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Generi di discorso

Padania, Chiapas e Italia

27/04/2026 Luca Pes || Documenti Generi di discorso

Trent’anni fa: documentazione sul giorno della dichiarazione dell’indipendenza padana, proclamata a Venezia dal leader della Lega Nord Umberto Bossi (1941-2026). Antologia da tre comizi. Con osservazioni sul pubblico.

Il 15 settembre 1996 non è stato solamente il giorno della Lega, ma una giornata nella quale si sono confrontate identità collettive. A Venezia le manifestazioni sono state quattro.

La prima organizzata dal Comitato “uniti sotto mille bandiere”, al quale avevano aderito fra gli altri Rifondazione comunista, Legambiente, Cisl, Pax Christi e popolari[1]. Il 14 in piazza San Marco dalle 17.00 persone hanno portato bandiere dei sindacati, delle associazioni, dei partiti, italiane, di altre nazioni, della pace e le hanno stese una affianco all’altra sul pavimento della piazza. Io sono passato di lì dopo cena e ho portato un fazzoletto rosso: c’era un migliaio di persone e le bandiere da Palazzo reale non raggiungevano il caffè Florian. Il giorno dopo, dalle 17.00 una parte di queste bandiere sono state esposte in campo Santa Margherita nel corso di una festa con musica e bar indetta da Rifondazione. Le strutture e l’atmosfera sembravano quelle della festa di Liberazione che in quel campo si tiene ogni anno: alle 19.30 i presenti erano meno di un migliaio.

La manifestazione della Lega si è tenuta in riva dei Sette martiri, verso la Biennale d’arte, lungo la laguna. Davanti all’Istituto di biologia marina c’erano dei palchi con posti a sedere per gli invitati. Nel momento del discorso di Bossi (alle 17.30 aveva già cominciato a parlare leggendo un documento scritto a mo’ della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti) la calca verso il palco cominciava circa duecento metri dalla lapide dei partigiani ma i manifestanti non erano più così visibili e si confondevano tra i turisti prima della Pensione Bucintoro.

Una terza manifestazione indetta dai centri sociali ha avuto luogo nel pomeriggio in campo Santo Stefano, con palco per concerto musicale. Luca Casarini, del Centro sociale “Pedro” di Padova, ha parlato a braccio non dal palco ma tra le persone amplificato da un microfono: pubblico di giovani disperso per il campo, anche qui non più di un migliaio.

Una quarta manifestazione ha avuto luogo in campo San Polo, circa 600 tarantini arrivati in corteo con fischietti e trombe da stadio. Polizia schierata, ben visibile (nel comizio Cito[2] si rivolge sempre anche a loro). Palco tipo quello di Italia 1, quando fa le trasmissioni nelle periferie, telecamera accesa. Dieci persone in piedi giacca e cravatta intorno a Cito. Prima di lui parlano in due fra cui il sindaco di Taranto De Cosmo[3]. La manifestazione era organizzata dalla Lega d’azione meridionale. C’erano molti giovani, età da liceo, otto dei quali in camicia nera. Il pubblico interloquiva e commentava in continuazione il comizio. Qui sotto riporto un pezzo di ciascuno dei discorsi di Bossi, Casarini e Cito.

L’Ulivo e il Pds[4] non hanno organizzato contromanifestazioni; i Verdi manifestavano lungo il Po e An[5] aveva organizzato una riuscita manifestazione a Milano; il sindaco Cacciari[6] aveva invitato i veneziani a restare a casa; se non ricordo male, la sera del 13 una bomba incendiaria rivendicata dal subcomandante Toni del “Gruppo zapatista veneziano” aveva colpito la sede del “Governo della Padania”; Bossi aveva dato a Cito del “sifilitico”; Cito si era scontato nella giornata del 15 con la polizia a Chioggia ed era rimasto bloccato (lui dice tre ore) a Rovigo per un allarme bomba, rivelatosi infondato. Il 13 i leghisti avevano prelevato, con una ampolla di vetro fatta a Murano, acqua alla sorgente del Po (“il cuore della Padania”). Il 15 l’avevano simbolicamente versata nel mare Adriatico.

Comizio n. 1 (Lega)

Noi siamo consapevoli che la Padania libera e indipendente diventerà il riferimento politico e istituzionale per la costruzione dell’Europa delle Regioni e dei Popoli. Noi siamo convinti che la Padania libera e indipendente saprà garantire un contributo decisivo alla cooperazione, alla tolleranza e alla pace tra i Popoli della Terra. Noi oggi rappresentiamo, qui riuniti, l’ultima speranza che il regime coloniale romano che opprime la Padania possa presto finire. Noi, Popoli della Padania: poiché il coraggio e la fede di chi ci ha preceduto nella lotta per la libertà dei Popoli sono nostro retaggio e debbono indurci a farci irrevocabilmente carico del nostro destino; poiché voliamo che i nostri atti siano guidati dal rispetto che dobbiamo a noi stessi, ai nostri avi e ai nostri figli; poiché riconosciamo l’inalienabile potere sovrano di ogni Popolo a decidere liberamente con chi stare, come e da chi essere governato; poiché affermiamo il nostro diritto e la nostra volontà di assumere i pieni poteri di uno Stato, prelevare tutte le imposte, votare tutte le leggi, firmare tutti i trattati; poiché la Padania sarà tutti coloro, uomini e donne, che la abitano, la difendono e la riconoscono, e poiché costoro siamo noi; poiché è infine giunta l’ora di avviare la grande impresa di far nascere questo nuovo Paese che noi battezziamo oggi con il nome di Padania. In nome e con l’autorità che ci deriva dal Diritto Naturale di Autodeterminazione e dalla nostra libera coscienza, chiamando per voce delle nostre libere istituzioni l’insegnamento di amore per la libertà e di coraggio dei Padri Padani a testimone dell’onestà delle nostre intenzioni. Noi, Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una repubblica federale indipendente e sovrana. A sostegno di ciò noi ci offriamo gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore. Viva la Padania. Alcuni in coro gridano “Viva”. Applausi. Smette di parlare Bossi. Parla un’altra voce dal palco: Ora quindi avvenuta la proclamazione dell’indipendenza e della sovranità, viene ammainata la luttuosa bandiera italiana (fischi e applausi) per issare su questo pennone, su questa riva la grande bandiera della repubblica federale di Padania (coro “Padania, Padania”). La bandiera italiana verrà ripiegata e consegnata alle autorità italiane di Roma (qualche risa, musiche di Albinoni mentre una bandiera bianca con simbolo verde al centro viene issata. Applausi, grida “Padania, Padania”. Poi verranno letti due documenti intitolati “Costituzione transitoria” e “Carta dei diritti dei cittadini padani”).

Comizio n. 2 (Centri sociali)

Compagni, questa è la nostra dichiarazione d’indipendenza: è il fatto che siamo autonomi, non perché siamo fissi con la testa in anni che non sono questi, ma siamo autonomi dallo Stato italiano e dal quello della Padania, dall’ideologia, qualsiasi essa sia, dalle bandiere che esprimono solo e solamente ciò che pensa un ceto politico che non ci appartiene. Mafia dei partiti li chiamiamo noi, e allora cominciamo, è questo che viene da questo campo, nel nostro piccolo, nei nostri territori a far respirare l’aria della ribellione, perché ribellarsi è giusto, è giusto soprattutto per gli altri non solo per noi, perché Marcos dal Chiapas, gli zapatisti ci insegnano questo: povera gente schiacciata dai più forti che imbracciando il fucile e, pensando a un mondo diverso, riescono a parlare, riescono a decidere per sé stessi, riescono a proporre qualcosa di nuovo, di veramente nuovo. Che cosa c’è di novità in quello che propone Bossi: lo Stato-nazione, lo Stato dei monarchi, dei dittatori, le camicie verdi, la milizia, queste sarebbero le grandi novità? Che cosa c’è di nuovo nello sventolare il tricolore che rappresenta cinquant’anni di oppressione, stragi, che rappresenta i licenziamenti, che rappresenta i morti in guerra, guerre che non sono mai appartenute a chi è morto ma solo a chi comanda? (applausi) Allora non abbiamo ampolle da rompere, caso mai nell’ampolla ci mettiamo qualcos’altro. Non abbiamo sacchetti di terra da portare, la terra in cui abitiamo è una terra che è di tutti, è di tutti quelli che ci passano, che ci vivono, che chiedono di essere trattati come persone umane, gli immigrati, i fratelli immigrati che oggi la lega… ed è per questo che la lega va dispersa come esperienza, va attaccata, va distrutta, la lega rappresenta culturalmente il rifiuto per gli immigrati, il rifiuto per coloro che sono considerati diversi anche dal punto di vista economico. No, noi siamo qui per ribadire che in questi territori noi siamo e saremo sempre indiani. Non saremo con i cowboy, non saremo con quelli che parlano il linguaggio del potere, caso mai parliamo il linguaggio della ribellione dal Chiapas a Venezia, questo è il nostro messaggio. E poi, compagni, andiamo a portare questo messaggio anche in campo Santa Margherita, a questa benedetta Sinistra, questa cosiddetta Sinistra (applausi).

Comizio n. 3 (Lega meridionale)

Guardate giovani, non dobbiamo scherzare per quello che sta accadendo, le battute sono belle, però non bisogna scherzare. Giovani delle forze dell’ordine non dobbiamo scherzare né pensare che quello che sta accadendo in questa nazione sia uno scherzo. Noi stiamo a un passo dalla guerra civile. Se voi andare a riflettere un tantino, quello che è accaduto nella ex-Jugoslavia, a due passi dall’Italia, si incominciò per gioco da un ferro spinato, dal gioco del ferro spinato ci sono state centinaia di migliaia di morti e milioni di feriti e di invalidi. E allora cosa si potrebbe fare perché innanzitutto la prossima volta caro sifilitico e non certo caro, perché tu potrai essere caro soltanto ai finocchi come te (applausi). La prossima volta prendetela, dicono a Taranto, come cazzo lo volete, la prossima volta veniamo in diecimila (qualcuno grida “bravo”) e poi vedremo se ci sarà qualcuno che riuscirà a fermarci, ma non per cercare di provocare incidenti tra italiano e italiano ma perché non vogliamo che i nostri figli si trovano con una mitragliatrice o un mortaio nelle mani per gettare quel mortaio sulle città della nostra nazione. Questo non deve accadere (applausi, trombe, fischietti). L’attività parlamentare inizia martedì, vedremo se ci sarà una seduta importante e vedremo se ‘sta faccia di bronzo è capace di venire in parlamento (“bravo”). Io sono convinto che qualche scarpa in testa se la becca da qualcuno (“bravo”, applausi). Convintissimo: perché molto probabilmente la scarpa gliela faccio venire io (“bravo”, applausi, trombe, fischietti). Ma vorrei dire anche di più, non vorrei essere considerato troppo volgare. Allora vorrei cercare di essere molto breve nel discorso. Innanzitutto questo depravato ha tolto dal pennone la bandiera italiana ridandola, dice che la deve dare alla ‘nazione-Italia’. Noi invece abbiamo prelevato… (mostra la bandiera della Lega Nord, quella con la croce rossa in campo bianco e Alberto da Giussano. Alcuni gridano: “bruciala”. Trombe, applausi, fischi, fischietti. Appicca il fuoco alla bandiera con l’accendino. Molti intonano la Marcia trionfale dell’Aida, come allo stadio. Grida di “Bossi, Bossi, vaffanculo”, come in corteo. Fischietti. Vengono bruciate altre bandiera della Lega dalle persone sul palco. “Sì, sì, brucerà, qua la Lega brucerà”. Uno grida “Mettici un po’ di benzina”. Coro di “Alé-o-o, alé-o-o”) Che brutta fine che ha fatto Alberto da Giussano (“bravo”, fischietti). Quindi era un atto dovuto (applausi, grida “Cito, Cito”). Se continua di questo passo, faremo di peggio (applausi, il mio vicino grida “che scenario di morte”).

Cito prosegue il discorso attaccando “i pentiti assassini” e “lo Stato che li tutela”; difendendo i carabinieri e le guardie di finanza accusati dai pentiti: “hanno arrestato il generale Conforti, dell’Arma dei carabinieri, abbiamo toccato la merda”. Parla ancora di Bossi, sulla Finanziaria che porta via 88mila miliardi dalle tasche dei lavoratori, chiedendo pari dignità per i cittadini del Sud, spiegando che in Puglia soltanto c’è oltre mezzo milione di disoccupati – un altro mio vicino commenterà ad alta voce “Significa cacchio significa… siamo rovinati” –, che per ogni cittadino del Sud lo Stato italiano spende 6 milioni e 700mila lire e per ogni cittadino italiano lo Stato spende 8 milioni e 700mila lire. Spiegherà che il governo non persegue Bossi perché perdendo l’appoggio di Bertinotti avrà bisogno dei voti leghisti: “Bossi fa comodo alla sinistra”. Senza nominarlo parla di Prodi: dice che sentendo i suoi discorsi gli è venuto da vomitare. Una mia vicina commenta: “Così si fa, con grinta. Dobbiamo farci sentire”. All’Iri ha fatto perdere 180mila posti di lavoro. Conclude dicendo che mentre Bossi non arriverà mai al Sud, verrà lui al Nord (è infatti candidato sindaco alle elezioni di Milano dell’aprile 1997).

Nota. Tratto da “Altrochemestre”, 5, primavera 1997, pp. 27-28. Sono stati corretti alcuni refusi. Il numero conteneva altri due pezzi che documentavano la giornata a Venezia: si ripubblica su altrochemestre.it anche quello di Filippo Benfante, Una domenica a Venezia, ivi, pp. 9-10; quello di Piero Brunello, Bossi, zaini e panini, ivi, pp. 53-46 si legge ora anche in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 273-280.

La dichiarazione di indipendenza padana è rimasta nello statuto della Lega Nord fino alla sua trasformazione in Lega per Salvini Premier nel 2017.

L’immagine di apertura e l’illustrazione interna sono tratti da “Il Leghista. Satira fumetti beffe secessione”, n.s., rispettivamente dettaglio della copertina del numero IV (s.d.), 1, e tavole dal numero IV (s.d.), 3, pp. 28-29.


[1] Il Partito popolare italiano è esistito dal 1994 al 2002. Le altre organizzazioni citate esistono tuttora (primavera 2026). [Ndr]

[2] Giancarlo Cito (1945-2025), imprenditore edile di Taranto, e fondatore di alcune emittenti televisive locali, all’epoca era stato appena eletto deputato (aprile 1996). Fondatore della Lega d’azione meridionale (LAM) nel 1992, negli anni Settanta era stato un militante del MSI. Condannato nel 2002 per concorso esterno in associazione mafiosa, scontò quattro anni di carcere (2003-2007). [Ndr]

[3] Gaetano De Cosmo (1945-2007), sindaco di Taranto dal 1996 al 1999. [Ndr]

[4] L’Ulivo è stata una coalizione elettorale di centro-sinistra esistita dal 1995 al 2007; il Partito democratico della sinistra (Pds) è esistito dal 1991 al 1998. [Ndr]

[5] Il partito ambientalista dei Verdi è esistito dagli anni Novanta fino al 2021. Alleanza nazionale è stato un partito politico di destra, esistito dal 1995 al 2009. [Ndr]

[6] Massimo Cacciari, sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e dal 2005 al 2010. [Ndr]

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Mestre: “una piccola Versailles”

19/11/2025 Piero Brunello // Generi di discorso Storiografia

Note sull’uso e la diffusione di un passo della commedia La cameriera brillante di Carlo Goldoni. Blasoni municipali e invenzione della tradizione; città operaia e genealogie nobiliari; capitale simbolico di una città, al centro e nelle periferie; soggetti autorizzati a definire il patrimonio culturale di un luogo, e soggetti esclusi.

1. Capita sempre più spesso di leggere, in diversi ambiti di discorso e non solo negli studi di storia locale, che Mestre nel Settecento era una “piccola Versailles”. Chi l’ha detto? Carlo Goldoni nella commedia La cameriera brillante.

Da quando, in che ambiti e con quali scopi si è diffusa questo sintagma? E cosa dice la fonte, cioè il testo di Goldoni?

2. Prima che se ne occupassero gli storici di Mestre, la citazione era nota agli studiosi delle opere di Carlo Goldoni[1], e delle ville venete[2].

Per quanto ne so, il primo a parlare di “piccola Versaglia” in un discorso di storia di Mestre è Luigi Brunello nel 1964: si tratta di un accenno, che, senza citare Carlo Goldoni, si riferisce alle “moltissime ville di altri tempi” di cui “sopravvivono solo frammenti”[3]. Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, viene letto il passo de La cameriera brillante, a cui segue il commento (è Piero Bergamo a farlo): “Questa è la Mestre del Settecento descrittaci da Carlo Goldoni […]. Mestre come una piccola Versailles, come abbiamo sentito”[4]. Da allora la metafora si ritrova nelle pubblicazioni del Centro Studi Storici di Mestre, con qualche oscillazione tra “piccola Versailles” e “Versailles in piccolo”[5].

È da dopo il 2000 che diventa comune impiegare l’espressione “piccola Versailles” laddove si parli di Mestre nel Settecento: in libri di storia[6], in tesi di laurea[7], in racconti di ambientazione mestrina[8], in articoli di giornale e in siti di storia cittadina [9].

A partire circa dal 2015 l’uso di parlare di Mestre come “piccola Versailles” si diffonde fuori dagli studi di storia: in conferenze-spettacolo “per rilanciare l’identità della città”[10]; in progetti urbanistici su piazza Barche e sul Canal Salso[11]; nell’attività di promozione della Pro loco[12]; nei discorsi per affrontare l’inquinamento da Pfas[13]; in guide ai parchi e ai giardini[14]; in itinerari in bicicletta “alla scoperta di Mestre”[15]; nell’azione di comitati per la difesa di alberi, parchi e giardini[16]; in interrogazioni di gruppi consiliari del Comune per realizzare un parco in un’area urbana abbandonata[17]; in biciclettate alla scoperta dei luoghi storici di Mestre[18].

Per riassumere, oggi l’espressione “piccola Versailles” viene utilizzata ogniqualvolta si voglia lamentare la perdita di una città d’acqua e di giardini travolta dalla speculazione edilizia, quando si parli di Mestre che “cerca una propria identità”, e infine nella mobilitazione civica: ed è fatta propria da associazioni di storia, enti di promozione turistica, istituzioni pubbliche, studi urbanistici, associazioni civiche, culturali e ambientaliste.

3. E adesso la citazione. Viene dalla commedia di Carlo Goldoni, La cameriera brillante (stagione teatrale 1753-1754):

“E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo. La scomenza dal canal de Malghera, la zira tuto el paese, e po la scorra el Teragio fin a Treviso. La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa. Ghe xe casini che i par gallerie; ghe xe palazzi da cità, da sovrani. Se fa conversazion stupende; feste da ballo magnifiche; tole spaventose; tutti i momenti se vede a corer la posta, sedie, carozze, cavali, lachè; flusso e reflusso da tute le ore. Mi m’ho retirà fra tera, lontan dai strepiti, perché me piase la mia libertà. Per altro sento a dir che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae; e che se fa spiccar el bon gusto, la magnificenza, e la pulizia da tuti i ordeni dele persone che fa onor ala nazion, a la patria, e anca all’Italia medesima”[19].

Chi dice queste cose e in quale contesto? Come scrive Carlo Goldoni nelle sue Memorie, la scena “si rappresenta in una casa di campagna di Pantalone”, “negoziante veneto”, che vive con due figlie e una cameriera di nome Argentina. “Argentina – è sempre Goldoni a riassumere – è amata dal padrone di casa [Pantalone], e gli fare tutto quel ch’ella vuole. Fa venire da Pantalone gli amanti delle due ragazze, malgrado la sua austerità, e li fa pranzare con esso, malgrado la sua austerità”[20].

Fermiamoci qui, e precisamente quando Ottavio, che vuole sposare una delle due ragazze, riesce a introdursi in casa di Pantalone grazie alla cameriera. Ottavio è un forestiero che si vanta di possedere campi, ville, case, feudi, poderi, carrozze e servitù: ma Traccagnino, suo servitore, confida a Brighella, servo di Pantalone, che in realtà il suo padrone è uno spiantato millantatore. Ottavio dunque si presenta da Pantalone dichiarando di trovarsi lì per comperare dei beni, aggiungendo però subito dopo: “Ma non mi piace la terra”. Pantalone gli risponde: “No la ghe piase?”, e subito aggiunge: “E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo” eccetera.

Quindi il discorso è fatto da Pantalon de’ Bisognosi, che parlando di “Versailles in piccolo” non si riferisce a Mestre, ma alla “villeggiatura”. Dice infatti: “La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa”. In altre parole Pantalon de’ Bisognosi non parla di una città ma di “campagna”. In tutta commedia si parla di “villa” o di “campagna”. Clarice, figlia di Pantalone, si lamenta con l’innamorato di essere obbligata a “stare in villa”, senza mai vedere nessuno; e a un certo punto Brighella, servo di Pantalone, fa questa battuta: “Manco mal che semo in campagna”.

Per concludere, a mio parere è inesatto dire che Carlo Goldoni parla di Mestre come di “una piccola Versailles”. Mi sembrerebbe più corretto dire che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Goldoni, paragona la villeggiatura in campagna da Mestre a Treviso lungo il Terraglio a una “Versailles in piccolo” (espressione tra l’altro che ha una sfumatura diversa da “piccola Versailles”, come dirò più avanti).

Nel 1830 l’autore di un progetto di ponte tra Venezia e la terraferma, scrive che Mestre “potria dirsi la Versailles di Venezia”[21], riferendosi a una campagna contrassegnata dalla presenza di numerose ville di nobili veneziani, quella stessa che la storiografia, che adotta lo stesso punto di vista urbano e veneziano, chiama “civiltà di villa”. Questo è il territorio a cui Pantalon sta pensando, e con lui il pubblico (cittadino) del teatro. Il sito DiscoveryMestre coglie bene questa realtà quando, a proposito del teatro Balbi, oggi non più esistente, osserva: “Anche Mestre fu attraversata da tale moda [la villeggiatura] tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boscovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite.”[22].

4. Che effetto poteva avere sul pubblico (la commedia venne data la prima volta a Venezia) sentir decantare le conversazioni, le feste da ballo e la dispendiosa vita di società dalla bocca di una maschera che è l’emblema dell’avarizia? Direi che faceva ridere, come del resto ci si aspetta da una maschera della commedia dell’arte. Oltretutto Pantalon non parla di una “piccola Versailles” ma di una “Versailles in piccolo”, che a me sembra avere una sfumatura ironica. Pantalone si presenta così: “sono in campagna per goder la mia libertà, no vogio visite, no vogio complimenti, no vogio nissun”; la figlia Flaminia lo dice “uomo sofistico, che non può vedere nessuno”. Può una maschera così mostrare ammirazione per la vita frenetica di villa?

Senza contare che Pantalone ha una certa età, e infatti Argentina lo stuzzica chiamandolo “il più buon vecchietto di questo mondo”. È proprio la sua età a creare continue situazioni comiche. “Ma più de tuti el povaro vechieto / Giubila se qualcun ghe scalda el leto”, scherza Argentina; al che Pantalon commenta: “Arzentina no saria un cativo scaldaleto; ma no voria che invece de scaldarme, la me bruzasse”. (Alla fine Pantalone sposerà Argentina, “cameriera brillante”).

5. A un certo punto la cameriera Argentina si veste da contadina (in casa di Pantalone devono mettere in scena una commedia), e si presenta così: “Mi no son Arzentina. Son Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rosega da Mogiàn”. Come suggeriscono sia queste battute sia l’inversione teatrale dei ruoli sociali, la “campagna” di cui si parla nella commedia è vista dalla città con occhio comico che attinge al tradizionale repertorio della satira del villano. Se dovessi pertanto riassumere la vicenda, direi che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Carlo Goldoni, dissolve Mestre in una campagna ricca di ville, dove chi vi abita ha nomi rustici come Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rósega da Mogiàn.

Pantalon dice di sentir raccontare (non per esperienza, perché lui non esce di casa) “che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae” eccetera. Ora “cossazze”, lo attesta il dizionario del dialetto veneziano di Boerio, significa “Cose grandi, cioè cose di gran prezzo, ricchezza, pompa, profusione, magnificenza, cose da stupire”. Pantalone usa in tutta la commedia accrescitivi come baronazza, gagliotazza, frasconazza, viscerazze, matazza. Dato l’uso di un linguaggio enfatico e iperbolico, mi sembrerebbe strano che, quando parla delle “cossazze” che si fanno a Mestre, Pantalone voglia esprimere con serietà una genuina ammirazione. Ci sento anche qui uno sguardo ironico, con conseguente effetto comico, che si ritroverà anni dopo nella Trilogia della villeggiatura. “L’ambizione de’ piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile”: così Carlo Goldoni presentando “a chi legge” Le smanie per la villeggiatura (1761)[23].

6. Giuseppe Mazzotti, nel catalogo Le Ville venete pubblicato nel 1952, e più volte ristampato, scrive: «Un personaggio del Goldoni parla di Mestre – la città industriale di Mestre – come di “una Versailles”: lo credereste?”[24]. Potrebbe essere questa la fonte che Piero Bergamo e Luigi Brunello hanno presente. Ma la locuzione originaria “Versailles in piccolo”, in bocca a Pantalone, in Mazzotti diventa “Versailles”, ma pronunciata da “un personaggio di Goldoni”, per trasformarsi in “piccola Versailles”, e attribuita allo stesso Goldoni, nella conversazione radiofonica da cui siamo partiti: da allora quest’ultima è la versione che si diffonde.

7. Da una cinquantina d’anni, dunque, chi si richiama alla “Versailles” di Carlo Goldoni per ragionare di “identità urbana”, non coglie il fatto che è Pantalone a paragonare le ville sparse tra Musestre Chirignago Mogiàn alla reggia parigina abitata da una nobiltà cortigiana, e che lo fa in modo ironico: in ogni caso Pantalone non si riferisce a una città (Mestre), ma alla campagna.

Davanti a un caso d’invenzione della tradizione, è interessante riflettere sui motivi per cui, e a opera di chi, viene accolta o rifiutata, ed entro quali confini. Mi limito a tre osservazioni, solo per suggerire eventuali temi di discussione.

In primo luogo, il richiamo identitario alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro, ed evoca una città immaginata pre-novecentesca, stretta attorno ai resti del Castello. L’espansione urbana fuori di questi confini – cresciuta negli ex comuni autonomi di Favaro, Chirignago, Zelarino, a Marghera e nei quartieri sorti su località rurali urbanizzate – viene sentita come una “amorfa periferia”, abitata da “decine di migliaia di immigrati”. Così scrive Piero Bergamo nella Presentazione a Mestre di Luigi Brunello, del 1964[25].

Ora che il richiamo alla “piccola Versailles” gode di ampio consenso, sarà in grado il riferimento al Settecento mestrino di oltrepassare i confini del vecchio comune di Mestre? I vecchi immigrati, che negli anni Sessanta-Settanta del Novecento ostacolavano la diffusione della memoria di Mestre-centro, nel frattempo si sono inseriti, e ne sono arrivati degli altri: che rapporto avranno questi ultimi con la memoria cittadina? E come il racconto del passato cittadino terrà conto della loro memoria?

In secondo luogo è interessante chiedersi per quale motivo una città, che nella seconda metà del Novecento veniva identificata in una città operaia, scelga a proprio blasone Versailles, luogo aristocratico per eccellenza, simbolo di gerarchie sociali legate allo status. Dico “città”, ma mi riferisco a quanti amministrano, seppure in modi diversi, il capitale simbolico di Mestre, dalle associazioni ambientaliste alle istituzioni di promozione turistica. (Non parlo delle associazioni storiche, che pure sono tra i soggetti autorizzati a definire e a gestire il patrimonio culturale di un luogo o di una comunità, perché da chi si occupa di storia ci si aspetterebbe non un discorso affabulatorio sul passato, ma una verifica dei dati e una discussione delle fonti). Sarebbe utile fare un inventario delle definizioni di cui Mestre si è fregiata, e capire se “piccola Versailles” sia l’esito di una contesa culturale e sociale, che ha cancellato altre auto-rappresentazioni in cui la città si è messa e potrebbe mettersi in scena.

Infine, è il contesto, come sappiamo, a dare significato ai simboli. Negli anni Settanta il richiamo alla “piccola Versailles” come emblema identitario voleva rivendicare il passato celebre di Mestre, il suo essere città, con una propria storia, nobilitata dal rapporto con quella della Serenissima. Il rapporto con Venezia restava ambivalente, dal momento che la gloria di Mestre consisteva nella villeggiatura dei nobili veneziani: ma era pur sempre un modo per valorizzare il passato di Mestre, anche perché si univa alla richiesta di separazione della terraferma dal comune di Venezia.

Da tempo ormai, dato il peso dell’economia turistica, Venezia è invece un brand irrinunciabile del marketing territoriale veneto. Come si chiamano le Dolomiti? “The mountains of Venice”. Come promuovere l’artigianato feltrino? Esponendo una gondola in Piazza Maggiore a Feltre[26]. Un ennesimo quartiere in costruzione a Mogliano Veneto si chiama “Giardino del doge”: tanto varrebbe chiamarlo “Bosco di Mogiàn”. E Mestre, città di B&B turistici? Intanto ha già provveduto a cambiare il nome di Centro le Barche in Ca’ Mestre, che rimanda a una Ca’ d’Oro, a una Ca’ Rezzonico e così via; e non mi stupirei di vedere, in località Tarù, una Guest House Pantalone (“per un soggiorno esclusivo e riservato, dove rivivere il fascino senza tempo della Venezia di Goldoni e Casanova”). Nato per affermare l’autonomia di Mestre, il richiamo alla “piccola Versailles” verrà insomma utilizzato per ribadire che Mestre è Venezia.

8. Se penso alla mia esperienza (negli anni Settanta mi sono trasferito dal Villaggio San Marco prima a Bissuola e poi a Favaro), il blasone municipale legato alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro come segno di distinzione nei confronti di una “amorfa periferia”, e in alternativa al senso di identità dei quartieri che né si riconoscevano nei soggetti autorizzati a definire dal centro il capitale simbolico cittadino, né avvertivano il bisogno di nobilitare il passato, sentendosi semmai parte di una città operaia (lo testimoniano le prime due pubblicazioni di storiAmestre[27]). Il blasone nobilitato dal richiamo a una reggia aristocratica si diffonde in città a partire dal 2000, grosso modo quando i quartieri perdono d’importanza e Porto Marghera cessa di essere sentito come una risorsa e viene percepito come un attacco alla salute e all’ambiente.

La mia opinione?

Credo che il patrimonio simbolico di una città metropolitana e policentrica come Mestre è talmente ricco (monumenti storici del centro e ville comprese), che non c’è bisogno di vantarsi di un detto memorabile di Pantalon de’ Bisognosi, tra l’altro letto in modo frettoloso.

Nota. L’immagine di copertina è tratta da Carlo Goldoni, La cameriera brillante, Tipografia del Lloyd austriaco, Trieste 1856.


[1] Alfonso Lazzari, Il padre del Goldoni, “Rivista d’Italia”, 2, febbraio 1907, p. 258; Antonio Zardo, Il villeggiare de’ veneziani e Carlo Goldoni, “Nuova antologia di lettere, scienze ed arti”, s. VI, CCXXX, 1232, luglio-agosto 1923, p. 128.

[2] Le ville venete, catalogo a cura di Giuseppe Mazzotti, Libreria editrice Canova, Treviso 1952, p. 328, nella presentazione (pp. 325-330), firmata da Giuseppe Mazzotti, relativa alle ville della provincia di Treviso.

[3] Luigi Brunello, Mestre, fotografie di Bruno Carnevali, Associazione Civica per Mestre e la terraferma, Mestre 1964, p. 72.

[4] Dialoghi su Mestre. Conversazioni tra Piero Bergamo e Luigi Brunello, a cura di Francesco Brunello, Valentina Pietropolli, Roberta Vasselli, il prato, Saonara-Padova 2010, p. 109.

[5] Presentazione, in Francesco Fapanni, Il Terraglio, ossia la strada da Mestre a Treviso. La strada da Mestre a Mirano, a cura di Ilva Stocchero, foto di PaoloBorgonovi e ricerche di Roberto Stevanato, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2001, in Documenti della storia di Mestre, disponibile online in mestrenovecento.it; Roberto Stevanato, Mestre… una Versaglies in piccolo, Centro studi storici di Mestre, Mestre, s.d., disponibile online.

[6] Michele Casarin, Giuseppe Saccà, Giovanni Vio, Alla scoperta di Mestre, Regione del Veneto-Nuova dimensione, Portogruaro (Venezia) 2009, p. 68; Michele Boato, nel suo recente Mestre 1900-2025. Storie di una grande città. Dal sacco al riscatto, libri di Gaia, Mestre 2025, p. 17, ricordando “il fiorire di ville venete” dal Cinquecento al Settecento, osserva: «Perciò Carlo Goldoni non esagera citando Mestre come “piccola Versailles”»; la nota dice: “Vedi Carlo Goldoni, La cameriera brillante (1753)”, e riporta la citazione dalla commedia.

[7] Davide Ros, Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea, rel. Alessandro Gallo, Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2014-2015, p. 50.

[8] Pierluigi Rizziato, Mestre Venezia. Baci, abbracci, bisticci, tradimenti, Mazzanti Libri-Me Publisher, Venezia 2016, p. 104, immagina una scena in cui il proprietario del teatro veneziano di San Luca dice a Carlo Goldoni che al termine della commedia il pubblico aveva mormorato che “el megio scritor de Venezia” fosse “innamorato de Mestre” (capitolo “La piccola Versailles”).

[9] Sergio Barizza, L’apertura del teatro il segno che Mestre cambiava pelle, “La Nuova Venezia”, 27 ottobre 2013, ricorda che Goldoni «sul finire del Settecento, aveva parlato di Mestre come di “una piccola Versailles”; in Storia di Mestre in 500 parole, in mestreantica.it, si legge: «Carlo Goldoni nella sua “Cameriera brillante” paragona Mestre ad una piccola Versailles (“A Mestre se fa cosazze”)».

[10] La villa Durazzo con il teatro. Mestre, una piccola Versailles, “La Nuova Venezia”, 13 dicembre 2015, annuncia una conferenza-spettacolo dal titolo “Mestre nel ’700. Una Versaglies in piccolo” il 18 dicembre al Laurentianum (istituzione culturale della parrocchia di San Lorenzo), per offrire “una lettura composita dell’importante patrimonio storico, artistico, architettonico e di tradizione di quel territorio che trovò nel ’700 il suo momento più significativo e denso di stimoli”; l’evento è promosso da “Mario Esposito, operatore culturale e manager teatrale, e Roberto Milani, con la collaborazione e il sostegno di Confesercenti e della Fondazione Pellicani. Tutti uniti per rilanciare l’identità della città”.

[11] Villa Durazzo come Versailles, tra manoscritti di Vivaldi e sfarzose feste. La rinascita di piazza Barche dal recupero del Canal Salso a oggi. Lo studio è firmato da Nannini, Vincenti ed Esposito, “La Nuova Venezia”, 25 ottobre 2018: gli interventi urbanistici proposti si inseriscono in un momento in cui Mestre “cerca una propria identità” e “sogna una valorizzazione del proprio passato”; ne parla Alessandro Marzo Magno, Villa Durazzo e l’antico splendore di Mestre: viaggio nella memoria, “Il Gazzettino”, 24 ottobre 2025, che parla di “piccola Versailles”, e scrive che il progetto “mira non solo a recuperare la memoria della vita culturale mestrina del Settecento, ma anche a restituire l’orgoglio a una città violentata dalla speculazione edilizia del dopoguerra”.

[12] Angelo Dolce, Mestre all’interno del sistema difensivo veneziano, “Pro loco Mestre Magazine”, I, 3, 2019, p. 8 (“una piccola Versailles scrisse lo stesso commediografo [Goldoni] in una commedia”).

[13] Michele Boato ricorda il passo di Goldoni (“Versailles in piccolo”) ricevendo il premio Argav 2019 l’11 dicembre 2019.

[14] Gianfranco Vergani, Mestre, il verde ed i suoi parchi, “Il Nuovo Terraglio”, 20 settembre 2020; la pagina facebook del Comune di Venezia, che illustra ville e parchi da visitare in città, si apre con la frase: «“Una piccola Versailles”: è questa la definizione che a fine Settecento Goldoni dà di Mestre»; siti turistici con consigli di itinerari urbani.

[15] Nicole Casagrande, Alla scoperta di Mestre in bicicletta, “Il Nuovo Terraglio”, 28 settembre 2020 scrive: «“Una piccola Versailles”: proprio così fu definita la città di Mestre da Carlo Goldoni sul finire del Settecento».

[16] Francesco “Chico” Brunello, Il verde, nonostante…, “Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre”, n. 42 (maggio-agosto 2021), pp. 8-9 rende conto dell’attività dell’associazione “Amico albero” per la salvaguardia di alberi e giardini a Mestre, città «chiamata dal Goldoni “una piccola Versailles”».

[17] L’interrogazione del Gruppo Consiliare del PD 7 maggio 2022 (firmata da Paolo Ticozzi, Monica Sambo, Alessandro Baglioni, Alberto Fantuzzo, Giuseppe Saccà, Emanuela Zanatta), “Risarciamo Mestre dalla perdita di Parco Ponci con un parco nell’area delle ex serre vicino al cimitero di Mestre”, ricorda tra altre cose il fatto che “la città di Mestre sul finire del Settecento veniva descritta da Carlo Goldoni come una piccola Versailles” (disponibile online).

[18] La prima di una serie di nove visite guidate, in bicicletta, promosse nei mesi di settembre-ottobre 2025 dall’associazione ABC-Ambiente Bene Comune (“Mestre in bici-Storia di una grande città”), aveva per titolo Mestre “piccola Versailles”… e tanto altro (il programma disponibile online).

[19] Carlo Goldoni, La cameriera brillante, a cura di Carlo Cuppone, introduzione di Paolo Puppa, Marsilio, Venezia 2002, pp. 115-116.

[20] Carlo Goldoni, Memorie, III, Giuseppe Antonelli, Venezia 1830, p. 123.

[21] G.P., Progetto per l’erezione di un gran ponte congiuntivo Venezia con la terraferma, Tipografia Giuseppe Picotti, Venezia 1830, p. 14.

[22] Si veda www.discoverymestre.com/il-teatro-balbi-di-mestre/.

[23] Rimando all’edizione Carlo Goldoni, Le smanie per la villeggiatura, in Opere, a cura di Gianfranco Folena, Mursia, Milano 1969, “L’Autore a chi legge”.

[24] Le ville venete cit., p. 328.

[25] Piero Bergamo, Presentazione, in Luigi Brunello, Mestre cit., disponibile online.

[26] Piero Brunello, Una gondola a Feltre (2021), in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna-Verona 2022, pp. 195-209.

[27] Rinvio all’incipit della mia relazione introduttiva al primo convegno promosso da storiAmestre e MCE a Mestre nel marzo 1988: “Avessimo nella nostra città insigni monumenti, vetuste opere architettoniche, rovine imponenti e resti di un nobile passato, o potessimo vantare antenati illustri e fatti d’arme di cui andar fieri, non sarebbe forse difficile ricamarci sopra una storia, più o meno mitica, più o meno critica, con tanto di stemmi, genealogie, progenitori rispettabili, e infine un posticino nel Pantheon nazionale, dai Romani al Risorgimento con una appendice resistenziale, passando naturalmente – e col debito rispetto – per il paterno dominio della Serenissima. Ma così, venendo da agglomerati di cemento che la maggior parte di noi ricorda tirati su alla meno peggio da cantieri edili che schizzavano da un punto all’altro di un territorio, agricolo o coperto di canneti, che cosa siamo venuti a raccontarci?” (Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre. Atti del convegno Sala del Consiglio di Quartiere Carpenedo Bissuola Mestre 25-27 marzo 1988, Arsenale, Venezia 1990, p. 13). Nella Presentazione agli Atti, Domenico Canciani delineava i compiti civici, didattici e storiografici che derivavano da “una estraneità”, “una separatezza” dei quartieri dal centro città (pp. 9-12). I rapporti tra centro-Mestre, ex comuni autonomi e periferie sono al centro del volume Associazione storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova Dimensione, Portogruaro 1990 (nello stemma di Mestre c’è l’acronimo MF, cioè “Mestre Fidelissima”, s’intende a Venezia). A distanza di tempo sarebbe interessante analizzare le vicende e gli esiti di queste prospettive civiche e storiografiche.

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19/05/2025 Marco Fincardi // Elementi del paesaggio Generi di discorso

Elenco di gadget e souvenir kitsch compilato passeggiando per Venezia. Monumenti e simboli della città stereotipati in resina o plastica a tutto tondo, oppure stampati su ceramica, su vetro, su magneti. 

Pensati e assemblati da immagini circolanti in rete, anche da compositori che la città l’hanno vista solo su schermi luminosi del più vario genere e quasi mai di persona, ora anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, i ricordini di Venezia hanno proliferato con un’esuberanza difficile da incontrare altrove, sfondando tutte le barriere rappresentative del kitsch. Profetizzando ottant’anni fa la diffusione di immagini dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, difficilmente Walter Benjamin poteva immaginare un fenomeno come l’overtourism, capace di generare una tale infestazione lussureggiante della riduzione dell’arte a luogo comune manipolabile.

Prodotti principalmente nella Repubblica Popolare Cinese, gli importatori di souvenir adottano talvolta pittoreschi nomi esotici, o indicano i propri magazzini in terra veneta.



Certo, se le paperine in plastica vendute a caro prezzo da una celebre catena internazionale di insulsaggini per bambini non c’entrano nulla con Venezia, comprate lì acquistano un fascino particolare

Ma il turismo di massa mordi e fuggi predilige paccottiglia a pochi euro, che in qualche modo vago e distorto possa collegarsi simbolicamente a Venezia. Il souvenir della città lagunare riproduce a ruota libera gli stereotipi più triti, facili da riprodurre in forma stilizzata e da decodificare immediatamente per chi li guardi

Trionfano la gondola, con il suo gondoliere, che trasporta una coppia di sposi o fidanzati, o una ballerina in tutu, adesso anche con un motorino a pila o a energia solare che la faccia ondeggiare.


Poi ci sono le paline di casata, il ponte di Rialto, qualche volta il campanile di San Marco

Usuali solo nelle riproduzioni fotografiche, o disegnate, il palazzo ducale, la basilica o il ponte dei Sospiri: anche con la resina restano troppo complessi da riprodurre miniaturizzati a tutto tondo o in altorilievo. Da solo, accompagnato al ponte di Rialto e alla gondola, oppure svettante su una colonna, stampato su un bicchiere o in ceramica, il leone di San Marco può essere presente nel repertorio. Oggi tuttavia rimane meno ricorrente di un tempo nei ricordini. Forse è un simbolo non elementare per gli stranieri, mentre rimane troppo caricato di simbologie leghiste/venetiste per i visitatori italiani, per quanto magari banalizzato – al pari della gondola – in funzione di apribottiglie.

Meno invadente che negli anni Ottanta e Novanta, la maschera in ogni foggia, materiale e dimensione è ancora identificata come simbolo di Venezia e del suo introvabile e inesplicabile carnevale dalle piumate suggestioni settecentesche.

Meno stereotipata, ma inventata da qualche commerciante straniero che sa come a Venezia sia facile perdersi, una tabella-magnete riproduce i cartelli, pure con falso invecchiamento, che indicano al turista le sue ordinarie mete.

Nel repertorio ormai sconfinato dei magneti, rispetto alle figurine in resina a tutto tondo, le cartoline-calamita, o i disegni-calamita permettono almeno di vedere immagini più precise e meno soggette a grossolane sbavature di plastica e colore.

Tutti questi oggetti in plastica, o ciondoli portachiavi in metallo o simil-metallo, fanno concorrenza alla produzione in vetro, talvolta presentata come Murano glass, ma in buona parte proveniente anch’essa dalla Repubblica popolare cinese. Il ricordino in vetro, più che su strampalati simboli di Venezia, si concentra in genere su piccoli contenitori, magari decorati con decalcomanie in rilievo, ma più spesso su figurine danzanti o pagliaccesche, su insinuanti feline mascherine femminili da appendere al muro, e soprattutto su motivi vegetali e zoomorfi miniaturizzati.

Forme più raffinate, probabilmente – ma non necessariamente – prodotte a Murano, si trovano nei negozi costosi gestiti da italiani, non nelle vetrine di carabattole allestite da pakistani, bengalesi, rumeni, cinesi. I più celebri monumenti tipizzati possono magari esser rappresentati nei soprammobili in ceramica, ma perché non di plastica inseriti in finte lampadine? O meglio nelle immancabili palle di vetro con spolverata di neve se vengono agitate? Ma la ridondanza di questi oggetti può spingere persino a trasportare queste palle di vetro in gondole di resina, o addirittura, mettere il gondoliere a trasportare nella sua barca una palla di vetro in cui è imprigionato un altro gondoliere.


Nelle calamite, il campanile di San Marco può anche ispirarsi a un espressionismo tricolore. Come l’abbigliamento del burattino Pinocchio, sia di legno che di plastica, in vendita in numerosi negozi, tanto più in calle Mercerie. Rafforzano nel turista l’idea che tanto il campanile decorato dal Sansovino come il personaggio di Collodi siano robe italiane.

In un supponente primato della cucina italiana nel mondo, decantatissimi ai turisti, che paiono credere alla loro autenticità, non possono mancare i souvenir alimentari. Le nuove cicchetterie sono ormai un genere immancabile nei percorsi dei visitatori in ambito lagunare, tanto che le guide stentano ad aggiornarsi per segnalarle. Iniziano anzi a diventare di moda con quel nome veneto pure a Bologna e Milano, dove però occorre ancora spiegare agli avventori locali che il cicchetto non consiste più nel tradizionale grappino, ma nel solido stuzzichino da accompagnare al vino; i turisti stranieri di passaggio in Emilia e Lombardia invece lo sanno già. Stranamente mancano ancora (lo suggeriamo qui, se gli importatori cinesi ci ascoltano) calamite con la bottiglietta dell’Aperol per lo spritz, o col calice pieno della bevanda rossa o arancio in resina, mentre nelle città d’arte toscane i magneti con le miniature della bottiglia o del fiasco di Chianti sono diffusissime.

A Venezia in pseudo-drogherie rivolte ai turisti, con prodotti “tipici”, poco noti e decisamente sorprendenti per gli italiani e i veneti, non mancano le bottiglie di limoncello dalle forme più rimaneggiate; qui una bottiglia contorta a forma di stivale, geografica rappresentazione dell’Italia, ma con stampato sopra un decorativo vistoso ferro da punta dorato di una gondola.

Il limoncello non è un prodotto veneziano, ma in Italia ormai viene offerto in ogni foggia agli stranieri, che lo apprezzano molto e se lo aspettano ormai più del caffè espresso. A Napoli, a capo della regione che ne produce di più, se ne trovano bottiglie ben più strambe; qui una varia esposizione, con la ricorrente forma di pene; ma si può dire che – surclassandole oggi nei flussi turistici – il centro partenopeo abbia usurpato il simbolo dei limoni a Sorrento e Amalfi.

La pastasciutta non è poi un simbolo necessariamente veneziano, infatti questi pezzi di pasta multicolore (ma con varie sfumature del rosso, bianco e verde) in quelle raccapriccianti pseudo-drogherie vengono offerti come prodotto locale in diverse città turistiche italiane, e da un po’ di tempo persino in alcuni supermercati discount. Per renderla prodotto tipico turistico, basta comunque mettere nella confezione un po’ di immagini stereotipate di una qualsiasi città famosa: qui una prospettiva grandangolare di piazza San Marco, con una strisciata dei fumogeni delle Frecce tricolori, e in cima una rassicurante marca “Antichi sapori”, affiancata dal glorioso serenissimo leone dorato. Serve a farla costare il quadruplo della normale pasta. Dalle ormai classiche forme dello spaghetto e maccherone, oppure di farfalla o di ruota che dovrebbero trattenere più condimento, si è passati ad architetture complesse e bizzarre come lo stivale della penisola italica. Ma qui c’è anche della pasta ultraveneziana, con una grossolana forma di gondola.

Per i più ridanciani, in vena di battute grassocce qualora venisse l’ardita voglia di assaggiarne una variante, figura pure questa in stilizzata sagoma di pene.

Una pasticceria – non delle più rinomate, ma opportunamente collocata nelle calli del grande flusso turistico – mostra al centro della sua vetrina un flusso di cioccolato fuso, che si riversa in una gondola dorata e da quella cola in un’identica gondola, poi in un’altra, e dopo anche in un ponte di Rialto, pure dorato, collocato in un Palazzo Ducale la cui plastica imita il marmo chiaro dell’originale, dove il fiotto marrone scompare.

Se poi ci si porta al mercato di Rialto, un turista può essere condotto da guide anticonformiste anche a comprare un autentico completo abbigliamento da gondoliere, o – se preferisce – quello da cameriere: nella realtà il principale lavoro a Venezia, dall’enorme diffusione, rispetto a quello pur esorbitante dei portieri di notte che magari di giorno rassettano stanze o forniscono chiavi di accesso negli airbnb e B&B della gentrificazione che infesta la città.

Per chi abbia un budget elevato negli acquisti, nel sestiere di San Polo, vicino ai Frari, si possono trovare anche oggetti ricercati, raffinati nel loro riprodurre in modellini miniaturizzati in legno i monumenti più celebri della città, le imbarcazioni lagunari, gondole comprese, con vari kit per chi ami costruirseli una volta tornato a casa.

Ma per bambini esigenti, o per nostalgici dell’infanzia, poco fantasiose ma costose costruzioni Lego (o simili made in Venice) possono aiutare a costruirseli in plastica la gondola, il gondoliere, la briccola e la palina, i monumenti con la vera da pozzo e lo skyline della città lagunare.


Nota. Tutte le immagini sono state scattate dall’autore, tranne la scatola Lego Architecture, ripresa da un catalogo di vendita online.

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“Creare esperienze”

02/01/2025 Matteo Gatto // Generi di discorso Storie

Un “accompagnatore turistico” e “guida ambientale escursionistica” parla del suo lavoro e di “turismo sostenibile” in kayak tra le barene con vecchi pescatori, girando in maschera a Venezia, facendo trekking alle Cinque Terre: tour su misura a seconda di budget, classe sociale e nazionalità. Intervista a cura di Giannarosa Vivian.

Mi puoi spiegare il tuo lavoro?

Nel mondo del turismo (cittadino-culturale-artistico) ci sono due diverse figure professionali, la guida e l’accompagnatore. La guida turistica fa attività di divulgazione storica e artistica, deve essere iscritta a un albo professionale. Il prossimo gennaio, dopo sette anni, ci sarà un bando per guida turistica, si calcola che sosterranno l’esame circa seimila persone. L’accompagnatore turistico invece, ed è questo il mio caso, lavora solo tramite agenzia, accompagna i turisti nei trasferimenti da un posto all’altro. Posso spiegare usi costumi e tradizioni locali, tipo Treviso è la città del radicchio, sant’Erasmo è famosa per i carciofi, ma non posso spiegare la storia del palazzo del Trecento o della basilica di San Marco.

Poi c’è il turismo in ambiente naturale che si divide in quello tecnico-sportivo per le guide alpine, le quali esercitano la loro professione con materiali alpinistici tipo corde ramponi chiodi picozze sci, e in quello di divulgazione ambientale-escursionistica per le guide ambientali escursionistiche (GAE) che possono utilizzare al massimo le ciaspole, tutto il resto no, e questo è il mio caso.

Puoi fare qualche esempio?

Io non posso proporre un’esperienza con più di due servizi, compreso il mio e un altro. Per esempio, non posso organizzare un giro in kayak in laguna con aperitivo perché sono più di due servizi, infatti sono tre: il noleggio del kayak, il mio lavoro di guida ambientale escursionistica, l’aperitivo in qualche locale. Se invece in montagna faccio una ciaspolata in un rifugio senza fermarsi in rifugio a mangiare, allora posso, ma non è competitivo sul mercato, perciò non lo organizzo.

Come organizzi il tuo lavoro? Quali sono i passaggi da seguire?

Per prima cosa devo conoscere delle agenzie che mi interessino, per cui vado alle fiere internazionali del turismo, a Rimini, a Parigi, una molto importante si tiene a Monaco di Baviera e Berlino. Dico: io so fare questo e questo. Mi sono fatto un sito. Con l’agenzia ci si allinea sul target del cliente, sul tipo di escursioni e sui luoghi di interesse comune. Loro mi vedono, e se l’agenzia rispecchia quello che io propongo si fa l’accordo. L’agenzia mi dice sì, il nostro target è fare uscite naturalistiche (il giro in kayak, uscite notturne in laguna a vedere i rapaci… io so che si va da autunno a primavera, in estate no). Io mi propongo all’agenzia per quello che so fare, propongo un territorio. Io sto promuovendo il territorio in maniera sostenibile. Porto la gente nelle malghe, nell’osteria in mezzo ai colli. Spiego ai turisti che la lingua con cui sono nato la uso, parlo anche in dialetto per farmi accogliere nei luoghi dove se entri normalmente non ti darebbero neanche un posto per sederti.

Quando firmi il contratto con l’agenzia che ti compra un pacchetto di esperienze, tu metti dei paletti. Dici: massimo tot persone, e fissi una durata temporale. Come GAE metto un tetto massimo di 15 partecipanti, di solito si va da 7 a 10 persone, poi sono fatti dell’agenzia se ci guadagna o no, a me non interessa, può esserci anche una persona sola.

A quel punto con l’agenzia parliamo di prezzi, si stabilisce la collaborazione. Io concedo il mio pacchetto di escursioni sulla fiducia, loro hanno la potenza economica e strutturale per proporlo al mercato. Come singolo non riuscirei mai a fare marketing, non potrei investire su Instagram o altri social. Invece le agenzie hanno a disposizione piattaforme, collegamenti con agenzie di tutto il mondo. Sono loro che vendono pacchetti di esperienze. Io do le date precise della mia disponibilità, di solito entro 72 ore loro mi rispondono: abbiamo gente o non abbiamo gente. Invece per i tour di più giorni il preavviso deve essere di uno o due mesi d’anticipo, così in caso di disdetta ho il tempo per cercare last minute qualche lavoretto e non stare a casa in piena stagione. Poi a fine anno in base a quanto ho lavorato, quanto e quando mi hanno pagato e se mi piace il pacchetto e l’agenzia, sta a me decidere chi mollare e chi tenere. Adesso siamo in novembre, già oggi le agenzie hanno il calendario completo del 2025, o almeno il 75%. Devi fare le tue proposte altrimenti ti fumi il lavoro, le agenzie si trovano altri. Diciamo che entro Natale dovresti chiudere il tuo calendario dell’anno dopo.

A parte Venezia, come vedi la situazione in Veneto dal punto di vista del turismo?

Sebbene siamo la regione che ha più turisti in tutta Italia – siamo sui 21 milioni di arrivi e 70 milioni di pernottamenti all’anno – non c’è sviluppo territoriale, mancano mezzi di trasporto e strutture ricettive. Basta pensare a Treviso. Per i turisti a Treviso c’è qualche hotel di livello, oppure b/b, oppure ville venete fuori città, ma queste sono strutture situate nella campagna che per arrivarci bisogna avere un mezzo di trasporto proprio. Come il Veneto, tutte le regioni italiane soffrono di una mancanza di infrastrutture che colleghino bene il paese. Sarebbe da citare l’esempio delle Cinque Terre: l’enorme affluenza turistica delle Cinque Terre è un successo (sostenibile ed ecologico) dato dal treno che passa quasi ogni 10 minuti portandoti a La Spezia e Genova con 4 milioni di turisti all’anno. Andare per le colline del prosecco è complicato. Per esempio io ho un business importante, ho creato il Prosecco Trek, una proposta un po’ diversa dalle solite, con anche delle bici, tutto sostenibile, ho molto successo, però faccio fatica a portare gente lì, o proporre pacchetti di più giorni, perché non ci sono strutture. Per le Dolomiti lo stesso, gli alberghi offrono un servizio scadente, non sono flessibili sull’orario: se io devo partire col gruppo alle sette di mattina, devono servirmi la colazione alle sei, non dalle otto in poi. Per esempio gli hotel delle Cinque Terre che hanno un turismo di escursionisti sono molto flessibili sugli orari e preparano pure il pranzo al sacco da ritirare ogni mattina prima di partire. Il nostro territorio offre Venezia, città d’arte, colline meravigliose e montagne uniche al mondo che però non sono ben collegate tra loro. Le agenzie non riescono a unire in un unico pacchetto questi luoghi apparentemente vicini ma scollegati.

E i turisti come rispondono a queste proposte?

Ora il turismo sta completamente cambiando, si sta trasformando in turismo esperienziale. La gente che viaggia non vuole più il turismo classico. Se si trova a Treviso, per esempio, vuole stare in un appartamento in centro, oppure in un castellino, una villa storica, un vecchio casale agricolo ristrutturato e da lì avere una persona che li accompagna anche semplicemente al mercato, andare per osterie, fare un giro in bici magari sulla Restera. Ti pagano tantissimo, però non c’è abbastanza organizzazione turistica.

Torniamo al tuo lavoro di guida ambientale escursionistica. L’agenzia turistica a cui è piaciuta la tua proposta ti affida un gruppo per un giorno, non per tour di più giorni. Adesso cosa succede?

Prendiamo un’uscita in kayak in laguna. Al Cavallino c’è un noleggio di kayak importante. Parto dalla piazza del Cavallino, faccio il giro dell’isola Falconera e mi perdo per i ghebi. C’è il pacchetto pensato apposta per l’estate, poi c’è lo stesso pacchetto per il tardo autunno, e uno per la tarda primavera. D’estate do appuntamento in piazza alle due del pomeriggio, cominciamo a conoscerci, consegno i giubbottini e le pagaie. Quando tutti sono arrivati faccio un briefing, spiego chi sono, in cosa consiste la mia professione, cosa andremo a fare. Partiamo in kayak, arriviamo a un punto di ristoro dove facciamo aperitivo e un giro a piedi della valle, poi torniamo indietro al punto di partenza verso le 18 o le 19. Grazie arrivederci. A volte lascio il mio bigliettino da visita, magari può succedere che ci si metta d’accordo per trovarci anche il giorno dopo per un altro giro in forma privata. Il pagamento va a giornata.

In che lingua parli di solito?

Dipende dall’agenzia. Io lavoro pochissimo con turisti italiani, di solito lavoro con gli stranieri. Francesi e americani sono il massimo, vanno forte, l’americano più di tutti. Mi è capitato di avere un gruppo plurilingue, in questo caso mi faccio pagare di più, nessuna guida lo fa, ma di solito il gruppo è monolingue. 

Quanto studi per fare questi viaggi?

Tanto, però mai abbastanza. Devi conoscere già un po’ il luogo per saperti muovere, ma non basta. È un lavoro per il quale ci vuole capacità di improvvisazione, grande flessibilità, un buon bagaglio culturale personale, voglia di mettersi sempre alla prova, forte curiosità, saper stare con lo stesso gruppo anche per 8 giorni, stare attenti alle esigenze di tutti, magari ci sono degli anziani con le loro specifiche esigenze. I turisti te li devi coccolare a 360 gradi.

Ho accompagnato un gruppo di senatori francesi in giro per il Veneto a fare un’esperienza culturale. Un giorno solo per Vicenza, uno per Padova, un altro per Treviso con la guida turistica per ciascuna città, io ero sempre di accompagnamento. Si facevano esperienze gastronomiche, entravamo nei palazzi. Durante i trasferimenti parlo con loro, faccio domande sull’idea che hanno dell’Italia, gli stereotipi… Per esempio ti chiedono: il governo come sta andando? E con l’immigrazione? Quanto è il salario minimo? Con questo lavoro sei un tuttologo, e impari tanto.

Con chi lavori in questo periodo?

Di solito in inverno non si lavora, ma quest’inverno lavorerò per la prima volta con un’agenzia americana che ha varie sedi tra USA, Canada e agenzie turistiche partner in tutto il mondo. Sono entrato in contatto con loro agenti che la rappresentano in Italia, ormai ho rapporti personali. Tra pochi giorni accompagnerò in escursione alcuni referenti dell’agenzia per conoscersi. Tutto è cominciato quando a un’escursione che faccio in kayak in laguna nord di Venezia, esperienze più costose che si discostano dalla classica uscita, ha partecipato l’attuale referente del Veneto. Lei non si palesa, sembrava una turista come gli altri. Alla fine mi dice, sei bravo, sei di bella presenza. Da mesi cercava una guida. Io resto pacato, poi vedo che lei non mi prende per il culo (tanti si prendono le tue esperienze e poi le vendono ad altri) capisco che lei fa sul serio, mi darà lavoro per tutto il prossimo anno, ma è pericoloso impegnarsi tanto con una sola agenzia perché se ti tira il pacco tu resti senza lavoro essendo freelance in partita iva. Con questa agenzia americana saranno esperienze particolari fuori del mercato classico, le abbiamo costruite insieme. Prima di decidere ci siamo visti tante volte, io so anche che contatti ha. Loro lavorano in Italia nelle regioni come Toscana, Sardegna e altre da vent’anni nel settore extralberghiero e da cinque anni nel settore extralberghiero. Questo cambio di proposta turistica è dato dall’esigenza di adeguarsi al turismo esperienziale sempre più in voga. Agenzie grosse come questa leader del turismo incoming in Italia collabora con le istituzioni a livello regionale e nazionale, partecipa ai tavoli istituzionali. Questa agenzia americana lavora anche con clienti altospendenti, da Singapore a Hong Kong, in Australia, in tutti i posti dove c’è gente benestante. Trattano il turismo di lusso: affittano dimore storiche, castelli, naturalmente con l’obbligo di rispettare il regolamento italiano. Danno in affitto questi luoghi prestigiosi ai loro clienti, che possono essere due persone ricche, come quattro coppie di amici che vogliono fare una vacanza in un’isola della laguna di Venezia, o in una villa sui colli del prosecco. Queste persone scelgono una delle esperienze che l’agenzia propone in Veneto, una delle venti che ho creato io. Dicono: questa mi piace, facciamola. Arrivo io, coprirò tutto l’anno, lavorerò con altre due guide.

Quindi c’è un collegamento tra la disponibilità economica del cliente e l’offerta turistica…

Ci sono fasce di prezzo diverso che io devo studiarmi. Quell’agenzia che target ha? Ha un target medio? Bon, domanderò sette. Quell’altra ha un target di lusso? Domanderò dodici. Oggi quello che fa la differenza non è solo il luogo che fai visitare ma quanto fai pagare. Un esempio per tutti: la basilica di San Marco. La maggior parte dei turisti di giorno fa la coda, vede il mosaichino, vede l’iconostasi, poi esce. Questo vale per la classe media, quella che probabilmente si ferma a Venezia due giorni. Se invece proponi la visita della basilica di San Marco di notte, magari due clienti e una guida, li fai pagare tanto, e ti accendono la basilica solo per te. Ho accompagnato piccolissimi gruppi, massimo di 6-7 persone. Questo della basilica è un esempio, ma può essere una fornace a Murano… se fai una cosa che si discosta dal turismo di massa, funziona, e ovviamente la fai pagare di più. Mettiamo una coppia che alloggia al St. Regis, sul Canal Grande. Vengono a prenderli col taxi al pontile dell’albergo, e già solo di taxi cominci con 600-700 euro. Aggiungi la disponibilità giornaliera di chi li accompagna, e sono sui 300 euro. Io sto con loro tutto il giorno, li porto a Murano a vedere il lavoro del maestro vetraio… A Burano c’è la cooperativa della pesca storica. I pescatori ti spiegano le antiche tecniche di pesca in laguna, i te porta fora coa barca in laguna, i te fa védar come che se fasseva. I pescatori applicheranno la tariffa solita, cioè se ti chiedevano dieci sarà dieci, ma io devo star lì a tradurre in francese, quindi per il turista la spesa aumenterà. Per adesso portano in laguna solo italiani, ma proprio ieri agenti francesi chiedevano di farlo anche per turisti francesi.

In una escursione c’è una scaletta da rispettare?

La scaletta c’è sempre, ma può arrivare un desiderio imprevisto, per esempio la coppia che dicevamo prima decide di voler vedere anche la basilica di Torcello, e tu li porti. Fatti tu due conti. Noi non potremmo discostarci dal programma però per la soddisfazione del cliente lo facciamo… pochissimi fanno questa cosa di derogare dalla scaletta, ma con l’affermarsi del turismo esperienziale succede sempre più spesso.

Altri esempi di turismo esperienziale?

Una cosa per cui i clienti vanno matti è andare per le colline del prosecco, fare una camminatina, mangiare con la famiglia nella cantina sui colli. Ci sono turisti che vogliono imparare la lingua locale, imparare a cucinare il risotto, fare la pasta… Ci sono degli chef che hanno dei casali ristrutturati in mezzo al bosco sui colli, attrezzati con una bella cucina. Arrivano i piccoli gruppetti di turisti e lo chef gli insegna a cucinare. In questi casi per la maggior parte faccio il mediatore culturale. È un turismo lento, non di consumo, per questo mi piace, non è che porti la gente al porto di Rimini e la imbarchi in crociera. Questi ci sono e ci saranno sempre, per carità, parliamo allora di classe media, di turismo di massa.

Consideriamo ora la provenienza di un turista-tipo, per esempio una comitiva di polacchi, o di cinesi. Dove li porti? Cosa gli fai vedere?

Mettiamo subito in chiaro: di che classe sociale? Perché se è di classe sociale media, che sia brasiliano polacco o cinese non conta, alloggerà in un hotel di Mestre, un tre stelle… c’entra il target, sempre. Sarà compito della guida, o dell’accompagnatore che sta con loro quei 4-5 giorni, saper comunicare in maniera efficace, tenendo in considerazione il background culturale dei clienti. Io stesso sono una persona diversa a seconda del cliente con cui lavoro. Comunque ti dico gli stereotipi e i luoghi comuni che girano.

Il francese è sempre diffidente all’inizio, devi conquistarti la sua fiducia, se poi si scioglie ti si attacca come un granchio. L’americano ti offre l’amicizia subito ma devi stare in guardia fino alla fine perché non capisci se hai conquistato veramente la sua fiducia o meno. Può essere un buon partner dopo mesi. Non capisci mai cosa vuole o cosa non vuole fare

Tra gli orientali, il giapponese è quello un po’ più occidentale: apprezza le esperienze nuove, gli piace mangiare spaghetti coe bevarasse, gli piace andare all’osteria, apprezza le novità.

Con un cinese ti rapporterai in modo più distaccato, torni al turismo classico. Il cinese è impostatissimo, è una macchina da guerra anche in vacanza. Lo stesso vale per tutto il mondo asiatico continentale. Che sia benestante o di classe media, ha poca o zero cultura. Quando si avvicina a un paese come l’Italia non capisce la ricchezza immateriale che si trova davanti, quindi gli devi raccontare cose famose, che gli stimolino il piacere, in pratica gli devi confermare l’idea che già ha dell’Italia. I cinesi hanno una percezione tutta loro delle distanze. A Venezia gli racconti che ci sono qui vicino le Cinque Terre… e loro spalancano gli occhi: Ah, le Cinque Terre!!! Gli dici che Roma è a sole 5 ore di treno da Venezia. È più un turismo di bassa qualità.

E poi sta affermandosi il turismo legato agli incentive, gli incentivi lavorativi. Ci sono grosse aziende da tutto il mondo che premiamo i best producers, cioè i venditori migliori o i lavoratori migliori – parliamo di categorie importanti, gente che lavora nel ramo della medicina, delle assicurazioni, delle aziende petrolifere, della tecnologia – regalandogli un soggiorno a Venezia. Un’azienda indiana di hi-tech si è presa per cinque giorni l’Hilton al mulino Stucky, per i best producers e per gli accompagnatori al loro servizio. Gli fanno fare esperienze top, tipo di giorno fanno i loro convegni, al pomeriggio e alla sera li portiamo a fare un walking tour con le maschere. Venezia si presta molto per questi aziendoni di tutto il mondo. Magari regalano ai dipendenti la crociera, ma prima della crociera gli fanno passare 3-4 giorni a Venezia.

Mi fai qualche esempio di cosa fai vedere?

A un francese puoi far visitare quanti monumenti storici vuoi. Io ogni mese faccio la guida trekking alle Cinque Terre, sto con gruppi di francesi per 6 giorni, so che ghe piase andar a védar e ciese. Gli piace che gli racconti cose storiche: le battaglie tra Genova e Pisa, i Turchi e i Saraceni. Anche se lo porti sulle Dolomiti, il francese vede il capitello, vuole la storia del capitello.

L’americano cominci a dirgli una frase di storia, e l’occhio è già distratto perché non ha l’allenamento che abbiamo noi europei. Mi sono trovato a dare due informazioni sulla basilica di San Marco. Mi hanno chiesto del leone di San Marco, io gli ho raccontato dei veneziani che sono andati ad Alessandria d’Egitto nel medioevo, gli ho raccontato di Marco e Todaro… e questi mi parlavano dell’epoca romana, non erano capaci di collocare nel tempo l’alto Medioevo e distinguerlo dall’epoca romana. Con loro hai un po’ una difficoltà di comunicazione.

Il cinese non è fatto per andare a vedere robe culturali. Vuole vedere il panorama, fare la foto alle case colorate di Burano, fotografare il riflesso dell’acqua nei canali, il tramonto in laguna.

Il polacco vuole bere e mangiare, soprattutto bene. Lo porti per bacari o per osterie, fai la camminata a Bassano, ma quello che gli interessa è la grappa.

Conclusione: ti comporti in modo diverso a seconda della nazionalità dei clienti e devi conoscerla. E comunque tu guida devi capire il background di quel turista e adattarti…

Anche le agenzie lavorano per target. Tranne le big del settore turistico, la maggior parte lavora e propone pacchetti adatti alle caratteristiche antropologiche e d’età del cliente.

Prezzi… che prezzi ci sono?

Non ti dirò numeri riguardo le tariffe. Però tieni presente: se accetto un lavoro al ribasso danneggio tutta la categoria. A Venezia c’è l’associazione degli accompagnatori turistici del Veneto AAITV o a livello nazionale AGILO. Con l’iscrizione offre il servizio di una associazione di categoria, ci tutela, va a parlare col Ministero, e anche per il compenso stabilisce un tariffario minimo, che dev’essere rispettato, non puoi fare sconti maggiori del 20%.

L’associazione migliore per le guide ambientali escursionistiche è l’AIGAE, Associazione italiana guide ambientali e escursionistiche, che rappresenta più di 3500 guide nel territorio italiano. Fa dei corsi professionalizzanti in collaborazione con la Regione e con enti formatori. L’associazione AIGAE è importante perché se non ci fosse non saremmo tutelati da nessuno in quanto siamo liberi professionisti. Dice: cerchiamo di mantenere un buon livello, non meno di 250 euro al giorno. Altri lavorano al ribasso,

Organizzi anche escursioni in montagna?

A volte porto piccoli gruppi di turisti in un bivacco, o in una casera. Potrebbe sembrare poco rispettoso per luoghi che devono rimanere incontaminati. Ma io faccio tutta un’opera di pulizia. Andiamo là, spiego al turista che nel bivacco può dormirci, che è un luogo pubblico. Quando ce ne andiamo lo lasciamo più pulito di come l’abbiamo trovato. Porto detersivi, uno straccio… Porto la motosega, perché ho un gruppetto che va matto per un lavoro come questo in mezzo al bosco.

Ho un rapporto col Parco delle Dolomiti Friulane, faccio legna, non devo tagliare alberi vivi, solo alberi morti. Si potrebbe obiettare che è un’attività di nicchia, invece se la sviluppi, sai quanti ragazzi con forza fisica e competenze linguistiche potrebbero lavorarci.

In questo lavoro quello che fa la differenza è la conoscenza delle lingue e quanto sei capace di coinvolgere il cliente, renderlo parte attiva nella sua esperienza, fargli avere rispetto del luogo perché conosce le persone di quel luogo, la malga, il ristoratore. Se il cliente stabilisce un rapporto allora è un turista sostenibile, non è un turista di massa. Lavorando così alzi la qualità, fai anche un servizio pubblico, è vero che siamo dei privati, ma diffondiamo il made in Italy.

Parli di turismo sostenibile, come lo definiresti?

Non saprei darti una definizione teorica. Quello che faccio io lo ritengo turismo sostenibile.

Come sei arrivato al punto in cui sei oggi?

Ti racconto la mia storia personale: mia mamma ha sempre organizzato cose da fare in gruppo nel weekend, camminate in montagna, uscite nella natura. Ho una visione di comunità, di saper stare con persone diverse. Al liceo, in estate facevo il coordinatore dei campi di volontariato in Finlandia, Francia, Spagna, Germania. Si trattava di restaurare un castello medievale, una fermata del bus, lavori di manutenzione dei boschi o scavi archeologici. Erano campi internazionali, si parlavano tante lingue. Durante il liceo di notte lavoravo al mercato di frutta e verdura Venezia, mio zio aveva un banco a Santa Marta, a Castello e Lido, giravo per calli, ponti e rii a fare consegne. Finito il liceo, ho viaggiato per l’Europa, so parlare spagnolo, inglese, e francese. Mi ero iscritto a Filosofia a Ca’ Foscari ma non ho terminato l’università. Col Covid sono cambiate tante cose anche in famiglia, è stato un periodo critico. Nel mentre che frequentavo l’università esce il corso per diventare guida ambientale. Ho fatto il corso a Parma, tre mesi su e giù in macchina. Avevo passato la preselezione prima del Covid, eravamo un centinaio di candidati di tutta Italia, ne prendevano solo 13. Era una selezione teorica (conoscenza di geologia, flora, fauna della regione Emilia Romagna). Ho superato l’esame, poi col Covid si è bloccato tutto, adesso però ho il patentino e lavoro.

Io ho avuto varie fortune: mia mamma che a 45 anni, nel periodo del Covid, ha cambiato vita e si è rimessa in gioco con l’attività di accompagnatrice turistica. Il mio professore di ginnastica che è guida nazionale di escursionismo giovanile che mi ha insegnato ad accompagnare i minorenni, a superare la paura, io crescevo dal punto di vista alpinistico e anche personale, tutti i weekend uscivamo in kayak, a fare canyoning. Il lavoro di volontariato nei campi giovanili. L’essere ospitato all’estero e imparare le lingue. Quando ho superato il corso di guida ambientale mi si è aperto un mondo.

Nota. Giannarosa Vivian ha incontrato Matteo Gatto in un bar alla Frescada di Treviso il 16 novembre 2024. L’immagine di apertura è prodotta dall’intelligenza artificiale, parole chiave: kayak in laguna di Venezia, colline prosecco con vigneti, poche persone che mangiano all’aperto, Dolomiti sullo sfondo.

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“I prodotti ci guardano”

11/11/2024 Francesco Bortolini // Generi di discorso Storie

Immagini, colori e scritte; cornici, fondali e profili portaprezzo; cartoline storiche e territorio. Grafica e accessori di un supermercato come elementi di marketing. Piero Brunello intervista un grafico che lavora con aziende della grande distribuzione.

In che cosa consiste il tuo lavoro?

Lavoro per la Top Display, una srl che lavora con le aziende della grande distribuzione, come l’Unicomm che gestisce i marchi Famila, Mega, Emisfero e A&O, l’Aspiag che gestisce Despar, Eurospar e Interspar, la Vega, che ha in gestione i marchi Maxì, Tulipano, Eurospin e così via. Noi forniamo qualunque tipo di accessorio venga usato all’interno dei supermercati per la gestione quotidiana dei prezzi e per la comunicazione delle offerte o dei messaggi pubblicitari, come per esempio i profili portaprezzi dove si agganciano le etichette elettroniche, cornici, piantane e così via. Inoltre forniamo materiale stampato che serve a creare l’ambientazione all’interno dei reparti: le foto di un campo per l’ambientazione del reparto ortofrutta, i fondali rivestiti di legno per il reparto cantina eccetera. Quando viene costruito un supermercato, siamo gli ultimi che entriamo, e “facciamo bello”, come si dice: facciamo insomma i decori finali per rendere gli ambienti accattivanti. Per fare questo ci appoggiamo ad aziende che producono cornicette, ganci e tutti gli altri accessori: con alcune di queste aziende – una turca, una francese, una spagnola – siamo diventati partner.

Dove si trova l’azienda? Com’è nata?

L’azienda si trova a Marcon, in un contesto urbano; era sorta in mezzo ai campi, poi tutto attorno hanno costruito case, la strada di accesso è rimasta stretta e l’azienda è rimasta lì. Prima della costituzione dell’azienda, una quarantina di anni fa circa il titolare andava in giro per i supermercati a vendere prezzatrici e altri accessori per la comunicazione del prezzo; poi con il cognato e il figlio hanno aperto un magazzino per depositare la merce; la Top Display è nata con cinque persone nel 2011, per produrre direttamente accessori per la comunicazione dei prezzi invece di venderli solo. In Italia le aziende di questo tipo sono poche: che io sappia ne esistono sicuramente altre tre. Noi operiamo in tutto il Triveneto, in Lombardia e in Emilia Romagna.

E tu da quando lavori lì?

Lavoro là dal 2014, avevo ventotto anni; ci sono arrivato grazie a una agenzia interinale; mi ero proposto come grafico, e la ditta stava sviluppando l’ufficio grafico, aveva appena comperato una grande macchina da stampa e una macchina da taglio; ho fatto tre mesi e poi per fortuna sono stato assunto a tempo indeterminato nell’ufficio grafico.

In quanti siete? Quante ore di lavoro fate?

Noi siamo in quindici, tutti a tempo indeterminato, sia uomini sia donne, età media tra 30 e i 40 anni, parecchi sotto i trent’anni, i titolari lavorano e sono presenti. Lavoriamo dalle 8 di mattina alle 18, con due ore di pausa pranzo; l’azienda paga il pranzo, ma di solito, a meno che non ci siano lavori pressanti per esempio più aperture di supermercati concomitanti, io torno a casa durante la pausa, visto che abito a tre chilometri. Il nostro ufficio grafico consta sostanzialmente di due persone, a volte con l’apporto di una terza. Il 90% del tempo lo passo al computer, il rimanente 10% nella zona di produzione per verificare il risultato e il materiale. Oltre al reparto amministrativo, allo studio grafico e al magazzino, c’è una zona di produzione con una grande macchina da stampa su supporti rigidi e morbidi (adesivi), una altrettanto grande per il taglio dei materiali, due piegatrici per il plexiglas, una macchina per il taglio laser, una taglierina che taglia automaticamente i fogli stampati… Abbiamo anche due montatori che fanno il lavoro nei supermercati assieme ad aziende terze a cui ci affidiamo. In questo modo diamo al cliente il prodotto finito. Non appena siamo passati noi, arrivano quelli che dispongono la merce sugli scaffali.

Voi vi occupate della parte visiva, se così si può dire…

Sì, i responsabili del marketing di un gruppo gestiscono la comunicazione e l’aspetto generale che dovrà avere un supermercato. Noi siamo la parte esecutiva. Poi dipende da quanto grande è l’azienda: più grande è, più ha una linea-guida su come deve essere l’aspetto del supermercato. Per esempio se tu entri in un Despar, che sia a Mestre o a Mogliano o in Emilia o in Lombardia, l’interno sarà sempre uguale, pareti marrone nei reparti dei freschi, pareti beige nei reparti dello scatolame e del no food, e ambientazioni sempre uguali dei reparti (la forma di grana in gastronomia, un campo in ortofrutta, la foto di una cantina in enoteca). Altri gruppi invece più piccolini, come Visotto, si sono affidati a noi per la creazione dell’immagine.

Arriva una richiesta: a questo punto cosa succede?

Noi ci occupiamo o di nuove aperture, o di ristrutturazioni. Sappiamo per esempio che Famila aprirà in quella zona tra tre-quattro mesi. Quando cominciano i lavori andiamo a fare un sopralluogo, verifichiamo gli ambienti e gli spazi che abbiamo a disposizione, e in sinergia con l’ufficio marketing dell’azienda cominciamo a creare le ambientazioni. Come ti ho detto, per grandi gruppi le ambientazioni sono abbastanza definite (claim, scritte di reparto e così via); per i piccoli gruppi invece, nei quali l’ufficio marketing non ha una linea-guida, facciamo i rilievi e nel mio ufficio, che è l’ufficio grafico, progettiamo l’ambientazione, i modi di comunicare al cliente; facciamo una bozza con visualizzazioni digitali (immagini 3D, fotomontaggi) e la proponiamo al cliente, che fa qualche modifica.

Cosa vuol dire “far bello” un supermercato?

Il primo reparto in un supermercato è l’ortofrutta, è l’ambiente più ordinato e il più colorato, poi il reparto del fresco, poi i prodotti confezionati eccetera, fino al reparto delle bibite e delle bevande che sono alla fine perché sono pesanti e sarebbe scomodo portarsi dietro il peso per tutte le corsie. Voglio dire che il percorso che un cliente fa è studiato accuratamente.

I protagonisti sono i prodotti, devono essere messi bene, come fossero gioielli – il termine tecnico è il facing dello scaffale. Sullo scaffale non devono esserci buchi, per dare l’impressione che di prodotto ce n’è; in secondo luogo tutti i prodotti devono essere disposti sul fronte dello scaffale, non all’interno. C’è sempre una persona che passa per le corsie e tira avanti i prodotti.

Il banco gastronomia, per fare un esempio, deve essere ben curato, le ciotole sempre piene, mai rimasugli… noi vendiamo prodotti per renderlo bello, come vaschette, ripiani, accessori in acciaio inox scintillanti; l’aspetto deve fare in modo che i prodotti sono sugli spalti e mi stanno guardando.

Sembra una cosa da poco, ma un problema non semplice da risolvere è stato gestire la disposizione delle barrette di cioccolato, che non si riesce mai a tenere belle dritte: quando ne togli qualcuna, le altre cadono e così via. Noi vendiamo una strumentazione, che non è nient’altro che degli scivoli, in modo che quando io prendo una barretta di cioccolata quella dietro cade e il facing rimane ben ordinato, senza buchi tra una tavoletta e un’altra. Questo significa un’ora in meno al giorno per un dipendente che deve mettere in ordine lo scaffale.

Come abbinate il colore al prodotto?

Di base i colori richiamano il prodotto, perciò il verde in ortofrutta, l’arancione in gastronomia, il giallo per la panetteria, viola o vinaccia in enoteca, il blu per i surgelati e l’azzurro per i latticini. Di solito per la farmaceutica si usa il verde, l’azzurrino e l’ottanio… I colori sono abbastanza universali, standardizzati… nel passato qualcuno ha provato a mescolare i colori, ma i tentativi si sono rivelati poco efficaci.

Usate immagini?

Le immagini non devono essere preponderanti, perché in primo piano in un supermercato devono stare i prodotti, non l’ambiente; le immagini devono essere rilassanti e mai protagoniste, non devono risaltare.

Di solito si tratta di rivestire una parete. Immagina una parete con una bancarella o degli scaffali davanti dei prodotti davanti. Tu devi creare una ambientazione. Potrebbe essere la veduta di una collina coltivata, di un contadino che porta una cassetta, le mani che raccolgono un prodotto da terra, qualcosa cioè che richiami il prodotto del reparto. Mai macchinario, tutt’al più sullo sfondo, per esempio un trattore da lontano che ara un campo…

Per la realizzazione degli ambienti, piace celebrare il territorio in cui ci si trova, e a proporre immagini “tipiche”. Se ci troviamo in Emilia metterò un campo arato, in provincia di Belluno un pascolo o una malga; L’azienda che fa i Despar mi ha fatto usare tantissime foto storiche, io ho una buona collezione di cartoline storiche, ne avrò trecento, e da queste cartoline ricaviamo delle gigantografie che poi proponiamo al supermercato: non devono suggerire il luogo da dove vengono i prodotti, ma quello in cui si trova il supermercato. Nei supermercati della zona di Comacchio per esempio usavamo le foto del famoso ponte; nella zona in Lido di Spina abbiamo usato la foto degli anni cinquanta di una seggiovia che portava le persone dal campeggio, che non era sul mare, fino alla spiaggia, oppure abbiamo usato gigantografie con le cartoline storiche con l’altalena installata sul mare a Rimini… nella Marca usiamo grandi vedute del Prosecco, a Mogliano usiamo foto storiche di Mogliano, è una cosa che piace ai clienti… nelle inaugurazioni riceviamo complimenti per queste foto.

Oltre a immagini cosa realizzate?

Realizziamo claim cioè degli slogan, delle frasi a effetto, per esempio “Da noi trovi solo prodotti 100% italiani”, qualcosa del genere, qualcosa che faccia rassicurare il cliente che quello che sta per comprare è un prodotto di qualità. Tutto questo deve essere visibile ma non deve rubare l’attenzione al cliente, che deve concentrarsi sui prodotti; i messaggi delle offerte devono essere all’altezza degli occhi, o in centro a una corsia che cade dall’alto, o a scaffale i promo-stop: nello scaffale ci sono i prezzi normali, e poi le offerte, segnalate con un colore diverso, o con la scritta “Prendi due paghi uno”.

Poi ci sono i profili portaprezzo. La scaffalatura di una ditta è leggermente diversa da quella prodotta dalle altre per qualche piccolo particolare; ogni scaffalatura ha un attacco diverso; la stessa ditta può fare tre quattro attacchi diversi, noi conosciamo bene questi frontali e abbiamo tutti i profili per qualsiasi tipo di prodotto utilizzato in Italia: noi li progettiamo e li facciamo produrre da un nostro produttore.

Il prezzo elettronico è ancora agli inizi: una superficie di vendita di circa mille metri quadri di vendita (la Cadoro di Mogliano, per fare un esempio vicino a dove ci troviamo) per passare dai prezzi su cartellino a etichette elettroniche avrebbe un investimento di circa mezzo milione di euro, non è un investimento da poco… Non so adesso, ma qualche anno fa un display per il prezzo costava dai 5 ai 7 euro, e un supermercato ha migliaia di portaprezzi… I produttori di questi display sono tutti cinesi, non c’è la possibilità per i piccoli produttori come noi di accedere a questo ramo.

Vi occupate anche della musica di sottofondo?

No, quello è un altro lavoro. Vengono create delle radio appositamente, per esempio “Radio Famila”, “Radio Emisfero” e così via… Vengono chiamate “radio” ma in realtà sono registrazioni, che contengono non solo musica, ma anche messaggi pubblicitari.

Nota. Le immagini di copertina e all’interno dell’articolo sono di Francesco Bortolini.

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