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Ricordi

Marino Berengo, archivista

28/01/2026 di Eurigio Tonetti || Ricordi Storiografia

Un allievo, diventato archivista, rievoca l’attività di funzionario svolta da Marino Berengo all’Archivio di Stato a Venezia dal 1958 al 1963; l’importanza, nel mestiere di storico e di docente, della verifica delle fonti appresa a contatto con i documenti conservati ai Frari.

Nel gennaio 2002 parlò su questo stesso argomento Claudia Salmini, nell’ambito del convegno su Marino Berengo storico, e la sua relazione pubblicata l’anno seguente costituisce la fonte principale di ciò che dirò qui.

Claudia svolse un’approfondita ricerca attraverso la documentazione della Direzione dell’Archivio, avendo preso in esame il fascicolo personale di Berengo e altri atti d’ufficio del periodo in cui fu attivo ai Frari. Quelle fonti documentarie – rispetto alle quali avrò ora ben poco da aggiungere, come si vedrà – furono da Claudia Salmini integrate da nove testimonianze orali, intervistando otto colleghi o amici del Marino archivista e chi sta ora parlando, il quale per ragioni anagrafiche, a oltre due decenni di distanza, rimane l’unico superstite di quel drappello.

Dichiaro perciò il mio debito verso Claudia, cui mi legano un’amicizia nata all’Università e la circostanza d’essere stati entrambi laureati di Berengo (i primi allievi “veneziani”, in ordine di tempo, dopo il rientro da Milano, se non ricordo male) e ambedue archivisti di Stato.

Berengo tenne sempre moltissimo a quel suo primo mestiere, di cui andò fiero e orgoglioso e che rivendicò lungo tutta la sua vita. Viene spesso ricordato un passo della prefazione al suo ultimo libro, l’Europa delle città nel quale esprimeva riconoscenza ai pazienti editori delle tante fonti di cui si era servito e ricordava in particolare “gli archivisti di tutte le provenienze e le tradizioni nazionali, che spesso han saputo trasmetterci la forza e la vita che sentivano circolare nei documenti di cui sono stati amorosi ordinatori e custodi; nell’incontrarli, ho risentito il fascino del loro mestiere, che è stato anche il mio”.

Così scriveva nel 1999, 36 anni dopo aver lasciato l’Archivio, e forse l’uso di un passato prossimo (“che è stato anche il mio”), piuttosto che di un passato remoto, mi piace pensare sia una spia di quanto avvertisse ancora quel “mestiere” come proprio e connaturato al suo profilo di studioso.

Ancora, quindici anni prima, nel pieno della sua attività scientifica e accademica, intervenendo alla Fondazione Luigi Einaudi l’8 dicembre 1984 a un seminario per la presentazione del quarto volume di Settecento riformatore di Franco Venturi si era definito “vecchio archivista” per rivendicare, con alcune acute osservazioni, un diverso uso delle fonti.

Un’esperienza indimenticata, di cui sapeva talvolta evocare nella conversazione taluni momenti “minori”, con certi suoi tipici toni coloriti. Posso ricordarlo, per esempio, raccontare del “freddo indicibile che ho patito da giovane ai Frari”, riferendosi sia ai depositi gelidi, ma anche in generale alle stanze di lavoro di un edificio antico, poco razionale nel distributivo interno e tanto difficile da riscaldare (come confermano anche altre voci coeve); oppure citare certi voluminosi faldoni del Governo austriaco, che forse gli servivano per l’Agricoltura veneta, “pesantissimi e per me intrasportabili”, e che invece l’usciere Tagliapietra, “l’uomo più forzuto che io conosca”, gli recapitava “sollevandoli come fuscelli”; e così via.

Indimenticata, s’è detto, sebbene di durata relativamente breve nella carriera di Berengo, il quale, dopo la laurea nel 1953, fu per circa cinque anni borsista a Pisa, a Napoli e a Zurigo, quindi archivista di Stato dal 1° ottobre 1958 al 31 gennaio 1963, dunque esattamente per soli 4 anni e 4 mesi, infine per 37 anni docente universitario. Eppure, non manca mai il richiamo a quel quinquennio scarso da archivista, che dopo il 1963 Marino ha sempre voluto inserire nelle note biografiche presenti nei risvolti di copertina di tutti i suoi libri.

Ma facciamo un passo indietro per chiederci quali esperienze d’archivio avesse maturato Berengo prima di divenire archivista, in quali archivi fosse entrato, chi vi avesse incontrato.

Da principio aveva messo piede proprio all’Archivio di Stato di Venezia, nel febbraio del 1952, speditovi da Delio Cantimori a svolgere la prima ricognizione sulle fonti disponibili per la tesi di laurea sul giacobinismo veneto nel periodo della Municipalità provvisoria. A Cantimori ben presto riferì che “dopo un rapido esame” quel tema gli avrebbe offerto “un campo di ricerche d’un interesse eccezionale” e gli proponeva di arretrare di almeno un decennio l’inizio del periodo da trattare.

Questo incontro – forse il primo – “col mondo degli archivi fu decisivo – ha osservato Roberto Pertici – non solo per l’andamento di quella ricerca, ma per l’intera sua personalità di storico. Fu proprio a contatto con le fonti documentarie, infatti, che il suo lavoro ben presto si slargò”. Il quadro si andava significativamente ampliando e approderà al volume del 1956 sulla Società veneta, dove le idee giacobine sarebbero state, appunto, lucidamente considerate nel contesto della società e dell’economia in cui s’erano sviluppate.

Mese per mese Berengo continuava a descrivere a Cantimori i “ghiotti” materiali che andava rinvenendo su “polizia, fisco, anagrafe e S. Uffizio” e (suggerisce ancora Pertici) si ha la chiara sensazione che il dilatarsi della ricerca “più che di un’esigenza metodologica chiaramente avvertita, fu il risultato del contatto fisico con la documentazione e degli stimoli inesauribili che gliene derivarono”.

Frattanto, come avviene frequentemente agli utenti abituali degli archivi, andava stringendo amicizie fra gli archivisti, e ciò migliorava, ma veniva anche a complicare le sue prospettive. “Ora gli amici archivisti mi hanno malvagiamente introdotto allo studio del Magistrato del Sal – scriveva il 17 febbraio 1953, cioè a un anno esatto dall’inizio della ricerca – dove c’è una mole di notizie preziose, da occupare almeno un mese di lavoro. Adesso che so che quelle filze esistono, come faccio a non studiarle? È un’impresa interminabile”.

Siamo tra il 1952 e il 1953 e possiamo dunque collocare a quest’altezza cronologica l’esordio di quella straordinaria passione per la ricerca d’archivio che alimentò in maniera originale l’approccio di Berengo alla storia e che “ha rappresentato il presupposto dell’intera sua produzione” storiografica, come ha rilevato Marco Meriggi.

Negli anni immediatamente successivi Berengo frequentò altri Archivi di Stato. Per la tesi di perfezionamento pisana, che diventò poi il volume su Lucca, lavorò nell’Archivio di Stato di Firenze e, soprattutto, in quello di Lucca, del quale ricorderà, molto più tardi, “il compianto direttore, dottor Domenico Corsi, che talora si creava immaginari impegni e prolungamenti per consentirmi di protrarre l’orario delle mie ricerche”. Un atteggiamento così empatico da parte di un uomo più anziano di una generazione facilmente può aver accresciuto quella positiva percezione del giovane Berengo per il “mestiere” che avrebbe a breve intrapreso.

Nel 1955, infine, Berengo ebbe modo di condurre a Modena alcune ricerche d’archivio di argomento ferrarese su commissione di Bruno Zevi. Marco Folin testimonia che Marino gli parlava “con enfasi” di questo lavoro, cui rimase sempre particolarmente affezionato, non solo per il legame peculiare con Ferrara, città d’origine della madre, ma anche per quanto aveva appreso dalla frequentazione di un archivio così ricco come quello estense.

Ritorniamo ora a Venezia, dove il 1° ottobre 1958 Marino Berengo, non ancora trentenne, vincitore di concorso, anzi primo nella graduatoria, come talvolta puntualizzava orgogliosamente, si presentava a prendere servizio. Lo attendeva un lavoro su più fronti: il servizio di assistenza agli studiosi nella sala di studio, la docenza nella Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica (si era diplomato ancora nel ’54), dove insegnò da subito archivistica, l’attività di riordino e di inventariazione, le ricerche d’ufficio.

Per il giovane funzionario l’Archivio si rivelò un ambiente ricco di stimoli sul piano scientifico, oltre che umanamente gradevole. Direttore ne era Raimondo Morozzo della Rocca, gentiluomo piemontese, profondo conoscitore della documentazione veneziana e della storia veneta, in carriera ai Frari sin dal 1937 e direttore dal 1952, editore di fonti commerciali medioevali e cultore di originali studi di cronologia. Marino lo ricordava sempre con grande considerazione e devozione. I colleghi funzionari che si trovava a fianco erano Ugo Tucci, il più anziano e vice di Morozzo, poi direttore a Trieste e futuro collega di Marino come docente a Ca’ Foscari; Ferruccio Zago, motore amministrativo e organizzativo dell’Ufficio, conoscitore e ordinatore di fondi ottocenteschi, a fine carriera direttore ai Frari; Giulia Bucci Mirabello, prossima alla pensione, che avrebbe consegnato la direzione della sala di studio a Maria Francesca Tiepolo (sulla quale sarebbe superfluo qui spendere parole), Lilliana Fortunato ed Eligio Vitale (moglie e marito, i più giovani colleghi con cui avrebbe lavorato in équipe nell’attività di riordino) e Bianca Strina, che entrava assieme a lui, seconda classificata nello stesso concorso. Ma nei corridoi dell’Istituto poteva incrociare anche Luigi Lanfranchi, autore di studi lagunari medievali, grande organizzatore nell’edizione di fonti (e anche editore in prima persona), che prestava servizio in Soprintendenza archivistica, per poi dirigere anch’egli l’Archivio a fine carriera. E da archivista volontario frequentava i Frari Gaetano Cozzi.

Stimoli che si moltiplicavano quando Berengo si affacciava in sala studio a svolgervi quel servizio di assistenza cui venne assegnato dapprima in misura saltuaria e poi in maniera più sistematica, ossia pressoché quotidianamente per mezza mattinata. L’utenza della sala numericamente era di gran lunga inferiore a quella dei decenni successivi, che molti dei presenti possono aver sperimentato, ma a Marino poteva capitare d’imbattersi in ricercatori come Gino Luzzatto, Federigo Melis, Corrado Vivanti, Jean-Claude Hocquet, padre Giovanni Pozzi, Paolo Sambin, Paul Oskar Kristeller, Fritz Babinger, Frederic Lane, il domenicano Raymond Loenertz, Brian Pullan, solo per ricordarne alcuni.

“In sala studio mi sono fatto un mucchio di amici” soleva ripetere Marino: è evidente che gli incontri in sala e la partecipazione ai problemi della ricerca diventavano spesso occasioni di confronto, di condivisione, di scambio di esperienze e di conoscenze da cui, infine, potevano scaturire anche amicizie durature.

Assegnato stabilmente alla sala, Marino vi si alternava con Maria Francesca Tiepolo. La più esperta collega, in servizio dal 1954, ma già come volontaria presente a tempo pieno dal 1952, si accollava la prima metà della mattinata, solitamente la più complicata, e impostava con mano sicura le ricerche dei nuovi studiosi. Marino le subentrava alle undici e – scrisse – “ereditavo così l’avvio che lei aveva dato […] e in tal modo imparai pian piano anch’io a muovermi in quella marea di documenti”. Pensiero ribadito da Marino anche molti anni dopo, in una corrispondenza privata emersa solo qualche settimana fa: alla stessa Tiepolo, che nell’autunno 1973 gli chiedeva alcune indicazioni e molto si scusava per l’incomodo che veniva ad arrecargli – si trattavano ancora con il lei –, replicava con tono affettuoso negando vi fosse stato alcun disturbo e si dichiarava “felice” di aiutare “chi, tanto amabilmente, amministrava la sala di studio, smistandomi tutte le grane quando io, un po’ ‘indormensato’ subentravo alle 11. E la demanializzazione del Suo bicchiere privato – l’unico dell’Archivio – in cui io prendevo i cachets [ossia i farmaci per le sue ricorrenti, fastidiose emicranie] non dovrebbe aver lasciato traccia durevole nel mio cuore?”.

A questo servizio in sala studio, al rapporto quotidiano con studiosi navigati nella ricerca, come con studenti alle prime armi si connette la naturale disponibilità e generosità di Berengo ad aiutare chiunque nella ricerca: “passare le schede”, “passare un pacco di schede” sono espressioni sue tipiche che in tanti abbiamo ascoltato e visto da lui mettere in pratica. Ma soprattutto, nell’attività didattica istituzionale, trae origine da qui, anche per sua stessa dichiarazione, quel seminario biennale su “Come si fa ricerca storica”, che ha contribuito a formare un rilevante numero di studenti milanesi e veneziani (non solo suoi laureandi) e che molti di noi ricordano come una delle esperienze formative più utili, più intense e in qualche modo più entusiasmanti del proprio percorso di studi universitari.

Dichiarò Marino in un’intervista a Corrado Stajano, apparsa nel Corriere della sera del 12 febbraio 1989: “Questo genere di seminario nasce dall’esperienza che dopo la laurea ho avuto come archivista all’Archivio di Stato di Venezia, ai Frari. La mia bella scrivania di noce settecentesca era inondata dalle lacrime innocenti delle studentesse: dovevano fare tesi di laurea date da scriteriati professori. Mancavano delle nozioni elementari della ricerca e non erano in grado. Allora feci un voto laico, se diventerò professore vi insegnerò come si fa. Ho mantenuto la promessa. Il primo anno insegno dunque come si lavora in archivio, il secondo anno come ci si muove in una sala di consultazione di una biblioteca”.

In quegli incontri seminariali, ha scritto Giuseppe Del Torre: “il giovane studente e il laureando si trovavano proiettati in un mondo nuovo, popolato di biblioteche ed archivi, italiani ed europei, di bibliotecari ed archivisti, eruditi e grandi intellettuali, a cui l’esperienza dello storico e del ricercatore e la capacità comunicativa del professore facevano prender corpo e vita propri, dando vivacità alle carte, ai libri e ai percorsi di ricerca che quasi sempre potevano apparire invece complessi e poco entusiasmanti da seguire. Gli archivi di Firenze, Lucca e Milano, la Biblioteca Vaticana, la Bibliothèque Nationale di Parigi e la British Library di Londra si materializzavano nelle aule [… universitarie …] evocati da Berengo, aprendo così le proprie porte a nuovi apprendisti del mestiere di storico”.

Ma si può anche ricordare quel primo corso milanese nel 1963-64 del trentacinquenne professore (con ancora fresca la memoria degli anni appena trascorsi da archivista), nella testimonianza di Giorgio Chittolini, in cui molti che hanno conosciuto Berengo possono ritrovare lo spirito e l’eleganza di tante altre lezioni, conferenze e relazioni dei decenni successivi: “Corso affascinante e ancora vivissimo nella memoria di chi poté seguirlo: ricco di una vivacità e di un entusiasmo che trasmettevano immediatamente l’amore per la ricerca; ricco di temi e di spunti, di personaggi e di fonti (ricordo confusamente notai, osti, contratti agrari, relazioni di ambasciatori, verbali di consigli cittadini…): tutti proposti con la vivezza singolare che lui sapeva dare al discorso”.

Effetto del lavoro in archivio era anche il primo insegnamento che Berengo impartiva al laureando su come doveva redigere le schede della ricerca. Bisognava descrivere il documento in tutti i suoi elementi, senza mai omettere la collocazione archivistica; quindi sintetizzarne il contenuto, trascrivendo però virgolettate le porzioni più significative o le espressioni più pregnanti. Il tutto doveva essere eseguito con chiarezza, rigore e precisione, in modo da non dover riprendere in mano nuovamente lo stesso documento. “Immagini sempre di lavorare come se fosse a Parigi o a Londra, dove non le sarà facile ritornare per integrare una scheda incompleta o sbilenca” ammoniva. Infine, il laureando era invitato a portargli le sue prime 10-15 schede, per una verifica, per poi inoltrarsi serenamente nella ricerca.

Una priorità, poi, per Berengo docente – che pure gli derivava dalla formazione archivistica – consisteva nella verifica scrupolosa della fattibilità delle tesi di laurea che assegnava, che tutte si basavano su ricerche originali. Per eseguirla si recava di persona – quando non ne avesse già conoscenza diretta e certa – ad accertare l’esistenza e la disponibilità delle fonti d’archivio o di biblioteca sulle quali poi indirizzare il lavoro del laureando. Gli “scriteriati professori” dell’intervista a Stajano erano quei suoi colleghi che mandavano lo studente allo sbaraglio. Il laureando di Berengo non entrava per la prima volta in sala studio smarrito, ma tenendo in mano una sua bella scheda con l’elenco dei pezzi da cui iniziare. Di questa attività posso essere testimone oculare, avendolo più volte scortato nei depositi dei Frari per aiutarlo a svolgerla, e aggiungo solo che quelle scorribande diventavano per me occasione di osservare come lui immaginasse e organizzasse una ricerca, come riscontrasse la documentazione, come impostasse una tesi, quale economia ne prevedesse, e molto altro ancora, e riuscivo a imparare moltissimo su fondi documentari che, giovane archivista, mi erano ancora pressoché sconosciuti.

Non può essere dimenticato, infine, che Berengo riuscì, assieme a due colleghi, nell’impresa già tentata precedentemente in Archivio da altri e abbandonata, di riordinare una massa informe di circa 3000 unità archivistiche, che venne ricondotta a ben quattro diversi archivi di altrettante magistrature finanziarie della Repubblica (Governatori delle entrate; Revisori e regolatori delle pubbliche entrate in zecca; più altre due minori). Per ultimare quel lavoro sarebbe venuto più volte in Archivio anche dopo il transito nei ruoli universitari.

Concludendo, dunque, l’attenzione estrema alle fonti, la verifica della loro attendibilità, che conferiva serietà alla ricerca, il ricorso continuo e irrinunciabile ai documenti, costituirono sempre il perno e la cifra distintiva di tutta la produzione di storico di Marino Berengo, estraneo com’era da astrattezze e teorizzazioni (verso le quali sapeva esprimersi talvolta con rigetto e ironia), e attento piuttosto al “fatto singolo e reale” che emergeva dal documento, come lo chiamava Gino Luzzatto, l’altro maestro di Berengo, oltre a Cantimori.

Ma Marino possedeva fortissimo, e lo sapeva trasmettere con altrettanta intensità, un suo peculiare gusto delle fonti, della loro descrizione, del racconto che da queste sgorgava. Un gusto che denotava un legame con i documenti da parte di chi, oltre a studiarli, li aveva custoditi, descritti, riordinati. È un gusto acquisito nell’aver svolto quotidianamente, per dovere ufficio, le ricerche più disparate nei depositi dell’Archivio, potendo toccare sul posto filze e registri come oggetti familiari, aprendoli e sfogliandoli anche solo per curiosità, imparando a riconoscere i fondi e le serie dalla dislocazione sugli scaffali, dalle diversità dei dorsi, e anche a comprendere a colpo d’occhio le modalità della sedimentazione dell’archivio nei decenni (o nei secoli) magari dalle diverse coperte dei volumi, dalle tipologie delle etichette, dalle cento spie della materialità dei pezzi d’archivio che parlano a chi sa interrogarle.

Per offrire un esempio di questo gusto, vorrei chiudere citando mezza pagina dell’introduzione (settembre 1998) alla nuova edizione del libro su Lucca, dove Marino, dopo aver ripercorso la genesi del lavoro e averne delineata la struttura concettuale complessiva, passa a esplicitarne le fonti, e scrive:

“Ho fatto largo uso dei protocolli dei notai: non per analizzarli statisticamente, ma per cogliere in essi un qualche spunto di storia sociale.

Così, sono di frequente ricorso ai rogiti di ser Giuseppe da Piscilla nella prima parte [del libro], in quanto esponente delle grandi famiglie (ivi compresa la Domus Podie, la casa cioè dei Poggi, sino al loro bando dalla città, cui seguiranno le confische dei beni una volta divenuti ribelli) e del Governo.

Mi sono quindi potuto scostare da questa fonte, quando gli subentra ser Michele Serantoni, notaio ufficiale delle maggiori famiglie, che da giovane ha trattato di telai e poi è passato ai contratti delle più ricche casate.

Insostituibile, infine, per i contratti stesi dagli artigiani, e in modo speciale dai tessitori, è risultato ser Bastiano Andreozzi, notaio della Corte dei mercanti. Vi si aggiunga che questo notaio amava ornare i suoi rogiti con annotazioni domestiche e con appunti presi sul retro dei suoi codici.

Un interesse particolare ho dimostrato per i testamenti […] D’altronde, a Lucca i testamenti costituiscono una sezione a sé dell’Archivio notarile, e quindi si consultano assai facilmente. Questi documenti ci offrono il vero specchio della mentalità del civis et mercator lucchese e, se per gli artigiani dobbiamo faticosamente ricorrere ai rogiti ordinari dei notai (appunto del giovane Serantoni e soprattutto dell’Andreozzi), per le classi dirigenti si tratta di una fonte privilegiata”.

Nota. Testo dell’intervento tenuto il 16 dicembre 2025 in occasione dell’incontro pubblico «Il bellissimo mestiere degli studi storici»: Marino Berengo 25 anni dopo (Venezia, Ateneo Veneto). Per notizie sul quel pomeriggio, si rimanda alla nota a Federico Barbierato, Marino Berengo (1928-2000), testo dell’intervento tenuto nella stessa occasione, pubblicato su questo stesso sito.

Gli Atti delle “Giornate di studio su Marino Berengo storico” (Venezia, 17-18 gennaio 2002) sono usciti sotto il titolo Tra Venezia e l’Europa. Gli itinerari di uno storico del Novecento: Marino Berengo, a cura di Giuseppe Del Torre, il Poligrafo, Padova 2003. Nel volume si trova il contributo di Claudia Salmini, Marino Berengo archivista (pp. 201-232), cui mi sono spesso riferito; le citazioni testuali sono tratte dai saggi di Marco Meriggi, Lo storico della Restaurazione (pp. 127-139); Giuseppe Del Torre, Marino Berengo e la storia veneta (pp. 169-190); e Giorgio Chittolini, Il tema della città (pp. 57-89).

Ho citato, poi, da Marino Berengo, L’Europa delle città. Il volto della società urbana tra Medioevo ed Età moderna, Einaudi, Torino 1999; da Id., Fonti e problemi di Settecento riformatore, “Annali della Fondazione L. Einaudi”, 19 (1985), pp. 443-450 e, ancora, da Id., Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, terza ed., Einaudi, Torino 1999.

La testimonianza di Marco Folin nell’Introduzione a Marino Berengo, Città italiana e città europea. Ricerche storiche, Diabasis, Reggio Emilia 2010; ho riportato anche un brano dal saggio La devoluzione di Ferrara nelle fonti veneziane nello stesso volume (pp. 278-287).

Le valutazioni di Roberto Pertici sono tratte dall’Introduzione a Marino Berengo, Cultura e istituzioni nell’Ottocento italiano, il Mulino, Bologna 2004; da qui provengono anche i brani delle lettere a Delio Cantimori.

L’intervista di Corrado Stajano è uscita sul “Corriere della Sera” del 12 febbraio 1989 sotto il titolo La macchina che porta dentro la storia.

La lettera del 1973 a Maria Francesca Tiepolo si trova fra le carte private di quest’ultima in corso di riordino e acquisizione da parte dell’Archivio di Stato di Venezia.

L’immagine in copertina è tratta dalla pagina dedicata all’Archivio di Stato di Venezia sul sito del Ministero della Cultura (https://cultura.gov.it/luogo/archivio-di-stato-di-venezia-1; Deposito monumentale, 30 novembre 2023, Cosiddetta Crociera del Senato).

Archiviato in:||, Ricordi, Storiografia Contrassegnato con: Eurigio Tonetti

Marino Berengo (1928-2000)

10/01/2026 di Federico Barbierato // Ricordi Storiografia

Un ex studente dell’Università di Venezia, oggi professore di Storia moderna a Verona, rievoca l’importanza per la sua formazione dei corsi e dei seminari di Marino Berengo, il quale, tra le altre cose, fu tra i promotori della nascita del corso di laurea in Storia a Ca’ Foscari.

Ho conosciuto Marino Berengo da studente, all’università di Venezia, tra il 1991 e il 1997. Ho poi fortunatamente avuto modo di continuare a frequentarlo anche dopo. Ricordo che – una volta laureato e anche durante il mio imprevisto dottorato all’Università Cattolica di Milano – mi presentavo con costanza alle lezioni del suo seminario su Come si fa ricerca storica. E ricordo il suo sorriso benevolo la prima lezione dopo che avevo discusso la tesi, in cui mi diceva che il dottor Barbierato aveva un’aria più dottorale.

Di certo sono il meno titolato a parlare di lui, qui, stasera. Non sono stato un suo laureando, e lo dico subito perché conta: la mia è la prospettiva di chi lo ha seguito in aula, più volte, e soprattutto nel già nominato seminario Come si fa ricerca storica. È una prospettiva meno “privilegiata” rispetto a quella di tanti altri che sono qui. Ma proprio per questo credo sia anche molto rappresentativa di un’esperienza collettiva. Perché Berengo, in quegli anni, non è stato importante soltanto per chi aveva con lui un rapporto diretto di tesi: lo è stato per chiunque attraversasse quel dipartimento. Come una presenza che dava forma a un’idea di storia, e anche a un’idea di università.

Vorrei provare a dirlo con un tono personale, perché per me quegli anni coincidono con il periodo migliore della mia vita. E non lo dico per nostalgia facile, o per mettere una cornice sentimentale a posteriori: lo dico perché la qualità di un tempo si misura anche da ciò che ti resta addosso, da quello che continua a lavorare in te. E Berengo, per me, ha continuato a lavorare a lungo. In un certo senso continua ancora adesso, ogni volta che mi trovo davanti a una fonte e mi chiedo: “che cosa posso davvero dire, e che cosa invece sto soltanto desiderando di dire?”. Lavora insieme a quello che era un gruppo che intorno a lui era riconoscibilissimo: Gigi Corazzol, Mario Infelise, Beppe Del Torre, Renzo Derosas, per parecchio tempo Giorgio Politi e tanti altri. E gli allievi di quel periodo. Una comunità e una presenza, quella di Marino, di cui anche chi stava al di fuori del “cerchio magico” percepiva la forza. Sarebbe interessante ripercorrere finalmente la storia del Dipartimento di Studi Storici di quegli anni, la straordinarietà di quel gruppo o di quei gruppi che riuscivano a fondersi. Anche il folklore che noi studenti percepivamo intorno a tutto questo: tipo i Berenghiani che in archivio sedevano sulla parte sinistra della sala studio e i Cozziani (allievi di Gaetano Cozzi) sulla destra.

Percepivamo tutti, però, l’idea di far parte di un ambiente straordinario, in cui competenze e capacità diverse si integravano. Certo non eravamo così ingenui da ignorare gli inevitabili contrasti che intuivamo ma non realizzavamo. Contrasti che oggi, in tutta sincerità, nella guerra per bande in cui si è trasformata la convivenza nei dipartimenti universitari, mi paiono un modo illuminato per amministrare la ricerca.

La prima cosa che mi viene in mente, quando penso a lui, è l’idea del fare storia come mestiere. Un mestiere artigianale. Non un’immagine romantica, ma una descrizione precisa: la storia come lavoro fatto di mani e di occhi, di pazienza e di ostinazione, di scelte minute e ripetute. Artigianale nel senso che non basta conoscere le parole giuste o le cornici giuste; bisogna imparare i gesti: come si legge, come si annota, come si controlla, come si torna indietro, come si ricomincia. E artigianale anche perché, come in ogni bottega seria, il risultato non dipende da una sola “idea geniale”, ma dall’accumulo di un’attenzione continua.

Questo modo di intendere la storia aveva una conseguenza molto concreta: la fatica non era un incidente di percorso, era parte del percorso. Non veniva nascosta, non veniva teatralizzata: era semplicemente riconosciuta. E allo stesso tempo, quella fatica non spegneva il piacere. Anzi, forse lo rendeva più netto. Berengo trasmetteva una cosa rara: l’idea che si potesse lavorare duramente senza perdere la gioia del lavoro. Che si potesse stare ore su un dettaglio, su una carta, su una contraddizione, senza sentirsi puniti, ma piuttosto coinvolti. Come se, dentro quella fatica, ci fosse qualcosa di bellissimo. E per uno studente, questo è decisivo: non perché ti illuda che sarà sempre facile, ma perché ti fa capire che vale la pena. Ma soprattutto ti faceva sentire parte di un gruppo. Appena laureato, mi chiese di dargli del tu. Io rimasi abbastanza di stucco e credo di non averlo mai fatto, ma lui mi spiegò che ormai ero laureato, non avevamo più un rapporto di dipendenza istituzionale e che soprattutto eravamo stati seduti vicini in Archivio e questo rendeva entrambi ricercatori.

Ricercatore io e ricercatore Marino Berengo. Figurarsi. Ma questo lo faceva con tutti, con sistematicità. E non so quanto ci fosse di condiscendenza in quell’avvicinarsi, ma sono sicuro che stare accanto ai giovani, educarli, sia stata una delle parti del lavoro che lui preferiva. Lo si vedeva dal modo in cui aggiustava gli occhiali per guardare i minuti appunti durante le lezioni, preparate con una meticolosità pazzesca. Lui teneva soprattutto il corso monografico, Renzo Derosas si occupava spesso della parte generale. Quasi tutti noi che ci eravamo iscritti in quegli anni arrivavamo a Storia o perché avevamo letto Il nome della rosa e allora ci fiondavamo su Medievale, o perché avevamo letto Il formaggio e i vermi e allora giù di Storia moderna, oppure prevaleva un prurito politico e allora Contemporanea. Banalizzo, ovviamente. Ma è per dire che il primo anno in cui io frequentai il corso annuale di Berengo il monografico era sui Parlamenti francesi del Settecento, mentre il secondo anno fu su Carlo V. Parecchio distanti da Ginzburg, Menocchi e Benandanti. Qualcuno rimaneva deluso. A me e a molti altri sembrava di respirare. C’era tutta la sensazione di una solidità quadrata in quei corsi. Esattamente quello di cui avevamo bisogno.

Perché un secondo punto, legato a questo, riguarda il rapporto con la teoria e con la metodologia. Berengo non era affatto “contro” la riflessione metodologica. Però la collocava in modo molto esigente: non come un campo autonomo dove rifugiarsi, ma come uno strumento. La metodologia serviva se aiutava a inquadrare un tema, a chiarire una domanda, a rendere più onesto un problema. Se diventava una speculazione che viveva di sé stessa, se diventava una lingua separata dal lavoro sulle fonti, allora perdeva interesse. Era una lezione di sobrietà, ma anche di responsabilità: prima di parlare, bisogna sapere su che cosa si sta parlando e di che cosa si sta parlando. Capite che per un diciottenne in piena fregola da cambiamento del mondo tutto questo era una salutare doccia di umiltà.

E qui arriva il terzo punto, che nel mio ricordo è quasi il centro di tutto: l’archivio. L’archivio come spazio di verifica. Non come luogo sacro, non come feticcio, non come certificato automatico di verità, ma come prova del nove. Lì la tua intelligenza deve misurarsi con i limiti reali: ciò che manca, ciò che è ambiguo, ciò che contraddice, ciò che non si lascia incasellare. Lì capisci che non puoi “decidere” il passato: puoi soltanto inseguirlo, avvicinarlo, ricostruirlo con prudenza, e accettare che la storia sia fatta anche di opacità. Ma proprio questa disciplina, paradossalmente, non riduce il passato: lo rende più vivo. Perché smetti di trattarlo come una superficie su cui proiettare idee, e cominci a incontrarlo come resistenza, come densità, come esperienza umana depositata in tracce imperfette.

Il seminario Come si fa ricerca storica, almeno per me, è stato il luogo in cui queste cose diventavano evidenti. Non era un seminario “teorico”, nel senso scolastico del termine. Era un seminario che ti metteva davanti al lavoro, e ti costringeva a guardarlo senza alibi. Non ti permetteva di cavartela con una formula brillante. Ti chiedeva di essere preciso. Di dire: questa cosa la so perché l’ho vista qui; quest’altra la suppongo, ma so che è una supposizione; quest’altra ancora non la posso dire, perché non ho gli strumenti per dirla. E questa, per uno studente, è una scuola formidabile: non solo ti insegna un metodo, ti insegna un’etica del discorso storico.

Il seminario era biennale. Io l’ho frequentato per cinque, ma fa lo stesso. Un anno era dedicato agli archivi e uno alle biblioteche. Nell’anno degli Archivi venivano prese in considerazioni fonti, smontate, ricostruite, dilaniate con un certo gusto edizioni poco ben fatte … Il risultato era che alla fine uno ne usciva avendo un’idea di cosa fosse lavorare su atti notarili, cronache, epistolari, fonti processuali, documenti diplomatici e così via. Perché Berengo dava la sensazione – e non era solo una sensazione – di essere pienamente a proprio agio con tutti questi. E su un arco cronologico amplissimo. Una parte del seminario sulle biblioteche se l’è portato via, malinconicamente, quel che in quegli anni cominciava ad accadere: la digitalizzazione, il web, gli opac e tutto quello che avrebbe cambiato per sempre il modo di accedere al mondo delle biblioteche. Ma fra i ricordi più vivi di quegli anni sono le ore passate a ricostruire bibliografie passando per i volumi del National Union Catalogue o dei registri dei volumi conservati alla Bibliothèque Nationale de France conservati in Marciana, altro luogo dove capitava di sedere accanto a Berengo e di incontrare il suo sguardo compiaciuto quando vedeva qualche studente esattamente nel luogo in cui avrebbe dovuto stare.

C’è poi un aspetto che, in un ricordo, mi sembra importante nominare apertamente: la sensazione di solidità che Berengo dava. Era rassicurante leggere e parlare con lui. Rassicurante non perché semplificasse, o perché chiudesse le domande. Al contrario: apriva domande, eccome. Ma lo faceva in un modo che ti faceva sentire che le domande non erano un precipizio. Che non stavamo giocando con parole vuote. Che la storia aveva consistenza. Che poteva essere un sapere capace di mostrare, di argomentare, di dare risposte, anche quando le risposte erano parziali, provvisorie, o scomode.

E questa solidità aveva un effetto quasi psicologico, oltre che intellettuale: ti faceva sentire che tra chi vive nel presente e chi ha vissuto nel passato non c’è soltanto distanza. C’è una possibilità di avvicinamento. Non per rendere il passato “uguale” a noi, non per addomesticarlo, ma per riconoscere che ci parla, che ci interroga, che ci costringe a riformulare anche noi stessi. In questo senso, per me, Berengo è stato anche un antidoto a due tentazioni opposte: da un lato l’idea che il passato sia un museo morto, dall’altro l’idea che il passato sia solo un pretesto per parlare del presente. Con lui la storia rimaneva storia, e proprio per questo era contemporanea: perché ti metteva in rapporto con esperienze umane reali, con conflitti, con scelte, con limiti, con possibilità.

Se oggi, a distanza di anni, mi chiedessi che cosa mi ha lasciato quell’esperienza, direi che mi ha lasciato una postura. Un modo di stare davanti alle fonti e davanti alle persone. Perché fare storia, in quel senso artigianale, significa anche allenarsi a una forma di rispetto: rispetto per la complessità, rispetto per la distanza, rispetto per ciò che non possiamo sapere, e anche rispetto per ciò che possiamo sapere, quando lo sappiamo bene. Significa imparare a non barare. A non riempire i vuoti con l’immaginazione. A non trasformare un’impressione in un fatto. A non confondere la brillantezza con la verità.

E allora, tornando all’inizio: io non sono stato suo laureando, ma sono stato uno studente che ha avuto la fortuna di incontrarlo nel momento in cui stava imparando non soltanto una disciplina, ma un modo di vivere quella disciplina. E per me, che quegli anni li ricordo come i migliori della mia vita, Berengo è parte di quella qualità. Non perché la vita universitaria fosse perfetta, o perché tutto fosse facile. Ma perché c’era una serietà che ti faceva crescere, e una serietà che non era cupa, non era intimidatoria: era una serietà che apriva.

Credo che questo sia, in fondo, il motivo per cui oggi siamo qui a parlarne: perché ha lasciato una traccia che non si limita ai suoi libri, ai suoi corsi, ai suoi titoli. Ha lasciato un modo di intendere la storia come qualcosa di solido e insieme inquieto: solido perché fondato sul lavoro e sulle fonti; inquieto perché capace di aprire domande vere. E ha lasciato, a tanti di noi, la sensazione che quel lavoro faticoso, se fatto bene, non è una rinuncia: è una forma di libertà.

Nota. Testo del discorso pronunciato il 16 dicembre 2025 in occasione dell’incontro pubblico «Il bellissimo mestiere degli studi storici»: Marino Berengo 25 anni dopo, che si è tenuto a Venezia, presso l’Ateneo Veneto. Federico Barbierato insegna Storia moderna presso l’università di Verona. Al pomeriggio in memoria di Berengo, morto nel 2000, sono intervenuti anche Michele Gottardi, Mario Infelise, Elena Bonora, Giorgio Busetto, Renzo Derosas, Giuseppe Saccà, Eurigio Tonetti. L’immagine di copertina è tratta dalla locandina che pubblicizzava l’incontro. Per un profilo di Marino Berengo, si veda la voce del Dizionario biografico degli italiani firmata da Carlo Capra (2018).

Sulla nascita del corso di laurea in Storia a Ca’ Foscari, promosso da Marino Berengo e Gaetano Cozzi, si veda Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2393-2435, in part. p. 2427 (il saggio è ora disponibile online).

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