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Letture

Il sugo è nel metodo

23/01/2025 di Piero Brunello // Letture

Guardare al mondo di ieri con gli occhi di oggi; scrivere ascoltando Nanni Svampa, Enzo Jannacci e Gigi Meneghello; per la storia sociale di una città può essere utile un inventario dei fallimenti? Sull’ultima raccolta di scritti di Gigi Corazzol.

1. Il libro Improvvisi è una raccolta di interventi scritti da Gigi Corazzol dal 2013 al 2024; l’autore li ha rivisti per l’occasione. “Il sugo insomma è di metodo. Consiste nel ricordarsi sempre che il mondo non è nato ieri”, si legge nel primo degli interventi (p. 8). Penso che in queste parole stia il tono del libro. Il rapporto tra oggi e ieri si ritrova fin dai versi di Giovanni Boine, poeta novecentesco, messi in esergo: “Se vago lo sguardo, / con gli occhi di oggi / veggo il giorno di ieri”.

Improvvisi è composto di undici capitoli, in ordine cronologico di pubblicazione: otto nascono da letture di libri, quasi tutti freschi di stampa, uno è un ricordo dell’amico Ferruccio Vendramini, un altro ancora prende lo spunto dal trecento cinquantesimo anniversario della prima storia di Feltre per elogiare la quantità di ricerche erudite che si possono trovare in internet, l’ultimo infine è una risposta a un post sulla pagina facebook dell’associazione feltrina Il Panfilo. Nove sono stati pubblicati nel sito dell’associazione storiAmestre che all’epoca curavo insieme a Filippo Benfante e ad altri due amici, Enrico Zanette e Andrea Lanza; uno è uscito nella “Rivista feltrina” e l’ultimo nella pagina facebook di CRODAp. Gigi – lo chiamo così perché ci conosciamo da più di cinquant’anni – ci mandava i suoi contributi, a volte chiedendo se valesse la pena di renderli pubblici. Filippo Benfante e io li discutevamo. Due anni fa anch’io ho raccolto i miei scritti in un libro il cui sottotitolo è Domande di oggi, storie di ieri. Adesso che ho tra le mani Improvvisi, e mi soffermo sull’esergo, mi rendo conto di quanto il mio libro sia debitore di quelle discussioni, e in particolare della lettura degli scritti di Gigi. Aggiungo solo che dopo aver chiuso l’esperienza con sAm, con Filippo e Luca Pes abbiamo aperto il sito altrochemestre.it, con Enrico Zanette come webmaster, e ci fa molto piacere che Gigi sia tra i nostri collaboratori.

2. In un punto del libro Corazzol cita un Mambriano Manfrin (“mio indimenticabile maestro”) che diceva: “Se decidiamo di studiar qualcosa facciamo che sia per un qualche perché” (p. 164).

Quali sono i perché di questi scritti? Trattandosi di letture di libri, il primo motivo è che Gigi i libri di cui parla li compera. Faccio l’esempio del capitolo più lungo di tutti gli altri (una cinquantina di pagine in un libro che ne conta 172 con frontespizio e indice), dedicato alla curatela del diario di Bruno Trentin dal 1956 al 1958. I rilievi mossi “sono frutto – scrive Corazzol – dell’insoddisfazione di un lettore pagante”. Seguono 48 pagine in cui sono elencati errori nel testo, errori nelle note, errori nell’indice dei nomi. Gigi si rivolge al lettore, salvo ogni tanto parlare tra sé e sé, col risultato che il testo a volte sembra un copione di teatro. Dopo un ennesimo elenco di errori spiegati al lettore, e dopo aver ripetuto che molti errori potevano essere evitati con una semplice ricerca su Google, Corazzol parla tra sé e sé: “(A parte). In malora google. Quello che mi fa soprattutto venire il nervoso è che nella quasi totalità dei casi per sbrigare bastava una telefonata” (p. 109).

Se Corazzol giudica un libro lo fa per esercitare quindi un diritto del consumatore. Uno dei titoli dei capitoli è Lamento per 18 euri trasàa (sperperati). Trasà in milanese significa sperperare (trasà el fiaa). Perché soldi buttati? Si tratta di un libro di corrispondenza tra Gadda e Parise, di 323 pagine, in cui le 15 lettere di Gadda occupano 34 pagine e le tre lettere di Parise ne riempiono, per così dire, 4. Le rimanenti 284 pagine sono di corredo, sovrabbondante. Corazzol elenca parecchi esempi, tra cui un brano di cinque righe che potevano diventarne una. Perché questa mole di pagine? Per giustificare 18 euri. Gigi esprime il dispiacere per avere buttato via i suoi soldi, protesta perché “la si pianti una buona volta di pubblicare le lettere di Gadda in dosi omeopatiche” (p. 73), e conclude così: “Il lettore pagante ha i titoli per far suo il lamento del palo della banda dell’Ortica” (p. 74).

Per i più giovani, la banda dell’Ortica è una canzone di Jannacci che parla di uno che fa appunto il palo di una banda di ladri, mezzo orbo e mezzo sordo, “fisso che scrutava nella notte”, a cui i passanti danno cento lire: “Ma come – fa il palo – , a me mi lascian qui di fuori / E loro, loro chissà quand’è che vengon su / E poi il bottino me lo portano su a cento lire / Un po’ per volta, ma a far così non finiamo più”.

Ho detto del milanesismo dei 18 euri trasàa; ed ecco qui una canzone di Jannacci. Non è l’unica canzone milanese. Ecco un passo dallo scritto in memoria di Ferruccio Vendramini: “Una storia sociale delle piccole città attenta solo ai successi è una storia buona per le domeniche della vita, quelle con discorso in renga [espressione del linguaggio amministrativo veneziano, ndr], bandedàffori, mostaccioli e ciupaciù. Le peggio. Siamo sicuri che per capire come mai siamo quel che siamo, non serva anche un inventario dei fallimenti?” (p. 142). Anche qui per i più giovani: con le bande dàffori Corazzol si riferisce alla canzone milanese Il tamburo della banda d’Affori; Nanni Svampa prende il posto di Jannacci.

(A parte, tra me e me). La prossima volta che dovessi ragionare sui libri di Gigi mi piacerebbe fare un’analisi dei contesti e delle tonalità emotive in cui compare il milanese, la cui presenza mi sembra vada crescendo negli ultimi tempi. I libri di Corazzol si inseriscono in una tradizione lombarda? E poi, perché abbassare il registro stilistico con reminiscenze lombarde ogni qualvolta si debba sottolineare la conclusione (seria, serissima) di un ragionamento? Rimanendo a Improvvisi, Carlo Ossola, autore di un libro sulla fortuna di Erasmo in Italia (Erasmo nel notturno d’Europa, Vita e pensiero 2015) incolpa lo storico Delio Cantimori, comunista, di aver impedito tra il 1945 e il 1960 all’editore Einaudi di pubblicare l’opera di Erasmo, perché ispirata a concezioni liberali. Corazzol fa notare che in quel periodo uscirono per Einaudi quattro edizioni di Elogio della follia di Erasmus, e che nello stesso periodo molte edizioni ne uscirono in Italia. Ora, osserva Corazzol, un conto è il duello tra Ettore e Achille, un altro è prendere a randellate uno storico morto cinquant’anni prima. Ossola gli ricorda Tecoppa, un personaggio del teatro comico milanese creato da Eduardo Ferravilla: “applaudire al trionfo per ko del Tecoppa (Ferravilla) sul quondam Cantimori, bene, a questo dico no” (p. 69).

Insomma serve una rassegna dei milanesismi. Far caso agli echi un po’ ovunque di Luciano Bianciardi del periodo milanese. Fine dell’a parte.

3. Un secondo motivo di fastidio per i libri scritti male deriva dal fatto che non si capisce perché da chi ti aggiusta un rubinetto o ti cambia le gomme della macchina si pretende un lavoro come si deve, e invece si accetti supinamente la sciatteria, o peggio, in chi scrive un libro, una curatela, una recensione. In altre parole la scrittura è una faccenda seria: e altrettanto la lettura. Mi è capitata sottomano una mail con cui Gigi, nel 2010, mi chiedeva di leggere un suo scritto: “siamo lontani dalla fase scartavetrare; piuttosto roba bottacalda. Se hai tempo e voglia un parere è benvenuto. Il centro della questione è se la voce sotto suona credibile o sono balle.”

Il nervoso di cui parla Corazzol a proposito dei diari di Trentin è maggiore quando chi fa un lavoro malfatto si dà delle arie di superiorità, da intellettuale. Alla cura del diario di Bruno Trentin si è dedicato quello che viene presentato nel libro come uno “specifico gruppo di lavoro permanente”, emanazione della segreteria della CGIL (nota di Corazzol: “Auspico che permanente abbia a essere semmai il gruppo. Non il lavoro. I riposi a scadenze regolari sono un diritto antico quanto la creazione.”)

Verso la fine dell’intervento sul diario di Trentin, Corazzol si rivolge non allo “specifico gruppo di lavoro permanente”, al quale dedica la nota sarcastica che ho appena letto, ma direttamente al sindacato che una volta si chiamava dei lavoratori di scuola e università, e che da un po’ di tempo si chiama Lavoratori della conoscenza CGIL. Più di una volta Corazzol ha deplorato l’abitudine degli storici di cantare sopra la voce altrui (quella delle fonti), perciò mi guardo dal farlo: questa è la voce di Corazzol.

“Io (Ai lavoratori della conoscenza). Compagne, compagni! Amate le designazioni à la page (tutte creatività da chiodi?). Ottimo. Ma volete dirmi, in confidenza, come fate a sopportare una qualifica tanto scriteriata? Il mondo è diviso in due, lavoratori della conoscenza vs lavoratori e basta? Con voialtri, i lavoratori della conoscenza, nelle aule serene del tempio, ministri della luce. Fuori, un borgo buio stracolmo di Calibani inchiodati ai servizi manuali. Non posso credere. Adieu, lavoratori della conoscenza, à jamais.

Vero che sono vecchio, che le passioni di gioventù sono ormai braci incinerate, che alla riscossa sotto la luna non canto più, tutto vero, ma c’è ancora qualcosa in me che prende a bollire a fronte del fatto che la curatela dei Diari di T., affidata oltretutto non al solito tuttofare per i soliti quattro soldi, bensì a uno specifico gruppo di lavoro permanente costituito dalla “Fondazione Giuseppe Di Vittorio, d’intesa con la segreteria della CGIL” (quindi, se sbaglio mi correggerete, pagato con le quote di iscrizione di lavoratori e pensionati) non regga il paragone con quella del diario di Claretta Petacci. Altroché, se bolle.

Lavoratori della conoscenza! È giunta l’ora del vostro riscatto.

Aux armes! Adunata e contrappello! Nei vostri bataillons d’élite vuoi non ci sia un fantassin capace dell’umbratile misericordia di un’edizione decente? E, mi raccomando, cambiatevi il nome! Da subito! Alé. Non ne vedete il motivo? Fatevelo spiegare dal primo metalmeccanico, tessile, chimico, edile con cui vi capiti (se vi capita) di far due chiacchiere” (pp. 134-135).

Fin qui Corazzol. Faccio solo notare che la sua reazione non sarebbe stata così veemente se il libro non fosse stato pubblicato dalla casa editrice della CGIL. Perché ha voluto rendere pubblica la sua insoddisfazione? “Perché – credo – sempre Corazzol – che il primo segno di rispetto per la memoria di un dirigente del movimento operaio preveda, quando ci si occupi dei suoi scritti, di curarli secondo esige lo stato dell’arte” (p. 86). E dove è quell’abbassamento del registro stilistico che dicevo precedere una dichiarazione conclusiva? È nel passaggio centrale, prima dell’appello perentorio al sindacato a cambiare per prima cosa il nome. Rileggo il passaggio: “Vero che sono vecchio, che le passioni di gioventù sono ormai braci incinerate, che alla riscossa sotto la luna non canto più, tutto vero, ma c’è ancora qualcosa in me che prende a bollire” eccetera. I più vecchi sentiranno in sottofondo un coro di Avanti popolo alla riscossa mescolato alla voce di Claudio Villa che canta “Vecchia Roma, sotto la luna nun canti più/ Li stornelli, le serenate de gioventù”.

4. La recensione del libro di Luciano Mecacci dedicato all’uccisione nel 1944 di Giovanni Gentile, filosofo ufficiale del fascismo (La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Adelphi 2014) è un condensato di consigli per chi voglia fare ricerca storica. Ricordo che il libro di Mecacci ottenne il premio Comisso per la biografia.

“Ascoltami, caro lettore, per una volta che provo a parlare sul serio. Occuparsi di storia (se ne scriva o meno) significa essenzialmente intendere contesti” (p. 41). Tra i tanti esempi ne scelgo uno. Mecacci spiega il comportamento del partito comunista clandestino milanese nel 1944 come dettato dalla volontà di “coltivare l’egemonia culturale di gramsciana memoria” (p. 46). Scrive Corazzol: “non è interessante la notizia che negli ambienti comunisti milanesi le riflessioni di Gramsci sull’egemonia erano già pane quotidiano nella prima metà del 1944?” (p. 47). Per chi non conoscesse la storia della fortuna di Gramsci in Italia dico che i Quaderni del carcere di Gramsci furono conosciuti in Italia grazie a pubblicazioni avvenute dopo la guerra, tra il 1948 e il 1951.

Mecacci, osserva Gigi, indossa la toga del pubblico mistero. Da cosa si deduce? Dalla scrittura. “Capirete bene – osserva Corazzol – che a forza di una utensileria argomentativa fatta di deduzioni, congetture, giocoforza supporre, forse, implicitamente, e/o, prodiga di verbo al condizionale e congiuntivo, mi sono inquietato”, perché il genere storico “prevede si propongano pensiero, parole ed opere accertati” (pp. 51-52).

Scrivere di storia richiede una scrittura sorvegliata, che rifletta sulle parole. Ecco come Corazzol prende un brano di Mecacci e fa delle osservazioni puntuali sul lessico. Scrive dunque Mecacci: “Per il Duce [maiuscolo di Mecacci ndr] la tomba di Gentile doveva stare fra quella dei grandi della storia d’Italia […]. Il destino portò quindi Gentile nel Tempio degli Italiani [maiuscolo di Mecacci] celebrato dai Sepolcri di Ugo Foscolo – il poema che fu l’oggetto del suo tema d’italiano all’esame di licenza liceale” (p. 54). Commenta Gigi: “Primo. Non il destino: il duce [minuscolo, prego ndr]. Secondo. Il tema della maturità, obiettivamente, non c’entra gran che. Se Mecacci mirava a segnalare una coincidenza, sarà lui il primo a convenire che un termine come combinazione, o una formula come ‘il caso vuole’, eccetera, sarebbero stati assai più acconci di destino. Il libro offre anche il testo della lapide. In essa, scrive Mecacci, Giovanni Gentile viene ‘immortalato’. Non verbi neutri come definito/proposto/ricordato eccetera. Immortalato. Ma cosa vuoi immortalare avrebbe ululato dalla sua branda il piantone Giazza, sempre lodata la sua memoria (cfr Luigi Meneghello, I piccoli maestri, edizioni a piacere)” (pp. 54-55).

Non sto a dire l’influsso di Meneghello nella scrittura, e non solo, di Gigi. Di insegnamenti di Meneghello ne dico solo uno, riprendendo le parole di Corazzol: “che aver buttato giù le statue, scalpellato i fasci di gesso e dato una mano di bianco alle scritte più ebeti era doveroso, ma in fin dei conti robetta – che bisognava calarsi più giù, occuparsi del nostro senso comune, del nostro fascismo automatico, fisiologico, quello vero, che non sa di esserlo” (p. 59).

5. Come si sarà capito, a leggere Gigi Corazzol ci si diverte molto. Leggere per credere. A me non resta che scegliere un ultimo esempio, tra i tanti, per chiudere. Anzi, ne aggiungo uno ancora, perché parla di Feltre, dato il luogo in cui ci troviamo.

Scelgo tre pagine in cui Gigi presenta alcuni brani della biografia di Leo Longanesi, di Franco Gàbici, seguiti da giudizi tra parentesi sulle qualità stilistiche del biografo, che è Franco Gàbici. «“Mussolini, questo bisogna riconoscerglielo, badava più alle persone che alle idee” (psicologo), “possiamo dire che Leo la aveva fatta davvero fuori dal vaso”; (stilista, registro basso). […] Procedo per riassunto – scrive Gigi – con inserti d’autore. Mussolini nel 1932 proclama “aria al popolo” e scatena “il piccone demolitore” contro la vecchia Roma. Longanesi tuona contro “lo scempio edilizio”, ma la sua sarà “la classica voce che grida nel deserto”. Giusto per la precisione. Gridò nel novembre del 1950 (filologo)» (pp. 148-150).

Dicevo di un brano che parla di Feltre. Dal libro di Nicola Gardini, I baroni. Come e perché sono fuggito dall’università italiana, scelgo un passo in cui l’autore ricorda la volta che una collega le aveva telefonato per comunicargli che non era stato chiamato professore associato, dicendogli: «“Era scontato che toccasse a te. Era un tuo diritto. Che perdita per Feltre! La letteratura è finita! Quanto mi dispiace…” (Ovviamente finita per Feltre)» (p. 25).

Ovviamente la letteratura non è finita per Pedavena, come dimostra questo libro. Non sono io a tirare in ballo Pedavena. Ecco come l’autore di Improvvisi si presenta nel risvolto di copertina: “Gigi Corazzol è nato a Milano nel 1945. Nell’agosto del 1997 il comune di Pedavena (BL), previa ispezione da parte del giandarme borghigiano di tutta la casa, soffitte comprese, gli ha concesso la residenza. Per le spese si vale, cibi cotti eccettuati, del discount Prix di Feltre, sito in Via Alpago Novello 1”.

Nota. Testo del discorso tenuto all’incontro Improvvisi, di Gigi Corazzol, Caffè Letterario-Enaip, Feltre, 8 gennaio 2025. L’immagine di apertura è un dettaglio della copertina, che riproduce Spruzzino di Rosario Morra. La stessa immagine è ripresa nella quarta di copertina (riprodotta qui in parte, insieme all’aletta con la biografia dell’autore). La copertina Improvvisi ha il marchio Edizioni DBS, che hanno curato la stampa (172 p., finito di stampare settembre 2024); il libro non ha numero ISBN, né prezzo.

Archiviato in://, Letture Contrassegnato con: Piero Brunello

Di alcune lettere di eminenti toscani del Cinquecento

24/12/2024 di Ambrogio Barlafussi // Letture

Accantonare l’ultimo libro di Laurent Binet, scrittore francese di successo. Reazioni a un romanzo storico basato su cliché e meccanismi narrativi collaudati: carte ritrovate, epistolari, intrighi e omicidi da risolvere, umanisti detective nella Firenze del Cinquecento. 

“Qualche anno fa”, nel corso di un giro in Toscana B, trovandosi ad Arezzo, entra in una bottega “…alla ricerca di un piccolo presente da portare in Francia per i miei amici”. Il gestore, “un antiquario con un braccio solo”, “invece di una statuetta etrusca” gli “offrì delle vecchie lettere ingiallite dal tempo” (p. 12).

Cosa fa a quel punto B? Prima le “annusa con sospetto” poi le sfoglia “per assicurarsi che fossero autentiche”. Arrivato alla terza lettera basta. Affare fatto, anche se per “una bella cifra”. Come mai, direte voi? Vi risponderò con l’elenco dei firmatari delle 176 lettere costituenti il mazzo.

Diversamente da quel che ha fatto B (pp. 15-17) ve li proporrò (per esigenze della mia scienza di word) in ordine alfabetico per nome di battesimo. Tra parentesi il numero delle lettere scritte da alcuni tra i personaggi. Non di tutti. L’elenco alle pp. 269-274 (non numerate):

Agnolo Bronzino

Benvenuto Cellini (13)

Caterina de’ Medici, “regina di Francia”

Caterina de’ Ricci, “priora del convento di Prato”

Cosimo de’ Medici, “duca di Firenze”

Eleonora di Toledo, “duchessa di Firenze”

Ercole II d’Este, “duca di Ferrara”

Giambattista Naldini, “pittore, allievo e assistente di Pontormo”

Giorgio Vasari (34)

Giovanni Battista Schizzi, “reggente del ducato di Milano”

Jacopo da Pontormo

Malatesta de’ Malatesti “paggio del duca di Firenze”

Marco Moro (non nell’elenco), sindacalista (6)

Maria de’ Medici, “figlia maggiore del duca e della duchessa”

Michelangelo Buonarroti (11)

Paolo IV, “papa dal 1555”

Petronilla Nelli, “sorella di Plautilla”

Piero Strozzi, “maresciallo di Francia”

Plautilla Nelli, “priora del convento di Santa Caterina a Siena”

Sandro Allori

Vincenzo Borghini, “storico e umanista”.

L’elenco continua dando conto, per migliore intelligenza, di alcuni personaggi sovente citati (pp. 17-18):

Bacchiacca, “vecchio pittore”

Benvenuto Varchi, “un ex repubblicano divenuto storico del regime” (noto ai più come Benedetto, vedi in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 98, 2020, la voce di A. Andreoni. Nel testo, venendo a dir il vero, compare per cognome, almeno alle pp. 35, 81, 83, 94, 98, 106, 113, 132; mi auguro anche oltre ma non so)

Pier Francesco Riccio, “precettore di Cosimo”.

Una bella cifra? Credo bene.

A parte il sindacalista (Filca? Fillea?), vite tutt’altro, ma proprio tutt’altro, che minuscole. In altri, più grami, tempi mettere insieme un bouquet del genere avrebbe richiesto anni e anni di furti con destrezza in archivi e biblioteche. Ma glissons. Come ci confida B a p. 13 “esse formano un insieme che ho divorato fino all’alba e che poi ho ricominciato a leggere al mattino”.

Casomai qualcuno tra quelli ora al remo nelle galee del dottoramento fosse interessato a pensieri-parole-opere (e azioni) di questo o quello tra i personaggi sopracitati sappia che troverà le lettere in questione trascritte per esteso nel volume di Laurent Binet, Prospettive. Un’indagine criminale nella Firenze dei Medici, La nave di Teseo, Milano 2024.

Officiatura imprescindibile, stante che (cfr. risvolto di copertina) tutte le opere precedenti di Binet risultano tradotte almeno in venti paesi diversi come minimo. Una poi, del 2010, in quaranta e passa.

Avvertenza. Le lettere sono offerte in traduzione dal francese. Dal francese? Dubbio: vuoi mai che le mi siano farlocche? Licenze poetiche, con decenza parlando, del tipo Leonardo (da Vinci) detective, dalla prima all’ultima? Giorgio Vasari che indaga? Dottorandi, fratelli all’opra chini, in campana!

Per concludere. Siccome a me oggidì dei temi cardine del libro, ossia della Toscana del Cinquecento e del “manierismo” (p. 267), non me ne importa niente, una volta preso atto della Premessa, dell’Elenco dei corrispondenti e dell’Indice ho piantato lì. Adieu, à jamais.

Chissà, a parte il polar mozzafiato, quanta ironia sopraffina (un romanzo epistolare al dì d’incoeu! Ciùmbia![1]) mi sono perso e ciò “mentre … caco sangue” (p. 263) per vari motivi personali. Ô vieillesse ennemie.


[1] Da una tra le molte recensioni recuperabili in rete: “peut-être le premier roman policier historique épistolaire jamai ecrit”. «Du moins, je n’en connais pas d’autre» nuance l’auteur.” Cfr. Denis Cosnard, «Perspective(s)» de Laurent Binet: s’insérer dans les blancs de l’Histoire, “Le Monde”, 9 settembre 2023.

Archiviato in://, Letture Contrassegnato con: Ambrogio Barlafussi

Monti di pietà

24/11/2024 di Francesca Trivellato // Letture

Una studiosa di storia economica, delle reti mercantili globali in età moderna e di stereotipi antiebraici nel pensiero economico occidentale, visita una mostra d’arte contemporanea ai tempi della distruzione di Gaza, trovando tra gli oggetti esposti libri importanti nella sua ricerca. Con una nota della redazione.

A Venezia c’è ancora chi si ricorda di un certo andirivieni in una calle laterale tra San Cassiano e San Stae. Calle de Ca’ Corner de la Regina non è un’arteria di grande passaggio ma a certe ore del giorno si riempiva di persone umili che camminavano frettolose. Dal 1834 al 1969, infatti, il sontuoso palazzo fatto costruire dai discendenti di Caterina Cornaro, nota come la Regina di Cipro, ospitò il banco dei pegni gestito dal governo municipale, cui fu dato il nome di Monte di Pietà.

Un nome con una lunga storia alle spalle. I primi monti di pietà furono istituiti a metà del Quattrocento dai frati francescani con un duplice scopo: offrire prestiti di modeste entità a tassi d’interesse ridotti (non oltre il 5%) e in tal modo, si diceva, liberare gli strati più poveri della popolazione dalle vessazioni dell’usura ebraica. La loro funzione di microcredito era dunque inscindibile dalla persecuzione antiebraica.

A Venezia, prima dell’Ottocento, non era mai esisto un monte di pietà. Nel tardo medioevo, i francescani avevano aperto i loro banchi di pegno in molte città dell’entroterra veneto, comprese Padova, Vicenza, Verona, Castelfranco Veneto e Montagnana, mentre la Repubblica non diede mai loro il permesso di installarsi nella “Dominante”. Sia prima che dopo la creazione a Venezia, nel 1516, del primo quartiere ebraico denominato “ghetto”, la Repubblica volle tenere a bada i predicatori francescani lasciando la gestione del prestito su pegno agli ebrei e ai rivenditori di vino della città.

Monte di Pietà è ora anche il titolo di una mostra immersiva dell’artista svizzero Christoph Büchel ospitata a Ca’ Corner della Regina fino al 24 novembre 2024, in coincidenza con la 60a Biennale d’Arte.[1] Farne una descrizione concisa non è facile perché Büchel ha adottato una strategia critica mimetica, ovvero accumula oggetti fino all’inverosimile con l’obiettivo di denunciare gli eccessi dell’accumulazione capitalista e del degrado da essa causato. Ma siccome l’installazione si fonda su un principio associativo più che analitico, per decodificare gli accostamenti proposti, o almeno sussurrati, occorre dare conto degli elementi che li sottendono. Insomma, un riassunto è necessario per provare a cogliere quello che Büchel non dice ma sembra voler fare intuire.

Dentro e fuori dalla storia

Sia gli interni che l’esterno di Ca’ Corner della Regina sono stati ampiamente modificati. Le alterazioni volute da Büchel si snodano lungo due binari paralleli: da un lato vogliono ricreare, quasi filologicamente, le fattezze dello storico banco dei pegni nella sua sede originale; dall’altro fanno assomigliare il palazzo a una qualsiasi delle mille vetrine di negozi dell’usato, agenzie delle scommesse, cambiavalute, “compra oro” e sale da gioco in cui si incappa ovunque, facendolo così uscire dal proprio contesto storico. Questo doppio binario traspare già dalla facciata, visibile solo da un’imbarcazione o dall’altro lato del Canal Grande. Uno striscione riporta a lettere maiuscole: “VENDESI”. Alcune finestre sono tappezzate da pannelli che dicono “Fuori tutto / Liquidazione totale”. I colori sgargianti e la grafica di bassa lega richiamano quelli delle insegne da cui siamo bombardati in tutte le città del mondo. D’altro canto l’intitolazione sul timpano della porta d’acqua ripristina l’edificio alla sua funzione precedente: “Monte di pietà”. Il medesimo sdoppiamento si ripete all’interno del palazzo, che conserva gli affreschi e le decorazioni marmoree originali ma è stato spogliato il più possibile della sua eleganza per fare dello squallore l’estetica dominante. L’infrastruttura del banco dei pegni otto-novecentesco è stata ricostruita sulla base di fonti d’archivio, ma l’accostamento di oggetti di ogni epoca e di ogni provenienza sottrae il luogo al proprio passato e lo trasforma in un contenitore sospeso fuori dal tempo.

L’ingresso e il percorso

L’entrata dell’esposizione, dalla porta laterale del palazzo sulla calle omonima, è quella ben nota a chi in anni recenti si è recato alla Fondazione Prada di Venezia per altri eventi espositivi. Ma gli arredi della biglietteria rendono la stanza a mala pena riconoscibile per farla sembrare il tetro negozio di un compratore di gioielli usati. Così vuole la natura immersiva della mostra. A chi supera lo straniamento iniziale e acquista il biglietto (i prezzi non sono modici, tanto per rimanere in tema), al posto della solita audioguida viene consegnato un opuscolo malridotto che, dal titolo, si presenta come un “bollettino delle aste giudiziarie” emesso dal Tribunale di Venezia.

L’ingresso vero e proprio, una porta più in là, è buio e angusto. Ci si ritrova circondati da mucchi di vestiti logori e oggetti di ogni genere coperti di polvere: alcuni appoggiati su mensole di metallo, altri imballati in sacchi della spazzatura, altri ancora abbandonati sul pavimento. Impossibile farne un elenco completo – si va dalla porta sventrata di un’auto della polizia alle provette di un laboratorio medico. Non ci sono didascalie come di solito in una mostra, né pannelli esplicativi. Manca qualsiasi indicazione di percorso, a eccezion fatta della bacheca in cui sono esposte foto e documenti d’epoca riguardanti il monte di pietà ottocentesco (senza alcuna menzione, però, al legame tra quel nome e gli istituti francescani medievali).

Mi guardo intorno per cercare di cogliere le reazioni dei visitatori, che non sono molti. Alcuni camminano più velocemente di altri; i più sono visibilmente perplessi. A giudicare dai bisbigli e dalle espressioni del volto che riesco a intercettare, lo sconcerto è diffuso. Man mano che procedo mi rendo conto che la mostra si snoda in modo vagamente tematico sui tre piani: il piano terra è il più miscellaneo, cosa che amplifica lo sbigottimento del primo impatto; il mezzanino è dedicato al gioco d’azzardo e alla mercificazione di Venezia (lì i soffitti bassi accentuano il senso di claustrofobia); il piano nobile affianca una ricostruzione in parte realistica e in parte parodica degli sportelli del monte di pietà otto-novecentesco a una raccolta solo in apparenza caotica delle cose più improbabili.

L’eccesso in mostra

Si incappa in tutto e di più. C’è un pezzo raro in prestito dagli Uffizi (un ritratto di Caterina Cornaro di mano di Tiziano) accanto a un appendino di plastica e un asciugacapelli. C’è una valigia a cassettini estraibili riempiti di diamanti sintetici (l’unica opera d’arte realizzata da Büchel stesso). Ci sono antiche presse metalliche usate dalla Chiesa cattolica per marchiare le ostie secondo una tecnica che ricorda quella adoperata per le monete sonanti. C’è un kit di evacuazione distribuito dall’azienda Lehman Brothers ai dipendenti. Ci sono i libri di conti del Monte di Pietà di Napoli, alcuni posati su lavatrici a gettoni e circondati da cianfrusaglie. C’è la regalia della squadra di calcio locale e una foto dell’attuale sindaco di Venezia, che si trova sotto inchiesta giudiziaria. Ci sono prove dei risarcimenti pagati agli ex proprietari di schiavi ad Haiti e le catene poste ai piedi dei somali dai coloni italiani. C’è un frigorifero self-service riempito di bevande energetiche che tengono svegli programmatori e utenti di videogiochi che a loro volta creano dipendenza. C’è un pezzo di stoffa con il logo di Prada steso sugli scaffali vuoti di una mensa per i poveri e una rivista patinata con Miuccia Prada in copertina accanto a un posacenere pieno di mozziconi di sigaretta sul banco di una guardia di sicurezza notturna. C’è un manifesto che accusa la Biennale d’Arte di aver intensificato il turismo fino a deturpare Venezia e una scritta sul retro di una cornice vuota che recita “La Biennale è fascista”. E la lista è lungi dall’essere completa.

Di queste migliaia di oggetti (perché anche senza contarli sono di certo migliaia, non centinaia), solo 147 sono contrassegnati da un numero. Ecco a cosa serve il presunto bollettino d’asta: lì si trovano descrizioni di questo sottogruppo di oggetti. Sono descrizioni a dir poco sommarie. Dunque anche i più diligenti che consultano il bollettino, e sembrano essere in pochi, non apprendono granché. Così si legge al numero 24: “Prestito ipotecario generale di 200.000£ del Principato di Poyais, 1823, firmato dal maggiore William John Richardson, incaricato d’affari di MacGregor’s a Londra, formato grande, stampa nera e blu di Whiting con classico disegno in alto, cedole ai lati, un paio di piccoli strappi ai bordi”. Manca però il succo della storia: Gregor MacGregor, avventuriere scozzese, architettò una delle maggiori (e meno note) frodi della finanza internazionale moderna, sollecitando investimenti per la colonizzazione di un immaginario regno di Poyais in Centro America.[2]

Vera occasione mancata è la descrizione di due statue di san Bernardino da Siena, targate 50 e 77, una del 1490 e una di metà Settecento. Nessun accenno al fatto che il santo appartenne all’ordine dei francescani, fondatori dei monti di pietà, e fu uno tra i più infervorati istigatori delle folle di fedeli cristiani contro usurai, prostitute ed ebrei.

Tra pianificazione puntigliosa e camuffamento

A dispetto della confusione generale che regna nelle sale, tutto è stato meticolosamente pianificato, compresa la superficialità di queste descrizioni e l’apparente accozzaglia di oggetti. Un team diretto da Chiara Costa, Head of Programs della Fondazione Prada, ha assistito Büchel per ben due anni nella preparazione del progetto.[3] Un lavoro di ricerca massiccio condotto su scala sia globale che locale. Ecco che il sottofondo musicale in una delle sale del mezzanino adibita a casinò è l’iconica Pin Floi (Pink Floyd) dei Pitura Freska, satira pungente delle conseguenze devastanti che il turismo di massa ha avuto su Venezia. Per qualche anno il gruppo musicale dei Pitura Freska raggiunse una certa fama in tutta Italia pur cantando in dialetto veneziano. Ma oggi, chi tra i visitatori, per la maggior parte stranieri, è in grado di riconoscerla?

Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Quelli citati dovrebbero bastare a mettere a nudo il paradosso di questa mostra: ogni dettaglio è stato scrupolosamente progettato ma l’artista ha cancellato quasi ogni traccia di questa ricerca minuziosa. Dico quasi perché Büchel dissemina il percorso di qualche indizio.

Una targhetta è apposta alla porta chiusa sul primo pianerottolo: “D. Graeber”. Chi la scorge? A chi il nome dice qualcosa? In un angolo del piano nobile, accostato al muro e non facile da notare, vedo la copia usata di un libro dalla copertina rossa: Il debito. I primi 5000 anni di David Graeber.[4] È un oggetto della mostra, e in quanto tale non lo si può sfogliare. Pertanto funziona da indizio solo per chi ne conosca già i contenuti.

Morto prematuramente durante una visita a Venezia nel 2020, David Graeber era un antropologo e attivista divenuto figura di spicco del movimento Occupy Wall Street. Il suo best-seller è al contempo omaggio e filo di Arianna con cui farsi largo nel labirinto della mostra. Per chi non l’avesse letto, Il debito. I primi 5000 anni è un testo colmo di citazioni accademiche ma accessibile al pubblico più ampio. La prima parte, di taglio antropologico, è tesa a dimostrare che il debito ha creato gerarchie e conflitti in tutte le società umane, anche quelle che una volta erano dette “primitive” e immaginate come armoniose ed egalitarie. La seconda parte del libro è una carrellata storica che va dalle tavolette cuneiformi sumere del 3500 a.C. ai giorni nostri. Pagina dopo pagina Graeber insiste a parlare di debito, mai di credito. Non c’è scambio economico né denaro senza debito; eppure il debito trascende la sola sfera economica e diventa sinonimo di organizzazione sociale. L’indebitamento struttura tutte le istituzioni e tutte le relazioni umane veicolando disuguaglianze e dominazione.

Questo è anche il messaggio della mostra: ogni ambito della vita è permeato dal debito e il debito comporta sempre violenza e oppressione, che si tratti delle stecche del corsetto regalato da un fidanzato alla futura moglie come pegno d’amore (lotto 49), della montagna di oggetti mai reclamati da chi si era visto costretto a lasciarli al banco dei pegni o della licenza rilasciata alla South Sea Company inglese nel 1713 per la vendita di schiavi africani nelle colonie spagnole nelle Americhe (lotto 104).

A questo punto, mi accorgo di star covando non poca frustrazione. L’appiattimento di ogni specificità e dimensione storica porta a fare di tutta l’erba un fascio. Mi viene la tentazione di riassumere l’intera mostra con le parole di un’altra canzone dei Pitura Freska: “ma quei che ne comanda / i xe sempre ‘na bruta banda”. Troppo presto.

Ulteriori indizi

A ben guardare, c’è un altro filo conduttore che si dirama lungo i tre piani dell’installazione. Gli indizi in questo caso non devono nulla a Graeber. Sono una serie di oggetti, sparsi qua e là, associati agli ebrei, alla Germania nazista, alla Palestina e allo stato di Israele. Nessuno compare nel bollettino dell’asta giudiziaria che funge da guida parziale alla mostra. Sta ai visitatori individuarli e interpretarli.

Lasciatemi elencare quelli che ho notato (non mi stupirei se me ne fosse sfuggito qualcuno): due manifesti del film L’uomo del banco dei pegni (1964) di Sidney Lumet, il cui protagonista è un sopravvissuto di Auschwitz; una copia della cosiddetta Dichiarazione Balfour del 1917; una lettera del 1948 dell’ambasciatore degli Stati Uniti alla Commissione delle Nazioni Unite per la Palestina; il catalogo dell’arte degenerata compilato dai nazisti; una teca di vetro contenente un candelabro a sette braccia con una stella di Davide accanto a vari oggetti civili e militari risalenti a diversi periodi storici, tutti provenienti dalla regione della Palestina; “La mappa di guerra dello Stato di Israele”, stampata a Tel Aviv e raffigurante i confini tracciati il giorno della tregua, il 18 luglio 1948; una mappa geografica della Palestina in tedesco con gli antichi regni biblici a fianco di un pannello con i triangoli colorati usati dai nazisti per identificare i gruppi da loro perseguitati (rosso per i prigionieri politici, giallo per gli ebrei, rosa per gli omosessuali, ecc.); alcune monete commemorative emesse quando l’allora presidente Donald J. Trump trasferì l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme nel 2018; un videogioco con un punto interrogativo nel sottotitolo: “Conflitto: Medio Oriente; guerre arabe/israeliane 1973-?”; una t-shirt con il logo della Coca-Cola scritto in ebraico e due magliette con il logo della “Palestine Football Association”. Solo all’uscita, percorrendo a ritroso Calle di Ca’ Corner della Regina, capisco che un’immagine sbiadita incollata sul muro esterno del palazzo non è un pezzo di street art ma appartiene alla mostra. Si tratta di una resa grafica della foto di un padre che piange il figlio morto, scattata a Gaza dal fotoreporter Mahmoud Bassam il 17 ottobre 2023 e divenuta tristemente celebre.

Ripeto: nessuno di questi oggetti è etichettato o commentato in alcun modo. Una deroga a questa regola mi pare, tuttavia, offrire una chiave di lettura attendibile.

Il “museo del debito e della guerra”

In una stanza laterale al piano terra, tra le macerie di un bombardamento aereo, sono accatastati l’uno sull’altro diversi sacchi di cemento. Il nome della ditta, Nesher, e le parole in lettere degli alfabeti ebraico e arabo non lasciano dubbi: il cemento è prodotto un’azienda israeliana. La targa all’ingresso della sala recita “Museo del debito e della guerra; orari di apertura: tutto l’anno / tutti i giorni su prenotazione”. Su prenotazione? Tocco d’ironia per segnalare l’indifferenza generale verso la devastazione causata da tutte le guerre o solo dagli orrori della guerra di annientamento in corso a Gaza?

La sala adibita a “Museo del debito e della guerra” è tutt’altro che l’unico riferimento allo stanziamento di fondi pubblici per la mobilitazione bellica. Al piano superiore si è accolti da attrezzature militari pesanti che nulla hanno a che vedere con gli oggetti impegnati in un monte di pegni di qualsiasi epoca. Prove della funzione svolta dal debito pubblico per lanciare guerre di aggressione e di conquista coloniale si moltiplicano. Il lotto 140 presenta i buoni del tesoro emessi da diversi stati per finanziare le rispettive campagne militari nel corso del XX secolo. Insomma, mentre la condanna dalle guerre sovvenzionate dal debito pubblico è onnipresente, Israele è il solo a comparire nella sala espressamente dedicata a questo tema.

Siamo ai primi di agosto e in previsione della mia visita leggo vari resoconti della mostra apparsi in quotidiani e periodici più o meno autorevoli. Nessuno mi prepara. Neppure un’avvisaglia alle allusioni scivolose ai nessi tra ebrei, debito e strapotere economico a fianco della riprovazione della politica israeliana. Neppure un cenno al retaggio antisemita dei monti di pietà. Rimango esterrefatta al punto di decidere di tornare una seconda volta per verificare e approfondire la cosa. Parlarne con amici e conoscenti conferma i miei timori: la maggior parte non conosce Graeber e solo una persona ha scorto, come me, molte tracce che riconducono agli ebrei e a Israele nel marasma generale della mostra. Nel mio caso, a farmi intravedere gli indizi disseminati da Büchel non sono motivi identitari, per così dire, bensì professionali, dato che mi occupo di storia economica e ho studiato gli stereotipi antiebraici nel pensiero economico occidentale.[5] Inevitabilmente mi chiedo chi scorga che cosa tra i cumuli di materiale esposto. Non solo l’artista priva i visitatori di qualsiasi orientamento, ma ci vuol pazienza a soffermarsi su ogni oggetto, in ogni stanza, a ogni piano.

Giocare a nascondino, giocare col fuoco

Con questo allestimento sovversivo degli schemi abituali Büchel favorisce le libere associazioni, lasciando che ciascuno tragga le proprie conclusioni. Il problema delle libere associazioni è che raramente si possono dire libere. Ognuno porta con sé un bagaglio di presupposti e preconcetti. I sottintesi si prestano a essere fraintesi.

Durante la mia prima visita vedo (e fotografo) una scritta a pennarello “Nakba 1948” sulla lavagna su cui è affissa anche la Dichiarazione Balfour del 1917. Quando torno due settimane dopo, la scritta non c’è più. Opera di qualcuno che ha preso sul serio il proprio ruolo di spettatore partecipante e magari ha interpretato la mostra come filoisraeliana? Oppure di un visitatore che, salendo al mezzanino dopo essersi addentrato nel “Museo del debito e della guerra”, voleva rincarare la dose contro Israele? Possiamo addirittura immaginare che alle guardie di sala sia stato detto di scrivere e cancellare “Nakba 1948” a diverse ore del giorno? Più probabile che abbiano intercettato l’indebita aggiunta solo tardivamente e prontamente ripulito la lavagna.

Un ulteriore segnale della molteplicità di prospettive con cui ci si può avvicinare alla mostra arriva il 13 settembre 2024 con la richiesta da parte del rappresentante della European Jewish Association di rimuovere documenti e artefatti che “ripetono triti luoghi comuni antisemiti”[6] – richiesta alla quale, stando a quanto riferito da un giornalista ben informato, la Fondazione Prada non ha dato risposta.[7] Personalmente avrei preferito che la critica fosse arrivata da una voce meno di parte. Un paragrafo della circolare della European Jewish Association spiega i motivi del mio rammarico: “Non capisco come la Fondazione Prada possa non aver notato i chiari topoi antisemiti in mostra nell’installazione. Se lo hanno notato o meno è irrilevante, ma tutti gli ebrei e tutti gli israeliani che hanno visitato l’installazione hanno subito colto dove volesse andare a parare perché abbiamo visto ripetersi il problema durante tutta la storia umana.” Si noti lo slittamento dal pronome personale singolare (io) a quello plurale (noi) e l’abbinamento tra ebrei della diaspora e cittadini di Israele (fra questi ultimi, va ricordato, oltre il 20% è palestinese).

Si torna sempre lì. Da un lato, la protesta da parte di chi si fa portavoce di “tutti gli ebrei e tutti gli israeliani” brandisce lo spettro di un antisemitismo eterno e immutabile, che facilmente si tramuta in scusante di azioni politiche e militari ingiustificabili e finge di ignorare le divisioni all’interno dell’opinione pubblica ebraica riguardo alle politiche israeliane in Medio Oriente.[8] Dall’altro, volendo condannare la violenza perpetrata dallo stato di Israele nei confronti dei Palestinesi, la mostra rischia di favorire – più o meno consapevolmente – libere associazioni di stampo antisemita.

Mi si potrà obiettare che Büchel è un artista, non un diplomatico o uno studioso. Non ci aspettiamo da lui un programma politico coerente, né tanto meno una dissertazione accademica. Monte di pietà vuole essere prima di tutto un’esperienza visiva e sensoriale, tanto che sotto un titolo ben preciso l’artista accomuna un coacervo di temi – la mercificazione dell’arte, lo strapotere dei media e delle grandi aziende, il dilagare di povertà e indebitamento, l’onnipresenza del gioco d’azzardo, l’aumento incessante del debito pubblico e il suo legame a doppio filo con l’apparato bellico.

Eppure, l’attentissima cura con cui sono stati selezionati gli oggetti ci dice che non si tratta di scelte innocenti né tanto meno casuali. Ciò ci autorizza a utilizzare gli indizi disseminati lungo il percorso espositivo per far crollare il castello di carta costruito da Büchel. E ce ne sono ancora. Al terzo piano, non lontano da dove vengono ricostruiti gli sportelli del monte di pietà, su un tavolo disposto come se fosse quello di una studiosa o di un curatore di museo, sono posati, in buon ordine, libri autorevoli sulla storia della banca e dei banchi di pegni, le loro architetture e rappresentazioni nelle arti visive. Tra i titoli ben allineati ne intravedo uno di Giacomo Todeschini, Il ghetto e la banca, il quale, da solo, basterebbe a smantellare le insinuazioni antisemite suggerite da Büchel. Todeschini, grande studioso dei linguaggi economici tardo medievali, ha infatti dimostrato come, per secoli, i pensatori cristiani abbiano brandito polemicamente lo spettro dell’avarizia degli ebrei per difendere l’utilità pubblica della finanza cristiana.[9]

A voler essere benevoli si potrebbe pensare che Büchel, o uno dei suoi collaboratori, abbia inserito Todeschini in mostra per disinnescare le illazioni antisemite che vi serpeggiano. Ma in quanti conoscono i lavori di Todeschini a sufficienza da suffragare una tale ipotesi? Una volta di più mi chiedo come possa la maggior parte dei visitatori decifrare la miriade di riferimenti sibillini volti a orientare la loro esperienza immersiva. Tant’è che per alcuni qualunque associazione tra ebrei e debito rafforzerà pregiudizi preesistenti, mentre, in altri, come si è visto, ha provocato un forte rigetto. C’è poi chi non si accorgerà di nulla – occasione mancata per altri motivi. Büchel si nasconde dietro una pedagogia fatta di omissioni e congetture: a che pro?

L’ambiguità come scelta

All’uscita, fermandomi in biglietteria per ritirare la borsa che avevo dovuto lasciare in deposito, chiedo se sia possibile acquistare un catalogo della mostra. Siamo a tre mesi dall’inaugurazione e mi viene detto che un catalogo è in corso di preparazione. Finalmente a ottobre Filippo Benfante mi informa che il volume è apparso online e me ne procuro una copia (al momento disponibile solo in inglese). Com’era prevedibile, l’aspettativa di ricevere qualche chiarimento in più da parte dell’autore o da critici chiamati a commentare la mostra svanisce immediatamente.

Di aspetto, il catalogo somiglia a un messale: copertina nera, titolo in oro, due fettucce segnalibro rosse, alcune delle quasi mille pagine in caratteri gotici. Il contenuto corrisponde alla filosofia della mostra. A differenza di un tradizionale catalogo, non vi si trova alcuna scheda sul materiale esposto o saggio interpretativo, bensì 120 brevi estratti da classici e meno classici, raccolti in ordine cronologico dal libro della Genesi a lavori accademici recenti. L’eterogeneità è grande; la prevalenza è di opere del XX secolo di autori per lo più occidentali (compreso Graeber); il legame con i temi della mostra è più o meno evidente. Un cenno alla rivalità tra banchi di pegno francescani ed ebraici figura a pagina 337, in un saggio di Maria Giuseppina Muzzarelli, mentre Todeschini non compare nel volume e i passi del trattato sui contratti di Bernardino da Siena omettono le sezioni sugli ebrei come usurai. Due testi, firmati uno da Megan O’Toole e uno da Nizar Hassan, descrivono gli sforzi titanici per tenere in piedi una stanza-museo della storia e della cultura palestinese nel campo profughi di Shatila, a Beirut, e dunque per resistere alla negazione dell’esistenza di tale storia e cultura. A seguire, il sermone di un rabbino ortodosso, Berel Wein, che gioca sul doppio significato, letterale e metaforico, delle parole accountability e bankruptcy, che da gergo economico sforano in quello etico. Per Wein, la responsabilità individuale (accountability) è centrale nell’ebraismo e allontanarsi dagli insegnamenti della Torà equivale ad andare in bancarotta. Come interpretare questo e altro di cui il catalogo straripa?

Domenica 24 novembre 2024, a chiusura della mostra, si terrà una simulazione dell’asta annunciata dal bollettino distribuito ai visitatori. Una finta asta di un finto monte dei pegni in un palazzo sul Canal Grande che Prada ha acquistato nel 2011 dal Comune di Venezia per 40 milioni di euro. La denuncia degli eccessi del capitalismo finanziario sponsorizzata da una grande firma della moda internazionale con un fatturato aziendale, nel 2023, di oltre 5 miliardi di dollari.[10] Dei confini piuttosto labili tra condanna del governo di Israele e stereotipi antisemitismi. Un condivisibile impulso anti-gerarchico che sconfina in diniego di ogni forma di competenza. L’arte contemporanea può ancora scandalizzare. In questo caso non per le ragioni volute dall’artista e dai suoi promotori.

Nota della redazione. Francesca Trivellato ha già pubblicato su altrochemestre.it la sua lettura di un libro di Maria Antonietta Visceglia dedicato a Elena Fasano Guarini. Nel suo recente Ebrei e capitalismo (qui citato alla nota 5) ha studiato la longevità e la diffusione in Europa, a partire dal Seicento, della leggenda che, falsamente, attribuiva agli ebrei l’invenzione della lettera di cambio, mostrando come approdò anche tra gli autori delle grandi teorie sulla nascita del capitalismo (Marx, Sombart e Weber). Segnaliamo inoltre Il commercio interculturale. La diaspora sefardita, Livorno e i traffici globali in età moderna, trad. it. di Andrea Caracausi, Barbara Di Gennaro Splendore, Francesca Trivellato, Viella, Roma 2016, e la raccolta di saggi Microstoria e storia globale, trad. di Filippo Benfante, Officina Libraria, Roma 2023. 

Ringraziamo Francesca Trivellato per averci proposto la sua lettura di una mostra, e per la sua disponibilità a discutere le nostre obiezioni. Le opinioni contenute in questo articolo non impegnano la redazione, che conta di ricevere altri punti di vista sulla mostra, sul lavoro di Büchel e sulle questioni sollevate.

(Tutte le immagini di questo articolo sono di Francesca Trivellato.)


[1] Si veda https://www.fondazioneprada.org/project/monte-di-pieta/.

[2] Studi recenti hanno approfondito questo episodio: Damian Clavel, “What’s in a Fraud? The Many Worlds of Gregor MacGregor, 1817-1824”, Enterprise & Society, 22, 4, 2021, pp. 997-1036; Clavel, Créer un pays, le royaume de Poyais. Gregor MacGregor, emprunts d’État et fraude financière 1820-1824, Livreo-Alphil, Neuchâtel 2022.

[3] Così stando a un’email di Costa riportata in Scott Reyburn, This Enormous Artwork Turns a Palace into a Pawnshop, “New York Times”, 14 agosto 2024.

[4] David Graeber, Il Debito. I primi 5000 anni, trad. di Luca Larcher, Alberto Prunetti, Il Saggiatore, Milano 2012.

[5] Mi permetto di rinviare a F. Trivellato, Ebrei e capitalismo. Storia di una leggenda dimenticata, trad. di Filippo Benfante, Francesca Trivellato, Laterza, Roma-Bari 2022. Discuto la mostra di Büchel anche in F. Trivellato, Toutes les dettes ne se valent pas, “Annales. Histoire, Sciences Sociales”, 79, 3, 2024.

[6] Mia traduzione dall’originale inglese firmato rav Meanchem Margolin e pubblicato online: https://ejassociation.eu/eja/fondazione-prada-called-on-to-remove-artful-antisemitism-on-display-in-venice-by-european-jewish-association/.

[7] Gregorio Botta, Non per soldi ma per denaro, “la Repubblica – Robinson”, domenica 13 ottobre 2024, p. 41.

[8] Basti pensare agli appelli di Jewish Voices for Peace, uno sottoscritto anche in Italia e agli interventi pubblici di alcuni esponenti del mondo ebraico italiano; tra tutti, si veda Stefano Levi Della Torre intervistato da Eleonora Camilli, Da ebrei denunciamo lo sterminio a Gaza. Siamo contro il sostegno acritico a Israele, “La Stampa”, 15 aprile 2024 [ndr si può leggere online nel blog di Francesco Macrì].

[9] Giacomo Todeschini, Il ghetto e la banca. Una storia italiana (secoli XIV-XVI), Laterza, Roma-Bari 2016.

[10] Si veda online: https://companiesmarketcap.com/prada/revenue/.

Archiviato in://, Letture Contrassegnato con: Francesca Trivellato

Araldica in Prealpe

21/11/2024 di Bellatino Ciabòt Capuzzoni // Letture

Storia, erudizione municipale e stemmi di famiglia; amministrazioni pubbliche e agenzie per la valutazione della ricerca. Leggere un libro prestato da un amico.

Ieri, 23 agosto 2024, all’una un amico in visita mi presta gli Atti del primo Festival dell’araldica di Feltre. Stemmi, sigilli monete simboli. Festival che si è tenuto nell’autunno scorso. Finito di stampare? Luglio 2024.

– Appena uscito, mi informa l’amico – una primizia.

Una scorsa all’indice ed eccomi d’un balzo al saggio del professor Franco Cardini.

“La luna è simbolo lunare per eccellenza: è tautologico il dirlo”.

Come no? Tanto il punto mi vinse che feci come Paolo e Francesca con un libro che non mi ricordo. Basta leggere avante. Basta per oggi, si capisce[1]. Fa un caldo da schiaffi. Adesso come adesso, vedano, mi farò un chinotto.

*

24 agosto mattina, in una stanza del piano di sopra sul seggiolone d’ordinanza, con un caldo anche peggio di quello di ieri, smutandato sì, ma senza chinotti (finiti ahimé), eccomi, rugosa e brunazza la faccia, a ruminare gli introibo delle due curatrici. Vamos con quello di Viviana Fusaro, sindaco.

“Feltre è la sua storia.”

Lo scopo della silloge? Lo illumina l’explicit:

“capire meglio Feltre e (è) la sua storia”.

Da sapere, scrive accorata la socia in curatela[2], vale a dire la professoressa Fabiana Savorgnan Cergneu di Brazzà, italianista a tempo indeterminato nell’università di Udine, che viviamo tempi di materialismo. Il nano-belva che da millenni spadroneggia nell’interior-vegetativo di noi (diagnosi mia), quel malvagio, ci fa camminare a testa china con gli occhi al cellulare piuttosto che “mirando ciò che [ci] attornia”. Meno male, dico io da spiritoso insulso, manca mai che spari.

Trionfo del badalucco? Speranze no? Il sol dell’avvenire tramontato per sempre?

Tranquilli. Non mancherà l’alba novella. Sarà un’alba radiosa, di sintesi, con la “risoluzione definitiva del dualismo del positivo e del negativo, del bene e del male, della luce e delle tenebre, di Orzmud e di Arimane…” tipo Hegel per intendersi, o, in subordine, qua da noi, di Francesco Sanseverino, quel valoroso giovine di Napoli centro[3].

Col portatile bensì (non vorrai mica lasciarlo a casa?), ma restituendo alla Kultur tutto quel che le spetta. Avrete certo lo “sguardo chino sul cellulare all’istante (giusto un’occhiata veh! vi curo), ma con la vista spaziosa del tempo [sarete ndr] alla caccia (e dagli con la mira) di scudi di pietra, di intagli lignei, di lacerti di affreschi”. E perché mai anche non di qualche affresco tutto intero e in buono stato? Cosa dite? Altra spiritosaggine. Erubesco. Scusino.

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L’indice attesta che, al netto delle cerimonie, i contributi sono dieci. Araldici tutti? Anche quello (pp. 33-45) del professor Marcellino Vetere, psicologo, “prof. a c. [professore a contratto ndr] presso Università Cattolica Milano”? Innegabile che il sunto (italice abstract) principii come segue:

“Analisi della famiglia e del ruolo della coppia al suo interno in prospettiva storica e alla luce dei rilevanti cambiamenti sociali degli ultimi anni”.

Come c’entra la coppia sderenata d’oggidì con campi, arme, brisure? Calma. Se c’è, un motivo ci sarà. Non si sa la potenza delle secrete vie, dei modi misteriosi? E poi, convenite, è sempre buona norma lasciare ai dotti qualche soggetto di ricerca.

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Va bene menzionare i curatori ma avrà pure un autore responsabile questa raccolta! Dicci orsù. Riscusino la menda. In due salti vi corro a servir (ammicco spiritoso). Ecco. Associazione Nobiliare Regionale Veneta (maiuscole loro). Risulta di certo in capo. Ma è autore per modo di dire. Un patrono illuminato, piuttosto.

La casa editrice? Non delle più note ma, a ogni modo, specializzata nel ramo, con sede a Venezia acqua, quella ponti campi calli fondamenta. Ragione sociale? Musa Talìa (anche qui iniziali maiuscole). Confesso che di questa musa qua non ne sapevo, da quell’inveterato ignorante in muse che sono, quantunque a parole gran picchiapetto di Euterpe e anche un po’ di Clio. Talìa, imparo da Wikipedia, è quella della commedia e della poesia leggera. Ottimo. Regala buon umore.

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Torniamo al volume. Tra benedicite, saggi e indice sono 201 pagine.

Saverio Simi de Burgis con Il patriziato lucchese dei Simi de Burgis ne occupa il 18,4% (pp. 137-174). Quante Gustavo Mola di Nomaglio col suo L’araldica: una finestra aperta sulla storia (pp. 77-113). Una poliedrica, ariosa specola, quest’ultima, sulla “araldica in quanto disciplina storica”, succulenta per soprammercato di umori antigiacobini, rannobilita da un intrepido crucifige per la violenza “isterica ed effimera” scatenata dalla rivoluzione francese (pp. 96-98).

Da Mola di Nomaglio si impara che l’“araldica quale disciplina storica” è certificata für ewig da tre saggi seminali, quindici pagine sane (vedi la nota 10 a p. 89). Noti da tempo (1951, 1952 e 1958). Di un quarto, edito a Bologna nel 1963, altrettanto lucifero se non di più, non viene purtroppo offerto il paginato. Suppongo sia altrettanto breve. Ed è bene. L’evidenza meno ciancia più splende. Anche perché ben di rado avviene che delle parole affermative e sicure di una persona autorevole non tingano del loro colore la mente di chi le legga. Numerose e congrue le esemplificazioni relative alle “testimonianze blasoniche lasciate dalle dinastie che sovraneggiarono su entità territoriali più o meno vaste” (p. 90).

“Un grande e universale linguaggio, trasversale ai tempi e ai luoghi” quello dell’araldica, aggiunge Savorgnan Cergneu di Brazzà. Non fosse così, l’ ANVUR (Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca ) avrebbe mai incluso il “Notiziario dell’Associazione Nobiliare Regionale Veneta” (nato nel 2009) nell’eletta schiera delle riviste “scientifiche” (p. 9)? Ciò a far capo dal 2017[4].

Sagacissimo infine il memento di Mola (p. 101 e nota 27) circa “la grande influenza sull’economia” dell’araldica (e dunque sui PIL d’antan). Ciò grazie alla produzione artigianale “capillarmente diffusa e […] sempre più esigente e sofisticata” di manufatti araldici. A proposito di denari. Non sono cose di cui m’intenda, ma immagino che tra arriva e parti, discorsi in renga e relativa stampa in volume, di euri ne siano stati fusi, per così dire, una cifra.[5]

Torniamo a Simi de Burgis. Il fil rouge? La sua famiglia, la sua propria di lui, i.e. mamma-babbo-zie-nonni eccetera (l’abstract parla a giusto titolo di ego-storia). Per extra bonus, sapienti pennellate sulla stagione lucchese della casata[6] più due poesie del babbo, Domenico Simi de Burgis, una sull’amore, l’altra su Cassano Murge, tratte entrambe dalla “antologia di sillogi”[7] Poesie (1941-1996) edita nel 1996 da Lacaita, Manduria-Bari-Roma (p. 172, nota 41).

*

Officiati i corposi saggi di Mola di Nomaglio e di Simi De Burgis, mi preme ora di raccomandarvi altri due contributi, più agili ma non meno intriganti (nel senso più pieno del termine). Il primo, Un esempio contemporaneo di araldica dinamica, tratta degli stemmi sceltisi dal beato Albino Luciani una volta eletto papa. L’autore Paolo Fabris. Di lui non so dirvi se non quel che leggo a p. 47, ossia che è un ricercatore indipendente. Araldica “dinamica”? Cosa sia? Lasciamo ce lo spieghi Fabris, con un dettato ricco di ambi, triadi e quaterne:

“…nascevano gli scudi che venivano personalizzati dal proprio titolare, anche con aggiustamenti successivi, nel perseguire l’esigenza durante la propria vita, nell’evolvere del proprio cursus honorum (ambo), di modificare, integrare, arricchire (triade) il proprio stemma, con segni che richiamassero il nuovo grado, il più recente possedimento, l’ultima impresa, la definitiva alleanza, (quaterna)” (p. 48).

Insomma dinamica vuol dire che il titolare di uno stemma, se crede, può cambiarlo come gli pare e piace. Fabris passa poi a una questione di sicuro interesse per noi compatrioti in carica del beato Albino. Va saputo infatti che i

“discendenti di famiglia che abbia dato alla chiesa un vicario di Cristo possono ‘essere ricevuti come Cavalieri di ordine e devozione’ dell’Ordine di Malta purché discendenti per linea retta mascolina da un fratello consanguineo o nel più largo dei casi dall’avo del sommo pontefice”.

Questo in teoria. Amara la pratica, al solito. Amarissima anzi per noialtri bellunesi (ma, per una volta, non per colpa del solito rapinoso clan trento-bolzano). Considerino, prego.

“Quando nel 2000 l’Associazione Nobiliare Regionale Veneta del Corpo della Nobiltà Italiana (grassetto mio) si apprestava a redigere e pubblicare il proprio Elenco ufficiale regionale ci si pose la questione di come gestire al meglio la posizione dei discendenti del fratello di papa Giovanni Paolo I […] se inserirli come ‘nobili romani’. Posto il quesito alla Segnatura apostolica venne risposto sinteticamente, in modo perlomeno opinabile, un non liquet per maturata desuetudine”.

Imparo che in gergo forense non liquet vuol dire non è chiaro. Ma ditemi, in verità, non vi par chiarissimo lo sfregio?

*

Il secondo è quello di monsignor Enrico Dal Covolo, “vescovo tit. di Eraclea, assessore nel Pontificio comitato di scienze storiche” (p. 175). A lui, nel saggio intitolato Nomen omen. Perché gli ecclesiastici usano gli stemmi (pp. 175-180), il compito di illustrare origini, significato e attuali funzioni dell’araldica ecclesiastica. Un ragguaglio che, stando al sottotitolo Ovvero guardare oltre il Tomatico, monsignor Dal Covolo ha buoni motivi per considerare indispensabile per noialtri di qua, bellunesi deretani, estremi, da Feltre e paesi limitrofi.

Ma attuffiamoci nella lettura. Origini, significato e funzioni dell’araldica ecclesiastica? Dubbio il chiarore della lampada. Venti righe. Le prime di p. 176. Tutto il resto (pp. 176-180) sono affondi raggianti su “Il mio stemma di vescovo, anche perché in esso è incluso quello della mia famiglia, la nobile famiglia feltrina dei Dal Covolo” (p. 175). Segue l’indirizzo di Feltre: “Largo Gastaldi 7”. L’indirizzo? Per via? Pro postino? No certo. Chi spedisce ormai lettere?

“Forse qualcuno di voi, magari senza avvedersene, molte volte ha calpestato nel marciapiede la lince rampante, quello stemma che trattiene gelosamente tanti gloriosi ricordi…” (p. 180).

L’avete fatto? Molte volte? Magari tutte le mattine andando da Curto per il giornale? Tranquilli. I vescovi perdonano specialmente l’imperdonabile. Non si sa che il perdono è un convito di grazia? Perfino l’Innominato l’ha sfangata. Certo, per lui Manzoni ha precettato un cardinale. Ma sono gli eccessi di zelo dei convertiti. Un vescovo avanzava.

*

Niente che valga la pena? Non pensatelo nemmeno per scherzo. Dal saggio di Agostino Paravicini Bagliani, Le chiavi e la tiara. Intorno alla nascita dell’araldica pontificia (pp. 62-76) ho imparato. Non cose per me urgenti, ma imparare ho imparato. Lo stesso valga per Nel nome dell’aquila. Monete e stemmi nell’epoca svevo-ghibellina, del professor Helmut Rizzolli. Così da Intorno a due antichi sigilli di Feltre (1385-1396) di Federico Pigozzo. Sfragistica dura e pura.

*

A margine. Quelli che abbiamo in mano sono tutti scritti premeditati da cima a fondo o non magari, qualcuno, una trascrizione da registratore, corredata poi con note di soda dottrina? Semmai non certo quello del professor Cardini. Probabilmente sì per Araldica feltrina. Storia di stemmi e musei a cielo aperto, di Laura Pontin, funzionaria dell’Ufficio cultura del Comune di Feltre e ben nota specialista della materia. Almeno stando ai seguenti incisi:

a) “proseguirei a trattare per ore” (p. 135);

b) “come spero di aver fatto io con quanto fino a qui detto” (p. 136).

Niente di male. Mi felicito, anzi. L’oralità è affabile. Il proporla per iscritto? Sapienza di pochi. Il contributo poi un servizio. A noi ora d’alzare gli occhi, imparare a saper vedere, poiché “In qualunque punto della cittadella è possibile scorgere stemmi e segni araldici […] spesso posti in alto […] La nostra poca attenzione li rende quasi invisibili”.

*

Vogliono i numi che io tragga i miei dì residui in una bicocca semicampestre sita a pochi metri dal confine del comune di Pedavena. Quale che sia la cilindrata di quei reggitori, deo gratias hanno meno soldi da spendere di quelli del nostro capoluogo di mandamento. Inoltre, causa (ex) ruralità congenita più birreria che va a gonfie vele, nessuna grìngola di balli in maschera o di cavallerie rusticane.

Costassù a fare chi arriva primo non sono podisti in staffetta, né destrieri (mezzosangue) spronati da professionisti della monta, sardi per lo più, quand’anche residenti nel senese. Quei foresi miei adiacenti sono piuttosto appetitosi di gare a cronometro tra vetture pluripistonate con rollbar (e talvolta col morto) o di scalmane crepacuore tra stambecchi in tuta termica (microfibra) e skiroll. Tutte in salita. Per aspera di sicuro: il traguardo essendo posto a m 1011 slm. Ad astra? Mah? Verso, quanto meno.


[1] Youtube offre la possibilità di accedere a quella che il 15 ottobre del 2023 fu la lectio magistralis del professor Cardini. Ben più scintillante e mossa dello scritto offerto dagli Atti. Tra le varie degne di nota un’ampia, pensosa rifferta sulla definizione di storia proposta da Marco Tullio Cicerone (cfr. dal minuto 7’16” in poi). Vale la pena di cercar la lezione anche perché essa è preceduta da considerazioni a bilancio del festival da parte del sindaco.

[2] Ma occorre aggiungere che della cura degli atti si è fatta carico anche la mano invisibile: “Il ringraziamento va dunque a chi ha curato gli atti del Festival”, così Viviana Fusaro a p. 6.

[3] Benedetto Croce, Una pagina sconosciuta degli ultimi mesi della vita di Hegel, in Id., Indagini su Hegel, Adelphi, Milano 2024, p. 55.

[4] Cfr. www. anvur.it/attività/(…)elenchi di riviste scientifiche, 14.03.2024. Terza colonna. L’anno indicato dopo la S sta a significare che “solo le pubblicazioni successive a tale data sono ritenute scientifiche”. La rivista, nata nel 2009, risulta edita da “La Musa Talìa” di Venezia. Cadenza annuale.

[5] Nell’Allegato A al Decreto n. 233 del 13.07.2023 della Regione Veneto, allegato relativo alle domande ammesse al finanziamento, quella per il Festival dell’Araldica occupa con 35 punti l’undicesimo posto. Tre le voci offerte dal prospetto: a) spesa ammessa, euro 74.600; b) contributo richiesto, euro 15.000; c) contributo concedibile, euro 6.000. Di qui la mia supposizione.

[6] Ammirevole il tratto cursorio con cui l’autore accenna ad altre distinte pagine della storia di famiglia, ben degne di memoria; per un esaustivo ragguaglio cfr. S. Simi De Burgis, La famiglia Simi tra Lucca, Pescia, Bari, Venezia, Genova e la Spagna, “Notiziario dell’Associazione Regionale Veneta”, 12, 2020.

[7] “Escludendo le antologie, sono dieci le raccolte di poesie di mio padre”. Cfr., Id., Il patriziato… cit., pp. 143-144 e nota 10.

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Selfie oggi, profilo biometrico domani

09/06/2024 di Piero Brunello // Letture

Appunti presi leggendo un libro recente sulla sorveglianza totale e planetaria messa in atto dalle aziende che detengono il monopolio del web.

Il libro

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 20232 (ed or. The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, Public Affairs, New York 2019). È suddiviso in Introduzione (cap. 1), Prima parte (capp. 2-6), Seconda parte (capp. 7-11), Terza parte (capp. 12-17), e Conclusioni (cap. 18), Ringraziamenti, note per un totale di 622 pp. Non c’è un indice dei nomi. L’edizione cartacea in paperback costa 25 euro, il prezzo dell’ebook è 14,99 euro.

Shoshana Zuboff viene presentata come docente alla Harvard Business School dal 1981, e autrice del libro In the Age of the Smart Machine, che nel 1988 predisse l’importanza dell’intelligenza artificiale nella società.

Di seguito un riassunto per punti, molto sintetico rispetto alla mole del libro; alla fine aggiungo alcune mie considerazioni.

Il tema, le fonti, le argomentazioni

Il capitalismo della sorveglianza è costituito da una serie di processi automatizzati che si appropriano dell’esperienza umana, trasformandola in dati, e tutto ciò a nostra insaputa e senza il nostro consenso. Il libro riguarda in particolare Google, Facebook e Microsoft. Le fonti sono brevetti, discorsi, conferenze, video, programmi delle aziende, oltre a 52 interviste a data scientist di 19 aziende diverse. [introduzione, cap. 1]

La prima parte del libro dimostra che il capitalismo della sorveglianza è stato costruito intenzionalmente da determinati gruppi di persone.

La seconda parte mostra come il capitalismo della sorveglianza stia passando dal mondo online a quello reale.

La terza parte esamina l’ascesa di un potere che annulla qualsiasi possibilità di rifugio.

Nelle Conclusioni l’A. spiega perché il capitalismo della sorveglianza si distacca dalla storia del capitalismo.

L’invenzione del capitalismo digitale

Nel 2002 Google cominciò a trasformare i segnali sottesi a ogni azione online in dati che rivelano il comportamento umano e prevedono comportamenti futuri, in modo da inviare un determinato messaggio a una determinata persona al momento giusto, a scopi commerciali, senza la consapevolezza, la conoscenza e il consenso dell’utente. Nel 2004 Google decise unilateralmente di scansionare la corrispondenza dei suoi utenti per generare inserzioni pubblicitarie; nel 2007 Facebook decise unilateralmente di consentire a terzi di tracciare le attività degli utenti (per esempio acquisti). [cap. 2]

Noi siamo gli oggetti dai quali Google estrae le materie prime per fabbricare previsioni, da vendere ai suoi clienti. La segretezza è un tratto fondamentale. [cap. 3]

I fondatori di Google hanno proclamato il diritto ad agire senza vincoli legislativi. Sono riusciti a farlo grazie a un contesto favorevole (le politiche neoliberiste). Importante spartiacque fu la risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Da allora le agenzie di intelligence usano i sistemi di Google. L’A. parla di “affinità elettive” tra Google e servizi segreti e apparati governativi.

Il capitalismo della sorveglianza è utilizzato nelle campagne elettorali (come per Obama). Negli anni di Obama ci fu un intenso passaggio di personale da Google alla Casa Bianca e viceversa. Infine Google si è infiltrata nel mondo della ricerca universitaria. [cap. 4].

Nel 2007 Google lanciò Street View, un’operazione di mappatura delle strade: ancora una volta senza chiedere il permesso e aspettando che la protesta e la resistenza (di cui il libro documenta molti casi in tutto il mondo) si esaurissero. In quell’occasione le auto di Street View raccolsero segretamente dati personali dalle reti wi-fi private.

Nel 2010 Facebook introdusse il pulsante LIKE, che permise di sorvegliare gli utenti e raccogliere dati comportamentali; Facebook ammise inoltre di scansionare i messaggi privati. [cap. 5]

Come nella Conquista spagnola nelle terre americane, anche Google, per impossessarsi dell’esperienza umana, si affida a dichiarazioni. Alla fine ci dicono che tutto ciò è inevitabile. [cap. 6]

L’avanzata del capitalismo della sorveglianza

Oggi il capitalismo della sorveglianza estende le sue operazioni dal mondo virtuale al mondo reale, tracciando continuamente individui e gruppi mediante dispositivi che il singolo si attacca direttamente sulla pelle (un tatuaggio, il trucco, un cerotto), proliferando sensori ovunque (occhiali, letto d’ospedale). [cap. 7]

Esempi di sensori: aspirapolvere della iRobot, il letto Sleep Number, i termostati Nest. Android (inizialmente indipendente, poi acquisito da Google) localizza il dispositivo anche quando la geolocalizzazione è disabilitata, e perfino quando si toglie la SIM. [cap. 8]

Google vuole dirvi che cosa volete prima che lo domandiate: lo scopre attraverso il tono di voce, la struttura del discorso (vocabolario, pronuncia, intonazione, cadenza, inflessione, dialetto). Le smart tv Samsung sono in grado di registrare cosa viene detto da vicino; giocattoli della Genesis Toys connessi a internet coinvolgono bambino e bambina in conversazioni; un microchip prodotto dalla Emoshape e inserito in qualunque cosa è in grado di classificare 12 emozioni diverse. L’azienda di consulenze Cambridge Analytica afferma di possedere quattro o cinquemila informazioni su ogni singolo adulto negli Stati Uniti, grazie a Facebook, e dichiara di aver influenzato le campagne per la Brexit e per Trump. [cap. 9]

Sensori collocati ovunque possono registrare un comportamento e cambiare il contesto in tempo reale (bloccarti l’auto se non sei in grado di guidare), oppure attraverso il contagio emotivo (indurre gli individui a provare emozioni senza che ne siano consapevoli). [cap. 10]

A differenza del vecchio capitalismo che prevedeva relazioni contrattuali, il capitalismo della sorveglianza si sbarazza del contratto, pratica sociale attraverso cui da millenni l’umanità crea la possibilità di un’azione collettiva rivolta a un futuro condiviso. Il non-contratto impone un potere unilaterale, e ci toglie il diritto al futuro.

Siamo dinnanzi a forze che minacciano di distruggere la nostra stessa umanità. L’unica azione possibile è “un ritorno allo stupore e all’indignazione”. [cap. 11] 

Modificare, predire, monetizzare, controllare

Quello che l’A. chiama “potere strumentalizzante” si basa sul “comportamentismo radicale” di Burrhus Frederic Skinner, secondo cui è il contesto a determinare il comportamento: noi non sappiamo come questo possa avvenire e perciò parliamo di “libertà”. Il comportamento umano è prevedibile e può essere conosciuto e previsto scientificamente: oggi la tecnologia è in grado di farlo. [cap. 12]

Quello che l’A. chiama il Grande Altro detiene i mezzi di modifica del comportamento: piega gli individui alle leggi imposte dal capitale. Il Grande Altro sostituisce i rapporti sociali.

In Occidente la sorveglianza è esercitata dai grandi gruppi del capitalismo, dei quali lo Stato si serve, per esempio per rispondere al terrorismo. In Cina invece la sorveglianza è attuata dal governo: uno degli strumenti in fase di attuazione è un sistema che valuta individui (ma anche imprese) su vari aspetti della loro condotta e della reputazione loro e di quella delle persone che frequentano. Chi ottiene punteggi alti riceve ricompense, per esempio possibilità di ottenere finanziamenti o noleggiare una macchina senza caparra; per chi ha punteggi bassi sono previste punizioni, per esempio impossibilità di acquistare un biglietto aereo o di treno, o di acquistare o vendere una casa. [cap. 13]

Gli scienziati di Microsoft lavorano per spostare il controllo automatizzato preventivo dal network alle relazioni sociali, per monitorare costantemente i dati comportamentali di una persona. Quando individua una qualche variazione (una persona che di solito parla sotto voce a un certo punto si mette a urlare, oppure una deviazione statistica) il sistema può intervenire. Lo scopo è uniformare tutti i comportamenti entro parametri prestabiliti. [cap. 14]

Cellulari e dispositivi indossabili (il badge nei luoghi di lavoro) intendono costruire una società in cui ci conformiamo a vicenda, mediante una pressione sociale a partire dalle piccole transazioni tra individui, soprattutto sfruttando i rapporti tra persone che hanno tra di loro legami forti e interconnessi. Obiettivo: una società governata da un computer; sfruttare, controllare e manipolare le reti sociali. [cap 15]

Erving Goffman presumeva l’esistenza di un retroscena dove trovare il vero sé. “Il nostro retroscena si sta restringendo. Non ho quasi più posto per essere davvero me stessa. Anche quando cammino da sola, e penso di essere nel retroscena, accade qualcosa, ad esempio sul mio telefono compare una pubblicità o qualcuno fa una foto, mi rendo conto di essere sulla ribalta, e tutto cambia” (cit. fine capitolo) [cap. 16]

Importante capire quanto grave sia il progetto degli architetti della sorveglianza: “la fiducia sarà soppiantata dall’indifferenza del non-contratto, il bisogno di connessione porterà gli individui della seconda modernità a trasformare le proprie vite in strumenti per gli scopi di altre persone, il sé verrà saccheggiato, il giudizio morale autonomo verrà represso perché il controllo non incontri ostacoli, l’attivazione e la modifica dei comportamenti soffocheranno la volontà di volere, la voce in prima persona sarà abbandonata, e saranno distrutti la politica e i rapporti sociali basati su ideali vecchi e ancora irrealizzati, come l’autodeterminazione e la legittimità dell’autorità e del governo democratico.” (p. 503) [cap. 17]

Conclusioni

Dobbiamo opporci al capitalismo della sorveglianza rafforzando la democrazia. Non possono appropriarsi delle nostre vite; non possono trasformare il riconoscimento – la sensazione di familiarità che proviamo con i nostri cari – nel riconoscimento facciale. «“Basta!” Questa dev’essere la nostra dichiarazione» (p. 539).

Pensieri leggendo il libro

1. Ho letto il libro con crescente angoscia, culminata quando sono arrivato ai giocattoli connessi a internet.

2. Riflettendo sulle pagine in cui l’autrice mostra quanto la tecnologia della sorveglianza dipenda dalle scienze sociali insegnate nelle università, pensavo che la critica non deve limitarsi a Google, ma deve mettere radicalmente sotto accusa i saperi sul comportamento umano che consentono e legittimano la sorveglianza.

3. Fin dalle prime pagine pensavo alle parole di Andrea Caffi quando, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, mostra come i grandi cambiamenti della storia sono nati da rapporti sociali spontanei ed egualitari tra spiriti liberi, che non volevano cambiare le cose ma trasformare i modi di pensare e i costumi. E pensavo: l’insegnamento libertario di Caffi è ancora attuale. Quando però sono arrivato all’ultima parte, in cui l’A. spiega come il capitalismo della sorveglianza sta impadronendosi non più solo del web ma delle reti sociali, soprattutto dei legami più forti tra persone vicine e dei rapporti faccia a faccia, mi sono chiesto: questi scienziati conoscono la forza di resistenza e di cambiamento che hanno le piccole reti sociali, ed è per questo che vogliono prenderne possesso? E subito dopo: sono ancora possibili oggi gli esempi storici di cui parla Caffi (salotti, club, corrispondenza da una parte all’altra dell’Europa)? Con quali modalità? Come deve cambiare l’associazionismo, per esempio?

4. L’A. tiene distinte due questioni: difesa della democrazia (senza per altro definirla, visto che Google si è sviluppato in un sistema che consideriamo democratico), e difesa della privacy: da una parte un insieme di leggi che limitano il potere di Google, dall’altro il diritto alla privacy e agli affetti. Bello quando dice: non lasciamo che trasformino la familiarità che proviamo con i nostri cari nel riconoscimento facciale. A me sembra però che le due questioni siano la stessa, e che alla base della democrazia ci sia la difesa delle reti sociali: perché è all’interno di rapporti sociali spontanei e gratuiti (o che ci si aspetta che siano tali) che si formano l’esercizio della critica e il libero scambio di opinioni.

Nota. Il titolo riprende la frase “Today’s selfie is tomorrow biometric profile” (allestimento al Victoria and Albert Museum, Londra, 2018), parte del Think Privacy Project dell’artista e attivista Adam Harvey, avviato nello store del New Museum for Contemporary Art di Manhattan nel 2016.

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“Capitalismo woke”

29/05/2024 di Piero Brunello // Letture

Appunti presi leggendo un libro recente su come “la moralità aziendale minaccia la democrazia”.

Il libro e l’autore

Carl Rhodes, Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, prefazione di Carlo Galli, trad. dall’inglese di Michele Zurlo, Fazi, Roma 2023 (ed. or. Woke Capitalism, Bristol University Press, Bristol (UK) 2022]. L’edizione cartacea costa 20 euro, il prezzo dell’ebook è 10,99 euro.

L’autore viene presentato come professore di Teorie dell’organizzazione e preside della UTS Business School presso la University of Technology di Sydney, Australia.

Il libro è suddiviso in 13 capitoli (il primo è un’introduzione che espone i temi, l’ultimo riassume le conclusioni), per un totale di 314 pagine. Nell’edizione italiana manca l’indice dei nomi, previsto in quella originale; c’è invece una prefazione (di Carlo Galli).

Di seguito un riassunto per punti, alla fine aggiungo alcune mie considerazioni.

Dalla denuncia all’ironia

Il termine woke (“consapevole”) nasce nei movimenti afroamericani statunitensi per indicare attenzione alle ingiustizie e alle discriminazioni sociali e razziali: spesso come esortativo (“stay woke” = “stai all’erta”).

2008: è diffuso da una canzone di Erykah Badu che ripete «I stay woke» (“Io sto all’erta”).

2013: è lo slogan adottato dal neonato movimento Black Lives Matter in segno di protesta per le uccisioni di afroamericani da parte della polizia.

2015-16: il termine passa a indicare l’ipocrisia politicamente corretta delle élite borghesi bianche che ostentano appoggio a cause progressiste come i diritti civili delle minoranze (etniche, di genere), la protezione dell’ambiente eccetera. Da allora il termine è usato in senso ironico: di qui l’espressione “capitalismo woke”.

[Cap. 3, Il capovolgimento dell’essere woke].

Il capitalismo diventa “woke”: alcuni esempi

La compagnia aerea Qantas, la terza compagnia aerea più antica del mondo, associa il proprio marchio alla difesa del matrimonio tra persone dello stesso sesso (2017).

La Nike lancia una campagna pubblicitaria puntando sul giocatore di football americano che aveva protestato contro le uccisioni di afroamericani per mano della polizia (2018).

Il marchio di abbigliamento Zara lancia una collezione di abiti “senza genere” (2018).

Celebrità come l’attore Leonardo DiCaprio e la cantante Katy Perry vanno in Sicilia in un aereo privato per partecipare in un resort di lusso a un vertice sul clima finanziato da Google (2019).

La Apple promuove una campagna pubblicitaria sostenendo il diritto degli immigrati minorenni negli Stati Uniti, sprovvisti di documenti, di ottenere il permesso di soggiorno (2019).

Michael Bloomberg finanzia la chiusura di centrali elettriche a carbone (2019).

La banca d’investimento Goldman Sachs promuove progetti di finanza sostenibile (2019).

L’azienda di gioielli Tiffany pubblica una pagina nei giornali australiani per chiedere al governo australiano di intraprendere azioni decise contro il cambiamento climatico (2020).

Jeff Bezos fondatore di Amazon destina fondi per l’ambiente (2020): pare che Amazon sia tra le aziende più inquinanti al mondo.

Bill Gates fondatore di Microsoft finanzia la ricerca per la prevenzione dell’HIV (2024).

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 8, L’AD attivista; cap. 12, La mano destra elargisce].

Cause da sostenere, cause da non sostenere

Cause “etiche” e “socialmente responsabili” che il capitalismo woke sostiene: diritti LGBTQI+; prevenzione delle molestie sessuali; campagne antirazziste; uguaglianza per le persone con disabilità; azioni contro il cambiamento climatico.

Temi che il capitalismo woke rifiuta: disuguaglianza di reddito e di ricchezza; condizioni di lavoro; evasione fiscale dei potentati economici e finanziari (elusione fiscale, paradisi fiscali).

In ogni caso le aziende sostengono una causa solo se questa ha un forte appoggio nell’opinione pubblica e promette un ritorno di immagine e di vendite.

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 4, Il capitalismo diventa woke].

Come viene giudicato il capitalismo woke

L’A. indica tre punti di vista:

1. quello politicamente conservatore, secondo cui le imprese non devono occuparsi di politica;

2. quello che si riconosce “woke”, secondo cui le imprese devono attivare politiche progressiste a beneficio della società;

3. quello dell’A., secondo cui le grandi imprese controllano sempre più non solo l’ambito economico ma anche quello politico, prendendo il posto dei governi, del dibattito civico, della volontà popolare e delle istituzioni democratiche, e alla fin fine distoglie l’attenzione dalle disuguaglianze crescenti. Il capitalismo “woke” legittima il capitalismo in un momento in cui è messo sotto accusa per le disuguaglianze sociali che produce e per la distruzione del pianeta che comporta.

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 4, Il capitalismo diventa woke; cap. 12, Diventare woke nei confronti del capitalismo woke]

La “responsabilità sociale delle imprese”

1953: Nel libro Social Responsibilities of the Businessman (1953), l’economista Howard Rothmann Bowen sostiene che gli uomini d’affari avessero degli obblighi morali nei confronti della società, sia per il potere che avevano, sia per evitare che il loro potere venisse messo in discussione (cioè in funzione anti-socialista e contro l’intromissione dello Stato). Alla metà del Novecento negli Stati Uniti le imprese usavano la retorica della “responsabilità sociale”.

1962: In Capitalismo e libertà l’economista Milton Friedman (Nobel per l’economia nel 1976) sostiene che i manager dovevano badare agli interessi degli azionisti senza occuparsi di politica. Nel giro di una decina d’anni, neoliberismo (emblemi: Margaret Thatcher, Ronald Reagan): trasformare ciascun individuo in capitalista. Conseguenza: aumento del compenso dei dirigenti, licenziamenti e lavoro precario. Negli Stati Uniti nel 1978 gli amministratori delegati guadagnavano circa 30 volte la media dei lavoratori; alla fine degli anni Novanta il divario è arrivato a 400 volte.

Dal 2000 circa il primato degli azionisti è messo in discussione, torna in auge la retorica della “responsabilità sociale”. Larry Fink, amministratore delegato della società di gestione di investimenti BlackRock dichiara che le imprese devono avere uno scopo sociale, e cita l’esempio dell’IKEA che aveva licenziato un dipendente che per motivi religiosi si era dissociato dalla campagna della società a favore del gay pride (2019). Business Roundtable, che rappresenta gli amministratori delegati delle principali aziende americane, dichiara di volere una “crescita inclusiva” (2019). BlackRock dichiara di ritirarsi da investimenti che mettono a rischio la sostenibilità ambientale (2020).

Una ripresa della “responsabilità sociale”? Sì, ma in un contesto molto diverso. Negli anni Cinquanta del Novecento gli USA vivevano un periodo di crescita economica e di miglioramento delle condizioni di vita, mentre oggi le disuguaglianze vanno aumentando. Oggi l’esibizione della superiorità morale proviene da amministratori delegati, manager e super-ricchi, multinazionali che si arricchiscono grazie a sistemi di elusione ed evasione fiscale, aumentando a dismisura le disuguaglianze sociali. (L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede quasi la metà della ricchezza globale.)

Perché questa retorica woke? si chiede ancora l’A. Perché le disuguaglianze sociali prodotte dal neoliberismo aumentano in modo talmente smisurato da minacciare l’esistenza stessa del capitalismo, alimentando rabbia popolare, nazionalismo e xenofobia. Lo scopo delle imprese non è ripristinare la democrazia, ma distruggerla.

Un tempo le imprese, per legittimarsi moralmente, ricorrevano alla mano invisibile del mercato; ora si presentano come salvatrici dalle disuguaglianze sociali e dallo sfruttamento che esse producono.

Fine della democrazia: si sta formando una nuova plutocrazia, governano i ricchi.

[Cap. 2, Populisti aziendali; cap. 4, Il problema del capitalismo woke; cap. 6, Un lupo in abiti woke]

Antirazzismo?

La Nike ha associato il marchio alla protesta per l’uccisione di afroamericani da parte della polizia: e altrettanto hanno fatto McDonald’s, Netflix, Starbucks. Le grandi aziende hanno assunto gli scopi del movimento Black Lives Matter ma cancellandone il carattere radicale, cancellando la denuncia del nesso tra razzismo e capitalismo (e quindi i richiami al colonialismo e alla schiavitù). Il capitalismo woke sfrutta quindi le persone di colore, non solo il loro lavoro, ma anche le loro idee, privandole dell’azione politica che si oppone allo sfruttamento capitalistico e razziale.

[Cap. 10, Capitalismo razziale / capitalismo woke]

Prefazione all’edizione italiana: “dall’Australia con rigore”

Nella Prefazione Carlo Galli riassume in forma sintetica i temi e le argomentazioni del libro, facendo proprio l’invito dell’A. a esercitare la critica e a sottrarsi “allo spettacolo e alla mercificazione, e all’autogiustificazione morale e narrativa del capitalismo” (p. XIV).

Pensieri leggendo il libro

1. Laddove leggevo “obiettivi progressisti”, pensavo: obiettivi considerati progressisti e accettati dalla maggioranza dei potenziali consumatori. Anche il termine “progressista” va storicizzato. E mi chiedevo: sono le imprese a decidere quali obiettivi sono progressisti e quali no? Sarebbero da studiare esempi storici che illuminano il rapporto tra obiettivi ritenuti progressisti e fenomeni di moda.

2. Leggendo il capitolo Capitalismo razziale/capitalismo woke, facevo confronti con il caso italiano. Pensavo cioè a come l’assegnazione degli individui alle rispettive comunità sia l’esito di sistemi giuridici, mercato del lavoro, politiche dell’immigrazione, presenza della Chiesa cattolica; e riflettevo su quanto trasversale alle diverse ideologie sia in Italia l’estetica del multiculturalismo. Per finire con queste considerazioni:

a. Le disuguaglianze sociali vengono cancellate: anzi no, le piramidi razziali (di cui parlano Al Amin Rabby e Teresa Ferraresi in altre pagine di altrochemestre.it) vengono trasformate in “diversità culturali”, rendendo identitario qualcosa che è invece una costruzione sociale. 

b. La protesta contro le disuguaglianze sociali e razziali viene trasformata in compiacimento per la varietà multiculturale: ripulita da conflitti e gerarchie, la realtà urbana è colorata e arricchita dalla varietà multiculturale.

3. L’A. contrappone il potere delle élite economiche alla democrazia; e quando si contrappone al capitalismo lo fa in nome dei cittadini, della maggioranza, delle istituzioni democratiche, della cittadinanza, del bene comune, dell’autogoverno, di governi eletti dal popolo. L’A. non si chiede perché il potere del capitalismo utilizza la democrazia per i suoi scopi e possa convivere con le sue istituzioni politiche e con “governi eletti dal popolo”. Leggendo il libro si pensa spesso che laddove l’A. finisce (l’appello alla democrazia), lì invece dovrebbe cominciare (cosa significa democrazia?).

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