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Scrivere dal carcere, in italiano. 1

27/05/2026 Claudio Pedron || Documenti

Antologia di temi scritti da detenuti che frequentano i corsi di prima alfabetizzazione del carcere maschile di Sollicciano (Firenze), raccolti tra il 2001 e il 2015 dal loro insegnante di lingua italiana. Alla fine di ogni sezione, il tema svolto dallo stesso insegnante. Un esempio e un metodo di attività civica e di istruzione. Un invito a gettare uno sguardo su un mondo sconosciuto per quelli che stanno fuori.

“Oggi, tema…”

Di lavoro sarei un maestro elementare, ma in pratica mi occupo di alfabetizzazione per adulti: dal 1997 ogni anno a qualche decina di detenuti nel carcere di Sollicciano, che si trova nella periferia di Firenze. Dieci anni prima, nel 1987, avevo partecipato da insegnante elementare precario al corso di specializzazione per insegnanti carcerari (fu l’ultimo, ora non esiste più) per un forte desiderio di trasformare un impegno partitico frustrante in un impegno politico-fattivo. Ho ottenuto la mia prima supplenza annuale nel 1992 che poi, grazie al risultato positivo del concorso nazionale, è diventata di ruolo. Dal 1992 al 1997 ho lavorato nel carcere di Volterra, che è ospitato nell’antica fortezza medicea. È un istituto relativamente piccolo (meno di duecento detenuti) che allora stava cambiando statuto, trasformandosi da “alta sicurezza” a penale. Lì avevo trovato una scuola dell’obbligo sui generis, collegata alla scuola elementare e media esterna. Ci sarebbe voluto ancora molto tempo perché l’insegnamento in carcere entrasse nell’ambito dei Centri Territoriali Permanenti (CTP), poi diventati Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA). Grazie all’impegno degli insegnanti, alla collaborazione delle direzioni del carcere e delle scuole superiori esterne, in quattro anni la scuola nel carcere di Volterra si è trasformata e ha iniziato un percorso positivo di occupazione culturale degli spazi fisici e mentali.

Nel 1997/98 mi sono trasferito nel carcere di Sollicciano incontrando, e scontrandomi con, un mondo completamente diverso: erano presenti mille detenuti dove potevano starcene 450, i detenuti erano divisi in maschile e femminile, trans e protetti. Gli agenti avevano una mentalità più repressiva che rieducativa. Tutte le classi di scuola erano divise per genere o categoria.

Nel carcere gli stranieri erano in costante aumento. Ancora oggi, rispetto alla media nazionale del 35%, a Sollicciano abbiamo l’80% dei detenuti di origine non italiana. Le classi perciò erano frequentate da un alto numero di studenti di provenienza mondiale e qualche italiano. A partire dal 2001 mi sono messo a raccogliere i temi scritti in classe, dopo che un mio allievo aveva letto i temi dei bambini napoletani messi insieme dal maestro Marcello D’Orta nel suo Io speriamo che me la cavo (1990), libro diventato famoso, e poi anche film con Paolo Villaggio. Ho conservato circa 300 temi, il più recente è del 2015. I titoli che davo erano molto semplici: “La mia prima casa”, “La mia famiglia”, “La mia città”, “Il mio compagno”, “La mia cella”, “Le regole della mia cella”, “Il mio futuro”, “Il mio personaggio storico preferito”… Le grafie erano quelle di una prima alfabetizzazione in L2 (ovvero italiano lingua seconda, si dice anche italiano per stranieri). 

A un certo punto avevo pensato di trasformare tutti quegli scritti secondo lo stesso modello: Io speriamo che esco, un’antologia organizzata in un percorso e per argomenti che emergevano dalle tracce che davo. Sceglievo tra i temi di chi aveva raggiunto il primo livello di «sopravvivenza linguistica» in carcere.

Spinto anche dal rapporto con Christian De Vito e Goffredo Fofi, e aiutato da Filippo Benfante, per alcuni anni, almeno fino al 2017, ho provato ad arrivare a una pubblicazione, ma poi ho pigramente abbandonato l’idea che, all’epoca, era quella di far vedere uno spaccato (non scientificamente preciso) del tipo di popolazione scolastica che si trovava all’interno al carcere. A 25 anni di distanza, non molto è cambiato. Questi esercizi di italiano – che contengono generi e registri letterari molto diversi: cronache, descrizioni, fantasie, fanfaronate, introspezioni… – restano un invito a gettare uno sguardo su un mondo che, dall’esterno, è totalmente opaco e, da lì, a riguardare quello in cui viviamo noi che non siamo detenuti.

Per questa pubblicazione tardiva, che riprende l’antologia così come l’avevo stabilita nel 2017, insieme alla redazione di altrochemestre abbiamo deciso di mantenere le rubriche che avevo pensato allora, con minime modifiche: la classe, il passato remoto o prossimo, il presente e il futuro, ciascuna delle quali suddivisa per temi. Ho rispettato per quanto possibile la grafia e il lessico dei miei allievi, facendo piccole correzioni nei punti che sarebbero risultati del tutto incomprensibili. I testi restano anonimi, alcuni autori sono ricorrenti. In classe io non scrivo temi, ma il mio lavoro – e il modo in cui lo intendo io – prevede ugualmente che mi metta in gioco con i miei allievi che sono – in proporzioni cambiate nel corso degli anni della mia vita – miei coetanei, uomini più vecchi di me, ragazzi più giovani di me, ma sempre adulti. Per questa occasione, allora, ho scritto: l’ultimo punto di ogni capitolo è il mio svolgimento del tema assegnato.

Claudio Pedron, Firenze-Battaglia Terme, 2017-2026

La classe

Presentati

1. Sono tunisino… Sono venuto in Italia 5 anni fa a cercare un lavoro ma pertroppu lavoro non c’e e poi sono costretto un lavoro inregolare e alla fine sono finito in carcere e anche si la mia condanna lungissima. Ma io credo ancora nella vita e spero di fare la cosa giusta e cerco di insirirmi nell mondo di lavoro.

2. Ciao io sono argentino mi chiamo *** ho 20 anni. Io ho 3 figlio che adeso mi mancan tropo e voglio stare con loro. Mio figlio sonno in Cile con la sua mama. Io sono stanco perche non posso saver di loro. Piu di 2 messi. Io bisognio di saver qual cosa di loro. Io adeso sono felice perche posso fare scuola.

3. Io mi chiamo *** Nella vita facevo il muratore e carpentiere intanto mi piace studiare poi la mia storia comincia con lavoro e viagiare. Io so cucinare mi piace lo sport vari poi la mia religione è budista io vivo tra Thailandia e Australia ho 2 bambini 1 Italia 1 Thailandia. Con la moglie prima quando lavoravo in Italia avevo un impresa edile e dopo sono sucesse troppo di sgrazie. E la mia vita è cambiata troppo. In pegio. A fare del bene si riceve il male.

4. Mi chiamo *** Sono cinese. Ho 24 anni. Vieni dalla campagna di Cina. Sono sposato ho due figli. Era lavorato la fabrica di divano è adeso in carcere da 4 anni. Io vengo a scuola per imprare lingua l’italiana. Mi piace musica italiana e poi tante cose………

5. Bungiorno sono di Albania sono in carcere da 2 ani in Italia sono da 13 ani prima di finire in galera facevo muratore. O fatto murattore per 9 ani dopo la mia dita a avuto crizi e io mi sono licenciato. Dopo o iniciato a cercare lavoro ma sensa rezultati. Rimanendo sensa soldi o inisiato a delincuere facendo cualche rapina cua e la nelle poste per sopravivere. Finche mi ano arrestato. O capito che soldi facili ano una bruta fine. Cerchero di nuovo lavoro cuando esco di cui. Maestro grazie di avermi scelto in cuesta scuola.

6. Io sono peruviano mi chiamo *** la mia famiglia abitano in Roma: mio figlio abita con la mamma io sono separato; – Mi piace tanto il calcio. Sono qui in questa instrutura di carcere di due anni, sto andado a scoula il primo giorno con il proffesore Claudio, i sto contento, di andare a scoula a inparare il italiano io dare tuto e medio posibile de studiare. La mia squadra di futbol el Parma pero tifo per la juve perche mio figlio e del juventus.

7. Io soto scrito *** Salve Claudio grazie avermi scelto mandarmi a scuolla per imparare scrivere e studiare con LEI. Insoma io sono venuto i Italia il 10 setembre 2005 in firenze. Ho visuto tantte cose belle e brutte vorrei racontarvi la mia storia: io sono venuto in Italia per un scopo per lavorare con dei muratori per 3 ani poi con i falegnami per 5 anni. Sempre ho cercato di stare alla larga dalla delinguensa per non finire qui dove mi trovo al momento di esequzione di scontare una condana che per me e molto grave per lo mia famiglia e per tutti i miei amici.

8. Mi chiamo *** sono nato a Marocco a Kelna Dessraghna, all’età di 8 anne sono trasfrito a Casa Blanca ho studiato a Casa Blanca fino alli età di 15 anne dopo ho bandonato la scuola ho cominciato circare lavoro. Ho lavorato in una fabrica di scarpi per un paio di mese dopo ho bandonato lavoro ho messo alla testa una strana idiea ho pensato di campiare paese e patria. Nel 1994 sono a Firenze ho trovato un lavoro in una fabrica di mettal mecanica ho lavorato per 10 anne in seguito dopo ho conoscioto mala gente mi hanno trasformato da un bravo, al mondo di spacciatore sono andato con questa mala vita fino a 2008 sono finito a Sollicciano.

9. Mi chiamo *** nato nel Marocco. In Casablanca stavo con la mia famiglia. La verita. Stavo molto bene con loro. Vado a scola quando finisco la scola vado a aiutare mio padre. Chi c’e un negozio di pesce. Lo do la mano da vendire. E quando finisco con lui da vendire. Mio padre. Va a casa per dare la mano. Al mia sorilla. Pecola. Per cucinare. Perche. A casa c’e solo mio padre. E io. E la sorilla. Pecola perche la mamma andata a Francia. Rimaste solo noi. A casa. Io ancoura nel negozio. Polisco. Il matiriali. Polisco. Anchi negozio. Per bene. È locido. Dopo vado a casa. Farmi una docia. È vado a mangari Con loro. Cosi passo tutte le giornate passatempo. E sono. Criciuto. Un pochino Conociuto. Una ragazz chi stavo con lei da dui anni. I latra parte c’e anche. Mie amicè che ce anno un idea. Di laciamo nostro paesi e partiamo. Per l’Oropa.. E’simo riusciti. A veniri fina a Jènova.

10. Nato in Italia Sardegna in Alghero hi suoi genitori sono dell’ex Jugoslavia di Bosnia. Ha cominciato da 10 anni ad fare la mala vita ha rubare come borsegiatore ha 12 anni ha cominciato ad rubare nelle dite di metallo e ha portare il camion con la merce rubatta dopo due anni si è sposato che ciaveva 14 anni. Ha 15 anni ha avuto la prima figlia. Ha 16 anni l’ano arestato e per la prima volta e finito in calcere minoreni di Roma e ha fatto 3 messi è usito dopo un paio di messi ria cominciato sempre ad rubare dopo unaltro anno a avuto da sua moglie unaltra figlia e dopo unpò di tempo continuava sempre di piu a rubare non aveva letà per lavorare e di seguito lo arestavano e faceva 2 o 3 mesi ed usiva. Ha diccioto anni ciaveva 4 figlie he aveva preso la citadinanza italiana ha 20 anni lano arestato sempre per furto e è finito per la prima volta in un calcere per magioreni sempre a Roma regina Coelli ha fatto 8 mesi dopo di che è usito e dopo 2 mesi ha cominciato ad lavorare per la prima volta per una compagnia di pompe funebri Dopo un anno lha licenziato e ha cominciato unaltra volta ad rubare. Ha 22 anni si è trovato la polizia ha casa ha Latina dove abitava lano portato in calcere a Latina per un cumulo di pena di anni 5 mesi 9 giorni 18 per il cumulo di minorenni Dopo un mese lanno trasferitto al calcere di Firenze Solicciano magiorenni. L’avocato ha fatto il [reato] continuato [il reato continuato è l’istituto che permette il cumulo di più reati e in sostanza di limitare le pene, ndc] quello che è gli anno tolto 1 anno e mesi 4 e rimasti da fare definitivo 4 anni e messi 6. Già ha scontato 8 mesi e gli rimangono 3 anni e messi 10 da scontare e ha richiesto la misura anticipata di 45 giorni [la norma per cui ogni sei mesi di buona condotta si ha uno sconto della pena di 45 giorni, ndc]. In calcere si comporta bene va ha scuola, la moglie viene una volta al mese a trovarlo con 1 o 2 bambini, e spera che esce con lafidamento lavorativo ma lavocato gli ha detto che almeno deve sendere sotto i 3 anni per presentare questa istanza.

11. Il mio nome *** ho 44 anni! Vi elenco una breve sintesi della mia vita. Sono di Napoli e di questo ne vado fiero. Io la mia città la definisco bella come una rosa, pero si sa le rose anno le spine ed anche la mia città le à. Che sarebbero i quartieri diciamo un po malfamati. Ed in uno di questi sono nato io. Purtroppo nella mia infanzia non e che avevo molto da sciegliere specie a quei tempi. Per noi ragazzi del quartiere la scuola era una nemica la vedevamo come una cosa brutta perche per noi chi andava a scuola era stupido. Anzi devo dire che sono riuscito a fare fino alla quinta elementare. Questo devo ringraziare mio padre che avvolte mi ci portava di forza mio padre che è un santuomo che a sempre lavorato nella vita ne ha pasate di tutti i colori appresso a me. Finche un giorno avevo 13 anni e la polizia mi prese con un coltello addosso e da quel giorno sono cominciati tutti i miei guai con la giustizia, perche si sa quando la giustizia ti marchia, e un marchio che è duro a toglierti di dosso almeno dalle mie parti! Ma voglio dire che o una moglie è 2 splenditi figli il maschio di 18 anni e una bambina di 5 e mezzo che sono la mia vita. Con questo voglio dire che da tutte le cose brutte che mi sono capitate a me. Tutte le cose. Buone è belle che ci sono nella vita le ho trasmesse ai miei figli. È cioè che mio figlio affatto fino alla 3 media, poi a voluto lavorare e fa il pizzaiolo ed è pure bravo. La bambina va a scuola e piccola comè e bravissima, con questo voglio dire che tutte le cose buone che non ho fatto io, voglio che le fanno l’oro, come voleva mio padre per me!

12. Bongiorno mi chiamo *** ho 42 anni. Sono nato in Costa D’ Avorio al 1971. La mia vita stata dura a 16 anni fini 23 anni, a 1990 che la mia vita è cambiato molto perche Dio mi a aiutato tantissimo, ma dopo sono returnato in Italia perche il mio paese abbiamo avuto un guerra e la guerra chi mia fatto perdere tutto, e oggi mi truvo qui in cacere del 2012 fini oggi, ma sono un hotimisti per futuro

ecco la mia istoria.

13. Il mio nome è Claudio Pedron e ho 55 anni. Sono in carcere dal 1992. Sono nato a Cremona, ho passato parte della mia infanzia in riva al Po, a Monticelli d’Ongina (PC. L’adolescenza e la giovinezza l’ho vissuta a Battaglia Terme, in provincia di Padova e l’età adulta a Firenze. Sono figlio di un’emiliana e di un veneto e ho sposato una toscana, figlia di una napoletana e di un marchigiano. Ho due figli che sono nati a Firenze. Ho sempre amato la natura e il carcere è la cosa più lontana che ci sia dalla natura, anche umana. Fin da adolescente mi son impegnato molto nella difesa della natura e negli ambiti sociali e culturali facendo molta politica al di fuori dai partiti. Ho cominciato a insegnare nelle scuole elementari, ma ero talmente presuntuoso, e guardavo troppi film di Robert Redford, che ho deciso di fare un corso di specializzazione per insegnare nelle carceri. Era il 1987. Nel 1992 sono finito nel carcere di Volterra e poi nel carcere di Sollicciano a Firenze, dove mi trovo anche ora, dopo 25 anni d’insegnamento.

Nota. “Maestro grazie di avermi scelto”

Per formare le classi, noi insegnanti del CPIA attingiamo alle richieste scritte dei detenuti che ci arrivano tramite dei moduli cartacei. Sono dei piccoli fogli A5: per il loro formato vengono chiamate “domandine”.

Inoltre inseriamo le persone che ci sono segnalate dai “funzionari giuridico pedagogici” (FGP, o “educatori penitenziari”), dagli psichiatri, dagli psicologi, dagli ispettori o da tutti loro con il direttore quando si riuniscono in equipe di valutazione. Tutti i richiedenti, all’inizio dell’anno, vengono chiamati per un test scritto con colloquio. Da questo incontro, che ripetiamo una volta al mese durante tutto l’anno scolastico, ricaviamo le informazioni che ci servono per creare i gruppi di livello, dal “preA1” alle scuole medie, cioè da persone non scolarizzate neanche nel loro paese a persone in grado di scrivere e comunicare nella lingua italiana.

Infine, segnaliamo tutte le persone in grado di partecipare alla scuola superiore o che chiedono attività culturali.

Il CPIA funziona dalle 8,30, alle 12,30. Le scuole superiori dalle 13,15 alle 18,15 (è l’unica attività presente in carcere dopo le 15,30). Per chi frequenta al mattino il problema principale è la coincidenza con le attività lavorative che sono quasi tutte di carattere sussidiario per il carcere e praticamente l’orario lavorativo è solo mattutino. Essendo lavori saltuari (un mese si lavora e poi si sta fermi uno o più mesi a seconda se si è imputati o definitivi) e limitati come orario, gli allievi riescono comunque a completare le ore necessarie per conseguire gli attestati di livello o il diploma.

Per i detenuti che superano i vari livelli (A2, B1, medie e superiori), con le presenze adeguate, il ministero della Giustizia prevede un premio.

Descrivi la tua famiglia

1. La mia famiglia e composta da 4 persone, i miei gienitori e mio fratello e io. La mia famiglia si trova in Albania a Vlore. La mia famiglia e molto unita e andiamo dacordo sempre.

Mio padre lavora in museo di Vlore. Mio fratello lavora fa i montagio dei mobili. Mia madre non lavora sta in casa prepare da mangiare insoma fa la casalinga.

2. La mia famigli è composta da 4 persone. Mio padre, mia madre, mio fratello e io. Mio padre ha 58 anni ha fatto diversi lavori nella vita, da 12 anni fa sta a fare il polizioto.

Mia madre ha 53 anni e da quand è sposata con mio padre aveva 23 anni. Da allora e adeso fa ancora la maestra. Invece mio fratello ha 27 anni e da 2 anni che si è diplomato in jurissprudenza. Dall setembe dell ano scorso sta a fare l’avocato.

Invece io niente sto a fare la galera a Solliciano.

3. La mia Famiglia i numerosa siamo in sette fratelle 3 masche 4 fimini per ciò il miei genitori hanno faticato molto per farce crescere il mio babbo è una persona speciale la mia mamma e quella piu amata da tutti i miei fratelle e un tesoro per noi il mio papà lavorava come impiegato comunale, la mia mamma è casalinga ho la sorella piu grande di 38 anni e poi un’altra di 36 e poi un’altra di 34 e c’è il mio fratello di 32 anni e poi un’altro di 30 anni e io sono gemillo ho una gemilla di nome Hassnaa. Abbiamo 27 anni e lei sposate e ha un figlio di 1 anno Adam. Mi mancha tanto la mia famiglia sopratutto e miei genittore di più la mamma e siamo numeroso e una famiglia speciale a tutti l effetti. Sono molto filece e io sto qua per aiutarle economicamente, grazie a loro si sono un uomo. La mamamma e sempre la mamma e lo amo molto.

4. In mia famiglia siamo in cinque. Mio padre che è un comerciante nell settore dei cosmetici, mia madre che è casalingha, io anche un fratello ed una sorella.

Sono il più vecchio, dopo viene mio fratello, lui è più giovanne di me di quatro anni e poi c’è mia sorella di sette anni più giovanne di me. Tutti due sono sposato. Mio fratello con una ragazza tedeska. Vivono con loro due bambini: una figlia di sette anni e suo fratellino di 4 anni e mezzo. Mio fratello lavora in una macelleria nell sud della Francia, sua moglie è cameriera in un ristorante gastronomico.

Mia sorella è sposata con un francese ma loro vivono in Spagna. Lavorano tutti due in un hotel nell nord-este della Spagna. Loro tre figli, di quindici anni, dodici anni e otto anni sono nato in Spagna.

Ogni estate noi ritroviamo tutti insieme per due settimane di vacanza nella casa della mia sorella.

5. La mia famiglia è una famiglia simplici, da un padre e madre e 4 figli tutti siamo in 6 perssone.

Per me è la cosa più cara nella mia vita per me loro come una parte del mio corpo chi voglio sempre il bene per la mia famiglia. Quando è morto mio padre avevo 2 anni non lo so niente a lui.

Per questo ho cresciuto con il resto della mia famiglia, sono il piu piccolo nel famiglia ho un fratello piu 1 anno grande di me e altri deu sorelle anche loro sono più grande di me. Abiamo cresciuti tutti in quartieri peopolare, erano gli anni piu belli nella mia vita.

Fina questo momento non avevo mai tolto la mia famiglia dal mio pensiero. La mia famiglia è una cosa merabeliosa, chi spero da dio chi turno a loro presto.

6. Sono figlio unico e i miei genitori di 87 e 86 anni vivono in Veneto. Io ho due figli.

Descrivi un tuo compagno di classe

1. Il mio compogno di clase si chiama *** ha 45 ani. Viene in scuola quando a voglia non vine tutti i giorni quando viene si mete una ciarpa e un bereto ha sempre fredo. Lui è di Peru ha capelli neri pelle scura. E da due anni che si trova qui in carcere. In clase si comporta bene cerca di studiare, e socevole, con tutti gientile, lo definisco un bravo studente. Lui li fa i compiti da solo non copia da nesuno fa da solo i compiti se c’e qualcosa che non capisce chiama l’insegnante è si fa spiegare da lui. Lui ha un po di dificolta di scrivere bene l’italiano come tutti noi.

2. Il mio compagno di classe è chileno. Ha più o meno trenta anni. Suoi capelli sono Oscuro ed è tanto alto come io, che vuole dicire <1,75-1,80>. È molto simpatico e lo conosco da quattro mesi fa. Ha arrivato un poccho dopo di me en la stessa sezione. Come parliamo tutti due la stessa lingua, il spagnolo anche io sono francese, ci siamo diventicato amici dal’inizio. Ho fermato un tempo senza vederlo perche aveva cambiato di sezione, ma da un mese che vengo a scuola è un vero piacere parlare con lui e vederlo di nuovo. Spero che non fermera molto tempo qua e che presto tornora al suo paese a vivere tranquilo e felicemente con sua famiglia.

3. Mio compagno è Francese. E ha più o meno 40 anni. È un uomo che a viagiado troppo per quasi tutto il mondo. Lui parla 4 lengua diverse en più della sua che è france. Lui parla anche spagnol per questo per me è più facile capirme con lui. Lui si chiama *** è una buona perzona. Quando qualcuno a bissogno di lui, lui sempre è a disposisine per agiutare sensa algun guadagno. Per me *** è una braba persona, è un piachere averlo conociuto.

4. Nella mia classe cè un cinese che non sta zito un’atimo e molto simpateco e se la piglia con colunque che cerca di farlo smettere di parlare e non parrla molto la lengua la italiano, pero non porta tristizia in classe è pieno di enirgia, parla sempre dei problimi carceraria, lui è alto, ha cerca una 30 d’anni con cappelle nire, un bel fisico, una bella persona e tutto il giorno gira da una classe all’altra, pero si vorrei avere un amico lui sarà prima in lista perche come lui ci sono pochi persone.

5. Io ho scelto *** perche un bravo amico mi conosco da tanto tempo quanto ero picolo in scuola elemintare è un ragazzo sampatico e ntiligente un giocatore di ballone gioca in difesa e ha un caractero buono

6. Cè un compagno di classe se chiama *** un bravo ragazzo simpre scherza e troppo simpatico e intelegenti è anque mi compagno al sexsioni lui nationalita albanesi ficicamenti basso, cappelo bassi, riccoli e biondo lui al carcere per tanti rapina e la condannano fra quelque mezze spero bene per lui. L’oconsco appena arrivato al carcere mi aiutato per tante cose te l’engrazio per totte e spero qui esci presto.

7. Ho incontrato Nicola Zuppa la prima volta a un corso d’aggiornamento a Firenze. Il corso l’aveva organizzato lui ma non sembrava. Nicola era fatto così. Ho capito subito che avevamo due caratteri opposti. Lui ti cercava, era sorridente, empatico e amava il calcio, o meglio la Fiorentina. Ti chiedeva subito un sacco di cose di te, voleva conoscerti. Non si metteva in mostra. Interveniva solo se costretto, perché invitato a parlare o perché qualcuno aveva detto qualcosa che non gli andava bene, chiunque fosse. Difficilmente arrivava allo scontro, ti diceva sempre le cose cercando di non ferirti o accusarti. Ti faceva delle critiche solo se arrivavi a qualche eccesso o se commettevi errori enormi. Da Volterra salivo a Firenze per partecipare ai corsi d’aggiornamento che organizzava, uno o più all’anno. Era l’unica occasione per incontrare degli insegnanti carcerari e capire cosa si poteva organizzare nelle classi e oltre la scuola. Quello che imparavo da lui o nei corsi lo modificavo a modo mio, non pensavo che Nicola fosse vero. Come dicevano sempre i miei allievi, ognuno, in carcere, indossa una maschera. Poi mi sono trasferito a Firenze e ho cominciato a lavorare con Nicola. Lui era il coordinatore della scuola e aveva un’idea tutta sua. Noi siamo i veri educatori, mi diceva e organizzava di tutto attraverso il CIC (Centro Informazione e Consulenza). Portava in carcere giornalisti, esperti d’ogni settore, calciatori, medici, chirurghi, sociologi, musicisti… Organizzava spettacoli per o con i nostri allievi e per tutti i detenuti. Mi sopportava e mi chiedeva di fare, organizzare, seguire. Ascoltava tutti e parlava con tutti. Sapeva prima di tutti tutto quello che succedeva in carcere. Sempre pronto a mediare o a denunciare. Alla fine, zoppicante e sordo, era arrivato lontano e aveva capito bene cos’era fare l’insegnante in carcere.

Nota. Nicola Zuppa è morto a 62 anni il 16 settembre 2016.

CONTINUA…

Nota della redazione. L’immagine di apertura è un dettaglio di Temi, di Claudio Pedron (aprile 2026).

Le altre parti dell’antologia:

Scrivere dal carcere, in italiano. 2

Scrivere dal carcere, in italiano. 3

Scrivere dal carcere, in italiano. 4

Scrivere dal carcere, in italiano. 5

Archiviato in:||, Documenti Claudio Pedron

Centraline di rilevamento

12/05/2026 Filippo Benfante || Documenti Elementi del paesaggio

Riprendere gli appunti presi nel 1998 da un lettore non specialista sulla tesi di laurea in Scienze ambientali scritta da Francesca Liguori a fine 1996. Trent’anni dopo cambiano le domande: oggi queste pagine, sempre utili per una storia ambientale della città metropolitana, si leggono come anticipazione dei meccanismi di raccolta dati e di controllo del territorio.

Nota, primavera 2026. Dopo aver ascoltato alla radio una notizia relativa a intelligenza artificiale e cambiamento climatico, mi è tornata in mente una scheda di lettura che avevo pubblicato sull’ultimo numero di “Altrochemestre”, datato primavera 1998. L’articolo nasceva da due spunti: la curiosità per le centraline di rilevamento dei dati sull’inquinamento atmosferico sparse per Mestre, e magari anche per il design delle nuove edicole per la vendita dei giornali in piazza Ferretto, allora fresca di ristrutturazione; il caso di una conversazione con Francesca Liguori, che a fine 1996 aveva discusso una tesi di laurea sull’inquinamento atmosferico a Mestre per laurearsi in Scienze ambientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia (Inquinamento di atmosfere urbane. Interpretazione dei dati e nowcasting con reti neuronali).

Il vecchio file che ho ritrovato nella memoria del computer riporta un titolo di lavoro diverso, Aria di Mestre: senza dubbio ci furono discussioni sul taglio da dare al pezzo, che poi fu collocato con il titolo Centraline di rilevamento nella rubrica “Elementi del paesaggio”. Rileggendo ora, a parte il fastidio per certi giri di frase del ventenne che ero, mi pare di imbattermi in un episodio di documentazione inconsapevole: la rete neurale di cui parlava Francesca – argomento che sbrigavo in due righe – era un esempio di intelligenza artificiale a fine XX secolo; le centraline di rilevamento, dal canto loro, erano un esempio di dispositivo automatico di raccolta dati, uno di quegli strumenti che oggi, insieme a molti altri, in primo luogo le telecamere, convogliano informazioni sull’ambiente e sulle nostre vite verso “smart control room”. Telecamere è il titolo del primo articolo che ho scritto per la serie online di “Altrochemestre” (ottobre 2024). È questo il punto di vista che suggeriamo oggi (primavera 2026), riproponendo Centraline di rilevamento. (f.b.)

Scopo del lettore non specialista. Fin dove risalgono i miei ricordi, l’incrocio tra le vie Piave, Miranese, Carducci e Circonvallazione ha sempre avuto un’attrattiva speciale per la presenza di un gabbiotto di colore grigio, simile a una baracca prefabbricata, di lamiera, ma con delle canne che spuntano dal tetto. È una centralina che serve a rilevare i livelli dell’inquinamento atmosferico. Mi è sempre parsa un segno di indiscutibile modernità e avanguardia: il rischio delle targhe alterne anche a Mestre (è il primo provvedimento che l’amministrazione pubblica adotta, quando c’è un eccesso di sostanze nocive nell’aria). È in quel punto almeno dalla metà degli anni Ottanta, ma non riesco ricordare se è sempre stata così come la si vede nel febbraio 1998.

Centralina di via Piave nel 1998

Francesca Liguori ha studiato l’inquinamento atmosferico di Mestre per la sua tesi di laurea*. Così ho scoperto che queste centraline si chiamano “stazioni di rilevamento”; ce ne sono altre in città, a formare una rete in funzione da circa vent’anni, che ha avuto delle modifiche nel corso del tempo. Leggo la sua tesi per soddisfare altre curiosità.

Scopo dell’autrice. Francesca, introducendo al cuore della sua ricerca, spiega che il miglioramento della qualità dell’aria può essere ottenuto solo con adeguate strategie di controllo e di riduzione delle emissioni. Queste politiche risultano costose, perché implicano la sostituzione di intere tecnologie, la variazione dei cicli produttivi e dei sistemi di approvvigionamento, la costruzione o ristrutturazione di impianti e infrastrutture. Non so dove si potrebbe arrivare, proseguendo per questa strada. Francesca ha due esigenze: deve laurearsi; deve fare una proposta sintetica e concreta. Insomma, deve circoscrivere.

Il suo studio parte da un problema pratico dell’amministrazione pubblica: la necessità di prevedere, sia pure con un modesto anticipo, gli eventi “critici” per l’atmosfera, in modo da programmare l’intervento il più sensato ed economico possibile. Si metta tra parentesi la possibilità di trasformare in modo radicale le condizioni esistenti. Gestiamo le condizioni reali, capiamo dove e quando intervenire, sia pure in modo contingente (esempio: blocco temporaneo del traffico), per limitare l’esposizione della popolazione al rischio sanitario e per evitare lo sviluppo di episodi acuti.

Francesca usa un modello matematico, la “rete neurale”, che è capace di “apprendere” la soluzione di problemi sulla base di esempi noti. Da quanto capisco, funziona così: il modello accumula tutta l’informazione sugli eventi già accaduti e così impara che da una certa combinazione di fattori sono derivate (e quindi potranno derivare) certe conseguenze. Ogni volta che si verificherà una combinazione che anticipa una situazione potenziale “critica”, il modello avviserà. Il gioco (e l’economia) sta nella possibilità di allungare la prospettiva temporale. Francesca dice che il modello è affidabile per previsioni di poche ore.

Da lettore non specialista, mi accontento di avere capito questo, salto la spiegazione teorica del modello. Mi fermerò di più sugli esempi noti: i dati raccolti dalla rete di centraline che copre l’area del Comune di Venezia. Mestre in sé non interessa molto: è una struttura ad alta densità di traffico difficilmente controllabile e a elevatissimo impatto ambientale[1], che va bene quanto qualsiasi altra città di dimensione e fonti di inquinamento atmosferico adeguate, che si fosse dotata per tempo di una rete di monitoraggio. Forse Francesca si è decisa per Mestre perché c’era l’archivio disponibile più vicino a casa sua. Comunque sia, si parla di Mestre per costruire un modello che possa funzionare ovunque.

Cose che si imparano in generale. La tutela dell’aria trova la sua disciplina di base in una legge del 1966 (la 615), detta “anti-smog”, che regolamenta le maggiori fonti di inquinamento dell’aria: industrie, impianti termici, veicoli a motore. Questa legge è stata oggetto, per anni, di numerose critiche per le sanzioni previste (ritenute inadeguate per quantità e qualità), per la frammentazione delle competenze, per la mancanza di finanziamenti. Solo negli anni Ottanta, anche sulla spinta della legislazione comunitaria, la normativa si definisce meglio.

L’aria è una miscela gassosa eterogenea. La sua composizione si modifica nello spazio e nel tempo per cause naturali e non, tanto da rendere difficile definirne le caratteristiche di qualità. Come stabilire quando è inquinata? Non è possibile riferirsi alle proprietà di un ambiente incontaminato: l’inquinamento atmosferico deve essere stabilito su standard convenzionali. Si ritiene inquinata l’aria la cui composizione eccede limiti stabiliti per legge allo scopo di evitare effetti nocivi sull’uomo, sugli animali, sulla vegetazione, sui materiali, o sugli ecosistemi in generale.

Nel 1983 c’è la prima definizione degli standard di qualità dell’aria, che vengono in parte modificati nel 1988, sulla base delle principali normative comunitarie in materia. Il DPR 203/88 (24 maggio 1988) stabilisce anche i “metodi di prelievo e di analisi degli inquinanti” (caratteristiche degli strumenti, tempi di prelievo, metodi di analisi) che costituiscono ancora oggi il riferimento per accertare la qualità dell’aria. Sono stabilite due soglie, una di attenzione e una di allarme.

Nel maggio del 1991 vengono definite le condizioni per realizzare o adeguare le reti di rilevamento dell’inquinamento atmosferico. Si dice che si devono “individuare potenziali situazioni di emergenza prima che si raggiungano le soglie di attenzione”.

Le stazioni devono essere di quattro tipi: di base o di riferimento (A), situate in aree non direttamente interessate dalle sorgenti di emissione urbana (parchi, isole pedonali, ecc.); stazioni situate in zone a elevata densità abitativa (B); stazioni situate in zone a elevato traffico per la misura degli inquinanti emessi direttamente dal traffico veicolare (C); stazioni situate in periferia o in aree suburbane (D). Il numero minimo di stazioni che devono essere installate viene individuato in funzione delle dimensioni del centro urbano. Se ci sono meno di 500.000 abitanti (è il caso di Venezia) le stazioni saranno almeno sei (tipo A = 1, tipi B e C = 2; tipo D = 1). Dove ci sono tra 500.000 e 1,5 milioni di abitanti, ci vogliono almeno 8 centraline. Oltre, ce ne vogliono almeno 12. Ogni tipologia di centralina si concentra sul rilevamento di alcuni dati e dà un contributo specifico alla diagnosi generale. Ne consegue che “pesa” in modo diverso nel determinare le decisioni pratiche.

Nel novembre del 1991 si spiegano le “misure urgenti per il contenimento dell’inquinamento atmosferico e del rumore”. Si intendono valide solo per alcuni grandi comuni. “Il sindaco … entro le 6 ore del giorno successivo a quello del raggiungimento del livello adotta … i provvedimenti di seguito indicati: A) Livello di attenzione: … restrizione della circolazione nei centri abitati, … per un periodo giornaliero di almeno 12 ore consecutive. B) Livello di allarme: … Traffico veicolare: estensione delle restrizioni di circolazione previste … Impianti di riscaldamento: riduzione della temperatura degli ambienti a 19°… Centrali di potenza: riduzione del regime … Industrie: riduzione delle emissioni … Le ordinanze … restano in vigore fino a quando i valori di tutti gli inquinanti siano scesi al di sotto del livello di attenzione”.

Nel 1994 vengono aggiornati i livelli di attenzione e di allarme valevoli per tutte le aree urbane del territorio nazionale.

Gli esperti del settore manifestano ancora molte perplessità nell’analisi e nell’applicazione della legge. La definizione degli standard di qualità resta ambigua, i criteri sono formulati in modo troppo vario. Va del pari per la raccolta dei dati, che è alla base della loro confrontabilità. Su un punto cruciale come quello della scelta dei luoghi dove posizionare le centraline, la norma lascia spazio a varie interpretazioni: in particolare è difficile distinguere tra stazioni di tipo B (“zone a elevata densità abitativa”) e di tipo C (“zone a elevato traffico”), questione non da poco, come si è detto prima.

Gli “inquinanti” si distinguono in due categorie: quelli primari, emessi direttamente nell’atmosfera, e quelli secondari, che si originano nell’aria per trasformazione chimica. Gli inquinanti secondari sono coinvolti in un ulteriore processo innescato dalla presenza di radiazione solare, che origina lo “smog fotochimico”. Questo si manifesta con una leggera foschia di colore giallo-marrone. È qualcosa che danneggia la vegetazione e provoca il rapido deterioramento delle superfici e dei materiali. Agli esseri umani può provocare irritazione agli occhi e disturbi respiratori.

Nella formazione dello smog fotochimico, le condizioni meteorologiche (temperatura, velocità e direzione del vento, pressione atmosferica, umidità, piovosità, radiazione solare) sono un fattore decisivo. Il principale prodotto di questo processo è l’ozono. Ma non si deve confondere il problema dell’ozono presente nella parte più bassa dell’atmosfera terrestre (ozono troposferico) con quello del “buco dell’ozono”, che riguarda la parte più alta dell’atmosfera (ozono stratosferico).

Gli interventi sulle sorgenti di inquinamento locali permettono di ottenere degli effetti diretti e rapidi su inquinanti primari, come il monossido di carbonio, ma per ridurre le concentrazioni degli inquinanti secondari sono necessari interventi con campo d’azione più vasto. Per esempio l’ozono si forma in parecchio tempo e può propagarsi a centinaia di chilometri di distanza.

Mentre leggo, ho l’abitudine di ricopiare le frasi che mi sembrano più importanti. Questo resoconto è fatto così. Ogni tanto interrompo il mio grave assentire e tento qualche traduzione con parole mie. Mi pare che qui si dica che l’inquinamento atmosferico è un fenomeno che coinvolge un numero altissimo di variabili. Siccome rischia di uccidere (tossico vuol ben dire questo), bisogna che l’amministrazione si mostri solerte. Date le condizioni esistenti, l’amministrazione può provare a ridurre il flusso dalle sorgenti inquinanti che ha in casa. E iniziare a sperare: se il vento non cambia, la temperatura non cala, non piove, si sta freschi.

Francesca dedica due pagine all’elenco della tossicità dei principali inquinanti.

Il monossido di carbonio è un gas tossico, invisibile e inodore, la cui pericolosità è dovuta al suo rapido assorbimento per via polmonare; si fissa all’emoglobina del sangue impedendo il trasporto dell’ossigeno ai tessuti, determinando così danni ai tessuti che ne richiedono molto (cervello, cuore).

Il biossido d’azoto determina una intensa irritazione delle vie respiratorie: a concentrazioni elevate può provocare bronchiti, edema polmonare, enfisema o fibrosi. Inoltre, indebolisce il sistema immunitario perché riduce il numero di cellule produttrici di anticorpi nella milza.

Il benzene viene facilmente inalato e assorbito dagli eterocliti e dalle proteine plasmatiche e trasferito a tutti gli organi e tessuti ricchi di lipidi, esercitando effetti tossici. Colpisce il sistema centrale nervoso inducendo euforia, vertigini, cefalea, nausea e depressione. È classificato tra le sostanze per le quali esiste un’evidenza accertata sull’induzione di tumori nell’uomo.

Toluene e xileni (entrambi idrocarburi aromatici) svolgono azione depressiva sul sistema nervoso centrale, con effetti di tipo inebriante e anestetico. Il toluene provoca malformazioni ai feti dovute a una esposizione durante il periodo di gravidanza. In compenso non inducono lo sviluppo di particelle cancerogene.

Le benzine cosiddette “verdi” si stanno rivelando più insidiose di quelle tradizionali perché contengono benzene, toluene e xileni, in grado di esercitare effetti tossici sull’organismo anche a basse concentrazioni.

Il biossido di zolfo è un potente broncocostrittore. In determinate combinazioni, può essere pericoloso anche a bassissima concentrazione.

Il 3-4 benzo(a)pirene, che proviene soprattutto dal gas di scarico dei veicoli, è stato riconosciuto come causa certa di mortalità per cancro al polmone.

L’ozono è un gas che irrita molto le mucose (occhi, naso, gola, apparato respiratorio). In caso di sforzi fisici, l’azione irritante è più intensa. Esposizioni ripetute e frequenti all’ozono, in concomitanza con altri inquinanti spesso associati, possono influenzare l’insorgere e il decorso di malattie alle vie respiratorie. Elevate concentrazioni di ozono in atmosfera arrecano danni anche alla vegetazione e ai prodotti agricoli, alterando il processo di fotosintesi clorofilliana. Riesce a ridurre la vita di materie plastiche, gomme, fibre tessili, vernici: negli Stati Uniti è stato calcolato un danno di due miliardi di dollari all’anno.

Francesca non si occupa delle conseguenze a lungo termine, ma ce ne sono non da poco.

Dopo aver privilegiato per molti anni il problema delle grandi fonti di emissione, ora l’interesse dell’azione politica e dunque gli interventi legislativi si stanno orientando sempre più verso la problematica delle fonti diffuse, in particolare gli scarichi dei veicoli a motore. Pare che queste fonti diffuse rappresentino il rischio principale, perché i grandi impianti termoelettrici e industriali sono generalmente localizzati alla periferia delle città o lontano da esse; le loro emissioni avvengono attraverso alti camini che ne facilitano la diluizione, mentre gli scarichi del traffico veicolare e le emissioni di piccoli impianti avvengono all’interno dei centri urbani, a livello del suolo (auto), del primo piano delle abitazioni (autobus), dei tetti (riscaldamento domestico). Il grado di esposizione della popolazione è perciò molto elevato. La città è un ambiente sfavorevole per la prevalenza di strade relativamente strette in confronto all’altezza degli edifici, in modo che viene catturata una maggior quantità di radiazione solare, perché intrappolata nei canyon cittadini dalle riflessioni multiple subite dai raggi sulle pareti dei fabbricati. Inoltre, la verticalizzazione degli edifici è responsabile di una sensibile attenuazione del vento.

Cose che si imparano su Mestre e dintorni. L’area metropolitana di Mestre-Venezia è soggetta al monitoraggio della qualità dell’aria da circa vent’anni. Nel 1974 su iniziativa delle industrie locali, è entrata in esercizio la rete di rilevamento dell’Ente della Zona Industriale (EZI) di Porto Marghera; cinque anni più tardi l’Amministrazione Provinciale di Venezia iniziava a elaborare il progetto per una propria rete che coprisse un’area più vasta. Nel territorio di Mestre sono a tutt’oggi presenti le due distinte reti: quella pubblica, gestita dall’Amministrazione della Provincia di Venezia, in collaborazione con il Comune di Venezia, e quella privata, gestita dall’EZI.

La prima rete dell’EZI era costituita da 21 stazioni: per la maggior parte nella zona industriale, alcune nei nuclei urbani di Marghera e di Mestre e nella Venezia insulare. Doveva controllare essenzialmente l’anidride solforosa, a quel tempo il principale indicatore per l’inquinamento atmosferico di origine industriale. Nella realizzazione della rete venne data notevole rilevanza alla conoscenza in tempo reale delle condizioni meteorologiche perché direttamente correlate con la situazione dell’inquinamento al suolo, pertanto vennero installate anche quattro stazioni meteorologiche. Una struttura di questo tipo era tesa al soddisfacimento di obiettivi, ancora oggi perseguiti, quali l’autocontrollo da parte delle aziende industriali, l’individuazione delle sorgenti responsabili di fenomeni d’inquinamento, la determinazione degli interventi da adottare sulle quantità e modalità delle emissioni in caso di superamento dei limiti di legge.

Nel 1992 la rete è stata ristrutturata: le stazioni sono state ridotte a 11, gli strumenti e gli analizzatori ormai obsoleti sostituiti, la gamma dei parametri analizzati ampliata, aggiungendo all’anidride solforosa gli ossidi di azoto, le polveri, gli idrocarburi e l’ozono.

Anche l’attuale rete di rilevamento della Provincia è il risultato di una ristrutturazione di quella originaria, in ottemperanza alle recenti normative e alle mutate caratteristiche dell’inquinamento, sempre più attribuibile alle emissioni da traffico veicolare. Oggi è composta da 15 stazioni fisse affiancate a 2 mezzi mobili.

Per il monitoraggio di Mestre sono in funzione 8 stazioni, installate su mezzi mobili o fissi, 4 di proprietà del Comune, 4 della Provincia. Quella di riferimento (il tipo A) è nel parco Bissuola. Le due di tipo B (area densamente popolata) sono in piazzetta Matter e in viale San Marco; ce ne sono 4 di tipo C (zona a elevato traffico): in via Da Verrazzano, via Circonvallazione, via Piave, Corso del Popolo. La stazione D (area periferica o suburbana) è a Maerne.

Centralina mobile al parco Bissuola, 1998
Centralina mobile, piazzetta Matter, 1998
(sullo sfondo una delle edicole allora in piazza)

Francesca ha usato i dati delle stazioni del comune per un periodo che va dal novembre 1993 al gennaio 1996 (non omogeneo per tutte quattro le stazioni: le serie storiche sono caratterizzate da numerosi “buchi” dovuti alla periodica taratura degli strumenti e a periodi di mancato funzionamento delle apparecchiature). Le serie storiche delle variabili meteo registrate dalle stazioni dell’EZI. I flussi registrati dai semafori conta-traffico di via Piave e di via Da Verrazzano. Dopo avere valutato la consistenza delle serie a disposizione, Francesca si è concentrata sul 1995.

La sorpresa più grande è che Mestre, nel periodo considerato, non è stata una città inquinata. Globalmente, non si sono mai oltrepassate le soglie limite, pur lambendo spesso la soglia di attenzione. Nei grafici di Francesca non è nemmeno presente la soglia di allarme, perché è fuori scala. In effetti non ricordo provvedimenti di limitazione del traffico o del riscaldamento. Leggendo si associano le idee. Ricordo un incidente industriale, un incendio di sostanze tossiche in un’industria di Marghera nella primavera del 1997. Pare che il vento soffiasse dalla parte giusta.

Francesca avverte che ci può essere un problema di raccolta dati. Tutti i dati a disposizione sono ottenuti con dispositivi di misurazione automatici. La loro qualità va ricondotta a due momenti critici: il primo relativo alla possibile presenza di errori in fase di misurazione (mancata calibrazione degli strumenti, non corretta metodologia di prelievo e analisi, non corretto funzionamento degli strumenti di misura); il secondo, relativo al rischio di deterioramento dei dati nella fase di trasmissione e di archiviazione degli stessi. Generalmente, nella fase di trasmissione all’elaboratore centrale viene svolto, da parte degli operatori addetti alla manutenzione delle centraline, un primo controllo manuale dei dati sulla base di conoscenze sul funzionamento dello strumento o di episodi di disturbo eventualmente verificatisi. I dati sono quindi in parte già filtrati; tuttavia, nonostante questi metodi di validazione e di controllo sistematico degli strumenti, accade di frequente che i dati archiviati contengano dei valori anomali. Connesso al problema della qualità dei dati è connesso quello di “buchi” nella serie, per esempio, da guasti agli strumenti di rilevazione. I dati mancanti, se presenti in numero rilevante, possono invalidare seriamente le analisi statistiche introducendo una componente sistematica d’errore nelle stime dei parametri.

Provo a tradurre: le decisioni a tutela della salute dei cittadini sono prese sulla base di una prima convenzione (o arbitrio), che fissa gli indicatori da studiare; la seconda convenzione riguarda la soglia di guardia: da una parte si sta bene, dall’altra male; la terza convenzione è decidere di accettare come validi i dati raccolti.

Le particolari condizioni atmosferiche del febbraio 1998 hanno riproposto il problema dell’inquinamento atmosferico e della sua misurazione sulle pagine dei giornali. Ho letto che la rete di Comune e Provincia funziona male. Da tempo si perdono i dati sugli idrocarburi non metanici, sulle polveri e sull’ossido di carbonio, perché gli strumenti non funzionano. Per quasi sei mesi le centraline del comune sono rimaste senza manutenzione. Pare che vada un po’ meglio la rete dell’EZI[2].

Cose che si imparano sull’ambiente e cose che si capiscono su Mestre leggendo altro. Stando alle note biografiche delle quarte di copertina, Guido Viale è un signore nato nel 1943 che lavora a Milano in una società di ricerche economiche e sociali. Ogni tanto la usa opinione appare sui giornali, perché stato un leader del movimento studentesco del Sessantotto e poi di Lotta Continua. Io lo conosco perché negli anni Novanta ha scritto due libri[3] che si occupano di questioni legate all’ambiente, al rapporto quotidiano che abbiamo con esso, e che avanzano alcune proposte pratiche. Se dovessi metterci un’etichetta, dire che si tratta di “marxismo verde”. Il secondo di questi libri è stato un buon complemento alla lettura della tesi di Francesca. Viale prova a mettere in discussione l’esistente, riflettendo sui costi sociali dell’uso dell’automobile che si fa oggi. Avverte che l’Italia è il “paradiso dell’automobile”, sia per il numero di veicoli per abitante, sia per il numero di veicoli per chilometro di strada extraurbana. Conferma che in tali condizioni il traffico automobilistico è davvero la fonte inquinante primaria. Andare in automobile è un’attività “imperialista”: limita tutte le altre. I bambini hanno perso indipendenza: ormai devono essere accompagnati ovunque, per la pericolosità delle strade e l’allargamento delle distanze che l’automobile impone. L’auto riduce lo spazio nel senso che lo occupa e ne ha bisogno crescente: confrontate la superficie di un centro commerciale, di uno stadio, di un palasport con quella del parcheggio annesso. Lo spostamento si concepisce solo in auto privata, con nessun altro mezzo, tanto meno a piedi. L’orario di lavoro viene dilatato artificialmente. L’auto deforma anche il linguaggio: si pensi all’“automunito” degli annunci economici. La “civiltà” dell’automobile influenza tutti i sensi umani. Compreso il gusto estetico.

I libri di Viale sono intelligenti, svelano delle illusioni ottiche, di solito non ho bisogno di tradurli. Forse ci trovo qualche passaggio un po’ eccessivo. Eppure: provate a guardare le edicole della nuova piazza Ferretto di Mestre. A me pare che siano identiche alle centraline fisse di rilevamento per la rilevazione dell’inquinamento atmosferico.

Edicola di piazza Ferretto nel 1998

Nota. Prima edizione: Filippo Benfante, Centraline di rilevamento, “Altrochemestre”, ultimo numero, primavera 1998, pp. 57-60. L’occhiello era: “Ragioni per leggere la tesi di laurea di Francesca Liguori, dottoressa in scienze ambientali dal dicembre 1996, e cose che se ne imparano. Appunti di un lettore non specialista”.

Un’altra cosa che nel 1998 non si prevedeva era la fine delle edicole: allora ce n’erano due, alle due estremità della piazza, oggi ne resta solo una. Da “elementi” a “cambiamenti” del paesaggio: è un altro degli esercizi che si possono fare a partire da questo vecchio articolo.

L’immagine di apertura è il titolo dell’articolo uscito sul “Gazzettino” del 12 febbraio 1998 (p. IX, sezione “Mestre”); da qui riprendo anche la foto che si trova alla fine di questa nota. Il ritaglio è saltato fuori durante un trasloco recente. Non ho avuto altrettanta fortuna con le foto originali uscite su “Altrochemestre”: la redazione non le ha ritrovate, né è stato possibile risalire alla fonte (chi le ha scattate e quando). Per facilitare l’impaginazione, gli articoli di “Altrochemestre” potevano essere solo di 2 o di 4 pagine e qualche volta, per far rientrare tutto nella gabbia, si rimpiccioliva il corpo di alcuni capoversi. Questo escamotage fu adottato più volte per questo articolo, che tuttavia restava eccessivamente lungo: per questo motivo, credo, le cinque immagini previste si ridussero alle quattro pubblicate, minuscole, al fondo dell’articolo, e probabilmente il taglio fu fatto all’ultimo (i rimandi interni sono sbagliati: sfuggì in correzione di bozza). Le immagini qui nel testo sono tratte da lì, p. 60.


* Francesca Liguori, Inquinamento di atmosfere urbane. Interpretazione dei dati e nowcasting con reti neuronali, Tesi di Laurea discussa presso l’Università di Venezia, Facoltà di Scienze MM. FF. NN., Corso di Laurea in Scienze Ambientali, a.a. 1995/96, rel. Alessandro Marani. Tutte le informazioni provengono da questa tesi, ma tutta la responsabilità del modo in cui vengono presentate è del lettore non specialista.

[1] Francesca descrive Mestre basandosi su una nota di Daniele Rallo, Mestre: una periferia senza città, “Meridiana”, 5 (1989), pp. 116-17.

[2] Alberto Francesconi, Aria pesante in centro. È colpa del bel tempo, “il Gazzettino” (ed. di Venezia), 12 febbraio 1998, p. IX.

[3] I due libri sono Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà (1994) e Tutti in taxi. Demonologia dell’automobile (1996), entrambi editi da Feltrinelli (Milano).

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“Le nostre idee non moriranno mai”

08/05/2026 altrochemestre || Documenti Elementi del paesaggio Escursioni

Mestre, 25 aprile 2026, manifestazione “Liberiamoci dalla guerra. Contro ogni fascismo”. Scritte, immagini, bandiere, slogan. 

Volantini lungo via Piave


Slogan

Jack è vivo e lotta insieme a noi / le nostre idee non moriranno mai

Siamo tutte antifasciste

Corteo, dalla stazione ferroviaria a piazza Ferretto



Immagine tratta dalla pagina facebook del Centro Sociale Rivolta di Marghera

Bandiere



Bandiere viste

Nonviolenza [con colori dell’arcobaleno]

Pace [con colori dell’arcobaleno]

Aktion antifascistische [bandiera nera, scritta a circolo, dentro il cerchio un disegno stilizzato di una bandiera rossa e nera]

Collettivo bastione [con simbolo di una torre merlata]

Bandiera palestinese

Laboratorio climatico Pandora

Bandiera di San Marco con leone zapatista

Nessuno straniero in questa città

No inceneritore [bandiera gialla]

UDU. Unione degli Universitari [bandiera rossa, scritte gialle]

Bandiera dell’ANPI [scritta sul tricolore]

CGIL SPI Venezia [scritta su bandiera rossa]

Fiom-Cgil metropolitana Venezia [scritta gialla su bandiera rossa]

CUB Filcams [scritta bianca su bandiera rossa, foto di due mani che si stringono]

Rifondazione comunista

Partito comunista rivoluzionario

Democrazia proletaria

Emergency

Tricolore con stella rossa sul campo bianco

Bandiera rossa con al centro il simbolo falce e martello

Cartelli





Cartelli visti

Odio gli indifferenti [con il ritratto di Jack Gobbato]

Fanculo la guerra! Fanculo la leva!

FASCISMO = same shit / different asshole

Combattiamo la povertà non i poveri

Liberiamo al Palestina per liberarci tutt3

25 aprile 1945-2026 ieri partigian* oggi pure [con tre papaveri rossi]

La guerra non restaura diritti / ridefinisce poteri

Le vostre bombe… [una bomba colpisce Trump da dietro]

Meno Meloni e più angurie [con il disegno di un’anguria e di un cagnolino colorato]

Amiken o nemiken? Semplici conoscenti [con il disegno di un cuore]

Chi non vi fa comodo lo lasciate al margine

Nobody needs charity when there is justice

Finanziate i dormitori non le guerre

Con asfalto e cemento ci mangiate solo voi

Il degrado è una vostra scelta

Fascismo e sfruttamento stessa merda

Queers for Palestine

La guerra arricchisce la vita di pochi, ma distrugge la vita di tutt3

Non esistono guerre utili, e non esistono guerre giuste

Non staremo zitt3 davanti al massacro

Due anni di carcere in issolamento [sic], free Miaja!

Stragi di stato per mano fascista, non dimentichiamo!

L’Italia è la prima in Europa per le morti trans

Viva la repubblica antifascista

Repressione ≠ soluzione

Odio e paura rispondiamo con solidarietà

Remigrate nelle fogne

Lotta di classe non lotta in classe

Forza nuova vecchia

Vogliamo imparare a disertare la guerra non a farla

Triangolo rosa


Arrivo in piazza Ferretto

Striscioni visti

Liberiamoci dalla guerra. Contro ogni fascismo. Riprendiamoci il futuro.

A.N.P.I. Pace e Costituzione. Sezione Zelarino VE Lola Munaretto.

10 100 1000 Piazze di Donne per la Pace Venezia Mestre

Emergency, Medicina, diritti, Uguaglianza.

Né con la repressione della Repubblica Islamica, né con le bombe di Trump e Netanyahu. La guerra non giustifica niente. Associazione democratici Iraniani-Venezia.

Libertà per Marwan, Libertà per la Palestina. [Nello striscione, foto di Marwan Barghouti e Nelson Mandela, e bandiera della Palestina].

Nonviolenza Nonviolenza Nonviolenza. [Scritta su bandiera arcobaleno, fucile spezzato].

Ora e sempre Resistenza. CGIL Venezia

Partigiani della Pace

Le atomiche non fanno più deterrenza, sono solo un pericolo per la Terra, e anche solo fabbricarle e detenerle è un insulto alla povertà, all’intelligenza. VIA LE BOMBE! Da Aviano e da […], dall’Italia e dall’Europa, e dalla Storia per sempre. Italia ripensaci, firma il trattato ONU per il Disarmo Nucleare.

Questo evento r1pud1a la guerra. Emergency

Yankee go home

La Provincia sa da che parte stare. Collettivo Seta Cittadella Bastione. Antifascistɜ. Contro la guerra. Rete collettivi autonomi provinciali.

Resistenza partigiana. Student3 unit3 nell’antifascismo

stop al genocidio

Bella ciao / Cittadini non indifferenti / Quarto d’Altino [con il disegno di un garofano rosso]

Magliette



Nota. Tutte le foto sono di Giannarosa Vivian e Piero Brunello, tranne la foto del corteo in via Piave preso dall’alto, che proviene dalla pagina facebook del Centro Sociale Rivolta di Marghera.

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“La Flotilla è stata bloccata!”

07/05/2026 altrochemestre // Documenti Elementi del paesaggio

Foto da Rialto, Venezia, 30 aprile 2026: manifestazione convocata in campo San Bartolomeo dopo che nella notte precedente navi della marina israeliana hanno bloccato in acque internazionali la Global Sumud Flotilla, spedizione via mare organizzata da attiviste e attivisti di decine di Paesi per portare aiuti umanitari a Gaza. 



Nota. Foto diNicoletta De Grandis, Pietro Di Paola e Stefano Trevisan.

Dopo gli abbordaggi, le forze israeliane hanno prelevato due attivisti, alla data di oggi (7 maggio 2026) ancora detenuti in carcere in Israele. Il 30 aprile si sono tenuti presidi in contemporanea in tutta Italia. Per un elenco, non completo, si può vedere qui. (https://contropiano.org/news/politica-news/2026/04/30/oggi-mobilitazioni-in-tutte-le-citta-contro-lattacco-alla-flotilla-gli-appuntamenti-0194582). I manifestanti si definiscono l’equipaggio di terra della flotilla e continuano la mobilitazione perché Thiago Ávila (cittadino brasiliano) e Saif Abukeshek (cittadino con doppia cittadinanza palestinese e spagnola) siano rilasciati dalle autorità israeliane.

PS Qualche giorno dopo la manifestazione a Rialto del 30 aprile, sabato 9 maggio 2026 un corteo di migliaia di persone, convocato da molte sigle tra cui il collettivo “Art Not Genocide Alliance”, ha contestato il padiglione di Israele alla Biennale di Venezia, chiedendo il rilascio di Thiago Ávila e Saif Abukeshek. I due attivisti, rinchiusi prima in un carcere ad Ashkelon e poi in un centro di espulsione, sono stati rilasciati (“espulsi” secondo le autorità israeliane che li avevano sequestrati) il 10 maggio 2026. Di seguito due immagini della manifestazione (particolari di foto scattate da Barbara Dolce).

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Padania, Chiapas e Italia

27/04/2026 Luca Pes // Documenti Generi di discorso

Trent’anni fa: documentazione sul giorno della dichiarazione dell’indipendenza padana, proclamata a Venezia dal leader della Lega Nord Umberto Bossi (1941-2026). Antologia da tre comizi. Con osservazioni sul pubblico.

Il 15 settembre 1996 non è stato solamente il giorno della Lega, ma una giornata nella quale si sono confrontate identità collettive. A Venezia le manifestazioni sono state quattro.

La prima organizzata dal Comitato “uniti sotto mille bandiere”, al quale avevano aderito fra gli altri Rifondazione comunista, Legambiente, Cisl, Pax Christi e popolari[1]. Il 14 in piazza San Marco dalle 17.00 persone hanno portato bandiere dei sindacati, delle associazioni, dei partiti, italiane, di altre nazioni, della pace e le hanno stese una affianco all’altra sul pavimento della piazza. Io sono passato di lì dopo cena e ho portato un fazzoletto rosso: c’era un migliaio di persone e le bandiere da Palazzo reale non raggiungevano il caffè Florian. Il giorno dopo, dalle 17.00 una parte di queste bandiere sono state esposte in campo Santa Margherita nel corso di una festa con musica e bar indetta da Rifondazione. Le strutture e l’atmosfera sembravano quelle della festa di Liberazione che in quel campo si tiene ogni anno: alle 19.30 i presenti erano meno di un migliaio.

La manifestazione della Lega si è tenuta in riva dei Sette martiri, verso la Biennale d’arte, lungo la laguna. Davanti all’Istituto di biologia marina c’erano dei palchi con posti a sedere per gli invitati. Nel momento del discorso di Bossi (alle 17.30 aveva già cominciato a parlare leggendo un documento scritto a mo’ della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti) la calca verso il palco cominciava circa duecento metri dalla lapide dei partigiani ma i manifestanti non erano più così visibili e si confondevano tra i turisti prima della Pensione Bucintoro.

Una terza manifestazione indetta dai centri sociali ha avuto luogo nel pomeriggio in campo Santo Stefano, con palco per concerto musicale. Luca Casarini, del Centro sociale “Pedro” di Padova, ha parlato a braccio non dal palco ma tra le persone amplificato da un microfono: pubblico di giovani disperso per il campo, anche qui non più di un migliaio.

Una quarta manifestazione ha avuto luogo in campo San Polo, circa 600 tarantini arrivati in corteo con fischietti e trombe da stadio. Polizia schierata, ben visibile (nel comizio Cito[2] si rivolge sempre anche a loro). Palco tipo quello di Italia 1, quando fa le trasmissioni nelle periferie, telecamera accesa. Dieci persone in piedi giacca e cravatta intorno a Cito. Prima di lui parlano in due fra cui il sindaco di Taranto De Cosmo[3]. La manifestazione era organizzata dalla Lega d’azione meridionale. C’erano molti giovani, età da liceo, otto dei quali in camicia nera. Il pubblico interloquiva e commentava in continuazione il comizio. Qui sotto riporto un pezzo di ciascuno dei discorsi di Bossi, Casarini e Cito.

L’Ulivo e il Pds[4] non hanno organizzato contromanifestazioni; i Verdi manifestavano lungo il Po e An[5] aveva organizzato una riuscita manifestazione a Milano; il sindaco Cacciari[6] aveva invitato i veneziani a restare a casa; se non ricordo male, la sera del 13 una bomba incendiaria rivendicata dal subcomandante Toni del “Gruppo zapatista veneziano” aveva colpito la sede del “Governo della Padania”; Bossi aveva dato a Cito del “sifilitico”; Cito si era scontato nella giornata del 15 con la polizia a Chioggia ed era rimasto bloccato (lui dice tre ore) a Rovigo per un allarme bomba, rivelatosi infondato. Il 13 i leghisti avevano prelevato, con una ampolla di vetro fatta a Murano, acqua alla sorgente del Po (“il cuore della Padania”). Il 15 l’avevano simbolicamente versata nel mare Adriatico.

Comizio n. 1 (Lega)

Noi siamo consapevoli che la Padania libera e indipendente diventerà il riferimento politico e istituzionale per la costruzione dell’Europa delle Regioni e dei Popoli. Noi siamo convinti che la Padania libera e indipendente saprà garantire un contributo decisivo alla cooperazione, alla tolleranza e alla pace tra i Popoli della Terra. Noi oggi rappresentiamo, qui riuniti, l’ultima speranza che il regime coloniale romano che opprime la Padania possa presto finire. Noi, Popoli della Padania: poiché il coraggio e la fede di chi ci ha preceduto nella lotta per la libertà dei Popoli sono nostro retaggio e debbono indurci a farci irrevocabilmente carico del nostro destino; poiché voliamo che i nostri atti siano guidati dal rispetto che dobbiamo a noi stessi, ai nostri avi e ai nostri figli; poiché riconosciamo l’inalienabile potere sovrano di ogni Popolo a decidere liberamente con chi stare, come e da chi essere governato; poiché affermiamo il nostro diritto e la nostra volontà di assumere i pieni poteri di uno Stato, prelevare tutte le imposte, votare tutte le leggi, firmare tutti i trattati; poiché la Padania sarà tutti coloro, uomini e donne, che la abitano, la difendono e la riconoscono, e poiché costoro siamo noi; poiché è infine giunta l’ora di avviare la grande impresa di far nascere questo nuovo Paese che noi battezziamo oggi con il nome di Padania. In nome e con l’autorità che ci deriva dal Diritto Naturale di Autodeterminazione e dalla nostra libera coscienza, chiamando per voce delle nostre libere istituzioni l’insegnamento di amore per la libertà e di coraggio dei Padri Padani a testimone dell’onestà delle nostre intenzioni. Noi, Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una repubblica federale indipendente e sovrana. A sostegno di ciò noi ci offriamo gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore. Viva la Padania. Alcuni in coro gridano “Viva”. Applausi. Smette di parlare Bossi. Parla un’altra voce dal palco: Ora quindi avvenuta la proclamazione dell’indipendenza e della sovranità, viene ammainata la luttuosa bandiera italiana (fischi e applausi) per issare su questo pennone, su questa riva la grande bandiera della repubblica federale di Padania (coro “Padania, Padania”). La bandiera italiana verrà ripiegata e consegnata alle autorità italiane di Roma (qualche risa, musiche di Albinoni mentre una bandiera bianca con simbolo verde al centro viene issata. Applausi, grida “Padania, Padania”. Poi verranno letti due documenti intitolati “Costituzione transitoria” e “Carta dei diritti dei cittadini padani”).

Comizio n. 2 (Centri sociali)

Compagni, questa è la nostra dichiarazione d’indipendenza: è il fatto che siamo autonomi, non perché siamo fissi con la testa in anni che non sono questi, ma siamo autonomi dallo Stato italiano e dal quello della Padania, dall’ideologia, qualsiasi essa sia, dalle bandiere che esprimono solo e solamente ciò che pensa un ceto politico che non ci appartiene. Mafia dei partiti li chiamiamo noi, e allora cominciamo, è questo che viene da questo campo, nel nostro piccolo, nei nostri territori a far respirare l’aria della ribellione, perché ribellarsi è giusto, è giusto soprattutto per gli altri non solo per noi, perché Marcos dal Chiapas, gli zapatisti ci insegnano questo: povera gente schiacciata dai più forti che imbracciando il fucile e, pensando a un mondo diverso, riescono a parlare, riescono a decidere per sé stessi, riescono a proporre qualcosa di nuovo, di veramente nuovo. Che cosa c’è di novità in quello che propone Bossi: lo Stato-nazione, lo Stato dei monarchi, dei dittatori, le camicie verdi, la milizia, queste sarebbero le grandi novità? Che cosa c’è di nuovo nello sventolare il tricolore che rappresenta cinquant’anni di oppressione, stragi, che rappresenta i licenziamenti, che rappresenta i morti in guerra, guerre che non sono mai appartenute a chi è morto ma solo a chi comanda? (applausi) Allora non abbiamo ampolle da rompere, caso mai nell’ampolla ci mettiamo qualcos’altro. Non abbiamo sacchetti di terra da portare, la terra in cui abitiamo è una terra che è di tutti, è di tutti quelli che ci passano, che ci vivono, che chiedono di essere trattati come persone umane, gli immigrati, i fratelli immigrati che oggi la lega… ed è per questo che la lega va dispersa come esperienza, va attaccata, va distrutta, la lega rappresenta culturalmente il rifiuto per gli immigrati, il rifiuto per coloro che sono considerati diversi anche dal punto di vista economico. No, noi siamo qui per ribadire che in questi territori noi siamo e saremo sempre indiani. Non saremo con i cowboy, non saremo con quelli che parlano il linguaggio del potere, caso mai parliamo il linguaggio della ribellione dal Chiapas a Venezia, questo è il nostro messaggio. E poi, compagni, andiamo a portare questo messaggio anche in campo Santa Margherita, a questa benedetta Sinistra, questa cosiddetta Sinistra (applausi).

Comizio n. 3 (Lega meridionale)

Guardate giovani, non dobbiamo scherzare per quello che sta accadendo, le battute sono belle, però non bisogna scherzare. Giovani delle forze dell’ordine non dobbiamo scherzare né pensare che quello che sta accadendo in questa nazione sia uno scherzo. Noi stiamo a un passo dalla guerra civile. Se voi andare a riflettere un tantino, quello che è accaduto nella ex-Jugoslavia, a due passi dall’Italia, si incominciò per gioco da un ferro spinato, dal gioco del ferro spinato ci sono state centinaia di migliaia di morti e milioni di feriti e di invalidi. E allora cosa si potrebbe fare perché innanzitutto la prossima volta caro sifilitico e non certo caro, perché tu potrai essere caro soltanto ai finocchi come te (applausi). La prossima volta prendetela, dicono a Taranto, come cazzo lo volete, la prossima volta veniamo in diecimila (qualcuno grida “bravo”) e poi vedremo se ci sarà qualcuno che riuscirà a fermarci, ma non per cercare di provocare incidenti tra italiano e italiano ma perché non vogliamo che i nostri figli si trovano con una mitragliatrice o un mortaio nelle mani per gettare quel mortaio sulle città della nostra nazione. Questo non deve accadere (applausi, trombe, fischietti). L’attività parlamentare inizia martedì, vedremo se ci sarà una seduta importante e vedremo se ‘sta faccia di bronzo è capace di venire in parlamento (“bravo”). Io sono convinto che qualche scarpa in testa se la becca da qualcuno (“bravo”, applausi). Convintissimo: perché molto probabilmente la scarpa gliela faccio venire io (“bravo”, applausi, trombe, fischietti). Ma vorrei dire anche di più, non vorrei essere considerato troppo volgare. Allora vorrei cercare di essere molto breve nel discorso. Innanzitutto questo depravato ha tolto dal pennone la bandiera italiana ridandola, dice che la deve dare alla ‘nazione-Italia’. Noi invece abbiamo prelevato… (mostra la bandiera della Lega Nord, quella con la croce rossa in campo bianco e Alberto da Giussano. Alcuni gridano: “bruciala”. Trombe, applausi, fischi, fischietti. Appicca il fuoco alla bandiera con l’accendino. Molti intonano la Marcia trionfale dell’Aida, come allo stadio. Grida di “Bossi, Bossi, vaffanculo”, come in corteo. Fischietti. Vengono bruciate altre bandiera della Lega dalle persone sul palco. “Sì, sì, brucerà, qua la Lega brucerà”. Uno grida “Mettici un po’ di benzina”. Coro di “Alé-o-o, alé-o-o”) Che brutta fine che ha fatto Alberto da Giussano (“bravo”, fischietti). Quindi era un atto dovuto (applausi, grida “Cito, Cito”). Se continua di questo passo, faremo di peggio (applausi, il mio vicino grida “che scenario di morte”).

Cito prosegue il discorso attaccando “i pentiti assassini” e “lo Stato che li tutela”; difendendo i carabinieri e le guardie di finanza accusati dai pentiti: “hanno arrestato il generale Conforti, dell’Arma dei carabinieri, abbiamo toccato la merda”. Parla ancora di Bossi, sulla Finanziaria che porta via 88mila miliardi dalle tasche dei lavoratori, chiedendo pari dignità per i cittadini del Sud, spiegando che in Puglia soltanto c’è oltre mezzo milione di disoccupati – un altro mio vicino commenterà ad alta voce “Significa cacchio significa… siamo rovinati” –, che per ogni cittadino del Sud lo Stato italiano spende 6 milioni e 700mila lire e per ogni cittadino italiano lo Stato spende 8 milioni e 700mila lire. Spiegherà che il governo non persegue Bossi perché perdendo l’appoggio di Bertinotti avrà bisogno dei voti leghisti: “Bossi fa comodo alla sinistra”. Senza nominarlo parla di Prodi: dice che sentendo i suoi discorsi gli è venuto da vomitare. Una mia vicina commenta: “Così si fa, con grinta. Dobbiamo farci sentire”. All’Iri ha fatto perdere 180mila posti di lavoro. Conclude dicendo che mentre Bossi non arriverà mai al Sud, verrà lui al Nord (è infatti candidato sindaco alle elezioni di Milano dell’aprile 1997).

Nota. Tratto da “Altrochemestre”, 5, primavera 1997, pp. 27-28. Sono stati corretti alcuni refusi. Il numero conteneva altri due pezzi che documentavano la giornata a Venezia: si ripubblica su altrochemestre.it anche quello di Filippo Benfante, Una domenica a Venezia, ivi, pp. 9-10; quello di Piero Brunello, Bossi, zaini e panini, ivi, pp. 53-46 si legge ora anche in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 273-280.

La dichiarazione di indipendenza padana è rimasta nello statuto della Lega Nord fino alla sua trasformazione in Lega per Salvini Premier nel 2017.

L’immagine di apertura e l’illustrazione interna sono tratti da “Il Leghista. Satira fumetti beffe secessione”, n.s., rispettivamente dettaglio della copertina del numero IV (s.d.), 1, e tavole dal numero IV (s.d.), 3, pp. 28-29.


[1] Il Partito popolare italiano è esistito dal 1994 al 2002. Le altre organizzazioni citate esistono tuttora (primavera 2026). [Ndr]

[2] Giancarlo Cito (1945-2025), imprenditore edile di Taranto, e fondatore di alcune emittenti televisive locali, all’epoca era stato appena eletto deputato (aprile 1996). Fondatore della Lega d’azione meridionale (LAM) nel 1992, negli anni Settanta era stato un militante del MSI. Condannato nel 2002 per concorso esterno in associazione mafiosa, scontò quattro anni di carcere (2003-2007). [Ndr]

[3] Gaetano De Cosmo (1945-2007), sindaco di Taranto dal 1996 al 1999. [Ndr]

[4] L’Ulivo è stata una coalizione elettorale di centro-sinistra esistita dal 1995 al 2007; il Partito democratico della sinistra (Pds) è esistito dal 1991 al 1998. [Ndr]

[5] Il partito ambientalista dei Verdi è esistito dagli anni Novanta fino al 2021. Alleanza nazionale è stato un partito politico di destra, esistito dal 1995 al 2009. [Ndr]

[6] Massimo Cacciari, sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e dal 2005 al 2010. [Ndr]

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Una domenica a Venezia

27/04/2026 Filippo Benfante // Documenti Escursioni

Trent’anni fa: andando a vedere la manifestazione della Lega Nord del 15 settembre 1996, giorno della proclamazione dell’indipendenza della Padania.

Abito al quinto piano di un condominio che si affaccia sulla stazione. Quando c’è qualche raduno importante a Venezia, è un buon punto per osservare il traffico: si può valutare il numero di persone che attende sui marciapiedi della stazione e alle fermate degli autobus, si sente il clamore dei manifestanti sui treni in arrivo. Le strade tutt’intorno si trasformano in parcheggi. Pare che domenica 15 settembre ci saranno varie manifestazioni a Venezia, così alle 10.45 mi sono già affacciato più volte alla finestra e sono pure sceso in strada per constatare il numero di macchine parcheggiate nei dintorni. Sorpresa: non trovo una situazione diversa da quella che si può vedere in una normale domenica di settembre. Le vie sono sgombre, il traffico davanti alla stazione è regolare, alla biglietteria e ai binari i soliti gruppi pronti per la gita. Verso mezzogiorno passano due treni speciali, uno a poca distanza dell’altro, che non fermano nemmeno a Mestre. Non so da dove provengano, penso che trasportino dei militanti della Lega Nord, ma non escludo che siano i tifosi della squadra di calcio del Torino, che oggi incontra il Veneziamestre allo stadio di Sant’Elena[1].

Parto per Venezia col treno, poco dopo le 15, in compagnia di un’amica. Facciamo un po’ di fatica a salire, la gente in piedi occupa corridoi e banchine, ma mi pare che oggi ci sia meno confusione che a carnevale. Mi infilo in un angolo libero e inizio a guardarmi intorno. Il treno proviene da Udine, ha percorso una linea “calda”, attraverso Friuli e “marca trevigiana”. Non vedo camicie verdi, ma due persone reggono bandiere della Lega. Dalle conversazioni capisco che la maggior parte dei viaggiatori sostiene l’indipendenza padana: andranno in riva dei Sette martiri per ascoltarne la proclamazione.

La stazione di Venezia è poco affollata. Attraversiamo il piazzale, altrettanto tranquillo, per raggiungere il ponte degli Scalzi. Un cordone di celerini è schierato alla base del ponte, si passa solo tra due che stanno discostati. Lo scopo è obbligare i gruppi di leghisti a percorrere Strada Nuova. Se la stazione è tranquilla, forse piazzale Roma lo sarà un po’ meno. Invece anche lì si vede poca gente e molti poliziotti e celerini (di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza). Ci incamminiamo verso Ca’ Foscari per raggiungere campo Santo Stefano, dove c’è la manifestazione dei centri sociali, la prima a iniziare (ore 16). Prima di arrivare alla sede dell’università, conto tre tricolori e una bandiera con il volto di Che Guevara (“Hasta la victoria”) alle finestre. I passanti non li conto, ma sono pochi. Mi attendevo una giornata a pressarsi a spintoni nelle calli, invece mi trovo sotto un caldo sole per una piacevole passeggiata.

Raggiungiamo il ponte dell’Accademia e ho quasi dimenticato che è il 15 settembre. Dalla sommità del ponte, vedo sull’altra riva un tricolore francese steso su un balcone. Forse è uno degli stranieri residenti a Venezia, che vuole partecipare a modo suo. Guardando meglio mi accorgo che sono tre lenzuola (una composizione volontaria o semplice biancheria al sole?). Giù dal ponte ancora divise, ne conto almeno trenta. A Venezia di solito la presenza della forza dell’ordine passa inosservata, mentre calli e campielli sono intasati dai passanti; invece oggi i poliziotti sono numerosissimi e campo Santo Stefano è semivuoto. Arrivo in campo verso le 15.40; c’è un palco sul fondo, addossato al muro laterale della chiesa; alcuni striscioni appesi alle pareti delle case. I pochi presenti formano gruppetti, sono seduti un po’ ovunque, in attesa dell’inizio dei concerti previsti. Tutti i negozi sono chiusi. I turisti passano normalmente, rallentano solo nell’immettersi nella calle della pasticceria Marchini: lo spazio è occupato ancora da altri poliziotti. C’è una catasta di seggiole; appartengono a una gelateria di una catena americana. Qualcuno cerca di prenderle per sedersi più comodo, ma sono ben assicurate tra loro. Si pensava che questo campo fosse il luogo più “caldo”, ma pare tutto tranquillo. Solo un gruppetto discute animatamente vicino al palco; frammenti di discorso: scontri avvenuti a Torino venerdì sera[2], forse stanno discutendo la strategia per la giornata. Dopo un po’ parte una base musicale registrata. Un ragazzo inizia a arringare parlando al microfono, ma non sale sul palco; proclama l’inizio della “festa dell’indipendenza delle tribù ribelli” in un “campo blindato” (arrivano i primi applausi). I giornalisti (molti) sono i più attenti; ci sono varie telecamere. Un altro ragazzo si arrampica sulla statua di Niccolò Tommaseo per affiggere uno striscione (“terroni padani”), ma poi non riesce più a scendere e alla fine cade, piuttosto male. Sarà il primo e l’ultimo ferito della giornata? La musica dal vivo non inizia, decidiamo di abbandonare il campo e di recarci verso San Marco: torna a essere una domenica di tranquillo passeggio, senza intoppi sino a riva degli Schiavoni.

Ritorniamo nel clima solo alla chiesa della Pietà; sui lampioni della riva sono incastrate delle casse che ritrasmettono le voci dal palco sulla riva dei Sette martiri. Sono ormai le 16.45; a un quarto d’ora dall’inizio della cerimonia solenne la gente sembra poca e l’amplificazione sino alla Pietà inutile e troppo ottimistica. Solo dall’ultimo ponte prima del palco si può iniziare a parlare di “bagno di folla” e di “raduno del popolo leghista”. Il colpo d’occhio è di un certo effetto, pare che tutti abbiano portato una bandiera da sventolare. Il palco è sulla destra di chi arriva, dietro ha solo la laguna da dove arriverà Bossi; di fronte al palco c’è la tribuna per la stampa e la televisione (già piena), con le telecamere che ritrasmetteranno la cerimonia per le postazioni sul Po.

Cerchiamo di avvicinarci al palco e osserviamo il lato sinistro della strada: alcuni si sono arrampicati su alberi o su transenne; alcuni espongono striscioni fatti in casa, prevalgono le sezioni trevigiane. Un banchetto della sezione veneta della “Liga Veneta-Lega Nord” vende bottiglie di vino con etichette commemorative della giornata (a scelta un rosso, un bianco o uno spumante); un altro banchetto vende il numero zero de “il Nord. Quotidiano indipendente della Padania” (in prima pagina un fondo di Daniele Vimercati e un articolo di Sergio Saviane); costa 3.000 lire, in omaggio danno anche un’edizione speciale della “Gazzetta Ufficiale della Padania”. Molti ne comprano più di una copia. La “Gazzetta Ufficiale” viene distribuita anche gratis da alcuni volontari; c’è il testo della dichiarazione d’indipendenza e della Costituzione transitoria che poi saranno lette nel corso della cerimonia. Viene distribuito un volantino del Sindacato Padano (SIN.PA.). Si possono anche comperare dei soldi della Padania. Per mille lire si ottiene una banconota con l’effigie di Bossi e alcuni disegni che non vedo bene; sono verdi (ovvio) e assomigliano un po’ alla banconota italiana da cinquemila, ma sono marcate con valore cinquantamila (eppure è strano: la Lira padana dovrebbe essere più forte della Lira non padana).

L’inizio della cerimonia si avvicina, lo speaker ufficiale dà disposizioni precise: le bandiere non devono essere sventolate perché intralciano la ripresa televisiva; tutti sono invitati a ripiegarle, soprattutto nelle prime file e soprattutto “nei momenti più solenni”. Il cerimoniale ha un po’ di ritardo; parlano gli ospiti: un catalano del movimento del plebiscito per l’indipendenza, un fiammingo, una sud-tirolese, un sardo. Sul palco vedo le bandiere catalana, basca, di Nazione sarda e moltissime bandiere della Comunità europea. Il pubblico attorno a me pare infischiarsene; ogni tanto sento dei boati di folla provenire dagli altoparlanti, ma non vedo nessuno gridare o entusiasmarsi. Tra un oratore e l’altro c’è della musica classica; l’amplificazione è pessima, si sente quasi solo gracchiare; riconosco solo l’Adagio di Albinoni. Pochi quelli che ascoltano, intorno a me si parla attendendo Bossi, molti si muovono, in cerca di spazio o per avvicinarsi al palco oppure sono semplici turisti che cercano di raggiungere i giardini per la Biennale d’architettura. Qualcuno inizia a canzonare o a insultare alcune persone affacciate a una finestra da cui sporge un tricolore[3]. Osservo meglio la facciata degli edifici che ho alle spalle e la tribuna per la stampa che ho a pochi metri sulla sinistra. Dalle finestre spuntano microfoni, obiettivi di camere; mi chiedo se le persone affacciate sono solo giornalisti o ci sono anche i veri abitanti di quelle case (ma sono abitate normalmente? I proprietari hanno fatto entrare per gentilezza e curiosità il giornalista o il fotografo, o si sono fatti pagare per il servizio e il disturbo?). C’è un elicottero che passa più volte (sempre lo stesso o più d’uno? Un’amica veneziana mi ha detto che alcuni elicotteri hanno sorvolato la città durante tutta la notte).

Sono passate le 17, Bossi sarebbe già dovuto arrivare. Lo speaker annuncia i motivi del ritardo: le vedette della capitaneria di porto sono andate incontro alla barca della Lega per fare rispettare i limiti di velocità in laguna. La gente che ho attorno coglie subito l’allusione: si frena Bossi. Ma infine il leader arriva e adesso vedo davvero scene d’entusiasmo. Solo quando parla Bossi il pubblico si zittisce; tutti sono in punta di piedi per vederlo. Sono stupito dal numero di persone munite di macchina fotografica (per lo più “usa e getta”) e di videocamera. Il cerimoniale incalza, si devono rispettare i tempi al minuto per fare funzionare i collegamenti con le postazioni sul Po. Non mi pare che i miei vicini vibrino per la solennità. Un mormorio quando si scopre che la Padania abbraccia Marche e Umbria (quanti chilometri tra Perugia e Roma?). Decidiamo di andarcene dopo che il tricolore è stato ammainato. Sono le 17.45. Sentiremo il resto dagli altoparlanti. Anche molte camicie verdi se ne stanno andando (un treno da prendere?). C’è più gente di quanta non ce ne fosse al nostro arrivo. Camminando, ascolto la lettura della dichiarazione d’indipendenza e dei diritti dei cittadini padani. Seguiamo lo stesso tragitto dell’andata. Di nuovo a Santo Stefano. Anche qui si sono aggiunte persone. Un gruppo suona sul palco. Tutti tranquilli ad ascoltare o a chiacchierare in gruppi sparsi. Anche qui è stato allestito un modesto commercio: birre e bibite varie; i venditori sono della “tribù”, non credo che altrimenti sarebbe stato tollerato. All’uscita del campo la sorpresa di trovare un cordone di celerini che seleziona il passaggio. Non tutti sono fermati: abbigliamento, viso, sguardo, sono determinanti. Noi abbiamo la faccia da bravi ragazzi e passiamo. Qualche altro è fermato e si mette a discutere ma non riesco a capire qual è il grado di tensione. Sono quasi le 19 quando arriviamo in campo San Barnaba. Vedo un altro tricolore a una finestra, mi era sfuggito all’andata perché gli davo le spalle. E ora verso campo Santa Margherita per la manifestazione della sinistra unita o in campo San Polo per la performance del sindaco di Taranto? Prevale la curiosità di vedere chi mai potrà sostenere Cito. Sul cammino incontriamo ancora molta polizia. Anche San Polo sembra un “campo blindato” ma non c’è nessuno; sono le 20, il palco è deserto (solo dopo sapremo del ritardo causa baruffe a Chioggia[4]). La fame ci fa desistere, ripieghiamo verso San Bortolo[5] per mangiare una “mozzarella”. In rosticceria incrociamo dei “reduci” in camicia verde che fanno onore a mozzarelle al prosciutto e alle acciughe. Parlano con forte accento emiliano, sono trafelati. Hanno un treno da prendere, ma venire a Venezia e non gustarne una specialità pare un peccato.

Torniamo alla stazione percorrendo Strada Nuova, la polizia onnipresente, senza incrociare altre camicie verdi. In stazione è tranquillo, sono da poco passate le 22. Mentre stiamo per partire si sente un boato; sul binario accanto a quello del nostro treno vediamo schierarsi un cordone di celerini, poi arrivano dei ragazzi dei centri sociali. Nessuno si agita troppo, nessuno pare in assetto da battaglia, ma i rumori fanno pensare che sia successo qualcosa. È la sensazione di tutta la mia giornata veneziana: l’attesa era tanta che l’evento non può essersi risolto così. Forse mi sono perso qualcosa e tutto è successo mentre mi trasferivo da un luogo all’altro.

Nota. Tratto da “Altrochemestre”, 5, primavera 1997, pp. 9-10. Sono stati corretti alcuni refusi. Il numero conteneva altri due pezzi che documentavano la giornata a Venezia: si ripubblica su altrochemestre.it anche quello di Luca Pes, Padania, Chiapas e Italia, ivi, pp. 27-28; quello di Piero Brunello, Bossi, zaini e panini, ivi, pp. 53-46 si legge ora anche in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 273-280.

L’immagine di apertura e le illustrazioni interne sono tratti da “Il Leghista. Satira fumetti beffe secessione”, n.s., rispettivamente dettaglio della copertina del numero IV (s.d.), 3, copertina del numero IV (s.d.), 2, e tavole dal numero IV (s.d.), 3, pp. 40-41.


[1] Alle ore 16.00, per la seconda giornata del campionato di serie B 1996/97 (la partita finì 1 a 1). [Ndr]

[2] La Lega aveva organizzato un cerimoniale per tappe, avviato alle sorgenti del Po il 13 settembre. Quella sera, dopo un comizio tenuto da Bossi a Moncalieri, a Torino ci furono degli scontri tra militanti dei centri sociali e leghisti. Si possono vedere le cronache della “Stampa” del 14 settembre 1996, il numero è disponibile online; si rimanda anche al materiale messo a disposizione e prodotto dal sito infoaut.org: 13 settembre 1996. La Lega cacciata dai Murazzi. [Ndr]

[3] L’episodio è diventato famoso: mentre Bossi faceva ammainare un tricolore, la signora Lucia Massarotto ne espose uno dalla finestra di casa sua in riva dei Sette martiri, gesto che avrebbe ripetuto negli anni seguenti, quando la Lega continuò a organizzare raduni a Venezia in occasione degli anniversari della dichiarazione di indipendenza. Oltre alle cronache dei giornali dell’epoca, si può vedere Giorgio Vecchio, La contestazione leghista e la riscoperta del Tricolore (1990-2011), “Italia contemporanea”, 289, 2019, pp. 235-261, in part. pp. 243-244. [Ndr]

[4] La “contromanifestazione” organizzata da Giancarlo Cito consisteva in una “marcia su Mantova”, che doveva partire da Chioggia. dove ci furono alcuni scontri, causa del ritardo nell’arrivo a Venezia. Si veda qui anche Luca Pes, Padania, Chiapas e Italia [Ndr]

[5] Campo San Bartolomeo. [Ndr]

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