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Scene dal presente

Tre cose che volevo dire sull’ultimo libro di Gigi Corazzol

25/08/2026 Fabio Bortoluzzi || Scene dal presente

Testo dell’intervento tenuto alla presentazione organizzata dalla libreria Agorà di Feltre, il 13 agosto 2026.

Nota della redazione. Cosa contiene ’627 col morto – fumisterIA, il libro che Gigi Corazzol ha pubblicato nel maggio 2026 (220 p., edizione non venale, stampata da DBS-SMAA Editore e tipografo di Rasai di Seren del Grappa)? Un pasticciaccio brutto del 1627 col morto ammazzato; figli che non stanno ad ascoltare i padri; accordi che non reggono; testimonianze che non corrispondono. Come fare a sapere chi, come, perché? I personaggi escono dalle carte di un processo conservate nell’Archivio comunale di Feltre e compaiono nella camera da letto di una villetta ultrapopolare di VILE (acronimo per VIvo in Lista Esecutiva, autore, baritono e voce recitante), per raccontare la propria versione come a teatro; tre spalle in scena aiutano VILE a interrogare, interpretare, ipotizzare, ricapitolare: “il Capocomico” (buttafuori, basso buffo), un “Sindacalista” (segretario mandamentale feltrino del SAMA, il Sindacato Autonomo Morti Archiviati, tenore), e il “Biondo IA” (Intelligenza Artificiale, falsettista). Un “passatempo” “schivanoia” per riflettere sul tempo, su storie di successo (ma quell’Iseppo Tamboso del Seicento morì contento della sua vita?), su storie di declassamento, su piani precisi dagli esiti incerti, sul caso di decidere di andare nel posto sbagliato. Cosa si può conoscere di vite che non sono più? Con la raccomandazione “quando interessi la storia” di affidarsi a quei “brandelli fiochi” che escono dalle carte d’archivio, e una perorazione perché gli archivi siano “un servizio, regolare e liberale”: “Un libro è un libro e amen. Il dispiacere serio è per la noncuranza con cui le autorità cittadine trattano i lasciti di cui ad ogni piè sospinto sostengono di fare gran conto. Sapete la solfa o, se preferite, la mercanzia. Radici, identità, grandi gli uomini piccola la città. Va’ là, mago”. (acm)

1. Una cosa vera

’627 col morto – fumisterIA è un libro di Gigi Corazzol. A parte che intuitiva – il nome Gigi Corazzol compare tre volte (in copertina, frontespizio e a p. 210, in chiusura dell’avvertenza finale) – questa è una cosa vera, di un vero indubitabile: questo è un libro di Gigi Corazzol. Avesse deciso di restare anonimo, avesse scelto di firmarlo con un nuovo nom de plume da aggiungere all’elenco, mirabolante, di alter ego utilizzati in passato (Orlando Stibio Feruch, Guido Gambaredo, Carlo Freguglia, Romano Banco, Carlo Moriggi, Pertinace Elvio Badola, Pertinace Burdizzo, Ambrogio Barlafussi …), non sarebbe cambiato nulla. Leggi le prime tre righe del libro e dici: – Questo è un libro di Gigi Corazzol.

Essendo un libro di Gigi Corazzol fa quel che fa Gigi Corazzol nei sui libri: prende il lettore (questo prendere io me lo figuro come un prendere, ma gentilmente, per le orecchie) e lo porta a spasso. Dalla sua casa di Pedavena Corazzol ci porta in compagnia di quattro personaggi strampalati a un filò di quattrocento anni fa da Barba Colò Tonazza, a Paderno, frazione di San Gregorio delle Alpi. Pedavena-Paderno sono una ventina di chilometri, ma lui sceglie di farci fare il giro largo. La prima tappa – tappa obbligata perché com’è stato detto Corazzol «racconta di sé più di quanto si costumi tra gli storici di mestiere»[1] – è in Piemonte: «Ah la casetta di via san Giovanni, in Alba» (p. 7). Da Alba si parte per la discoteca Comix di Montesarchio (BN) (p. 9) e da lì si prende per Paderno Dugnano (MI) (p. 12) per dare un’occhiata agli annunci immobiliari (p. 12); dopo una pausa caffè nel tinello marón del Mocambo (p. 26), si riparte di nuovo per Milano, negli anni del boom, allo sferisterio, seduti accanto a Luciano Bianciardi per assistere a una partita di pelota basca (p. 100)… e nel mentre si aprono parentesi, digressioni, considerazioni meditabonde, lampi, doppi passi, schinche, improvvisi, amnesi, fosfeni di pasta vermiglia…

Il risultato di Como-Sassuolo del 28 ottobre 2025[2]?

«2 a 0. Marcatori Anastasios (Tasos) Douvikas 14’, Alberto Moreno Perez 53’. Uno score che porta ad undici la striscia di risultati utili consecutivi della brillante compagine lariana.» (p. 167)

Calcio bailado, d’accordo. Ma, viene da chiedersi: – Perché?

E in effetti al primo impatto quest’ulteriore viaggio in altalena lascia il lettore un po’… come si può dire? Qual è la parola giusta da usare per descrivere la generale stornità del sentimento che questo libro suscita nel lettore al primo impatto? Ho cercato anch’io sul dizionario Treccani on-line. Proporrei di utilizzare attonito. Funziona a meraviglia, sentite qua, sub vocem:

«attònito agg. [dal lat. attonĭtus, der. di tonare «tuonare», propr. «stordito dal fragore del tuono»]. – Sbalordito, senza parole, per qualche forte impressione che colpisca l’animo…»

Tanto è attonito il lettore che a un certo punto gli verrebbe quasi voglia di alzare la mano per chiedere all’autore se ha idea di dove siamo e dove stiamo andando…

Qual è il punto di leggere questo racconto «essendo interrotti ogni minuto… e per questo po’ po’ di inezie…» (p. 38)?

Perché non lascia «perdere le minuzie. Lei, che per quel che è successo l’altro giorno davanti a una discoteca di Montesarchio si fa bastare il giornaletto di quassù, a fronte di fatti avvenuti quattrocento e passa anni fa mi spacca il capello in quattro?» (p. 44).

Ovviamente Corazzol sa benissimo dove ci sta portando e nel mentre ti pare di esserti perso, arriva un momento in cui il casino – è lui stesso a chiamarlo così – si spiega, e tutto trova il suo posto. Non saprei indicarvi la pagina precisa, quello dipende da chi legge, ma vi assicuro che si arriva a un punto in cui anche il risultato di Como-Sassuolo del 28 ottobre 2025 trova il suo posto.

Trova il suo posto, che non vuol dire che il quadro si ricompone, il cerchio si chiude, le nebbie si diradano, i tasselli del mosaico o le tessere del puzzle fanno non so bene cosa… e quel genere di amenità in metafora in cui capita di imbattersi. L’affresco non è d’altra parte il genere di Corazzol, questo lo sappiamo da tempo:

«La miglior ventura che possa toccare ad uno storiografo è, se stiamo al giudizio degli intendenti, riuscire in un affresco, o, per dirla coi più estrosi, in un quadro a tutto tondo. Sennonché, rispettosamente, ne dubito»[3].

Men che meno aspettatevi una storia illustrata «in ogni suo aspetto o, come si dice a tutto tondo, a 360 gradi, per filo e per segno, dall’a alla zeta, palmo a palmo» (p. 60). E non aspettatevi neanche che Corazzol rimetta le cose in ordine, anche su questo l’autore è piuttosto esplicito:

«I libri, specie i più intelligenti, hanno per mission quella di farla il più semplice e chiara possibile […] Ricostruire “in modo logico e coerente”. C’è già fin troppo casino. Comprensibile che uno si sforzi di mettere ordine. Ora pensiamo alla nostra vita, a quella di chi conosciamo bene. Fare chiaro, semplice il casino? Eh no, non il casino ma “gli struggimenti, le risonanze minime, le segrete ironie e le lacerazioni della vita”» (p. 206).

Corazzol propone una cosa diversa, più difficile: raccontare il disordine. Ti mostra i vuoti, i nessi mancanti, spiega le ragioni delle cose fuori posto. Ti dice che le cose che stai guardando da sopra una scala, se vuoi sentirle cantare a tono, bisogna che scendi e ti metti a guardarle di sguincio, senza trascurare i dettagli, le inezie e le minuzie.

Faccio un esempio: sentito in qualità di testimone Giacomo Della Mora riferisce che nel tafferuglio con Fausto Limana in corte dei Bortolon, Benedetto Tamboso ci rimise un cappello. Stiamo parlando di un omicidio, a ben vedere quello del cappello perduto è un’inezia. Però quel cappello, così Della Mora, «valeva dodici lire» (p. 45). Nel 1627 dodici lire sono tante. Corazzol lo sa. E allora si ferma a guardare il cappello. Dentro ci trova un pezzo dell’immaginario, della cultura, della costruzione e della percezione di sé, dell’idea di appartenenza e socialità, che poteva avere un giovane negli anni Trenta del Seicento. E non solo a Feltre e dintorni. Anche stando in fondo alla campagna, Benedetto Tamboso era un uomo del suo tempo. Lo dice il cappello, siamo a pagina 45, sentite:

«SINDACALISTA – (a Vile) […] Ha pur inteso che Benedetto non subì a mani nude. Se la spada “rimase rotta” bisogna pure che l’abbia usata. Insomma ci fu una bella mischia.

GIACOMO DELLA MORA – Altroché. Benedetto ci rimise anche il cappello. Un capello che “valeva dodici lire”.

CAPOCOMICO – (a Vile) Roba fine. Tenga conto che all’epoca con 28 lire si comprava un vitello. Doveva essere un cappello elegantissimo, di prima. Un dato interessante per la storia del costume e della moda non credete? Anche stando in fondo alla campagna. Quand’anche per andare a filò da barba Colò Tonazza. In ghingheri. Bisogna che lo segnali al mio valente allievo, il collega Eco dice bene: L’abito parla il monaco.

SINDACALISTA – Armi assortite, cappello sgargiante. Ostentazione. Erano personaggi per i quali la vita era vita solo se vissuta per gli altri, davanti agli occhi degli altri. No, non sono parole mie, ma di un nostro prezioso consulente, il professor Josè Antonio Maravall[4].

CAPOCOMICO – (a Biondo IA) Non ti azzardare. Non voglio sentire neanche una parola su Maravall. (a Sindacalista) Ma dica un po’. Chi si crede di essere? Non è materia sua. Orecchiante! Cosa vuole che Maravall sia consulente del SAMA[5] di Feltre».

Vedete bene da questo passaggio che la forma del libro è teatrale, dialogica, sperimentale, come sempre distante dai canoni della saggistica. Non è una novità, Corazzol sa che «non sono i fatti a dare sazietà. È sempre, e solo, il modo con cui li racconti»[6]. Ma nonostante la forma, almeno per come l’ho letto io, questo è un libro di Storia. Anzi, penso che questo sia un libro di Storia proprio perché è scritto in forma teatrale. In mente ho un libro, Requiem per un albero, in cui Matteo Melchiorre riporta due righe da una mail di Gigi Corazzol. Ho sempre pensato che fossero un manifesto di storiografia corazzoliana: «Il punto è, più o meno, che ciò che è storico è un teatro che viene messo su contro un fondale, una scenografia. Poi succede che la scenografia si stacca dal suo posto, viene in proscenio e canta»[7].

È esattamente quello che succede in questo libro. Corazzol scardina la scenografia, la butta giù, evoca i personaggi dello sfondo – quelli di cui lo spettatore dalla platea poteva appena intuire i contorni o magari vedere, sì, ma lontani, sfuocati – e li fa cantare (questo è un libro pieno di musica, com’è già stato detto).

Per evocare intendo proprio l’evocare del Grande dizionario della lingua italiana UTET: «richiamare in vita, fare apparire dall’oltretomba (mediante operazioni magiche o medianiche) anime di defunti, creature demoniache, spiriti, ecc.»

Sentite come entra in scena Francesco Limana:

«Sullo schermo del Samsung 54 pollici, spento per altro, dalla testa raggiando un lucore giallastro, tipo incarto di gianduiotto, appare Francesco Limana». (p. 19)

Volete sapere come invece esce di scena il BIONDO IA? Sfantando!

«Sfanta liberando una fragranza squisita. Rosa di Taif?». (p. 203)

È un discorso che ci porterebbe lontano o, meglio, da nessuna parte… ma ho in mente un articolo, che per ovvie ragioni non scriverò, il cui titolo (non) sarà: L’archivio storico come luogo suo proprio della seduta spiritica nell’opera di Gigi Corazzol. L’idea che (non) intendo argomentare è che quella di Corazzol sia una Storia che procede per evocazioni, per folate di apparizioni. Una Storia evocativa, insomma, ma sempre nel senso del Grande dizionario della lingua italiana UTET: «capace di richiamare alla memoria, di raffigurare con efficacia». Una Storia che sotto questo aspetto in tutto si distacca dalle ambiguità e dalla retorica insulsa della ri-evocazione storica, quella delle gondole a Feltre[8]tanto per intenderci, quella ingaggiata co.co.co dagli spacciatori di sbandieramenti–pifferi-tamburi (p. 197), la storia «buona per le domeniche della vita, quelle con discorso in renga, bandedàffori, mostaccioli e ciupaciù. Le peggio»[9].

Per quanto stravagante, il tema dell’apparizione nell’opera di Corazzol c’è. Non dico mica di poltergeist, non parlo mica di fantasmi. Ma il tema di quel momento là – dell’apparizione? dell’illuminazione? Come si chiama quel momento di grazia in archivio? Subbuglio vermiglio? – c’è. Lasciamo stare.

Anzi, pazientate ancora un attimo. Permettete almeno che vi legga a questo proposito un pezzettino dal Terzo seminario del Cineografo. A un certo punto il cultore di memorie feltrine Orlando Stibio Feruch racconta al criminologo Gaudenzio Giavani Abbate di quando in archivio ha trovato la registrazione di battesimo della Vittorina Salce.

Sentite qua:

«Quella di Vittorina, mi creda, è stata un’esperienza d’archivio che non so dirle, non so dirle. Ti resta impressa ogni inezia. Pensi che s’era appena scaricato un temporale d’agosto. Ci si vedeva poco nonostante il pieno mezzodì, per questo avevo spostato il registro sul davanzale interno di una finestra pianterrena, aperta sull’orto della canonica e ai suoi vapori. Sa com’è con questi registri, un po’ ci si stufa, non salta fuori niente, allora il tempo s’incaglia, i rintocchi del campanile, la sassifraga sul muro dell’orto…Gira la carta, trovo Vittorina.

Ho dovuto smettere. Un’agitazione che non le dico.

Sono passati anni, lei capisce, anni ma mi basta pensare, ma cosa dico pensare? mi basta il nome Vittorina perché subito il profumo del basilico smosso mi attraversi. Saliva dall’orto a ventate grasse. Lo sento ancora sulla mia pelle quel vento passatomi a fianco di corsa. Del resto, lei m’insegna, le vere presenze si manifestano con odori soavi. Si sa»[10].

2. Una cosa banale (ma che val la pena di ribadire)

Gigi Corazzol scrive di cose che sa: «Parlando alla buona. Interessarsi alla storia, di più, sapere la storia vuol dire libri» (p. 205). Lui quei libri li ha letti e li sa leggere, come ha letto e sa leggere gli archivi. Leggere gli archivi – specie se si sceglie di «darsi a considerare […] brandelli fiochi» (p. 205) – non significa soltanto sapersi confrontare con grafie che spesso sono oggettivamente ostili. Quella è la soglia d’ingresso. Leggere, e cercare, in archivio significa anche conoscere i contesti istituzionali, le strutture gerarchiche e amministrative, le funzioni delegate alle singole magistrature, i rapporti tra centro e periferia, il funzionamento della giustizia criminale in età moderna, l’iter di un processo, la sedimentazione delle carte… e ancora cercare in archivio vuol dire compulsare inventari, rubriche, alfabeti, repertori, elenchi, protocolli, confrontarsi col lavoro degli altri, saper dove e come rivolgersi alle fonti edite…

Se volessimo usare parole sue, diremmo che Corazzol è uno storico col «costume del riscontro» (p. 24), ma badate che qui costume è eufemismo per studio, per lavoro: understatement. E non badate se è stato lui stesso a spiegare come «reclamarsi eruditi con poca briga»[11]: understatement. Se, parlando alla buona, volessimo uscire dall’understatement diremmo che Corazzol è uno storico erudito. Non è una parolaccia. Corazzol è uno storico erudito: conosce i contesti, i fatti, i luoghi, le persone e mette questa conoscenza a servizio di chi legge con lo scopo di aiutarlo a capire quello che da solo non sarebbe in grado di capire.

Faccio un esempio. Al centro del processo raccontato nel libro c’è una pace malfatta. Quello della pace è «un istituto giuridico assai complesso, tutt’altro che una occasione di ricametti creativi per dilettanti d’antiquaria»(p. 31), rispetto al quale gli studi di Storia sono numerosissimi. Ora: come si fa a illustrare un aspetto cruciale di quell’assai complesso istituto giuridico limitandosi a fornire al lettore le indicazioni necessarie a capire il racconto senza «infliggere con gravità a malcapitati (talora un po’ masochisti) quel che si è appena letto» (p. 205)?

Lasciando che a cantare siano documenti, così (p. 107):

«GIUSTINA LIMANA – “Voio ch’el venghi a casa perché non si fa le pase nelle caneve a questo modo” […]

VILE – “Non si fa le pase nelle caneve”. Certo è ben detto. Ma in punto di diritto Giustina aveva ragione o era nervoso puro?

CAPOCOMICO – (a Vile) Giustina aveva ragione da vendere. Nessun dubbio. Le chiese erano il massimo, non c’è dubbio, il set ideale, ma si sa che al mondo è tutto un accontentarsi. La letteratura sulle paci essendo in quantità da sotterrare, le farò grazia dei riscontri. Semmai volesse farsene un’idea la rimando ancora una volta al libro di Paolo Broggio[12] che, per essere recente, offre anche uno stato della questione aggiornatissimo. Quel che è certo è che tra botti, tine, frutta in conserva, formaggi, salami a penzoloni, una cantina seminterrata era l’ipostasi dell’inammissibile. Anche per il promotore».

D’accordo, dunque: Corazzol è uno che scrive di cose che sa. Banalità? Sì. Il senso di ribadirlo? Spiego.

Pensando a cosa avrei detto stasera sono andato a riprendermi un po’ delle cose di Corazzol, così, a sentimento. Ho riletto tra le altre un pamphlet di una ventina di anni fa. Si intitola: “Tradurre” dal veneto antico all’italiano moderno. Lettera al direttore di un contribuente perplesso[13]. È un resoconto di lettura, invero piuttosto appuntito, di un’edizione dell’Itinerario per la terraferma veneta nel 1483 di Marin Sanuto uscita nel 2008. Un’edizione che Corazzol definisce mendosa, molto mendosa e che, oggettivamente, si presenta un po’ raffazzonata…per dirne una, a proposito di Piazza dei Signori a Padova: «tu, che sei filologo, riesci a spiegarmi la via che da “[piaza] nobilium” mena a “splendidi pezzi di carne”?»[14].

Ma il problema, le ragioni del risentimento di Corazzol, non sono gli errori: «tant’è scrivere che sbagliare. Sbagliare è facilissimo. Insomma, vuoi una cronica periartrite alla spalla destra, vuoi la scarsa inclinazione naturale, vuoi l’esplicito comandamento io non sono uno che tira pietre; per primo men che meno. Né faccio gaia comunella con chi si compiace di tirarne»[15].

L’incazzatura(non saprei quale altro termine usare),l’incazzatura solenne di Gigi Corazzol rispetto a quel libro è innescata piuttosto da due circostanze.

La prima ha a che fare con le ragioni del contribuente: addobbati da patrocinio, dietro quel libro ci sono fondi pubblici, e neanche pochi. Si poteva fare di meglio?

È la seconda circostanza quella su cui volevo soffermarmi oggi. Nella premessa al volume, i curatori dichiarano che il loro intento è: «dare al lettore, soprattutto giovane, una rappresentazione reale di come poteva essere la vita alla fine del ‘400»[16].

Sulla base di questa premessa, si dicono consapevoli di come «la trascrizione di Rawdon Brown ponga problemi non sempre facilmente sormontabili»[17]. Quindi si lanciano in un’affermazione lapidaria – diciamo pure che un po’ se le cercano – affermando che superare quei problemi: «avrebbe comportato quanto meno la revisione della trascrizione di R. Brown e lo studio del manoscritto di Marin Sanudo. Tale, peraltro lecita, insistenza filologica non rientra nelle nostre finalità[18].»

Il sottinteso, insomma, è che per dare una rappresentazione reale della vita ai tempi di Sanudo l’erudizione non serve. Su questo punto Corazzol osserva che: «si disegna con tutta precisione quel che [i curatori] pensino nel fondo dei loro cuori della filologia e dell’erudizione: che esse siano in primis et ante omnia dei diaframmi artatamente posti da un ceto di mandarini per impedire alla gente comune la degustazione diretta dei testi»[19].

Ecco: questa osservazione mi interessa, mi sembra attuale, urgente, perché è proprio lì, mi pare, che stiamo andando. Certo, a distanza di vent’anni certi titilivii di colmello sono diventati più sophisticated, si sono affinati e sono diventati specialisti nel campo della valorizzazione dei beni culturali – fior di specialisti (specialize recklessy!) – ma stiamo andando lì. Per una questione di tempo – e per ragioni assai più cogenti che conviene (conviene a me, intendo) tacere – eviterò in questa sede di dilungarmi sul tema. Vorrei solo riuscire a trasmettervi il dolore, dolore fisico, con cui subisco certi corsi di aggiornamento a tema valorizzazione. È tutto un invitare alla semplificazione. Semplificare il linguaggio, e cioè integrare, e cioè sostituire, le parole con immagini, video e audio: creare linguaggi espressivi multilevel, si dice. E, peggio, semplificare le storie: spianarle, farle dritte, farcirle di nessi alla chetichella, tacere i vuoti e riempirli col verosimile, condire tutto con attributi suggestivi… non c’è scritto da nessuna parte che il tal frate praticasse l’alchimia? Tu metticelo lo stesso che il tal frate era un alchimista, aggiungici quel che di misterioso perché i giovani,si sa, s’appassionano al mistero.

Quella che ci stanno chiedendo di raccontare è una Storia con la trama dritta: buono/cattivo/aspra lotta/lieto finale o, meglio ancora, finale tragico, purché in fanfara… Sto ovviamente semplificando la semplificazione, ma lo schema che vedo èquello.

È per questo motivo che il libro di Corazzol ha avuto su di me un effetto antidolorifico: perché uno dei principi del mio lavoro è il rispetto delle fonti, e questo libro restituisce la complessità di vicende (e di vite) che semplici non sono – altroché se multilevel – e che semplificare è irrispettoso. E perché lo fa a partire da una fonte, il processo, che ha esattamente, per natura, quel problema: l’inganno della trama. È chiaro che volendo tirar dritto coi processi si fa abbastanza presto. Basta seguire la traccia prefabbricata vittima-colpevole-movente-testimonianze-sentenza e il format true crime è pronto in tavola, cotto e mangiato. Sto, ancora una volta, parlando alla buona, ma non sono cose che m’invento io questa sera.

Sentite, quarant’anni fa, Mario Sbriccoli: «Quanto poi al fatto che [le fonti giudiziarie] siano in alto grado il luogo del “privato suggestivo” convengo senza riserve con chi considera questa una qualità che può trasformarsi in una trappola: occorre infatti giudizio, o molta consumata esperienza, per trarre da un simile pregio tutte le opportunità che esso offre, senza cedere al candore del “trattamento episodico esclamativo”»[20].

Mi sembra un punto. Sentite come lo dice Corazzol a pagina 88: «CAPOCOMICO – (a Vile) Permetta gentile amico. I processi sono una fonte multistrato. Ha presente il compensato marino? Richiedono una lettura parecchio esperta, non solo professionale ma rusée. Molto rusée. Naturalmente i dilettanti si buttano a pesce. Glissons».

Un’ultima cosa che mi sembra faccia al caso nostro la dice Giovanni Levi:

«Questo credo sia importante nel lavoro dello storico: gli storici lavorano sapendo già come va a finire, questo è il nostro grande dramma […] Noi sappiamo sempre come è andata a finire e quindi siamo portati a costruire dei nessi causali molto poveri, meccanici, automatici, semplici. La microstoria ha reagito un po’ a questo problema. Ha detto “proviamo a cambiar scale e a complicare il quadro”, poi ognuno lo complichi come vuole, usi la scala che vuole»[21].

È quello che stavo provando a dire: finali precotti e nessi poveri, meccanici, automatici, semplici, per quanti ne cerchiate, qui non ne trovate. Che poi in fatto di complicare quadri e usare scale – e aggiungo parlare lingue, cambiare registri, inventare forme … – Corazzol abbia sempre fatto come ha voluto, questo direi che è indubbio.

3. Una cosa presuntuosa

Qual è il senso della ricerca di Gigi Corazzol?

Giro attorno alle sue cose ormai da qualche annetto, per questo ho la presunzione di aver capito – sempre, beninteso, più o meno – quale sia il punto. Avrei anche scritto una cosa di mio pugno a proposito, ma è venuta fuori troppo carica, fuori centro… la risparmio a me e a voi.

In verità non mi sono neanche impegnato tanto a pensare a cosa dire su quest’ultimo punto sapendo che c’è quel pezzetto da Piani particolareggiati in cui Corazzol, lui medesimo, spiega – assai meglio di quanto pur ingegnandomi potrei fare io – le ragioni della sua ricerca e, per come lo leggo io, quelle della ricerca in archivio in generale. È un pezzo perfetto da mettere alla fine di un discorso su Corazzol. Chi ha letto quel libro probabilmente lo ricorda. È quello di pp. 84-85, quello che attacca così: «Sull’ottantina di chilometri quadrati che costituirono per qualche secolo la contea di Mel una immane documentazione giudiziaria si è posata fin sulle minime pliche della vita…»[22].

È un pezzo che rileggo spesso. In genere sostituisco Mel con Castelfranco (io sono di Castelfranco), per cantarmelo meglio. Voi sostituite Mel con il posto che vi pare, purché si tratti di un posto che abbia conservato l’archivio storico. Ovviamente deve essere un posto che conoscete, seguendo l’avvertenza che Corazzol dà nel Viatico al libro che presentiamo oggi: «Paderno so dov’è, ma fosse vero che bastasse il saper dove sia un luogo per scriverci su con criterio» (p. 211).

Senonché mi sono accorto all’ultimo che quello stesso pezzo era già stato proposto da Fabio Pusterla nella sua recensione del 2016 di Piani particolareggiati[23] e, grossomodo, con la stessa intenzione con cui volevo leggervelo io stasera. Quella di Pusterla è una recensione centratissima, se avete occasione andate a riprendervela, ve la raccomando: roba di primissima qualità. L’avevo senz’altro letta anche a suo tempo. Deve esser successo che me ne sono inconsciamente appropriato e adesso ve ne stavo spacciando un pezzo per mio. Ero a tanto così dall’appropriazione indebita. Pericolo scampato. Solo che son rimasto senza finale. E si sa che per finir bene un discorso pubblico ci vuole un finale. Non dico mica un finale in fanfara. Ma almeno un tamburello bisognerà pur che trovi il modo di batterlo.

Per fortuna ho un taccuino – che fisicamente non è un taccuino, ma un foglio excel – in cui mi segno le cose notevoli che mi capita di leggere, casomai tornassero buone.

Avrei trovato queste quattro righette di uno scrittore vicentino, uno bravo, che, volendo rispondere alla domanda di cui sopra – Qual è il senso della ricerca di Gigi Corazzol? – mi sembrano pertinenti. Più che pertinenti, sartoriali: «Il guaio è sempre lo stesso, l’idea che sotto alle cose ci sono le verità (già di per sé abbastanza futile, pr. fiu–tail), aggravata dalla pretesa che nelle verità che si cercano debbano essere contenute anche le fallacies da cui si è partiti: si tratterebbe di venir a sapere non solo come sono fatte le cose, ma anche perché si sono passati i mesi e gli anni osservando certe loro immagini vivide e storte»[24].


[1] Così Francesca Trivellato, Dialogando con i morti e con i vivi: una storia sociale del mondo pre-industriale, in «Contesti. Rivista di microstoria», III (2016), 6, p. 186; il testo è stato reso disponibile online nel 2018.

[2] Gli highlights del match sono disponibili online. Da segnalare la rovesciata al 39’ di Nico Paz: «stava per fare qualcosa di fantascientifico», così il cronista.

[3] Gigi Corazzol, Pronostico spirituale per l’anno venturo, Terra Ferma, Vicenza 2003, p. 8.

[4] «Jose Antonio Maravall (Játiva, Valencia, 1911 – Madrid 1986), storico e critico letterario spagnolo. Ha studiato i fenomeni culturali come prodotti sociali e strumenti per l’indagine storica; di qui le numerose incursioni nella letteratura. Nel corso della sua lunga carriera ha pubblicato fondamentali saggi sul Barocco, che ha studiato con sensibilità e interesse critico»; così la nota biografica sul sito della libreria online ibs.

[5] Nel libro SINDACALISTA è il segretario mandamentale di Feltre del SAMA, acronimo di Sindacato Autonomo Morti Archiviati.

[6] Gigi Corazzol, Per “Erasmo in Italia” ovvero come me la passo da pensionato. Vaudeville in otto quadri, Moriggi&Freguglia Stampatori in Bottanuco, Rasai di Seren del Grappa (BL), 2010, p. 38. Una versione del testo è disponibile online.

[7] Matteo Melchiorre, Requiem per un albero, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2007, p. 16.

[8] Nel giugno 2021 in occasione dell’apertura della 35a Mostra dell’Artigianato artistico e tradizionale è stata esposta una gondola nella piazza di Feltre. Una riflessione sui temi storiografici connessi all’iniziativa si trova in Piero Brunello, Gondole a Feltre, in Gondole a Feltre, Cierre edizioni, Sommacampagna (VR), 2022, pp. 195-209; vedi anche Gigi Corazzol, Abecedario delle tenebre, in Improvvisi (2013-2024) cit., pp. 165-172.

[9] Gigi Corazzol, Per Ferrucio Vendramini. In memoria, in Id., Improvvisi (2013-2024) cit., p. 142.

[10] Gigi Corazzol, Cineografo di banditi su sfondo di monti: Feltre 1634-1642, Unicopli, Milano, 1997, p. 176.

[11] Gigi Corazzol, Come reclamarsi eruditi con poca briga, in Improvvisi (2013-2024), cit., pp. 151 – 164.

[12] Paolo Broggio, Governare l’odio. Pace e giustizia criminale nell’Italia moderna, Roma Viella, 2021.

[13] Gigi Corazzol, “Tradurre” dal veneto antico all’italiano moderno. Lettera al direttore di un contribuente perplesso, Murle9-Libreria Pilotto editrice, Feltre, s.d. [2008]. Una versione del testo è disponibile online.

[14] Ivi, p. 5.

[15] Ivi, p. 9.

[16] Ivi, p. 16.

[17] Ibidem.

[18] Corazzol, “Tradurre” cit., p. 16.

[19] Ivi, p. 21.

[20] Mario Sbriccoli, Fonti giudiziarie e fonti giuridiche. Riflessioni sulla fase attuale degli studi di storia del crimine e della giustizia criminale, «Studi Storici», 29 (1988), 2 (Istituzioni giudiziarie, criminalità e storia),pp. 491-501; disponibile online.

[21] Il piccolo, il grande e il piccolo. Intervista a Giovanni Levi, «Meridiana», 10, 1990, p. 220; disponibile online.

[22] Fabio Pusterla, “Razionalità limitata, eterogenesi dei fini, misericordia”. Sui Piani particolareggiati di Gigi Corazzol, disponibile online.

[23] Gigi Corazzol, Piani particolareggiati. Venezia 1580-Mel 1659, DBS-Libreria Pilotto, Seren del Grappa-Feltre, 2016, pp. 84-85.

[24] Luigi Meneghello, Pomo Pero. Paralipomeni di un libro di famiglia, in Id., Opere, I, Rizzoli, Milano 1997, p. 362.

Archiviato in:||, Scene dal presente Fabio Bortoluzzi

Due o tre cose a proposito dell’ultimo libro di Gigi Corazzol

25/08/2026 Pietro De Marchi || Scene dal presente

Testo dell’intervento tenuto alla presentazione organizzata dalla libreria Agorà di Feltre, il 13 agosto 2026.

Nota della redazione. Cosa contiene ’627 col morto – fumisterIA, il libro che Gigi Corazzol ha pubblicato nel maggio 2026 (220 p., edizione non venale, stampata da DBS-SMAA Editore e tipografo di Rasai di Seren del Grappa)? Un pasticciaccio brutto del 1627 col morto ammazzato; figli che non stanno ad ascoltare i padri; accordi che non reggono; testimonianze che non corrispondono. Come fare a sapere chi, come, perché? I personaggi escono dalle carte di un processo conservate nell’Archivio comunale di Feltre e compaiono nella camera da letto di una villetta ultrapopolare di VILE (acronimo per VIvo in Lista Esecutiva, autore, baritono e voce recitante), per raccontare la propria versione come a teatro; tre spalle in scena aiutano VILE a interrogare, interpretare, ipotizzare, ricapitolare: “il Capocomico” (buttafuori, basso buffo), un “Sindacalista” (segretario mandamentale feltrino del SAMA, il Sindacato Autonomo Morti Archiviati, tenore), e il “Biondo IA” (Intelligenza Artificiale, falsettista). Un “passatempo” “schivanoia” per riflettere sul tempo, su storie di successo (ma quell’Iseppo Tamboso del Seicento morì contento della sua vita?), su storie di declassamento, su piani precisi dagli esiti incerti, sul caso di decidere di andare nel posto sbagliato. Cosa si può conoscere di vite che non sono più? Con la raccomandazione “quando interessi la storia” di affidarsi a quei “brandelli fiochi” che escono dalle carte d’archivio, e una perorazione perché gli archivi siano “un servizio, regolare e liberale”: “Un libro è un libro e amen. Il dispiacere serio è per la noncuranza con cui le autorità cittadine trattano i lasciti di cui ad ogni piè sospinto sostengono di fare gran conto. Sapete la solfa o, se preferite, la mercanzia. Radici, identità, grandi gli uomini piccola la città. Va’ là, mago”. (acm)

“…si sa che è un autore che cambia molto da libro a libro. E proprio in questi cambiamenti si riconosce che è lui”.

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

1. Sulla soglia

Nessun risvolto di copertina, nessun paratesto, come si dice, ci accompagna sulla soglia del nuovo libro di Gigi Corazzol: nessuna informazione sull’autore, neppure scherzosa, come in altri suoi libri usciti in questi anni dai torchi dello stesso stampatore, le Edizioni DBS di Rasai di Seren del Grappa: Addio mia bella Clio (2022), Improvvisi (2024) o Stallo (2025). Qui invece una foto a tutta pagina, replicata anche nella quarta di copertina, che ritrae l’autore medesimo di spalle, mentre si avvia su un sentiero sterrato in leggera pendenza, appoggiandosi a un bastone e seguito dalla fida cagnetta Olivia, che fa qualche timida apparizione anche più avanti nel libro.

Il titolo ci parla di un anno, il 1627, e quindi di un’epoca, i decenni iniziali del XVII secolo, a cui spesso si è rivolta l’attenzione di Corazzol storico e scrittore. All’indicazione dell’anno segue la precisazione: “col morto”: si pensa subito ovviamente al morto ammazzato di cui si racconta nel libro, ma anche al quarto giocatore, fittizio, di alcuni giochi di carte (tressette e altri): qualcuno insomma che non c’è veramente, in carne ed ossa, al tavolo da gioco, e tuttavia fa la sua parte.

Il sottotitolo è costituito da una sola parola: fumisterIA, così, con le lettere finali -IA in maiuscolo. A dar retta al vocabolario Treccani (edizione online, s.v.), fumisteria è “Il gusto di fare scherzi, burle, di sbalordire il pubblico; il fatto di presentare come ricchi di contenuto e di significato discorsi o scritti che in realtà ne sono poveri, o come cose serie progetti, idee, iniziative che hanno invece scarsa serietà; in senso concreto, gli scritti stessi o discorsi o progetti che, presentati come cose serie o importanti, si risolvono in fumo: tutte fumisterie!”.

Verrebbe la tentazione di pensare a Palazzeschi, al suo Perelà, uomo di fumo, ma forse non c’entra e allora lo lasciamo in pace. Interessano invece le maiuscole finali di fumisterIA. L’allusione va all’Intelligenza Artificiale a cui ricorre compulsivamente uno dei personaggi contemporanei che dialogano in primo piano, o sul proscenio, nel testo: il BIONDO IA. Gli altri sono il CAPOCOMICO e il SINDACALISTA, a cui va aggiunto VILE (acronimo per VIvo in Lista Esecutiva), una controfigura dell’autore. Sono i tre suddetti che raccontano e commentano, con VILE che li stimola e stuzzica, il fattaccio o pasticciaccio brutto (l’uccisione di Zorzi Bortolon) avvenuto a Paderno in Valbelluna, nel gennaio del 1627, convocando come testimoni i protagonisti e i comprimari che si affacciano come fantasmi o apparizioni sullo schermo (spento) di un televisore Samsung 54 pollici. Le testimonianze provengono dall’Archivio Comunale di Feltre (b. 163), ma l’incartamento non contiene la sentenza, e questo rende la storia ancora più avvincente. Trattandosi di un “giallo” (a p. 142 si cita il Tom Barnaby dei celebri telefilm), meglio non spifferare troppo. Basterà dire che tutto nasce da una lite tra Benedetto Tamboso e Fausto Limana, che rimontava all’autunno precedente e che finisce per coinvolgere i membri delle rispettive parentele, con i loro servitori o aiutanti (il morto, Zorzi Bortolon, era appunto un famiglio dei Tamboso).

Fermiamoci invece ancora sulla soglia. Nella prima pagina del testo, quella con cui inizia il Prologo, c’è una dedica (in memoria del padre, Remo Corazzol), e una citazione, da una poesia di Virgilio Giotti, Il paradiso. La poesia, nella sua interezza (sono nove quartine di settenari), si può leggere nel volume Colori, a cura di Anna Modena (Torino, Einaudi, 1997). Qui sono citati solo tre dei trentasei versi (il v. 10 e i vv. 29-30). È giusto precisare che si tratta di un componimento in cui si rievocano le case della vita del poeta e del suo cerchio familiare, in una specie di tempo sospeso, un aldilà che ingloba tutti i tempi (tuti i tempi el xe in uno), in cui tutte le stagioni sono riunite in una e in cui ciascuno dei familiari è giovane e anche vecchio, vecchio ma anche giovane, e tutti sono presenti e passeggiano insieme (E stiamo insieme, e tuti / insieme spassegiemo) in una sorta, appunto, di eterno paradiso domestico, non minacciato dalla morte.

Dopo la didascalia in corsivo nella quale si presenta il primo personaggio, “un vitasola ultraottantenne e malingamba” che “viene svegliato all’improvviso da un baccagliare di voci miste”, questo stesso personaggio prende la parola. Anche qui è importante fermarsi perché le prime frasi pronunciate dal vitasola sono un pastiche, la parodia di un testo di Leopardi, dalle Operette morali: e cioè il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie. Federico Ruysch (1638-1731), come si sa, era un medico di Amsterdam che era riuscito a preservare i cadaveri dalla corruzione. Nell’operetta, Leopardi immagina che queste mummie si risveglino e dialoghino con il medico. Nel testo di Corazzol succede a un dipresso la medesima cosa: “Che è questo armonico baccano? A che pro cantarmi in camera a mezzanotte come galli? Posso sapere chi siete? Chiamare aiuto? Non mi sta bene. So badare a me stesso. Oddio, in ogni caso lo voglio. Badanti no, fin che mi sarà dato. Figliuoli a che gioco giochiamo? Parlate, presentatevi, prego, se no avvertite, ch’io piglio la stanga”.

Quattro (quelle evidenziate dal corsivo) sono le tessere leopardiane, magari lievemente modernizzate (per es. questo in luogo di codesto), prelevate da Corazzol per costruire l’avvio del suo testo e preparare il venire sul proscenio dei tre personaggi che costituiscono il Prologo e che propongono all’unico veramente vivo, anche se appunto malmesso, il racconto di quel fatto di cronaca di quattro secoli fa:

«SINDACALISTA: “È una storia col suo bel morto ammazzato. Roba vostra, a chilometro semizero. E tutti di qua, vostri, anche i morti a testimonio. Ma, mi creda, son morti che troverà vivi, freschissimi e, le garantisco, bramosi di rimorire purché sia loro offerto un conveniente palcoscenico”.

VILE (acido): Cosa saranno mai? Mummie d’Egitto?

SINDACALISTA: Cosa vuole che siano mummie! Le ho detto che sembrano vivi perché, pur sottratti, come sono, all’esistenza immediata, si animano, vengono per così dire resi autonomi, partecipi della vita, attraverso il contatto col vivente. Perfino con un vivente a basso voltaggio come lei”». (p. 5).

Anche qui pare di sentire un’eco del dialogo leopardiano,dove quasi all’inizio il primo morto dice testualmente: “Non possiamo parlare altrimenti, che rispondendo a qualche persona viva. Chi non ha da replicare ai vivi, finita la canzone, si accheta”. La persona viva che interroga le fonti e ascolta quanto hanno da dire è lo storico (e insieme a lui, origliando da dietro le sue spalle, i suoi lettori).

Si può aggiungere ancora qualcosa a a proposito della forma teatrale, dialogica, scelta da Corazzol per raccontare questa storia. Non è una novità assoluta, nel suo caso, basti pensare ai dialoghi (seminariali) tra Giovani Abbate e Stibio Feruch nel Cineografo di banditi su sfondo di monti (1997), o anche ai trentanove fonogrammi da Mel […] Dialoghi e monologhi tra 1612 e 1655 (2000), ma davvero qui tutto è teatro, teatro da leggere e da gustare: e ogni personaggio ha una sua voce ben caratterizzata e riconoscibile.

2. Citazioni, citazioni…

A pagina 138, secondo le intenzioni dell’autore, ci sarebbe dovuta essere la riproduzione di un’opera di Enrico Baj, del 1972, intitolata Personaggio. La si può facilmente reperire cercando in internet il Catalogo generale delle opere di Enrico Baj dal 1972 al 1996, Milano, Marconi-Menhir, 1997, dove quel quadro è riprodotto in copertina. A Corazzol l’opera di Baj interessava perché, come il morto del suo libro, “quel tal personaggio ha la testa smezzata da una cortella curva. Poi per esser fatto il quadro, com’è di questo testo, tutto di materiali di risulta, i.e. passamanerie, bottoni, broccato eccetera”.

I materiali di risulta del libro di Corazzol sono soprattutto le cento e cento citazioni disseminate nel testo, alcune più segrete, dissimulate, altre spiattellate. Abbiamo già ricordato Leopardi, ma in ogni parte si incontrano auctoritates di tutti i tipi e di tutte le classi. Per limitarci solo alle prime pagine del libro, ci si imbatte in citazioni o allusioni che rinviano a un volume postumo di Luigi Meneghello, Libri in Inghilterra, Roma, Edizioni di Comunità, 2026), e poi all’Odissea, a Conrad, a Pompeo Momenti, a Giancarlo De Cataldo, al Dies Irae, alla Monaca di Monza dei Promessi sposi. Questa (si trova a p. 9) ci si consenta di trascriverla, perché il paragone tra il desiderio di conoscenza degli storici e la curiosità morbosa della monaca è degno di nota. Ecco la frase nel testo di Corazzol: “I secoli pesano. Magari noi storici si potesse saper tutto a piacimento”. Le si affianchi ora la battuta con cui Gertrude si rivolge al padre guardiano perché desidera conoscere la storia di Lucia in tutti i dettagli, anche i più scabrosi: “Di grazia, padre guardiano, non mi dica la cosa così in enimma. Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto” (I promessi sposi, capitolo 9). E se c’è la monaca, non può mancare il frate: il sentimento di “angosciosa compassione” di cui si parla a p. 85, riferendolo per congettura a Benedetto Tamboso, è lo stesso che Lodovico (non ancora padre Cristoforo) prova dopo aver ucciso un uomo in uno scontro nato per questioni di puntiglio e di onore (I promessi sposi, capitolo IV).

Proseguendo nella lettura, si incontrano Gadda, Shakespeare, Novalis, la Cenerentola di Gioachino Rossini, e molti, moltissimi altri. Non mancano poi, nel testo, i riferimenti al mondo della canzone e delle canzonette, da Jannacci a Paolo Conte a De Gregori, a Orietta Berti e così via. Per il Corazzol di questo libro l’alto e il basso, il sublime e l’umile possono stare benissimo in compagnia.

3. Massime, detti memorabili…

Poche righe, infine, per segnalare che Il libro di Corazzol è anche, oltre a tutto il resto, una antologia di detti memorabili, di massime da tenere a mente. Ne citerei, per concludere, un paio, o meglio tre: “Il punto non è se qualcuno abbia scritto. Il punto sta nel discernere il vero dal falso” (pp. 13-14);

“non è che per il solo fatto di essere stati vivi all’epoca si possa sapere tutto di tutti” (p. 58);

“i morti dei libri sono stati vivi giusto come noi ora. Per non dire dei già vivi che nei libri non ci sono. Una barca” (p. 205).

Archiviato in:||, Scene dal presente Pietro De Marchi

“Come, manda i carabinieri?!”

21/08/2024 Natalia Mele // Scene dal presente

Una “giornata di autonomia” cancellata dal dirigente in un liceo del Nord Est. Proteste degli studenti, programma alternativo, intimidazioni, omertà. Il racconto di un’insegnante inframmezzato dalla testimonianza di uno studente. 

Primi di maggio

B.: “Ha sentito che scandalo? La giornata dell’autonomia quest’anno non si farà!”.

“Come mai non si fa nulla?”, chiedo io. B. sembra infastidito dalla domanda, ci potrebbero mai essere delle motivazioni valide per non farla?! La giornata dell’autonomia si deve fare, punto.

Da quel che so, nel nostro istituto è da una ventina d’anni che si fa, è citata anche nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) come uno dei progetti che mira a valorizzare la creatività e la responsabilità degli studenti. È una giornata di scuola “alternativa” nata per istituzionalizzare le meno controllabili autogestioni attive ancora negli anni Novanta.

B. mi spiega che il dirigente ha bocciato l’idea dei rappresentanti d’istituto – poco più di qualche nome da invitare a parlare a scuola –, sostenendo che non era in linea con quanto stabilito a inizio anno, ovvero che la giornata dovesse avere carattere orientativo. In più, ha posto il problema degli spazi e del fatto che fosse faticoso spostare le sedie di qua e di là… insomma, pretesti… e che oramai non c’erano i tempi tecnici per organizzarla degnamente.

B. è esasperato: “è stato lui a dire che la giornata dell’autonomia sarebbe stato meglio organizzarla a maggio. E adesso non ci sono i tempi tecnici! E poi, perché deve avere carattere orientativo? Chi decide? Se è autonomia è autonomia, possiamo decidere noi, no? Possibile che un dirigente si comporti così? I rappresentanti hanno le ali legate, no, tarpate proprio…”.

“Quindi, alla fine, non si fa niente?”.

“Eh, vedrà…”.

Poco dopo in ricreazione

Il sole illumina il ghiaino del cortile. Gli studenti si muovono a gruppetti, chini su cellulari e merende. Con i primi caldi, in molti lasciano le aule per passare qualche minuto all’aperto.

A due passi dalla porta d’entrata, si forma un cerchio di studenti. Parlano, discutono. Sono di varie classi e sezioni, sembra un appuntamento. È successo qualcosa?

Sulla sinistra altri colleghi allungano occhi e orecchie. Per la prima volta dopo anni di isolamento gli studenti si parlano. Lo fanno così, davanti a tutti? Perché?

D.: Esco in cortile per fare ricreazione e vedo un gruppo di miei compagni discutere in modo acceso. J. e B. sono i più battaglieri. La discussione verte sulla giornata dell’autonomia e di come quest’anno non si sarebbe fatta. Lo sanno poiché hanno partecipato alla riunione del comitato studentesco avvenuta il giorno prima. Per me l’informazione è nuova e mentre ci penso sento parlare di sciopero. È a quel punto che mi attivo e chiedo: “ma se al posto di uno sciopero facessimo noi la giornata dell’autonomia?”.

Lo stesso pomeriggio

D.: Mi metto a sfogliare i miei contatti alla ricerca di un luogo dove organizzare l’evento e grazie a M., il bibliotecario, riesco a contattare quelli dell’auditorium locale e ad avere un via libera. A quel punto, corro subito entusiasta fuori dalla biblioteca, salgo sul motorino e mi precipito in centro per trovarmi con J. Sono eccitato e gli do la notizia: “ho trovato il posto, se vogliamo farlo possiamo”. Il resto della giornata lo spendiamo a fare chiamate alla ricerca di compagni disposti ad aiutarci nell’organizzazione e alla fine torniamo a casa con un luogo, una data, e un gruppo Whatsapp di dieci organizzatori: la giornata dell’autonomia si farà!

A metà mese

D.: I preparativi vanno avanti, abbiamo un profilo Instagram e un gruppo Whatsapp con oltre 200 studenti (alla fine saranno 360, quasi mezzo istituto). Il programma inizia a essere fitto: mostre d’arte, conferenze, interviste, stand di associazioni e varie attività ricreative. Nonostante la pubblicazione di video e locandine su Instagram, sembrerebbe che i professori stiano ignorando la cosa e a noi forse, un po’ ingenuamente, va bene così, ci sentiamo più liberi di agire.

Intanto, nelle classi, diversi studenti se ne escono dicendo che molto probabilmente l’ultimo sabato del mese a scuola non ci saranno e che pertanto verifiche e interrogazioni meglio non programmarle. Insomma, nel giro di un paio di settimane lo sanno tutti: studenti, genitori, docenti e, da quel che si apprenderà dopo, anche il dirigente.

Ultima settimana del mese: martedì 

Fisso una porzione di tavolo occupato da volantini, libri di testo e cancelleria perlopiù non funzionante. È il tavolone ovale dell’aula insegnanti, anzi, è propriamente l’aula insegnanti dal momento che in onore alle lettere classiche ci accontentiamo di una sineddoche. Sono in ora buca, alla mia sinistra A. sfoglia un manuale.

“Ma tu hai capito, poi, cosa succede sabato?”, faccio io.

Percepisco una certa tensione: sa, è chiaro; ma non sa se, ed eventualmente in che modo, parlarne. È una cosa tipica del nostro ambiente, una specie di atmosfera omertosa che ci porta a non fidarci di nessuno, convinti di non sapere mai fino in fondo con chi si sta parlando.

Poco dopo rientrando a casa

Ho capito tutto! La rotondina del Brico si avvicina, mi sale il fastidio, picchio il volante. Quel silenzio è una trappola! Serve a nascondere la protesta e a cadere dal pero per avere mano libera nella punizione degli studenti. Il regolamento d’istituto recita chiaro: si prevedono sanzioni per gli scioperi “immotivati”. È come il gatto col topo. Li stiamo spingendo a infrangere il regolamento per giustificare la punizione. Possibile?

Mi mangio le mani, mi sento in dovere di smarcarmi e di difendere gli studenti da queste macchinazioni, ma non so come fare. Vabbè, l’unica è rompere il silenzio, se tutti sanno bisognerà prendere una posizione ufficiale.

Mercoledì

Ne parlo con diversi colleghi, chiedo se sanno, cosa ne pensano, ecc. Dopo un paio d’ore un collega inoltra su Whatsapp a tutti i docenti la posizione del dirigente che suona sinistramente pleonastica: “Sabato, segnare gli assenti”.

Giovedì

D.: Io e P. stiamo costruendo i cavalletti di legno per la mostra fotografica che avremmo allestito sabato. Mentre P. finisce di tagliare il legno, io ultimo la lettera che dovevamo inoltrare al preside per avvisarlo dell’esistenza della giornata dell’autonomia in modo da rendere il tutto ufficiale.

Prima di spedirla, vengo convocato all’auditorium, pensavo per gli ultimi accorgimenti prima della giornata ma una volta arrivato sul luogo scopro che a seguito di una chiamata del preside avevamo perso l’appoggio dell’associazione patrocinante e di conseguenza non avremmo potuto usare gli spazi interni né tantomeno occupare il suolo pubblico con tavoli, stand e cavalletti. Il presidente dell’associazione si era tirato indietro perché, a suo dire, il preside gli aveva detto che era in dovere di mandare i carabinieri di fronte a uno sciopero degli studenti e lui aveva paura di finire nei guai per qualche irregolarità.

Con una sola mossa tutte le attività erano state annullate. L’ha studiata bene! Ci siamo trovati senza avere il tempo di reagire. L’unica cosa che ci era rimasta era incontrarci e stare insieme. A quel punto annunciamo su Whatsapp che le attività sarebbero state annullate e chiediamo chi volesse firmare la lettera da inviare al preside. Nel giro di poche ore arriviamo a più di cento firme.

Venerdì, la vigilia

A scuola gira voce di una lettera di motivazioni inviata al dirigente e firmata da più di cento studenti. Durante la ricreazione compare sul tavolone una copia cartacea.

Gli studenti, anche loro usano un plurale maschile universale, fanno riferimento con rammarico alla mancata organizzazione della giornata dell’autonomia e al fatto che da diversi anni quest’ultima aveva perso il suo significato trasformandosi in una serie di conferenze volute dall’alto. Ci tengono a ribadire la legalità delle loro azioni: non è un capriccio ma il rispetto del regolamento d’istituto che prevede la realizzazione di iniziative autonome degli studenti, in linea con i loro interessi, promuovendo la partecipazione attiva degli stessi ai processi decisionali dell’istituto.

D. è deluso dal voltafaccia di quelli dell’associazione che hanno calato le braghe ed è arrabbiato per la reazione del dirigente che invece di convocarli ha agito nell’ombra per fargli terra bruciata. Si mostra comunque risoluto: “Frega niente. Andiamo lo stesso. Rimaniamo fuori nel parco con le coperte. Era una bella iniziativa, peccato… Speriamo nel meteo, potrebbe piovere, a quel punto siamo fregati”.

B. è più titubante, vista la reazione del dirigente, ha paura delle conseguenze, ha la maturità quest’anno. Si capisce che non ha paura di una sanzione giusta che potrebbe anche non esserci, ma di quella arbitraria perché sa per esperienza che a scuola va così: “Ha detto che manda i carabinieri! So che diversi insegnanti, anche i più insospettabili, stanno girando per le classi, specie tra quelli di prima e seconda, paventando gravi ripercussioni. ‘Segneremo gli assenti’, dicono, alludendo a chissà cosa”.

Mi arrivano conferme da più parti. Sono incredulo, come manda i carabinieri?! Intanto, monta la rabbia degli studenti, c’è chi grida allo scandalo, c’è chi fantastica azioni di protesta esemplari.

D.: L’ho vista bruttissima, erano tutti incazzati. Volevano prendere i picchetti e andare fuori dal liceo come avevano pensato fin dall’inizio. Io e altri eravamo contrari, temevamo ulteriori ritorsioni. Abbiamo fatto fatica, ma alla fine li abbiamo convinti che era meglio fare quello che ci eravamo detti.

Sabato

Sono soprattutto i più grandi a mancare, al biennio l’intimidazione ha funzionato. Alla prima ora, i bidelli passano nelle classi – ordini dall’alto – per controllare il numero degli assenti. Giungono voci che al parco saranno un centinaio e che sono riusciti a portare avanti solo una minima parte del programma. Dei carabinieri, neanche l’ombra.

Scrutini di giugno

Sono passati una decina di giorni e tutto tace. Gli studenti hanno aspettato, invano, una risposta.

Il coordinatore di classe scorre i voti di condotta. Sarà arrivato il momento della sanzione? Alza lo sguardo verso K. cercando conferme. Intuisce e scuote il capo: “Di quello… non possiamo neanche parlarne…”.

Torna l’omertà ma questa volta, pare, con un retrogusto amaro.

Archiviato in://, Scene dal presente Natalia Mele

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