• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
altrochemestre

altrochemestre

Documentazione e storia del tempo presente

  • Chi siamo
  • Contatti/Newsletter
  • Rubriche
    • Altrochemestre
    • Carte false
    • Elementi del paesaggio
    • Idee
    • Laboratorio
    • Letture
    • Mappe
    • Opinione pubblica
    • Punti di osservazione
    • Scene dal presente
    • Statistiche
    • Storiografia
  • Autori
  • Cerca

Documenti

Dispotismo e sovranità popolare

15/03/2026 Alexis de Tocqueville // Documenti

Come essere governati da un potere eletto dal “popolo” non sia garanzia di libertà, ma possa anzi legittimare una forma di tirannia.

Quando penso alle passioni meschine degli uomini di oggi, alla mollezza dei loro costumi, all’estensione dei loro saperi, alla purezza della loro religione, alla temperanza della loro morale, alle loro abitudini, laboriose e ordinate, al ritegno che, quasi, tutti, mantengono tanto nel vizio quanto nella virtù, non temo che nei loro capi trovino dei tiranni, ma piuttosto dei tutori.

Penso quindi che il tipo di oppressione che minaccia i popoli democratici sarà diverso da qualsiasi cosa l’abbia preceduto nel mondo; i nostri contemporanei non potrebbero trovarne un’immagine nella loro memoria. Io stesso cerco invano un’espressione che riproduca precisamente l’idea che ne ho; gli antichi termini “dispotismo” e “tirannia” sono inadatti. Il fenomeno è nuovo, quindi devo provare a definirlo, poiché non riesco a dargli un nome.

Se cerco di immaginare sotto quali nuovi tratti il dispotismo potrebbe manifestarsi nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini simili e uguali che trottolano senza sosta per procurarsi piccoli e volgari piaceri, di cui riempirsi l’anima. Ciascuno di loro, ritiratosi in disparte, è come estraneo al destino di tutti gli altri, per lui i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono l’intera umanità; quanto al resto dei suoi concittadini, egli è accanto a loro, ma non li vede; li tocca e non li sente; esiste solo in sé stesso e per sé stesso, e se gli rimane ancora una famiglia, non ha più una patria.

Al di sopra di loro si erge un potere immenso e tutelare, che si occupa da solo di assicurare il loro benessere e di vegliare sul loro destino. È assoluto, minuzioso, regolare, previdente e dolce. Assomiglierebbe al potere paterno se, come esso, avesse lo scopo di preparare gli uomini all’età adulta; ma al contrario, cerca solo di farli rimanere in un’infanzia perpetua; ama che i cittadini si rallegrino, purché non pensino ad altro che a rallegrarsi. Lavora volentieri per la loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente e l’unico arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e assicura i loro bisogni, facilita i loro piaceri, conduce i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, divide le loro eredità – perché non sollevarli anche la fatica di vivere e di pensare? […]

Ho sempre creduto che questo tipo di servitù, regolata, dolce e pacifica, che ho appena descritto, potesse combinarsi meglio di quanto si immagini con alcune delle forme esteriori della libertà, e che non sarebbe impossibile instaurarla all’ombra stessa della sovranità del popolo.

I nostri contemporanei sono incessantemente divisi tra due passioni opposte: sentono il bisogno di essere guidati, e desiderano rimanere liberi. Non potendo distruggere né l’una né l’altra di queste passioni, si sforzano di soddisfare contemporaneamente entrambe. Immaginano un potere unico, tutelare e onnipotente, ma eletto dai cittadini. Combinano centralizzazione e sovranità popolare. Questo dà loro sollievo. Si consolano del fatto di essere sotto tutela, pensando di essere stati loro stessi a scegliere i propri tutori. Ciascun individuo sopporta di essere incatenato, perché vede che non è un uomo né una classe, ma il popolo stesso a tenere le catene che lo legano.

In questo sistema, i cittadini escono per un momento dalla dipendenza per eleggere il proprio padrone, per poi ritornarvi.

Ai nostri giorni sono molte le persone che accettano volentieri questo tipo di compromesso tra dispotismo amministrativo e sovranità popolare, e che credono di aver sufficientemente garantito la libertà degli individui affidandola al potere nazionale. Questo sistema non mi soddisfa. A me la natura del padrone interessa meno dell’obbedienza.

Non negherò che una costituzione simile sia infinitamente preferibile a quella che, dopo aver concentrato tutto il potere, lo consegnasse nelle mani di un solo uomo o di un corpo irresponsabile. Tra tutte le diverse forme che il dispotismo democratico potrebbe assumere, questa sarebbe certamente la peggiore.

Quando il sovrano viene eletto o attentamente monitorato da un corpo davvero elettivo e indipendente, l’oppressione che egli infligge​ agli individui a volte è maggiore, ma è comunque sempre meno degradante perché ogni cittadino, pur sentendosi ostacolato e ridotto all’impotenza, può ancora immaginare​​​ che obbedendo non si sottomette che a sé stesso […]. Creare una rappresentazione nazionale in un paese molto centralizzato, diminuisce dunque il danno che l’estrema centralizzazione del potere può produrre, ma non lo distrugge.

Capisco che in questo modo l’intervento individuale viene circoscritto alle questioni più importanti, nondimeno lo si sopprime nelle questioni piccole e private. Si dimentica infatti che è soprattutto nei dettagli che è pericoloso asservire gli uomini. Da parte mia, sarei propenso a credere che la libertà sia meno necessaria nelle cose grandi che in quelle piccole, se non pensassi​ che è impossibile avere la prima senza la seconda.

La sottomissione nelle piccole cose si manifesta ogni giorno e si fa sentire indiscriminatamente su tutti i cittadini. Non li spinge alla disperazione, ma li contrasta costantemente e li porta a rinunciare all’uso della propria ​​​volontà. Spegne gradualmente le loro menti e indebolisce la loro anima; mentre l’obbedienza che è dovuta solo in un piccolo numero di circostanze molto gravi, ma molto rare, rivela la servitù di tanto in tanto, e la fa gravare solo su alcuni uomini. Invano affiderete a cittadini, che avete reso dipendenti dal potere centrale, la possibilità di scegliere di volta in volta i rappresentanti di questo potere. Un uso così importante, ma breve e raro, del libero arbitrio non impedirà loro di perdere a poco a poco la capacità di pensare, sentire e agire da soli, e di cadere gradualmente al di sotto del livello dell’umanità.

Aggiungerò che gli individui diventeranno presto incapaci di esercitare il grande e unico privilegio che resta loro. I popoli democratici che hanno introdotto la libertà nella sfera politica mentre allo stesso tempo accrescevano il dispotismo nella sfera​ amministrativa, sono stati condotti a particolarità ben strane. Quando si tratta di condurre affari di poco conto dove può bastare il semplice buon senso, si pensa che i cittadini siano degli incapaci; se si tratta invece di governare l’intero Stato, allora si affida a questi cittadini immense prerogative, rendendoli di volta in volta giocattoli del sovrano e suoi padroni – più che re e meno che uomini. Dopo aver esaurito tutti i diversi sistemi elettorali, senza trovarne uno che li soddisfi, si stupiscono e cercano altri di nuovi, come se il male che vedono non dipendesse dalla costituzione del paese più che da quella del corpo elettorale.​

In effetti è difficile immaginare come uomini che hanno rinunciato interamente all’abitudine di dirigere sé stessi siano in grado di scegliere bene coloro che li guideranno; e nessuno potrà far credere che un governo liberale, energico e saggio, possa emergere dai voti di un popolo di servi.

Una costituzione repubblicana nella testa e ultramonarchica sotto tutti gli altri aspetti, mi ha sempre dato l’idea di un mostro effimero. I vizi dei governanti e l’imbecillità dei governati la condurrebbero presto alla rovina; e il popolo, stanco dei suoi rappresentanti e di sé stesso, creerà istituzioni più libere, o si getterà presto ai piedi di un unico padrone.

Nota. Tratto da Alexis de Tocqueville, De la démocratie en Amérique, t. IV, cap. VI, Pagnerre, Paris 1848, consultabile online: “Quelle espèce de despotisme les nations démocratiques ont à craindre” (“Quale tipo di dispotismo devono temere le nazioni democratiche”). Corrisponde al cap. VI dell’ultima parte (la quarta) del secondo libro della Democrazia in America, pubblicato per la prima volta nel 1840. Traduzione a cura della redazione di altrochemestre. Abbiamo consultato le edizioni italiane a cura di Silvano Tosi, Cappelli, Bologna 1957 e a cura di Corrado Vivanti (trad. di Anna Salomon Vivanti), Einaudi, Torino 2006.

L’immagine di apertura è stata creata con chatgpt il 12 marzo 2026.

Archiviato in://, Documenti Alexis de Tocqueville

Foto in un cassetto

02/03/2026 Christian De Vito // Documenti

Immagini prese all’Osmannoro (Firenze) nel 2007-2008 e ritrovate di recente in un hard disk. Accampamenti in periferia, documenti su attivismo civile e militanza politica. Soluzioni “temporanee” ed emergenze “permanenti”. Retoriche securitarie e sgomberi, cittadinanza e “Assemblea autoconvocata”.

Ho trovato queste fotografie nel dicembre 2025, cercando tutt’altro, come spesso accade. Erano in un vecchio drive, radunate in tre cartelle: “Campo Osmannoro 30.8.2007”, “Campo Osmannoro 20.1.2008” e “Campo Osmannoro 15.2.2008”. Sono 108 in tutto (12, 33 e 63 rispettivamente), tra cui ho scelto le trentuno che presento qui.

Le ho scattate nel 2007-2008 in vari accampamenti all’Osmannoro, un’area alla periferia nord di Firenze, che nel suo complesso ricade anche nei Comuni di Campi Bisenzio e di Sesto Fiorentino: un pezzetto della cosiddetta “piana fiorentina”. In quei mesi, gli interventi dell’allora ministro Roberto Maroni sulla “sicurezza urbana” (secondo l’espressione che si usava allora) furono affiancati a Firenze dalla “ordinanza lavavetri” promulgata il 25 agosto 2007 da Graziano Cioni, in qualità di assessore “alla Polizia municipale e alla vivibilità urbana”, il cui scopo dichiarato era quello di contrastare le presunte “attività moleste” dei lavavetri ai semafori. L’ordinanza provocò un dibattito in città sulla criminalizzazione della povertà. In quel contesto si riunì una “Assemblea Autoconvocata”, alla quale presi parte.

Nell’Assemblea c’erano vari orientamenti su come agire, ma concordavamo nel ritenere che l’obiettivo reale del provvedimento fosse l’allontanamento delle famiglie rom che sin almeno dall’anno precedente si erano radunate in vari siti nella zona dell’Osmannoro, zona di fabbriche attive, capannoni industriali abbandonati, grandi magazzini e centri commerciali (IKEA, I Gigli…) e altri centri amministrativi. Queste foto sono il frutto della presenza quasi quotidiana, in quei luoghi, di alcuni attivisti e attiviste dell’Assemblea. Volevamo fossero documenti attraverso cui far conoscere la situazione di quegli accampamenti ad altri compagni e compagne e, potenzialmente, alla città.

Le persone che vivevano nelle baracche improvvisate con materiali di risulta (lamiere, cartoni, pezzi di compensato…) o sotto le tende erano rom di cittadinanza rumena. Poiché dal 1° gennaio 2007 la Romania era entrata a far parte dell’Unione Europea, non potevano legalmente essere espulse. Le amministrazioni di Firenze, Campi e Sesto mandavano quasi ogni giorno agenti delle proprie polizie municipali per costringerle con la forza a lasciare il “loro” territorio. Allo stesso fine, la Prefettura inviava poliziotti e carabinieri. Inoltre, c’erano gli agenti di sicurezza privata delle aziende proprietarie dei capannoni e dei terreni. Arrivavano anche la notte, spesso in borghese, terrorizzando chi stava nelle baracche. In alcune occasioni, sin dall’estate 2007, le ruspe intervennero a demolire i capannoni dentro i quali erano inizialmente collocate le baracche.

In un accampamento, dopo il passaggio delle ruspe.

Gli effetti delle ruspe in un altro accampamento.


In base agli interventi delle forze di polizia, il numero degli accampamenti cresceva o diminuiva (da tre a cinque-sei in altrettanti siti) e così anche il numero delle persone che ci vivevano. Noi dell’Assemblea stimammo allora un massimo di 350-400 persone coinvolte, mentre in alcune settimane non erano più di cento nell’insieme degli accampamenti. Le famiglie si spostavano altrove o alcuni dei loro membri tornavano in Romania in autobus, aspettando momenti meno difficili per tornare.

La precarietà delle condizioni materiali nei campi rifletteva questa situazione. Nel gennaio 2008 l’accampamento principale, collocato a ridosso della zona industriale e commerciale, si presentava così.


In un altro accampamento, la situazione era questa.


A febbraio 2008, un altro accampamento appariva così.


Un quarto accampamento era questo.



I rom si mobilitarono, insieme all’Assemblea autorganizzata, cercando di far iscrivere i bambini e le bambine nelle scuole e di far curare i malati nelle strutture ospedaliere. Ci furono alcuni successi parziali e molti episodi di aperta discriminazione (dirigenti scolastici che negavano l’iscrizione; autisti dell’ATAF che cacciavano i bambini perché sostenevano che gli abbonamenti erano finti; operatori sanitari che allontanavano in malo modo i malati dagli ospedali).

Il tentativo di dialogo con le istituzioni fu altrettanto problematico. Il 19 gennaio 2008 l’assessora “all’accoglienza” Lucia De Siervo visitò due degli accampamenti e successivamente convocò una riunione di confronto a livello municipale, che rimase tuttavia senza seguito né effetti. Conservo una foto in cui l’assessora è in uno degli accampamenti, accanto a una donna rom: la ricordo bene per l’effetto di contrasto che emergeva. È una documentazione che difficilmente entra nelle comunicazioni ufficiali dei Comuni. Il sito del Comune di Firenze offre ancora il comunicato stampa diramato dall’assessora il 19 gennaio 2008, in seguito alla sua visita.

L’assessore regionale alle politiche sociali, Eugenio Baronti, promosse un più significativo tavolo di confronto al quale avrebbero dovuto partecipare tutte le parti coinvolte. Il giorno della prima riunione, c’erano i rappresentanti delle famiglie rom e dell’Assemblea Autoconvocata e un rappresentante della Prefettura, ma non si presentò nessun membro delle giunte dei tre Comuni interessati. Nonostante l’importante presidio che organizzammo fuori dal palazzo della Regione, fu un fallimento.

Con i rom e nell’Assemblea autoconvocata si discusse allora della necessità di garantire nei fatti i diritti, occupando alcuni stabili. Con l’aiuto di Lorenzo Bargellini e del Movimento di lotta per la casa se ne individuarono alcuni. Ma non si fece in tempo a fare nulla. Da un lato, nell’Assemblea autoconvocata non tutti erano d’accordo nel procedere in quella direzione. Dall’altro, nelle settimane successive, le autorità accentuarono l’approccio repressivo.

L’ultimo capannone industriale che ospitava baracche fu abbattuto.



Poi toccò alle baracche degli altri accampamenti, fino all’allontanamento (temporaneo) della quasi totalità degli abitanti.


Riguardo questa immagine, attestazione del fatto che abbiamo assistito alla distruzione delle baracche da lontano, senza poter far nulla. È un ricordo che brucia ancora adesso, tanto da avermi fatto riprendere in mano queste foto anche quando stavo cercando altro.

Non so che cosa sia successo dopo. Come si sa, queste situazioni non hanno fine. Tutto è “temporaneo”, l’accampamento come lo sgombero. Non conosco la sorte dei gruppi di persone che abbiamo incrociato grosso modo nel tempo di un anno scolastico: i rom saranno ritornati lì o altrove, istituzioni e polizia li avranno “accolti” allo stesso modo, loro si saranno ancora dispersi e poi ancora radunati. Di “permanente” c’è invece la retorica securitaria, che non era iniziata nel 2008 e non finì nel 2009 con questi poliziotti che salgono sulla collinetta. Queste foto documentano il fatto che dalla retorica derivano concrete azioni repressive.

Anche l’Assemblea autoconvocata si è dispersa: per l’impossibilità di essere all’altezza della situazione (non siamo stati in grado di reggere il livello di violenza messa in campo dalla polizia, né l’indifferenza degli amministratori); per divergenza di vedute tra chi aveva sostenuto la necessità di intervenire in prima persona nella situazione dei rom dell’Osmannoro, e chi invece aveva preferito una discussione sulla “criminalizzazione della povertà”.

Pochi mesi dopo ho lasciato Firenze, destinazione Olanda.

Nota

Ho vissuto a Firenze dal 1995 al 2009, partecipando attivamente ai movimenti sociali che si svilupparono in quegli anni in città. Dal 2009 vivo all’estero, attualmente insegno all’Università di Vienna. Di un’altra vicenda dei miei anni fiorentini racconto in Christian De Vito, Cronache di anni neri. Dal quartiere San Lorenzo, Firenze 2003-2005, storiAmestre, Mestre 2006.

Sulle vicende attorno all’“ordinanza lavavetri” e sull’azione dell’Assemblea autoconvocata, si può vedere Lorenzo Guadagnucci, Lavavetri. Il prossimo sono io, Cart’armata, Milano 2009 (supplemento al giornale di strada “Terre di mezzo”, 158, gennaio 2009). Mentre i quotidiani locali e nazionali davano spazio alle peggiori cronache e a commenti razzisti, una bravissima giornalista dell’emittente fiorentina Controradio, Sabrina Sganga, si fece largo con noi tra sterpaglie, topi e rifiuti per andare a vedere quegli accampamenti. Insieme a Sabrina, mancata purtroppo pochi anni dopo (nel 2012 a 43 anni), mi piace ricordare qui: Lorenzo Bargellini (1958-2017), indimenticato leader del Movimento di lotta per la casa; Piero Colacicchi (1937-2014), per decenni instancabile attivista per i diritti dei rom, a Firenze e non solo; Riccardo Torregiani (mancato nel 2015), compagno di Rifondazione Comunista, del Firenze Social Forum e dell’Assemblea Autoconvocata.

Archiviato in://, Documenti Christian De Vito

“Fascism!”

10/02/2026 US War Department // Documenti

Nel marzo 1945, mentre la Seconda guerra mondiale stava per chiudersi con la sconfitta della Germania, dell’Italia e del Giappone, una brochure dal titolo Fascism!, diffusa dal Dipartimento della Guerra di Washington, metteva in guardia dal pericolo dell’instaurarsi del fascismo negli Stati Uniti. A cura della redazione di altrochemestre.it.

Nota per la discussione di questa settimana

Il fascismo non è facile da identificare e analizzare; e una volta al potere non è facile da distruggere. È importante per il nostro futuro e per quello del mondo che il maggior numero possibile di noi comprenda le cause e le pratiche del fascismo, al fine di combatterlo. I punti da sottolineare sono: (1) il fascismo è più incline a salire al potere in un momento di crisi economica; (2) il fascismo porta inevitabilmente alla guerra; (3) può arrivare in qualsiasi paese; (4) il modo migliore per combatterlo è far funzionare la nostra democrazia.

[…] Può succedere qui?

Alcuni americani risponderebbero con un deciso “No! alla domanda “Il fascismo può arrivare in America dopo essere stato sconfitto all’estero?”. Direbbero che gli americani sono troppo intelligenti, che sono convinti dello stile di vita democratico, che non permetterebbero a nessun gruppo di imporlo in America. Il fascismo, potrebbero dire alcuni, è qualcosa di peculiare che si trova solo tra persone a cui piacciono le svastiche, a cui piace ascoltare i discorsi dai balconi di Roma, o a cui piace pensare che il loro imperatore sia un dio. La loro reazione potrebbe essere che si tratta di qualcosa di “straniero” che gli americani riconoscerebbero in un attimo, come il passo dell’oca. Potrebbero pensare che lo liquideremmo in fretta ridendo.

(Domanda: I fascisti vengono tutti dalla Germania, dal Giappone o dall’Italia?)

In molte nazioni europee la gente la pensava come alcuni di noi: che il fascismo fosse estraneo a loro e non sarebbe mai potuto diventare una potenza nel loro paese. Scoprirono tuttavia che le persone di orientamento fascista all’interno dei loro confini, soprattutto con l’aiuto esterno, potevano detenere il potere. I tedeschi, naturalmente, fecero un uso efficace dei traditori di orientamento fascista che abbiamo imparato a conoscere generalmente come “la quinta colonna”. In Francia, considerata una delle principali democrazie europee, il tradimento fu capeggiato da una potente cricca di fascisti autoctoni “al 100% francesi”. La Norvegia aveva il suo Quisling, norvegese d.o.c. tanto quanto Laval era francese “purosangue”. I Mussert in Olanda erano “al 100% olandesi”, i Degrelle in Belgio “al 100% belgi”, e i Mosley in Gran Bretagna “al 100% britannici”. Anche gli Stati Uniti avevano i loro fascisti autoctoni che si dichiaravano “al 100% americani”. C’erano fascisti autoctoni nelle Filippine, in Thailandia (Siam), in Cina, in Birmania e in molti altri paesi, tutti in attesa di diventare burattini docili dell’Asse. Nessuno di questi fascisti è uno “straniero” che ha dovuto essere importato dalla Germania, dal Giappone o dall’Italia.

(Domanda: Ci sono gruppi in America che hanno usato tattiche e appelli fascisti?)

Alla maggior parte degli americani piace essere buoni vicini. Ma, in vari momenti e luoghi della nostra storia, abbiamo avuto tristi episodi di sadismo di massa, linciaggi, giustizie sommarie, terrore e soppressione delle libertà civili. Abbiamo avuto le nostre bande di incappucciati, le Legioni Nere, le Camicie d’Argento e i fanatici razziali e religiosi. Tutti loro, in nome dell’americanismo, hanno usato metodi e dottrine antidemocratiche che l’esperienza ha dimostrato possono essere correttamente identificati come “fascisti”. Possiamo permetterci di liquidarli come semplici pazzi? Noi stessi un tempo deridevamo Hitler come un innocuo pagliaccio con dei buffi baffi. Nel gennaio del 1944, trenta americani, molti dei quali americani autoctoni, furono incriminati da un Grand Jury federale con l’accusa di cospirazione con “il partito nazista per raggiungere gli obiettivi dello stesso partito nazista negli Stati Uniti”. Questi obiettivi, secondo l’atto d’accusa, includevano il minare e il compromettere “la lealtà e la moralità delle forze militari e navali degli Stati Uniti”. Il caso si concluse con un annullamento del processo a causa della morte del giudice che lo presiedeva. La questione di una nuova incriminazione è ancora in fase di valutazione. Ovunque i governi liberi non riescano a risolvere i loro problemi economici e sociali di base, c’è sempre il pericolo che si manifesti un fascismo autoctono per sfruttare la situazione e la popolazione.

Riusciamo a individuarlo?

(Domanda: Come possiamo identificare i fascisti americani all’opera?)

Un fascista americano che aspira al potere non proclamerebbe di essere un fascista. Il fascismo camuffa sempre i suoi piani e i suoi scopi. Hitler rivolse appelli demagogici a tutti i gruppi e giurò: “Né io né alcun altro nel Partito Nazionalsocialista sosteniamo di procedere con metodi diversi da quelli costituzionali”. Qualsiasi tentativo fascista di conquistare il potere in America non avrebbe seguito esattamente lo schema hitleriano. Avrebbe funzionato sotto le mentite spoglie del “super-patriottismo” e del “super-americanismo”. I leader fascisti non sono né stupidi né ingenui. Sanno di dover diffondere una linea che “venda”. Si dice che Huey Long[1] abbia osservato che se il fascismo fosse arrivato in America, sarebbe stato con un programma di “americanismo”. I fascisti in America possono differire leggermente dai fascisti di altri paesi, ma hanno una serie di atteggiamenti e pratiche in comune. Di seguito ne elenchiamo tre. Chiunque ne abbia uno non è necessariamente un fascista. Ma si trova in uno stato mentale che lo predispone all’accettazione degli obiettivi fascisti. 1. Mettere gruppi religiosi, razziali ed economici l’uno contro l’altro per rompere l’unità nazionale è uno strumento della tecnica del “divide et impera” usata da Hitler per ottenere il potere in Germania e in altri paesi. Con lievi variazioni, per adattarsi alle condizioni locali, i fascisti hanno utilizzato ovunque questo metodo hitleriano. In molti paesi, l’antisemitismo (odio per gli ebrei) è uno strumento dominante del fascismo. Negli Stati Uniti, i fascisti autoctoni sono stati spesso anti-cattolici, anti-ebrei, anti-neri, anti-sindacalisti, anti-stranieri. In Sud America, i fascisti autoctoni usano gli stessi capri espiatori, solo che sostituiscono l’anti-cattolicesimo con l’anti-protestantesimo all’anticattolicesimo. Intrecciata alla teoria fascista della “razza superiore” c’è una “campagna d’odio” ben pianificata contro le minoranze etniche, religiose e altri gruppi. Per soddisfare le loro particolari esigenze e i loro obiettivi, i fascisti useranno uno qualsiasi di questi gruppi o una combinazione di essi come comodo capro espiatorio.

2. Il fascismo non può tollerare concetti religiosi ed etici come la “fratellanza umana”. I fascisti negano la necessità della cooperazione internazionale. Queste idee contraddicono la teoria fascista della “razza superiore”. La fratellanza umana implica che tutti gli esseri umani, indipendentemente da colore, razza, credo o nazionalità, abbiano diritti. La cooperazione internazionale, come espressa nelle proposte di Dumbarton Oaks[2], è in contrasto con il programma fascista di guerra e dominio mondiale. Al posto della cooperazione internazionale, i fascisti cercano di sostituire una sorta di ultranazionalismo perverso che convince il loro popolo di essere l’unico popolo al mondo a contare. A questo si aggiungono odio e sospetto verso i popoli di tutte le altre nazioni. In questo momento i nostri fascisti autoctoni stanno diffondendo propaganda anti-britannica, anti-sovietica, anti-francese e anti-Nazioni Unite. Sanno che l’unità alleata preannuncia la sconfitta certa del fascismo all’estero. Sanno che l’unità alleata del dopoguerra significa pace e sicurezza nel mondo. Si rendono conto che il fascismo non può prosperare o crescere in queste condizioni.

3. È corretto chiamare “comunista” un membro di un partito comunista: ma spesso viene definito “Rosso”. Appioppare indiscriminatamente l’etichetta “rosso” a persone e proposte a cui ci si oppone è un espediente politico comune. È un trucco preferito sia dai fascisti locali che da quelli stranieri. Molti fascisti affermano in modo infondato che il mondo ha solo due scelte: fascismo o comunismo, ed etichettano come “comunista” chiunque si rifiuti di sostenerli. Attaccando la nostra libera impresa, la democrazia capitalista e negando l’efficacia del nostro stile di vita, sperano di intrappolare molte persone. Hitler insisteva sul fatto che solo il fascismo avrebbe potuto salvare l’Europa e il mondo dalla “minaccia comunista”. Molte persone, dentro e fuori la Germania e l’Italia, accolsero e sostennero Hitler e Mussolini perché credevano che il fascismo fosse l’unica salvaguardia contro il comunismo. Lo “spauracchio rosso” era un argomento abbastanza convincente da convincere ad aiutare Hitler a prendere e a mantenere il potere. L’Asse Roma-Berlino-Tokyo, le cui aggressioni precipitarono il mondo in una guerra globale, fu chiamato “Asse Anti-Comintern”. Fu proclamato da Hitler, Mussolini e Hirohito come “baluardo contro il comunismo”. Imparare a identificare i fascisti autoctoni e a individuare le loro tecniche non è facile. È proprio quello che vogliono. Ma è di vitale importanza imparare a riconoscerli, anche se adottano nomi e slogan popolari, si drappeggiano con la bandiera americana e tentano di portare avanti il ​​loro programma in nome della democrazia che stanno cercando di distruggere.

Nota. La brochure Fascism! è il n. 64 di «Arm Talk. Orientation Fact Sheet» pubblicato il 20 marzo 1945 da The Army Orientation Branch, Information and Education Division, del War Deparment, Washington D.C.; qui si traduce la nota introduttiva e i paragrafi intitolati “Can It Happen Here?” e “Can we spot it?”. Il testo è facilmente reperibile in rete, noi abbiamo utilizzato la digitalizzazione offerta dal Progetto archive.org. “Army Talks” fu una serie di brevi pamphlet pubblicati per i soldati americani che combattevano in Europa nella Seconda Guerra Mondiale, che proponevano discussioni guidate (secondo una sequenza di domande, come si nota anche in questo caso) “per aiutarli a diventare uomini e donne meglio informati e quindi soldati migliori”. Le pubblicazioni, che uscivano con cadenza settimanale o quindicinale, iniziarono nel 1943 e continuarono fino alla fine della guerra, nel 1945. Ciascun numero era dedicato a un tema (per esempio “Guerra e pace dopo il 1918”, “Cosa fare con la Germania”, “Il sistema politico britannico”…).


[1] Huey Pierce Long Jr., uomo politco del Partito democratico, governatore della Lousiana (1928-1932) e senatore degli Stati Uniti (dal 1932), assassinato nel 1935. [NdT]

[2] Dumbarton Oaks è una grande villa ottocentesca che si trova a Georgetown, nei pressi di Washington D.C. ed ospita un famoso centro di ricerca. Nel 1944 fu sede di conferenze che discussero proposte volte a istituire le Nazioni Uniti e prevenire nuove guerre. [NdT]

Archiviato in://, Documenti US War Department

“Fight like an Italian”, “End Canadian Complicity”

05/12/2025 Andrea Lanza // Documenti Elementi del paesaggio

Manifestazioni per la Palestina, Toronto (Canada), 4 ottobre e 29 novembre 2025: una lettera-reportage di Andrea Lanza. Atmosfere, sentimenti e slogan che cambiano a due mesi di distanza.

Cari amici di altrochemestre,

Oggi, sabato 29 novembre, c’è stata una manifestazione in solidarietà con la Palestina, qui a Toronto. Colgo l’occasione per mandarvi una selezione delle foto che avevo fatto un paio di mesi fa alla manifestazione più partecipata dell’autunno e quelle che ho fatto oggi, con qualche riga di commento.

Il 4 ottobre è stato il giorno di maggiore mobilitazione a Toronto come nel resto del mondo. Il perdurare e l’allargarsi dei massacri in Palestina e la capacità della Freedom Flotilla di attirare l’attenzione mediatica fanno sì che il corteo organizzato per il primo pomeriggio di quel sabato sia particolarmente animato. Uno dei primi cartelli che vedo quando arrivo nella centralissima piazza del concentramento dice: “lotta come un italiano, blocca tutto”, riferito agli scioperi e i cortei che, in quei giorni, facevano dell’Italia il paese maggiormente mobilizzato al mondo. È un manifesto stampato in serie da un piccolo partito comunista rivoluzionario (Revolutionary Communist Party, RCP).

Una volta che la manifestazione inizia a muoversi lentamente per le strade di downtown si comprende che la partecipazione, per gli standard della città, è straordinaria. C’è chi parla di “decine di migliaia” di persone.

La composizione rispecchia la natura della città: diversi striscioni testimoniano le organizzazioni per origini geografiche (latinoamericani, giapponesi, irlandesi, ecc.) che portano la propria solidarietà al popolo palestinese.

La presenza ebraica è particolarmente visibile, in forme varie e lungo l’intero corteo.


Così come è, ovviamente, molto folta la presenza di manifestanti di origini arabe o di fede musulmana.

Le bandiere palestinesi sono tantissime, di ogni formato. Si notano anche altre bandiere arabe. Gli slogan, spesso scritti su cartoni più o meno improvvisati, sono molto diversi e spesso nominano il genocidio, i bambini palestinesi, la flotilla e la responsabilità dei paesi occidentali in genere e del Canada in particolare.

La manifestazione di oggi, 29 novembre, ancora di sabato pomeriggio, era molto molto più piccola. I partecipanti erano militanti impegnati nei movimenti in solidarietà con il popolo palestinese. Ciò appare chiaro anche dal punto di vista estetico: numerosissime le kefie.

L’atmosfera è molto diversa. Al senso di tragedia ma anche in un certo modo di speranza di ottobre, quando l’impotenza di fronte al genocidio sembrava poter essere rotta da una presa di parola dei movimenti di solidarietà, è succeduto lo smarrimento: il cessate il fuoco, parola d’ordine dei mesi passati, è stato proclamato, ma le uccisioni continuano così come il blocco degli aiuti alimentari e sanitari. Gli slogan scritti e ripetuti vertono ora ancor più sulla richiesta di un reale embargo canadese delle armi e degli equipaggiamenti destinati all’esercito israeliano.

In qualche modo gli slogan si sono radicalizzati.


Gli slogan che lasciano intravedere una speranza di liberazione e pace sono pochissimi: “I semi della liberazione sono piantati nella solidarietà”

Archiviato in://, Documenti, Elementi del paesaggio Andrea Lanza

“No Kings in America”

21/10/2025 Francesca Trivellato // Documenti Elementi del paesaggio

Manhattan, 18 ottobre 2025. Immagini e slogan da una delle manifestazioni “No Kings” che hanno avuto luogo in tutto il paese.

Si dice spesso che negli Stati Uniti non si sciopera. È vero. Ma ciò non significa che la gente non scenda in piazza. Basti pensare, in anni recenti, alla Women’s March del 2017 o alle proteste che seguirono l’uccisione di George Floyd nella primavera-estate 2020. Il 18 ottobre 2025 almeno 7 milioni di persone sono sfilate in corteo in oltre 2.700 città e cittadine del paese nella terza manifestazione su scala nazionale contro Donald Trump dalla sua installazione nella Casa Bianca il 20 gennaio scorso. Quella del 5 aprile aveva avuto come slogan “Hands Off” – giù le mani da… L’evento si era ripetuto il 14 giugno, questa volta con il motto che per ora si è rivelato vincente: “No Kings”, per ricordare che gli Stati Uniti nacquero dalla ribellione contro la monarchia britannica e sono stati una repubblica fin dalla loro fondazione nel 1776. Non a caso la bandiera nazionale era sicuramente l’emblema più presente in tutti i cortei.

So per certo di non essere stata l’unica tra i milioni di manifestanti ad aver provato disagio verso questo marchio di fabbrica del presunto eccezionalismo statunitense. Ma va dato credito agli organizzatori di aver individuato uno slogan molto efficace. Non solo è in grado di raggruppare tutta quella metà del paese che ripudia la svolta autoritaria di Trump, a dispetto di molte differenze, ma ribatte anche ai tentativi di alti esponenti del Partito repubblicano di dipingere i manifestanti come militanti di estrema sinistra, gruppi di antifascisti armati, “sostenitori di Hamas” e “nemici degli Stati Uniti”.

A coordinare queste enormi ondate di proteste non è il Partito democratico, bensì un’alleanza di associazioni e movimenti di base che ha scelto di chiamarsi “Indivisible”. Ovvero, ha scelto nuovamente di attingere al patriottismo statunitense dato che chiunque sia cresciuto o viva negli Stati Uniti riconosce questa parola chiave che spicca nel giuramento di fedeltà alla repubblica che si recita a scuola e nelle cerimonie ufficiali (se poi vi sappia individuare o meno un rifermento alla vittoria delle forze anti-secessioniste durante la guerra civile del 1861-65 è un altro discorso). Più neutro ma sempre volto all’unità trasversale è il nome adottato da una delle organizzazioni che fanno parte della rete “Indivisibile”: 50501, che sta per 50 proteste, 50 stati, 1 movimento.

Il 18 ottobre 2025 c’erano tre marce a New York, con oltre 100.000 persone nel corteo che a Manhattan ha percorso 2,5 km lungo la 7th Avenue, da Times Square alla Quattordicesima strada. La marcia è stata interamente pacifica. Molti vestivano costumi gonfiabili di ridicoli pupazzi per smorzare la tensione e dimostrare con ironia l’irragionevolezza delle accuse di facinorosi rivolte contro di loro dagli oppositori politici (una tattica iniziata a Portland alcuni giorni prima e ora nota come “tactical frivolity,” frivolezza tattica). Tra i cartelloni non si contavano le analogie tra l’attuale governo e il nazismo, ma qualcuno ha provveduto a sovrapporre la faccia di Trump anche a quella di Mussolini. In molti poi hanno saputo essere spiritosi pure in un momento così drammatico.

Trascrizioni

Bandiere

Stati Uniti

Stati Uniti con scritto NO KINGS

Cartelli

I [love] / immigrant / NY adattamento del classico motto della città, con il simbolo del cuore per “love”
Stop / Trump’s / illegal / power / grab stop alla presa illegale di potere di Trump

Patriots / say / no king i patrioti dicono “nessun re” con il disegno di una corona cancellata da una croce

Protest / is / patriotic protestare è patriottico

MELT ICE con il disegno di un cubetto di ghiaccio che si scioglie (riferimento allo United States Immigration and Customs Enforcement, acronimo ICE, la forza di polizia formata dopo l’11 settembre 2001 che ora sta facendo retate di migranti)

No Kings since 1776 nessun re dal 1776 con il disegno di una corona cancellata da una croce

Cartello con SS nazista con il volto del vicepresidente J.D. Vance

Cartello con il volto di Trump sulla base di una immagine di Mussolini in fez e divisa da camicia nera con didascalia “IL DOUCHE”; “douche” è da intendersi nel suo significato volgare, traducibile con “coglione”, “stronzo”

Protect immigrant nyers / PASS NY 4ALL

NO TROOPS IN NYC con la testa e il braccio con la fiaccola della statua della Libertà

HANDS OFF NYC

No crowns for clowns! con la faccia di Trump truccata da pagliaccio

Immigrants make America great! Keep your fascists hands off

Rejecting Kings since 1776

Support your local ANTI-FASCISTS / FIGHTING NAZIS SINCE 1941 / your rights are under attack con una foto storica (Iwo Jima, marzo 1945) di un gruppo di soldati che celebrano una vittoria intorno a una bandiera americana

I am here because I [love] America con il simbolo del cuore per “love”

[up] Queens [down] Kings con i simboli delle frecce verso l’alto e verso il basso, allusione alle drag queen

ICE fuera / ahora ahora ahora ahora con riferimento alla polizia anti-immigrazione (vedi sopra)

If Melania doesn’t have to live with him we shouldn’t have to either / No kings oct 2025, con riferimento alla “first lady” che non si è trasferita alla Casa Bianca con il marito presidente Donald Trump e vive per conto suo a New York

NO CROWNS / NO THRONES / NO KINGS

NO Kings Then / NO Kings Now / No Kings EVER!

NO PALACE, NO THRONE! / This is the USA NOT ANCIENT ROME! / We Are Not the Enemycon due vignette caricaturali ai lati: a sinistra Trump (nudo, con corona e scettro) circondato da “cortigiani” adulanti; a destra Trump (nudo, con corona e scettro) che chiede “Qualcun altro vuole dire che l’imperatore è senza vestiti?”) mentre due dei suoi sostenitori portano via il/la “colpevole” incappucciato/a

SAVE NOW OUR DEMOCRACY con l’immagine dell’incipit del manoscritto della Costituzione del 1787 “We the People”

Jesus Welcomed All Immigrants

YOU’RE ENTITLED to your own OPINIONS but NOT your own FACTS hai diritto alle tue opinioni, ma non ai tuoi fatti

We the People scritto su più righe, in colore rosso e blu su fondo bianco (colori della bandiera degli Stati Uniti), altro richiamo alla Costituzione

Cori e slogan

No justice, no peace

Una persona intona: Show me what democracy look like; il coro risponde: This is what democracy looks like! 

No fear, No hate, No ICE in our state

No hate, no fear, immigrants are welcome here

Hey hey, ho ho, Donald Trump has got to go

Nota. Esiste un opuscolo che il Kairos Center for Religions Rights, and Social Justice ha messo a disposizione per manifestanti e “capi-coro” alle manifestazioni No Kings (giugno 2025). Tutte le foto sono di Francesca Trivellato.

Archiviato in://, Documenti, Elementi del paesaggio Francesca Trivellato

“Show Israel the red card”

20/10/2025 Margherita Borsoi // Documenti Elementi del paesaggio

Udine, 14 ottobre 2025. Scritte, cartelli, slogan alla manifestazione di protesta contro lo svolgimento della partita di calcio tra le squadre nazionali di Italia e Israele.

Striscioni

Show Israel the red card

No world cup in genocide

Free free free Marwan Barghuthi

Diamo un calcio al sionismo / Palestina libera

Comitato Regionale Friuli-Venezia Giulia

Contro ogni stato / ogni nazionalismo / stop genocidio firmato A cerchiata

Tutte le guerre contro di noi / noi contro tutte le guerre firmato A cerchiata

Nessuna legittimazione all’occupazione israeliana / Free Palestine – Comitato per la Palestina Udine

Su questa terra esiste qualcosa per cui vale la pena vivere!………. Mahmoud Darwish / Fermare il genocidio arrestare i criminali / Non c’è pace senza giustizia / Ultimo giorno di occupazione sarà il primo giorno di pace striscione retto da membri della Comunità Palestinese; scritte tradotte anche in arabo e con accanto la cartina geografica della Palestina

Non dimenticare un solo nome

Intifada studentesca/ show Israel the red card – student3 per la Palestina con bandiera palestinese sullo sfondo; i puntini delle “i” disegnati come palloni da calcio

“Nissun stât / 1000 popui” con A cerchiata rossa sullo sfondo

Palestina libera / senza giustizia non c’è pace – Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Udine

Stop guerre / stop genocidi accanto alla scritta disegnate la bandiera della Palestina e quella del Kurdistan

No al SSionismo / Palestina libera firmato No greenpass e oltre

Pace agli oppressi / lotta agli oppressori

Trieste per la PACE, non porto per la guerra firmato dalle associazioni Insieme Liberi e Alister

Sanitari per Gaza Veneto

Ogni giorno uno sguardo / di questi bambini palestinesi / disperatamente si spegne. / Salviamoli dall’inferno firmato Sanitari per Gaza; accanto l’immagine di bambini affamati che sporgono le loro ciotole durante la distribuzione di cibo

Bandiere

Palestina

Pace arcobaleno

Anpi

Arci Nazionale

ASD Polisportiva San Precario

Udu – Unione Degli Universitari

Làbas

Gkn

Unione Sindacale di Base

Cgil

Usi – Unione Sindacale Italiana.

Usi Udine

Cobas Scuola Trieste-Gorizia

Movimento 5 Stelle FVG

Alleanza Verdi e Sinistra

Potere al Popolo

Rifondazione comunista

Partito Comunista Rivoluzionario

Dax resiste / Antifascismo è anticapitalismo

A di anarchia su sfondo nero

A di anarchia su sfondo nero e rosso

Germinal Trieste

Medici Senza Frontiere

Sanitari per Gaza

Cartelli

Il calcio di Israele a Udine, il calcio di Udine a Israele!

Fifa fa 90… the horror is-real/is-rael

L’unico calcio che vi meritate è in culo

Non si gioca con un genocidio

₋ stadi ₊ ospedali

Stadio vuoto come le vostre coscienze

Dove sono finiti i bambini che giocavano con me? con immagine del pallone da calcio

Fifa complice del genocidio

Meglio 1 giorno da anguria che 100 da Meloni

I diritti sono di tutti / altrimenti sono privilegi

Più setter meno settler cartello sul guinzaglio di un cane setter

Norimberga per Giorgia

Free Palestine! / Libertà di manifestare!!! NO allo stato di polizia! firmato A cerchiata

Let Palestinians choose

Imagine there’s no wars / it isn’t hard to do / nothing to kill or die for / a brotherhood of men/ imagine all the people / living life in peace ogni strofa scritta su una banda della bandiera palestinese

Fedriga tâs in friulano Fedriga taci, riferito a Massimiliano Fedriga, presidente della Regione autonoma Friuli Venezia-Giulia

Canti

Intonati come cori da stadio, accompagnati da tamburi suonati da alcuni lavoratori dell’ex Gkn.

… e Israele deve andarsene… Vattene! Vattene! / …e Israele deve andarsene… Vattene! Vattene!

Questa notte ho fatto un sogno / S’era sciolto Idf / Di sionisti non ce n’eran più e… Netanyau a testa in giù

Siamo tutte antisioniste

E chi non salta insieme a noi cos’è… è un sionista…

Accessori

Fumogeni

Maschere veneziane con colori della bandiera della Palestina

Magliette con bandiere antifasciste “antifa” con due bandiere, rossa e nera, in un cerchio con bordo nero e sfondo bianco

Palloncini viola appesi allo zaino degli addetti all’autogestione del corteo, accompagnati da relativi cartelli con scritto “Se hai bisogno di aiuto, chiedi a me”.

Maglietta con scritto: Sabbia non olio nel motore del militarismo / siamo tutti disertori – Assemblea Antimilitarista e Antiautoritaria

Nota. La partita tra Italia e Israele, valida per le qualificazioni ai mondiali di calcio, era in programma alle 20,45 allo stadio Friuli di Udine. A partire dalle 17,30 più di diecimila persone si sono concentrate in piazza della Repubblica per svolgere un corteo pacifico fino a piazza Primo Maggio, lungo un percorso nel centro cittadino, a distanza . La richiesta, da parte del Comitato per la Palestina di Udine e delle 358 realtà aderenti alla manifestazione, era l’estromissione della nazionale israeliana dalle competizioni organizzate da FIFA e UEFA e l’annullamento della partita. La lista delle associazioni (partiti e sindacati, giornali e case editrici, associazioni sportive, locali e nazionali) che hanno sottoscritto il comunicato di lancio della manifestazione è stata pubblicata nelle pagine social del Comitato per la Palestina di Udine. Tutte le foto sono di Margherita Borsoi. La locandina disegnata da zerocalcare è ripresa da internet.

Archiviato in://, Documenti, Elementi del paesaggio Margherita Borsoi

  • « Vai alla pagina precedente
  • Pagina 1
  • Pagina 2
  • Pagina 3
  • Pagina 4
  • Vai alla pagina successiva »

Copyright © 2026 · Genesis Altroche on WordPress · Accedi

Utilizziamo i cookie e dati personali per necessità. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo da parte nostra in linea con la GDPR.