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Fantastorie per archivisti

24/11/2025 Ennio Sbalchiero // Cahiers de doléance

Risposte a crocette per concludere un corso di formazione per archivista previsto dal Ministero della Cultura. “Lifelong learning” e “badge” da ottenere; diventare “cantastorie” per “comunità patrimoniali”; mescolare invenzioni verosimili a documenti autentici. Lettera di Ennio Sbalchiero.

Cara Altrochemestre,

mi scrive un amico che per motivi di riservatezza – e cioè il mutuo da pagare – intende restare anonimo, e tacere il giusto. Ma tacere tutto, dice il mio amico, quello, non si può.

Dice il mio amico: mettiamo il caso che qualcuno, complice la pandemia, si sia accorto che questa faccenda del fare la formazione a distanza – che si dice essere in DAD per le scuole dell’obbligo, fare l’e-learning per le università e, appunto, fare la formazione a distanza per la gente che lavora – mettiamo il caso, dicevo, che qualcuno, poniamo un Ministero, si sia accorto che questa faccenda del fare la formazione a distanza apra possibilità enormi di risparmiare, e cioè spostare da un’altra parte, un sacco di soldi.

Poniamo cioè che questo Ministero abbia l’obbligo di fornire un tot di ore di formazione a ciascuno dei suoi impiegati sparsi in cento e passa capoluoghi di provincia.

Nel momento in cui questo Ministero capisce che con un po’ di video e power point risolve il problema di organizzare tot ore di corsi evitando di rimborsare viaggi, pasti e straordinari a docenti e discenti, basta che peschi un po’ di fondi dal pienneerreerre, e metta su una piattaforma online.

Poi scrive due righe di circolare per dire agli impiegati che la formazione è obbligatoria.

Obbligataria e ineludibile. Perché se vogliamo, come vogliamo e ci chiede l’Europa, perseguire l’efficienza della pubblica amministrazione allora dobbiamo garantire strumenti di lifelong learning: fine pena mai.

Messa su la piattaforma online con relativo, ponderosissimo, catalogo dei corsi, sta all’impiegato sceglierli, sorbirsi i video e, una volta superato un quiz a crocette, che si dice test finale di certificazione delle competenze (skills) acquisite, caricare su quell’altra piattaforma online il certificato con scritto che ha superato il test, che si dice badge, e segnare le ore in conto formazione.

L’amico mio, sapendo di dover sottostare all’obbligo, ha attrezzato il computer dell’ufficio con due schermi: su uno lavora, sull’altro lascia scorrere i video, preme “avanti” quando c’è scritto di premere “avanti”, arriva alla fine dei video e alla fine dei video fa i quiz. I quiz sono tipo quelli dell’esame della patente, a crocette. A volte gli vengono giusti al primo colpo, a volte al secondo, ma non è un problema: i tentativi a disposizione per ripetere il test e conseguire il badge, sono pressoché infiniti.

Come sceglie gli argomenti dei corsi da seguire? A caso.

L’altro giorno – è un po’ alle strette gli mancano 12 ore di corsi da certificare in conto formazione entro dicembre – questo mio amico ne ha scelto uno dal titolo: Digital Storytelling partecipativo: come coinvolgere le comunità patrimoniali.

Questo mio amico non ha saputo bene dirmi di cosa parla il corso perché l’ha seguito intanto che stava lavorando su quell’altro schermo. Si ricorda solo, vagamente, che hanno spiegato che ci sono le app culturali che si possono vedere sul telefonino; che è importante mettere tante figure; che col digital storytelling partecipativo gli utenti diventano protagonisti attivi della Storia, cittadini e non semplici fruitori; che i ragazzi delle scuole: lezione frontale brutto, e linguaggio appropriato e scientifico poi si annoiano; che bisogna sempre preferire l’articolo determinativo all’articolo indeterminativo ma non ha capito perché e, insomma, cose così.

L’unica cosa che questo mio amico ricorda è che il corso dura un’ora ed è strutturato a mo’ di gioco di ruolo. Ci sono quattro isole: isola dell’inverno, isola dell’autunno, isola della primavera e isola dell’estate. Ogni isola ha un test intermedio. A ogni test superato si scala il cursus honorum che da Principiante mena a Cantastorie in erba e da Cantastorie in erba a Alchimista delle parole.Per raggiungere il grado massimo di Digital Storyteller TOP!, e il relativo badge da caricare nell’apposita piattaforma per certificare le ore in conto formazione, bisogna affrontare l’ultima isola, l’isola del Mistero, e superare l’ultimo quiz.

L’ultimo quiz consta di 6 domande, per essere promossi bisogna fare 6 su 6. Una domanda era: “In un progetto di storytelling partecipativo orientato alla costruzione di uno specifico personaggio storico o momento storico, la narrazione può essere sviluppata”, a cui seguivano quattro risposte possibili:

A “Arricchendo gli eventi e i fatti realmente accaduti con descrizioni fantastiche di pura invenzione”

B “Basandosi esclusivamente su eventi e fatti realmente accaduti, descritti in modo impersonale”

C “Basandosi su eventi e fatti realmente accaduti, descritti in modo personale e accattivante”

D “Arricchendo gli eventi e i fatti realmente accaduti con descrizioni fantastiche ma storicamente verosimili”

Il mio amico al primo colpo è stato bocciato, per aver sbagliato la risposta.

E gli sta bene. Se invece che lavorare avesse seguito con più attenzione avrebbe dovuto sapere che la risposta corretta non era la C ma la D, e cioè che “in un progetto di storytelling partecipativo orientato alla ricostruzione di uno specifico personaggio storico o momento storico la narrazione può essere sviluppata […] arricchendo gli eventi e i fatti realmente accaduti con descrizioni fantastiche, ma storicamente verosimili”.

E queste sono le cose che insegnano a gente che di lavoro fa l’archivista: che bisogna aggiungere balle a quello che c’è scritto nei documenti, e che queste balle devono essere verosimili, guai sognarsi di inventarsi balle di pura fantasia, andrebbe contro la deontologia del Digital Storyteller TOP!.

Il mio amico dice che non si mette neanche a discutere, che di Storia e di vero, falso e finto hanno scritto in tanti, e tutti più grossi di lui.

Però una cosa, dice, la vuole dire: che devono tutti, lui compreso, andare a farsi ciavàre.

Nota. In copertina, particolare della slide iniziale del corso Digital Storytelling Partecipativo.

Archiviato in://, Cahiers de doléance Ennio Sbalchiero

Mestre: “una piccola Versailles”

19/11/2025 Piero Brunello // Generi di discorso Storiografia

Note sull’uso e la diffusione di un passo della commedia La cameriera brillante di Carlo Goldoni. Blasoni municipali e invenzione della tradizione; città operaia e genealogie nobiliari; capitale simbolico di una città, al centro e nelle periferie; soggetti autorizzati a definire il patrimonio culturale di un luogo, e soggetti esclusi.

1. Capita sempre più spesso di leggere, in diversi ambiti di discorso e non solo negli studi di storia locale, che Mestre nel Settecento era una “piccola Versailles”. Chi l’ha detto? Carlo Goldoni nella commedia La cameriera brillante.

Da quando, in che ambiti e con quali scopi si è diffusa questo sintagma? E cosa dice la fonte, cioè il testo di Goldoni?

2. Prima che se ne occupassero gli storici di Mestre, la citazione era nota agli studiosi delle opere di Carlo Goldoni[1], e delle ville venete[2].

Per quanto ne so, il primo a parlare di “piccola Versaglia” in un discorso di storia di Mestre è Luigi Brunello nel 1964: si tratta di un accenno, che, senza citare Carlo Goldoni, si riferisce alle “moltissime ville di altri tempi” di cui “sopravvivono solo frammenti”[3]. Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, viene letto il passo de La cameriera brillante, a cui segue il commento (è Piero Bergamo a farlo): “Questa è la Mestre del Settecento descrittaci da Carlo Goldoni […]. Mestre come una piccola Versailles, come abbiamo sentito”[4]. Da allora la metafora si ritrova nelle pubblicazioni del Centro Studi Storici di Mestre, con qualche oscillazione tra “piccola Versailles” e “Versailles in piccolo”[5].

È da dopo il 2000 che diventa comune impiegare l’espressione “piccola Versailles” laddove si parli di Mestre nel Settecento: in libri di storia[6], in tesi di laurea[7], in racconti di ambientazione mestrina[8], in articoli di giornale e in siti di storia cittadina [9].

A partire circa dal 2015 l’uso di parlare di Mestre come “piccola Versailles” si diffonde fuori dagli studi di storia: in conferenze-spettacolo “per rilanciare l’identità della città”[10]; in progetti urbanistici su piazza Barche e sul Canal Salso[11]; nell’attività di promozione della Pro loco[12]; nei discorsi per affrontare l’inquinamento da Pfas[13]; in guide ai parchi e ai giardini[14]; in itinerari in bicicletta “alla scoperta di Mestre”[15]; nell’azione di comitati per la difesa di alberi, parchi e giardini[16]; in interrogazioni di gruppi consiliari del Comune per realizzare un parco in un’area urbana abbandonata[17]; in biciclettate alla scoperta dei luoghi storici di Mestre[18].

Per riassumere, oggi l’espressione “piccola Versailles” viene utilizzata ogniqualvolta si voglia lamentare la perdita di una città d’acqua e di giardini travolta dalla speculazione edilizia, quando si parli di Mestre che “cerca una propria identità”, e infine nella mobilitazione civica: ed è fatta propria da associazioni di storia, enti di promozione turistica, istituzioni pubbliche, studi urbanistici, associazioni civiche, culturali e ambientaliste.

3. E adesso la citazione. Viene dalla commedia di Carlo Goldoni, La cameriera brillante (stagione teatrale 1753-1754):

“E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo. La scomenza dal canal de Malghera, la zira tuto el paese, e po la scorra el Teragio fin a Treviso. La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa. Ghe xe casini che i par gallerie; ghe xe palazzi da cità, da sovrani. Se fa conversazion stupende; feste da ballo magnifiche; tole spaventose; tutti i momenti se vede a corer la posta, sedie, carozze, cavali, lachè; flusso e reflusso da tute le ore. Mi m’ho retirà fra tera, lontan dai strepiti, perché me piase la mia libertà. Per altro sento a dir che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae; e che se fa spiccar el bon gusto, la magnificenza, e la pulizia da tuti i ordeni dele persone che fa onor ala nazion, a la patria, e anca all’Italia medesima”[19].

Chi dice queste cose e in quale contesto? Come scrive Carlo Goldoni nelle sue Memorie, la scena “si rappresenta in una casa di campagna di Pantalone”, “negoziante veneto”, che vive con due figlie e una cameriera di nome Argentina. “Argentina – è sempre Goldoni a riassumere – è amata dal padrone di casa [Pantalone], e gli fare tutto quel ch’ella vuole. Fa venire da Pantalone gli amanti delle due ragazze, malgrado la sua austerità, e li fa pranzare con esso, malgrado la sua austerità”[20].

Fermiamoci qui, e precisamente quando Ottavio, che vuole sposare una delle due ragazze, riesce a introdursi in casa di Pantalone grazie alla cameriera. Ottavio è un forestiero che si vanta di possedere campi, ville, case, feudi, poderi, carrozze e servitù: ma Traccagnino, suo servitore, confida a Brighella, servo di Pantalone, che in realtà il suo padrone è uno spiantato millantatore. Ottavio dunque si presenta da Pantalone dichiarando di trovarsi lì per comperare dei beni, aggiungendo però subito dopo: “Ma non mi piace la terra”. Pantalone gli risponde: “No la ghe piase?”, e subito aggiunge: “E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo” eccetera.

Quindi il discorso è fatto da Pantalon de’ Bisognosi, che parlando di “Versailles in piccolo” non si riferisce a Mestre, ma alla “villeggiatura”. Dice infatti: “La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa”. In altre parole Pantalon de’ Bisognosi non parla di una città ma di “campagna”. In tutta commedia si parla di “villa” o di “campagna”. Clarice, figlia di Pantalone, si lamenta con l’innamorato di essere obbligata a “stare in villa”, senza mai vedere nessuno; e a un certo punto Brighella, servo di Pantalone, fa questa battuta: “Manco mal che semo in campagna”.

Per concludere, a mio parere è inesatto dire che Carlo Goldoni parla di Mestre come di “una piccola Versailles”. Mi sembrerebbe più corretto dire che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Goldoni, paragona la villeggiatura in campagna da Mestre a Treviso lungo il Terraglio a una “Versailles in piccolo” (espressione tra l’altro che ha una sfumatura diversa da “piccola Versailles”, come dirò più avanti).

Nel 1830 l’autore di un progetto di ponte tra Venezia e la terraferma, scrive che Mestre “potria dirsi la Versailles di Venezia”[21], riferendosi a una campagna contrassegnata dalla presenza di numerose ville di nobili veneziani, quella stessa che la storiografia, che adotta lo stesso punto di vista urbano e veneziano, chiama “civiltà di villa”. Questo è il territorio a cui Pantalon sta pensando, e con lui il pubblico (cittadino) del teatro. Il sito DiscoveryMestre coglie bene questa realtà quando, a proposito del teatro Balbi, oggi non più esistente, osserva: “Anche Mestre fu attraversata da tale moda [la villeggiatura] tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boscovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite.”[22].

4. Che effetto poteva avere sul pubblico (la commedia venne data la prima volta a Venezia) sentir decantare le conversazioni, le feste da ballo e la dispendiosa vita di società dalla bocca di una maschera che è l’emblema dell’avarizia? Direi che faceva ridere, come del resto ci si aspetta da una maschera della commedia dell’arte. Oltretutto Pantalon non parla di una “piccola Versailles” ma di una “Versailles in piccolo”, che a me sembra avere una sfumatura ironica. Pantalone si presenta così: “sono in campagna per goder la mia libertà, no vogio visite, no vogio complimenti, no vogio nissun”; la figlia Flaminia lo dice “uomo sofistico, che non può vedere nessuno”. Può una maschera così mostrare ammirazione per la vita frenetica di villa?

Senza contare che Pantalone ha una certa età, e infatti Argentina lo stuzzica chiamandolo “il più buon vecchietto di questo mondo”. È proprio la sua età a creare continue situazioni comiche. “Ma più de tuti el povaro vechieto / Giubila se qualcun ghe scalda el leto”, scherza Argentina; al che Pantalon commenta: “Arzentina no saria un cativo scaldaleto; ma no voria che invece de scaldarme, la me bruzasse”. (Alla fine Pantalone sposerà Argentina, “cameriera brillante”).

5. A un certo punto la cameriera Argentina si veste da contadina (in casa di Pantalone devono mettere in scena una commedia), e si presenta così: “Mi no son Arzentina. Son Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rosega da Mogiàn”. Come suggeriscono sia queste battute sia l’inversione teatrale dei ruoli sociali, la “campagna” di cui si parla nella commedia è vista dalla città con occhio comico che attinge al tradizionale repertorio della satira del villano. Se dovessi pertanto riassumere la vicenda, direi che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Carlo Goldoni, dissolve Mestre in una campagna ricca di ville, dove chi vi abita ha nomi rustici come Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rósega da Mogiàn.

Pantalon dice di sentir raccontare (non per esperienza, perché lui non esce di casa) “che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae” eccetera. Ora “cossazze”, lo attesta il dizionario del dialetto veneziano di Boerio, significa “Cose grandi, cioè cose di gran prezzo, ricchezza, pompa, profusione, magnificenza, cose da stupire”. Pantalone usa in tutta la commedia accrescitivi come baronazza, gagliotazza, frasconazza, viscerazze, matazza. Dato l’uso di un linguaggio enfatico e iperbolico, mi sembrerebbe strano che, quando parla delle “cossazze” che si fanno a Mestre, Pantalone voglia esprimere con serietà una genuina ammirazione. Ci sento anche qui uno sguardo ironico, con conseguente effetto comico, che si ritroverà anni dopo nella Trilogia della villeggiatura. “L’ambizione de’ piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile”: così Carlo Goldoni presentando “a chi legge” Le smanie per la villeggiatura (1761)[23].

6. Giuseppe Mazzotti, nel catalogo Le Ville venete pubblicato nel 1952, e più volte ristampato, scrive: «Un personaggio del Goldoni parla di Mestre – la città industriale di Mestre – come di “una Versailles”: lo credereste?”[24]. Potrebbe essere questa la fonte che Piero Bergamo e Luigi Brunello hanno presente. Ma la locuzione originaria “Versailles in piccolo”, in bocca a Pantalone, in Mazzotti diventa “Versailles”, ma pronunciata da “un personaggio di Goldoni”, per trasformarsi in “piccola Versailles”, e attribuita allo stesso Goldoni, nella conversazione radiofonica da cui siamo partiti: da allora quest’ultima è la versione che si diffonde.

7. Da una cinquantina d’anni, dunque, chi si richiama alla “Versailles” di Carlo Goldoni per ragionare di “identità urbana”, non coglie il fatto che è Pantalone a paragonare le ville sparse tra Musestre Chirignago Mogiàn alla reggia parigina abitata da una nobiltà cortigiana, e che lo fa in modo ironico: in ogni caso Pantalone non si riferisce a una città (Mestre), ma alla campagna.

Davanti a un caso d’invenzione della tradizione, è interessante riflettere sui motivi per cui, e a opera di chi, viene accolta o rifiutata, ed entro quali confini. Mi limito a tre osservazioni, solo per suggerire eventuali temi di discussione.

In primo luogo, il richiamo identitario alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro, ed evoca una città immaginata pre-novecentesca, stretta attorno ai resti del Castello. L’espansione urbana fuori di questi confini – cresciuta negli ex comuni autonomi di Favaro, Chirignago, Zelarino, a Marghera e nei quartieri sorti su località rurali urbanizzate – viene sentita come una “amorfa periferia”, abitata da “decine di migliaia di immigrati”. Così scrive Piero Bergamo nella Presentazione a Mestre di Luigi Brunello, del 1964[25].

Ora che il richiamo alla “piccola Versailles” gode di ampio consenso, sarà in grado il riferimento al Settecento mestrino di oltrepassare i confini del vecchio comune di Mestre? I vecchi immigrati, che negli anni Sessanta-Settanta del Novecento ostacolavano la diffusione della memoria di Mestre-centro, nel frattempo si sono inseriti, e ne sono arrivati degli altri: che rapporto avranno questi ultimi con la memoria cittadina? E come il racconto del passato cittadino terrà conto della loro memoria?

In secondo luogo è interessante chiedersi per quale motivo una città, che nella seconda metà del Novecento veniva identificata in una città operaia, scelga a proprio blasone Versailles, luogo aristocratico per eccellenza, simbolo di gerarchie sociali legate allo status. Dico “città”, ma mi riferisco a quanti amministrano, seppure in modi diversi, il capitale simbolico di Mestre, dalle associazioni ambientaliste alle istituzioni di promozione turistica. (Non parlo delle associazioni storiche, che pure sono tra i soggetti autorizzati a definire e a gestire il patrimonio culturale di un luogo o di una comunità, perché da chi si occupa di storia ci si aspetterebbe non un discorso affabulatorio sul passato, ma una verifica dei dati e una discussione delle fonti). Sarebbe utile fare un inventario delle definizioni di cui Mestre si è fregiata, e capire se “piccola Versailles” sia l’esito di una contesa culturale e sociale, che ha cancellato altre auto-rappresentazioni in cui la città si è messa e potrebbe mettersi in scena.

Infine, è il contesto, come sappiamo, a dare significato ai simboli. Negli anni Settanta il richiamo alla “piccola Versailles” come emblema identitario voleva rivendicare il passato celebre di Mestre, il suo essere città, con una propria storia, nobilitata dal rapporto con quella della Serenissima. Il rapporto con Venezia restava ambivalente, dal momento che la gloria di Mestre consisteva nella villeggiatura dei nobili veneziani: ma era pur sempre un modo per valorizzare il passato di Mestre, anche perché si univa alla richiesta di separazione della terraferma dal comune di Venezia.

Da tempo ormai, dato il peso dell’economia turistica, Venezia è invece un brand irrinunciabile del marketing territoriale veneto. Come si chiamano le Dolomiti? “The mountains of Venice”. Come promuovere l’artigianato feltrino? Esponendo una gondola in Piazza Maggiore a Feltre[26]. Un ennesimo quartiere in costruzione a Mogliano Veneto si chiama “Giardino del doge”: tanto varrebbe chiamarlo “Bosco di Mogiàn”. E Mestre, città di B&B turistici? Intanto ha già provveduto a cambiare il nome di Centro le Barche in Ca’ Mestre, che rimanda a una Ca’ d’Oro, a una Ca’ Rezzonico e così via; e non mi stupirei di vedere, in località Tarù, una Guest House Pantalone (“per un soggiorno esclusivo e riservato, dove rivivere il fascino senza tempo della Venezia di Goldoni e Casanova”). Nato per affermare l’autonomia di Mestre, il richiamo alla “piccola Versailles” verrà insomma utilizzato per ribadire che Mestre è Venezia.

8. Se penso alla mia esperienza (negli anni Settanta mi sono trasferito dal Villaggio San Marco prima a Bissuola e poi a Favaro), il blasone municipale legato alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro come segno di distinzione nei confronti di una “amorfa periferia”, e in alternativa al senso di identità dei quartieri che né si riconoscevano nei soggetti autorizzati a definire dal centro il capitale simbolico cittadino, né avvertivano il bisogno di nobilitare il passato, sentendosi semmai parte di una città operaia (lo testimoniano le prime due pubblicazioni di storiAmestre[27]). Il blasone nobilitato dal richiamo a una reggia aristocratica si diffonde in città a partire dal 2000, grosso modo quando i quartieri perdono d’importanza e Porto Marghera cessa di essere sentito come una risorsa e viene percepito come un attacco alla salute e all’ambiente.

La mia opinione?

Credo che il patrimonio simbolico di una città metropolitana e policentrica come Mestre è talmente ricco (monumenti storici del centro e ville comprese), che non c’è bisogno di vantarsi di un detto memorabile di Pantalon de’ Bisognosi, tra l’altro letto in modo frettoloso.

Nota. L’immagine di copertina è tratta da Carlo Goldoni, La cameriera brillante, Tipografia del Lloyd austriaco, Trieste 1856.


[1] Alfonso Lazzari, Il padre del Goldoni, “Rivista d’Italia”, 2, febbraio 1907, p. 258; Antonio Zardo, Il villeggiare de’ veneziani e Carlo Goldoni, “Nuova antologia di lettere, scienze ed arti”, s. VI, CCXXX, 1232, luglio-agosto 1923, p. 128.

[2] Le ville venete, catalogo a cura di Giuseppe Mazzotti, Libreria editrice Canova, Treviso 1952, p. 328, nella presentazione (pp. 325-330), firmata da Giuseppe Mazzotti, relativa alle ville della provincia di Treviso.

[3] Luigi Brunello, Mestre, fotografie di Bruno Carnevali, Associazione Civica per Mestre e la terraferma, Mestre 1964, p. 72.

[4] Dialoghi su Mestre. Conversazioni tra Piero Bergamo e Luigi Brunello, a cura di Francesco Brunello, Valentina Pietropolli, Roberta Vasselli, il prato, Saonara-Padova 2010, p. 109.

[5] Presentazione, in Francesco Fapanni, Il Terraglio, ossia la strada da Mestre a Treviso. La strada da Mestre a Mirano, a cura di Ilva Stocchero, foto di PaoloBorgonovi e ricerche di Roberto Stevanato, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2001, in Documenti della storia di Mestre, disponibile online in mestrenovecento.it; Roberto Stevanato, Mestre… una Versaglies in piccolo, Centro studi storici di Mestre, Mestre, s.d., disponibile online.

[6] Michele Casarin, Giuseppe Saccà, Giovanni Vio, Alla scoperta di Mestre, Regione del Veneto-Nuova dimensione, Portogruaro (Venezia) 2009, p. 68; Michele Boato, nel suo recente Mestre 1900-2025. Storie di una grande città. Dal sacco al riscatto, libri di Gaia, Mestre 2025, p. 17, ricordando “il fiorire di ville venete” dal Cinquecento al Settecento, osserva: «Perciò Carlo Goldoni non esagera citando Mestre come “piccola Versailles”»; la nota dice: “Vedi Carlo Goldoni, La cameriera brillante (1753)”, e riporta la citazione dalla commedia.

[7] Davide Ros, Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea, rel. Alessandro Gallo, Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2014-2015, p. 50.

[8] Pierluigi Rizziato, Mestre Venezia. Baci, abbracci, bisticci, tradimenti, Mazzanti Libri-Me Publisher, Venezia 2016, p. 104, immagina una scena in cui il proprietario del teatro veneziano di San Luca dice a Carlo Goldoni che al termine della commedia il pubblico aveva mormorato che “el megio scritor de Venezia” fosse “innamorato de Mestre” (capitolo “La piccola Versailles”).

[9] Sergio Barizza, L’apertura del teatro il segno che Mestre cambiava pelle, “La Nuova Venezia”, 27 ottobre 2013, ricorda che Goldoni «sul finire del Settecento, aveva parlato di Mestre come di “una piccola Versailles”; in Storia di Mestre in 500 parole, in mestreantica.it, si legge: «Carlo Goldoni nella sua “Cameriera brillante” paragona Mestre ad una piccola Versailles (“A Mestre se fa cosazze”)».

[10] La villa Durazzo con il teatro. Mestre, una piccola Versailles, “La Nuova Venezia”, 13 dicembre 2015, annuncia una conferenza-spettacolo dal titolo “Mestre nel ’700. Una Versaglies in piccolo” il 18 dicembre al Laurentianum (istituzione culturale della parrocchia di San Lorenzo), per offrire “una lettura composita dell’importante patrimonio storico, artistico, architettonico e di tradizione di quel territorio che trovò nel ’700 il suo momento più significativo e denso di stimoli”; l’evento è promosso da “Mario Esposito, operatore culturale e manager teatrale, e Roberto Milani, con la collaborazione e il sostegno di Confesercenti e della Fondazione Pellicani. Tutti uniti per rilanciare l’identità della città”.

[11] Villa Durazzo come Versailles, tra manoscritti di Vivaldi e sfarzose feste. La rinascita di piazza Barche dal recupero del Canal Salso a oggi. Lo studio è firmato da Nannini, Vincenti ed Esposito, “La Nuova Venezia”, 25 ottobre 2018: gli interventi urbanistici proposti si inseriscono in un momento in cui Mestre “cerca una propria identità” e “sogna una valorizzazione del proprio passato”; ne parla Alessandro Marzo Magno, Villa Durazzo e l’antico splendore di Mestre: viaggio nella memoria, “Il Gazzettino”, 24 ottobre 2025, che parla di “piccola Versailles”, e scrive che il progetto “mira non solo a recuperare la memoria della vita culturale mestrina del Settecento, ma anche a restituire l’orgoglio a una città violentata dalla speculazione edilizia del dopoguerra”.

[12] Angelo Dolce, Mestre all’interno del sistema difensivo veneziano, “Pro loco Mestre Magazine”, I, 3, 2019, p. 8 (“una piccola Versailles scrisse lo stesso commediografo [Goldoni] in una commedia”).

[13] Michele Boato ricorda il passo di Goldoni (“Versailles in piccolo”) ricevendo il premio Argav 2019 l’11 dicembre 2019.

[14] Gianfranco Vergani, Mestre, il verde ed i suoi parchi, “Il Nuovo Terraglio”, 20 settembre 2020; la pagina facebook del Comune di Venezia, che illustra ville e parchi da visitare in città, si apre con la frase: «“Una piccola Versailles”: è questa la definizione che a fine Settecento Goldoni dà di Mestre»; siti turistici con consigli di itinerari urbani.

[15] Nicole Casagrande, Alla scoperta di Mestre in bicicletta, “Il Nuovo Terraglio”, 28 settembre 2020 scrive: «“Una piccola Versailles”: proprio così fu definita la città di Mestre da Carlo Goldoni sul finire del Settecento».

[16] Francesco “Chico” Brunello, Il verde, nonostante…, “Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre”, n. 42 (maggio-agosto 2021), pp. 8-9 rende conto dell’attività dell’associazione “Amico albero” per la salvaguardia di alberi e giardini a Mestre, città «chiamata dal Goldoni “una piccola Versailles”».

[17] L’interrogazione del Gruppo Consiliare del PD 7 maggio 2022 (firmata da Paolo Ticozzi, Monica Sambo, Alessandro Baglioni, Alberto Fantuzzo, Giuseppe Saccà, Emanuela Zanatta), “Risarciamo Mestre dalla perdita di Parco Ponci con un parco nell’area delle ex serre vicino al cimitero di Mestre”, ricorda tra altre cose il fatto che “la città di Mestre sul finire del Settecento veniva descritta da Carlo Goldoni come una piccola Versailles” (disponibile online).

[18] La prima di una serie di nove visite guidate, in bicicletta, promosse nei mesi di settembre-ottobre 2025 dall’associazione ABC-Ambiente Bene Comune (“Mestre in bici-Storia di una grande città”), aveva per titolo Mestre “piccola Versailles”… e tanto altro (il programma disponibile online).

[19] Carlo Goldoni, La cameriera brillante, a cura di Carlo Cuppone, introduzione di Paolo Puppa, Marsilio, Venezia 2002, pp. 115-116.

[20] Carlo Goldoni, Memorie, III, Giuseppe Antonelli, Venezia 1830, p. 123.

[21] G.P., Progetto per l’erezione di un gran ponte congiuntivo Venezia con la terraferma, Tipografia Giuseppe Picotti, Venezia 1830, p. 14.

[22] Si veda www.discoverymestre.com/il-teatro-balbi-di-mestre/.

[23] Rimando all’edizione Carlo Goldoni, Le smanie per la villeggiatura, in Opere, a cura di Gianfranco Folena, Mursia, Milano 1969, “L’Autore a chi legge”.

[24] Le ville venete cit., p. 328.

[25] Piero Bergamo, Presentazione, in Luigi Brunello, Mestre cit., disponibile online.

[26] Piero Brunello, Una gondola a Feltre (2021), in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna-Verona 2022, pp. 195-209.

[27] Rinvio all’incipit della mia relazione introduttiva al primo convegno promosso da storiAmestre e MCE a Mestre nel marzo 1988: “Avessimo nella nostra città insigni monumenti, vetuste opere architettoniche, rovine imponenti e resti di un nobile passato, o potessimo vantare antenati illustri e fatti d’arme di cui andar fieri, non sarebbe forse difficile ricamarci sopra una storia, più o meno mitica, più o meno critica, con tanto di stemmi, genealogie, progenitori rispettabili, e infine un posticino nel Pantheon nazionale, dai Romani al Risorgimento con una appendice resistenziale, passando naturalmente – e col debito rispetto – per il paterno dominio della Serenissima. Ma così, venendo da agglomerati di cemento che la maggior parte di noi ricorda tirati su alla meno peggio da cantieri edili che schizzavano da un punto all’altro di un territorio, agricolo o coperto di canneti, che cosa siamo venuti a raccontarci?” (Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre. Atti del convegno Sala del Consiglio di Quartiere Carpenedo Bissuola Mestre 25-27 marzo 1988, Arsenale, Venezia 1990, p. 13). Nella Presentazione agli Atti, Domenico Canciani delineava i compiti civici, didattici e storiografici che derivavano da “una estraneità”, “una separatezza” dei quartieri dal centro città (pp. 9-12). I rapporti tra centro-Mestre, ex comuni autonomi e periferie sono al centro del volume Associazione storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova Dimensione, Portogruaro 1990 (nello stemma di Mestre c’è l’acronimo MF, cioè “Mestre Fidelissima”, s’intende a Venezia). A distanza di tempo sarebbe interessante analizzare le vicende e gli esiti di queste prospettive civiche e storiografiche.

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A conduzione femminile

11/11/2025 Margherita Borsoi // Letture

Una giovane laureata in storia, con esperienze di lavoro stagionale sulla costa adriatica, legge la ricerca che una coetanea, con analoghe esperienze di lavoro stagionale, ha svolto sulla gestione e il lavoro nelle pensioni nel riminese dagli anni Ottanta a oggi.

Dall’esperienza alla ricerca

Zoe Battagliarin è nata a Rimini nel 1997. Come spiega nell’introduzione della sua ricerca sul lavoro delle donne negli alberghi del riminese dagli anni Ottanta a oggi, pubblicata nel 2025 (A ognuna la sua stagione. Il lavoro delle donne negli alberghi a gestione familiare del riminese dagli anni Ottanta a oggi, Editpress, Firenze, 236 p.), ciò che l’ha avvicinata a indagare il funzionamento delle dinamiche stagionali dai punti di vista lavorativo e storico è stata la sua esperienza di dipendente presso una struttura alberghiera della città. L’osservazione attenta degli stati d’animo dei colleghi e di licenziamenti avvenuti durante il periodo estivo le hanno fatto sorgere delle domande sulla stagione e su tutti i problemi che essa comporta. Il rapporto tra imprenditore e dipendente è sempre equivalso a quello di sfruttatore e sfruttato, com’è oggi nella maggior parte dei casi? Perché i dipendenti accettano di lavorare a determinate condizioni usuranti? Essi sono coscienti delle tutele che spetterebbero loro per legge? E ancora, facendo dei passi indietro: quali sono state le basi per la costruzione del divertimentificio che Rimini diventò dagli anni Ottanta? Che ripercussione ebbe questo sistema industriale di fruizione della spiaggia sull’ambiente e sulle occupazioni degli abitanti? Da quando l’offerta di manodopera stagionale a basso costo ha superato la domanda di posizioni lavorative nel territorio? Questi gli interrogativi e gli spunti critici alla base del lavoro di ricerca svolto tra il 2021 e il 2022.

Alle fonti scritte che analizza per la ricostruzione storica del turismo, delle trasformazioni sociali e del lavoro a Rimini dalla fine del XIX secolo a oggi, l’autrice affianca fonti orali raccolte per mettere a fuoco soggettività e percezioni personali.

Il taglio che viene dato alla ricerca è sia generazionale sia di genere. Gli intervistati e le intervistate hanno operato nel territorio tra gli anni Ottanta e gli anni dieci del Duemila, ma appartengono a generazioni differenti, e confrontando le loro risposte emergono diversi modi di intendere il lavoro. Dopo un capitolo introduttivo sul turismo e il lavoro a Rimini, le testimonianze sono raggruppate in base al lavoro svolto: al capitolo in cui vengono presentate le albergatrici segue quello dedicato alle dipendenti, per poi concludere con le voci della contro-narrazione sindacale.

A gestione familiare significa a gestione femminile

Le albergatrici intervistate muovono i primi passi delle auto-narrazioni a partire dai ricordi d’infanzia: da piccole vedevano i genitori adoperarsi nello sviluppo embrionale del turismo nel momento in cui, per i mesi estivi, si trasferivano dalla campagna alla riviera o, se la loro abitazione era adiacente alla costa, “dal piano di sopra al piano di sotto”. Carla, che dal 1984 gestisce assieme al marito la pensione avviata dai genitori, racconta che negli anni Cinquanta il padre muratore costruì la villettina liberty che fu il nucleo originario dell’albergo; ai primi di maggio lei e la famiglia si trasferivano nello scantinato e i genitori affittavano le camere dove vivevano usualmente d’inverno. Inizialmente, il mestiere di albergatori si poteva definire “artigiano”: Carla ricorda la mamma che cuciva federe, lenzuola, e tovaglie, per poi passare ai rattoppi dei materassi a fine stagione.

Elena, nata a Rimini nel 1966 e cresciuta nella pensione gestita dalla madre (a cui si affiancò dal 1985), ricorda in particolare l’insistenza della nonna nel mangiare “tutti seduti per bene e tutti insieme”, albergatori e dipendenti, come se si fosse in una famiglia. A opporsi a questa immagine di un lavoro sostenibile, quasi lento e piacevole, che rispetta ritmi biologici e fisiologici dei dipendenti, irrompe il ricordo di Renata, cuoca nella pensione di proprietà della famiglia dal 1962, che racconta «che mangiavamo in cucina, non c’era la sala del personale. Mio marito, per esempio, gli apparecchiavo un tavolo nella sala, perché magari quando uno andava via glielo apparecchiavi e sparecchiavi così. Noi mangiavamo con un piatto in mano lì vicino al bidone dell’immondizia» (p. 57). L’aneddoto torna alla memoria di Renata quando Zoe le chiede se le dipendenti fossero entusiaste del loro lavoro: l’intervistata risponde dicendo che una donna che lavorò per un paio d’anni alla pensione durante una telefonata ricordò quasi piacevolmente quelle “cene sul bidone” e dunque afferma che «questa grande avventura del turismo è stata vissuta con uno spirito molto gioioso».

A leggere queste interviste, in realtà emerge lo spirito di sacrificio con cui gli albergatori vissero i primi anni delle piccole imprese. L’orgoglio che deriva dal sacrificio pareggia la fatica fisica delle ore di lavoro giornaliere e, naturalmente, ripaga dal punto di vista economico. Ritrovo questo sentimento nelle parole di Stefania, lavoratrice stagionale slovena arrivata in Italia nel 1994 per lavorare come cameriera di sala in una pensione di Cervia, che afferma: «I proprietari della pensione facevano parte della prima generazione del dopoguerra. Quindi benessere a mille ma ancora non meritato, ancora devi lavorare tanto. […] Era naturale così, normale. […] Diventavi ricco perché eri tirchio. […] Risparmio, attenzione, ciclicità, rispetto. Tirchi, non si spendeva nulla. Io non so neanche se hanno mai viaggiato» (p. 121). Naturalmente, seguendo l’esempio dei genitori, non è raro che questa forma mentis venisse trasmessa ai figli futuri imprenditori. «Andavo a letto alle due, una e mezza. Ma non mi pesava. Perché era come entrare in una routine che te anche se non ti suona la sveglia alle sei e venti eri già sveglia, capito? Perché dopo sapevi che dovevi cuocere le brioches, fare qui fare là. Così dai» (p. 88) racconta Paola, che ancora oggi gestisce la pensione costruita dai genitori nel 1963. Il clima familiare che vigeva nelle pensioni nei rapporti interpersonali tra datori di lavoro e dipendenti rivelò per questo motivo un’altra faccia della medaglia: i proprietari, per cui era normale lavorare quindici ore al giorno, si aspettavano la stessa disposizione al sacrificio da parte dei dipendenti (p. 121). Mirco Pretelli, membro della Gioventù operaia cristiana (Gioc) negli anni Novanta, racconta che alcuni membri dell’associazione affiancarono i giovani durante il periodo estivo cercando di costruire uno spazio sicuro e di ascolto sulle esperienze che stavano vivendo, in modo da portare alla luce l’alienazione dal mondo cui erano soggetti a causa degli orari di lavoro e delle giornate passate interamente nelle strutture alberghiere (definita anche sequestro occupazionale) (p. 176). L’obiettivo della Gioc era responsabilizzare i giovani a porsi come agenti del cambiamento nelle proprie vite, prendendo a modello il Vangelo; calato nella realtà stagionale, questo proposito significò far comprendere ai ragazzi che l’attività stagionale non fosse un prezzo da pagare per accedere al mondo del lavoro (p. 172), e nemmeno una realtà franca in cui regole sanitarie e diritti dei lavoratori venissero ignorati: «I giovani vivevano una situazione in balìa dei titolari di lavoro. Erano totalmente in balìa. Quindi risultava anche un’esperienza traumatica per un giovane che andava… In balìa di titolari nevrotici e ansiosi. C’era il modo di dire che tu facevi parte della famiglia, ma questo era anche un modo per sfruttarti in termini economici e per sentirsi liberi di poter scaricare la profonda frustrazione sul giovane» (p. 213).

Dalle parole di Renata citate sopra – dalla sua descrizione della cena servita al marito comodamente seduto a tavola in contrapposizione al pasto consumato, in piedi e in fretta, dalle cuoche –, l’autrice prende spunto per sottolineare la dimensione di genere. Su ventinove intervistati, venti sono donne, e anche all’interno delle loro narrazioni lo spazio che dedicano a mariti o altre figure maschili è limitato, a conferma del fatto che la gestione delle pensioni ricadesse principalmente sulle donne. Gli accenni che le intervistate fanno ai mariti sono fugaci, e rispondono alle domande di Zoe su che ruolo avessero i loro compagni nell’affiancarle o meno nelle attività: «Mio marito lavorava nell’Enel e smetteva alle cinque. E quando smetteva veniva lì a dare una mano, perché noi alla fine dormivamo lì, capito?»; «Mio marito lavorava fuori, intratteneva i clienti la sera. Andavano a ballare assieme, gli raccontava le barzellette… se no bevevano insieme. Lui ha sempre avuto il suo lavoro» (p. 56). Le donne, dunque, furono le vere protagoniste della transizione turistica riminese, e l’attività stagionale permise a molte di loro, già a partire dagli anni Cinquanta, non solo di entrare nel mondo del lavoro, ma di farlo in maniera indipendente, in un periodo in cui in Italia tanta parte delle occupate, provenienti soprattutto dalle campagne, lasciava il lavoro per la casa. Come riassume l’autrice, fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta la conseguenza dell’allontanamento delle figure maschili dalle pensioni fu un aumento del carico di lavoro femminile legato alla parte gestionale, che andava ad associarsi al lavoro di cura nei confronti dei figli degli anziani e degli stessi mariti (p. 57).

Reclutare manodopera

Le prime lavoratrici delle pensioni venivano reclutate nei territori limitrofi del Riminese: tramite passaparola veniva chiesto a ragazze che ancora andavano a scuola se volessero dare una mano nelle pensioni durante i mesi di vacanza. Anche dalle modalità di reclutamento di cui parlano le intervistate emerge come il senso di famiglia che si creava all’interno delle strutture facesse passare in secondo piano lo scopo del guadagno e fosse percepito dalle giovani come esperienza di formazione ripagata a sufficienza dal vitto e alloggio che veniva loro fornito. «Erano contente alla fine della stagione, perché avevano lasciato situazioni di campagna. Pesanti anche là. Perché vangare la terra è bassa anche per loro. Quindi erano molto felici. Ce n’era una che diceva: “ah io non andrei mai via, sto così bene! La sera ci facciamo la passeggiata…” Quindi venivano da situazioni non dico arretrare, ma comunque… erano soddisfattissime» (p. 75) dice Carla. La motivazione per cui Lisetta, classe 1942, fece la sua prima stagione a Rimini all’età di quattordici anni fu il desiderio di comprarsi la bicicletta: «la mia mamma voleva che io cucissi e il mio lavoro era il cucito. […] volevo la bicicletta e cucire quella volta non ti pagavano. Non ti davano neanche una lira. Beh, i miei la bicicletta non me la potevano comprare. “Vuoi la bicicletta? Vai a lavorar alla pensione. Vai giù e vai a trovare il lavoro”. Sono andata alla pensione Lella. Sono diventata donna in quella pensione, che non avevo ancora quattordici anni. Non sapevo neanche che cos’era diventare donna. Quindi ho fatto sta pensione; per tre mesi ho preso novemila lire al mese e la mia mamma mi ha comprato la bicicletta a rate da Semprini» (p. 96). Un’altra lavoratrice, Stefania, sopracitata, ammette che uscire, andare a lavorare in albergo e vedere altre persone durante la giornata fu un sollievo per lei rispetto al lavoro di casalinga, dal momento che «avere due figli dalla mattina alla sera con te è pesante» (p. 142). L’autrice, con le sue domande, insiste sull’aspetto della conciliazione tra maternità e lavoro, da cui emergono trattamenti differenti da parte degli imprenditori nei confronti delle madri: Stefania racconta di aver lavorato undici anni per lo stesso hotel, e alla prima stagione ha ricevuto l’aiuto della madre nell’accudimento dei due figli piccoli, mentre lei faceva turni di dodici ore al giorno; l’anno dopo, essendo quell’orario di lavoro insostenibile fisicamente, chiese un part-time al suo responsabile, che inizialmente non la assunse a causa dei vincoli che gli poneva. Dopo un mese venne ricontattata e assunta con orario 7.00-15.00, ma, afferma, «ero l’unica in albergo privilegiata con questo orario qua» (p. 140). La concessione di un orario più “umano” viene vissuto come un privilegio; la stessa gratitudine la mostra Lisetta alla sua datrice quando quest’ultima le permette di portare in hotel il bambino di sei anni, dal momento che «lei sapeva che non stavo dietro al figlio, che non mi faceva arrabbiare» (ibidem).

Il lavoro in albergo venne vissuto dalle più giovani come esperienza formativa «Noi perché venivamo dal niente abbiamo imparato tutti i mestieri» (p. 137): Evidea a vent’anni affiancò nel fare le camere Argentina, ottantacinquenne, che le insegnò a stendere i panni; Sara imparò dalla proprietaria più anziana a evitare le fatiche o gli spostamenti inutili prevedendo i compiti da svolgere e giostrando gli spostamenti tra i piani in base alla necessità, dato che «chi non ha testa ha gambe e quando arrivi alla sera le gambe sono le tue. Quindi non girare mai a vuoto» (p. 135).

«Mia nonna era una che… noi non dicevamo neanche niente, ma mia nonna era una tosta. Perché poveretta l’aveva fatto lei l’albergo, aveva fatto una fatica che mai e quindi non passava niente. Li sgridava eh, non è che… Eppure loro tornavano sempre. Quindi comunque evidentemente si creava un rapporto di collaborazione, di fiducia… anche di rispetto» (p. 73). Una frase ripetuta spesso dalle albergatrici nelle interviste è che le dipendenti, nonostante lavorassero molto, «alla fine volevano sempre tornare» (p. 69). L’insistenza su questo aspetto sembra eludere la differenza tra il desiderio di tornare in un certo ambiente di lavoro e la necessità di farlo da parte delle lavoratrici, limitandosi ad affermare il dato di fatto – il loro ritorno di anno in anno – e a dedurne dunque la corretta funzionalità del sistema. Zoe chiede a Carla se la sua soddisfazione da albergatrice la riscontrasse anche nei dipendenti, e la risposta dell’intervistata è positiva, ma con una precisazione: «Fino a un certo punto sì. Fino a che avevamo il personale della zona» (p. 75). Come accennavo in precedenza, inizialmente il reclutamento della manodopera in campagna avveniva tramite la figura delle mediatrici, signore – spesso amiche dei proprietari delle pensioni – che nei paesini cercavano ragazze da portare al lavoro al mare. «Se eri una ragazza di bella presenza insomma era fatta. La signora che aveva fatto da mediatrice, cioè che aveva portato la proprietaria presso quella famiglia piuttosto che quell’altra, sicuramente si prendeva qualcosa, veniva pagata. Comunque mi ricordo che è venuta a casa e praticamente abbiam fatto il contratto a voce» (p. 100), ricorda Sara nel raccontare della sua prima esperienza stagionale nell’estate 1993 (quando aveva 16 anni). L’autrice ritiene probabile che gli albergatori proponessero alle ragazze delle paghe basse sapendole alla loro prima esperienza, e che in questo modo rientrassero ampiamente della spesa del mediatore. Fu in questo contesto che dagli anni Ottanta già molti imprenditori decisero di reclutare manodopera a basso prezzo lontano dalla Romagna, facendo degenerare il fenomeno dell’intermediazione in vero e proprio caporalato e in strumento di controllo padronale sull’economia del settore. Questo accadde negli anni Ottanta e Novanta in alcune zone del Meridione e della Sardegna e successivamente nel Duemila nei paesi dell’Est e specialmente in Romania (p. 102). Alla diffidenza nei confronti dei lavoratori stranieri si aggiunse poi il distacco ulteriore conseguente al loro reclutamento da parte delle agenzie interinali, per cui il personale non venne più percepito come «parte della famiglia».

Rapporti sul lavoro

Un esempio lampante di ciò è il diverso modo di percepire la propositività dei dipendenti da parte delle albergatrici: mentre delle corregionali vengono sottolineate la cura, anche non pretesa, degli spazi comuni delle pensioni («“Quest’altr’anno facciamo così eh signora” Erano loro che me lo dicevano “Quest’altr’anno cambiamo le tovaglie eh”», p. 75; «Io mi son messa lì dentro, gli ho ravvivato la hall, l’albergo. Io lì sono diventata di casa», p. 119), per le lavoratrici straniere le stesse prese d’iniziativa sono viste come maliziose congetture per ingraziarsi i padroni. Dice Carla: «Gli stranieri li ho dovuti istruire. C’era anche il problema della lingua. Eravamo anche noi impreparati alla diversità del personale straniero. Noi cercavamo: fai la cameriera? Fai la cameriera. Queste invece quando c’erano i vuoti dicevano: “cosa facciamo?”. Perché venivano presto, […] e quindi via, volevano pitturare. Una un giorno arrivo, era là che pitturava. Si era fatta prendere la vernice era là che pitturava. Ma dico “cosa fai?”. […] Questo era agli inizi, Perché loro avevano chissà… c’erano gli intermediari con i rumeni […] e quindi fra loro si parlavano si dicevano, ipotesi mie, “devi andare là, devi farti vedere che…” Addirittura arrivavano che mi portavano dei regali. Loro ti portavano le cose loro, i centrini… […] a me non va bene che loro mi regalino delle cose» (p. 78). All’opposto, anche una stretta osservanza del proprio orario di lavoro senza ulteriori concessioni di tempo viene giudicata negativamente. Paola riguardo ai dipendenti racconta di aver «sempre avuto un rapporto di famiglia con queste persone, tanto è vero che quando finivamo il servizio mangiavamo tutti assieme. Ultimamente con queste straniere, con queste persone straniere, perché io avevo tutte straniere, non gli interessava niente. Una volta questa qui, la Olga, mi ha detto: «ah ma io posso andare anche a casa quando ho finito il mio lavoro, cosa devo stare qui a guardare le vostre facce?» (p. 79).

A fare da contraltare al punto di vista padronale, l’autrice espone le esperienze di cinque lavoratrici provenienti da Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia, e Russia. Dora, che nel 2006 si trasferì da Szèkesfehèrvàr a Rimini per un progetto di volontariato, per un paio d’anni durante l’università lavorò come receptionist e cameriera in un piccolo albergo. «Avevo l’impressione che la titolare che gestiva l’albergo… rispetto a noi si sentisse di serie A e noi lavoratori, che eravamo comunque […] quasi tutti stranieri, un po’ serie B. Io avevo proprio di continuo questa impressione che dovevo sentirmi inferiore rispetto a lei […] perché io vengo da un altro paese. E lei questa cosa ha detto una volta espressamente, me la ricordo tantissimo: è che noi andiamo bene perché lei ci paga poco. Voi siete… sì lavorate, siete brave, però siete…» (p. 125). Dall’intervistata a Dora emerge poi il fatto che fosse frequente la pratica di trattenere i passaporti dei dipendenti, una volta arrivati in Italia, in modo che non potessero di punto in bianco tornare al paese di provenienza rischiando di lasciare senza manodopera i gestori degli alberghi. Ma questo non è l’unico escamotage messo in atto dagli albergatori: per svincolarsi dai controlli dell’Ispettorato del lavoro, per esempio, istruivano i dipendenti su come comportarsi o cosa dire in caso di un’ispezione. Ad alcuni lavoratori non in regola veniva ordinato di nascondersi, «se veniva qualche controllo dall’Inps il capo ti avvisava di andare alla gelateria» (p. 116), gli altri spesso erano provvisti di un bigliettino in cui «c’era scritto il nome del tuo contratto, che giorno libero hai per restare a casa e quante ore fai al giorno, alle-alle. Questo bigliettino avevi con te per non dimenticarti se dovessero venire a fare delle domande. In questo sono molto organizzati» (p. 114).

Difendere chi lavora

Nel 2008 partì allora un’indagine da parte dell’associazione Rumori Sinistri attraverso l’incontro con le lavoratrici stagionali: durante i mercati settimanali venivano distribuiti volantini scritti in rumeno con i contatti cui rivolgersi in caso di bisogno e un vademecum in cui venivano specificati i diritti riguardanti i contratti di lavoro. Oltre a Rumori Sinistri, alcuni rappresentanti dei sindacati Filcams Cgil e Adl Cobas, della Gioventù Operaia Cristiana e del Comitato Schiavi in Riviera si uniscono alla contro-narrazione sul turismo riminese ricordando il loro operato nel territorio in difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori.

Mariano Arenella, che dal 1995 al 2002 lavorò come bagnino di terra e di salvataggio a Rimini, a partire dal 2008 fondò, assieme a un paio di colleghi, il Comitato Schiavi in Riviera. Il loro obbiettivo era quello di riunire concretamente giovani e persone che condividevano l’esperienza stagionale in modo da creare una rete solidale e informativa sui diritti di ciascuno. Il primo modo con cui il Comitato si fece conoscere fu un blog in cui gli utenti potevano segnalare anonimamente situazioni di disagio provate nell’ambiente lavorativo; al concretizzarsi della richiesta d’aiuto il Comitato sarebbe intervenuto in ascolto. Di forte impatto sull’utenza della riviera fu anche la campagna di comunicazione tramite l’affissione di manifesti provocatori con su scritto “Cercasi schiavo”. «La cosa che mi stupiva era che nessuno sapesse in realtà quelli che erano i loro diritti, nessuno. Anzi, pensavano tutti di dover ringraziare e di essere trattati bene, quando in realtà le paghe che percepivano erano più basse di quelle che avrebbero dovuto percepire col giorno libero e con otto ore a settimana» (p. 178) dichiara Arenella. È interessante notare che, a distanza di tempo, anche i lavoratori ammettano la propria ingenuità a ripensare a quanto fossero remissivi da giovani, e spesso si colpevolizzino di ciò: «quella volta ero così ingenua che non chiedevo niente, capito? Io non ero neanche consapevole del fatto che io ero in regola solo per tre ore al giorno. Ingenua, un po’ ignorante, nessuno me l’ha spiegato» (p. 110); «Adesso rido che ero stupida» (p. 116); «[riferendosi alla richiesta dell’indennità di disoccupazione] non ero così intelligente da fare sta cosa» (p. 108). Una svolta per quanto riguarda la conoscenza e l’iscrizione al sindacato da parte dei lavoratori fu proprio l’introduzione dell’indennità di disoccupazione, dal momento che per fare domanda essi dovevano rivolgersi a un sindacato o a un patronato. Mauro Rossi, segretario Filcams, spiega: «Noi coglievamo quell’occasione, uno, per iscrivere il lavoratore, due, perché gli dicevamo: “ma sei sicuro di aver preso tutti i soldi? Perché guarda che qui a Rimini ti può andare bene ma ti può anche andare male”. […] Facevamo tutti gli anni la chiamata a questi lavoratori, gli davamo il calendario segna ore e tutto quello che gli poteva servire per tenere giorno per giorno segnato le note. […] Nell’ottanta per cento dei casi i conti non tornavano» (p. 158). Ci furono dei tentativi da parte dei sindacati di organizzare degli scioperi, ma la dispersione dei lavoratori in centinaia di alberghi differenti ostacolò questa pratica di lotta. Gabriele Guglielmi, che è stato coordinatore delle politiche globali della Filcams nazionale, ricorda un elemento originale di rivendicazione di turno di riposo imposto dalle cuoche: il piatto freddo. La figura della cuga, la cuoca, esprimeva il massimo della professionalità ed era quella più ricercata, dal momento che quello riminese fu anche un turismo culinario che fidelizzò gli ospiti provenienti da Germania e Austria. Alcune di esse per poter avere almeno una mezza giornata di riposo imposero «che il giovedì e la domenica a cena non si cucinava, ma in tutte le pensioni veniva servito il piatto freddo, che praticamente erano gli affettati, salumi, fontina e poco più. Questo consentiva alle cuoche, sottocuoche e quant’altro di non essere in cucina almeno per la mezza giornata. Noi [i membri della Filcams] questa cosa la usammo strumentalmente […] e nel volantino scrivevamo: “cari turisti, voi rientrerete a casa di domenica, scusateci se sull’autostrada, negli autogrill, non potrete prendere il caffè perché sono in sciopero. Anche per coloro che invece rimarranno nelle nostre pensioni ci sarà un disagio perché al massimo, però noi ve lo garantiamo perché il nostro sciopero non è contro i turisti, vi daremo il piatto freddo”» (p. 153).

Malattie professionali

Nelle interviste presentate nel capitolo finale sulla «contro-narrazione», l’autrice fa emergere anche la questione degli effetti provocati nel tempo da danni fisici e psicologici accusati dai lavoratori stagionali. Proprio in merito alle cuoche un’infermiera dell’ospedale di Rimini scoperchia il “vaso di Pandora” di problemi sottaciuti e malattie professionali non riconosciute, affermando che era la norma che tra fine settembre e inizio ottobre il trenta percento delle pazienti ricoverate al reparto di medicina venissero dal mondo alberghiero: «la maggior parte erano cuoche, con diagnosi di entrata di lipotimia dndd [ovvero di natura non determinata], che significa svenimento, oppure stress e depressione, astenia dndd, quindi un senso profondo di stanchezza. Dormivano tutto il giorno. Dormivano notte e giorno e dopo una settimana dieci giorni gli esami erano negativi, meglio così per loro, e andavano a casa guarite. Questo fa pensare a una stagione fine anni Settanta e anni Ottanta, dove spesso la cuoca era la moglie dell’albergatore e quindi no riposi, no pause, no cambi. Erano gli anni belli della Riviera, quindi la stagione era piena […] Però quello che mi ha sempre colpito è che alla fine erano contente, cosa che non vedo oggi, trent’anni dopo, le persone che hanno fatto la stagione non li vedi contente» (p. 209).

Iniziare a fare in un altro modo?

Quelli segnalati dalla ricerca sono solo alcuni dei nodi che vengono al pettine del lavoro stagionale, e sebbene vadano situati, temporalmente e di volta in volta, in decenni differenti, è innegabile che problemi di manodopera sottopagata, diritti dei lavoratori “sospesi” durante il periodo estivo e pregiudizi nei confronti del personale straniero persistano ancora oggi in molte località balneari. Per quanto ancora sarà sostenibile questo modello turistico? Riporto di seguito le parole di Arenella sulla necessità di costruire delle alternative: «Il “si è sempre fatto così” è l’inizio della fine. È la morte. Se si è sempre fatto così allora forse è un buon motivo per iniziare a fare in un altro modo. Piuttosto che vantarsi perché creano lavoro [gli imprenditori stagionali], secondo me dovrebbero iniziare a mettersi davanti a uno specchio. Che è quello che volevamo fare noi [Comitato Schiavi in Riviera], offrire uno specchio» (p. 182).

Nota. Zoe Battagliarin si è laureata nel 2023 in Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La sua tesi ha ricevuto il premio per ricerche inedite di storia orale assegnato dall’Associazione Italiana di Storia Orale nel 2024, che ha previsto anche un sostegno alla pubblicazione.

L’immagine di copertina è stata creata da Elena Iorio con chatgpt.

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Manifestazioni sul Ponte della Libertà

28/10/2025 Piero Brunello // Storiografia

Il blocco del Ponte della Libertà da parte di circa 25mila persone il 3 ottobre 2025 in prospettiva storica e comparativa: confini mentali, memoria culturale, riti metropolitani e globali. Appunti per una ricerca.

Il blocco del ponte automobilistico che unisce Venezia alla terraferma durante la manifestazione del 3 ottobre 2025, che abbiamo documentato in queste pagine, suggerisce una ricerca sul Ponte della libertà come luogo di manifestazioni. Ci sono stati altri blocchi nel passato? da parte di chi? con quali obiettivi?

Appunti preliminari per una possibile ricerca

1. Cronache e storiografia. Maggiori manifestazioni operaie degli anni Cinquanta-Sessanta:

a. 14 marzo 1950, volantinaggio davanti ai cantieri Breda, la polizia spara, sassaiola in risposta; il giorno dopo sciopero generale, con manifestazione in Piazza San Marco (canzone di Gualtiero Bertelli, La Breda)[1].

b. 1 agosto 1968, dopo un primo blocco del cavalcavia di Mestre e di quello di san Giuliano, gli operai occupano i binari della stazione di Mestre (canzone di Gualtiero Bertelli, Primo d’agosto Mestre ’68)[2].

c. 3-5 agosto 1970, in via Fratelli Bandiera, scontri tra Celere e operai delle imprese di Porto Marghera aiutati da abitanti di Ca’ Emiliani, barricate, picchetti davanti alle fabbriche[3].

Questi esempi portano a pensare che nel repertorio delle manifestazioni operaie, nel periodo di massimo sviluppo di Porto Marghera, il blocco del Ponte della Libertà non fosse previsto, nemmeno quando i cortei erano così imponenti da poter sfidare i divieti della polizia.

2. Ricordi personali: 30 settembre 1974. Una manifestazione di circa duecento abitanti del Villaggio San Marco, dopo una serie di agitazioni per avere una scuola materna pubblica in quartiere (l’unica era tenuta dalle suore), blocca il Ponte della Libertà, per raggiungere poi il Municipio di Venezia.

3. Ricerche online, sapendo che si possono ricavare dati solo da cronache recenti (15-20 anni):

a. 18 novembre 2009, mattina. Corteo operaio dell’Alcoa promosso dalla Fiom-Cgil provinciale contro i licenziamenti (3000 per la Questura, 8mila per gli organizzatori) da via Righi a Venezia; blocco del ponte in vista di un incontro in Prefettura; informata in anticipo, la polizia municipale di Venezia chiude al traffico il ponte dalle 9 alle 10,30[4].

b. 10 dicembre 2012. Corteo di lavoratori dell’azienda Pilkington di Porto Marghera blocca il ponte per circa quattro ore, in previsione della partecipazione a un Consiglio comunale a Mestre sulla sorte della fabbrica a rischio di chiusura[5].

c. 27 marzo 2021. Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, provenienti dal Tronchetto (300 secondo il Gazzettino) bloccano il ponte per circa 15 minuti, lanciando “slogan d’accusa verso i settori dello Stato che hanno ‘dimenticato’ i lavoratori dello spettacolo”[6].

d. 23 aprile 2021. Manifestazione indetta dal Sindacato Generale di Base dell’ACTV, blocco del ponte all’altezza della deviazione per il Tronchetto, la Digos identifica una ventina di lavoratori, minacciate denunce per manifestazione non autorizzata e possibili sanzioni da mille a quattromila euro[7].

e. 14 dicembre 2022. Sei attivisti di Ultima Generazione bloccano per circa venti-trenta minuti il Ponte della Libertà, fino all’arrivo della polizia; striscione: “Ultima generazione unisciti a noi”[8]. (Ultima Generazione è un movimento che conduce azioni di protesta eclatanti contro i cambiamenti climatici).

4. Tenere presente gli elementi del paesaggio. Il Ponte della Libertà, che corre a fianco di quello ferroviario, è lungo un po’ meno di quattro chilometri. «La segnalazione “Venezia” – ha osservato Luca Pes – non compare all’altezza del confine comunale, ma all’imboccatura del ponte della Libertà»[9]. A metà ponte una piazzola con una colonna e i cannoni puntati verso la terraferma ricorda la resistenza di Venezia all’esercito austriaco nel 1848-49. Sulla destra verso Venezia (laguna sud) si vedono le fabbriche della Prima Zona Industriale; a sinistra (laguna nord) si vedono atterrare gli aerei all’aeroporto Marco Polo.

Prime ipotesi di ricerca

1. Dal 1950 agli anni Settanta, i luoghi presidiati dai cortei operai che provengono da Porto Marghera sono i confini della zona industriale: il cavalcavia e la stazione di Mestre, che dividono Mestre dalle fabbriche; via Fratelli Bandiera che corre tra gli stabilimenti e la città di Marghera (oltre a essere contigua al territorio solidale di Ca’ Emiliani); a volte il cavalcavia di San Giuliano alla fine di via Righi, la strada cioè che costeggia la prima zona industriale. Il presidio dei confini vuole significare che la forza operaia sta nelle fabbriche, che il conflitto sociale e politico avviene nei luoghi di lavoro[10].

Nel 1950 un grande corteo operaio si chiude in piazza San Marco a Venezia, città ancora sede delle associazioni operaie (a cominciare dalla Camera del Lavoro), e retta da una giunta social-comunista, con sindaco Giobatta Gianquinto. Dopo di allora i cortei operai attraversano Mestre, che in trent’anni passa da circa 60mila a quasi 180mila abitanti, per chiudersi con un comizio in piazza Ferretto. I cortei che sfilano per corso del Popolo e si chiudono in centro non sono una sfida, ma ribadiscono che Mestre (come prima lo era stata Venezia) è una città operaia.

2. A partire dagli anni Settanta il presidio del ponte avviene in nome non dell’antagonismo di classe, ma dei diritti di cittadinanza; chi manifesta non avanza rivendicazioni in quanto lavoratore/lavoratrice, ma in quanto cittadino/cittadina (di un Comune, di una Regione, di uno Stato).

Blocchi operai del ponte non sono mancati negli anni Duemila, ma sono avvenuti in un territorio deindustrializzato, e quando ormai Venezia e Mestre vedono nella zona industriale un attacco alla salute e all’ambiente. I cortei operai non si rivolgono alla città, e neppure si svolgono in città, ma chiedono ascolto presso le autorità, in una trattativa con la Prefettura (Alcoa, 2009), o per spingere Comune e Regione a prendere posizione (Pilkington, 2012). Striscioni di manifestanti della Pilkington davanti il municipio di Mestre dopo il blocco del ponte della Libertà: “Orsoni – Zaia / 175 famiglie / rovinate e voi / silenzio…”, e: “Istituzioni / politici – fate / qualcosa”[11]; gli slogan dei Lavoratori dello spettacolo che una decina di anni dopo hanno bloccato il ponte accusano “i settori dello Stato” che li hanno dimenticati.

L’unico blocco del ponte che ricorda i cortei operai è quello attuato nel 2021 dal sindacato di base dell’Actv: ma in questo caso il Ponte della Libertà non è quello che divide/unisce Venezia e Mestre, ma il confine che delimita il luogo di lavoro (concentrazione a piazzale Roma di uffici, capolinea di autobus, tram, mezzi di navigazione).

3. Il blocco del Ponte della Libertà del 3 ottobre 2025 si volge in uno scenario mondiale. Manifestazioni Pro Palestina con blocco dei ponti: New York (Brooklyn Bridge, 8 gennaio 2024); Londra (Tower Bridge, 24 febbraio 2024); San Francisco (Golden Gate Bridge, 15 aprile 2024); Istanbul (Ponte di Galata, 1 gennaio 2025), Sidney (Sidney Harbour Bridge, 3 agosto 2025), Dublino (O’ Connell Bridge, 21 agosto 2025); Venezia-Mestre (Ponte della Libertà, 3 ottobre 2025).

4. Chiedersi infine se il significato del blocco del Ponte della Libertà sia da cercare non negli obiettivi dichiarati, ma nel rito in sé e nella performance.

È la prima volta che il Ponte della Libertà viene bloccato da due cortei che partono uno da Venezia e uno da Mestre: rito di gemellaggio? un modo per riaffermare una città metropolitana basata sul decentramento, di fatto mai attuata?

Allan Kaval, giornalista francese, osserva che la manifestazione veneziana del 3 ottobre ha bloccato il ponte che collega la città “alla terraferma e al turismo di massa”[12]. Sulla scia di No Bezos la giornata del 3 ottobre è un modo con cui l’attivismo civico a Venezia (ma anche a Mestre, città di alberghi e B&B) si riappropria degli spazi urbani?

Nota. In copertina acquarello di Lanfranco Lanza (2019), particolare. 


[1] Breda, marzo 1950. L’intervento del sindaco Giobatta Gianquinto. Le cronache di Gianni Rodari, a cura di Mirella Vedovetto, postfazione di Giorgio Molin, storiAmestre, Mestre 2005 (quaderni di storiAmestre, 1).

[2] Porto Marghera/Montedison. Estate ’68, a cura di “Potere Operaio” di Porto Marghera, edito a cura del centro G. Francovich-Firenze, Edigraf, Segrate (Milano), ottobre 1968, disponibile online.

[3] Cesco Chinello, I “negri” di Porto Marghera, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 2, 1994, pp. 14-15; si veda Michele Boato, La lotta continua. Da Giustizia e Libertà ai Cristiani di base, dal ’68 veneziano alle barricate di Marghera ’70, libri di Gaia, Mestre 2019, con foto e documenti.

[4] La protesta dell’Alcoa. Ponte della Libertà bloccato. Mille operai in corteo, “La Nuova Venezia”, 19 novembre 2009; Migliaia di operai sul ponte. La rabbia dei metalmeccanici contro la chiusura delle fabbriche, “La Nuova Venezia”, 20 novembre 2009; Orsola Casagrande, E a Fusina tute blu pronte a fare il bis, “Il manifesto”, 21 novembre 2009.

[5] Lavoratori della Pilkington sul ponte. Striscioni e bandiere, traffico in tilt, “Corriere del Veneto”, 11 dicembre 2012.

[6] 300 lavoratori dello spettacolo bloccano il Ponte della Libertà, “Il Gazzettino.it”, 27 marzo 2021.

[7] Sciopero e rabbia dei lavoratori Actv Il ponte bloccato l’incontro con Seno, “Nuova Venezia”, 24 aprile 2021; ACTV di Venezia: l’attacco delle istituzioni e la difesa dei lavoratori, in“L’ordine nuovo. Rassegna di politica e cultura comunista”, 11 maggio 2021; Gloria Bertasi, Venezia, Ponte della libertà bloccato, arrivano le multe ai lavoratori ACTV, “Corriere del Veneto”, 21 giugno 2021.

[8] Clima, attivisti bloccano il Ponte della Libertà a Venezia, in GEA-Green Economy Agency, 14 dicembre 2022; Protesta degli attivisti di Ultima generazione a Venezia: bloccato il Ponte della Libertà, a cura di Biagio Chiarello, “fanpage.it”, 14 dicembre 2022.

[9] Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, p. 2398 (il saggio pp. 2393-2435, ora disponibile online).

[10] Piero Brunello, Una città disciplinare [2004], in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (Verona) 2023, pp. 208-209.

[11] Una foto disponibile online.

[12] Allan Kaval, Una generazione contro il genocidio, “Internazionale”, 10 ottobre 2025 (corrispondenza per “Le Monde”, l’originale datato 4 ottobre 2025).

Archiviato in://, Storiografia Piero Brunello

“No Kings in America”

21/10/2025 Francesca Trivellato // Documenti Elementi del paesaggio

Manhattan, 18 ottobre 2025. Immagini e slogan da una delle manifestazioni “No Kings” che hanno avuto luogo in tutto il paese.

Si dice spesso che negli Stati Uniti non si sciopera. È vero. Ma ciò non significa che la gente non scenda in piazza. Basti pensare, in anni recenti, alla Women’s March del 2017 o alle proteste che seguirono l’uccisione di George Floyd nella primavera-estate 2020. Il 18 ottobre 2025 almeno 7 milioni di persone sono sfilate in corteo in oltre 2.700 città e cittadine del paese nella terza manifestazione su scala nazionale contro Donald Trump dalla sua installazione nella Casa Bianca il 20 gennaio scorso. Quella del 5 aprile aveva avuto come slogan “Hands Off” – giù le mani da… L’evento si era ripetuto il 14 giugno, questa volta con il motto che per ora si è rivelato vincente: “No Kings”, per ricordare che gli Stati Uniti nacquero dalla ribellione contro la monarchia britannica e sono stati una repubblica fin dalla loro fondazione nel 1776. Non a caso la bandiera nazionale era sicuramente l’emblema più presente in tutti i cortei.

So per certo di non essere stata l’unica tra i milioni di manifestanti ad aver provato disagio verso questo marchio di fabbrica del presunto eccezionalismo statunitense. Ma va dato credito agli organizzatori di aver individuato uno slogan molto efficace. Non solo è in grado di raggruppare tutta quella metà del paese che ripudia la svolta autoritaria di Trump, a dispetto di molte differenze, ma ribatte anche ai tentativi di alti esponenti del Partito repubblicano di dipingere i manifestanti come militanti di estrema sinistra, gruppi di antifascisti armati, “sostenitori di Hamas” e “nemici degli Stati Uniti”.

A coordinare queste enormi ondate di proteste non è il Partito democratico, bensì un’alleanza di associazioni e movimenti di base che ha scelto di chiamarsi “Indivisible”. Ovvero, ha scelto nuovamente di attingere al patriottismo statunitense dato che chiunque sia cresciuto o viva negli Stati Uniti riconosce questa parola chiave che spicca nel giuramento di fedeltà alla repubblica che si recita a scuola e nelle cerimonie ufficiali (se poi vi sappia individuare o meno un rifermento alla vittoria delle forze anti-secessioniste durante la guerra civile del 1861-65 è un altro discorso). Più neutro ma sempre volto all’unità trasversale è il nome adottato da una delle organizzazioni che fanno parte della rete “Indivisibile”: 50501, che sta per 50 proteste, 50 stati, 1 movimento.

Il 18 ottobre 2025 c’erano tre marce a New York, con oltre 100.000 persone nel corteo che a Manhattan ha percorso 2,5 km lungo la 7th Avenue, da Times Square alla Quattordicesima strada. La marcia è stata interamente pacifica. Molti vestivano costumi gonfiabili di ridicoli pupazzi per smorzare la tensione e dimostrare con ironia l’irragionevolezza delle accuse di facinorosi rivolte contro di loro dagli oppositori politici (una tattica iniziata a Portland alcuni giorni prima e ora nota come “tactical frivolity,” frivolezza tattica). Tra i cartelloni non si contavano le analogie tra l’attuale governo e il nazismo, ma qualcuno ha provveduto a sovrapporre la faccia di Trump anche a quella di Mussolini. In molti poi hanno saputo essere spiritosi pure in un momento così drammatico.

Trascrizioni

Bandiere

Stati Uniti

Stati Uniti con scritto NO KINGS

Cartelli

I [love] / immigrant / NY adattamento del classico motto della città, con il simbolo del cuore per “love”
Stop / Trump’s / illegal / power / grab stop alla presa illegale di potere di Trump

Patriots / say / no king i patrioti dicono “nessun re” con il disegno di una corona cancellata da una croce

Protest / is / patriotic protestare è patriottico

MELT ICE con il disegno di un cubetto di ghiaccio che si scioglie (riferimento allo United States Immigration and Customs Enforcement, acronimo ICE, la forza di polizia formata dopo l’11 settembre 2001 che ora sta facendo retate di migranti)

No Kings since 1776 nessun re dal 1776 con il disegno di una corona cancellata da una croce

Cartello con SS nazista con il volto del vicepresidente J.D. Vance

Cartello con il volto di Trump sulla base di una immagine di Mussolini in fez e divisa da camicia nera con didascalia “IL DOUCHE”; “douche” è da intendersi nel suo significato volgare, traducibile con “coglione”, “stronzo”

Protect immigrant nyers / PASS NY 4ALL

NO TROOPS IN NYC con la testa e il braccio con la fiaccola della statua della Libertà

HANDS OFF NYC

No crowns for clowns! con la faccia di Trump truccata da pagliaccio

Immigrants make America great! Keep your fascists hands off

Rejecting Kings since 1776

Support your local ANTI-FASCISTS / FIGHTING NAZIS SINCE 1941 / your rights are under attack con una foto storica (Iwo Jima, marzo 1945) di un gruppo di soldati che celebrano una vittoria intorno a una bandiera americana

I am here because I [love] America con il simbolo del cuore per “love”

[up] Queens [down] Kings con i simboli delle frecce verso l’alto e verso il basso, allusione alle drag queen

ICE fuera / ahora ahora ahora ahora con riferimento alla polizia anti-immigrazione (vedi sopra)

If Melania doesn’t have to live with him we shouldn’t have to either / No kings oct 2025, con riferimento alla “first lady” che non si è trasferita alla Casa Bianca con il marito presidente Donald Trump e vive per conto suo a New York

NO CROWNS / NO THRONES / NO KINGS

NO Kings Then / NO Kings Now / No Kings EVER!

NO PALACE, NO THRONE! / This is the USA NOT ANCIENT ROME! / We Are Not the Enemycon due vignette caricaturali ai lati: a sinistra Trump (nudo, con corona e scettro) circondato da “cortigiani” adulanti; a destra Trump (nudo, con corona e scettro) che chiede “Qualcun altro vuole dire che l’imperatore è senza vestiti?”) mentre due dei suoi sostenitori portano via il/la “colpevole” incappucciato/a

SAVE NOW OUR DEMOCRACY con l’immagine dell’incipit del manoscritto della Costituzione del 1787 “We the People”

Jesus Welcomed All Immigrants

YOU’RE ENTITLED to your own OPINIONS but NOT your own FACTS hai diritto alle tue opinioni, ma non ai tuoi fatti

We the People scritto su più righe, in colore rosso e blu su fondo bianco (colori della bandiera degli Stati Uniti), altro richiamo alla Costituzione

Cori e slogan

No justice, no peace

Una persona intona: Show me what democracy look like; il coro risponde: This is what democracy looks like! 

No fear, No hate, No ICE in our state

No hate, no fear, immigrants are welcome here

Hey hey, ho ho, Donald Trump has got to go

Nota. Esiste un opuscolo che il Kairos Center for Religions Rights, and Social Justice ha messo a disposizione per manifestanti e “capi-coro” alle manifestazioni No Kings (giugno 2025). Tutte le foto sono di Francesca Trivellato.

Archiviato in://, Documenti, Elementi del paesaggio Francesca Trivellato

“Show Israel the red card”

20/10/2025 Margherita Borsoi // Documenti Elementi del paesaggio

Udine, 14 ottobre 2025. Scritte, cartelli, slogan alla manifestazione di protesta contro lo svolgimento della partita di calcio tra le squadre nazionali di Italia e Israele.

Striscioni

Show Israel the red card

No world cup in genocide

Free free free Marwan Barghuthi

Diamo un calcio al sionismo / Palestina libera

Comitato Regionale Friuli-Venezia Giulia

Contro ogni stato / ogni nazionalismo / stop genocidio firmato A cerchiata

Tutte le guerre contro di noi / noi contro tutte le guerre firmato A cerchiata

Nessuna legittimazione all’occupazione israeliana / Free Palestine – Comitato per la Palestina Udine

Su questa terra esiste qualcosa per cui vale la pena vivere!………. Mahmoud Darwish / Fermare il genocidio arrestare i criminali / Non c’è pace senza giustizia / Ultimo giorno di occupazione sarà il primo giorno di pace striscione retto da membri della Comunità Palestinese; scritte tradotte anche in arabo e con accanto la cartina geografica della Palestina

Non dimenticare un solo nome

Intifada studentesca/ show Israel the red card – student3 per la Palestina con bandiera palestinese sullo sfondo; i puntini delle “i” disegnati come palloni da calcio

“Nissun stât / 1000 popui” con A cerchiata rossa sullo sfondo

Palestina libera / senza giustizia non c’è pace – Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Udine

Stop guerre / stop genocidi accanto alla scritta disegnate la bandiera della Palestina e quella del Kurdistan

No al SSionismo / Palestina libera firmato No greenpass e oltre

Pace agli oppressi / lotta agli oppressori

Trieste per la PACE, non porto per la guerra firmato dalle associazioni Insieme Liberi e Alister

Sanitari per Gaza Veneto

Ogni giorno uno sguardo / di questi bambini palestinesi / disperatamente si spegne. / Salviamoli dall’inferno firmato Sanitari per Gaza; accanto l’immagine di bambini affamati che sporgono le loro ciotole durante la distribuzione di cibo

Bandiere

Palestina

Pace arcobaleno

Anpi

Arci Nazionale

ASD Polisportiva San Precario

Udu – Unione Degli Universitari

Làbas

Gkn

Unione Sindacale di Base

Cgil

Usi – Unione Sindacale Italiana.

Usi Udine

Cobas Scuola Trieste-Gorizia

Movimento 5 Stelle FVG

Alleanza Verdi e Sinistra

Potere al Popolo

Rifondazione comunista

Partito Comunista Rivoluzionario

Dax resiste / Antifascismo è anticapitalismo

A di anarchia su sfondo nero

A di anarchia su sfondo nero e rosso

Germinal Trieste

Medici Senza Frontiere

Sanitari per Gaza

Cartelli

Il calcio di Israele a Udine, il calcio di Udine a Israele!

Fifa fa 90… the horror is-real/is-rael

L’unico calcio che vi meritate è in culo

Non si gioca con un genocidio

₋ stadi ₊ ospedali

Stadio vuoto come le vostre coscienze

Dove sono finiti i bambini che giocavano con me? con immagine del pallone da calcio

Fifa complice del genocidio

Meglio 1 giorno da anguria che 100 da Meloni

I diritti sono di tutti / altrimenti sono privilegi

Più setter meno settler cartello sul guinzaglio di un cane setter

Norimberga per Giorgia

Free Palestine! / Libertà di manifestare!!! NO allo stato di polizia! firmato A cerchiata

Let Palestinians choose

Imagine there’s no wars / it isn’t hard to do / nothing to kill or die for / a brotherhood of men/ imagine all the people / living life in peace ogni strofa scritta su una banda della bandiera palestinese

Fedriga tâs in friulano Fedriga taci, riferito a Massimiliano Fedriga, presidente della Regione autonoma Friuli Venezia-Giulia

Canti

Intonati come cori da stadio, accompagnati da tamburi suonati da alcuni lavoratori dell’ex Gkn.

… e Israele deve andarsene… Vattene! Vattene! / …e Israele deve andarsene… Vattene! Vattene!

Questa notte ho fatto un sogno / S’era sciolto Idf / Di sionisti non ce n’eran più e… Netanyau a testa in giù

Siamo tutte antisioniste

E chi non salta insieme a noi cos’è… è un sionista…

Accessori

Fumogeni

Maschere veneziane con colori della bandiera della Palestina

Magliette con bandiere antifasciste “antifa” con due bandiere, rossa e nera, in un cerchio con bordo nero e sfondo bianco

Palloncini viola appesi allo zaino degli addetti all’autogestione del corteo, accompagnati da relativi cartelli con scritto “Se hai bisogno di aiuto, chiedi a me”.

Maglietta con scritto: Sabbia non olio nel motore del militarismo / siamo tutti disertori – Assemblea Antimilitarista e Antiautoritaria

Nota. La partita tra Italia e Israele, valida per le qualificazioni ai mondiali di calcio, era in programma alle 20,45 allo stadio Friuli di Udine. A partire dalle 17,30 più di diecimila persone si sono concentrate in piazza della Repubblica per svolgere un corteo pacifico fino a piazza Primo Maggio, lungo un percorso nel centro cittadino, a distanza . La richiesta, da parte del Comitato per la Palestina di Udine e delle 358 realtà aderenti alla manifestazione, era l’estromissione della nazionale israeliana dalle competizioni organizzate da FIFA e UEFA e l’annullamento della partita. La lista delle associazioni (partiti e sindacati, giornali e case editrici, associazioni sportive, locali e nazionali) che hanno sottoscritto il comunicato di lancio della manifestazione è stata pubblicata nelle pagine social del Comitato per la Palestina di Udine. Tutte le foto sono di Margherita Borsoi. La locandina disegnata da zerocalcare è ripresa da internet.

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