alla galea, però “potrebbe servir alla galea se non per pianèr per segondo, et se non per segondo per terzicchio”. Una nota ci spiega che i termini “pianèr”, “segondo” e “terzicchio” indicano la posizione dei forzati sulla panca del remo; il terzicchio è il vogatore più vicino al mare (p. 19).

3. Grazie a una ricerca storica, l’invisibile diventa visibile, un paesaggio fino a quel momento familiare diventa sconosciuto; e proprio per questo, proprio perché cessa di confermare le cose che conosciamo già e che ci aspettiamo di trovare, proprio per questo riusciamo a conoscerlo. Come si seppellisce una neonata quando non ci sono soldi per una cassa di legno? La si mette tra due coppi (p. 15).
Qualcuno ha detto che la storia è un viaggio nel mondo dei morti. Ma chi fa storia ne parla come se i protagonisti fossero vivi. È questo a dare alla storia una dimensione essenzialmente tragica, e ad assegnare una così grande importanza alla scrittura, cioè al tono di voce di chi compie il viaggio. Fabio Bortoluzzi lo sa. Si mette ai margini della scena, cambiando spesso angolo di visuale e ascolta: cioè dà la parola. Per lo più resta attonito. Descrive le modalità tecniche della tortura – con la corda, con il fuoco – e non commenta. Per non parlare dell’individuazione del colpevole. “Basta un fascicoletto di venti carte e una pagina per sapere come sono andate veramente le cose? – si chiede – La domanda è retorica ma, a scanso di equivoci: no” (p. 17).

4. L’autore entra raramente in scena, forse una volta o due, e quando lo fa si capisce chiaramente. Per esempio, dopo aver descritto la tortura con la corda, Bortoluzzi scrive: “Poro Piero! Appeso alla corda, saccato, squassato, disarticolato. Dev’essere stato sfinito se invece di urlare di dolore gemeva planimode, si lamentava sommessamente, finché non fu ordinato di farla finita, di tirarlo giù, slegarlo e riportarlo in cella” eccetera. Per finire: “Perché benché feroce – feroce ma insulsa, com’è proprio dei sadici – anche il mestiere del boia ha una sua deontologia. Maledetti” (p. 61). La regola a cui Fabio si attiene è quella fissata e fatta propria da Gigi Corazzol, cioè che l’autore non deve sovrapporre la propria voce a quelle delle sue fonti, dei suoi personaggi. Non si canta sopra la voce dei cantanti e delle cantanti in scena. Se l’autore dice la sua, chi legge non deve aver dubbi sul cambio di voce.

5. Le storie raccontate in queste pagine parlano di brìtole, manarini, archibugi, lavoratori girovaghi che dormono nei fienili, catene del foghèr prese a prestito su pegno, case dove non c’è neanche una candela, condanne alle galee e pellegrinaggi a piedi alla Madonna di Loreto. Queste vicende danno il senso di un mondo altro e sconosciuto: eppure si svolgono in un ambiente familiare, di case, strade, chiese e paesi che conosciamo, che frequentiamo, per non dire del dialetto usato negli interrogatori (mi rendo conto che devo aggiungere una cosa che ho dimenticato di dire: che l’autore è di Castelfranco, e tuttora ci abita). Questa fusione conferisce un che di humor in tutte le pagine, come succede nei casi di estraniamento. Faccio un solo esempio. Danno la caccia a due tipi sospetti, che hanno ucciso una donna colpevole di aver abbandonato il marito, un trevigiano. Vanno “cantando e cavalcando al galoppo uno un cavallo bianco e l’altro un cavallo rosso”. Portano “habiti da villan”. Portano un cappello nero, forse una barba posticcia. Interrogano i testimoni. Ecco la testimonianza di un Giovanni Maria Rizzi da Brusaporco di ritorno da messa: “nel vederlo passar alzando li ochi mi parea haver ciera et agire da trevisan” (p. 56). Aspetto e modi di fare da cittadino, sotto un travestimento da contadino: e questo detto a un giudice veneziano. A uno di Brusaporco non gliela si fa.

Nota. Rielaborazione dell’intervento tenuto durante la presentazione del libro alla Biblioteca comunale di Castelfranco, il 7 giugno 2025.

L’immagine di copertina è tratta da Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, pp. 94-95.


[1] Matteo Melchiorre, Introduzione a Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, 96 p. (Quaderni di Biblioteca, Museo, Archivio – Città di Castelfranco Veneto, a. III, n. 2, gennaio 2025).

[2] Gigi Corazzol, Cineografo di banditi su sfondo di monti. Feltre 1634-1642, Unicopli-Libreria editrice Pilotto, Milano-Feltre 1997.

Archiviato in:||, Letture, Storiografia Contrassegnato con: Piero Brunello

Marino Berengo, archivista

28/01/2026 di Eurigio Tonetti || Ricordi Storiografia

Un allievo, diventato archivista, rievoca l’attività di funzionario svolta da Marino Berengo all’Archivio di Stato a Venezia dal 1958 al 1963; l’importanza, nel mestiere di storico e di docente, della verifica delle fonti appresa a contatto con i documenti conservati ai Frari.

Nel gennaio 2002 parlò su questo stesso argomento Claudia Salmini, nell’ambito del convegno su Marino Berengo storico, e la sua relazione pubblicata l’anno seguente costituisce la fonte principale di ciò che dirò qui.

Claudia svolse un’approfondita ricerca attraverso la documentazione della Direzione dell’Archivio, avendo preso in esame il fascicolo personale di Berengo e altri atti d’ufficio del periodo in cui fu attivo ai Frari. Quelle fonti documentarie – rispetto alle quali avrò ora ben poco da aggiungere, come si vedrà – furono da Claudia Salmini integrate da nove testimonianze orali, intervistando otto colleghi o amici del Marino archivista e chi sta ora parlando, il quale per ragioni anagrafiche, a oltre due decenni di distanza, rimane l’unico superstite di quel drappello.

Dichiaro perciò il mio debito verso Claudia, cui mi legano un’amicizia nata all’Università e la circostanza d’essere stati entrambi laureati di Berengo (i primi allievi “veneziani”, in ordine di tempo, dopo il rientro da Milano, se non ricordo male) e ambedue archivisti di Stato.

Berengo tenne sempre moltissimo a quel suo primo mestiere, di cui andò fiero e orgoglioso e che rivendicò lungo tutta la sua vita. Viene spesso ricordato un passo della prefazione al suo ultimo libro, l’Europa delle città nel quale esprimeva riconoscenza ai pazienti editori delle tante fonti di cui si era servito e ricordava in particolare “gli archivisti di tutte le provenienze e le tradizioni nazionali, che spesso han saputo trasmetterci la forza e la vita che sentivano circolare nei documenti di cui sono stati amorosi ordinatori e custodi; nell’incontrarli, ho risentito il fascino del loro mestiere, che è stato anche il mio”.

Così scriveva nel 1999, 36 anni dopo aver lasciato l’Archivio, e forse l’uso di un passato prossimo (“che è stato anche il mio”), piuttosto che di un passato remoto, mi piace pensare sia una spia di quanto avvertisse ancora quel “mestiere” come proprio e connaturato al suo profilo di studioso.

Ancora, quindici anni prima, nel pieno della sua attività scientifica e accademica, intervenendo alla Fondazione Luigi Einaudi l’8 dicembre 1984 a un seminario per la presentazione del quarto volume di Settecento riformatore di Franco Venturi si era definito “vecchio archivista” per rivendicare, con alcune acute osservazioni, un diverso uso delle fonti.

Un’esperienza indimenticata, di cui sapeva talvolta evocare nella conversazione taluni momenti “minori”, con certi suoi tipici toni coloriti. Posso ricordarlo, per esempio, raccontare del “freddo indicibile che ho patito da giovane ai Frari”, riferendosi sia ai depositi gelidi, ma anche in generale alle stanze di lavoro di un edificio antico, poco razionale nel distributivo interno e tanto difficile da riscaldare (come confermano anche altre voci coeve); oppure citare certi voluminosi faldoni del Governo austriaco, che forse gli servivano per l’Agricoltura veneta, “pesantissimi e per me intrasportabili”, e che invece l’usciere Tagliapietra, “l’uomo più forzuto che io conosca”, gli recapitava “sollevandoli come fuscelli”; e così via.

Indimenticata, s’è detto, sebbene di durata relativamente breve nella carriera di Berengo, il quale, dopo la laurea nel 1953, fu per circa cinque anni borsista a Pisa, a Napoli e a Zurigo, quindi archivista di Stato dal 1° ottobre 1958 al 31 gennaio 1963, dunque esattamente per soli 4 anni e 4 mesi, infine per 37 anni docente universitario. Eppure, non manca mai il richiamo a quel quinquennio scarso da archivista, che dopo il 1963 Marino ha sempre voluto inserire nelle note biografiche presenti nei risvolti di copertina di tutti i suoi libri.

Ma facciamo un passo indietro per chiederci quali esperienze d’archivio avesse maturato Berengo prima di divenire archivista, in quali archivi fosse entrato, chi vi avesse incontrato.

Da principio aveva messo piede proprio all’Archivio di Stato di Venezia, nel febbraio del 1952, speditovi da Delio Cantimori a svolgere la prima ricognizione sulle fonti disponibili per la tesi di laurea sul giacobinismo veneto nel periodo della Municipalità provvisoria. A Cantimori ben presto riferì che “dopo un rapido esame” quel tema gli avrebbe offerto “un campo di ricerche d’un interesse eccezionale” e gli proponeva di arretrare di almeno un decennio l’inizio del periodo da trattare.

Questo incontro – forse il primo – “col mondo degli archivi fu decisivo – ha osservato Roberto Pertici – non solo per l’andamento di quella ricerca, ma per l’intera sua personalità di storico. Fu proprio a contatto con le fonti documentarie, infatti, che il suo lavoro ben presto si slargò”. Il quadro si andava significativamente ampliando e approderà al volume del 1956 sulla Società veneta, dove le idee giacobine sarebbero state, appunto, lucidamente considerate nel contesto della società e dell’economia in cui s’erano sviluppate.

Mese per mese Berengo continuava a descrivere a Cantimori i “ghiotti” materiali che andava rinvenendo su “polizia, fisco, anagrafe e S. Uffizio” e (suggerisce ancora Pertici) si ha la chiara sensazione che il dilatarsi della ricerca “più che di un’esigenza metodologica chiaramente avvertita, fu il risultato del contatto fisico con la documentazione e degli stimoli inesauribili che gliene derivarono”.

Frattanto, come avviene frequentemente agli utenti abituali degli archivi, andava stringendo amicizie fra gli archivisti, e ciò migliorava, ma veniva anche a complicare le sue prospettive. “Ora gli amici archivisti mi hanno malvagiamente introdotto allo studio del Magistrato del Sal – scriveva il 17 febbraio 1953, cioè a un anno esatto dall’inizio della ricerca – dove c’è una mole di notizie preziose, da occupare almeno un mese di lavoro. Adesso che so che quelle filze esistono, come faccio a non studiarle? È un’impresa interminabile”.

Siamo tra il 1952 e il 1953 e possiamo dunque collocare a quest’altezza cronologica l’esordio di quella straordinaria passione per la ricerca d’archivio che alimentò in maniera originale l’approccio di Berengo alla storia e che “ha rappresentato il presupposto dell’intera sua produzione” storiografica, come ha rilevato Marco Meriggi.

Negli anni immediatamente successivi Berengo frequentò altri Archivi di Stato. Per la tesi di perfezionamento pisana, che diventò poi il volume su Lucca, lavorò nell’Archivio di Stato di Firenze e, soprattutto, in quello di Lucca, del quale ricorderà, molto più tardi, “il compianto direttore, dottor Domenico Corsi, che talora si creava immaginari impegni e prolungamenti per consentirmi di protrarre l’orario delle mie ricerche”. Un atteggiamento così empatico da parte di un uomo più anziano di una generazione facilmente può aver accresciuto quella positiva percezione del giovane Berengo per il “mestiere” che avrebbe a breve intrapreso.

Nel 1955, infine, Berengo ebbe modo di condurre a Modena alcune ricerche d’archivio di argomento ferrarese su commissione di Bruno Zevi. Marco Folin testimonia che Marino gli parlava “con enfasi” di questo lavoro, cui rimase sempre particolarmente affezionato, non solo per il legame peculiare con Ferrara, città d’origine della madre, ma anche per quanto aveva appreso dalla frequentazione di un archivio così ricco come quello estense.

Ritorniamo ora a Venezia, dove il 1° ottobre 1958 Marino Berengo, non ancora trentenne, vincitore di concorso, anzi primo nella graduatoria, come talvolta puntualizzava orgogliosamente, si presentava a prendere servizio. Lo attendeva un lavoro su più fronti: il servizio di assistenza agli studiosi nella sala di studio, la docenza nella Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica (si era diplomato ancora nel ’54), dove insegnò da subito archivistica, l’attività di riordino e di inventariazione, le ricerche d’ufficio.

Per il giovane funzionario l’Archivio si rivelò un ambiente ricco di stimoli sul piano scientifico, oltre che umanamente gradevole. Direttore ne era Raimondo Morozzo della Rocca, gentiluomo piemontese, profondo conoscitore della documentazione veneziana e della storia veneta, in carriera ai Frari sin dal 1937 e direttore dal 1952, editore di fonti commerciali medioevali e cultore di originali studi di cronologia. Marino lo ricordava sempre con grande considerazione e devozione. I colleghi funzionari che si trovava a fianco erano Ugo Tucci, il più anziano e vice di Morozzo, poi direttore a Trieste e futuro collega di Marino come docente a Ca’ Foscari; Ferruccio Zago, motore amministrativo e organizzativo dell’Ufficio, conoscitore e ordinatore di fondi ottocenteschi, a fine carriera direttore ai Frari; Giulia Bucci Mirabello, prossima alla pensione, che avrebbe consegnato la direzione della sala di studio a Maria Francesca Tiepolo (sulla quale sarebbe superfluo qui spendere parole), Lilliana Fortunato ed Eligio Vitale (moglie e marito, i più giovani colleghi con cui avrebbe lavorato in équipe nell’attività di riordino) e Bianca Strina, che entrava assieme a lui, seconda classificata nello stesso concorso. Ma nei corridoi dell’Istituto poteva incrociare anche Luigi Lanfranchi, autore di studi lagunari medievali, grande organizzatore nell’edizione di fonti (e anche editore in prima persona), che prestava servizio in Soprintendenza archivistica, per poi dirigere anch’egli l’Archivio a fine carriera. E da archivista volontario frequentava i Frari Gaetano Cozzi.

Stimoli che si moltiplicavano quando Berengo si affacciava in sala studio a svolgervi quel servizio di assistenza cui venne assegnato dapprima in misura saltuaria e poi in maniera più sistematica, ossia pressoché quotidianamente per mezza mattinata. L’utenza della sala numericamente era di gran lunga inferiore a quella dei decenni successivi, che molti dei presenti possono aver sperimentato, ma a Marino poteva capitare d’imbattersi in ricercatori come Gino Luzzatto, Federigo Melis, Corrado Vivanti, Jean-Claude Hocquet, padre Giovanni Pozzi, Paolo Sambin, Paul Oskar Kristeller, Fritz Babinger, Frederic Lane, il domenicano Raymond Loenertz, Brian Pullan, solo per ricordarne alcuni.

“In sala studio mi sono fatto un mucchio di amici” soleva ripetere Marino: è evidente che gli incontri in sala e la partecipazione ai problemi della ricerca diventavano spesso occasioni di confronto, di condivisione, di scambio di esperienze e di conoscenze da cui, infine, potevano scaturire anche amicizie durature.

Assegnato stabilmente alla sala, Marino vi si alternava con Maria Francesca Tiepolo. La più esperta collega, in servizio dal 1954, ma già come volontaria presente a tempo pieno dal 1952, si accollava la prima metà della mattinata, solitamente la più complicata, e impostava con mano sicura le ricerche dei nuovi studiosi. Marino le subentrava alle undici e – scrisse – “ereditavo così l’avvio che lei aveva dato […] e in tal modo imparai pian piano anch’io a muovermi in quella marea di documenti”. Pensiero ribadito da Marino anche molti anni dopo, in una corrispondenza privata emersa solo qualche settimana fa: alla stessa Tiepolo, che nell’autunno 1973 gli chiedeva alcune indicazioni e molto si scusava per l’incomodo che veniva ad arrecargli – si trattavano ancora con il lei –, replicava con tono affettuoso negando vi fosse stato alcun disturbo e si dichiarava “felice” di aiutare “chi, tanto amabilmente, amministrava la sala di studio, smistandomi tutte le grane quando io, un po’ ‘indormensato’ subentravo alle 11. E la demanializzazione del Suo bicchiere privato – l’unico dell’Archivio – in cui io prendevo i cachets [ossia i farmaci per le sue ricorrenti, fastidiose emicranie] non dovrebbe aver lasciato traccia durevole nel mio cuore?”.

A questo servizio in sala studio, al rapporto quotidiano con studiosi navigati nella ricerca, come con studenti alle prime armi si connette la naturale disponibilità e generosità di Berengo ad aiutare chiunque nella ricerca: “passare le schede”, “passare un pacco di schede” sono espressioni sue tipiche che in tanti abbiamo ascoltato e visto da lui mettere in pratica. Ma soprattutto, nell’attività didattica istituzionale, trae origine da qui, anche per sua stessa dichiarazione, quel seminario biennale su “Come si fa ricerca storica”, che ha contribuito a formare un rilevante numero di studenti milanesi e veneziani (non solo suoi laureandi) e che molti di noi ricordano come una delle esperienze formative più utili, più intense e in qualche modo più entusiasmanti del proprio percorso di studi universitari.

Dichiarò Marino in un’intervista a Corrado Stajano, apparsa nel Corriere della sera del 12 febbraio 1989: “Questo genere di seminario nasce dall’esperienza che dopo la laurea ho avuto come archivista all’Archivio di Stato di Venezia, ai Frari. La mia bella scrivania di noce settecentesca era inondata dalle lacrime innocenti delle studentesse: dovevano fare tesi di laurea date da scriteriati professori. Mancavano delle nozioni elementari della ricerca e non erano in grado. Allora feci un voto laico, se diventerò professore vi insegnerò come si fa. Ho mantenuto la promessa. Il primo anno insegno dunque come si lavora in archivio, il secondo anno come ci si muove in una sala di consultazione di una biblioteca”.

In quegli incontri seminariali, ha scritto Giuseppe Del Torre: “il giovane studente e il laureando si trovavano proiettati in un mondo nuovo, popolato di biblioteche ed archivi, italiani ed europei, di bibliotecari ed archivisti, eruditi e grandi intellettuali, a cui l’esperienza dello storico e del ricercatore e la capacità comunicativa del professore facevano prender corpo e vita propri, dando vivacità alle carte, ai libri e ai percorsi di ricerca che quasi sempre potevano apparire invece complessi e poco entusiasmanti da seguire. Gli archivi di Firenze, Lucca e Milano, la Biblioteca Vaticana, la Bibliothèque Nationale di Parigi e la British Library di Londra si materializzavano nelle aule [… universitarie …] evocati da Berengo, aprendo così le proprie porte a nuovi apprendisti del mestiere di storico”.

Ma si può anche ricordare quel primo corso milanese nel 1963-64 del trentacinquenne professore (con ancora fresca la memoria degli anni appena trascorsi da archivista), nella testimonianza di Giorgio Chittolini, in cui molti che hanno conosciuto Berengo possono ritrovare lo spirito e l’eleganza di tante altre lezioni, conferenze e relazioni dei decenni successivi: “Corso affascinante e ancora vivissimo nella memoria di chi poté seguirlo: ricco di una vivacità e di un entusiasmo che trasmettevano immediatamente l’amore per la ricerca; ricco di temi e di spunti, di personaggi e di fonti (ricordo confusamente notai, osti, contratti agrari, relazioni di ambasciatori, verbali di consigli cittadini…): tutti proposti con la vivezza singolare che lui sapeva dare al discorso”.

Effetto del lavoro in archivio era anche il primo insegnamento che Berengo impartiva al laureando su come doveva redigere le schede della ricerca. Bisognava descrivere il documento in tutti i suoi elementi, senza mai omettere la collocazione archivistica; quindi sintetizzarne il contenuto, trascrivendo però virgolettate le porzioni più significative o le espressioni più pregnanti. Il tutto doveva essere eseguito con chiarezza, rigore e precisione, in modo da non dover riprendere in mano nuovamente lo stesso documento. “Immagini sempre di lavorare come se fosse a Parigi o a Londra, dove non le sarà facile ritornare per integrare una scheda incompleta o sbilenca” ammoniva. Infine, il laureando era invitato a portargli le sue prime 10-15 schede, per una verifica, per poi inoltrarsi serenamente nella ricerca.

Una priorità, poi, per Berengo docente – che pure gli derivava dalla formazione archivistica – consisteva nella verifica scrupolosa della fattibilità delle tesi di laurea che assegnava, che tutte si basavano su ricerche originali. Per eseguirla si recava di persona – quando non ne avesse già conoscenza diretta e certa – ad accertare l’esistenza e la disponibilità delle fonti d’archivio o di biblioteca sulle quali poi indirizzare il lavoro del laureando. Gli “scriteriati professori” dell’intervista a Stajano erano quei suoi colleghi che mandavano lo studente allo sbaraglio. Il laureando di Berengo non entrava per la prima volta in sala studio smarrito, ma tenendo in mano una sua bella scheda con l’elenco dei pezzi da cui iniziare. Di questa attività posso essere testimone oculare, avendolo più volte scortato nei depositi dei Frari per aiutarlo a svolgerla, e aggiungo solo che quelle scorribande diventavano per me occasione di osservare come lui immaginasse e organizzasse una ricerca, come riscontrasse la documentazione, come impostasse una tesi, quale economia ne prevedesse, e molto altro ancora, e riuscivo a imparare moltissimo su fondi documentari che, giovane archivista, mi erano ancora pressoché sconosciuti.

Non può essere dimenticato, infine, che Berengo riuscì, assieme a due colleghi, nell’impresa già tentata precedentemente in Archivio da altri e abbandonata, di riordinare una massa informe di circa 3000 unità archivistiche, che venne ricondotta a ben quattro diversi archivi di altrettante magistrature finanziarie della Repubblica (Governatori delle entrate; Revisori e regolatori delle pubbliche entrate in zecca; più altre due minori). Per ultimare quel lavoro sarebbe venuto più volte in Archivio anche dopo il transito nei ruoli universitari.

Concludendo, dunque, l’attenzione estrema alle fonti, la verifica della loro attendibilità, che conferiva serietà alla ricerca, il ricorso continuo e irrinunciabile ai documenti, costituirono sempre il perno e la cifra distintiva di tutta la produzione di storico di Marino Berengo, estraneo com’era da astrattezze e teorizzazioni (verso le quali sapeva esprimersi talvolta con rigetto e ironia), e attento piuttosto al “fatto singolo e reale” che emergeva dal documento, come lo chiamava Gino Luzzatto, l’altro maestro di Berengo, oltre a Cantimori.

Ma Marino possedeva fortissimo, e lo sapeva trasmettere con altrettanta intensità, un suo peculiare gusto delle fonti, della loro descrizione, del racconto che da queste sgorgava. Un gusto che denotava un legame con i documenti da parte di chi, oltre a studiarli, li aveva custoditi, descritti, riordinati. È un gusto acquisito nell’aver svolto quotidianamente, per dovere ufficio, le ricerche più disparate nei depositi dell’Archivio, potendo toccare sul posto filze e registri come oggetti familiari, aprendoli e sfogliandoli anche solo per curiosità, imparando a riconoscere i fondi e le serie dalla dislocazione sugli scaffali, dalle diversità dei dorsi, e anche a comprendere a colpo d’occhio le modalità della sedimentazione dell’archivio nei decenni (o nei secoli) magari dalle diverse coperte dei volumi, dalle tipologie delle etichette, dalle cento spie della materialità dei pezzi d’archivio che parlano a chi sa interrogarle.

Per offrire un esempio di questo gusto, vorrei chiudere citando mezza pagina dell’introduzione (settembre 1998) alla nuova edizione del libro su Lucca, dove Marino, dopo aver ripercorso la genesi del lavoro e averne delineata la struttura concettuale complessiva, passa a esplicitarne le fonti, e scrive:

“Ho fatto largo uso dei protocolli dei notai: non per analizzarli statisticamente, ma per cogliere in essi un qualche spunto di storia sociale.

Così, sono di frequente ricorso ai rogiti di ser Giuseppe da Piscilla nella prima parte [del libro], in quanto esponente delle grandi famiglie (ivi compresa la Domus Podie, la casa cioè dei Poggi, sino al loro bando dalla città, cui seguiranno le confische dei beni una volta divenuti ribelli) e del Governo.

Mi sono quindi potuto scostare da questa fonte, quando gli subentra ser Michele Serantoni, notaio ufficiale delle maggiori famiglie, che da giovane ha trattato di telai e poi è passato ai contratti delle più ricche casate.

Insostituibile, infine, per i contratti stesi dagli artigiani, e in modo speciale dai tessitori, è risultato ser Bastiano Andreozzi, notaio della Corte dei mercanti. Vi si aggiunga che questo notaio amava ornare i suoi rogiti con annotazioni domestiche e con appunti presi sul retro dei suoi codici.

Un interesse particolare ho dimostrato per i testamenti […] D’altronde, a Lucca i testamenti costituiscono una sezione a sé dell’Archivio notarile, e quindi si consultano assai facilmente. Questi documenti ci offrono il vero specchio della mentalità del civis et mercator lucchese e, se per gli artigiani dobbiamo faticosamente ricorrere ai rogiti ordinari dei notai (appunto del giovane Serantoni e soprattutto dell’Andreozzi), per le classi dirigenti si tratta di una fonte privilegiata”.

Nota. Testo dell’intervento tenuto il 16 dicembre 2025 in occasione dell’incontro pubblico «Il bellissimo mestiere degli studi storici»: Marino Berengo 25 anni dopo (Venezia, Ateneo Veneto). Per notizie sul quel pomeriggio, si rimanda alla nota a Federico Barbierato, Marino Berengo (1928-2000), testo dell’intervento tenuto nella stessa occasione, pubblicato su questo stesso sito.

Gli Atti delle “Giornate di studio su Marino Berengo storico” (Venezia, 17-18 gennaio 2002) sono usciti sotto il titolo Tra Venezia e l’Europa. Gli itinerari di uno storico del Novecento: Marino Berengo, a cura di Giuseppe Del Torre, il Poligrafo, Padova 2003. Nel volume si trova il contributo di Claudia Salmini, Marino Berengo archivista (pp. 201-232), cui mi sono spesso riferito; le citazioni testuali sono tratte dai saggi di Marco Meriggi, Lo storico della Restaurazione (pp. 127-139); Giuseppe Del Torre, Marino Berengo e la storia veneta (pp. 169-190); e Giorgio Chittolini, Il tema della città (pp. 57-89).

Ho citato, poi, da Marino Berengo, L’Europa delle città. Il volto della società urbana tra Medioevo ed Età moderna, Einaudi, Torino 1999; da Id., Fonti e problemi di Settecento riformatore, “Annali della Fondazione L. Einaudi”, 19 (1985), pp. 443-450 e, ancora, da Id., Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, terza ed., Einaudi, Torino 1999.

La testimonianza di Marco Folin nell’Introduzione a Marino Berengo, Città italiana e città europea. Ricerche storiche, Diabasis, Reggio Emilia 2010; ho riportato anche un brano dal saggio La devoluzione di Ferrara nelle fonti veneziane nello stesso volume (pp. 278-287).

Le valutazioni di Roberto Pertici sono tratte dall’Introduzione a Marino Berengo, Cultura e istituzioni nell’Ottocento italiano, il Mulino, Bologna 2004; da qui provengono anche i brani delle lettere a Delio Cantimori.

L’intervista di Corrado Stajano è uscita sul “Corriere della Sera” del 12 febbraio 1989 sotto il titolo La macchina che porta dentro la storia.

La lettera del 1973 a Maria Francesca Tiepolo si trova fra le carte private di quest’ultima in corso di riordino e acquisizione da parte dell’Archivio di Stato di Venezia.

L’immagine in copertina è tratta dalla pagina dedicata all’Archivio di Stato di Venezia sul sito del Ministero della Cultura (https://cultura.gov.it/luogo/archivio-di-stato-di-venezia-1; Deposito monumentale, 30 novembre 2023, Cosiddetta Crociera del Senato).

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Post-scriptum (trent’anni dopo)

18/01/2026 di Luca Pes // Altrochemestre Storiografia

Per avviare la terza annata di altrochemestre.it, ripubblichiamo un articolo dal quarto numero di “Altrochemestre” (1996): una proposta per una “storia del tempo presente”, scritta  a consuntivo dei primi tre numeri della rivista.

È possibile fare storia del tempo presente e raccoglierne la documentazione? Secondo me, sì. Lo storico può avere lo stesso distacco parlando di Bossi e di Giulio Cesare, come può essere altrettanto parziale. Durante il ventennio fascista, si studiava l’impero romano per glorificare quello di Mussolini; oggi uno storico americano è riuscito a scrivere un libro bellissimo su Berlino durante e poco dopo la caduta del muro (ve lo consiglio: Robert Darnton, Diario berlinese 1989-1990, Einaudi, Torino 1992). E poi, a loro modo, molti storici dell’antichità erano storici del tempo presente, nel senso che parlavano di avvenimenti accaduto dieci-trenta-cinquanta anni prima; qualcuno di loro, come Polibio, pensava persino che lo storico dovesse fare diretta esperienza dei fatti che raccontava.

Forse un giorno ci accorgeremo che la suddivisione accademica storia “moderna” (1492-1815) e “contemporanea” (1815-oggi) non funziona e vedremo nascere tra le altre una “disciplina” che potremo chiamare “storia del tempo presente”. La sua esistenza sarà utile non solo perché negli ultimi anni sono avvenute tali trasformazioni da farci sentire l’Ottocento altrettanto distante che il Settecento e l’urgenza di leggere storicamente quello che avviene sotto i nostri occhi; ma anche per il metodo di lavoro che la storia del tempo presente consente e richiede. Lo studioso del presente fa i conti con l’inaccessibilità degli archivi di stato, considerati fondamentali per la storia contemporanea come viene praticata oggi; può crearsi le fonti, andando a intervistare i testimoni o assistendo ai fatti (oggi magari registrandoli con una video camera).

Queste sono cose che gli storici che hanno studiato la storia del loro tempo fanno e hanno sempre fatto più o meno esplicitamente. Ma la storia del tempo presente insegnata e discussa in quanto tale con una sua filologia e un suo rigore, può acuire la consapevolezza nell’uso di questi mezzi oltre che, più in generale, aiutare chiunque a ragionare e a vedere, produrre conoscenza sul presente: può anche diventare (come avviene in altri paesi) la disciplina di chi vuol fare giornalismo e reportage; e può permettere il recupero del patrimonio di inchieste e di studi che si facevano in Italia soprattutto negli anni Sessanta: Scotellaro, Bosio, Montaldi, l’Istituto De Martino e via dicendo. Certo, loro lavoravano e lavorano sulla cultura “altra”, sulle classi subalterne, mentre adesso sarà utile raccogliere anche altro materiale che aiuterà a capire la società contemporanea: i generi di discorso (anche degli imprenditori), gli elementi del paesaggio (anche le cose che compriamo e usiamo).

Attraverso una storia del tempo presente di questo tipo forse sarà possibile avvicinarci all’unificazione delle scienze sociali perché il soggetto di primario interesse diventa lo stesso di quello dei sociologi, degli antropologi urbani e degli psicologi. E sarà possibile lavorare gomito a gomito, se non si parte dai massimi sistemi e non si è autoreferenziali; se si lavora senza sottointesi e se si cerca di definire le parole che si usano; se si lavora come minatori, esploratori, escursionisti e poi si discute; se si cerca di dare una lettura più generale ma dopo aver raccolto e descritto. Forse questo è l’unico modo per confrontarsi tra cultori di diverse discipline, oggi che non c’è più una ideologia condivisa come quella marxista che prima faceva da regole del gioco finendo però spesso con la conferma di idee aprioristiche.

“Altrochemestre”, con tutti i suoi limiti, ha pubblicato scorci di interpretazioni di realtà. Ha cercato di privilegiare l’esplorazione, il lavoro sul linguaggio, evitando i massimalismi e i giudizi a priori; ha pubblicato intuizioni e impressioni pensando che anche queste potessero fornire indizi di un mondo e di un clima di un’epoca. La rivista nel suo piccolo è nata in reazione a certi difetti dell’accademismo e del giornalismo.

Ed è perciò che a volte il titolo del semestrale mi sembra riduttivo. Il nostro pubblico forse non è mestrino. Ma è chi condivide il brivido dello straniamento e la conseguente “scoperta” della città metropolitana: fatta di tante identità parallele e di possibilità di vedere in modi diversi il piccolo e il grande; la scoperta dell’Italia urbanizzata negli anni Settanta con piazze che sono parcheggi o rotonde. Nel titolo, la parola “Mestre” che porta la Terraferma veneziana a metafora dello sviluppo edilizio e del paesaggio umano, è un deterrente per i potenziali lettori che abitano nelle altre città e che condividono il nostro sguardo.

 A me piace pensare che abbia ragioni chi dice, come Nicole Janigro, che “Altrochemestre” offre spunti sul “fare politica” (“I Viaggi di Erodoto”, anno 9, n. 26, p. 11). Nello scriverla cerchiamo di liberarci dal peso delle nostre appartenenze, dei luoghi comuni e delle abitudini mentali. Ci sforziamo di trovare le parole che ci sembrano giuste per descrivere ciò che vediamo e ascoltiamo. In questo c’è l’idea di una cultura sganciata dalle pressioni della politica, una cultura che non sia sprecata nella conferma di identità, ma che sia scoperta e conoscenza. In questo c’è anche l’idea che se la politica deve usare la cultura, è meglio che lo faccia non per legittimarsi ma per capire quello che succede.

Nota. Testo dell’articolo di Luca Pes, Post-scriptum, “Altrochemestre”, 4, Primavera 1996, p. 3. L’occhiello originale: “Storia del tempo presente; esplorazione e ascolto dell’Italia urbanizzata”.

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Marino Berengo (1928-2000)

10/01/2026 di Federico Barbierato // Ricordi Storiografia

Un ex studente dell’Università di Venezia, oggi professore di Storia moderna a Verona, rievoca l’importanza per la sua formazione dei corsi e dei seminari di Marino Berengo, il quale, tra le altre cose, fu tra i promotori della nascita del corso di laurea in Storia a Ca’ Foscari.

Ho conosciuto Marino Berengo da studente, all’università di Venezia, tra il 1991 e il 1997. Ho poi fortunatamente avuto modo di continuare a frequentarlo anche dopo. Ricordo che – una volta laureato e anche durante il mio imprevisto dottorato all’Università Cattolica di Milano – mi presentavo con costanza alle lezioni del suo seminario su Come si fa ricerca storica. E ricordo il suo sorriso benevolo la prima lezione dopo che avevo discusso la tesi, in cui mi diceva che il dottor Barbierato aveva un’aria più dottorale.

Di certo sono il meno titolato a parlare di lui, qui, stasera. Non sono stato un suo laureando, e lo dico subito perché conta: la mia è la prospettiva di chi lo ha seguito in aula, più volte, e soprattutto nel già nominato seminario Come si fa ricerca storica. È una prospettiva meno “privilegiata” rispetto a quella di tanti altri che sono qui. Ma proprio per questo credo sia anche molto rappresentativa di un’esperienza collettiva. Perché Berengo, in quegli anni, non è stato importante soltanto per chi aveva con lui un rapporto diretto di tesi: lo è stato per chiunque attraversasse quel dipartimento. Come una presenza che dava forma a un’idea di storia, e anche a un’idea di università.

Vorrei provare a dirlo con un tono personale, perché per me quegli anni coincidono con il periodo migliore della mia vita. E non lo dico per nostalgia facile, o per mettere una cornice sentimentale a posteriori: lo dico perché la qualità di un tempo si misura anche da ciò che ti resta addosso, da quello che continua a lavorare in te. E Berengo, per me, ha continuato a lavorare a lungo. In un certo senso continua ancora adesso, ogni volta che mi trovo davanti a una fonte e mi chiedo: “che cosa posso davvero dire, e che cosa invece sto soltanto desiderando di dire?”. Lavora insieme a quello che era un gruppo che intorno a lui era riconoscibilissimo: Gigi Corazzol, Mario Infelise, Beppe Del Torre, Renzo Derosas, per parecchio tempo Giorgio Politi e tanti altri. E gli allievi di quel periodo. Una comunità e una presenza, quella di Marino, di cui anche chi stava al di fuori del “cerchio magico” percepiva la forza. Sarebbe interessante ripercorrere finalmente la storia del Dipartimento di Studi Storici di quegli anni, la straordinarietà di quel gruppo o di quei gruppi che riuscivano a fondersi. Anche il folklore che noi studenti percepivamo intorno a tutto questo: tipo i Berenghiani che in archivio sedevano sulla parte sinistra della sala studio e i Cozziani (allievi di Gaetano Cozzi) sulla destra.

Percepivamo tutti, però, l’idea di far parte di un ambiente straordinario, in cui competenze e capacità diverse si integravano. Certo non eravamo così ingenui da ignorare gli inevitabili contrasti che intuivamo ma non realizzavamo. Contrasti che oggi, in tutta sincerità, nella guerra per bande in cui si è trasformata la convivenza nei dipartimenti universitari, mi paiono un modo illuminato per amministrare la ricerca.

La prima cosa che mi viene in mente, quando penso a lui, è l’idea del fare storia come mestiere. Un mestiere artigianale. Non un’immagine romantica, ma una descrizione precisa: la storia come lavoro fatto di mani e di occhi, di pazienza e di ostinazione, di scelte minute e ripetute. Artigianale nel senso che non basta conoscere le parole giuste o le cornici giuste; bisogna imparare i gesti: come si legge, come si annota, come si controlla, come si torna indietro, come si ricomincia. E artigianale anche perché, come in ogni bottega seria, il risultato non dipende da una sola “idea geniale”, ma dall’accumulo di un’attenzione continua.

Questo modo di intendere la storia aveva una conseguenza molto concreta: la fatica non era un incidente di percorso, era parte del percorso. Non veniva nascosta, non veniva teatralizzata: era semplicemente riconosciuta. E allo stesso tempo, quella fatica non spegneva il piacere. Anzi, forse lo rendeva più netto. Berengo trasmetteva una cosa rara: l’idea che si potesse lavorare duramente senza perdere la gioia del lavoro. Che si potesse stare ore su un dettaglio, su una carta, su una contraddizione, senza sentirsi puniti, ma piuttosto coinvolti. Come se, dentro quella fatica, ci fosse qualcosa di bellissimo. E per uno studente, questo è decisivo: non perché ti illuda che sarà sempre facile, ma perché ti fa capire che vale la pena. Ma soprattutto ti faceva sentire parte di un gruppo. Appena laureato, mi chiese di dargli del tu. Io rimasi abbastanza di stucco e credo di non averlo mai fatto, ma lui mi spiegò che ormai ero laureato, non avevamo più un rapporto di dipendenza istituzionale e che soprattutto eravamo stati seduti vicini in Archivio e questo rendeva entrambi ricercatori.

Ricercatore io e ricercatore Marino Berengo. Figurarsi. Ma questo lo faceva con tutti, con sistematicità. E non so quanto ci fosse di condiscendenza in quell’avvicinarsi, ma sono sicuro che stare accanto ai giovani, educarli, sia stata una delle parti del lavoro che lui preferiva. Lo si vedeva dal modo in cui aggiustava gli occhiali per guardare i minuti appunti durante le lezioni, preparate con una meticolosità pazzesca. Lui teneva soprattutto il corso monografico, Renzo Derosas si occupava spesso della parte generale. Quasi tutti noi che ci eravamo iscritti in quegli anni arrivavamo a Storia o perché avevamo letto Il nome della rosa e allora ci fiondavamo su Medievale, o perché avevamo letto Il formaggio e i vermi e allora giù di Storia moderna, oppure prevaleva un prurito politico e allora Contemporanea. Banalizzo, ovviamente. Ma è per dire che il primo anno in cui io frequentai il corso annuale di Berengo il monografico era sui Parlamenti francesi del Settecento, mentre il secondo anno fu su Carlo V. Parecchio distanti da Ginzburg, Menocchi e Benandanti. Qualcuno rimaneva deluso. A me e a molti altri sembrava di respirare. C’era tutta la sensazione di una solidità quadrata in quei corsi. Esattamente quello di cui avevamo bisogno.

Perché un secondo punto, legato a questo, riguarda il rapporto con la teoria e con la metodologia. Berengo non era affatto “contro” la riflessione metodologica. Però la collocava in modo molto esigente: non come un campo autonomo dove rifugiarsi, ma come uno strumento. La metodologia serviva se aiutava a inquadrare un tema, a chiarire una domanda, a rendere più onesto un problema. Se diventava una speculazione che viveva di sé stessa, se diventava una lingua separata dal lavoro sulle fonti, allora perdeva interesse. Era una lezione di sobrietà, ma anche di responsabilità: prima di parlare, bisogna sapere su che cosa si sta parlando e di che cosa si sta parlando. Capite che per un diciottenne in piena fregola da cambiamento del mondo tutto questo era una salutare doccia di umiltà.

E qui arriva il terzo punto, che nel mio ricordo è quasi il centro di tutto: l’archivio. L’archivio come spazio di verifica. Non come luogo sacro, non come feticcio, non come certificato automatico di verità, ma come prova del nove. Lì la tua intelligenza deve misurarsi con i limiti reali: ciò che manca, ciò che è ambiguo, ciò che contraddice, ciò che non si lascia incasellare. Lì capisci che non puoi “decidere” il passato: puoi soltanto inseguirlo, avvicinarlo, ricostruirlo con prudenza, e accettare che la storia sia fatta anche di opacità. Ma proprio questa disciplina, paradossalmente, non riduce il passato: lo rende più vivo. Perché smetti di trattarlo come una superficie su cui proiettare idee, e cominci a incontrarlo come resistenza, come densità, come esperienza umana depositata in tracce imperfette.

Il seminario Come si fa ricerca storica, almeno per me, è stato il luogo in cui queste cose diventavano evidenti. Non era un seminario “teorico”, nel senso scolastico del termine. Era un seminario che ti metteva davanti al lavoro, e ti costringeva a guardarlo senza alibi. Non ti permetteva di cavartela con una formula brillante. Ti chiedeva di essere preciso. Di dire: questa cosa la so perché l’ho vista qui; quest’altra la suppongo, ma so che è una supposizione; quest’altra ancora non la posso dire, perché non ho gli strumenti per dirla. E questa, per uno studente, è una scuola formidabile: non solo ti insegna un metodo, ti insegna un’etica del discorso storico.

Il seminario era biennale. Io l’ho frequentato per cinque, ma fa lo stesso. Un anno era dedicato agli archivi e uno alle biblioteche. Nell’anno degli Archivi venivano prese in considerazioni fonti, smontate, ricostruite, dilaniate con un certo gusto edizioni poco ben fatte … Il risultato era che alla fine uno ne usciva avendo un’idea di cosa fosse lavorare su atti notarili, cronache, epistolari, fonti processuali, documenti diplomatici e così via. Perché Berengo dava la sensazione – e non era solo una sensazione – di essere pienamente a proprio agio con tutti questi. E su un arco cronologico amplissimo. Una parte del seminario sulle biblioteche se l’è portato via, malinconicamente, quel che in quegli anni cominciava ad accadere: la digitalizzazione, il web, gli opac e tutto quello che avrebbe cambiato per sempre il modo di accedere al mondo delle biblioteche. Ma fra i ricordi più vivi di quegli anni sono le ore passate a ricostruire bibliografie passando per i volumi del National Union Catalogue o dei registri dei volumi conservati alla Bibliothèque Nationale de France conservati in Marciana, altro luogo dove capitava di sedere accanto a Berengo e di incontrare il suo sguardo compiaciuto quando vedeva qualche studente esattamente nel luogo in cui avrebbe dovuto stare.

C’è poi un aspetto che, in un ricordo, mi sembra importante nominare apertamente: la sensazione di solidità che Berengo dava. Era rassicurante leggere e parlare con lui. Rassicurante non perché semplificasse, o perché chiudesse le domande. Al contrario: apriva domande, eccome. Ma lo faceva in un modo che ti faceva sentire che le domande non erano un precipizio. Che non stavamo giocando con parole vuote. Che la storia aveva consistenza. Che poteva essere un sapere capace di mostrare, di argomentare, di dare risposte, anche quando le risposte erano parziali, provvisorie, o scomode.

E questa solidità aveva un effetto quasi psicologico, oltre che intellettuale: ti faceva sentire che tra chi vive nel presente e chi ha vissuto nel passato non c’è soltanto distanza. C’è una possibilità di avvicinamento. Non per rendere il passato “uguale” a noi, non per addomesticarlo, ma per riconoscere che ci parla, che ci interroga, che ci costringe a riformulare anche noi stessi. In questo senso, per me, Berengo è stato anche un antidoto a due tentazioni opposte: da un lato l’idea che il passato sia un museo morto, dall’altro l’idea che il passato sia solo un pretesto per parlare del presente. Con lui la storia rimaneva storia, e proprio per questo era contemporanea: perché ti metteva in rapporto con esperienze umane reali, con conflitti, con scelte, con limiti, con possibilità.

Se oggi, a distanza di anni, mi chiedessi che cosa mi ha lasciato quell’esperienza, direi che mi ha lasciato una postura. Un modo di stare davanti alle fonti e davanti alle persone. Perché fare storia, in quel senso artigianale, significa anche allenarsi a una forma di rispetto: rispetto per la complessità, rispetto per la distanza, rispetto per ciò che non possiamo sapere, e anche rispetto per ciò che possiamo sapere, quando lo sappiamo bene. Significa imparare a non barare. A non riempire i vuoti con l’immaginazione. A non trasformare un’impressione in un fatto. A non confondere la brillantezza con la verità.

E allora, tornando all’inizio: io non sono stato suo laureando, ma sono stato uno studente che ha avuto la fortuna di incontrarlo nel momento in cui stava imparando non soltanto una disciplina, ma un modo di vivere quella disciplina. E per me, che quegli anni li ricordo come i migliori della mia vita, Berengo è parte di quella qualità. Non perché la vita universitaria fosse perfetta, o perché tutto fosse facile. Ma perché c’era una serietà che ti faceva crescere, e una serietà che non era cupa, non era intimidatoria: era una serietà che apriva.

Credo che questo sia, in fondo, il motivo per cui oggi siamo qui a parlarne: perché ha lasciato una traccia che non si limita ai suoi libri, ai suoi corsi, ai suoi titoli. Ha lasciato un modo di intendere la storia come qualcosa di solido e insieme inquieto: solido perché fondato sul lavoro e sulle fonti; inquieto perché capace di aprire domande vere. E ha lasciato, a tanti di noi, la sensazione che quel lavoro faticoso, se fatto bene, non è una rinuncia: è una forma di libertà.

Nota. Testo del discorso pronunciato il 16 dicembre 2025 in occasione dell’incontro pubblico «Il bellissimo mestiere degli studi storici»: Marino Berengo 25 anni dopo, che si è tenuto a Venezia, presso l’Ateneo Veneto. Federico Barbierato insegna Storia moderna presso l’università di Verona. Al pomeriggio in memoria di Berengo, morto nel 2000, sono intervenuti anche Michele Gottardi, Mario Infelise, Elena Bonora, Giorgio Busetto, Renzo Derosas, Giuseppe Saccà, Eurigio Tonetti. L’immagine di copertina è tratta dalla locandina che pubblicizzava l’incontro. Per un profilo di Marino Berengo, si veda la voce del Dizionario biografico degli italiani firmata da Carlo Capra (2018).

Sulla nascita del corso di laurea in Storia a Ca’ Foscari, promosso da Marino Berengo e Gaetano Cozzi, si veda Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2393-2435, in part. p. 2427 (il saggio è ora disponibile online).

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Il castello inesistente

08/01/2026 di Piero Brunello // Storiografia

La ricerca di un “Castelvecchio” a Mestre, nel “buco nero” dell’ex Ospedale Umberto I. Storia, storiografia e marketing territoriale; uso pubblico dell’archeologia; invenzione di luoghi della memoria e di miti fondativi. Geografie dei luoghi perduti; riti per individuare il centro, fissare le periferie e delimitare i confini. Sullo sfondo il tramonto dell’idea di città metropolitana.

Negli ultimi vent’anni circa, a Mestre si riscopre l’esistenza di un “Castelvecchio”, che sarebbe esistito nell’area dell’ex ospedale Umberto I, negli ultimi anni al centro di discussioni sul suo futuro. Come e a opera di chi è avvenuta questa riscoperta? Quale immaginario urbano rivela? Che cosa ci dice sui soggetti autorizzati ad amministrare il patrimonio simbolico di Mestre? e sul ruolo delle associazioni storiche locali?

Dove si trova il ponte di Castelvecchio a Mestre (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

Nella prima parte mi soffermo sul libro di Bonaventura Barcella (1839), preso a punto di riferimento dell’erudizione municipale negli anni Sessanta del Novecento. La seconda parte è un excursus dei discorsi e delle proposte urbane attorno al Castelvecchio dal 1950 a tutti gli anni Novanta del Novecento, quando quello che fino ad allora veniva chiamato “castello” viene definito “Castelnuovo”. Nella terza parte seguo affabulazioni e riti cittadini attorno al Castelvecchio dal 2000 a oggi. Chi vuole sapere cosa ne penso, può andare alle Conclusioni. Il piccolo cappello che introduce ciascuna delle tre parti dà un’idea del loro contenuto a chi vuole andare più veloce.

Parte I. Il castello di Bonaventura Barcella (1839). Quando le mura, non più esistenti, erano un confine mentale, in piazza Barche viveva “la schiuma del popolaccio”, e la frazione di Carpenedo voleva diventare comune autonomo

1. Il primo a scrivere una storia di Mestre fu Bonaventura Barcella, che nel 1839 pubblicò le Notizie storiche del castello di Mestre[1]. Stando a questo libro, le parti originariamente costitutive della città erano due: il castello, cioè il nucleo urbano cinto da mura e da torri sulle anse del Marzenego (oggi è visibile solo la Torre dell’Orologio), e il Borgo di San Lorenzo appena fuori le mura, con la piazza e il duomo. Barcella intendeva fare la storia del primo nucleo, che fin dal titolo chiamava “castello di Mestre” (nella mappa che lo ricostruisce nel suo assetto originario viene però detto “Antico castello di Mestre”).

Ai tempi di Barcella, quasi tutte le mura del “castello” erano state abbattute, e delle torri rimanevano in piedi Torre Belfredo e la Torre dell’Orologio. Tuttavia, per quanto largamente scomparse, le mura stabilivano ancora un dentro e un fuori. Nelle sue memorie sul Quarantotto, monsignor Renier arciprete del duomo di San Lorenzo, scrisse per esempio che per salvarsi dalle bombe scagliate da Forte Marghera contro gli Austriaci accampati a Mestre, molti abitanti si spostarono nei borghi vicini, e “appena quattro o cinquecento dormivano la notte entro la cerchia del castello”[2].

I notabili della città, a cominciare da quelli che sottoscrissero la pubblicazione del libro di Barcella rendendone possibile la stampa, potevano senz’altro riconoscersi nella storia del castello, anche se abitavano fuori delle vecchie mura, in piazza Maggiore, alla Rosa o ai Sabbioni vicino a Villa Querini. Ma si poteva dire altrettanto dei popolani, di quelli delle Barche per esempio?

Se monsignor Renier pensava alle Barche, pensava alla “schiuma del popolaccio” che nei primi giorni del Quarantotto era pronta a mettere in pratica quello che lui chiamava “la legge del comunismo”, e cioè “migliorar condizione, godere a buon mercato, vivere a spese dei ricchi”[3]. Che cosa poteva dunque significare per quei popolani un castello che stabiliva una gerarchia tra chi stava dentro (in alto) e chi stava fuori (in basso)?

Il racconto delle origini cittadine voleva affermare un segno di distinzione del borgo murato nei confronti di chi viveva fuori, ma allo stesso tempo era volto a creare e rafforzare legami clientelari tra notabili e popolo in nome di un comune blasone municipale (il castello di Mestre), rafforzando un “noi” rispetto non solo ai borghi di terraferma ma anche a Venezia. Penso agli scontri tra popolani mestrini e veneziani di cui parla monsignor Renier nel Quarantotto, e di cui era rimasta traccia, ancora a memoria mia, nella rivalità tra “barcari mestrini” e “gondolieri veneziani” nel corso delle regate, in primo luogo quella che si svolgeva sul canal Salso a Mestre[4].

Fino a che punto il simbolo del castello si sarà diffuso nelle classi popolari oltre le vecchie mura urbane? Di certo il racconto proposto da Barcella, elaborato nel centro di Mestre, si fermava ai confini non dico di Zelarino e di Favaro, ma perfino di Carpenedo, all’epoca frazione del Comune, che nella primavera del 1848 rivendicò l’autonomia.

2. Nei primi decenni dell’Ottocento esisteva a Mestre una stradina di campagna, detta trozo de Castelvecchio, che passando il Marzenego per un ponte (il ponte di Castelvecchio) portava a un’area con un edificio rurale, campi coltivati, prati e vigneti, e di lì in piazza, passando all’esterno dei resti delle mura. Quel ponte c’è ancora. Entrate nei piccoli giardini da via Einaudi, in centro città, in fianco a via Castelvecchio che è una stradina chiusa: dirigetevi verso la recinzione di fronte a voi, e vedrete il ponte al di là della rete.

Il ponte di Castelvecchio oggi (foto Piero Brunello, dicembre 2025)

Che cos’era dunque – se mai era esistito – quel castello di cui la toponomastica aveva conservato memoria? Secondo le notizie raccolte da Barcella, Francesco da Carrara nel 1380 aveva preteso dai veneziani la cessione sia di un castello “nuovo” di Mestre sia di quello “vecchio” (segno che all’epoca ne esisteva uno); nel 1455 il governo veneziano aveva concesso ai canonici di San Salvador di Venezia “gli avvanzi”, cioè i resti “dell’Antico Castello di Mestre”; nel 1752 i canonici di San Salvador avevano ricostruito in pietra un ponte che essi stessi avevano costruito in legno nel passato, come testimoniava un’iscrizione in marmo di una chiesa ancora visibile nei primi decenni dell’Ottocento. Bene – concludeva Barcella –, in quel luogo, dove passava via Castelvecchio, era esistito un “antico” o “vecchio” castello[5].

I siti originari di Mestre (su rotolo di pergamena) per Bonaventura Barcella
(elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

Parte II. La riscoperta del Castello dopo il 1950, quando Mestre, pur mantenendo lo stesso nome, diventa un’altra città; a fine secolo i castelli diventano due: accanto al “Castelvecchio”, il “Castelnuovo”

1. Una ripresa dell’interesse per le origini di Mestre avvenne dopo il 1950, prima con i lavori di Giuseppe Urbani de Gheltof[6], e poi con le iniziative e le ricerche del Centro Studi Storici di Mestre, che nel 1966 fece ristampare in anastatica il libro di Barcella[7].

Tra il 1950 e il 1975 la popolazione di Mestre raddoppiò, passando da circa 100mila abitanti a 200mila. Rispetto agli anni in cui era vissuto Barcella, Mestre manteneva lo stesso nome ma era diventata un’altra città. In particolare, rispetto a un secolo prima, via del Castelvecchio continuava a esistere (esiste tuttora), ma l’area aveva cambiato completamente aspetto dopo che nel 1906 vi era sorto l’ospedale Umberto I che, via via ampliato, sarebbe rimasto in attività fino al 2008.

Frutto di questo interesse per le origini della città fu il convegno “Il castello di Mestre nella Storia della Repubblica di Venezia”, promosso dal Centro Storici di Mestre nel 1969. Nella sua relazione su quello che chiamava “il primo castello di Mestre”, Gabriele Rossi-Osmida presentò alcuni documenti nuovi sul ponte di Castelvecchio. Quando i canonici di San Salvador ottennero l’area (tutta disabitata), le donne andavano a lavare i panni vicino alle rovine della porta principale del castello. I canonici cacciarono le donne, e in quel punto nel 1469 costruirono un ponte in legno, che poi ricostruirono in muratura nel 1752 secondo l’attestazione di Barcella[8].

Ora, benché si sapesse che nell’area dove si trovava l’Ospedale Umberto I un tempo doveva essere esistito il primitivo castello di Mestre, il luogo era considerato estraneo ai siti costitutivi di Mestre, che continuavano a essere gli stessi individuati da Barcella: il castello con la Torre dell’Orologio, il borgo di San Lorenzo, e il tratto di Marzenego di pertinenza di Mestre[9]. E chi viveva nei pressi del ponte di Castelvecchio non coltivava la memoria di un castello, e semmai lo pensava come un luogo romantico adatto a incontri tra innamorati[10].

2. Tra il 1990 e il 1991 uscirono due studi che riflettevano due differenti immagini dell’area originaria del centro di Mestre.

a) In un libro pubblicato nel 1990 con il Centro Studi Storici di Mestre, Marco Sbrogiò parla di due castelli. È vero che il primitivo castello andò distrutto nel 1274 (per altri fu nel 1273) a causa di un incendio e si cominciò a realizzarne un altro poco discosto, ma per un certo periodo i due castelli rimasero compresenti. Se il primo castello continuava a essere il “Castelvecchio”, l’altro, che fino allora era conosciuto come “Castello di Mestre” (o “Antico Castello di Mestre” come scrive Barcella nella didascalia della mappa), venne chiamato “Castelnuovo”[11]. Inoltre Sbrogiò inseriva tra i resti tuttora esistenti del Castelvecchio anche il ponte, che conserva “la foggia muraria realizzata nel XIV secolo”[12].

I due castelli (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

b) Nel 1991 uscì il saggio più approfondito sul tema, di Wladimiro Dorigo, intitolato Mestre medievale (nel frattempo era uscita la ricerca di Adriana Gusso, basata su fonti d’archivio)[13].

Per prima cosa, non si poteva parlare di due castelli. Le origini del castrum vetus risalivano al 1095, mentre la prima volta che in un documento compare il burgus (borgo) di Mestre è in un documento del 1207: era un borgo che a mano a mano venne recintato da mura, non un castello, ma la “mutazione semantica” si ha in un documento dei primi del Quattrocento e da allora viene ripetuta[14].

Nei primi decenni del Quattrocento il sito occupato dal castrum vetus era paludoso, disabitato e colpito dalla malaria; poi arrivarono i canonici di San Salvador. Ci sono resti del sito? No. Solo qualcosa è stato conservato nella “casa delle suore”, incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale civile di Mestre, e cioè le colonne e capitelli provenienti “quasi certamente” da “qualcuna delle residue costruzioni del castrum”[15]. Del ponte Dorigo non fa menzione, perché lo ritiene un manufatto che non fa sicuramente parte della Mestre medievale.

I siti archeologici individuati da Wladimiro Dorigo (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

3. Nel 1998 Franca Cosmai delineò un’accurata storia della formazione di Mestre basata sui documenti conosciuti, sulla scorta degli studi fin lì usciti e in particolare del saggio di Wladimiro Dorigo[16]. Da allora, sempre che non mi sia sfuggito, non sono emerse ulteriori conoscenze documentarie[17].

Nel discorso pubblico invece, che è quello che qui ci interessa, si continuò a usare la tripartizione già proposta da Barcella (il Castello, il Borgo di San Lorenzo e il tratto mestrino del Marzenego), con l’aggiunta del Castelvecchio, che obbligava, come abbiamo visto, a cambiare il nome del Castello, chiamandolo Castelnuovo. Il suggerimento di Dorigo – di partire dai luoghi (erano cinque) dove erano stati rinvenuti effettivamente dei reperti – venne così lasciato cadere[18]. Allo stesso modo venne ignorata la sua proposta di parlare di borgo murato e non di castello, mentre il suo appello a salvaguardare i capitelli e le colonne medievali conservati nella “casa delle suore” sembrò avere raggiunto il suo scopo quando nel 2008 l’edificio fu tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali[19].

4. Ancora negli anni Novanta del Novecento, pur riconoscendo avere “una certa fondatezza l’ipotesi che […] all’incirca dove si trova l’Ospedale civile, esistesse un altro più antico castello ritenuto questo costruito sulle rovine di un caposaldo romano distrutto da Attila”[20], Luigi Brunello rimaneva legato alla configurazione per così dire tripartita dei siti originari di Mestre proposta da Barcella (Castello, Borgo di San Lorenzo, tratto mestrino del Marzenego)[21]. Ripubblicando infatti la mappa del castello proposta da Barcella, quello con la Torre dell’orologio, Brunello usa la stessa espressione, e cioè “Antico Castello di Mestre”[22].

Negli stessi anni tuttavia altri studiosi, legati anch’essi al Centro Studi Storici di Mestre, adottarono l’immagine dei due castelli originari, e si concentrarono sul Castelvecchio. Quali tracce erano rimaste? Non più solo la toponomastica (via Castelvecchio), ma anche il ponte sul Marzenego, che da manufatto al massimo settecentesco (per quanto in seguito rimaneggiato) divenne se non un reperto del Castelvecchio, di sicuro un elemento che lo ricordava[23].

Parte III. Il castello inesistente diventa un luogo della memoria; l’ex ospedale Umberto I da luogo di ricordi diventa spazio progettuale; le associazioni storiche si trasformano in custodi della memoria civica. Riti cittadini e marketing territoriale. Usi pubblici dell’archeologia

L’elemento che catalizzò l’attenzione sul Castelvecchio fu la chiusura dell’Ospedale Umberto I nel 2008 e l’abbandono dell’area, con una parte sterrata adibita a parcheggio. Da allora lo spostamento dello sguardo sul Castelvecchio ha coinvolto sempre più associazioni civiche, ambientaliste e di storia.

Gruppi di persone a piedi o in bicicletta sostano davanti al ponte, dove si tengono discorsi e lezioni[24]; si promuovono convegni sui due castelli di Mestre; le proteste per lo stato di abbandono in cui versa quello che viene chiamato il “buco nero” della città, e per la perdita di uno spazio pubblico a favore di interessi privati, fanno appello al recupero del patrimonio sia storico sia ambientale[25]; il sito, che passa dalla storia alla memoria, diventa “luogo della memoria”[26], chiama in causa la “identità cittadina” e le “radici”[27], “aiuta a valorizzare un bene comune”[28].

Ora – lasciando perdere le vicende dell’area[29] –, se c’è un luogo della memoria in una città, quello è un ospedale, o l’area dove sorgeva, con i reparti, il Pronto soccorso e l’obitorio che suscitano ricordi così intensi e sentimenti così profondi, almeno per chi ha una certa età; e davanti a quei padiglioni, o al luogo in cui sorgevano, ci ritroviamo e ricordiamo, che cosa? la perdita di un castello.

E come si chiamerà, se mai andrà in porto, l’insieme di torri residenziali e spazi commerciali progettati nell’area dell’ex ospedale? “Castelvecchio, la porta verde della città”[30].

Conclusioni

Non mi occuperò di quello che lo storico Marc Bloch chiamava “l’idolo delle origini”. Se la ricerca delle origini piace così tanto a chi fa storia, dopo che Bloch ci ha spiegato che è un ostacolo alla comprensione del passato, vuol dire che alla base di questo interesse ci sono motivi che non hanno niente a che vedere con la pratica della ricerca storica. Quali?

Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando, sulle orme di Bonaventura Barcella, vengono riprese le ricerche sul castello, a Mestre ci si era comportati e ci si comportava come se la città fosse priva di luoghi storici da preservare; la città si allargava “come campagna rosicchiata”, a volte “sbranata”[31]; e chi abitava in uno dei nuovi quartieri o in uno degli ex comuni, quando andava al centro, per esempio per fare un giro a Coin o in piazza Ferretto, diceva di andare a Mestre.

È ovvio, scriveva nel 1996 Vitaliano Freguglia nella rivista “Altrochemestre”, “che le vestigia di un paese di 5000 abitanti non possono reggere come centro storico per una città di duecentomila e passa”[32]. E invece avvenne proprio così, e cioè che venne proposto come origine e simbolo della città di duecentomila abitanti un “castello” che già un secolo prima faceva fatica a essere accettato come blasone alle Barche o a Carpenedo, quando il comune di Mestre era un piccolo borgo di poche migliaia di abitanti.

Un castello nel centro e alle origini della città svolgeva più funzioni: rivendicava l’esistenza fino ad allora misconosciuta di un centro storico anche a Mestre; immaginava una città fatta di un centro antico circondata da periferie prive di storia, rifiutando cioè l’idea di una città-collage di più centri storici, tutti degni di attenzione; faceva sembrare Mestre simile a una delle tante città venete con piazza, mura e castello; e infine cercava di fissare e disciplinare dei confini mentali che in realtà erano mobili e definiti dal contesto dell’interazione sociale (“sto a Marghera ma sono di Venezia”, “sto alla Cipressina” e così via) [33]. In altre parole, immaginare che una città operaia fosse cresciuta attorno a un castello con le sue mura e le sue torri, esprimeva il rifiuto, o almeno la difficoltà, ad accettare una realtà urbana policentrica e metropolitana.

Ma perché dai discorsi attorno a un “castello” di cui almeno è rimasta in piedi una bella torre, quella dell’Orologio, si passa ai discorsi attorno a un castello che non ha lasciato tracce, e che a metà Quattrocento era già scomparso da un pezzo?

La storiografia mestrina nasce con un senso d’inferiorità nei confronti di Venezia, a cui risponde rivendicando un passato cittadino altrettanto nobile e antico, e un posto di tutto rispetto prima nella storia della Serenissima e poi di quella nazionale[34]. Certo, è sempre corso sotterraneamente un rimpianto per l’autonomia comunale perduta, per la Mestre com’era, e per le bellezze di cui la città è stata privata. Solo così si può spiegare perché l’ironica “Versailles in piccolo” di Pantalon dei Bisognosi si sia trasformata nell’ammirazione per la “piccola Versailles” attribuita a Carlo Goldoni[35].

Tuttavia a partire dagli inizi del Duemila la storiografia cittadina è stata sempre più improntata al rimpianto per i luoghi perduti, quali l’Antica Posta nella piazza Barche dipinta da Canaletto, il Parco Ponci quando aveva un laghetto e uno chalet, il teatro Balbi degno appunto di Versailles, la peschiera di una Villa Giustinian i cui resti archeologici si trovano sotto gli ex giardini di via Pio X, il Marzenego prima di essere tombato, la Torre di Belfredo distrutta nel 1876. A fine Novecento le geografie dell’assenza, o meglio della perdita, hanno incluso il Castelvecchio.

Wladimiro Dorigo ha mostrato come la “casa delle suore” contenga “i più antichi monumenti di plastica architettonica conservati e visibili in Mestre”[36]: da allora ci sono molte richieste volte al recupero dell’edificio. Eppure la “casa delle suore” non è meta di riti collettivi, che si svolgono invece davanti a un ponte in cattivo stato che evoca un castello perduto di cui non ha mai fatto parte. (Si dirà che la “casa delle suore” si trova in un’area interdetta: ma anche il ponte del Castelvecchio lo si vede al di qua di una rete di recinzione. E poi, volendo, tracce della città tardo medievale non sarebbero difficili da trovare, ricercando per esempio la presenza ebraica a Mestre, ben documentata[37]).

Difficile dire perché da circa vent’anni Mestre sente il bisogno di un castello, anzi di due, entrambi inesistenti: che sia un modo per presidiare simbolicamente (e materialmente, se pensiamo ai valori immobiliari) il centro che si sta rimpicciolendo in seguito alla percezione dell’avanzata del “degrado” dal corso del Popolo e da via Piave in direzione di piazza Ferretto?

Concludo. La vicenda del Castelvecchio mi sembra avere una certa assonanza con “la piccola Versailles”: un castello perduto, una reggia scomparsa. A mio parere nessuno dei due simboli, che organizzano i luoghi secondo una gerarchia sociale e spaziale, si presta a rappresentare una città metropolitana. È su questo che si dovrebbe discutere, tenendo conto che nelle città convivono immagini diverse, e che ogni generazione ne ha una propria. Proposte per riflettere sulle auto-rappresentazioni in cui Mestre si è messa e potrebbe mettersi in scena non sono mancate: semmai potremmo interrogarci sui motivi del loro fallimento. Ho sotto gli occhi un testo collettivo a proposito di un futuro museo cittadino, pubblicato nella rivista “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, che nel 1996 proponeva di vedere la città “come il museo di sé stessa”, in cui “mestrini, margherini, veneziani”, trovano “pezzi della loro storia”, e in cui “chi arriva qui per un viaggio” e “persone di altre città” ripercorrono “alcuni eventi comuni” o scoprono “differenti soluzioni ai problemi”[38]. Penso anche all’immaginario metropolitano che prendeva vita a fine Novecento nello stadio Penzo attorno alle vicende dell’Unione/VeneziaMestre[39]. Di sicuro il ponte del Castelvecchio potrebbe raccontare tante storie importanti avvenute quando apparentemente non succede niente di storico (per esempio gli incontri degli innamorati che ho già ricordato); ma se proprio volessimo individuare un episodio che consideriamo storico, io sceglierei il momento in cui i frati di San Salvador cacciano le donne che andavano a lavare i panni e in quel punto costruiscono un ponte: simbolico quanto basta per rappresentare la fondazione di una città, no? E non lo dico perché i frati erano veneziani e le lavandaie di Mestre… L’immaginario urbano è un luogo di conflitto in cui si elabora il futuro di una città.

Nota. Si ringrazia Francesco Bortolini per l’amichevole collaborazione. L’immagine di copertina è stata creata dalla redazione con ChatGPT.


[1] Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio. Opera divisa in tre parti. Volume I, Parte I, Angelo Pozzi Tipografo ed Editore, Venezia 1839. Non che mancassero precedenti esempi di erudizione municipale mestrina, ma Barcella fu il primo a progettare un’opera, rimasta incompiuta, che andava dalla fondazione di Mestre ai suoi giorni. Barcella era segretario comunale a Mestre, allora appartenente al Lombardo Veneto soggetto a Vienna, in Lia Sbriziolo,Le Confraternite veneziane di devozione: saggio bibliografico e premesse storiografiche (dal particolare esame dello Statuto della scuola mestrina di San Rocco), Herder, Roma 1968, p. 16n.

[2] Giovanni Renier, La Cronaca di Mestre degli anni 1848 e 49 e saggio di altri scritti inediti, Treviso 1896, pp. 134-135; la cronaca è stata ripubblicata dal Centro Studi Storici di Mestre, a cura di Luigi Brunello, Mestre 1982.

[3] Ivi, p. 20.

[4] Testimonianza di Bepi Osei (Campaltin) in Regate e Regatanti a Mestre [2019], a cura di Giorgio e Maurizio Crovato, online. Vedi Fabio Brusò, Piazza Barche:Mestre 1846-1932, Cierre, Sommacampagna (VR) 2000, pp. 17, 149-159; di “razza delle Barche” parlava Mario Brusò, nato alle Barche nel 1925, parlando con il figlio Fabio (p. 17): espressione scherzosa, ma sappiamo quanto i rapporti di scherzo ci dicano sempre qualcosa di serio.

[5] Barcella, Notizie storiche cit., pp. 94, 103-104, 123-4, 152.

[6] In un articolo uscito nel Gazzettino del Lunedì il 4 agosto 1954, Giuseppe Urbani de Gheltof, pittore, architetto e cultore di storia cittadina, richiamava l’attenzione su possibili resti archeologici nel sito; le notizie a sua disposizione non andavano però più in là di quelle notizie fornite da Barcella (Adibiti a cantina i ruderi del castello, “Il Gazzettino del Lunedì”, 9 agosto 1954; non ho visto l’originale, cito da Nicoletta Consentino, Un museo per Mestre: storia di un’idea,Centro Studi Storici di Mestre, Mestre s.d.).

[7] Si veda la prima serie dei “Quaderni di studi e notizie” pubblicati dal Centro Studi Storici di Mestre (numeri 1-15, dal 1962 a 1971); la ristampa anastatica, con una presentazione di Luigi Brunello, fu pubblicata nel 1966.

[8] Gabriele Rossi-Osmida, Il primo castello di Mestre, in Centro di studi storici, Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia, atti del convegno (6-7 dicembre 1969), Quaderno di studi e notizie 13, Mestre 1971, pp. 17-22 (il saggio alle pp. 9-27).

[9] Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, Brunello accenna sì all’esistenza del Castelvecchio nell’area dell’Ospedale Umberto I, ma poi si sofferma a descrivere nei dettagli il castello (torri, strade, resti di mura): “un castello nel vero senso della parola”, “cinto da fossati”.

[10] Angelo Milanesi, Ritorno a Mestre, in Ritorno a Mestre, Edizioni Altino, Mestre s.d. [dopo 1979]; l’Autore, per molti anni impiegato e poi funzionario della Cassa di Risparmio, nato a Mestre nel 1910, vi muore nel 1979.

[11] Barcella, Notizie storiche cit., parla una volta de “il nuovo Castello” (p. 22), e un’altra de “il Castello nuovo” (p. 103), per distinguerlo da quello esistito precedentemente, ma non usa mai il termine “Castelnuovo” per definire “il castello”.

[12] Marco Sbrogiò, I castelli di Mestre e l’antica struttura urbana, Centro Studi Storici di Mestre. Mestre 1990. pp. 17-18.

[13] Wladimiro Dorigo, Mestre medievale, “Venezia Arti. Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell’Università di Venezia”, 1991, pp. 9-28, ripubblicato in Centro studi storici di Mestre, Storia di Mestre. Atti della Scuola Seminario, a cura di Roberto Stevanato, Centro Culturale Villa Pozzi, Mestre 1999, pp. 19-41; il libro di Adriana Gusso è Mestre: le radici identità di una città (sul Castelvecchio vedi il capitolo Mestre roccaforte).

[14] Già in un documento del 1408 quello che era stato il burgus de Mestre cominciò a essere detto il “castrum novum de Mestre”, e questa “mutazione semantica”, conclude Dorigo, ha ingannato “tutti gli studiosi fin qui”, che hanno sempre scambiato un borgo per un castello (Dorigo, Mestre medievale cit., p. 24).

[15] Ivi, pp. 16-17.

[16] Il contributo di Franca Cosmai è in Mestre la storia, le fonti, a cura di Sergio Barizza, CD-ROM, Comune di Venezia Archivio storico comunale 1998.

[17] Secondo Valeria Ardizzon, che con Pina Colautti ha seguito per conto della Soprintendenza dal 1992 al 2013 gli interventi archeologici a Mestre, non si sono mai rinvenuti reperti nell’area del Castelvecchio, a sua conoscenza neanche dopo il 2013, vedi intervento nel convegno “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Convegno di studio 13-14 maggio 2023, video disponibile su youtube.

[18] I siti individuati sono: il Castrum (Castelvecchio), il Burgus (“castello di Mestre”), il Portus (porto fluviale attaccato al Castrum), il Burgus Sancti Laurentii con la Plebs (il Borgo di San Lorenzo con l’attuale Duomo), e infine il Burgus Hospitalis (appena fuori la Torre di Belfredo in direzione dei Quattro Cantoni).

[19] Claudio Pasqual, L’ospedale Umberto I, 1906-2008 [2013], in Id., Note mestrine. Cose viste, interventi, ricerche, storiAmestre, Mestre 2022, pp. 177-187.

[20] Brunello, Storia ragionata cit., p. 49.

[21] “In tempi lontani Mestre era individuata da un castello, un borgo e un porto” (Mestre come eravamo. Testi di Carlo della Corte, Cenni storici di Luigi Brunello, Banca del Friuli, Udine 1988, p 27); vedi anche Luigi Brunello, Mestre il porto il castello, Tipografia Trentin, Mestre 1991; Id., Storia ragionata della città di Mestre, A.D.G.S.a.s, Venezia 1994.

[22] Luigi Brunello, Mestre il porto cit., tra p. 18 e p. 19.

[23] Giorgio Zoccoletto, dando notizia di aver intrapreso una ricerca “sulle vicende della primitiva struttura fortificata di Mestre”, ricordava “alcune tracce” rimaste, e cioè “il nome della strada campestre d’accesso (via Castelvecchio appunto), il ponte sul Marzenego, la chiesa interna (rifatta sulla primitiva) ed altri frammenti inseriti nei fabbricati attigui” (Giorgio Zoccoletto, Il priorato di Mestre eletto in abbazia, Accademia Altinate in Mestre, Mestre s.d. [1993?], nella nota di presentazione). Nel 1999 gli Atti della Atti della Scuola Seminario promossa dal Centro studi storici inclusero il saggio di Marco Sbrogiò, in Storia di Mestre cit., pp. 57-68.

[24] Lezione di storia sul Ponte di Castelvecchio, “Il Gazzettino”, 1 giugno 2015, dove si legge che il ponte risale all’XI secolo, senz’altro un refuso; si veda la biciclettata “ABC-Mestre in bici – Storia di una grande città”, 13 settembre 2025, video disponibile su youtube.

[25] Le iniziative sono promosse dal Comitato Ex Umberto I Bene Comune.

[26] Così Stefano Sorteni nell’incontro “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Convegno di studio 13-14 maggio 2023, video disponibile su youtube.

[27] Vedi l’intervista a Roberto Stevanato, in La voce della città metropolitana, 4 marzo 2024, disponibile online.

[28] Mail mandata dal direttivo di sAm, 5 maggio 2023, con invito a socie e soci (ma con un indirizzario più ampio) a partecipare al citato Convegno “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Centro Culturale Candiani, Mestre, 14 maggio 2023.

[29] Non è compito di questo scritto seguire le vicende dell’area; per gli ultimi sviluppi vedi Fulvio Fenzo, Ex ospedale Umberto I, battaglia sull’impatto ambientale: si comincia a vedere la ‘fine’ del lungo cammino del piano di recupero, “Il Gazzettino”, 24 dicembre 2025.

[30] Alì presenta il progetto per l’Ex Umberto I a Mestre: investimento da 150 milioni di euro, “Gente veneta”, 5 luglio 2025; una versione precedente del progetto in Carlo di Gennaro, Alì presenta il progetto all’ex ospedale Umberto I di Mestre, ecco come sarà: nuovi edifici residenziali, supermercato e aree verdi, “Venezia Today”, 5 luglio 2024. Segnalo un progetto alternativo, presentato da Gianfranco Vecchiato in un convegno a Santa Maria delle Grazie, a Mestre, il 16 novembre 2023, video disponibile su youtube.

[31] Vitaliano Freguglia, Dopo il terzo numero, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 4, 1996, p. 48.

[32] Ibidem.

[33] Piero Brunello, Dubbi sull’esistenza di Mestre [1990], in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 31-46; Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2393-2435, ora disponibile online.

[34] Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre, atti del convegno (Mestre 25-27 marzo 1988), Presentazione di Domenico Canciani, Arsenale, Venezia 1990, pp. 13-22.

[35] Piero Brunello, Mestre: “una piccola Versailles”, altrochemestre.it, 19 novembre 2025 https://altrochemestre.it/2025/11/19/mestre-una-piccola-versailles/.

[36] Dorigo, Mestre medievale cit., p. 28.

[37] Reinhold Mueller, Banchi ebraici tra Mestre e Venezia nel tardo medioevo [2010], in Id., Venezia nel tardo Medioevo. Economia e società, a cura di Luca Molà, Michael Knapton, LucianoPezzolo, Viella, Roma 2021, pp. 367-393; Renata Segre, Preludio al ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i dogi (1250-1516), Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2021 (disponibile online).

[38] Associazione storiAmestre, Musei, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 4, pp. 56-57 (nella nota al testo gli autori e le autrici, e l’occasione della scrittura).

[39] Filippo Benfante, Piero Brunello, Lettere dalla curva sud. Venezia 1998-2000, Odradek, Roma 2001.

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Mestre: “una piccola Versailles”

19/11/2025 di Piero Brunello // Generi di discorso Storiografia

Note sull’uso e la diffusione di un passo della commedia La cameriera brillante di Carlo Goldoni. Blasoni municipali e invenzione della tradizione; città operaia e genealogie nobiliari; capitale simbolico di una città, al centro e nelle periferie; soggetti autorizzati a definire il patrimonio culturale di un luogo, e soggetti esclusi.

1. Capita sempre più spesso di leggere, in diversi ambiti di discorso e non solo negli studi di storia locale, che Mestre nel Settecento era una “piccola Versailles”. Chi l’ha detto? Carlo Goldoni nella commedia La cameriera brillante.

Da quando, in che ambiti e con quali scopi si è diffusa questo sintagma? E cosa dice la fonte, cioè il testo di Goldoni?

2. Prima che se ne occupassero gli storici di Mestre, la citazione era nota agli studiosi delle opere di Carlo Goldoni[1], e delle ville venete[2].

Per quanto ne so, il primo a parlare di “piccola Versaglia” in un discorso di storia di Mestre è Luigi Brunello nel 1964: si tratta di un accenno, che, senza citare Carlo Goldoni, si riferisce alle “moltissime ville di altri tempi” di cui “sopravvivono solo frammenti”[3]. Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, viene letto il passo de La cameriera brillante, a cui segue il commento (è Piero Bergamo a farlo): “Questa è la Mestre del Settecento descrittaci da Carlo Goldoni […]. Mestre come una piccola Versailles, come abbiamo sentito”[4]. Da allora la metafora si ritrova nelle pubblicazioni del Centro Studi Storici di Mestre, con qualche oscillazione tra “piccola Versailles” e “Versailles in piccolo”[5].

È da dopo il 2000 che diventa comune impiegare l’espressione “piccola Versailles” laddove si parli di Mestre nel Settecento: in libri di storia[6], in tesi di laurea[7], in racconti di ambientazione mestrina[8], in articoli di giornale e in siti di storia cittadina [9].

A partire circa dal 2015 l’uso di parlare di Mestre come “piccola Versailles” si diffonde fuori dagli studi di storia: in conferenze-spettacolo “per rilanciare l’identità della città”[10]; in progetti urbanistici su piazza Barche e sul Canal Salso[11]; nell’attività di promozione della Pro loco[12]; nei discorsi per affrontare l’inquinamento da Pfas[13]; in guide ai parchi e ai giardini[14]; in itinerari in bicicletta “alla scoperta di Mestre”[15]; nell’azione di comitati per la difesa di alberi, parchi e giardini[16]; in interrogazioni di gruppi consiliari del Comune per realizzare un parco in un’area urbana abbandonata[17]; in biciclettate alla scoperta dei luoghi storici di Mestre[18].

Per riassumere, oggi l’espressione “piccola Versailles” viene utilizzata ogniqualvolta si voglia lamentare la perdita di una città d’acqua e di giardini travolta dalla speculazione edilizia, quando si parli di Mestre che “cerca una propria identità”, e infine nella mobilitazione civica: ed è fatta propria da associazioni di storia, enti di promozione turistica, istituzioni pubbliche, studi urbanistici, associazioni civiche, culturali e ambientaliste.

3. E adesso la citazione. Viene dalla commedia di Carlo Goldoni, La cameriera brillante (stagione teatrale 1753-1754):

“E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo. La scomenza dal canal de Malghera, la zira tuto el paese, e po la scorra el Teragio fin a Treviso. La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa. Ghe xe casini che i par gallerie; ghe xe palazzi da cità, da sovrani. Se fa conversazion stupende; feste da ballo magnifiche; tole spaventose; tutti i momenti se vede a corer la posta, sedie, carozze, cavali, lachè; flusso e reflusso da tute le ore. Mi m’ho retirà fra tera, lontan dai strepiti, perché me piase la mia libertà. Per altro sento a dir che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae; e che se fa spiccar el bon gusto, la magnificenza, e la pulizia da tuti i ordeni dele persone che fa onor ala nazion, a la patria, e anca all’Italia medesima”[19].

Chi dice queste cose e in quale contesto? Come scrive Carlo Goldoni nelle sue Memorie, la scena “si rappresenta in una casa di campagna di Pantalone”, “negoziante veneto”, che vive con due figlie e una cameriera di nome Argentina. “Argentina – è sempre Goldoni a riassumere – è amata dal padrone di casa [Pantalone], e gli fare tutto quel ch’ella vuole. Fa venire da Pantalone gli amanti delle due ragazze, malgrado la sua austerità, e li fa pranzare con esso, malgrado la sua austerità”[20].

Fermiamoci qui, e precisamente quando Ottavio, che vuole sposare una delle due ragazze, riesce a introdursi in casa di Pantalone grazie alla cameriera. Ottavio è un forestiero che si vanta di possedere campi, ville, case, feudi, poderi, carrozze e servitù: ma Traccagnino, suo servitore, confida a Brighella, servo di Pantalone, che in realtà il suo padrone è uno spiantato millantatore. Ottavio dunque si presenta da Pantalone dichiarando di trovarsi lì per comperare dei beni, aggiungendo però subito dopo: “Ma non mi piace la terra”. Pantalone gli risponde: “No la ghe piase?”, e subito aggiunge: “E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo” eccetera.

Quindi il discorso è fatto da Pantalon de’ Bisognosi, che parlando di “Versailles in piccolo” non si riferisce a Mestre, ma alla “villeggiatura”. Dice infatti: “La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa”. In altre parole Pantalon de’ Bisognosi non parla di una città ma di “campagna”. In tutta commedia si parla di “villa” o di “campagna”. Clarice, figlia di Pantalone, si lamenta con l’innamorato di essere obbligata a “stare in villa”, senza mai vedere nessuno; e a un certo punto Brighella, servo di Pantalone, fa questa battuta: “Manco mal che semo in campagna”.

Per concludere, a mio parere è inesatto dire che Carlo Goldoni parla di Mestre come di “una piccola Versailles”. Mi sembrerebbe più corretto dire che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Goldoni, paragona la villeggiatura in campagna da Mestre a Treviso lungo il Terraglio a una “Versailles in piccolo” (espressione tra l’altro che ha una sfumatura diversa da “piccola Versailles”, come dirò più avanti).

Nel 1830 l’autore di un progetto di ponte tra Venezia e la terraferma, scrive che Mestre “potria dirsi la Versailles di Venezia”[21], riferendosi a una campagna contrassegnata dalla presenza di numerose ville di nobili veneziani, quella stessa che la storiografia, che adotta lo stesso punto di vista urbano e veneziano, chiama “civiltà di villa”. Questo è il territorio a cui Pantalon sta pensando, e con lui il pubblico (cittadino) del teatro. Il sito DiscoveryMestre coglie bene questa realtà quando, a proposito del teatro Balbi, oggi non più esistente, osserva: “Anche Mestre fu attraversata da tale moda [la villeggiatura] tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boscovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite.”[22].

4. Che effetto poteva avere sul pubblico (la commedia venne data la prima volta a Venezia) sentir decantare le conversazioni, le feste da ballo e la dispendiosa vita di società dalla bocca di una maschera che è l’emblema dell’avarizia? Direi che faceva ridere, come del resto ci si aspetta da una maschera della commedia dell’arte. Oltretutto Pantalon non parla di una “piccola Versailles” ma di una “Versailles in piccolo”, che a me sembra avere una sfumatura ironica. Pantalone si presenta così: “sono in campagna per goder la mia libertà, no vogio visite, no vogio complimenti, no vogio nissun”; la figlia Flaminia lo dice “uomo sofistico, che non può vedere nessuno”. Può una maschera così mostrare ammirazione per la vita frenetica di villa?

Senza contare che Pantalone ha una certa età, e infatti Argentina lo stuzzica chiamandolo “il più buon vecchietto di questo mondo”. È proprio la sua età a creare continue situazioni comiche. “Ma più de tuti el povaro vechieto / Giubila se qualcun ghe scalda el leto”, scherza Argentina; al che Pantalon commenta: “Arzentina no saria un cativo scaldaleto; ma no voria che invece de scaldarme, la me bruzasse”. (Alla fine Pantalone sposerà Argentina, “cameriera brillante”).

5. A un certo punto la cameriera Argentina si veste da contadina (in casa di Pantalone devono mettere in scena una commedia), e si presenta così: “Mi no son Arzentina. Son Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rosega da Mogiàn”. Come suggeriscono sia queste battute sia l’inversione teatrale dei ruoli sociali, la “campagna” di cui si parla nella commedia è vista dalla città con occhio comico che attinge al tradizionale repertorio della satira del villano. Se dovessi pertanto riassumere la vicenda, direi che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Carlo Goldoni, dissolve Mestre in una campagna ricca di ville, dove chi vi abita ha nomi rustici come Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rósega da Mogiàn.

Pantalon dice di sentir raccontare (non per esperienza, perché lui non esce di casa) “che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae” eccetera. Ora “cossazze”, lo attesta il dizionario del dialetto veneziano di Boerio, significa “Cose grandi, cioè cose di gran prezzo, ricchezza, pompa, profusione, magnificenza, cose da stupire”. Pantalone usa in tutta la commedia accrescitivi come baronazza, gagliotazza, frasconazza, viscerazze, matazza. Dato l’uso di un linguaggio enfatico e iperbolico, mi sembrerebbe strano che, quando parla delle “cossazze” che si fanno a Mestre, Pantalone voglia esprimere con serietà una genuina ammirazione. Ci sento anche qui uno sguardo ironico, con conseguente effetto comico, che si ritroverà anni dopo nella Trilogia della villeggiatura. “L’ambizione de’ piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile”: così Carlo Goldoni presentando “a chi legge” Le smanie per la villeggiatura (1761)[23].

6. Giuseppe Mazzotti, nel catalogo Le Ville venete pubblicato nel 1952, e più volte ristampato, scrive: «Un personaggio del Goldoni parla di Mestre – la città industriale di Mestre – come di “una Versailles”: lo credereste?”[24]. Potrebbe essere questa la fonte che Piero Bergamo e Luigi Brunello hanno presente. Ma la locuzione originaria “Versailles in piccolo”, in bocca a Pantalone, in Mazzotti diventa “Versailles”, ma pronunciata da “un personaggio di Goldoni”, per trasformarsi in “piccola Versailles”, e attribuita allo stesso Goldoni, nella conversazione radiofonica da cui siamo partiti: da allora quest’ultima è la versione che si diffonde.

7. Da una cinquantina d’anni, dunque, chi si richiama alla “Versailles” di Carlo Goldoni per ragionare di “identità urbana”, non coglie il fatto che è Pantalone a paragonare le ville sparse tra Musestre Chirignago Mogiàn alla reggia parigina abitata da una nobiltà cortigiana, e che lo fa in modo ironico: in ogni caso Pantalone non si riferisce a una città (Mestre), ma alla campagna.

Davanti a un caso d’invenzione della tradizione, è interessante riflettere sui motivi per cui, e a opera di chi, viene accolta o rifiutata, ed entro quali confini. Mi limito a tre osservazioni, solo per suggerire eventuali temi di discussione.

In primo luogo, il richiamo identitario alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro, ed evoca una città immaginata pre-novecentesca, stretta attorno ai resti del Castello. L’espansione urbana fuori di questi confini – cresciuta negli ex comuni autonomi di Favaro, Chirignago, Zelarino, a Marghera e nei quartieri sorti su località rurali urbanizzate – viene sentita come una “amorfa periferia”, abitata da “decine di migliaia di immigrati”. Così scrive Piero Bergamo nella Presentazione a Mestre di Luigi Brunello, del 1964[25].

Ora che il richiamo alla “piccola Versailles” gode di ampio consenso, sarà in grado il riferimento al Settecento mestrino di oltrepassare i confini del vecchio comune di Mestre? I vecchi immigrati, che negli anni Sessanta-Settanta del Novecento ostacolavano la diffusione della memoria di Mestre-centro, nel frattempo si sono inseriti, e ne sono arrivati degli altri: che rapporto avranno questi ultimi con la memoria cittadina? E come il racconto del passato cittadino terrà conto della loro memoria?

In secondo luogo è interessante chiedersi per quale motivo una città, che nella seconda metà del Novecento veniva identificata in una città operaia, scelga a proprio blasone Versailles, luogo aristocratico per eccellenza, simbolo di gerarchie sociali legate allo status. Dico “città”, ma mi riferisco a quanti amministrano, seppure in modi diversi, il capitale simbolico di Mestre, dalle associazioni ambientaliste alle istituzioni di promozione turistica. (Non parlo delle associazioni storiche, che pure sono tra i soggetti autorizzati a definire e a gestire il patrimonio culturale di un luogo o di una comunità, perché da chi si occupa di storia ci si aspetterebbe non un discorso affabulatorio sul passato, ma una verifica dei dati e una discussione delle fonti). Sarebbe utile fare un inventario delle definizioni di cui Mestre si è fregiata, e capire se “piccola Versailles” sia l’esito di una contesa culturale e sociale, che ha cancellato altre auto-rappresentazioni in cui la città si è messa e potrebbe mettersi in scena.

Infine, è il contesto, come sappiamo, a dare significato ai simboli. Negli anni Settanta il richiamo alla “piccola Versailles” come emblema identitario voleva rivendicare il passato celebre di Mestre, il suo essere città, con una propria storia, nobilitata dal rapporto con quella della Serenissima. Il rapporto con Venezia restava ambivalente, dal momento che la gloria di Mestre consisteva nella villeggiatura dei nobili veneziani: ma era pur sempre un modo per valorizzare il passato di Mestre, anche perché si univa alla richiesta di separazione della terraferma dal comune di Venezia.

Da tempo ormai, dato il peso dell’economia turistica, Venezia è invece un brand irrinunciabile del marketing territoriale veneto. Come si chiamano le Dolomiti? “The mountains of Venice”. Come promuovere l’artigianato feltrino? Esponendo una gondola in Piazza Maggiore a Feltre[26]. Un ennesimo quartiere in costruzione a Mogliano Veneto si chiama “Giardino del doge”: tanto varrebbe chiamarlo “Bosco di Mogiàn”. E Mestre, città di B&B turistici? Intanto ha già provveduto a cambiare il nome di Centro le Barche in Ca’ Mestre, che rimanda a una Ca’ d’Oro, a una Ca’ Rezzonico e così via; e non mi stupirei di vedere, in località Tarù, una Guest House Pantalone (“per un soggiorno esclusivo e riservato, dove rivivere il fascino senza tempo della Venezia di Goldoni e Casanova”). Nato per affermare l’autonomia di Mestre, il richiamo alla “piccola Versailles” verrà insomma utilizzato per ribadire che Mestre è Venezia.

8. Se penso alla mia esperienza (negli anni Settanta mi sono trasferito dal Villaggio San Marco prima a Bissuola e poi a Favaro), il blasone municipale legato alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro come segno di distinzione nei confronti di una “amorfa periferia”, e in alternativa al senso di identità dei quartieri che né si riconoscevano nei soggetti autorizzati a definire dal centro il capitale simbolico cittadino, né avvertivano il bisogno di nobilitare il passato, sentendosi semmai parte di una città operaia (lo testimoniano le prime due pubblicazioni di storiAmestre[27]). Il blasone nobilitato dal richiamo a una reggia aristocratica si diffonde in città a partire dal 2000, grosso modo quando i quartieri perdono d’importanza e Porto Marghera cessa di essere sentito come una risorsa e viene percepito come un attacco alla salute e all’ambiente.

La mia opinione?

Credo che il patrimonio simbolico di una città metropolitana e policentrica come Mestre è talmente ricco (monumenti storici del centro e ville comprese), che non c’è bisogno di vantarsi di un detto memorabile di Pantalon de’ Bisognosi, tra l’altro letto in modo frettoloso.

Nota. L’immagine di copertina è tratta da Carlo Goldoni, La cameriera brillante, Tipografia del Lloyd austriaco, Trieste 1856.


[1] Alfonso Lazzari, Il padre del Goldoni, “Rivista d’Italia”, 2, febbraio 1907, p. 258; Antonio Zardo, Il villeggiare de’ veneziani e Carlo Goldoni, “Nuova antologia di lettere, scienze ed arti”, s. VI, CCXXX, 1232, luglio-agosto 1923, p. 128.

[2] Le ville venete, catalogo a cura di Giuseppe Mazzotti, Libreria editrice Canova, Treviso 1952, p. 328, nella presentazione (pp. 325-330), firmata da Giuseppe Mazzotti, relativa alle ville della provincia di Treviso.

[3] Luigi Brunello, Mestre, fotografie di Bruno Carnevali, Associazione Civica per Mestre e la terraferma, Mestre 1964, p. 72.

[4] Dialoghi su Mestre. Conversazioni tra Piero Bergamo e Luigi Brunello, a cura di Francesco Brunello, Valentina Pietropolli, Roberta Vasselli, il prato, Saonara-Padova 2010, p. 109.

[5] Presentazione, in Francesco Fapanni, Il Terraglio, ossia la strada da Mestre a Treviso. La strada da Mestre a Mirano, a cura di Ilva Stocchero, foto di PaoloBorgonovi e ricerche di Roberto Stevanato, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2001, in Documenti della storia di Mestre, disponibile online in mestrenovecento.it; Roberto Stevanato, Mestre… una Versaglies in piccolo, Centro studi storici di Mestre, Mestre, s.d., disponibile online.

[6] Michele Casarin, Giuseppe Saccà, Giovanni Vio, Alla scoperta di Mestre, Regione del Veneto-Nuova dimensione, Portogruaro (Venezia) 2009, p. 68; Michele Boato, nel suo recente Mestre 1900-2025. Storie di una grande città. Dal sacco al riscatto, libri di Gaia, Mestre 2025, p. 17, ricordando “il fiorire di ville venete” dal Cinquecento al Settecento, osserva: «Perciò Carlo Goldoni non esagera citando Mestre come “piccola Versailles”»; la nota dice: “Vedi Carlo Goldoni, La cameriera brillante (1753)”, e riporta la citazione dalla commedia.

[7] Davide Ros, Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea, rel. Alessandro Gallo, Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2014-2015, p. 50.

[8] Pierluigi Rizziato, Mestre Venezia. Baci, abbracci, bisticci, tradimenti, Mazzanti Libri-Me Publisher, Venezia 2016, p. 104, immagina una scena in cui il proprietario del teatro veneziano di San Luca dice a Carlo Goldoni che al termine della commedia il pubblico aveva mormorato che “el megio scritor de Venezia” fosse “innamorato de Mestre” (capitolo “La piccola Versailles”).

[9] Sergio Barizza, L’apertura del teatro il segno che Mestre cambiava pelle, “La Nuova Venezia”, 27 ottobre 2013, ricorda che Goldoni «sul finire del Settecento, aveva parlato di Mestre come di “una piccola Versailles”; in Storia di Mestre in 500 parole, in mestreantica.it, si legge: «Carlo Goldoni nella sua “Cameriera brillante” paragona Mestre ad una piccola Versailles (“A Mestre se fa cosazze”)».

[10] La villa Durazzo con il teatro. Mestre, una piccola Versailles, “La Nuova Venezia”, 13 dicembre 2015, annuncia una conferenza-spettacolo dal titolo “Mestre nel ’700. Una Versaglies in piccolo” il 18 dicembre al Laurentianum (istituzione culturale della parrocchia di San Lorenzo), per offrire “una lettura composita dell’importante patrimonio storico, artistico, architettonico e di tradizione di quel territorio che trovò nel ’700 il suo momento più significativo e denso di stimoli”; l’evento è promosso da “Mario Esposito, operatore culturale e manager teatrale, e Roberto Milani, con la collaborazione e il sostegno di Confesercenti e della Fondazione Pellicani. Tutti uniti per rilanciare l’identità della città”.

[11] Villa Durazzo come Versailles, tra manoscritti di Vivaldi e sfarzose feste. La rinascita di piazza Barche dal recupero del Canal Salso a oggi. Lo studio è firmato da Nannini, Vincenti ed Esposito, “La Nuova Venezia”, 25 ottobre 2018: gli interventi urbanistici proposti si inseriscono in un momento in cui Mestre “cerca una propria identità” e “sogna una valorizzazione del proprio passato”; ne parla Alessandro Marzo Magno, Villa Durazzo e l’antico splendore di Mestre: viaggio nella memoria, “Il Gazzettino”, 24 ottobre 2025, che parla di “piccola Versailles”, e scrive che il progetto “mira non solo a recuperare la memoria della vita culturale mestrina del Settecento, ma anche a restituire l’orgoglio a una città violentata dalla speculazione edilizia del dopoguerra”.

[12] Angelo Dolce, Mestre all’interno del sistema difensivo veneziano, “Pro loco Mestre Magazine”, I, 3, 2019, p. 8 (“una piccola Versailles scrisse lo stesso commediografo [Goldoni] in una commedia”).

[13] Michele Boato ricorda il passo di Goldoni (“Versailles in piccolo”) ricevendo il premio Argav 2019 l’11 dicembre 2019.

[14] Gianfranco Vergani, Mestre, il verde ed i suoi parchi, “Il Nuovo Terraglio”, 20 settembre 2020; la pagina facebook del Comune di Venezia, che illustra ville e parchi da visitare in città, si apre con la frase: «“Una piccola Versailles”: è questa la definizione che a fine Settecento Goldoni dà di Mestre»; siti turistici con consigli di itinerari urbani.

[15] Nicole Casagrande, Alla scoperta di Mestre in bicicletta, “Il Nuovo Terraglio”, 28 settembre 2020 scrive: «“Una piccola Versailles”: proprio così fu definita la città di Mestre da Carlo Goldoni sul finire del Settecento».

[16] Francesco “Chico” Brunello, Il verde, nonostante…, “Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre”, n. 42 (maggio-agosto 2021), pp. 8-9 rende conto dell’attività dell’associazione “Amico albero” per la salvaguardia di alberi e giardini a Mestre, città «chiamata dal Goldoni “una piccola Versailles”».

[17] L’interrogazione del Gruppo Consiliare del PD 7 maggio 2022 (firmata da Paolo Ticozzi, Monica Sambo, Alessandro Baglioni, Alberto Fantuzzo, Giuseppe Saccà, Emanuela Zanatta), “Risarciamo Mestre dalla perdita di Parco Ponci con un parco nell’area delle ex serre vicino al cimitero di Mestre”, ricorda tra altre cose il fatto che “la città di Mestre sul finire del Settecento veniva descritta da Carlo Goldoni come una piccola Versailles” (disponibile online).

[18] La prima di una serie di nove visite guidate, in bicicletta, promosse nei mesi di settembre-ottobre 2025 dall’associazione ABC-Ambiente Bene Comune (“Mestre in bici-Storia di una grande città”), aveva per titolo Mestre “piccola Versailles”… e tanto altro (il programma disponibile online).

[19] Carlo Goldoni, La cameriera brillante, a cura di Carlo Cuppone, introduzione di Paolo Puppa, Marsilio, Venezia 2002, pp. 115-116.

[20] Carlo Goldoni, Memorie, III, Giuseppe Antonelli, Venezia 1830, p. 123.

[21] G.P., Progetto per l’erezione di un gran ponte congiuntivo Venezia con la terraferma, Tipografia Giuseppe Picotti, Venezia 1830, p. 14.

[22] Si veda www.discoverymestre.com/il-teatro-balbi-di-mestre/.

[23] Rimando all’edizione Carlo Goldoni, Le smanie per la villeggiatura, in Opere, a cura di Gianfranco Folena, Mursia, Milano 1969, “L’Autore a chi legge”.

[24] Le ville venete cit., p. 328.

[25] Piero Bergamo, Presentazione, in Luigi Brunello, Mestre cit., disponibile online.

[26] Piero Brunello, Una gondola a Feltre (2021), in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna-Verona 2022, pp. 195-209.

[27] Rinvio all’incipit della mia relazione introduttiva al primo convegno promosso da storiAmestre e MCE a Mestre nel marzo 1988: “Avessimo nella nostra città insigni monumenti, vetuste opere architettoniche, rovine imponenti e resti di un nobile passato, o potessimo vantare antenati illustri e fatti d’arme di cui andar fieri, non sarebbe forse difficile ricamarci sopra una storia, più o meno mitica, più o meno critica, con tanto di stemmi, genealogie, progenitori rispettabili, e infine un posticino nel Pantheon nazionale, dai Romani al Risorgimento con una appendice resistenziale, passando naturalmente – e col debito rispetto – per il paterno dominio della Serenissima. Ma così, venendo da agglomerati di cemento che la maggior parte di noi ricorda tirati su alla meno peggio da cantieri edili che schizzavano da un punto all’altro di un territorio, agricolo o coperto di canneti, che cosa siamo venuti a raccontarci?” (Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre. Atti del convegno Sala del Consiglio di Quartiere Carpenedo Bissuola Mestre 25-27 marzo 1988, Arsenale, Venezia 1990, p. 13). Nella Presentazione agli Atti, Domenico Canciani delineava i compiti civici, didattici e storiografici che derivavano da “una estraneità”, “una separatezza” dei quartieri dal centro città (pp. 9-12). I rapporti tra centro-Mestre, ex comuni autonomi e periferie sono al centro del volume Associazione storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova Dimensione, Portogruaro 1990 (nello stemma di Mestre c’è l’acronimo MF, cioè “Mestre Fidelissima”, s’intende a Venezia). A distanza di tempo sarebbe interessante analizzare le vicende e gli esiti di queste prospettive civiche e storiografiche.

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