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Storiografia

Tre cose che volevo dire sull’ultimo libro di Gigi Corazzol

25/08/2026 Fabio Bortoluzzi || Letture Storiografia

Testo dell’intervento tenuto alla presentazione organizzata dalla libreria Agorà di Feltre, il 13 agosto 2026.

Nota della redazione. Cosa contiene ’627 col morto – fumisterIA, il libro che Gigi Corazzol ha pubblicato nel maggio 2026 (220 p., edizione non venale, stampata da DBS-SMAA Editore e tipografo di Rasai di Seren del Grappa)? Un pasticciaccio brutto del 1627 col morto ammazzato; figli che non stanno ad ascoltare i padri; accordi che non reggono; testimonianze che non corrispondono. Come fare a sapere chi, come, perché? I personaggi escono dalle carte di un processo conservate nell’Archivio comunale di Feltre e compaiono nella camera da letto di una villetta ultrapopolare di VILE (acronimo per VIvo in Lista Esecutiva, autore, baritono e voce recitante), per raccontare la propria versione come a teatro; tre spalle in scena aiutano VILE a interrogare, interpretare, ipotizzare, ricapitolare: “il Capocomico” (buttafuori, basso buffo), un “Sindacalista” (segretario mandamentale feltrino del SAMA, il Sindacato Autonomo Morti Archiviati, tenore), e il “Biondo IA” (Intelligenza Artificiale, falsettista). Un “passatempo” “schivanoia” per riflettere sul tempo, su storie di successo (ma quell’Iseppo Tamboso del Seicento morì contento della sua vita?), su storie di declassamento, su piani precisi dagli esiti incerti, sul caso di decidere di andare nel posto sbagliato. Cosa si può conoscere di vite che non sono più? Con la raccomandazione “quando interessi la storia” di affidarsi a quei “brandelli fiochi” che escono dalle carte d’archivio, e una perorazione perché gli archivi siano “un servizio, regolare e liberale”: “Un libro è un libro e amen. Il dispiacere serio è per la noncuranza con cui le autorità cittadine trattano i lasciti di cui ad ogni piè sospinto sostengono di fare gran conto. Sapete la solfa o, se preferite, la mercanzia. Radici, identità, grandi gli uomini piccola la città. Va’ là, mago”. (acm)

1. Una cosa vera

’627 col morto – fumisterIA è un libro di Gigi Corazzol. A parte che intuitiva – il nome Gigi Corazzol compare tre volte (in copertina, frontespizio e a p. 210, in chiusura dell’avvertenza finale) – questa è una cosa vera, di un vero indubitabile: questo è un libro di Gigi Corazzol. Avesse deciso di restare anonimo, avesse scelto di firmarlo con un nuovo nom de plume da aggiungere all’elenco, mirabolante, di alter ego utilizzati in passato (Orlando Stibio Feruch, Guido Gambaredo, Carlo Freguglia, Romano Banco, Carlo Moriggi, Pertinace Elvio Badola, Pertinace Burdizzo, Ambrogio Barlafussi …), non sarebbe cambiato nulla. Leggi le prime tre righe del libro e dici: – Questo è un libro di Gigi Corazzol.

Essendo un libro di Gigi Corazzol fa quel che fa Gigi Corazzol nei sui libri: prende il lettore (questo prendere io me lo figuro come un prendere, ma gentilmente, per le orecchie) e lo porta a spasso. Dalla sua casa di Pedavena Corazzol ci porta in compagnia di quattro personaggi strampalati a un filò di quattrocento anni fa da Barba Colò Tonazza, a Paderno, frazione di San Gregorio delle Alpi. Pedavena-Paderno sono una ventina di chilometri, ma lui sceglie di farci fare il giro largo. La prima tappa – tappa obbligata perché com’è stato detto Corazzol «racconta di sé più di quanto si costumi tra gli storici di mestiere»[1] – è in Piemonte: «Ah la casetta di via san Giovanni, in Alba» (p. 7). Da Alba si parte per la discoteca Comix di Montesarchio (BN) (p. 9) e da lì si prende per Paderno Dugnano (MI) (p. 12) per dare un’occhiata agli annunci immobiliari (p. 12); dopo una pausa caffè nel tinello marón del Mocambo (p. 26), si riparte di nuovo per Milano, negli anni del boom, allo sferisterio, seduti accanto a Luciano Bianciardi per assistere a una partita di pelota basca (p. 100)… e nel mentre si aprono parentesi, digressioni, considerazioni meditabonde, lampi, doppi passi, schinche, improvvisi, amnesi, fosfeni di pasta vermiglia…

Il risultato di Como-Sassuolo del 28 ottobre 2025[2]?

«2 a 0. Marcatori Anastasios (Tasos) Douvikas 14’, Alberto Moreno Perez 53’. Uno score che porta ad undici la striscia di risultati utili consecutivi della brillante compagine lariana.» (p. 167)

Calcio bailado, d’accordo. Ma, viene da chiedersi: – Perché?

E in effetti al primo impatto quest’ulteriore viaggio in altalena lascia il lettore un po’… come si può dire? Qual è la parola giusta da usare per descrivere la generale stornità del sentimento che questo libro suscita nel lettore al primo impatto? Ho cercato anch’io sul dizionario Treccani on-line. Proporrei di utilizzare attonito. Funziona a meraviglia, sentite qua, sub vocem:

«attònito agg. [dal lat. attonĭtus, der. di tonare «tuonare», propr. «stordito dal fragore del tuono»]. – Sbalordito, senza parole, per qualche forte impressione che colpisca l’animo…»

Tanto è attonito il lettore che a un certo punto gli verrebbe quasi voglia di alzare la mano per chiedere all’autore se ha idea di dove siamo e dove stiamo andando…

Qual è il punto di leggere questo racconto «essendo interrotti ogni minuto… e per questo po’ po’ di inezie…» (p. 38)?

Perché non lascia «perdere le minuzie. Lei, che per quel che è successo l’altro giorno davanti a una discoteca di Montesarchio si fa bastare il giornaletto di quassù, a fronte di fatti avvenuti quattrocento e passa anni fa mi spacca il capello in quattro?» (p. 44).

Ovviamente Corazzol sa benissimo dove ci sta portando e nel mentre ti pare di esserti perso, arriva un momento in cui il casino – è lui stesso a chiamarlo così – si spiega, e tutto trova il suo posto. Non saprei indicarvi la pagina precisa, quello dipende da chi legge, ma vi assicuro che si arriva a un punto in cui anche il risultato di Como-Sassuolo del 28 ottobre 2025 trova il suo posto.

Trova il suo posto, che non vuol dire che il quadro si ricompone, il cerchio si chiude, le nebbie si diradano, i tasselli del mosaico o le tessere del puzzle fanno non so bene cosa… e quel genere di amenità in metafora in cui capita di imbattersi. L’affresco non è d’altra parte il genere di Corazzol, questo lo sappiamo da tempo:

«La miglior ventura che possa toccare ad uno storiografo è, se stiamo al giudizio degli intendenti, riuscire in un affresco, o, per dirla coi più estrosi, in un quadro a tutto tondo. Sennonché, rispettosamente, ne dubito»[3].

Men che meno aspettatevi una storia illustrata «in ogni suo aspetto o, come si dice a tutto tondo, a 360 gradi, per filo e per segno, dall’a alla zeta, palmo a palmo» (p. 60). E non aspettatevi neanche che Corazzol rimetta le cose in ordine, anche su questo l’autore è piuttosto esplicito:

«I libri, specie i più intelligenti, hanno per mission quella di farla il più semplice e chiara possibile […] Ricostruire “in modo logico e coerente”. C’è già fin troppo casino. Comprensibile che uno si sforzi di mettere ordine. Ora pensiamo alla nostra vita, a quella di chi conosciamo bene. Fare chiaro, semplice il casino? Eh no, non il casino ma “gli struggimenti, le risonanze minime, le segrete ironie e le lacerazioni della vita”» (p. 206).

Corazzol propone una cosa diversa, più difficile: raccontare il disordine. Ti mostra i vuoti, i nessi mancanti, spiega le ragioni delle cose fuori posto. Ti dice che le cose che stai guardando da sopra una scala, se vuoi sentirle cantare a tono, bisogna che scendi e ti metti a guardarle di sguincio, senza trascurare i dettagli, le inezie e le minuzie.

Faccio un esempio: sentito in qualità di testimone Giacomo Della Mora riferisce che nel tafferuglio con Fausto Limana in corte dei Bortolon, Benedetto Tamboso ci rimise un cappello. Stiamo parlando di un omicidio, a ben vedere quello del cappello perduto è un’inezia. Però quel cappello, così Della Mora, «valeva dodici lire» (p. 45). Nel 1627 dodici lire sono tante. Corazzol lo sa. E allora si ferma a guardare il cappello. Dentro ci trova un pezzo dell’immaginario, della cultura, della costruzione e della percezione di sé, dell’idea di appartenenza e socialità, che poteva avere un giovane negli anni Trenta del Seicento. E non solo a Feltre e dintorni. Anche stando in fondo alla campagna, Benedetto Tamboso era un uomo del suo tempo. Lo dice il cappello, siamo a pagina 45, sentite:

«SINDACALISTA – (a Vile) […] Ha pur inteso che Benedetto non subì a mani nude. Se la spada “rimase rotta” bisogna pure che l’abbia usata. Insomma ci fu una bella mischia.

GIACOMO DELLA MORA – Altroché. Benedetto ci rimise anche il cappello. Un capello che “valeva dodici lire”.

CAPOCOMICO – (a Vile) Roba fine. Tenga conto che all’epoca con 28 lire si comprava un vitello. Doveva essere un cappello elegantissimo, di prima. Un dato interessante per la storia del costume e della moda non credete? Anche stando in fondo alla campagna. Quand’anche per andare a filò da barba Colò Tonazza. In ghingheri. Bisogna che lo segnali al mio valente allievo, il collega Eco dice bene: L’abito parla il monaco.

SINDACALISTA – Armi assortite, cappello sgargiante. Ostentazione. Erano personaggi per i quali la vita era vita solo se vissuta per gli altri, davanti agli occhi degli altri. No, non sono parole mie, ma di un nostro prezioso consulente, il professor Josè Antonio Maravall[4].

CAPOCOMICO – (a Biondo IA) Non ti azzardare. Non voglio sentire neanche una parola su Maravall. (a Sindacalista) Ma dica un po’. Chi si crede di essere? Non è materia sua. Orecchiante! Cosa vuole che Maravall sia consulente del SAMA[5] di Feltre».

Vedete bene da questo passaggio che la forma del libro è teatrale, dialogica, sperimentale, come sempre distante dai canoni della saggistica. Non è una novità, Corazzol sa che «non sono i fatti a dare sazietà. È sempre, e solo, il modo con cui li racconti»[6]. Ma nonostante la forma, almeno per come l’ho letto io, questo è un libro di Storia. Anzi, penso che questo sia un libro di Storia proprio perché è scritto in forma teatrale. In mente ho un libro, Requiem per un albero, in cui Matteo Melchiorre riporta due righe da una mail di Gigi Corazzol. Ho sempre pensato che fossero un manifesto di storiografia corazzoliana: «Il punto è, più o meno, che ciò che è storico è un teatro che viene messo su contro un fondale, una scenografia. Poi succede che la scenografia si stacca dal suo posto, viene in proscenio e canta»[7].

È esattamente quello che succede in questo libro. Corazzol scardina la scenografia, la butta giù, evoca i personaggi dello sfondo – quelli di cui lo spettatore dalla platea poteva appena intuire i contorni o magari vedere, sì, ma lontani, sfuocati – e li fa cantare (questo è un libro pieno di musica, com’è già stato detto).

Per evocare intendo proprio l’evocare del Grande dizionario della lingua italiana UTET: «richiamare in vita, fare apparire dall’oltretomba (mediante operazioni magiche o medianiche) anime di defunti, creature demoniache, spiriti, ecc.»

Sentite come entra in scena Francesco Limana:

«Sullo schermo del Samsung 54 pollici, spento per altro, dalla testa raggiando un lucore giallastro, tipo incarto di gianduiotto, appare Francesco Limana». (p. 19)

Volete sapere come invece esce di scena il BIONDO IA? Sfantando!

«Sfanta liberando una fragranza squisita. Rosa di Taif?». (p. 203)

È un discorso che ci porterebbe lontano o, meglio, da nessuna parte… ma ho in mente un articolo, che per ovvie ragioni non scriverò, il cui titolo (non) sarà: L’archivio storico come luogo suo proprio della seduta spiritica nell’opera di Gigi Corazzol. L’idea che (non) intendo argomentare è che quella di Corazzol sia una Storia che procede per evocazioni, per folate di apparizioni. Una Storia evocativa, insomma, ma sempre nel senso del Grande dizionario della lingua italiana UTET: «capace di richiamare alla memoria, di raffigurare con efficacia». Una Storia che sotto questo aspetto in tutto si distacca dalle ambiguità e dalla retorica insulsa della ri-evocazione storica, quella delle gondole a Feltre[8]tanto per intenderci, quella ingaggiata co.co.co dagli spacciatori di sbandieramenti–pifferi-tamburi (p. 197), la storia «buona per le domeniche della vita, quelle con discorso in renga, bandedàffori, mostaccioli e ciupaciù. Le peggio»[9].

Per quanto stravagante, il tema dell’apparizione nell’opera di Corazzol c’è. Non dico mica di poltergeist, non parlo mica di fantasmi. Ma il tema di quel momento là – dell’apparizione? dell’illuminazione? Come si chiama quel momento di grazia in archivio? Subbuglio vermiglio? – c’è. Lasciamo stare.

Anzi, pazientate ancora un attimo. Permettete almeno che vi legga a questo proposito un pezzettino dal Terzo seminario del Cineografo. A un certo punto il cultore di memorie feltrine Orlando Stibio Feruch racconta al criminologo Gaudenzio Giavani Abbate di quando in archivio ha trovato la registrazione di battesimo della Vittorina Salce.

Sentite qua:

«Quella di Vittorina, mi creda, è stata un’esperienza d’archivio che non so dirle, non so dirle. Ti resta impressa ogni inezia. Pensi che s’era appena scaricato un temporale d’agosto. Ci si vedeva poco nonostante il pieno mezzodì, per questo avevo spostato il registro sul davanzale interno di una finestra pianterrena, aperta sull’orto della canonica e ai suoi vapori. Sa com’è con questi registri, un po’ ci si stufa, non salta fuori niente, allora il tempo s’incaglia, i rintocchi del campanile, la sassifraga sul muro dell’orto…Gira la carta, trovo Vittorina.

Ho dovuto smettere. Un’agitazione che non le dico.

Sono passati anni, lei capisce, anni ma mi basta pensare, ma cosa dico pensare? mi basta il nome Vittorina perché subito il profumo del basilico smosso mi attraversi. Saliva dall’orto a ventate grasse. Lo sento ancora sulla mia pelle quel vento passatomi a fianco di corsa. Del resto, lei m’insegna, le vere presenze si manifestano con odori soavi. Si sa»[10].

2. Una cosa banale (ma che val la pena di ribadire)

Gigi Corazzol scrive di cose che sa: «Parlando alla buona. Interessarsi alla storia, di più, sapere la storia vuol dire libri» (p. 205). Lui quei libri li ha letti e li sa leggere, come ha letto e sa leggere gli archivi. Leggere gli archivi – specie se si sceglie di «darsi a considerare […] brandelli fiochi» (p. 205) – non significa soltanto sapersi confrontare con grafie che spesso sono oggettivamente ostili. Quella è la soglia d’ingresso. Leggere, e cercare, in archivio significa anche conoscere i contesti istituzionali, le strutture gerarchiche e amministrative, le funzioni delegate alle singole magistrature, i rapporti tra centro e periferia, il funzionamento della giustizia criminale in età moderna, l’iter di un processo, la sedimentazione delle carte… e ancora cercare in archivio vuol dire compulsare inventari, rubriche, alfabeti, repertori, elenchi, protocolli, confrontarsi col lavoro degli altri, saper dove e come rivolgersi alle fonti edite…

Se volessimo usare parole sue, diremmo che Corazzol è uno storico col «costume del riscontro» (p. 24), ma badate che qui costume è eufemismo per studio, per lavoro: understatement. E non badate se è stato lui stesso a spiegare come «reclamarsi eruditi con poca briga»[11]: understatement. Se, parlando alla buona, volessimo uscire dall’understatement diremmo che Corazzol è uno storico erudito. Non è una parolaccia. Corazzol è uno storico erudito: conosce i contesti, i fatti, i luoghi, le persone e mette questa conoscenza a servizio di chi legge con lo scopo di aiutarlo a capire quello che da solo non sarebbe in grado di capire.

Faccio un esempio. Al centro del processo raccontato nel libro c’è una pace malfatta. Quello della pace è «un istituto giuridico assai complesso, tutt’altro che una occasione di ricametti creativi per dilettanti d’antiquaria»(p. 31), rispetto al quale gli studi di Storia sono numerosissimi. Ora: come si fa a illustrare un aspetto cruciale di quell’assai complesso istituto giuridico limitandosi a fornire al lettore le indicazioni necessarie a capire il racconto senza «infliggere con gravità a malcapitati (talora un po’ masochisti) quel che si è appena letto» (p. 205)?

Lasciando che a cantare siano documenti, così (p. 107):

«GIUSTINA LIMANA – “Voio ch’el venghi a casa perché non si fa le pase nelle caneve a questo modo” […]

VILE – “Non si fa le pase nelle caneve”. Certo è ben detto. Ma in punto di diritto Giustina aveva ragione o era nervoso puro?

CAPOCOMICO – (a Vile) Giustina aveva ragione da vendere. Nessun dubbio. Le chiese erano il massimo, non c’è dubbio, il set ideale, ma si sa che al mondo è tutto un accontentarsi. La letteratura sulle paci essendo in quantità da sotterrare, le farò grazia dei riscontri. Semmai volesse farsene un’idea la rimando ancora una volta al libro di Paolo Broggio[12] che, per essere recente, offre anche uno stato della questione aggiornatissimo. Quel che è certo è che tra botti, tine, frutta in conserva, formaggi, salami a penzoloni, una cantina seminterrata era l’ipostasi dell’inammissibile. Anche per il promotore».

D’accordo, dunque: Corazzol è uno che scrive di cose che sa. Banalità? Sì. Il senso di ribadirlo? Spiego.

Pensando a cosa avrei detto stasera sono andato a riprendermi un po’ delle cose di Corazzol, così, a sentimento. Ho riletto tra le altre un pamphlet di una ventina di anni fa. Si intitola: “Tradurre” dal veneto antico all’italiano moderno. Lettera al direttore di un contribuente perplesso[13]. È un resoconto di lettura, invero piuttosto appuntito, di un’edizione dell’Itinerario per la terraferma veneta nel 1483 di Marin Sanuto uscita nel 2008. Un’edizione che Corazzol definisce mendosa, molto mendosa e che, oggettivamente, si presenta un po’ raffazzonata…per dirne una, a proposito di Piazza dei Signori a Padova: «tu, che sei filologo, riesci a spiegarmi la via che da “[piaza] nobilium” mena a “splendidi pezzi di carne”?»[14].

Ma il problema, le ragioni del risentimento di Corazzol, non sono gli errori: «tant’è scrivere che sbagliare. Sbagliare è facilissimo. Insomma, vuoi una cronica periartrite alla spalla destra, vuoi la scarsa inclinazione naturale, vuoi l’esplicito comandamento io non sono uno che tira pietre; per primo men che meno. Né faccio gaia comunella con chi si compiace di tirarne»[15].

L’incazzatura(non saprei quale altro termine usare),l’incazzatura solenne di Gigi Corazzol rispetto a quel libro è innescata piuttosto da due circostanze.

La prima ha a che fare con le ragioni del contribuente: addobbati da patrocinio, dietro quel libro ci sono fondi pubblici, e neanche pochi. Si poteva fare di meglio?

È la seconda circostanza quella su cui volevo soffermarmi oggi. Nella premessa al volume, i curatori dichiarano che il loro intento è: «dare al lettore, soprattutto giovane, una rappresentazione reale di come poteva essere la vita alla fine del ‘400»[16].

Sulla base di questa premessa, si dicono consapevoli di come «la trascrizione di Rawdon Brown ponga problemi non sempre facilmente sormontabili»[17]. Quindi si lanciano in un’affermazione lapidaria – diciamo pure che un po’ se le cercano – affermando che superare quei problemi: «avrebbe comportato quanto meno la revisione della trascrizione di R. Brown e lo studio del manoscritto di Marin Sanudo. Tale, peraltro lecita, insistenza filologica non rientra nelle nostre finalità[18].»

Il sottinteso, insomma, è che per dare una rappresentazione reale della vita ai tempi di Sanudo l’erudizione non serve. Su questo punto Corazzol osserva che: «si disegna con tutta precisione quel che [i curatori] pensino nel fondo dei loro cuori della filologia e dell’erudizione: che esse siano in primis et ante omnia dei diaframmi artatamente posti da un ceto di mandarini per impedire alla gente comune la degustazione diretta dei testi»[19].

Ecco: questa osservazione mi interessa, mi sembra attuale, urgente, perché è proprio lì, mi pare, che stiamo andando. Certo, a distanza di vent’anni certi titilivii di colmello sono diventati più sophisticated, si sono affinati e sono diventati specialisti nel campo della valorizzazione dei beni culturali – fior di specialisti (specialize recklessy!) – ma stiamo andando lì. Per una questione di tempo – e per ragioni assai più cogenti che conviene (conviene a me, intendo) tacere – eviterò in questa sede di dilungarmi sul tema. Vorrei solo riuscire a trasmettervi il dolore, dolore fisico, con cui subisco certi corsi di aggiornamento a tema valorizzazione. È tutto un invitare alla semplificazione. Semplificare il linguaggio, e cioè integrare, e cioè sostituire, le parole con immagini, video e audio: creare linguaggi espressivi multilevel, si dice. E, peggio, semplificare le storie: spianarle, farle dritte, farcirle di nessi alla chetichella, tacere i vuoti e riempirli col verosimile, condire tutto con attributi suggestivi… non c’è scritto da nessuna parte che il tal frate praticasse l’alchimia? Tu metticelo lo stesso che il tal frate era un alchimista, aggiungici quel che di misterioso perché i giovani,si sa, s’appassionano al mistero.

Quella che ci stanno chiedendo di raccontare è una Storia con la trama dritta: buono/cattivo/aspra lotta/lieto finale o, meglio ancora, finale tragico, purché in fanfara… Sto ovviamente semplificando la semplificazione, ma lo schema che vedo èquello.

È per questo motivo che il libro di Corazzol ha avuto su di me un effetto antidolorifico: perché uno dei principi del mio lavoro è il rispetto delle fonti, e questo libro restituisce la complessità di vicende (e di vite) che semplici non sono – altroché se multilevel – e che semplificare è irrispettoso. E perché lo fa a partire da una fonte, il processo, che ha esattamente, per natura, quel problema: l’inganno della trama. È chiaro che volendo tirar dritto coi processi si fa abbastanza presto. Basta seguire la traccia prefabbricata vittima-colpevole-movente-testimonianze-sentenza e il format true crime è pronto in tavola, cotto e mangiato. Sto, ancora una volta, parlando alla buona, ma non sono cose che m’invento io questa sera.

Sentite, quarant’anni fa, Mario Sbriccoli: «Quanto poi al fatto che [le fonti giudiziarie] siano in alto grado il luogo del “privato suggestivo” convengo senza riserve con chi considera questa una qualità che può trasformarsi in una trappola: occorre infatti giudizio, o molta consumata esperienza, per trarre da un simile pregio tutte le opportunità che esso offre, senza cedere al candore del “trattamento episodico esclamativo”»[20].

Mi sembra un punto. Sentite come lo dice Corazzol a pagina 88: «CAPOCOMICO – (a Vile) Permetta gentile amico. I processi sono una fonte multistrato. Ha presente il compensato marino? Richiedono una lettura parecchio esperta, non solo professionale ma rusée. Molto rusée. Naturalmente i dilettanti si buttano a pesce. Glissons».

Un’ultima cosa che mi sembra faccia al caso nostro la dice Giovanni Levi:

«Questo credo sia importante nel lavoro dello storico: gli storici lavorano sapendo già come va a finire, questo è il nostro grande dramma […] Noi sappiamo sempre come è andata a finire e quindi siamo portati a costruire dei nessi causali molto poveri, meccanici, automatici, semplici. La microstoria ha reagito un po’ a questo problema. Ha detto “proviamo a cambiar scale e a complicare il quadro”, poi ognuno lo complichi come vuole, usi la scala che vuole»[21].

È quello che stavo provando a dire: finali precotti e nessi poveri, meccanici, automatici, semplici, per quanti ne cerchiate, qui non ne trovate. Che poi in fatto di complicare quadri e usare scale – e aggiungo parlare lingue, cambiare registri, inventare forme … – Corazzol abbia sempre fatto come ha voluto, questo direi che è indubbio.

3. Una cosa presuntuosa

Qual è il senso della ricerca di Gigi Corazzol?

Giro attorno alle sue cose ormai da qualche annetto, per questo ho la presunzione di aver capito – sempre, beninteso, più o meno – quale sia il punto. Avrei anche scritto una cosa di mio pugno a proposito, ma è venuta fuori troppo carica, fuori centro… la risparmio a me e a voi.

In verità non mi sono neanche impegnato tanto a pensare a cosa dire su quest’ultimo punto sapendo che c’è quel pezzetto da Piani particolareggiati in cui Corazzol, lui medesimo, spiega – assai meglio di quanto pur ingegnandomi potrei fare io – le ragioni della sua ricerca e, per come lo leggo io, quelle della ricerca in archivio in generale. È un pezzo perfetto da mettere alla fine di un discorso su Corazzol. Chi ha letto quel libro probabilmente lo ricorda. È quello di pp. 84-85, quello che attacca così: «Sull’ottantina di chilometri quadrati che costituirono per qualche secolo la contea di Mel una immane documentazione giudiziaria si è posata fin sulle minime pliche della vita…»[22].

È un pezzo che rileggo spesso. In genere sostituisco Mel con Castelfranco (io sono di Castelfranco), per cantarmelo meglio. Voi sostituite Mel con il posto che vi pare, purché si tratti di un posto che abbia conservato l’archivio storico. Ovviamente deve essere un posto che conoscete, seguendo l’avvertenza che Corazzol dà nel Viatico al libro che presentiamo oggi: «Paderno so dov’è, ma fosse vero che bastasse il saper dove sia un luogo per scriverci su con criterio» (p. 211).

Senonché mi sono accorto all’ultimo che quello stesso pezzo era già stato proposto da Fabio Pusterla nella sua recensione del 2016 di Piani particolareggiati[23] e, grossomodo, con la stessa intenzione con cui volevo leggervelo io stasera. Quella di Pusterla è una recensione centratissima, se avete occasione andate a riprendervela, ve la raccomando: roba di primissima qualità. L’avevo senz’altro letta anche a suo tempo. Deve esser successo che me ne sono inconsciamente appropriato e adesso ve ne stavo spacciando un pezzo per mio. Ero a tanto così dall’appropriazione indebita. Pericolo scampato. Solo che son rimasto senza finale. E si sa che per finir bene un discorso pubblico ci vuole un finale. Non dico mica un finale in fanfara. Ma almeno un tamburello bisognerà pur che trovi il modo di batterlo.

Per fortuna ho un taccuino – che fisicamente non è un taccuino, ma un foglio excel – in cui mi segno le cose notevoli che mi capita di leggere, casomai tornassero buone.

Avrei trovato queste quattro righette di uno scrittore vicentino, uno bravo, che, volendo rispondere alla domanda di cui sopra – Qual è il senso della ricerca di Gigi Corazzol? – mi sembrano pertinenti. Più che pertinenti, sartoriali: «Il guaio è sempre lo stesso, l’idea che sotto alle cose ci sono le verità (già di per sé abbastanza futile, pr. fiu–tail), aggravata dalla pretesa che nelle verità che si cercano debbano essere contenute anche le fallacies da cui si è partiti: si tratterebbe di venir a sapere non solo come sono fatte le cose, ma anche perché si sono passati i mesi e gli anni osservando certe loro immagini vivide e storte»[24].


[1] Così Francesca Trivellato, Dialogando con i morti e con i vivi: una storia sociale del mondo pre-industriale, in «Contesti. Rivista di microstoria», III (2016), 6, p. 186; il testo è stato reso disponibile online nel 2018.

[2] Gli highlights del match sono disponibili online. Da segnalare la rovesciata al 39’ di Nico Paz: «stava per fare qualcosa di fantascientifico», così il cronista.

[3] Gigi Corazzol, Pronostico spirituale per l’anno venturo, Terra Ferma, Vicenza 2003, p. 8.

[4] «Jose Antonio Maravall (Játiva, Valencia, 1911 – Madrid 1986), storico e critico letterario spagnolo. Ha studiato i fenomeni culturali come prodotti sociali e strumenti per l’indagine storica; di qui le numerose incursioni nella letteratura. Nel corso della sua lunga carriera ha pubblicato fondamentali saggi sul Barocco, che ha studiato con sensibilità e interesse critico»; così la nota biografica sul sito della libreria online ibs.

[5] Nel libro SINDACALISTA è il segretario mandamentale di Feltre del SAMA, acronimo di Sindacato Autonomo Morti Archiviati.

[6] Gigi Corazzol, Per “Erasmo in Italia” ovvero come me la passo da pensionato. Vaudeville in otto quadri, Moriggi&Freguglia Stampatori in Bottanuco, Rasai di Seren del Grappa (BL), 2010, p. 38. Una versione del testo è disponibile online.

[7] Matteo Melchiorre, Requiem per un albero, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2007, p. 16.

[8] Nel giugno 2021 in occasione dell’apertura della 35a Mostra dell’Artigianato artistico e tradizionale è stata esposta una gondola nella piazza di Feltre. Una riflessione sui temi storiografici connessi all’iniziativa si trova in Piero Brunello, Gondole a Feltre, in Gondole a Feltre, Cierre edizioni, Sommacampagna (VR), 2022, pp. 195-209; vedi anche Gigi Corazzol, Abecedario delle tenebre, in Improvvisi (2013-2024) cit., pp. 165-172.

[9] Gigi Corazzol, Per Ferrucio Vendramini. In memoria, in Id., Improvvisi (2013-2024) cit., p. 142.

[10] Gigi Corazzol, Cineografo di banditi su sfondo di monti: Feltre 1634-1642, Unicopli, Milano, 1997, p. 176.

[11] Gigi Corazzol, Come reclamarsi eruditi con poca briga, in Improvvisi (2013-2024), cit., pp. 151 – 164.

[12] Paolo Broggio, Governare l’odio. Pace e giustizia criminale nell’Italia moderna, Roma Viella, 2021.

[13] Gigi Corazzol, “Tradurre” dal veneto antico all’italiano moderno. Lettera al direttore di un contribuente perplesso, Murle9-Libreria Pilotto editrice, Feltre, s.d. [2008]. Una versione del testo è disponibile online.

[14] Ivi, p. 5.

[15] Ivi, p. 9.

[16] Ivi, p. 16.

[17] Ibidem.

[18] Corazzol, “Tradurre” cit., p. 16.

[19] Ivi, p. 21.

[20] Mario Sbriccoli, Fonti giudiziarie e fonti giuridiche. Riflessioni sulla fase attuale degli studi di storia del crimine e della giustizia criminale, «Studi Storici», 29 (1988), 2 (Istituzioni giudiziarie, criminalità e storia),pp. 491-501; disponibile online.

[21] Il piccolo, il grande e il piccolo. Intervista a Giovanni Levi, «Meridiana», 10, 1990, p. 220; disponibile online.

[22] Fabio Pusterla, “Razionalità limitata, eterogenesi dei fini, misericordia”. Sui Piani particolareggiati di Gigi Corazzol, disponibile online.

[23] Gigi Corazzol, Piani particolareggiati. Venezia 1580-Mel 1659, DBS-Libreria Pilotto, Seren del Grappa-Feltre, 2016, pp. 84-85.

[24] Luigi Meneghello, Pomo Pero. Paralipomeni di un libro di famiglia, in Id., Opere, I, Rizzoli, Milano 1997, p. 362.

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Frammenti di archivio

13/08/2026 Filippo Benfante || Storiografia Usi della memoria

Carte di Mestre, scatoloni a Firenze. Fare ordine tra carte e ricordi di famiglia dopo un trasloco.

1. Quando si mette mano alle carte di casa, l’abitudine di guardare alle cose che ci circondano con occhio storico diventa cruccio: al momento di fare un po’ di chiaro, selezionare e scartare cosa? La sensazione è quella di distruggere archivi; la frustrazione è quella di trovarli già lacunosi. Non sono solo le carte che si perdono: mi chiedo a quali parenti in vita potrei rivolgermi per dare un nome ai volti che vedo nelle fotografie dentro quella scatola gialla riempita da mia mamma, e probabilmente prima ancora da mia nonna: parenti, amici, vicini di casa del tempo che per me non fu.

2. Ricordo un commento stupito di mia cognata mentre con mio fratello stava recuperando un mobiletto nella casa di nostra mamma, che si svuotava in vista della vendita – noi figli non vivevamo più a Mestre da anni. Perché mai era pieno di bollette e ricevute di pagamento (luce gas telefono…)?! Beh, perché non si sa mai in caso di contestazioni, con i fornitori che corrono meglio premunirsi: mia mamma doveva avere in mente l’orizzonte dei dieci anni come termine per la prescrizione da ogni guaio. Mentre proseguivo lo sgombero ho trovato, e a mia volta conservato fino a oggi, altri documenti del genere: per esempio le sue dichiarazioni dei redditi dal 1998 al 2006 (quella del 2007 l’ho dovuta compilare io, allo Stato in memoriam).

È anche così che nelle nostre case costruiamo archivi correnti che non hanno la possibilità di diventare storici e di conseguenza restano effimeri. Sottoposti a scarti periodici e arbitrari, ordinati male, non per forza senza criterio, ma peggio: cambiando i criteri nel corso del tempo. E cambiando anche luogo di conservazione (da un mobile a un altro, da un cassetto a portata di mano a uno scaffale alto, da una camera alla soffitta o alla cantina, e così via). Tenerli a modo sarebbe un lavoro, o al limite è prassi di chi già pensa in vita a lasciare confezionato e pronto per chi verrà dopo il materiale per una biografia individuale o di famiglia. Questione di classe? Anche, ma non sempre: un pomeriggio che sarà stata tarda primavera, faceva già caldo – io bambino a giocare a pallone nel cortile di un condominio a due passi dalla stazione di Mestre –, a un certo punto tutti in allarme “esce fumo da una finestra”. Saltò fuori che era mia nonna: stava bruciando lettere nel lavello della cucina, alla figlia (mia mamma) voleva lasciare solo un mazzetto di carte con quel che voleva si sapesse della storia con suo marito (morto in guerra, nel 1942). Lo racconto anche perché, al di là delle intenzioni di mia nonna, dà da pensare su quel che si dice spesso, cioè che le memorie (di famiglia) passano per via femminile: ma allora così anche le censure e gli oblii?

3. Un primo scarto devo averlo fatto a fine 2010 – ci sono voluti quasi tre anni per vendere l’appartamento, abbassando di continuo il prezzo –, ma solo l’essenziale a giudicare da quel che ci ritrovo ora. Le carte mi hanno seguito a Firenze, passando nel corso del tempo da sotto un letto a un sottotetto, un angolo di soffitta.Durante uno degli spostamenti di una scatola mi è preso un colpo: le buste ordinate da mia nonna erano state bucherellate da un qualche tipo di insetto. Il contenuto integro, per fortuna: mi sono affrettato a metterci qualche antitarme.

Sono subito andato a controllare le condizioni del resto, a campione. Uno dei pezzi che più mi piace aver ritrovato integro è il menù del pranzo di nozze di mia mamma, trattoria “dalla Amelia”, aprile 1962. Un documento su alcune tendenze gastronomiche dei primi anni Sessanta? Vini Canella e spumanti Martini per accompagnare un menù che oggi si direbbe semplice.

4. Dopo quindici anni nella stessa casa, di recente ecco un altro trasloco: basta Coverciano, si passa a Campo di Marte, la città resta sempre quella. Solo a nuova destinazione ho avuto il tempo di sballare gli scatoloni riempiti, come già nel 2010, quasi a occhi chiusi. Buoni propositi per l’avvenire, dopo aver portato su e giù per le scale (abbiamo fatto quasi tutto da noi) più di cento scatoloni solo di libri e carte: gli anni passano, è il momento di fare ordine, tenere ordinato, basta accumulare.

Con i miei documenti è stato relativamentesemplice.I primi fascicoli a finire nel cassonetto della carta da riciclare sono stati anni di comunicazioni ed estratti conto delle banche: “l’unica cosa da sapere è quanti te ne restano oggi”, è il saggio ammonimento della mia compagna. Poi è stata la volta dei contratti di lavoro: una pila che mi faceva da promemoria alle tipologie contrattuali che ho conosciuto dai primi anni 2000 (collaborazione occasionale, contratto a progetto, contratto a tempo indeterminato – uno solo, ma non faceva per me –, cessione diritti d’autore, quello che più mi perseguita da oltre vent’anni); carte che documentavano i miei spostamenti per lavoro (un anno in trasferta a Torino, le missioni di ricerca a Siena, i viaggi in Svizzera a Friburgo – Friborgo mi dicevano gli studenti italofoni di lassù –, un corso di formazione per adulti da tenere a Reggello, i periodi a Parigi…); e che mi diceva anche qualcosa sulle trasformazioni del panorama editoriale italiano (cambi di denominazione delle società, mai della forma di contratto). La serie si è via via assottigliata e praticamente interrotta negli ultimi anni, almeno per quanto riguarda i datori di lavoro di taglia maggiore, quando è diventata prassi inviare la documentazione in pdf per posta elettronica.

Non posso dire di avere un archivio più ordinato nel computer, però così è stato semplice anche con le bollette: da anni è attivata l’opzione bolletta digitale, per l’ecologia certo, ma anche per evitare ulteriori iniqui balzelli; quelle di carta ancora in casa avevano tutte più di dieci anni: prescrizione, via. Lo stesso per le dichiarazioni dei redditi: tenere il minimo indispensabile per legge. Tanto ho sempre guadagnato poco.

5. Trovo una cartellina con su scritto “ex proprietà Mestre”: appartamento e garage in via Monte San Michele 50, scala A, interno 10. In un condominio costruito nella prima metà degli anni Sessanta in zona stazione: trentaquattro appartamenti, suddivisi in quattro corpi di fabbrica contigui disposti a U, con un cortile interno e uno esterno laterale, con alcuni fondi commerciali al piano terra su via Monte San Michele e su via Trento; i pianoterra sul cortile interno e su quello laterale occupati dalla portineria – poi diventata un minuscolo miniappartamento in affitto –, da alcuni garage e qualche cantina, oltre che dal grande vano caldaia: riscaldamento centralizzato va da sé.

Sfoglio la serie dei verbali delle assemblee di condominio a cui ho partecipato o che ho ricevuto dopo la morte di mia mamma e la vendita dell’appartamento: dal 2007 al 2016, quando anche il garage è stato venduto. Potenzialmente sono una fonte seriale, che documenta condizioni e costi di manutenzione di un edificio, normative (come quella volta che hanno messo ai termosifoni valvole e misuratore dei consumi individuali), incremento dei costi di gestione e dei prezzi (la ripartizione del riscaldamento centralizzato offre dati concreti sul costo dell’energia), trasformazioni urbane, rapporti di vicinato e rapporti con la comproprietà (solleciti a chi era rimasto indietro con le rate delle spese, in un crescendo che va dalle minacce all’avvio di cause legali), cambiamenti d’uso o di regolamentazione di spazi comuni, cambiamento di proprietari – quasi come sfogliare un elenco del telefono. Sono notizie che, per frammenti, illuminano anche come cambiano i contesti in cui si trova il condominio.

L’uso del cortile interno come parcheggio è una bega perenne, essendo che mai tutti hanno potuto trovarvi un posto e men che mai via via che le dimensioni delle auto crescevano. Un allegato ricorda un tentativo di regolamentazione del 1989, dove tra le altre cose veniva proibito il gioco del pallone e ricordato che i danni “certi” alle macchine sarebbero stati a carico dei genitori del bimbo o della bimba avventati. Pazienza, ormai avevo sedici anni ed era già un ricordo lontano che, fino a pochi anni prima, c’era una decina di bambini e di bambine che i pomeriggi dopo le quattro (rispettare il riposino dei grandi) si ritrovavano in cortile con pallone, racchette da tennis, biciclette. I cicli di un immobile, ma anche i cicli demografici di un paese.

Nel 2008 la questione parcheggio si era complicata per l’apparizione delle “strisce blu”, ovvero degli spazi di sosta regolamentati e a pagamento nella sede stradale. Non parcheggiare nel cortile non era più solo questione di comodità: cominciava a costare.

Sempre nel 2008 l’assemblea discusse un altro argomento: assumere una vigilanza privata per tenere sotto controllo l’“area antistante” il condominio, lato via Monte San Michele. Nel frattempo la via era salita nella graduatoria delle citazioni nella stampa locale, in quota “cronaca nera” e “degrado”; negli anni seguenti avrebbe raggiunto talvolta le cronache nazionali.

Sarebbe da verificare le prescrizioni di legge in merito alle amministrazioni di condominio: qualcuno, da qualche parte, avrà conservato serie complete dei verbali delle assemblee?

Non io: via, nel bidone della carta e così anche i documenti relativi a un accertamento IMU che il Comune di Venezia mi ha fatto dopo la vendita dell’appartamento: sono passati più dieci anni, e avevo ragione, il ricorso l’ho vinto.

Però non ho avuto cuore di buttare via il contratto di acquisto dell’appartamento – o meglio di due appartamenti, uno con cantina e uno con garage –, datato 5 novembre 1965. Da un quadernetto allegato, insieme a una foto di un cantiere (immagino quello del condominio) è uscito un foglio “Somme da investire per il piccolo”, senza data ma coevo: “Dalla S.A.D.E.”, “Dalla Prefettura di Belluno”, “Dal “Corriere della Sera” – Milano”, “Dal “La Stampa” – Torino”…

E come vuoi investirli se non in case (previa autorizzazione del giudice tutelare)? In una poi ci ho abitato anch’io, dalla nascita al 1998; nell’altra fin verso metà anni Novanta ci visse la nonna: fu da quella finestra che un pomeriggio uscì il fumo di lettera.

6. Accanto alle carte tramandate da mia nonna a mia mamma, l’altro grosso nucleo sopravvissuto si concentra tra la primavera del 1962 e grosso modo la fine del 1963-l’inizio del 1964. Si comincia con i biglietti di auguri per le nozze dell’aprile 1962, tra due impiegati della SADE in corso di diventare ENEL; poi frammenti di un viaggio (credo quello di nozze); ancora conti e ricevute di mobili e suppellettili per una casa in allestimento, in via Fagarè (a pochi passi da via Monte San Michele); una busta contiene numeri del “Gazzettino” dal 10 ottobre 1963. Dopo questa data c’è un fascio di biglietti e telegrammi a mia mamma e famiglia, estesi nell’arco di meno di un mese, che contengono condoglianze per la perdita del marito accanto a felicitazioni per la nascita del piccolo che ha preso lo stesso nome del padre morto. Qualcuno esprime un filo di sollievo, lo scuserete date le circostanze: non avendo avuto cuore di mandare due righe in occasione della tragedia, si consola di farlo per il lieto evento. Un trafiletto ritagliato dal “Gazzettino”, senza data, ma presumibilmente del 4 novembre 1963, annuncia Nato il figlio del geometra morto a Longarone: “Il piccino è figlio del geometra Franco Baccichetto che la notte del 9 ottobre rimase vittima della catastrofe di Longarone dove lavorava nel cantiere Sade. Al neonato è stato imposto il nome del padre scomparso”.

E così un terzo nucleo di carte riguarda il padre di mio fratello. Frammenti di un ulteriore archivio: carte degli anni Cinquanta che riguardano la famiglia di origine, l’acquisto di un appartamento a Mestre nel 1958 (in via Metauro, edificio di nuova costruzione: il boom edilizio mestrino sotto i miei occhi) e la sua gestione, tracce di passioni e hobby nel tempo libero (socio Touring Club, la fotografia), una Alfa Romeo Dauphine (una foto che ho sempre visto in casa: un bel sorriso a mezzo busto, con auto sullo sfondo).

Poi, una grande quantità di foglietti volanti, integri o meno, con sopra pochi appunti, qualche disegno e schizzo.

Come se a un certo punto fosse stata ripulita una scrivania, svuotati dei cassetti: non un fermo immagine, ma la rinfusa di un’interruzione repentina. Senza avere il coraggio di buttare via. E vuoi che ce l’abbia io? Fossero anche carte rimaste per puro caso, la sensazione è quella di buttare via tutto quel che sta dietro a quella raccolta a strascico. (I vestiti li buttò lei, dopo averli conservati per più di vent’anni in solaio: “cossa vustu…”, amen, a quel punto si capiva che non li avrebbe usati più nessuno. A perdere un orologio ci pensai io.)

7. Lettere e biglietti del fidanzamento? Poco o nulla. Qualcosa di mia mamma, minuzie, sugli anni precedenti, sempre grazie a mia nonna: qualche lettera a casa, dal collegio delle canossiane di via Piave, cioè l’onda lunga della guerra fino a metà anni Cinquanta (situazione economica e abitativa della famiglia precaria, un fratello più piccolo nato già senza padre: prendere al volo un’ammissione come orfana di guerra).

Tra le carte di mia mamma ho ritrovato le lettere che le scrissi tra il 1994 e il 1995, quando ero via da casa per fare l’Erasmus. Stare all’estero alla fine del XX secolo: altro che internet, tariffe telefoniche esorbitanti, meglio scriversi. Ho fatto una malattia non ritrovando quelle che lei scriveva a me: ma è mai possibile?! abbandonate a Parigi? O perdute in quale trasloco?

Tolte queste poche cose, l’archivio che mia mamma ha lasciato dietro di sé è fatto soprattutto di appunti con sopra numeri, di libri di conti e di scritture burocratiche.

Nei primi anni Ottanta ci fu un lungo corpo a corpo con il fisco: un accertamento sui redditi legato a una casa al mare, a Bibione, comprata nel 1970, parte usata dalla famiglia e parte messa in affitto. Nel ricorso, mia madre ricostruì la vicenda dell’acquisizione e ribatté punto per punto ai rilievi del fisco in merito al tenore di vita (manifestato, tra le altre cose, dal possesso di un’automobile mini minor, versione Innocenti, con il cambio automatico). Riempio per approssimazioni, con quanto ricordo e ne posso sapere, i bianchi che scandiscono la relazione sottoposta al fisco. Si capisce che anche tra Stato e cittadinanza entra in gioco qualcosa di simile a un patto autobiografico.

Da quel periodo mi riappare, oltre al nervosismo di mia madre (“una mini minor auto di lusso!” per un po’ di mesi divenne un’esclamazione proverbiale), l’ombra di uno zio di mia mamma, commercialista, seduto al tavolo del salotto in via Monte San Michele: veniva a stendere nelle dovute forme l’autobiografia burocratica. Nel nostro frigo entrò per la prima volta, a mia memoria, una bottiglia di Martini Rosso, presa per fare gli onori di casa. Faceva ancora caldo e il salotto era pieno di luce.

L’acquisto di Bibione? Un altro investimento “per il piccolo”. I soldi venivano dalla chiusura della partita con l’ENEL, firmata circa cinque anni dopo il Vajont: 23.590.000 lire per danni morali e materiali e l’impegno a rinunciare a ogni altra pretesa. Il rimborso comprendeva anche effetti personali andati perduti la notte del 9 ottobre 1963: la Dauphine fu valutata 440.000 lire.

Come andò a finire con il fisco? Dalle carte residue non mi è chiaro: la commissione tributaria in prima istanza diede ragione a mia madre, ma l’accusa fece ricorso; suppongo che si arrivò a un compromesso sborsando qualche denaro. A proposito di contesti: la relazione scritta dallo zio commercialista, che naturalmente perorava l’infondatezza dell’accertamento, insinuava che il fisco ci stava provando perché in quel periodo era aperto un condono; un garbato rigiro di frittata insomma: suggeriva che il fisco stesse muovendo molte contestazioni contando che si arrivasse comunque ad accordi con molti cittadini desiderosi di risparmiare tempo, sonno e – caso mai – denari.

Nella casa oggetto del contenzioso ho passato tutte le mie estati dalla nascita fino agli anni dell’università, poi vicende e casi della vita mi hanno dato sempre meno possibilità di continuare a farlo. Quelle poche occasioni, ogni volta, anche se è cambiato tutto e ora ci sono figli e nipoti e altri amici, è come fare un giro di giostra nella macchina del tempo.

8. Un giorno mio figlio grande è tornato a casa da scuola – frequentava la scuola media – con un esercizio da fare: ci ha chiesto “voi a quali eventi storici avete partecipato?”. Mi è venuto a bruciapelo: “Ero a Genova nel 2001”. A ripensarci oggi – fatalità adesso che ricorrono i 25 anni – la risposta mi convince meno, soprattutto ho qualche dubbio sulla domanda e il suo contenuto implicito. L’evento storico che ha partecipato di più alla mia vita, entrando in casa e restandoci, è proprio quello che non ho vissuto. (Ho scoperto, non è molto, che esiste un campo di studi dedicato alla “post-memoria”, cioè la memoria di quelli che non c’erano: area dal grande potenziale, si capisce, dopo la fine dell’era del testimone.)

Le vicende e le pieghe della vita sono molteplici, si intrecciano con le scelte (quel poco di agency?), gli esiti sfuggono largamente al controllo. (Tra le carte di mia mamma, un altro figlio, imprevisto, è documentato non solo da bigliettini e lavoretti di scuola per le feste comandate, ma anche da tracce di tentativi di riequilibrare un asse ereditario ovviamente sbilanciato.) Vuoi che case e indirizzi – e perciò cose e persone viste e conosciute, strade e svolte praticate ogni giorno per anni – non contribuiscano a orientare? Sarà anche per questo che continuo a conservare queste carte, numeri e burocrazia?

Fine di questo nuovo giro nel mondo dei vivi: scatole e scatoloni, si chiude e si torna in soffitta. Capiterà, prima o poi, un nuovo trasloco. Cosa diranno queste carte a chi le troverà dopo che sarà arrivato il mio turno di passare in soffitta? come – se mai vorrà – potrà tentare di riempire squarci bianchi sempre più grandi? Dovrò pensare a un modo per non mettere in imbarazzo chi resterà.

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In cerca della voce di Marc Bloch

13/07/2026 Alessandro Casellato || Storiografia

Tracce di oralità e di storia orale negli scritti di metodo e nelle testimonianze dello storico francese. Testo di una relazione tenuta a un convegno, un mese prima della cerimonia dell’ingresso di Bloch nel Panthéon – il mausoleo laico della repubblica di Francia (“Aux grands hommes, la Patrie reconnaissante”) – insieme alla moglie Simonne Vidal.

1. Il tono di voce

I miei colleghi quando hanno visto il programma del convegno mi hanno chiesto se avessi trovato una registrazione della voce di Marc Bloch. (Poi mi hanno chiesto: Ma cosa ci fai tu lì? Perché ti hanno invitato?)

No, non credo esista una registrazione della voce di Marc Bloch. Sarebbe bello ci fosse. Poco tempo fa sono state trovate le registrazioni delle lezioni che Manfredo Tafuri fece allo IUAV di Venezia dal 1969 al 1974, per i lavoratori-studenti che non potevano frequentare. Oggi sono documenti che consentono di studiare il metodo di lavoro e lo stile di insegnamento di uno storico per il quale ricerca e didattica erano strettamente legate. Tafuri faceva anche sentire la musica mentre spiegava la storia delle città, per calare gli studenti nel tempo e nei luoghi[1]. Ma quando Marc Bloch insegnava il magnetofono non esisteva, almeno in Francia[2].

Eppure Bloch aveva mostrato grande sensibilità per la dimensione sonora nelle testimonianze sulle sue due guerre: attenzione al paesaggio sonoro della guerra (i suoni degli obici, delle bombe, degli aerei in picchiata, l’importanza per chi è in un campo di battaglia di saper riconoscere i diversi rumori per sopravvivere[3]), e poi naturalmente alla circolazione delle false notizie e al “risveglio prodigioso della tradizione orale, madre antica dei miti e delle leggende”[4]. Attenzione anche alla novità della radio, che portò in Francia le tecniche della propaganda sonora di massa già avviate dai nazisti in Germania: “Attraverso il microfono, la voce che parla la nostra lingua proviene da laggiù”, scriveva nella Strana disfatta[5].

Il mestiere di storico ha una forte impronta dialogica. Comincia con una domanda, quella di un figlio che chiede al padre: “Papà, allora spiegami a che serve la storia”[6]. Ne riporta poco più avanti un’altra, quella di un ufficiale dello Stato maggiore francese dopo la disfatta del 1940: “Dobbiamo dunque credere che la storia ci ha ingannati?”[7]. E ancora: “per un autore non c’è lode più bella che l’essere in grado di parlare con lo stesso tono ai dotti e agli scolari”[8].

Qual è il tono di voce di Marc Bloch? A che altezza si mette quando parla? Al mio orecchio, Bloch non declama dall’alto e neppure professa dalla cattedra. Si pone alla stessa altezza dei suoi interlocutori. Anche se risponde a suo figlio, non assume un tono paternalistico: piuttosto lo accompagna nei propri ragionamenti, argomenta, condivide esperienze. Anche se è un professore di storia, per rispondere ai dubbi sull’utilità e sugli inganni della storia non dà nulla per scontato, si lascia interrogare. Diremmo che si mette in discussione.

Girolamo Arnaldi ha parlato di “toni caldi e personali di una memorialistica per così dire professionale, che non rifugge dai precetti pedagogici, ma li avanza sotto forma di «preziose confidenze»”. E poi ha ripreso le parole di Lucien Febvre, secondo il quale il Mestiere di storico era stato scritto “in forma di libera conversazione da uomo a uomo”[9].

In fondo, nelle intenzioni dell’autore, si trattava di procedere alla trasmissione di un mestiere, di saperi taciti accumulati in molti anni di esperienza: “taccuino di un artigiano che ha sempre amato meditare su ciò che faceva ogni giorno”[10]. Mestiere, più che professione: “Scrivere e insegnare la storia: questo è il mio mestiere da circa trentaquattro anni”[11]: così si presenta all’inizio della Strana disfatta. 

Bloch si presenta, quindi, come un lavoratore: possiamo dire così? Si rivolge a colleghi (e apprendisti), a disegnare una comunità fatta di persone che imparano attraverso la pratica comune, il confronto reciproco e la trasmissione di esperienze. È una comunità intergenerazionale: “fiume ininterrotto delle generazioni” degli storici, da Erodoto in avanti[12].

Bloch ne convoca parecchi, tra gli storici del passato, per “unire lo studio dei morti a quello dei vivi”[13]. 

Si intuisce il conforto che dovette venirgli da questo colloquio interiore capace di farlo sentire parte di una comunità di pari, nel momento in cui subiva l’isolamento, la perdita delle sicurezze, la perdita del proprio nome pubblico, la difficoltà persino ad accedere alle biblioteche.

Colleganza, e anche amicizia. Ecco un’altra parola che aiuta a definire il tono di voce di Bloch. 

Egli assume una postura amichevole anche nel dialogo con gli uomini del passato, quegli “uomini nel tempo”[14] che si possono conoscere solo attraverso le fonti. “Comprendere”, raccomanda. “Parola, soprattutto, carica di amicizia”, dice.[15] Chiede che lo storico rinunci quindi “alle sue false arie da arcangelo” – che combatte il male, pesa le anime, o scaccia i demoni[16].

La storia“È una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo colloquio di esseri umani. Se tale incontro è fraterno, la vita, come la scienza, ha solo da guadagnarci”[17].

Diciamo allora che in questo modo Marc Bloch mette il lettore a proprio agio: non gli fa pesare la sua autorità, lo tratta fraternamente.

2. Parlare a tutti

“Ma non scrivo soltanto, e neanche soprattutto, per gli addetti ai lavori”: Bloch scrive anche per i “semplici curiosi”. Lettori occasionali, appassionati di storia, persone curiose appunto – altra parola-chiave ricorrente – curiose della varietà delle esperienze umane. Anche a loro non ha “ritenuto di dover nascondere niente riguardo ai punti irrisolti della nostra scienza”[18]. 

Marc Bloch non si rivolge mai a un “pubblico”; ha sempre in mente o davanti interlocutori precisi. Sono gli stessi a cui si rivolgevano programmaticamente le “Annales”, quando la rivista era stata pensata e proposta come utile, dialogante e militante: insegnanti, amministratori, imprenditori, uomini d’azione, anche[19]. Militari: come quell’ufficiale nel Giardino dei Normanni che nel giugno 1940 si chiedeva se la storia avesse ingannato la Francia.

Bloch ritiene che gli storici non debbano sottrarsi alle grandi domande, tanto meno alle domande più scomode che vengono dal presente. Ha una salda fiducia nella storia come scienza, capace di comprendere, di spiegare, e persino, in certe circostanze, di prevedere o almeno intravedere il futuro. Pensa che il contributo che la storiografia può dare alla società è un allargamento o un aggiornamento della conoscenza su come la società funziona e cambia, su come pensano e agiscono gli uomini nel tempo. La conoscenza è uno strumento imprescindibile per gli uomini d’azione.

La sua non è – per così dire – una “storia tra le storie”. Bloch non è interessato a partecipare alla costruzione della memoria pubblica, a scendere nell’arena dove si contendono diverse rappresentazioni del passato. Lo dice chiaramente nella Strana disfatta: “Quanto a noi, dobbiamo scegliere: o ridurre a nostra volta il popolo a un’arpa che vibra ciecamente per il magnetismo di alcuni capi […]; o educarlo ad essere il collaboratore cosciente dei rappresentanti ch’egli medesimo s’è dato”[20].

Confida piuttosto nella capacità che il metodo storico ha di allenare le menti alla variabilità delle circostanze. I comandanti militari hanno sbagliato nel condurre le operazioni perché avevano in mente un’altra guerra, la guerra di posizione e di logoramento che era stato il primo conflitto mondiale. Così non hanno saputo rispondere al cambio delle circostanze: “i nostri capi […] non hanno saputo pensare questa guerra”; “I nostri soldati sono stati vinti – e, in certa misura, si sono troppo facilmente lasciati vincere – principalmente perché pensavamo in ritardo”; “I Tedeschi credevano nell’azione e nell’imprevisto. Noi avevamo mantenuto fede all’immobilità e al già fatto”[21].

Ecco un esempio in cui la memoria è stata un vincolo, una “forma di sclerosi mentale”[22], e non una risorsa, e in cui l’analogia storica impedisce di cogliere il presente. Qui lo storico indica ai suoi contemporanei l’importanza di essere allenati a riconoscere e interpretare le sorprese, gli imprevisti. 

Bloch crede che la storiografia possa svolgere una funzione di educazione civile: non tanto per l’insegnamento della storia come trasmissione di contenuti relativi al passato, ma per l’acquisizione del metodo storico, che può fare bene alle giovani menti. Di fronte alla scolaresca del liceo di Amiens nel 1914, Bloch aveva fatto l’elogio della critica delle fonti, dicendo agli studenti che essa sarebbe stata utile a ciascuno di loro nella vita, qualsiasi lavoro avrebbero fatto, in qualsiasi circostanza si sarebbero potuti trovare, come cittadini del proprio tempo[23].

Ma all’altezza del 1940, di fronte a come si è consumata la sconfitta, l’utilità della storia è soprattutto quella di allenare le menti a riconoscere non tanto le regolarità, ma soprattutto gli imprevisti, le sorprese, gli incontri inattesi, che consentono di essere duttili, di pensare diversamente, di sviluppare spiegazioni nuove, adeguate alle inquietudini e alle sfide del presente.

E torna qui il tema della voce. Bloch si sofferma proprio sul tono di voce per chi studia la storia, insieme all’importanza di allenare tutti i propri sensi – non solo la vista, ma anche il tatto e l’udito.

Ecco il passo famoso in cui spiega che la storia è una scienza diversa dalle scienze naturali: “I fatti umani sono per loro essenza fenomeni molto delicati, molti dei quali sfuggono alla misura matematica. Per tradurli bene, e poi per ben capirli fino in fondo (capiamo mai perfettamente ciò che non riusciamo a dire?) sono necessari una grande finezza di linguaggio e un giusto colore nel tono verbale. Laddove calcolare è impossibile, s’impone il suggerire”[24].

Il fresatore lavora al millimetro, ma lo fa con strumenti meccanici; lo storico invece è come il liutaio: “il liutaio si fa guidare prima di tutto dalla sensibilità delle orecchie e delle dita. […] Con il pretesto che tale qualità è indeterminabile, vorremmo forse negare che esista, al pari di quello della mano, un tatto delle parole?”[25]. 

Chissà se questo paragone può essere ripreso oggi di fronte agli strumenti computazionali che abbiamo a disposizione per fare storia digitale.

3. In prima persona

Bloch parla, scrive in prima persona. Interviene spesso con osservazioni personali. Mette sé stesso dentro la storia di cui tratta. Non c’è compiacimento, non c’è culto dell’io. C’è il desiderio di fare entrare il lettore nel proprio laboratorio e fargli vedere la ricerca nel suo farsi.

Il suo è un autobiografismo sobrio, riservato, e anche un po’ reticente. Per esempio, come ha osservato Filippo Benfante, manca quasi del tutto la moglie Simonne Vidal, che non doveva essere secondaria nel suo processo di elaborazione intellettuale: “Condivideva molti dei suoi interessi, leggeva praticamente tutto quello che scriveva e contribuiva anche a mantenere in casa quell’ordine che era indispensabile alla felicità di Bloch”, scrive Carole Fink[26].

Mi sono chiesto se, o fino a che punto, questo sobrio autobiografismo possa avvicinarsi al modello di autobiografia anti-narcisistica di Pierre Bourdieu: autoanalisi, o ego-storia potremmo qui propriamente dire[27].

All’inizio della Strana disfatta Bloch sente il bisogno di presentarsi, di dichiararsi: “Non scriverò qui i miei ricordi. Le piccole vicende personali di un soldato fra i molti in questo momento importano abbastanza poco. Ben altro ci preoccupa che perseguire il titillamento del pittoresco o dell’umoristico. Un testimone, tuttavia, deve avere uno stato civile. Prima di precisare ciò che ho potuto vedere, debbo dire con quali occhi l’ho visto”[28].

Sta costruendo una fonte per gli storici del futuro, una testimonianza per diradare la “caligine che ignoranza e malafede stanno accumulando fin d’ora sul più atroce crollo della nostra storia”, dice[29]), e sa che per interpretarla chi la troverà avrà bisogno di sapere chi parla, perché, da dove.

Riconosce di avere – proprio in quanto storico, abituato a vagliare documenti del passato e a osservare molto il presente – le competenze adeguate a pensare e costruire un archivio del presente per gli storici del futuro.

L’apologia della storia è costellata di annotazioni autobiografiche. Qui la ragione è un po’ diversa. Non è il testimone, ma il ricercatore Marc Bloch che sente il bisogno di farlo. Mostrando il suo metodo di lavoro, non può non mettersi in scena. Ma c’è di più: dice che per uno storico l’esperienza (il proprio vissuto, oltre che le cose viste e ascoltate) è uno strumento fondamentale per penetrare più a fondo la conoscenza del passato. “La vita maestra di storia!” commenta Girolamo Arnaldi, con un punto esclamativo che rovescia il senso comune della historia magistra vitae[30].

Il passo di Bloch è celebre, ma lo leggo lo stesso per l’enfasi che mette sulla prima persona singolare (io stesso):

“Conoscevo veramente, nel vero senso del verbo conoscere, conoscevo dall’interno, prima di provarne io stesso l’atroce nausea, cosa significa per un esercito essere accerchiato e per un popolo essere sconfitto? Prima di aver respirato io stesso, nell’autunno del 1918, l’allegria della vittoria […] sapevo cosa contiene veramente quella bella parola?”[31].

È il punto in cui Bloch introduce il “metodo prudentemente regressivo”[32]: si comprende la storia andando da ciò che è conosciuto a ciò che è meno noto. Prudentemente regressivo, per evitare il rischio dell’anacronismo ingenuo: “in un secondo momento”[33], scrive, si sarà pronti a mettere a distanza, si sarà pronti a restituire alla storia il suo vero movimento (dal passato al presente).

È dall’esperienza della guerra che nascono I re taumaturghi, ha osservato Ginzburg presentando il libro ai lettori italiani nel 1973[34]. L’esperienza – aver vissuto nel proprio tempo, aver fatto le proprie battaglie – potenzia la capacità dello storico di comprendere il passato. 

“In verità coscientemente o meno, in ultima analisi è sempre dalle nostre esperienze quotidiane che, se necessario sfumandole con nuove tinte, prendiamo in prestito gli elementi che ci servono per ricostruire il passato”[35].

“La professione da me scelta è di solito considerata una delle meno avventurose” – scrive Bloch nella Strana disfatta –, ma per “sorte” “[h]o fatto due guerre”[36], e lì ho messo alla prova me stesso, ho capito meglio chi sono, ho incontrato altri uomini in azione che mai avrei altrimenti conosciuto, ho capito come vanno le cose e come reagiscono le persone in quelle circostanze: per questo ho imparato a fare meglio il mio lavoro di storico.

Sono quasi le parole che usa Roberto Battaglia nelle sue memorie scritte a caldo nel ’45 dopo l’esperienza partigiana: “L’8 settembre 1943 ero un tranquillo studioso di storia dell’arte, chiuso in un cerchio limitato di interessi e di amicizie; l’anno dopo, l’8 agosto, ebbi il comando d’una divisione partigiana che ha dato più d’un fastidio al tedesco”[37]. Alla fine della guerra – dice in pratica – sono diventato uno storico migliore.

4. Le voci degli altri 

Aver messo in campo la propria voce consente a Bloch di riconoscere le voci degli altri. In altre parole, di riconoscere la presenza di diverse soggettività nella storia presente, e quindi di riconoscerle anche nello studio del passato.

Nella Prima guerra mondiale, le voci degli altri sono i dialetti dei contadini bretoni che non parlano francese e che sono lì controvoglia, miti e rassegnati (“vivevano fuori del nostro mondo”[38]); è il vinaio del quartiere della Bastiglia (“era poco istruito e non leggeva molto” ma aveva anima nobile e delicata[39]).

Manca però la voce degli algerini che si erano ribellati alla coscrizione, pur essendo Bloch stato lì alcuni mesi per reprimere i moti[40].

Nella Strana disfatta, le voci sono quelle – molto filtrate, di seconda mano – della classe operaia francese nei primi mesi di guerra: voci opache, enigmatiche, che rivelano un’altra lontananza dal mondo di Bloch[41]. Sappiamo che nella Prima guerra mondiale prese la difesa nei processi a carico di alcuni disertori: certamente in questa veste ne ascoltò le storie, le ragioni, il vissuto[42]. Un po’ come fece Piero Calamandrei – quasi coetaneo di Bloch – anche lui “etnografo per caso” durante la Prima guerra mondiale, a cui l’esperienza al fronte consentì di ascoltare voci, canti e confessioni di soldati controvoglia[43].

Bloch prefigura la possibilità di utilizzare le fonti orali: se “noi potessimo – passeggiando in un villaggio di quei tempi – ascoltare i contadini nominare fra loro le proprie condizioni o i signori quelle dei loro dipendenti!”. E poco dopo: “Quale insegnamento trarremmo se – che fosse il dio di ieri o di oggi – riuscissimo a sorprendere sulle labbra degli umili la loro vera preghiera! Supponendo però che loro stessi abbiano saputo tradurre gli slanci del loro cuore senza mutilarli”[44].

Non è solo un discorso ipotetico. Secondo Bloch lo storico del passato recente ha questa possibilità che altrimenti è preclusa per definizione a chi fa il nostro mestiere: può creare le proprie fonti, “può – letteralmente – chiamare alcune tracce a esistere” (così scrive), sollecitando e producendo testimonianze da parte di chi ha visto e vissuto[45].

“Quale storico non ha sognato di poter nutrire di sangue le ombre dei morti – come Ulisse – per interrogarle?”. L’unico modo per farlo consiste nell’analisi critica dei “materiali forniti dalle generazioni passate”, ovvero le testimonianze[46]. Bloch spiega potenzialità e limiti delle testimonianze; insegna a riconoscere e interpretare gli errori e le distorsioni della memoria come oggetti di studio. Lo storico – dice – “sa che i suoi testimoni possono sbagliare o mentire. Ma, soprattutto, si preoccupa anche di farli parlare, di capirli”[47].

Nel 1921, quando pubblica il saggio sulle false notizie di guerra, propone di fare un’inchiesta su questo fenomeno, sollecitando resoconti e testimonianze[48]. Possiamo riconoscervi un embrione di storia partecipata, di storia dal basso, per raccogliere esperienze vissute?

5. La voce dopo 

L’ultima scrittura di Marc Bloch deve necessariamente prendere la voce di un altro: è lui stesso a chiedere, nel suo testamento, che al suo funerale le sue parole siano lette da un amico. Curiosa forma di intersoggettività: parlare di sé con la voce di un altro.

“Dovunque io muoia, in Francia o in terra straniera, e in qualsiasi momento ciò accada, lascio alla mia cara moglie o in sua mancanza ai miei figli la cura di provvedere ai miei funerali, come riterranno opportuno. Saranno funerali puramente civili: i miei cari sanno che non ne avrei voluti di diversi. Ma spero che quel giorno – nella camera ardente o al cimitero – un amico voglia dar lettura di queste poche parole”[49].

Possiamo dire che questa ultima presa di parola di Bloch è un atto privato e insieme politico.

“Nell’ora del supremo addio, quando ogni uomo ha il dovere di riepilogare se stesso”[50] – così scrive – Bloch intende esercitare la propria libertà di definirsi, di dichiararsi allo stesso tempo ateo, ebreo e francese, proprio quando lo Stato glielo stava impedendo. Ora un altro Stato francese lo “panteonizza”: con l’intenzione di amplificarne la voce, forse invece gliela toglie.

“Anche su questo sapremo, al momento giusto, rompere il silenzio”[51]. “Che ciascuno dica francamente ciò che ha da dire”[52]. Così aveva scritto pochi mesi prima nella Strana disfatta.

Il suo modo di fare politica è l’esempio personale, la fiducia nella parola pubblica, il richiamo a ciascuno a fare la propria parte.

Ringrazio Piero Brunello: molte delle idee di questo articolo nascono da chiacchierate con lui..

Nota. Testo della relazione intitolata “Con il medesimo tono ai dotti e agli scolari”. La voce di Marc Bloch che Alessandro Casellato ha tenuto al convegno Marc Bloch (1886-1944). Letture dall’Italia (Roma, 20-22 maggio 2026). L’immagine di apertura è un dettaglio della locandina del convegno.

L’ingresso dei cenotafi di Marc Bloch e di Simonne Vidal al Panthéon di Parigi è avvenuto il 23 giugno 2026. La documentazione disponibile in rete è ridondante, rimandiamo a due trasmissioni della cerimonia, quella di BFMTV e quella del canale ufficiale dell’Eliseo (la presidenza della repubblica francese).


[1] Fulvio Lenzo, Marco Capponi, Un archivio per Manfredo Tafuri. Il ‘Progetto Tafuri’ dell’Università Iuav di Venezia, «Temporánea. Revista de historia de la Arquitectura», 4, 2003, pp. 122-173 (disponibile online).

[2] Il magnetofono fu sviluppato in Germania negli anni Trenta. La commercializzazione fu limitata quasi esclusivamente alle stazioni radiofoniche di Stato tedesche per scopi di trasmissione e propaganda. Finita la guerra, l’esercito americano esportò la tecnologia negli Stati Uniti, dove l’azienda Ampex creò i primi modelli commerciali per il mercato mondiale. Ascolta la prima puntata de I suoni del cinema, podcast di RaiPlaySound.

[3] Marc Bloch, La strana disfatta. Testimonianza scritta nel 1940, seguita da Scritti della clandestinità: 1942-1944, pref. di Georges Altman, trad. di Hena Lombardi e Francesco Lazzari, Guida, Napoli1970, pp. 66-69 (d’ora in poi SD); Carole Fink, Marc Bloch. Biografia di un intellettuale, La Nuova Italia, Milano 1999, pp. 61-62.

[4] Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), intr. di Maurice Aymard, trad. di Gregorio De Paola, Donzelli, Roma 1994, p. 104 (d’ora in poi GeFN).

[5] SD, p. 146. Vedi Will A. Boelcke, La guerra è bella! Goebbels e la propaganda di guerra, Vallecchi, Firenze 1973, pp. 64-71.

[6] Marc Bloch, Apologia della storia, o Mestiere di storico, a cura di Massimo Mastrogregori, trad. di Lorenzo Alunni, Feltrinelli, Milano 2026, p. 27 (d’ora in poi citato come AdS).

[7] Ivi, p. 31.

[8] Ivi, p. 27.

[9] Girolamo Arnaldi, Introduzione, in Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, con una nota di Lucien Febvre, a cura di Girolamo Arnaldi, trad. di Carlo Pischedda, Einaudi, Torino 1969, p. XXVII e nota 2, dove cita Lucien Febvre, Vers une autre histoire (articolo del 1949 poi raccolto in Combats pour l’histoire, Armand Colin, Paris 1953, prima trad. it. in Lucien Febvre, Studi su Riforma e Rinascimento e altri scritti su problemi di metodo e di geografia storica, trad. di Corrado Vivanti, pref. di Delio Cantimori, Einaudi, Torino 1966).

[10] AdS, p. 53.

[11] SD, p. 21.

[12] AdS, p. 102.

[13] Ivi, p. 101.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, pp. 239-240.

[16] Ivi, p. 240.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, p. 51 per entrambe le citazioni.

[19] Francesco Pitocco, Marc Bloch: una “storia viva e militante”, in Marc Bloch, Storici e storia, a cura di Étienne Bloch, trad. di Giuseppe Gouthier, Einaudi, Torino 1997, pp. VII-LXX (le cit. alle pp. XXXVII e XLI).

[20] SD, p. 144.

[21] Ivi, pp. 52, 61-62, 62, rispettivamente.

[22] Ivi, p. 58.

[23] Marc Bloch, Critica storica e critica della testimonianza, in Id., Storici e storia cit., pp. 11-20.

[24] AdS, p. 65.

[25] Ivi, p. 66.

[26] Fink, Marc Bloch cit., p. 87. Vedi anche Filippo Benfante, Per Simonne Vidal Bloch (1894-1944), online, in storiamestre.it, 2 luglio 2014.

[27] Pierre Bourdieu, Questa non è un’autobiografia. Elementi per un’autoanalisi, pref. di Anna Boschetti, trad. di Alessandro Serra, Feltrinelli, Milano 2005. A proposito dei nessi tra esperienza personale, autoanalisi e ricerca storica, Carlo Ginzburg ha aperto la sua relazione al convegno confessando che il suo rapporto con Marc Bloch era stato, fin dall’inizio, filtrato dalla figura del padre, Leone Ginzburg. Ha poi osservato che «se Bloch si fosse accorto del suo lapsus [quello che commise traducendo una delle sue fonti per I re taumaturghi, ora oggetto della relazione di Ginzburg] lo avrebbe analizzato come una testimonianza involontaria». Il testo della relazione riprende da vicino quello pronunciato al Pantheon di Parigi il 1° aprile 2026 (disponibile online).

[28] SD, p. 21.

[29] Ibidem.

[30] Arnaldi, Introduzione cit., p. XVII.

[31] AdS, p. 98.

[32] Ivi, p. 99.

[33] Ibidem.

[34] Carlo Ginzburg, Prefazione, in Marc Bloch, I re taumaturghi. Studi sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra, trad. di Silvestro Lega, con una pref. di Carlo Ginzburg e un ricordo di Lucien Febvre, Einaudi, Torino 1973, p. XXVI.

[35] AdS, p. 98.

[36] SD, p. 22.

[37] Roberto Battaglia, Un uomo, un partigiano, Il Mulino, Bologna 2004, p. 19.

[38] GeFN, p. 61.

[39] Ivi, p. 67

[40] Ivi, p. 71. Vedi Fink, Marc Bloch cit., p. 70.

[41] SD, pp. 136-138. Nella sua relazione al convegno, Francesco Torchiani ha ricordato l’articolo-recensione Une coupe d’histoire sociale, pubblicato nel 1940 sulla rivista «Annales d’histoire sociale» (vol. 2, n. 3-4, pp. 265-267), in cui Bloch commenta con interesse il libro War begins at home dell’organizzazione britannica di ricerca sociale Mass-Observation, basato su interviste e osservazioni antropologiche per comprendere l’impatto della guerra presente sulla vita quotidiana e sulla psicologia della popolazione civile in Gran Bretagna.

[42] Vedi Fink, Marc Bloch cit., pp. 75-76.

[43] Piero Calamandrei, Zona di guerra. Lettere, scritti e discorsi (1915-1924), a cura di Alessandro Casellato, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. XXV-XXXI.

[44] Entrambe le cit. AdS, p. 271.

[45] AdS, p. 118.

[46] Entrambe le cit. ibidem.

[47] AdS, p. 164. Sono i fondamenti della storia orale: vedi Alessandro Portelli, La diversità della storia orale, «Primo Maggio», 13, 1979, pp. 54-60 (ora in Id., Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo, Donzelli, Roma 2007, pp. 5-24) e Tony Parker, Studs Terkel. A Life in Words, HarperCollins, London 1997, pp. 163-170 (ora sotto il titolo Interviewing an Interviewer, in The Oral History Reader, ed. by Robert Perks, Alistair Thomson, Routledge, London 2015, pp. 123-128, disponibile online).

[48] GeFN, p. 108.

[49] Cito il testamento di Bloch da SD, p. 173.

[50] Ibidem.

[51] Ivi, p. 64.

[52] Ivi, p. 40.

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Un viaggio nel mondo dei morti

23/04/2026 Piero Brunello // Letture Storiografia

Leggere un libro che racconta cronache giudiziarie del 1571-1572 dall’Archivio del Comune di Castelfranco Veneto. Rilevanza degli eventi e spaesamento, sguardo storico e tonalità del racconto: il passato è un mondo esotico in cui ci pare di scorgere qualche tratto familiare.

1. Botte da orbi di Fabio Bortoluzzi “esamina e racconta una voluminosa busta conservata nell’Archivio Storico Comunale di Castelfranco Veneto. La busta è la n. 18 della serie Reggimenti. Consta di 1700 carte e copre all’incirca un anno e mezzo, dal marzo 1571 all’ottobre 1572”[1]. Spiega l’autore nella Premessa che quella serie è stata “il primo archivio che ho visto, nell’estate del 2002, quando ancora non sapevo cosa fosse, e a cosa servisse, un archivio. Avevo letto un libro, Cineografo di banditi su sfondo di monti di Gigi Corazzol[2], e volevo sapere se di storie come quelle che Corazzol aveva trovato nell’Archivio storico del comune di Mel fosse rimasta traccia anche in quello di Castelfranco. È andata a finire che faccio l’archivista di lavoro”.

2. Quello di Bortoluzzi, che per mestiere è appunto funzionario archivista, ora in servizio presso l’Archivio di Stato di Vicenza e la dipendente sezione di Bassano del Grappa, è un bel libro. Quando un libro è scritto bene, come questo, si dice che si legge come un romanzo. Questo senso di inferiorità della storia nei confronti della narrativa non lo capisco. Ci sono romanzi scritti bene e romanzi scritti male, così come ci sono libri di storia ben scritti e libri storia brutti. E questo è un bel libro di storia. Certo, Fabio Bortoluzzi ha imparato molto – e si sente – dalla lettura di narratori come Gigi Meneghello e Luciano Bianciardi. Ma questo rimane un libro di storia.

Nell’introduzione scrive: “mentre ti aspetti che la Storia serva a rendere familiare lo sconosciuto capita l’esatto contrario, e cioè che girando le carte anche il passato che credevi familiare si rivela estraneo, tutto si complica, tutto diventa più ricco” (p. 8). Bortoluzzi dice di aver ripreso questa frase da una conversazione che avevamo avuto. Sì, lo constatiamo ogni giorno: la realtà supera il romanzo e per questo continuiamo a studiare storia. Caso mai non si comprende perché si preferisce che la realtà divenga materia per opere di finzione anziché per libri di storia. 

Il periodo raccontato in questo libro è quello in cui, se si leggono i libri di storia veneta, l’evento importante che succede è la battaglia di Lepanto. Nel libro la battaglia di Lepanto non c’è, però sta sullo sfondo come una minaccia incombente. “Quello del vagabondo è da sempre un mestiere difficile – scrive Bortoluzzi –, ma nel 1571 di più: Venezia è in guerra coi turchi, alle galee servono braccia in surplus” (p. 47). I vagabondi arrestati vanno consegnati ai Provveditori all’armar e messi al remo, i Podestà subiscono pressioni dall’alto per raccattare uomini. Chi mette le mani su un vagabondo ha diritto alla taglia. Viene preso Domenego Favero, già giudicato inabile alla galea dopo essere stato colpito da due frecce in “una scaramuccia che fece col corsaro” quand’era ai remi in una galea di messer Marcantonio Foscarini. Chiamano due medici. Lo trovano “mal disposto, et pien di mal franzoso”, e con una ferita al piede che va “da banda a banda”. Il giudizio clinico è che in quelle condizioni non sopravviverebbe alla galea, però “potrebbe servir alla galea se non per pianèr per segondo, et se non per segondo per terzicchio”. Una nota ci spiega che i termini “pianèr”, “segondo” e “terzicchio” indicano la posizione dei forzati sulla panca del remo; il terzicchio è il vogatore più vicino al mare (p. 19).

3. Grazie a una ricerca storica, l’invisibile diventa visibile, un paesaggio fino a quel momento familiare diventa sconosciuto; e proprio per questo, proprio perché cessa di confermare le cose che conosciamo già e che ci aspettiamo di trovare, proprio per questo riusciamo a conoscerlo. Come si seppellisce una neonata quando non ci sono soldi per una cassa di legno? La si mette tra due coppi (p. 15).
Qualcuno ha detto che la storia è un viaggio nel mondo dei morti. Ma chi fa storia ne parla come se i protagonisti fossero vivi. È questo a dare alla storia una dimensione essenzialmente tragica, e ad assegnare una così grande importanza alla scrittura, cioè al tono di voce di chi compie il viaggio. Fabio Bortoluzzi lo sa. Si mette ai margini della scena, cambiando spesso angolo di visuale e ascolta: cioè dà la parola. Per lo più resta attonito. Descrive le modalità tecniche della tortura – con la corda, con il fuoco – e non commenta. Per non parlare dell’individuazione del colpevole. “Basta un fascicoletto di venti carte e una pagina per sapere come sono andate veramente le cose? – si chiede – La domanda è retorica ma, a scanso di equivoci: no” (p. 17).

4. L’autore entra raramente in scena, forse una volta o due, e quando lo fa si capisce chiaramente. Per esempio, dopo aver descritto la tortura con la corda, Bortoluzzi scrive: “Poro Piero! Appeso alla corda, saccato, squassato, disarticolato. Dev’essere stato sfinito se invece di urlare di dolore gemeva planimode, si lamentava sommessamente, finché non fu ordinato di farla finita, di tirarlo giù, slegarlo e riportarlo in cella” eccetera. Per finire: “Perché benché feroce – feroce ma insulsa, com’è proprio dei sadici – anche il mestiere del boia ha una sua deontologia. Maledetti” (p. 61). La regola a cui Fabio si attiene è quella fissata e fatta propria da Gigi Corazzol, cioè che l’autore non deve sovrapporre la propria voce a quelle delle sue fonti, dei suoi personaggi. Non si canta sopra la voce dei cantanti e delle cantanti in scena. Se l’autore dice la sua, chi legge non deve aver dubbi sul cambio di voce.

5. Le storie raccontate in queste pagine parlano di brìtole, manarini, archibugi, lavoratori girovaghi che dormono nei fienili, catene del foghèr prese a prestito su pegno, case dove non c’è neanche una candela, condanne alle galee e pellegrinaggi a piedi alla Madonna di Loreto. Queste vicende danno il senso di un mondo altro e sconosciuto: eppure si svolgono in un ambiente familiare, di case, strade, chiese e paesi che conosciamo, che frequentiamo, per non dire del dialetto usato negli interrogatori (mi rendo conto che devo aggiungere una cosa che ho dimenticato di dire: che l’autore è di Castelfranco, e tuttora ci abita). Questa fusione conferisce un che di humor in tutte le pagine, come succede nei casi di estraniamento. Faccio un solo esempio. Danno la caccia a due tipi sospetti, che hanno ucciso una donna colpevole di aver abbandonato il marito, un trevigiano. Vanno “cantando e cavalcando al galoppo uno un cavallo bianco e l’altro un cavallo rosso”. Portano “habiti da villan”. Portano un cappello nero, forse una barba posticcia. Interrogano i testimoni. Ecco la testimonianza di un Giovanni Maria Rizzi da Brusaporco di ritorno da messa: “nel vederlo passar alzando li ochi mi parea haver ciera et agire da trevisan” (p. 56). Aspetto e modi di fare da cittadino, sotto un travestimento da contadino: e questo detto a un giudice veneziano. A uno di Brusaporco non gliela si fa.

Nota. Rielaborazione dell’intervento tenuto durante la presentazione del libro alla Biblioteca comunale di Castelfranco, il 7 giugno 2025.

L’immagine di copertina è tratta da Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, pp. 94-95.


[1] Matteo Melchiorre, Introduzione a Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, 96 p. (Quaderni di Biblioteca, Museo, Archivio – Città di Castelfranco Veneto, a. III, n. 2, gennaio 2025).

[2] Gigi Corazzol, Cineografo di banditi su sfondo di monti. Feltre 1634-1642, Unicopli-Libreria editrice Pilotto, Milano-Feltre 1997.

Archiviato in://, Letture, Storiografia Piero Brunello

Marino Berengo, archivista

28/01/2026 Eurigio Tonetti // Ricordi Storiografia

Un allievo, diventato archivista, rievoca l’attività di funzionario svolta da Marino Berengo all’Archivio di Stato a Venezia dal 1958 al 1963; l’importanza, nel mestiere di storico e di docente, della verifica delle fonti appresa a contatto con i documenti conservati ai Frari.

Nel gennaio 2002 parlò su questo stesso argomento Claudia Salmini, nell’ambito del convegno su Marino Berengo storico, e la sua relazione pubblicata l’anno seguente costituisce la fonte principale di ciò che dirò qui.

Claudia svolse un’approfondita ricerca attraverso la documentazione della Direzione dell’Archivio, avendo preso in esame il fascicolo personale di Berengo e altri atti d’ufficio del periodo in cui fu attivo ai Frari. Quelle fonti documentarie – rispetto alle quali avrò ora ben poco da aggiungere, come si vedrà – furono da Claudia Salmini integrate da nove testimonianze orali, intervistando otto colleghi o amici del Marino archivista e chi sta ora parlando, il quale per ragioni anagrafiche, a oltre due decenni di distanza, rimane l’unico superstite di quel drappello.

Dichiaro perciò il mio debito verso Claudia, cui mi legano un’amicizia nata all’Università e la circostanza d’essere stati entrambi laureati di Berengo (i primi allievi “veneziani”, in ordine di tempo, dopo il rientro da Milano, se non ricordo male) e ambedue archivisti di Stato.

Berengo tenne sempre moltissimo a quel suo primo mestiere, di cui andò fiero e orgoglioso e che rivendicò lungo tutta la sua vita. Viene spesso ricordato un passo della prefazione al suo ultimo libro, l’Europa delle città nel quale esprimeva riconoscenza ai pazienti editori delle tante fonti di cui si era servito e ricordava in particolare “gli archivisti di tutte le provenienze e le tradizioni nazionali, che spesso han saputo trasmetterci la forza e la vita che sentivano circolare nei documenti di cui sono stati amorosi ordinatori e custodi; nell’incontrarli, ho risentito il fascino del loro mestiere, che è stato anche il mio”.

Così scriveva nel 1999, 36 anni dopo aver lasciato l’Archivio, e forse l’uso di un passato prossimo (“che è stato anche il mio”), piuttosto che di un passato remoto, mi piace pensare sia una spia di quanto avvertisse ancora quel “mestiere” come proprio e connaturato al suo profilo di studioso.

Ancora, quindici anni prima, nel pieno della sua attività scientifica e accademica, intervenendo alla Fondazione Luigi Einaudi l’8 dicembre 1984 a un seminario per la presentazione del quarto volume di Settecento riformatore di Franco Venturi si era definito “vecchio archivista” per rivendicare, con alcune acute osservazioni, un diverso uso delle fonti.

Un’esperienza indimenticata, di cui sapeva talvolta evocare nella conversazione taluni momenti “minori”, con certi suoi tipici toni coloriti. Posso ricordarlo, per esempio, raccontare del “freddo indicibile che ho patito da giovane ai Frari”, riferendosi sia ai depositi gelidi, ma anche in generale alle stanze di lavoro di un edificio antico, poco razionale nel distributivo interno e tanto difficile da riscaldare (come confermano anche altre voci coeve); oppure citare certi voluminosi faldoni del Governo austriaco, che forse gli servivano per l’Agricoltura veneta, “pesantissimi e per me intrasportabili”, e che invece l’usciere Tagliapietra, “l’uomo più forzuto che io conosca”, gli recapitava “sollevandoli come fuscelli”; e così via.

Indimenticata, s’è detto, sebbene di durata relativamente breve nella carriera di Berengo, il quale, dopo la laurea nel 1953, fu per circa cinque anni borsista a Pisa, a Napoli e a Zurigo, quindi archivista di Stato dal 1° ottobre 1958 al 31 gennaio 1963, dunque esattamente per soli 4 anni e 4 mesi, infine per 37 anni docente universitario. Eppure, non manca mai il richiamo a quel quinquennio scarso da archivista, che dopo il 1963 Marino ha sempre voluto inserire nelle note biografiche presenti nei risvolti di copertina di tutti i suoi libri.

Ma facciamo un passo indietro per chiederci quali esperienze d’archivio avesse maturato Berengo prima di divenire archivista, in quali archivi fosse entrato, chi vi avesse incontrato.

Da principio aveva messo piede proprio all’Archivio di Stato di Venezia, nel febbraio del 1952, speditovi da Delio Cantimori a svolgere la prima ricognizione sulle fonti disponibili per la tesi di laurea sul giacobinismo veneto nel periodo della Municipalità provvisoria. A Cantimori ben presto riferì che “dopo un rapido esame” quel tema gli avrebbe offerto “un campo di ricerche d’un interesse eccezionale” e gli proponeva di arretrare di almeno un decennio l’inizio del periodo da trattare.

Questo incontro – forse il primo – “col mondo degli archivi fu decisivo – ha osservato Roberto Pertici – non solo per l’andamento di quella ricerca, ma per l’intera sua personalità di storico. Fu proprio a contatto con le fonti documentarie, infatti, che il suo lavoro ben presto si slargò”. Il quadro si andava significativamente ampliando e approderà al volume del 1956 sulla Società veneta, dove le idee giacobine sarebbero state, appunto, lucidamente considerate nel contesto della società e dell’economia in cui s’erano sviluppate.

Mese per mese Berengo continuava a descrivere a Cantimori i “ghiotti” materiali che andava rinvenendo su “polizia, fisco, anagrafe e S. Uffizio” e (suggerisce ancora Pertici) si ha la chiara sensazione che il dilatarsi della ricerca “più che di un’esigenza metodologica chiaramente avvertita, fu il risultato del contatto fisico con la documentazione e degli stimoli inesauribili che gliene derivarono”.

Frattanto, come avviene frequentemente agli utenti abituali degli archivi, andava stringendo amicizie fra gli archivisti, e ciò migliorava, ma veniva anche a complicare le sue prospettive. “Ora gli amici archivisti mi hanno malvagiamente introdotto allo studio del Magistrato del Sal – scriveva il 17 febbraio 1953, cioè a un anno esatto dall’inizio della ricerca – dove c’è una mole di notizie preziose, da occupare almeno un mese di lavoro. Adesso che so che quelle filze esistono, come faccio a non studiarle? È un’impresa interminabile”.

Siamo tra il 1952 e il 1953 e possiamo dunque collocare a quest’altezza cronologica l’esordio di quella straordinaria passione per la ricerca d’archivio che alimentò in maniera originale l’approccio di Berengo alla storia e che “ha rappresentato il presupposto dell’intera sua produzione” storiografica, come ha rilevato Marco Meriggi.

Negli anni immediatamente successivi Berengo frequentò altri Archivi di Stato. Per la tesi di perfezionamento pisana, che diventò poi il volume su Lucca, lavorò nell’Archivio di Stato di Firenze e, soprattutto, in quello di Lucca, del quale ricorderà, molto più tardi, “il compianto direttore, dottor Domenico Corsi, che talora si creava immaginari impegni e prolungamenti per consentirmi di protrarre l’orario delle mie ricerche”. Un atteggiamento così empatico da parte di un uomo più anziano di una generazione facilmente può aver accresciuto quella positiva percezione del giovane Berengo per il “mestiere” che avrebbe a breve intrapreso.

Nel 1955, infine, Berengo ebbe modo di condurre a Modena alcune ricerche d’archivio di argomento ferrarese su commissione di Bruno Zevi. Marco Folin testimonia che Marino gli parlava “con enfasi” di questo lavoro, cui rimase sempre particolarmente affezionato, non solo per il legame peculiare con Ferrara, città d’origine della madre, ma anche per quanto aveva appreso dalla frequentazione di un archivio così ricco come quello estense.

Ritorniamo ora a Venezia, dove il 1° ottobre 1958 Marino Berengo, non ancora trentenne, vincitore di concorso, anzi primo nella graduatoria, come talvolta puntualizzava orgogliosamente, si presentava a prendere servizio. Lo attendeva un lavoro su più fronti: il servizio di assistenza agli studiosi nella sala di studio, la docenza nella Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica (si era diplomato ancora nel ’54), dove insegnò da subito archivistica, l’attività di riordino e di inventariazione, le ricerche d’ufficio.

Per il giovane funzionario l’Archivio si rivelò un ambiente ricco di stimoli sul piano scientifico, oltre che umanamente gradevole. Direttore ne era Raimondo Morozzo della Rocca, gentiluomo piemontese, profondo conoscitore della documentazione veneziana e della storia veneta, in carriera ai Frari sin dal 1937 e direttore dal 1952, editore di fonti commerciali medioevali e cultore di originali studi di cronologia. Marino lo ricordava sempre con grande considerazione e devozione. I colleghi funzionari che si trovava a fianco erano Ugo Tucci, il più anziano e vice di Morozzo, poi direttore a Trieste e futuro collega di Marino come docente a Ca’ Foscari; Ferruccio Zago, motore amministrativo e organizzativo dell’Ufficio, conoscitore e ordinatore di fondi ottocenteschi, a fine carriera direttore ai Frari; Giulia Bucci Mirabello, prossima alla pensione, che avrebbe consegnato la direzione della sala di studio a Maria Francesca Tiepolo (sulla quale sarebbe superfluo qui spendere parole), Lilliana Fortunato ed Eligio Vitale (moglie e marito, i più giovani colleghi con cui avrebbe lavorato in équipe nell’attività di riordino) e Bianca Strina, che entrava assieme a lui, seconda classificata nello stesso concorso. Ma nei corridoi dell’Istituto poteva incrociare anche Luigi Lanfranchi, autore di studi lagunari medievali, grande organizzatore nell’edizione di fonti (e anche editore in prima persona), che prestava servizio in Soprintendenza archivistica, per poi dirigere anch’egli l’Archivio a fine carriera. E da archivista volontario frequentava i Frari Gaetano Cozzi.

Stimoli che si moltiplicavano quando Berengo si affacciava in sala studio a svolgervi quel servizio di assistenza cui venne assegnato dapprima in misura saltuaria e poi in maniera più sistematica, ossia pressoché quotidianamente per mezza mattinata. L’utenza della sala numericamente era di gran lunga inferiore a quella dei decenni successivi, che molti dei presenti possono aver sperimentato, ma a Marino poteva capitare d’imbattersi in ricercatori come Gino Luzzatto, Federigo Melis, Corrado Vivanti, Jean-Claude Hocquet, padre Giovanni Pozzi, Paolo Sambin, Paul Oskar Kristeller, Fritz Babinger, Frederic Lane, il domenicano Raymond Loenertz, Brian Pullan, solo per ricordarne alcuni.

“In sala studio mi sono fatto un mucchio di amici” soleva ripetere Marino: è evidente che gli incontri in sala e la partecipazione ai problemi della ricerca diventavano spesso occasioni di confronto, di condivisione, di scambio di esperienze e di conoscenze da cui, infine, potevano scaturire anche amicizie durature.

Assegnato stabilmente alla sala, Marino vi si alternava con Maria Francesca Tiepolo. La più esperta collega, in servizio dal 1954, ma già come volontaria presente a tempo pieno dal 1952, si accollava la prima metà della mattinata, solitamente la più complicata, e impostava con mano sicura le ricerche dei nuovi studiosi. Marino le subentrava alle undici e – scrisse – “ereditavo così l’avvio che lei aveva dato […] e in tal modo imparai pian piano anch’io a muovermi in quella marea di documenti”. Pensiero ribadito da Marino anche molti anni dopo, in una corrispondenza privata emersa solo qualche settimana fa: alla stessa Tiepolo, che nell’autunno 1973 gli chiedeva alcune indicazioni e molto si scusava per l’incomodo che veniva ad arrecargli – si trattavano ancora con il lei –, replicava con tono affettuoso negando vi fosse stato alcun disturbo e si dichiarava “felice” di aiutare “chi, tanto amabilmente, amministrava la sala di studio, smistandomi tutte le grane quando io, un po’ ‘indormensato’ subentravo alle 11. E la demanializzazione del Suo bicchiere privato – l’unico dell’Archivio – in cui io prendevo i cachets [ossia i farmaci per le sue ricorrenti, fastidiose emicranie] non dovrebbe aver lasciato traccia durevole nel mio cuore?”.

A questo servizio in sala studio, al rapporto quotidiano con studiosi navigati nella ricerca, come con studenti alle prime armi si connette la naturale disponibilità e generosità di Berengo ad aiutare chiunque nella ricerca: “passare le schede”, “passare un pacco di schede” sono espressioni sue tipiche che in tanti abbiamo ascoltato e visto da lui mettere in pratica. Ma soprattutto, nell’attività didattica istituzionale, trae origine da qui, anche per sua stessa dichiarazione, quel seminario biennale su “Come si fa ricerca storica”, che ha contribuito a formare un rilevante numero di studenti milanesi e veneziani (non solo suoi laureandi) e che molti di noi ricordano come una delle esperienze formative più utili, più intense e in qualche modo più entusiasmanti del proprio percorso di studi universitari.

Dichiarò Marino in un’intervista a Corrado Stajano, apparsa nel Corriere della sera del 12 febbraio 1989: “Questo genere di seminario nasce dall’esperienza che dopo la laurea ho avuto come archivista all’Archivio di Stato di Venezia, ai Frari. La mia bella scrivania di noce settecentesca era inondata dalle lacrime innocenti delle studentesse: dovevano fare tesi di laurea date da scriteriati professori. Mancavano delle nozioni elementari della ricerca e non erano in grado. Allora feci un voto laico, se diventerò professore vi insegnerò come si fa. Ho mantenuto la promessa. Il primo anno insegno dunque come si lavora in archivio, il secondo anno come ci si muove in una sala di consultazione di una biblioteca”.

In quegli incontri seminariali, ha scritto Giuseppe Del Torre: “il giovane studente e il laureando si trovavano proiettati in un mondo nuovo, popolato di biblioteche ed archivi, italiani ed europei, di bibliotecari ed archivisti, eruditi e grandi intellettuali, a cui l’esperienza dello storico e del ricercatore e la capacità comunicativa del professore facevano prender corpo e vita propri, dando vivacità alle carte, ai libri e ai percorsi di ricerca che quasi sempre potevano apparire invece complessi e poco entusiasmanti da seguire. Gli archivi di Firenze, Lucca e Milano, la Biblioteca Vaticana, la Bibliothèque Nationale di Parigi e la British Library di Londra si materializzavano nelle aule [… universitarie …] evocati da Berengo, aprendo così le proprie porte a nuovi apprendisti del mestiere di storico”.

Ma si può anche ricordare quel primo corso milanese nel 1963-64 del trentacinquenne professore (con ancora fresca la memoria degli anni appena trascorsi da archivista), nella testimonianza di Giorgio Chittolini, in cui molti che hanno conosciuto Berengo possono ritrovare lo spirito e l’eleganza di tante altre lezioni, conferenze e relazioni dei decenni successivi: “Corso affascinante e ancora vivissimo nella memoria di chi poté seguirlo: ricco di una vivacità e di un entusiasmo che trasmettevano immediatamente l’amore per la ricerca; ricco di temi e di spunti, di personaggi e di fonti (ricordo confusamente notai, osti, contratti agrari, relazioni di ambasciatori, verbali di consigli cittadini…): tutti proposti con la vivezza singolare che lui sapeva dare al discorso”.

Effetto del lavoro in archivio era anche il primo insegnamento che Berengo impartiva al laureando su come doveva redigere le schede della ricerca. Bisognava descrivere il documento in tutti i suoi elementi, senza mai omettere la collocazione archivistica; quindi sintetizzarne il contenuto, trascrivendo però virgolettate le porzioni più significative o le espressioni più pregnanti. Il tutto doveva essere eseguito con chiarezza, rigore e precisione, in modo da non dover riprendere in mano nuovamente lo stesso documento. “Immagini sempre di lavorare come se fosse a Parigi o a Londra, dove non le sarà facile ritornare per integrare una scheda incompleta o sbilenca” ammoniva. Infine, il laureando era invitato a portargli le sue prime 10-15 schede, per una verifica, per poi inoltrarsi serenamente nella ricerca.

Una priorità, poi, per Berengo docente – che pure gli derivava dalla formazione archivistica – consisteva nella verifica scrupolosa della fattibilità delle tesi di laurea che assegnava, che tutte si basavano su ricerche originali. Per eseguirla si recava di persona – quando non ne avesse già conoscenza diretta e certa – ad accertare l’esistenza e la disponibilità delle fonti d’archivio o di biblioteca sulle quali poi indirizzare il lavoro del laureando. Gli “scriteriati professori” dell’intervista a Stajano erano quei suoi colleghi che mandavano lo studente allo sbaraglio. Il laureando di Berengo non entrava per la prima volta in sala studio smarrito, ma tenendo in mano una sua bella scheda con l’elenco dei pezzi da cui iniziare. Di questa attività posso essere testimone oculare, avendolo più volte scortato nei depositi dei Frari per aiutarlo a svolgerla, e aggiungo solo che quelle scorribande diventavano per me occasione di osservare come lui immaginasse e organizzasse una ricerca, come riscontrasse la documentazione, come impostasse una tesi, quale economia ne prevedesse, e molto altro ancora, e riuscivo a imparare moltissimo su fondi documentari che, giovane archivista, mi erano ancora pressoché sconosciuti.

Non può essere dimenticato, infine, che Berengo riuscì, assieme a due colleghi, nell’impresa già tentata precedentemente in Archivio da altri e abbandonata, di riordinare una massa informe di circa 3000 unità archivistiche, che venne ricondotta a ben quattro diversi archivi di altrettante magistrature finanziarie della Repubblica (Governatori delle entrate; Revisori e regolatori delle pubbliche entrate in zecca; più altre due minori). Per ultimare quel lavoro sarebbe venuto più volte in Archivio anche dopo il transito nei ruoli universitari.

Concludendo, dunque, l’attenzione estrema alle fonti, la verifica della loro attendibilità, che conferiva serietà alla ricerca, il ricorso continuo e irrinunciabile ai documenti, costituirono sempre il perno e la cifra distintiva di tutta la produzione di storico di Marino Berengo, estraneo com’era da astrattezze e teorizzazioni (verso le quali sapeva esprimersi talvolta con rigetto e ironia), e attento piuttosto al “fatto singolo e reale” che emergeva dal documento, come lo chiamava Gino Luzzatto, l’altro maestro di Berengo, oltre a Cantimori.

Ma Marino possedeva fortissimo, e lo sapeva trasmettere con altrettanta intensità, un suo peculiare gusto delle fonti, della loro descrizione, del racconto che da queste sgorgava. Un gusto che denotava un legame con i documenti da parte di chi, oltre a studiarli, li aveva custoditi, descritti, riordinati. È un gusto acquisito nell’aver svolto quotidianamente, per dovere ufficio, le ricerche più disparate nei depositi dell’Archivio, potendo toccare sul posto filze e registri come oggetti familiari, aprendoli e sfogliandoli anche solo per curiosità, imparando a riconoscere i fondi e le serie dalla dislocazione sugli scaffali, dalle diversità dei dorsi, e anche a comprendere a colpo d’occhio le modalità della sedimentazione dell’archivio nei decenni (o nei secoli) magari dalle diverse coperte dei volumi, dalle tipologie delle etichette, dalle cento spie della materialità dei pezzi d’archivio che parlano a chi sa interrogarle.

Per offrire un esempio di questo gusto, vorrei chiudere citando mezza pagina dell’introduzione (settembre 1998) alla nuova edizione del libro su Lucca, dove Marino, dopo aver ripercorso la genesi del lavoro e averne delineata la struttura concettuale complessiva, passa a esplicitarne le fonti, e scrive:

“Ho fatto largo uso dei protocolli dei notai: non per analizzarli statisticamente, ma per cogliere in essi un qualche spunto di storia sociale.

Così, sono di frequente ricorso ai rogiti di ser Giuseppe da Piscilla nella prima parte [del libro], in quanto esponente delle grandi famiglie (ivi compresa la Domus Podie, la casa cioè dei Poggi, sino al loro bando dalla città, cui seguiranno le confische dei beni una volta divenuti ribelli) e del Governo.

Mi sono quindi potuto scostare da questa fonte, quando gli subentra ser Michele Serantoni, notaio ufficiale delle maggiori famiglie, che da giovane ha trattato di telai e poi è passato ai contratti delle più ricche casate.

Insostituibile, infine, per i contratti stesi dagli artigiani, e in modo speciale dai tessitori, è risultato ser Bastiano Andreozzi, notaio della Corte dei mercanti. Vi si aggiunga che questo notaio amava ornare i suoi rogiti con annotazioni domestiche e con appunti presi sul retro dei suoi codici.

Un interesse particolare ho dimostrato per i testamenti […] D’altronde, a Lucca i testamenti costituiscono una sezione a sé dell’Archivio notarile, e quindi si consultano assai facilmente. Questi documenti ci offrono il vero specchio della mentalità del civis et mercator lucchese e, se per gli artigiani dobbiamo faticosamente ricorrere ai rogiti ordinari dei notai (appunto del giovane Serantoni e soprattutto dell’Andreozzi), per le classi dirigenti si tratta di una fonte privilegiata”.

Nota. Testo dell’intervento tenuto il 16 dicembre 2025 in occasione dell’incontro pubblico «Il bellissimo mestiere degli studi storici»: Marino Berengo 25 anni dopo (Venezia, Ateneo Veneto). Per notizie sul quel pomeriggio, si rimanda alla nota a Federico Barbierato, Marino Berengo (1928-2000), testo dell’intervento tenuto nella stessa occasione, pubblicato su questo stesso sito.

Gli Atti delle “Giornate di studio su Marino Berengo storico” (Venezia, 17-18 gennaio 2002) sono usciti sotto il titolo Tra Venezia e l’Europa. Gli itinerari di uno storico del Novecento: Marino Berengo, a cura di Giuseppe Del Torre, il Poligrafo, Padova 2003. Nel volume si trova il contributo di Claudia Salmini, Marino Berengo archivista (pp. 201-232), cui mi sono spesso riferito; le citazioni testuali sono tratte dai saggi di Marco Meriggi, Lo storico della Restaurazione (pp. 127-139); Giuseppe Del Torre, Marino Berengo e la storia veneta (pp. 169-190); e Giorgio Chittolini, Il tema della città (pp. 57-89).

Ho citato, poi, da Marino Berengo, L’Europa delle città. Il volto della società urbana tra Medioevo ed Età moderna, Einaudi, Torino 1999; da Id., Fonti e problemi di Settecento riformatore, “Annali della Fondazione L. Einaudi”, 19 (1985), pp. 443-450 e, ancora, da Id., Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, terza ed., Einaudi, Torino 1999.

La testimonianza di Marco Folin nell’Introduzione a Marino Berengo, Città italiana e città europea. Ricerche storiche, Diabasis, Reggio Emilia 2010; ho riportato anche un brano dal saggio La devoluzione di Ferrara nelle fonti veneziane nello stesso volume (pp. 278-287).

Le valutazioni di Roberto Pertici sono tratte dall’Introduzione a Marino Berengo, Cultura e istituzioni nell’Ottocento italiano, il Mulino, Bologna 2004; da qui provengono anche i brani delle lettere a Delio Cantimori.

L’intervista di Corrado Stajano è uscita sul “Corriere della Sera” del 12 febbraio 1989 sotto il titolo La macchina che porta dentro la storia.

La lettera del 1973 a Maria Francesca Tiepolo si trova fra le carte private di quest’ultima in corso di riordino e acquisizione da parte dell’Archivio di Stato di Venezia.

L’immagine in copertina è tratta dalla pagina dedicata all’Archivio di Stato di Venezia sul sito del Ministero della Cultura (https://cultura.gov.it/luogo/archivio-di-stato-di-venezia-1; Deposito monumentale, 30 novembre 2023, Cosiddetta Crociera del Senato).

Archiviato in://, Ricordi, Storiografia Eurigio Tonetti

Post-scriptum (trent’anni dopo)

18/01/2026 Luca Pes // Altrochemestre Storiografia

Per avviare la terza annata di altrochemestre.it, ripubblichiamo un articolo dal quarto numero di “Altrochemestre” (1996): una proposta per una “storia del tempo presente”, scritta  a consuntivo dei primi tre numeri della rivista.

È possibile fare storia del tempo presente e raccoglierne la documentazione? Secondo me, sì. Lo storico può avere lo stesso distacco parlando di Bossi e di Giulio Cesare, come può essere altrettanto parziale. Durante il ventennio fascista, si studiava l’impero romano per glorificare quello di Mussolini; oggi uno storico americano è riuscito a scrivere un libro bellissimo su Berlino durante e poco dopo la caduta del muro (ve lo consiglio: Robert Darnton, Diario berlinese 1989-1990, Einaudi, Torino 1992). E poi, a loro modo, molti storici dell’antichità erano storici del tempo presente, nel senso che parlavano di avvenimenti accaduto dieci-trenta-cinquanta anni prima; qualcuno di loro, come Polibio, pensava persino che lo storico dovesse fare diretta esperienza dei fatti che raccontava.

Forse un giorno ci accorgeremo che la suddivisione accademica storia “moderna” (1492-1815) e “contemporanea” (1815-oggi) non funziona e vedremo nascere tra le altre una “disciplina” che potremo chiamare “storia del tempo presente”. La sua esistenza sarà utile non solo perché negli ultimi anni sono avvenute tali trasformazioni da farci sentire l’Ottocento altrettanto distante che il Settecento e l’urgenza di leggere storicamente quello che avviene sotto i nostri occhi; ma anche per il metodo di lavoro che la storia del tempo presente consente e richiede. Lo studioso del presente fa i conti con l’inaccessibilità degli archivi di stato, considerati fondamentali per la storia contemporanea come viene praticata oggi; può crearsi le fonti, andando a intervistare i testimoni o assistendo ai fatti (oggi magari registrandoli con una video camera).

Queste sono cose che gli storici che hanno studiato la storia del loro tempo fanno e hanno sempre fatto più o meno esplicitamente. Ma la storia del tempo presente insegnata e discussa in quanto tale con una sua filologia e un suo rigore, può acuire la consapevolezza nell’uso di questi mezzi oltre che, più in generale, aiutare chiunque a ragionare e a vedere, produrre conoscenza sul presente: può anche diventare (come avviene in altri paesi) la disciplina di chi vuol fare giornalismo e reportage; e può permettere il recupero del patrimonio di inchieste e di studi che si facevano in Italia soprattutto negli anni Sessanta: Scotellaro, Bosio, Montaldi, l’Istituto De Martino e via dicendo. Certo, loro lavoravano e lavorano sulla cultura “altra”, sulle classi subalterne, mentre adesso sarà utile raccogliere anche altro materiale che aiuterà a capire la società contemporanea: i generi di discorso (anche degli imprenditori), gli elementi del paesaggio (anche le cose che compriamo e usiamo).

Attraverso una storia del tempo presente di questo tipo forse sarà possibile avvicinarci all’unificazione delle scienze sociali perché il soggetto di primario interesse diventa lo stesso di quello dei sociologi, degli antropologi urbani e degli psicologi. E sarà possibile lavorare gomito a gomito, se non si parte dai massimi sistemi e non si è autoreferenziali; se si lavora senza sottointesi e se si cerca di definire le parole che si usano; se si lavora come minatori, esploratori, escursionisti e poi si discute; se si cerca di dare una lettura più generale ma dopo aver raccolto e descritto. Forse questo è l’unico modo per confrontarsi tra cultori di diverse discipline, oggi che non c’è più una ideologia condivisa come quella marxista che prima faceva da regole del gioco finendo però spesso con la conferma di idee aprioristiche.

“Altrochemestre”, con tutti i suoi limiti, ha pubblicato scorci di interpretazioni di realtà. Ha cercato di privilegiare l’esplorazione, il lavoro sul linguaggio, evitando i massimalismi e i giudizi a priori; ha pubblicato intuizioni e impressioni pensando che anche queste potessero fornire indizi di un mondo e di un clima di un’epoca. La rivista nel suo piccolo è nata in reazione a certi difetti dell’accademismo e del giornalismo.

Ed è perciò che a volte il titolo del semestrale mi sembra riduttivo. Il nostro pubblico forse non è mestrino. Ma è chi condivide il brivido dello straniamento e la conseguente “scoperta” della città metropolitana: fatta di tante identità parallele e di possibilità di vedere in modi diversi il piccolo e il grande; la scoperta dell’Italia urbanizzata negli anni Settanta con piazze che sono parcheggi o rotonde. Nel titolo, la parola “Mestre” che porta la Terraferma veneziana a metafora dello sviluppo edilizio e del paesaggio umano, è un deterrente per i potenziali lettori che abitano nelle altre città e che condividono il nostro sguardo.

 A me piace pensare che abbia ragioni chi dice, come Nicole Janigro, che “Altrochemestre” offre spunti sul “fare politica” (“I Viaggi di Erodoto”, anno 9, n. 26, p. 11). Nello scriverla cerchiamo di liberarci dal peso delle nostre appartenenze, dei luoghi comuni e delle abitudini mentali. Ci sforziamo di trovare le parole che ci sembrano giuste per descrivere ciò che vediamo e ascoltiamo. In questo c’è l’idea di una cultura sganciata dalle pressioni della politica, una cultura che non sia sprecata nella conferma di identità, ma che sia scoperta e conoscenza. In questo c’è anche l’idea che se la politica deve usare la cultura, è meglio che lo faccia non per legittimarsi ma per capire quello che succede.

Nota. Testo dell’articolo di Luca Pes, Post-scriptum, “Altrochemestre”, 4, Primavera 1996, p. 3. L’occhiello originale: “Storia del tempo presente; esplorazione e ascolto dell’Italia urbanizzata”.

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