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Elementi del paesaggio

L’algoritmo sulla città

30/07/2026 Piero Brunello Elementi del paesaggio

Breve storia della “Smart Control Room” del Comune di Venezia, realizzata a partire dal 2017. Società partecipate e partner tecnologici. Obiettivi dello sguardo che organizza la raccolta dei dati e le gerarchie della classificazione. Se Venezia è una smart city, chi sono gli smart citizens?

Mi sarei aspettato che la presenza della Smart Control Room nell’isola del Tronchetto provocasse un’accesa discussione, se non una vera ondata di proteste, e invece così non è accaduto. Continua infatti a prevalere l’idea che i dati raccolti dalla Smart Control Room siano oggettivi e neutrali, e che il dibattito debba riguardare essenzialmente il loro utilizzo: come impiegarli, se e in quale misura condividerli, e come garantire la tutela della privacy. Le pagine che seguono intendono invece dimostrare che la Smart Control Room non è un semplice strumento di raccolta dei dati, ma un sistema che attribuisce significato alle informazioni, contribuendo a costruire una particolare rappresentazione della realtà urbana e a definire ciò che viene riconosciuto come conforme o anomalo, rassicurante o sospetto: per riassumere, la Smart Control Room non si limita a rilevare una realtà già data, come pretende di fare, ma la ordina attraverso le proprie categorie di classificazione.

Dal controllo del traffico al calcolo di un ticket d’accesso a Venezia (2017-2020)

Il 12 luglio 2017 la società Venis s.p.a. – costituita nel 1989 dal Comune di Venezia per rendere più efficienti i servizi pubblici mediante l’uso di tecnologie informatiche – avviò la procedura per “lo sviluppo e la successiva realizzazione di un sistema integrato per il controllo e la gestione della mobilità e della sicurezza stradale”. Il progetto, reso possibile da fondi europei dedicato allo “sviluppo urbano sostenibile”, avrebbe dato vita a una Smart Control Room[1].

Il 20 dicembre 2018 la Giunta comunale approvò il progetto definitivo di ristrutturazione dei locali del Tronchetto destinati ad accogliere la Smart Control Room e la nuova sede della Polizia Locale. Il progetto fu sviluppato da TIM-Telecom Italia e Olivetti per Venis[2].

Il nuovo edificio fu presentato il 12 settembre 2020 “alla presenza delle autorità civili e militari cittadine”. In quell’occasione ne venne spiegato il funzionamento.

La Smart Control Room, affidata ai Vigili Urbani, raccoglie, integra e unifica i dati provenienti da tutte le centrali di controllo pubbliche e private attive in città, compresi i dati di localizzazione aggregati e anonimizzati forniti dagli operatori di telefonia mobile. In questo modo è in grado di monitorare presenze in città, spostamenti di persone, numero tipologia velocità di imbarcazioni nei canali, passaggi dei mezzi pubblici, traffico (stradale, acqueo, aereo e ferroviario), flussi turistici, previsioni meteorologiche, situazione dei parcheggi, nonché i dati provenienti da telecamere, sensori e sistemi di videosorveglianza gestiti da Actv/Avm, Centro Maree, Comune, Polizia Locale, Protezione Civile, Venis e Veritas.

La stanza può contenere fino a 88 persone; un interrato accoglie spogliatoi, un’armeria, uno spazio di addestramento, una sala di identificazione e fotosegnalamento e sette camere di sicurezza videosorvegliate e dotate di servizi igienici per le persone fermate o arrestate.

Presentando la Smart Control Room, il sindaco Luigi Brugnaro indicò una funzione di cui mai prima si era parlato, dicendo che l’infrastruttura sarebbe stata “alla base per la gestione del contributo di accesso fondamentale per la gestione dei flussi turistici”[3].

Dimenticavo una cosa. Durante l’amministrazione del sindaco Brugnaro (2015-2026), l’area del Tronchetto è stata destinata, tra l’altro, allo sviluppo di nuove strutture ricettive. Accanto alla Smart Control Room, nata per “gestire i flussi turistici”, sorgono così oggi due alberghi, con 728 camere e una capacità complessiva di circa 1.500 ospiti, in un luogo che fino ad allora era privo di ricettività alberghiera[4].


Nascita di una neolingua

Le istituzioni che avevano dato vita alla Smart Control Room rilasciarono dichiarazioni entusiastiche.

Il sindaco Brugnaro annunciò che l’opera era “un vero e proprio fiore all’occhiello per una Città unica al mondo che può finalmente contare su un polo altamente innovativo e all’avanguardia dal quale garantire la sicurezza di tutti e un pronto intervento nel caso di necessità”.

La Tim affermò che il progetto era “unico in Italia”. “Tutti questi dati, rielaborati garantendo il pieno rispetto della privacy, contribuiscono ad ottimizzare i servizi pubblici e a progettarne di nuovi funzionali alle esigenze dei cittadini”.

Per il comandante dei vigili l’opera garantiva “la sicurezza e la vivibilità della nostra città”.

Attorno alla Smart Control Room si è sviluppata una neolingua improntata al compiacimento, alla promessa e alla rassicurazione.

Prendete parole come controllo, gestione meglio se partecipata, innovazione, sostenibilità, sicurezza urbana, coesione che può essere sociale o comunitaria, strategie meglio se condivise. Dove il significato non è chiaro, ditelo in inglese, a cominciare da smart. A proposito di Venezia sarà bene avvertire che è una realtà complessa; se poi avete a cuore l’ambiente, non dimenticatevi di aggiungere che è un territorio fragile. Fatto? Mettete le parole in un bussolotto. Agitate un po’ (o fatelo fare all’Intelligenza Artificiale). Ne usciranno espressioni ispirate come “individuare strategie condivise per lo sviluppo urbano sostenibile e la riqualificazione del territorio”, “promozione di una maggiore vivibilità e coesione sociale”, “sviluppo di nuovi scenari di mobilità urbana smart e sostenibile”. In un’intervista potrete limitarvi a dire alla buona che la Smart Control Room “è il cuore pulsante della città pensato per garantire la sicurezza e il controllo della mobilità a 360 gradi”. Vi serve una chiusura a effetto? “Venezia città del futuro”.


Dal Panopticon che sorveglia al Panopticon che prevede

Il Panopticon, com’è noto, è un modello di carcere ideale, costituito da una torre centrale che osserva le persone detenute nelle celle disposte ad anello. Le persone a) non possono avere contatti tra di loro, b) sanno di poter essere sempre osservate da un sorvegliante che non può essere visto.

Si dirà che, a differenza del Panopticon, la Smart Control Room non impedisce il contatto laterale tra le persone sottoposte a sorveglianza. È vero solo in parte. A Venezia, come in molte altre città, la gestione della mobilità identifica, classifica e separa le persone sulla base di categorie amministrative, sottoponendole a regole, percorsi e procedure di controllo differenti: tornelli dedicati a residenti e non residenti, verifiche del pagamento del contributo di accesso o del diritto all’esenzione, modalità differenziate di attraversamento dello spazio urbano. Vi è poi un secondo aspetto. Se il Panopticon isolava i corpi nello spazio architettonico, la sorveglianza diffusa tende a trasformare lo spazio pubblico in un ambiente di osservazione permanente. In tali condizioni gli individui possono essere indotti a ridurre le interazioni sociali, a considerare ostile e pericoloso il mondo esterno e a privilegiare gli spazi privati rispetto a quelli pubblici. (Paradossalmente, quanto più lo spazio urbano viene rappresentato come oggetto di una sorveglianza permanente, tanto più può essere percepito come un luogo potenzialmente pericoloso, alimentando proprio quella domanda di sicurezza che giustifica l’ulteriore espansione dei dispositivi di controllo.)

Rispetto al Panopticon, la Smart Control Room introduce una tecnica ulteriore: la sentiment analysis, che estende la sorveglianza dalla registrazione dei comportamenti all’inferenza di emozioni, opinioni e possibili comportamenti futuri. In altre parole la Smart Control Room non solo identifica, registra e classifica automaticamente atteggiamenti, stati d’animo e orientamenti collettivi, ma li prevede e li anticipa sulla base di schemi predittivi, facendo attivare segnali di allarme e specifiche procedure d’intervento.

Chi stabilisce la soglia che separa la normalità dal sospetto e quali condotte vengono considerate una minaccia per la “sicurezza” e il “decoro”? Come vengono costruiti gli algoritmi che incorporano tali definizioni e con quali dati vengono addestrati? In che modo gli algoritmi apprendono a identificare individui, comportamenti e situazioni come anomali o potenzialmente rischiosi?

Annunciando nel 2019 l’avvio di una Smart Control Room a Firenze, l’allora sindaco Dario Nardella dichiarò di ispirarsi al modello di Tel Aviv. E nel caso di Venezia? Quali sono i luoghi di produzione, sperimentazione e circolazione delle tecnologie di sorveglianza? Come viaggiano algoritmi, piattaforme, pratiche amministrative e modelli organizzativi da una città all’altra? E come possono collegarsi tra di loro le voci critiche e di movimenti di opposizione che si stanno formando nelle diverse città?

Condivisione dei dati e privacy

Come ha reagito l’opposizione nel Consiglio Comunale di Venezia? Il gruppo consiliare del PD concorda sul fatto che la Smart Control Room offre la “la possibilità di sviluppare strumenti di analisi innovativi per lo sviluppo delle politiche di governance dei flussi turistici in modo sostenibile (sociale, ambientale ed economico)”[5], ma chiede da un lato la condivisione dei dati e dall’altro un sistema di controlli a salvaguardia della privacy.

In una mozione del 12 luglio 2022, Paolo Ticozzi chiede di garantire “agli interessati l’accesso, l’interrogazione e lo scaricamento di dataset estratti dai big-data raccolti dalla Smart Control Room che sarà ritenuto opportuno condividere”[6].

In una mozione del 12 settembre 2023 Giuseppe Saccà, ribadendo la richiesta avanzata da Paolo Ticozzi, chiede la costituzione di una commissione tecnico-scientifica “in modo da arrivare alla determinazione sia dei giorni di maggiore criticità sia della soglia giornaliera di presenza nella massima trasparenza e condivisione pubblica dei dati”[7].

Il 7 gennaio 2026 Paolo Ticozzi chiede garanzie circa chi possa accedere alle immagini di videosorveglianza, per quali finalità e secondo quali procedure, per quanto tempo i dati vengano conservati, se le operazioni compiute dagli operatori siano tracciabili e quali soggetti siano incaricati di verificare il rispetto delle finalità istituzionali e il corretto utilizzo delle informazioni raccolte[8].

Da parte comunale quali risposte sono venute? Alla richiesta di condivisione dei dati, i dirigenti di Venis rispondono che la Smart Control Room è già dotata di una Scientific Room, aperta alle istituzioni scientifiche e ai portatori di interesse.

Quanto alla privacy, in dirigenti di Venis rispondono che a) il sistema non è in grado di abbinare le immagini di sorveglianza con informazioni legati alla Sim del telefono, b) che i dati telefonici sono aggregati, cioè non forniscono nomi ma informazioni di tipo statistico. Ma perché dovremmo fidarci di chi manipola i dati? Perché, rassicurano i dirigenti di Venis, le immagini possono essere viste solo da “chi ha una divisa”. Ma a voi pare una rassicurazione?

I primi a dubitare di quanto il rispetto della privacy sia in pericolo sono i dirigenti di Venis. In una intervista agli autori del video Smart Controlled (2024), uno di loro ha infatti dichiarato che “in mani sbagliate il sistema può avere effetti devastanti”[9].

Sorvegliare: chi e che cosa?

Chi ha detto che le telecamere di sorveglianza debbano essere rivolte verso i sorvegliati? Perché non potrebbero monitorare i sorveglianti? La stessa logica di monitoraggio applicata ai fenomeni urbani potrebbe essere rivolta perciò all’infrastruttura della sorveglianza stessa, tracciando i flussi dei dati, gli accessi, le correlazioni effettuate e i soggetti che ne fanno uso.

In altre parole, sarebbe importante analizzare i criteri attraverso cui una Smart Control Room rende alcuni fenomeni visibili e ne oscura altri, nonché le gerarchie di rilevanza che orientano i suoi modelli operativi.

Potremmo per esempio monitorare indicatori di rischio relativi all’operato dei funzionari pubblici, elaborando indicatori predittivi di rischio corruttivo.

Potremmo monitorare indicatori di rischio idrogeologico associati al consumo di suolo, stimando la probabilità di allagamento conseguente all’impermeabilizzazione del suolo, individuando trend, anomalie e soglie di rischio utili a intervenire tempestivamente.

Potremmo chiederci cosa accadrebbe se una Smart Control Room estendesse il proprio raggio d’azione al sistema sanitario, mettendo in relazione dati sull’attività degli ambulatori, sui processi di privatizzazione dei servizi, sulle liste di attesa e sull’affollamento dei pronto soccorso con quelli ricavati dalla sentiment analysis, capace di rilevare e classificare le percezioni e gli umori degli utenti, fino a trasformare questo insieme di informazioni in indicatori, correlazioni e modelli predittivi capaci di classificare, anticipare e orientare i comportamenti.

Potremmo infine chiedere alla Smart Control Room di elaborare indicatori capaci di segnalare processi di progressiva privatizzazione del patrimonio pubblico e di valutarne gli effetti sulla qualità e sull’intensità delle relazioni sociali nello spazio urbano, analizzando la correlazione tra fruizione collettiva dei luoghi e senso di sicurezza degli abitanti.

La città visibile

I pochi esempi proposti sono soltanto alcuni tra i molti possibili, per dire che è sì importante esigere dalla Smart Control Room trasparenza nell’uso dei dati e tutela della privacy, ma che altrettanto importante è discutere quale città vogliamo rendere visibile. La Smart Control Room non registra semplicemente la realtà urbana, ma contribuisce a definire ciò che è visibile, rilevante e governabile. Per questo è necessario lavorare alla costruzione di un diverso immaginario urbano, capace di far emergere correlazioni e fenomeni che gli attuali modelli di osservazione non registrano o considerano irrilevanti.

Gli occhi della Smart Control Room ricordano quelli di un’agenzia di promozione turistica, che osserva la città attraverso itinerari, flussi di visitatori, dati sulla mobilità, servizi disponibili e opportunità di fruizione. Uno sguardo di questo tipo tende a ricomporre lo spazio urbano in un’unica immagine funzionale alla fruizione turistica. Vede così una sola città – Venezia – là dove altri sguardi individuano due realtà urbane differenti: Venezia e Mestre, con storie, funzioni e pratiche quotidiane diverse.

Lo stesso processo può essere applicato a una scala più minuta, quella dei quartieri e dei luoghi della vita quotidiana. Una rappresentazione costruita prevalentemente attraverso flussi, attrattori, tempi di percorrenza e concentrazioni di presenze privilegia gli spazi di attraversamento e di consumo, mentre cancella quei luoghi che producono socialità senza generare necessariamente grandi flussi: piazze di quartiere, negozi di vicinato, mercati, spazi associativi, luoghi di incontro informale, rapporti faccia a faccia, giochi di bambini e così via.

La città che emerge dalla Smart Control Room dipende dunque dai criteri con cui vengono selezionati i dati e definite le priorità: una città può apparire come rete di itinerari e servizi da ottimizzare, oppure come insieme di relazioni, memorie e pratiche quotidiane difficili da tradurre in indicatori[10].

Smart City, Smart Citizens

La Smart Control Room rende visibile l’idea a) che i problemi della città – dall’aumento del livello del mare all’overtourism – sono sotto controllo, b) che i problemi urbanistici, ambientali, economici e sociali possono e devono essere affrontati e governati attraverso tecnologie digitali, dati e algoritmi.

La Smart Control Room dichiara di voler raccogliere, monitorare e coordinare dati e servizi. In realtà interpreta: classifica, stabilisce priorità, individua correlazioni, produce previsioni, distingue la conformità dalla devianza e il normale dall’anomalia, trasforma un flusso eterogeneo di eventi in una rappresentazione ordinata della realtà, decide che cosa sia visibile e rilevante e che cosa possa essere trascurato, traducendo i dati in protocolli d’azione. Ogni modello della realtà, tuttavia, implica inevitabilmente una semplificazione e quindi un margine di errore. Nel caso dei sistemi di intelligenza artificiale, il problema è ancora più delicato, perché, come ci spiega Francesca Liguori in un suo recente contributo a questo sito, non siamo in grado di valutare se essi generino risposte “con un errore superiore a quanto riterremmo accettabile non conoscendo a priori la risposta giusta”[11].

La Smart Control Room viene presentata come uno strumento che permette agli amministratori di prendere decisioni. Protocolli e algoritmi in realtà non sono semplici strumenti di raccolta ed elaborazione dei dati, ma organizzano essi stessi il processo decisionale. Al pari di altre realtà sociali, come la sanità o la guerra, la gestione urbana diventa una sequenza di decisioni automatizzate.

La Smart Control Room, integrando determinati dati e non altri, non solo contribuisce a definire ciò che costituisce la città, ma anche a promuovere un particolare modello di cittadinanza: quello dello “smart citizen”, il cittadino che orienta i propri comportamenti in funzione degli obiettivi di governo incorporati nel sistema.

Nota sull’espressione “Smart Control Room”

Nei primi anni Duemila l’espressione “Smart Control Room” veniva usata negli Stati Uniti per indicare una sala di controllo digitale di alcuni tipi di reattori nucleari (International Atomic Energy Agency, Status of Advanced Light Water Reactor Designs, 2004, pp. 685-686, in https://www-pub.iaea.org/MTCD/Publications/PDF/te_1391_web.pdf), tuttavia il modello a cui si ispirano i sistemi di sorveglianza urbani è la Smart Control Room presentata a Karlsruhe dal gruppo di ricerca “Perceptual User Interfaces” del Fraunhofer IITB nel marzo 2009 (Stiefelhagen, Rainer, Geisler, Jürgen, Forschen mit dem Smart Control Room, in Jürgen Geisler, Jürgen Beyerer (Hrsg.), Mensch-Maschine-Systeme. Wissenschaftliches Kolloquium 5. März 2009, Fraunhofer IITB, Karlsruhe, KIT Scientific Publishing, 2010, pp. 81-82 disponibile online).

Di che cosa si trattava? In una stanza di circa 6 metri per 9 e alta 4, 11 telecamere fissate alle pareti e sul soffitto monitoravano le persone presenti fornendo immagini in tempo reale a una parete di schermi di 4 metri per 2,40. Gli schermi erano controllati da un PC che poteva fare le seguenti operazioni: zoomare; identificare una persona tramite riconoscimento facciale; fornire una ricostruzione dello spazio in 3D; analizzare e prevedere postura, direzione dello sguardo e gesti di ogni persona, e quindi prevedere le interazioni umane. Si poteva inoltre impostare una determinata modalità di visualizzazione, per cui sullo schermo potevano comparire informazioni relative alla situazione o alla persona, per esempio una scheda segnaletica. Il progetto prevedeva infine d’integrare a breve il riconoscimento vocale e altri elementi di percezione acustica.

Nota. La mappa con l’ubicazione del Tronchetto è stata prodotta con googlemaps. Le immagini che illustrano l’articolo sono state create con l’Intelligenza Artificiale.


[1] https://www.venis.it/it/node/956; https://www.venis.it/sites/www.venis.it/files/redazione/Trasparenza/Contratto%20di%20Affidamento_smar%20control%20room.pdf.

[2] https://live.comune.venezia.it/it/2025/04/la-giunta-approva-i-progetti-definitivi-della-nuova-sede-della-polizia-locale-e-della-smart.

[3] https://www.gruppotim.it/it/archivio-stampa/corporate/2020/CS-Il-Comune-di-Venezia-con-la-Polizia-Locale-e-Tim-presentano-la-Smart-Control-Room.html; https://live.comune.venezia.it/it/node/131714; https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/09/12/venezia-una-smart-control-room-per-gestione-flussi-in-citta_4fdd4aa7-2fd4-419c-9311-65d0b1c4cacc.html.

[4] Variante al n. 32 del Piano degli interventi approvata il 15 novembre 2018, in https://live.comune.venezia.it/index.php/it/node/127416; cfr. Nuovo hotel Hampton by Hilton al Tronchetto: tre piani da 65 milioni di euro, “La Nuova Venezia”, 18 luglio 2025; ricavo il numero delle camere nelle due strutture dall’interrogazione n. 1103 presentata il 7 febbraio 2025 da Alberto Fantuzzo in Consiglio comunale, cfr. https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-ispettivi/1/archivio/18?m=3.

[5] Così la mozione presentata da Giuseppe Saccà il 12 settembre 2023, in https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-indirizzo/1/atto/457?utm.

[6] https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-indirizzo/1/atto/295?m=3&utm.

[7] Cit., https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-indirizzo/1/atto/457?utm.

[8] https://consiglio2020.comune.venezia.it/atti-ispettivi/1/atto/1406.

[9] L’intervista a Marco Bettini, che parla a nome di Venis spa, sono nel video di Fulvio Nebbia e Alberto Puliafito, Smart Controlled, IK Produzioni e Slow News, aprile 2024, https://www.youtube.com/watch?v=LKFC0pvBsxA.

[10] Una buona introduzione a questi temi in Shannon Matter, A City Is Not a Computer: Other Urban Intelligences, Princeton University Press, Princeton 2021 (in particolare il capitolo City Console, pp. 18-50); ancora attuale è la Prefazione di Stefano Rodotà a David Lyon, La società sorvegliata. Tecnologie di controllo della vita quotidiana, trad. di Adelino Zanini, Feltrinelli, Milano 2002.

[11] Francesca Liguori, Lavorare con Intelligenza, online, altrochemestre.it, 22 luglio 2026.

Archiviato in:Elementi del paesaggio Piero Brunello

Centraline di rilevamento

12/05/2026 Filippo Benfante || Documenti Elementi del paesaggio

Riprendere gli appunti presi nel 1998 da un lettore non specialista sulla tesi di laurea in Scienze ambientali scritta da Francesca Liguori a fine 1996. Trent’anni dopo cambiano le domande: oggi queste pagine, sempre utili per una storia ambientale della città metropolitana, si leggono come anticipazione dei meccanismi di raccolta dati e di controllo del territorio.

Nota, primavera 2026. Dopo aver ascoltato alla radio una notizia relativa a intelligenza artificiale e cambiamento climatico, mi è tornata in mente una scheda di lettura che avevo pubblicato sull’ultimo numero di “Altrochemestre”, datato primavera 1998. L’articolo nasceva da due spunti: la curiosità per le centraline di rilevamento dei dati sull’inquinamento atmosferico sparse per Mestre, e magari anche per il design delle nuove edicole per la vendita dei giornali in piazza Ferretto, allora fresca di ristrutturazione; il caso di una conversazione con Francesca Liguori, che a fine 1996 aveva discusso una tesi di laurea sull’inquinamento atmosferico a Mestre per laurearsi in Scienze ambientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia (Inquinamento di atmosfere urbane. Interpretazione dei dati e nowcasting con reti neuronali).

Il vecchio file che ho ritrovato nella memoria del computer riporta un titolo di lavoro diverso, Aria di Mestre: senza dubbio ci furono discussioni sul taglio da dare al pezzo, che poi fu collocato con il titolo Centraline di rilevamento nella rubrica “Elementi del paesaggio”. Rileggendo ora, a parte il fastidio per certi giri di frase del ventenne che ero, mi pare di imbattermi in un episodio di documentazione inconsapevole: la rete neurale di cui parlava Francesca – argomento che sbrigavo in due righe – era un esempio di intelligenza artificiale a fine XX secolo; le centraline di rilevamento, dal canto loro, erano un esempio di dispositivo automatico di raccolta dati, uno di quegli strumenti che oggi, insieme a molti altri, in primo luogo le telecamere, convogliano informazioni sull’ambiente e sulle nostre vite verso “smart control room”. Telecamere è il titolo del primo articolo che ho scritto per la serie online di “Altrochemestre” (ottobre 2024). È questo il punto di vista che suggeriamo oggi (primavera 2026), riproponendo Centraline di rilevamento. (f.b.)

Scopo del lettore non specialista. Fin dove risalgono i miei ricordi, l’incrocio tra le vie Piave, Miranese, Carducci e Circonvallazione ha sempre avuto un’attrattiva speciale per la presenza di un gabbiotto di colore grigio, simile a una baracca prefabbricata, di lamiera, ma con delle canne che spuntano dal tetto. È una centralina che serve a rilevare i livelli dell’inquinamento atmosferico. Mi è sempre parsa un segno di indiscutibile modernità e avanguardia: il rischio delle targhe alterne anche a Mestre (è il primo provvedimento che l’amministrazione pubblica adotta, quando c’è un eccesso di sostanze nocive nell’aria). È in quel punto almeno dalla metà degli anni Ottanta, ma non riesco ricordare se è sempre stata così come la si vede nel febbraio 1998.

Centralina di via Piave nel 1998

Francesca Liguori ha studiato l’inquinamento atmosferico di Mestre per la sua tesi di laurea*. Così ho scoperto che queste centraline si chiamano “stazioni di rilevamento”; ce ne sono altre in città, a formare una rete in funzione da circa vent’anni, che ha avuto delle modifiche nel corso del tempo. Leggo la sua tesi per soddisfare altre curiosità.

Scopo dell’autrice. Francesca, introducendo al cuore della sua ricerca, spiega che il miglioramento della qualità dell’aria può essere ottenuto solo con adeguate strategie di controllo e di riduzione delle emissioni. Queste politiche risultano costose, perché implicano la sostituzione di intere tecnologie, la variazione dei cicli produttivi e dei sistemi di approvvigionamento, la costruzione o ristrutturazione di impianti e infrastrutture. Non so dove si potrebbe arrivare, proseguendo per questa strada. Francesca ha due esigenze: deve laurearsi; deve fare una proposta sintetica e concreta. Insomma, deve circoscrivere.

Il suo studio parte da un problema pratico dell’amministrazione pubblica: la necessità di prevedere, sia pure con un modesto anticipo, gli eventi “critici” per l’atmosfera, in modo da programmare l’intervento il più sensato ed economico possibile. Si metta tra parentesi la possibilità di trasformare in modo radicale le condizioni esistenti. Gestiamo le condizioni reali, capiamo dove e quando intervenire, sia pure in modo contingente (esempio: blocco temporaneo del traffico), per limitare l’esposizione della popolazione al rischio sanitario e per evitare lo sviluppo di episodi acuti.

Francesca usa un modello matematico, la “rete neurale”, che è capace di “apprendere” la soluzione di problemi sulla base di esempi noti. Da quanto capisco, funziona così: il modello accumula tutta l’informazione sugli eventi già accaduti e così impara che da una certa combinazione di fattori sono derivate (e quindi potranno derivare) certe conseguenze. Ogni volta che si verificherà una combinazione che anticipa una situazione potenziale “critica”, il modello avviserà. Il gioco (e l’economia) sta nella possibilità di allungare la prospettiva temporale. Francesca dice che il modello è affidabile per previsioni di poche ore.

Da lettore non specialista, mi accontento di avere capito questo, salto la spiegazione teorica del modello. Mi fermerò di più sugli esempi noti: i dati raccolti dalla rete di centraline che copre l’area del Comune di Venezia. Mestre in sé non interessa molto: è una struttura ad alta densità di traffico difficilmente controllabile e a elevatissimo impatto ambientale[1], che va bene quanto qualsiasi altra città di dimensione e fonti di inquinamento atmosferico adeguate, che si fosse dotata per tempo di una rete di monitoraggio. Forse Francesca si è decisa per Mestre perché c’era l’archivio disponibile più vicino a casa sua. Comunque sia, si parla di Mestre per costruire un modello che possa funzionare ovunque.

Cose che si imparano in generale. La tutela dell’aria trova la sua disciplina di base in una legge del 1966 (la 615), detta “anti-smog”, che regolamenta le maggiori fonti di inquinamento dell’aria: industrie, impianti termici, veicoli a motore. Questa legge è stata oggetto, per anni, di numerose critiche per le sanzioni previste (ritenute inadeguate per quantità e qualità), per la frammentazione delle competenze, per la mancanza di finanziamenti. Solo negli anni Ottanta, anche sulla spinta della legislazione comunitaria, la normativa si definisce meglio.

L’aria è una miscela gassosa eterogenea. La sua composizione si modifica nello spazio e nel tempo per cause naturali e non, tanto da rendere difficile definirne le caratteristiche di qualità. Come stabilire quando è inquinata? Non è possibile riferirsi alle proprietà di un ambiente incontaminato: l’inquinamento atmosferico deve essere stabilito su standard convenzionali. Si ritiene inquinata l’aria la cui composizione eccede limiti stabiliti per legge allo scopo di evitare effetti nocivi sull’uomo, sugli animali, sulla vegetazione, sui materiali, o sugli ecosistemi in generale.

Nel 1983 c’è la prima definizione degli standard di qualità dell’aria, che vengono in parte modificati nel 1988, sulla base delle principali normative comunitarie in materia. Il DPR 203/88 (24 maggio 1988) stabilisce anche i “metodi di prelievo e di analisi degli inquinanti” (caratteristiche degli strumenti, tempi di prelievo, metodi di analisi) che costituiscono ancora oggi il riferimento per accertare la qualità dell’aria. Sono stabilite due soglie, una di attenzione e una di allarme.

Nel maggio del 1991 vengono definite le condizioni per realizzare o adeguare le reti di rilevamento dell’inquinamento atmosferico. Si dice che si devono “individuare potenziali situazioni di emergenza prima che si raggiungano le soglie di attenzione”.

Le stazioni devono essere di quattro tipi: di base o di riferimento (A), situate in aree non direttamente interessate dalle sorgenti di emissione urbana (parchi, isole pedonali, ecc.); stazioni situate in zone a elevata densità abitativa (B); stazioni situate in zone a elevato traffico per la misura degli inquinanti emessi direttamente dal traffico veicolare (C); stazioni situate in periferia o in aree suburbane (D). Il numero minimo di stazioni che devono essere installate viene individuato in funzione delle dimensioni del centro urbano. Se ci sono meno di 500.000 abitanti (è il caso di Venezia) le stazioni saranno almeno sei (tipo A = 1, tipi B e C = 2; tipo D = 1). Dove ci sono tra 500.000 e 1,5 milioni di abitanti, ci vogliono almeno 8 centraline. Oltre, ce ne vogliono almeno 12. Ogni tipologia di centralina si concentra sul rilevamento di alcuni dati e dà un contributo specifico alla diagnosi generale. Ne consegue che “pesa” in modo diverso nel determinare le decisioni pratiche.

Nel novembre del 1991 si spiegano le “misure urgenti per il contenimento dell’inquinamento atmosferico e del rumore”. Si intendono valide solo per alcuni grandi comuni. “Il sindaco … entro le 6 ore del giorno successivo a quello del raggiungimento del livello adotta … i provvedimenti di seguito indicati: A) Livello di attenzione: … restrizione della circolazione nei centri abitati, … per un periodo giornaliero di almeno 12 ore consecutive. B) Livello di allarme: … Traffico veicolare: estensione delle restrizioni di circolazione previste … Impianti di riscaldamento: riduzione della temperatura degli ambienti a 19°… Centrali di potenza: riduzione del regime … Industrie: riduzione delle emissioni … Le ordinanze … restano in vigore fino a quando i valori di tutti gli inquinanti siano scesi al di sotto del livello di attenzione”.

Nel 1994 vengono aggiornati i livelli di attenzione e di allarme valevoli per tutte le aree urbane del territorio nazionale.

Gli esperti del settore manifestano ancora molte perplessità nell’analisi e nell’applicazione della legge. La definizione degli standard di qualità resta ambigua, i criteri sono formulati in modo troppo vario. Va del pari per la raccolta dei dati, che è alla base della loro confrontabilità. Su un punto cruciale come quello della scelta dei luoghi dove posizionare le centraline, la norma lascia spazio a varie interpretazioni: in particolare è difficile distinguere tra stazioni di tipo B (“zone a elevata densità abitativa”) e di tipo C (“zone a elevato traffico”), questione non da poco, come si è detto prima.

Gli “inquinanti” si distinguono in due categorie: quelli primari, emessi direttamente nell’atmosfera, e quelli secondari, che si originano nell’aria per trasformazione chimica. Gli inquinanti secondari sono coinvolti in un ulteriore processo innescato dalla presenza di radiazione solare, che origina lo “smog fotochimico”. Questo si manifesta con una leggera foschia di colore giallo-marrone. È qualcosa che danneggia la vegetazione e provoca il rapido deterioramento delle superfici e dei materiali. Agli esseri umani può provocare irritazione agli occhi e disturbi respiratori.

Nella formazione dello smog fotochimico, le condizioni meteorologiche (temperatura, velocità e direzione del vento, pressione atmosferica, umidità, piovosità, radiazione solare) sono un fattore decisivo. Il principale prodotto di questo processo è l’ozono. Ma non si deve confondere il problema dell’ozono presente nella parte più bassa dell’atmosfera terrestre (ozono troposferico) con quello del “buco dell’ozono”, che riguarda la parte più alta dell’atmosfera (ozono stratosferico).

Gli interventi sulle sorgenti di inquinamento locali permettono di ottenere degli effetti diretti e rapidi su inquinanti primari, come il monossido di carbonio, ma per ridurre le concentrazioni degli inquinanti secondari sono necessari interventi con campo d’azione più vasto. Per esempio l’ozono si forma in parecchio tempo e può propagarsi a centinaia di chilometri di distanza.

Mentre leggo, ho l’abitudine di ricopiare le frasi che mi sembrano più importanti. Questo resoconto è fatto così. Ogni tanto interrompo il mio grave assentire e tento qualche traduzione con parole mie. Mi pare che qui si dica che l’inquinamento atmosferico è un fenomeno che coinvolge un numero altissimo di variabili. Siccome rischia di uccidere (tossico vuol ben dire questo), bisogna che l’amministrazione si mostri solerte. Date le condizioni esistenti, l’amministrazione può provare a ridurre il flusso dalle sorgenti inquinanti che ha in casa. E iniziare a sperare: se il vento non cambia, la temperatura non cala, non piove, si sta freschi.

Francesca dedica due pagine all’elenco della tossicità dei principali inquinanti.

Il monossido di carbonio è un gas tossico, invisibile e inodore, la cui pericolosità è dovuta al suo rapido assorbimento per via polmonare; si fissa all’emoglobina del sangue impedendo il trasporto dell’ossigeno ai tessuti, determinando così danni ai tessuti che ne richiedono molto (cervello, cuore).

Il biossido d’azoto determina una intensa irritazione delle vie respiratorie: a concentrazioni elevate può provocare bronchiti, edema polmonare, enfisema o fibrosi. Inoltre, indebolisce il sistema immunitario perché riduce il numero di cellule produttrici di anticorpi nella milza.

Il benzene viene facilmente inalato e assorbito dagli eterocliti e dalle proteine plasmatiche e trasferito a tutti gli organi e tessuti ricchi di lipidi, esercitando effetti tossici. Colpisce il sistema centrale nervoso inducendo euforia, vertigini, cefalea, nausea e depressione. È classificato tra le sostanze per le quali esiste un’evidenza accertata sull’induzione di tumori nell’uomo.

Toluene e xileni (entrambi idrocarburi aromatici) svolgono azione depressiva sul sistema nervoso centrale, con effetti di tipo inebriante e anestetico. Il toluene provoca malformazioni ai feti dovute a una esposizione durante il periodo di gravidanza. In compenso non inducono lo sviluppo di particelle cancerogene.

Le benzine cosiddette “verdi” si stanno rivelando più insidiose di quelle tradizionali perché contengono benzene, toluene e xileni, in grado di esercitare effetti tossici sull’organismo anche a basse concentrazioni.

Il biossido di zolfo è un potente broncocostrittore. In determinate combinazioni, può essere pericoloso anche a bassissima concentrazione.

Il 3-4 benzo(a)pirene, che proviene soprattutto dal gas di scarico dei veicoli, è stato riconosciuto come causa certa di mortalità per cancro al polmone.

L’ozono è un gas che irrita molto le mucose (occhi, naso, gola, apparato respiratorio). In caso di sforzi fisici, l’azione irritante è più intensa. Esposizioni ripetute e frequenti all’ozono, in concomitanza con altri inquinanti spesso associati, possono influenzare l’insorgere e il decorso di malattie alle vie respiratorie. Elevate concentrazioni di ozono in atmosfera arrecano danni anche alla vegetazione e ai prodotti agricoli, alterando il processo di fotosintesi clorofilliana. Riesce a ridurre la vita di materie plastiche, gomme, fibre tessili, vernici: negli Stati Uniti è stato calcolato un danno di due miliardi di dollari all’anno.

Francesca non si occupa delle conseguenze a lungo termine, ma ce ne sono non da poco.

Dopo aver privilegiato per molti anni il problema delle grandi fonti di emissione, ora l’interesse dell’azione politica e dunque gli interventi legislativi si stanno orientando sempre più verso la problematica delle fonti diffuse, in particolare gli scarichi dei veicoli a motore. Pare che queste fonti diffuse rappresentino il rischio principale, perché i grandi impianti termoelettrici e industriali sono generalmente localizzati alla periferia delle città o lontano da esse; le loro emissioni avvengono attraverso alti camini che ne facilitano la diluizione, mentre gli scarichi del traffico veicolare e le emissioni di piccoli impianti avvengono all’interno dei centri urbani, a livello del suolo (auto), del primo piano delle abitazioni (autobus), dei tetti (riscaldamento domestico). Il grado di esposizione della popolazione è perciò molto elevato. La città è un ambiente sfavorevole per la prevalenza di strade relativamente strette in confronto all’altezza degli edifici, in modo che viene catturata una maggior quantità di radiazione solare, perché intrappolata nei canyon cittadini dalle riflessioni multiple subite dai raggi sulle pareti dei fabbricati. Inoltre, la verticalizzazione degli edifici è responsabile di una sensibile attenuazione del vento.

Cose che si imparano su Mestre e dintorni. L’area metropolitana di Mestre-Venezia è soggetta al monitoraggio della qualità dell’aria da circa vent’anni. Nel 1974 su iniziativa delle industrie locali, è entrata in esercizio la rete di rilevamento dell’Ente della Zona Industriale (EZI) di Porto Marghera; cinque anni più tardi l’Amministrazione Provinciale di Venezia iniziava a elaborare il progetto per una propria rete che coprisse un’area più vasta. Nel territorio di Mestre sono a tutt’oggi presenti le due distinte reti: quella pubblica, gestita dall’Amministrazione della Provincia di Venezia, in collaborazione con il Comune di Venezia, e quella privata, gestita dall’EZI.

La prima rete dell’EZI era costituita da 21 stazioni: per la maggior parte nella zona industriale, alcune nei nuclei urbani di Marghera e di Mestre e nella Venezia insulare. Doveva controllare essenzialmente l’anidride solforosa, a quel tempo il principale indicatore per l’inquinamento atmosferico di origine industriale. Nella realizzazione della rete venne data notevole rilevanza alla conoscenza in tempo reale delle condizioni meteorologiche perché direttamente correlate con la situazione dell’inquinamento al suolo, pertanto vennero installate anche quattro stazioni meteorologiche. Una struttura di questo tipo era tesa al soddisfacimento di obiettivi, ancora oggi perseguiti, quali l’autocontrollo da parte delle aziende industriali, l’individuazione delle sorgenti responsabili di fenomeni d’inquinamento, la determinazione degli interventi da adottare sulle quantità e modalità delle emissioni in caso di superamento dei limiti di legge.

Nel 1992 la rete è stata ristrutturata: le stazioni sono state ridotte a 11, gli strumenti e gli analizzatori ormai obsoleti sostituiti, la gamma dei parametri analizzati ampliata, aggiungendo all’anidride solforosa gli ossidi di azoto, le polveri, gli idrocarburi e l’ozono.

Anche l’attuale rete di rilevamento della Provincia è il risultato di una ristrutturazione di quella originaria, in ottemperanza alle recenti normative e alle mutate caratteristiche dell’inquinamento, sempre più attribuibile alle emissioni da traffico veicolare. Oggi è composta da 15 stazioni fisse affiancate a 2 mezzi mobili.

Per il monitoraggio di Mestre sono in funzione 8 stazioni, installate su mezzi mobili o fissi, 4 di proprietà del Comune, 4 della Provincia. Quella di riferimento (il tipo A) è nel parco Bissuola. Le due di tipo B (area densamente popolata) sono in piazzetta Matter e in viale San Marco; ce ne sono 4 di tipo C (zona a elevato traffico): in via Da Verrazzano, via Circonvallazione, via Piave, Corso del Popolo. La stazione D (area periferica o suburbana) è a Maerne.

Centralina mobile al parco Bissuola, 1998
Centralina mobile, piazzetta Matter, 1998
(sullo sfondo una delle edicole allora in piazza)

Francesca ha usato i dati delle stazioni del comune per un periodo che va dal novembre 1993 al gennaio 1996 (non omogeneo per tutte quattro le stazioni: le serie storiche sono caratterizzate da numerosi “buchi” dovuti alla periodica taratura degli strumenti e a periodi di mancato funzionamento delle apparecchiature). Le serie storiche delle variabili meteo registrate dalle stazioni dell’EZI. I flussi registrati dai semafori conta-traffico di via Piave e di via Da Verrazzano. Dopo avere valutato la consistenza delle serie a disposizione, Francesca si è concentrata sul 1995.

La sorpresa più grande è che Mestre, nel periodo considerato, non è stata una città inquinata. Globalmente, non si sono mai oltrepassate le soglie limite, pur lambendo spesso la soglia di attenzione. Nei grafici di Francesca non è nemmeno presente la soglia di allarme, perché è fuori scala. In effetti non ricordo provvedimenti di limitazione del traffico o del riscaldamento. Leggendo si associano le idee. Ricordo un incidente industriale, un incendio di sostanze tossiche in un’industria di Marghera nella primavera del 1997. Pare che il vento soffiasse dalla parte giusta.

Francesca avverte che ci può essere un problema di raccolta dati. Tutti i dati a disposizione sono ottenuti con dispositivi di misurazione automatici. La loro qualità va ricondotta a due momenti critici: il primo relativo alla possibile presenza di errori in fase di misurazione (mancata calibrazione degli strumenti, non corretta metodologia di prelievo e analisi, non corretto funzionamento degli strumenti di misura); il secondo, relativo al rischio di deterioramento dei dati nella fase di trasmissione e di archiviazione degli stessi. Generalmente, nella fase di trasmissione all’elaboratore centrale viene svolto, da parte degli operatori addetti alla manutenzione delle centraline, un primo controllo manuale dei dati sulla base di conoscenze sul funzionamento dello strumento o di episodi di disturbo eventualmente verificatisi. I dati sono quindi in parte già filtrati; tuttavia, nonostante questi metodi di validazione e di controllo sistematico degli strumenti, accade di frequente che i dati archiviati contengano dei valori anomali. Connesso al problema della qualità dei dati è connesso quello di “buchi” nella serie, per esempio, da guasti agli strumenti di rilevazione. I dati mancanti, se presenti in numero rilevante, possono invalidare seriamente le analisi statistiche introducendo una componente sistematica d’errore nelle stime dei parametri.

Provo a tradurre: le decisioni a tutela della salute dei cittadini sono prese sulla base di una prima convenzione (o arbitrio), che fissa gli indicatori da studiare; la seconda convenzione riguarda la soglia di guardia: da una parte si sta bene, dall’altra male; la terza convenzione è decidere di accettare come validi i dati raccolti.

Le particolari condizioni atmosferiche del febbraio 1998 hanno riproposto il problema dell’inquinamento atmosferico e della sua misurazione sulle pagine dei giornali. Ho letto che la rete di Comune e Provincia funziona male. Da tempo si perdono i dati sugli idrocarburi non metanici, sulle polveri e sull’ossido di carbonio, perché gli strumenti non funzionano. Per quasi sei mesi le centraline del comune sono rimaste senza manutenzione. Pare che vada un po’ meglio la rete dell’EZI[2].

Cose che si imparano sull’ambiente e cose che si capiscono su Mestre leggendo altro. Stando alle note biografiche delle quarte di copertina, Guido Viale è un signore nato nel 1943 che lavora a Milano in una società di ricerche economiche e sociali. Ogni tanto la usa opinione appare sui giornali, perché stato un leader del movimento studentesco del Sessantotto e poi di Lotta Continua. Io lo conosco perché negli anni Novanta ha scritto due libri[3] che si occupano di questioni legate all’ambiente, al rapporto quotidiano che abbiamo con esso, e che avanzano alcune proposte pratiche. Se dovessi metterci un’etichetta, dire che si tratta di “marxismo verde”. Il secondo di questi libri è stato un buon complemento alla lettura della tesi di Francesca. Viale prova a mettere in discussione l’esistente, riflettendo sui costi sociali dell’uso dell’automobile che si fa oggi. Avverte che l’Italia è il “paradiso dell’automobile”, sia per il numero di veicoli per abitante, sia per il numero di veicoli per chilometro di strada extraurbana. Conferma che in tali condizioni il traffico automobilistico è davvero la fonte inquinante primaria. Andare in automobile è un’attività “imperialista”: limita tutte le altre. I bambini hanno perso indipendenza: ormai devono essere accompagnati ovunque, per la pericolosità delle strade e l’allargamento delle distanze che l’automobile impone. L’auto riduce lo spazio nel senso che lo occupa e ne ha bisogno crescente: confrontate la superficie di un centro commerciale, di uno stadio, di un palasport con quella del parcheggio annesso. Lo spostamento si concepisce solo in auto privata, con nessun altro mezzo, tanto meno a piedi. L’orario di lavoro viene dilatato artificialmente. L’auto deforma anche il linguaggio: si pensi all’“automunito” degli annunci economici. La “civiltà” dell’automobile influenza tutti i sensi umani. Compreso il gusto estetico.

I libri di Viale sono intelligenti, svelano delle illusioni ottiche, di solito non ho bisogno di tradurli. Forse ci trovo qualche passaggio un po’ eccessivo. Eppure: provate a guardare le edicole della nuova piazza Ferretto di Mestre. A me pare che siano identiche alle centraline fisse di rilevamento per la rilevazione dell’inquinamento atmosferico.

Edicola di piazza Ferretto nel 1998

Nota. Prima edizione: Filippo Benfante, Centraline di rilevamento, “Altrochemestre”, ultimo numero, primavera 1998, pp. 57-60. L’occhiello era: “Ragioni per leggere la tesi di laurea di Francesca Liguori, dottoressa in scienze ambientali dal dicembre 1996, e cose che se ne imparano. Appunti di un lettore non specialista”.

Un’altra cosa che nel 1998 non si prevedeva era la fine delle edicole: allora ce n’erano due, alle due estremità della piazza, oggi ne resta solo una. Da “elementi” a “cambiamenti” del paesaggio: è un altro degli esercizi che si possono fare a partire da questo vecchio articolo.

L’immagine di apertura è il titolo dell’articolo uscito sul “Gazzettino” del 12 febbraio 1998 (p. IX, sezione “Mestre”); da qui riprendo anche la foto che si trova alla fine di questa nota. Il ritaglio è saltato fuori durante un trasloco recente. Non ho avuto altrettanta fortuna con le foto originali uscite su “Altrochemestre”: la redazione non le ha ritrovate, né è stato possibile risalire alla fonte (chi le ha scattate e quando). Per facilitare l’impaginazione, gli articoli di “Altrochemestre” potevano essere solo di 2 o di 4 pagine e qualche volta, per far rientrare tutto nella gabbia, si rimpiccioliva il corpo di alcuni capoversi. Questo escamotage fu adottato più volte per questo articolo, che tuttavia restava eccessivamente lungo: per questo motivo, credo, le cinque immagini previste si ridussero alle quattro pubblicate, minuscole, al fondo dell’articolo, e probabilmente il taglio fu fatto all’ultimo (i rimandi interni sono sbagliati: sfuggì in correzione di bozza). Le immagini qui nel testo sono tratte da lì, p. 60.


* Francesca Liguori, Inquinamento di atmosfere urbane. Interpretazione dei dati e nowcasting con reti neuronali, Tesi di Laurea discussa presso l’Università di Venezia, Facoltà di Scienze MM. FF. NN., Corso di Laurea in Scienze Ambientali, a.a. 1995/96, rel. Alessandro Marani. Tutte le informazioni provengono da questa tesi, ma tutta la responsabilità del modo in cui vengono presentate è del lettore non specialista.

[1] Francesca descrive Mestre basandosi su una nota di Daniele Rallo, Mestre: una periferia senza città, “Meridiana”, 5 (1989), pp. 116-17.

[2] Alberto Francesconi, Aria pesante in centro. È colpa del bel tempo, “il Gazzettino” (ed. di Venezia), 12 febbraio 1998, p. IX.

[3] I due libri sono Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà (1994) e Tutti in taxi. Demonologia dell’automobile (1996), entrambi editi da Feltrinelli (Milano).

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“Le nostre idee non moriranno mai”

08/05/2026 altrochemestre || Documenti Elementi del paesaggio Escursioni

Mestre, 25 aprile 2026, manifestazione “Liberiamoci dalla guerra. Contro ogni fascismo”. Scritte, immagini, bandiere, slogan. 

Volantini lungo via Piave


Slogan

Jack è vivo e lotta insieme a noi / le nostre idee non moriranno mai

Siamo tutte antifasciste

Corteo, dalla stazione ferroviaria a piazza Ferretto



Immagine tratta dalla pagina facebook del Centro Sociale Rivolta di Marghera

Bandiere



Bandiere viste

Nonviolenza [con colori dell’arcobaleno]

Pace [con colori dell’arcobaleno]

Aktion antifascistische [bandiera nera, scritta a circolo, dentro il cerchio un disegno stilizzato di una bandiera rossa e nera]

Collettivo bastione [con simbolo di una torre merlata]

Bandiera palestinese

Laboratorio climatico Pandora

Bandiera di San Marco con leone zapatista

Nessuno straniero in questa città

No inceneritore [bandiera gialla]

UDU. Unione degli Universitari [bandiera rossa, scritte gialle]

Bandiera dell’ANPI [scritta sul tricolore]

CGIL SPI Venezia [scritta su bandiera rossa]

Fiom-Cgil metropolitana Venezia [scritta gialla su bandiera rossa]

CUB Filcams [scritta bianca su bandiera rossa, foto di due mani che si stringono]

Rifondazione comunista

Partito comunista rivoluzionario

Democrazia proletaria

Emergency

Tricolore con stella rossa sul campo bianco

Bandiera rossa con al centro il simbolo falce e martello

Cartelli





Cartelli visti

Odio gli indifferenti [con il ritratto di Jack Gobbato]

Fanculo la guerra! Fanculo la leva!

FASCISMO = same shit / different asshole

Combattiamo la povertà non i poveri

Liberiamo al Palestina per liberarci tutt3

25 aprile 1945-2026 ieri partigian* oggi pure [con tre papaveri rossi]

La guerra non restaura diritti / ridefinisce poteri

Le vostre bombe… [una bomba colpisce Trump da dietro]

Meno Meloni e più angurie [con il disegno di un’anguria e di un cagnolino colorato]

Amiken o nemiken? Semplici conoscenti [con il disegno di un cuore]

Chi non vi fa comodo lo lasciate al margine

Nobody needs charity when there is justice

Finanziate i dormitori non le guerre

Con asfalto e cemento ci mangiate solo voi

Il degrado è una vostra scelta

Fascismo e sfruttamento stessa merda

Queers for Palestine

La guerra arricchisce la vita di pochi, ma distrugge la vita di tutt3

Non esistono guerre utili, e non esistono guerre giuste

Non staremo zitt3 davanti al massacro

Due anni di carcere in issolamento [sic], free Miaja!

Stragi di stato per mano fascista, non dimentichiamo!

L’Italia è la prima in Europa per le morti trans

Viva la repubblica antifascista

Repressione ≠ soluzione

Odio e paura rispondiamo con solidarietà

Remigrate nelle fogne

Lotta di classe non lotta in classe

Forza nuova vecchia

Vogliamo imparare a disertare la guerra non a farla

Triangolo rosa


Arrivo in piazza Ferretto

Striscioni visti

Liberiamoci dalla guerra. Contro ogni fascismo. Riprendiamoci il futuro.

A.N.P.I. Pace e Costituzione. Sezione Zelarino VE Lola Munaretto.

10 100 1000 Piazze di Donne per la Pace Venezia Mestre

Emergency, Medicina, diritti, Uguaglianza.

Né con la repressione della Repubblica Islamica, né con le bombe di Trump e Netanyahu. La guerra non giustifica niente. Associazione democratici Iraniani-Venezia.

Libertà per Marwan, Libertà per la Palestina. [Nello striscione, foto di Marwan Barghouti e Nelson Mandela, e bandiera della Palestina].

Nonviolenza Nonviolenza Nonviolenza. [Scritta su bandiera arcobaleno, fucile spezzato].

Ora e sempre Resistenza. CGIL Venezia

Partigiani della Pace

Le atomiche non fanno più deterrenza, sono solo un pericolo per la Terra, e anche solo fabbricarle e detenerle è un insulto alla povertà, all’intelligenza. VIA LE BOMBE! Da Aviano e da […], dall’Italia e dall’Europa, e dalla Storia per sempre. Italia ripensaci, firma il trattato ONU per il Disarmo Nucleare.

Questo evento r1pud1a la guerra. Emergency

Yankee go home

La Provincia sa da che parte stare. Collettivo Seta Cittadella Bastione. Antifascistɜ. Contro la guerra. Rete collettivi autonomi provinciali.

Resistenza partigiana. Student3 unit3 nell’antifascismo

stop al genocidio

Bella ciao / Cittadini non indifferenti / Quarto d’Altino [con il disegno di un garofano rosso]

Magliette



Nota. Tutte le foto sono di Giannarosa Vivian e Piero Brunello, tranne la foto del corteo in via Piave preso dall’alto, che proviene dalla pagina facebook del Centro Sociale Rivolta di Marghera.

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“La Flotilla è stata bloccata!”

07/05/2026 altrochemestre // Documenti Elementi del paesaggio

Foto da Rialto, Venezia, 30 aprile 2026: manifestazione convocata in campo San Bartolomeo dopo che nella notte precedente navi della marina israeliana hanno bloccato in acque internazionali la Global Sumud Flotilla, spedizione via mare organizzata da attiviste e attivisti di decine di Paesi per portare aiuti umanitari a Gaza. 



Nota. Foto diNicoletta De Grandis, Pietro Di Paola e Stefano Trevisan.

Dopo gli abbordaggi, le forze israeliane hanno prelevato due attivisti, alla data di oggi (7 maggio 2026) ancora detenuti in carcere in Israele. Il 30 aprile si sono tenuti presidi in contemporanea in tutta Italia. Per un elenco, non completo, si può vedere qui. (https://contropiano.org/news/politica-news/2026/04/30/oggi-mobilitazioni-in-tutte-le-citta-contro-lattacco-alla-flotilla-gli-appuntamenti-0194582). I manifestanti si definiscono l’equipaggio di terra della flotilla e continuano la mobilitazione perché Thiago Ávila (cittadino brasiliano) e Saif Abukeshek (cittadino con doppia cittadinanza palestinese e spagnola) siano rilasciati dalle autorità israeliane.

PS Qualche giorno dopo la manifestazione a Rialto del 30 aprile, sabato 9 maggio 2026 un corteo di migliaia di persone, convocato da molte sigle tra cui il collettivo “Art Not Genocide Alliance”, ha contestato il padiglione di Israele alla Biennale di Venezia, chiedendo il rilascio di Thiago Ávila e Saif Abukeshek. I due attivisti, rinchiusi prima in un carcere ad Ashkelon e poi in un centro di espulsione, sono stati rilasciati (“espulsi” secondo le autorità israeliane che li avevano sequestrati) il 10 maggio 2026. Di seguito due immagini della manifestazione (particolari di foto scattate da Barbara Dolce).

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“Fight like an Italian”, “End Canadian Complicity”

05/12/2025 Andrea Lanza // Documenti Elementi del paesaggio

Manifestazioni per la Palestina, Toronto (Canada), 4 ottobre e 29 novembre 2025: una lettera-reportage di Andrea Lanza. Atmosfere, sentimenti e slogan che cambiano a due mesi di distanza.

Cari amici di altrochemestre,

Oggi, sabato 29 novembre, c’è stata una manifestazione in solidarietà con la Palestina, qui a Toronto. Colgo l’occasione per mandarvi una selezione delle foto che avevo fatto un paio di mesi fa alla manifestazione più partecipata dell’autunno e quelle che ho fatto oggi, con qualche riga di commento.

Il 4 ottobre è stato il giorno di maggiore mobilitazione a Toronto come nel resto del mondo. Il perdurare e l’allargarsi dei massacri in Palestina e la capacità della Freedom Flotilla di attirare l’attenzione mediatica fanno sì che il corteo organizzato per il primo pomeriggio di quel sabato sia particolarmente animato. Uno dei primi cartelli che vedo quando arrivo nella centralissima piazza del concentramento dice: “lotta come un italiano, blocca tutto”, riferito agli scioperi e i cortei che, in quei giorni, facevano dell’Italia il paese maggiormente mobilizzato al mondo. È un manifesto stampato in serie da un piccolo partito comunista rivoluzionario (Revolutionary Communist Party, RCP).

Una volta che la manifestazione inizia a muoversi lentamente per le strade di downtown si comprende che la partecipazione, per gli standard della città, è straordinaria. C’è chi parla di “decine di migliaia” di persone.

La composizione rispecchia la natura della città: diversi striscioni testimoniano le organizzazioni per origini geografiche (latinoamericani, giapponesi, irlandesi, ecc.) che portano la propria solidarietà al popolo palestinese.

La presenza ebraica è particolarmente visibile, in forme varie e lungo l’intero corteo.


Così come è, ovviamente, molto folta la presenza di manifestanti di origini arabe o di fede musulmana.

Le bandiere palestinesi sono tantissime, di ogni formato. Si notano anche altre bandiere arabe. Gli slogan, spesso scritti su cartoni più o meno improvvisati, sono molto diversi e spesso nominano il genocidio, i bambini palestinesi, la flotilla e la responsabilità dei paesi occidentali in genere e del Canada in particolare.

La manifestazione di oggi, 29 novembre, ancora di sabato pomeriggio, era molto molto più piccola. I partecipanti erano militanti impegnati nei movimenti in solidarietà con il popolo palestinese. Ciò appare chiaro anche dal punto di vista estetico: numerosissime le kefie.

L’atmosfera è molto diversa. Al senso di tragedia ma anche in un certo modo di speranza di ottobre, quando l’impotenza di fronte al genocidio sembrava poter essere rotta da una presa di parola dei movimenti di solidarietà, è succeduto lo smarrimento: il cessate il fuoco, parola d’ordine dei mesi passati, è stato proclamato, ma le uccisioni continuano così come il blocco degli aiuti alimentari e sanitari. Gli slogan scritti e ripetuti vertono ora ancor più sulla richiesta di un reale embargo canadese delle armi e degli equipaggiamenti destinati all’esercito israeliano.

In qualche modo gli slogan si sono radicalizzati.


Gli slogan che lasciano intravedere una speranza di liberazione e pace sono pochissimi: “I semi della liberazione sono piantati nella solidarietà”

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“No Kings in America”

21/10/2025 Francesca Trivellato // Documenti Elementi del paesaggio

Manhattan, 18 ottobre 2025. Immagini e slogan da una delle manifestazioni “No Kings” che hanno avuto luogo in tutto il paese.

Si dice spesso che negli Stati Uniti non si sciopera. È vero. Ma ciò non significa che la gente non scenda in piazza. Basti pensare, in anni recenti, alla Women’s March del 2017 o alle proteste che seguirono l’uccisione di George Floyd nella primavera-estate 2020. Il 18 ottobre 2025 almeno 7 milioni di persone sono sfilate in corteo in oltre 2.700 città e cittadine del paese nella terza manifestazione su scala nazionale contro Donald Trump dalla sua installazione nella Casa Bianca il 20 gennaio scorso. Quella del 5 aprile aveva avuto come slogan “Hands Off” – giù le mani da… L’evento si era ripetuto il 14 giugno, questa volta con il motto che per ora si è rivelato vincente: “No Kings”, per ricordare che gli Stati Uniti nacquero dalla ribellione contro la monarchia britannica e sono stati una repubblica fin dalla loro fondazione nel 1776. Non a caso la bandiera nazionale era sicuramente l’emblema più presente in tutti i cortei.

So per certo di non essere stata l’unica tra i milioni di manifestanti ad aver provato disagio verso questo marchio di fabbrica del presunto eccezionalismo statunitense. Ma va dato credito agli organizzatori di aver individuato uno slogan molto efficace. Non solo è in grado di raggruppare tutta quella metà del paese che ripudia la svolta autoritaria di Trump, a dispetto di molte differenze, ma ribatte anche ai tentativi di alti esponenti del Partito repubblicano di dipingere i manifestanti come militanti di estrema sinistra, gruppi di antifascisti armati, “sostenitori di Hamas” e “nemici degli Stati Uniti”.

A coordinare queste enormi ondate di proteste non è il Partito democratico, bensì un’alleanza di associazioni e movimenti di base che ha scelto di chiamarsi “Indivisible”. Ovvero, ha scelto nuovamente di attingere al patriottismo statunitense dato che chiunque sia cresciuto o viva negli Stati Uniti riconosce questa parola chiave che spicca nel giuramento di fedeltà alla repubblica che si recita a scuola e nelle cerimonie ufficiali (se poi vi sappia individuare o meno un rifermento alla vittoria delle forze anti-secessioniste durante la guerra civile del 1861-65 è un altro discorso). Più neutro ma sempre volto all’unità trasversale è il nome adottato da una delle organizzazioni che fanno parte della rete “Indivisibile”: 50501, che sta per 50 proteste, 50 stati, 1 movimento.

Il 18 ottobre 2025 c’erano tre marce a New York, con oltre 100.000 persone nel corteo che a Manhattan ha percorso 2,5 km lungo la 7th Avenue, da Times Square alla Quattordicesima strada. La marcia è stata interamente pacifica. Molti vestivano costumi gonfiabili di ridicoli pupazzi per smorzare la tensione e dimostrare con ironia l’irragionevolezza delle accuse di facinorosi rivolte contro di loro dagli oppositori politici (una tattica iniziata a Portland alcuni giorni prima e ora nota come “tactical frivolity,” frivolezza tattica). Tra i cartelloni non si contavano le analogie tra l’attuale governo e il nazismo, ma qualcuno ha provveduto a sovrapporre la faccia di Trump anche a quella di Mussolini. In molti poi hanno saputo essere spiritosi pure in un momento così drammatico.

Trascrizioni

Bandiere

Stati Uniti

Stati Uniti con scritto NO KINGS

Cartelli

I [love] / immigrant / NY adattamento del classico motto della città, con il simbolo del cuore per “love”
Stop / Trump’s / illegal / power / grab stop alla presa illegale di potere di Trump

Patriots / say / no king i patrioti dicono “nessun re” con il disegno di una corona cancellata da una croce

Protest / is / patriotic protestare è patriottico

MELT ICE con il disegno di un cubetto di ghiaccio che si scioglie (riferimento allo United States Immigration and Customs Enforcement, acronimo ICE, la forza di polizia formata dopo l’11 settembre 2001 che ora sta facendo retate di migranti)

No Kings since 1776 nessun re dal 1776 con il disegno di una corona cancellata da una croce

Cartello con SS nazista con il volto del vicepresidente J.D. Vance

Cartello con il volto di Trump sulla base di una immagine di Mussolini in fez e divisa da camicia nera con didascalia “IL DOUCHE”; “douche” è da intendersi nel suo significato volgare, traducibile con “coglione”, “stronzo”

Protect immigrant nyers / PASS NY 4ALL

NO TROOPS IN NYC con la testa e il braccio con la fiaccola della statua della Libertà

HANDS OFF NYC

No crowns for clowns! con la faccia di Trump truccata da pagliaccio

Immigrants make America great! Keep your fascists hands off

Rejecting Kings since 1776

Support your local ANTI-FASCISTS / FIGHTING NAZIS SINCE 1941 / your rights are under attack con una foto storica (Iwo Jima, marzo 1945) di un gruppo di soldati che celebrano una vittoria intorno a una bandiera americana

I am here because I [love] America con il simbolo del cuore per “love”

[up] Queens [down] Kings con i simboli delle frecce verso l’alto e verso il basso, allusione alle drag queen

ICE fuera / ahora ahora ahora ahora con riferimento alla polizia anti-immigrazione (vedi sopra)

If Melania doesn’t have to live with him we shouldn’t have to either / No kings oct 2025, con riferimento alla “first lady” che non si è trasferita alla Casa Bianca con il marito presidente Donald Trump e vive per conto suo a New York

NO CROWNS / NO THRONES / NO KINGS

NO Kings Then / NO Kings Now / No Kings EVER!

NO PALACE, NO THRONE! / This is the USA NOT ANCIENT ROME! / We Are Not the Enemycon due vignette caricaturali ai lati: a sinistra Trump (nudo, con corona e scettro) circondato da “cortigiani” adulanti; a destra Trump (nudo, con corona e scettro) che chiede “Qualcun altro vuole dire che l’imperatore è senza vestiti?”) mentre due dei suoi sostenitori portano via il/la “colpevole” incappucciato/a

SAVE NOW OUR DEMOCRACY con l’immagine dell’incipit del manoscritto della Costituzione del 1787 “We the People”

Jesus Welcomed All Immigrants

YOU’RE ENTITLED to your own OPINIONS but NOT your own FACTS hai diritto alle tue opinioni, ma non ai tuoi fatti

We the People scritto su più righe, in colore rosso e blu su fondo bianco (colori della bandiera degli Stati Uniti), altro richiamo alla Costituzione

Cori e slogan

No justice, no peace

Una persona intona: Show me what democracy look like; il coro risponde: This is what democracy looks like! 

No fear, No hate, No ICE in our state

No hate, no fear, immigrants are welcome here

Hey hey, ho ho, Donald Trump has got to go

Nota. Esiste un opuscolo che il Kairos Center for Religions Rights, and Social Justice ha messo a disposizione per manifestanti e “capi-coro” alle manifestazioni No Kings (giugno 2025). Tutte le foto sono di Francesca Trivellato.

Archiviato in://, Documenti, Elementi del paesaggio Francesca Trivellato

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