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Supercondominio Vega

22/04/2024 Francesco Targhetta // Punti di osservazione

Camminare a Marghera, per ambientarci un romanzo. Contrasti e stridori. Luoghi dismessi. Luoghi di lavoro. Operai e smart workers. Una continua metamorfosi. Cose dette a un incontro pubblico.

Una stazione lunare

Ho messo piede la prima volta a Marghera, pur abitando a Treviso, a non più di venti chilometri di distanza, solo a trentacinque anni, nel 2015; prima non avevo mai avuto una ragione per venirci. Il motivo che mi ci ha portato è stato quello di iniziare a esplorare il luogo dove aveva sede l’azienda di consulenza informatica fondata da un mio caro amico, un mio compagno delle elementari. Nel libro si chiama Albecom, e appunto ha sede al Vega.

La prima volta sono venuto in treno, fermandomi a Porto Marghera. Sono sceso con due ragazze giapponesi, che chiaramente avevano sbagliato destinazione: forse qualcuno aveva detto loro che Venezia era la fermata successiva a Mestre, ma loro sono state sfortunate e hanno preso il treno che fermava anche a Porto Marghera, e quindi erano lì molto spaesate. Lo ero anch’io, devo dire la verità, anche perché non è facilissimo uscire dalla stazione di Porto Marghera. Esci ma entri in un edificio… 

Il Vega mi sembrava un luogo un po’ alieno, lunare, difficile da raggiungere. Ho iniziato in treno non a caso. Con la macchina mi sono inoltrato dopo un po’, titubante; oggi ci vengo con una discreta sicurezza ma ci sono voluti anni di perlustrazioni, di esplorazioni.

Il posto mi sembrava davvero alieno, con dipinte sugli edifici queste strisce orizzontali bianco e grigetto che hanno qualcosa di vagamente carcerario. Ci sono anche le sbarre per entrare, per cui si ha l’impressione di un privilegio (“càspita, per entrare qui dentro con la macchina c’è una sbarra da superare”), tanto che devi comunicare la tua targa, però poi in realtà puoi lasciare la macchina fuori tra i binari dismessi, e anche questo provoca uno stridore impressionante: da una parte la sensazione di privilegio e dall’altra le macchine buttate là in una zona tra sterpaglie, sporcizia, abbandono.

Un flâneur a Marghera

Non ero sicuro che il libro sarebbe stato ambientato a Marghera. A me interessava l’azienda, mi interessava entrarci dentro: pur essendo insegnante di Lettere in una scuola, volevo ambientare il libro in una azienda informatica, ossia in un luogo molto lontano dal mio mondo; lo volevo per varie ragioni, ma l’azienda informatica potenzialmente avrebbe potuto essere ovunque, in una periferia di una qualunque altra città, non necessariamente lì dov’era nella realtà.

Poi però ho iniziato le mie perlustrazioni a piedi… passavo davanti alla Fincantieri, attraversavo a piedi il passaggio a livello, arrivavo in via della Pila, e poi North Bank… Ho conosciuto i luoghi così, camminando, come fossi stato un flâneur dell’Ottocento, passeggiando per Marghera. Mi sono segnato molte cose e ho capito che non potevo che ambientarlo lì, il romanzo, perché c’era un mucchio di stridori tra cose opposte che sono molto fertili dal punto di vista letterario, perché creano scintille, contrastano le une contro le altre.

Contrasti

A Marghera, in particolare al Vega, c’è il vecchio e il nuovo. Allora la ditta del mio amico faceva dodici dipendenti (adesso sono ottocento: in meno di dieci anni è cresciuta… fate voi il conto). Mi mettevo lì in un angolino con un block notes, e sembravo una specie di giudice, o l’amico del capo: il mio amico spesso non era in azienda per cui sembravo un delatore messo lì per segnare chi lavorava e chi no. In realtà poi ho spiegato ai dodici dipendenti che allora c’erano che i miei appunti avevano un altro scopo.

Il Vega è di fronte a tutta una serie di edifici dismessi, in eterna dismissione, quindi c’è il nuovo e il vecchio uno davanti all’altro, l’invisibile e lo smaterializzato accanto al molto grande… Un’azienda informatica produce qualche cosa che non si può toccare e che è difficile persino da definire: ogni volta che chiedevo al mio amico “ma che cosa fate?”, lui rispondeva “noi lavoriamo con i computer”. Allora ho voluto vedere con i miei occhi cosa fanno: fanno siti, curano l’e-commerce per clienti anche molto importanti, insomma producono qualcosa che non si può toccare; dall’altra parte, a pochi metri, c’è un’azienda, la Fincantieri, che produce la cosa più grande che si possa immaginare, e questo era un altro stridore, un’altra dissonanza.

Un’altra cosa che mi colpiva era il modo nuovo di lavorare del Vega. Mentre ogni tanto passando davanti a Fincantieri vedevo sciamare gli operai alla fine del turno (un’immagine otto-novecentesca del lavoro di fabbrica: gli operai che escono in gruppo dai cancelli), lì nei pressi di una azienda informatica non vedevo quasi mai nessuno, semmai qualcuno di spaiato, perché quello è un tipo di lavoro che non ha orario fisso: uno entra ed esce quando gli pare, e se uno fa smart working può entrare un po’ dopo o uscire un po’ prima. Hai poi questa impressione di silenzio strano, ed è diverso dal resto di Porto Marghera, che è fatto di stridori, di rumori dissonanti, mentre lì al Vega spesso capita di non sentire un rumore. Anche questo è un po’ straniante: l’assenza di persone. Ti chiedi: lavorano davvero qui dentro? che cosa fanno?

Dice Zanzotto che c’è un rapporto circolare tra il paesaggio e chi lo abita. Al Vega questo rapporto è l’atomizzazione: c’è l’atomizzazione dei lavoratori che vanno lì ogni giorno, e c’è l’atomizzazione progettuale, architettonica; ci sono delle belle realtà, ma sono isolate, non sanno che due numeri civici più in là c’è qualcos’altro di interessante; le persone sono atomizzate, vanno lì una alla volta, e allo stesso modo il progetto che c’era dietro il Vega si è frantumato. Quel paesaggio rispecchia la società… Il Vega è un supercondominio tipico di oggi, in cui chi abita al secondo piano non sa chi abita al quarto.

È stato tutto questo insieme a colpirmi e a convincermi che dovevo cercare di metterlo in parole: tutto sommato era un luogo che aveva una sua identità che io non avevo trovato da altre parti, nelle zone industriali tutte uguali, tutte fotocopia una dell’altra, che abbondano nel resto del Veneto. Quel luogo no, quel luogo aveva qualche cosa di suo, di peculiare, non solo per la sua storia. Era evidente che c’era anche la storia: lì vicino c’è la chiesetta dell’Agip, il vecchio Breda… Marghera ha questa caratteristica, che la sua storia non la nasconde, le sue ferite non le occulta, te le fa ancora toccare: però io non volevo inoltrarmi nella storia di Marghera, che è un tema scivoloso. Già la geografia mi era un terreno estraneo. E in più inoltrarmi nella storia mi sembrava poco interessante anche da un punto di vista narrativo. Però è ovvio che anche l’archeologia di Marghera qualche scintilla la creava.

La chiesetta della Rana

Non inventare niente

Camminare – non è una cosa originale quella che dico – è il modo migliore per osservare, e osservare è fondamentale per chi scrive. Il lavoro dello scrittore inizia quando osserva, e finisce quando scrive, ma una buona metà del lavoro è data dall’osservazione; non prendevo appunti mentre camminavo, e ho camminato un po’ dappertutto, fino a qua dove si trova l’Ateneo degli Imperfetti, anzi amavo molto queste parti tant’è che alla fine del romanzo c’è una scena ambientata qua vicino, alla chiesa di Gesù Lavoratore, poi è citata l’osteria Al Diplomatico, la trattoria da Viola… Non riesco a inventare niente. Questo può comportare delle reazioni diverse da parte dei lettori e anche delle conseguenze negative. Il direttore di un albergo a Treviso, citato con il suo nome, voleva denunciarmi per averlo denigrato. Invece a Marghera dagli esercenti dei negozi che ho nominato ho ricevuto solo complimenti.

I luoghi di Marghera restituiscono qualcosa del passato anche al visitatore estraneo com’ero io, lo restituiscono anche se sono in abbandono, anche se sono chiusi come io ho sempre trovato la chiesetta dell’Agip. Lo restituiscono non solo in una forma di testimonianza del passato, ma anche di spinta, di impulso. I luoghi abbandonati hanno questo di bello: non sono soltanto luoghi che disertano ma anche luoghi che offrono. Di solito questa restituzione non viene abbinata all’abbandono, che è sentito come qualche cosa che sta andando alla deriva e si allontana dagli altri, ma invece secondo me i luoghi abbandonati si avvicinano anche a chi li vuole avvicinare, e continuano a restituire qualcosa. Io ho trovato questo di interessante al Vega, a Marghera, il fatto che siano luoghi in continua evoluzione – sono in continua metamorfosi.

Se non segno le impressioni immediatamente, è perché mi piace selezionare quelle che rimangano: se sono rimaste quelle e non altre c’è un motivo, e scrivere è cercare di capire perché proprio quelle impressioni sono rimaste e altre no, perché quel luogo è rimasto e altri no… Quindi il mio era un camminare e basta, con la sola disponibilità a farmi impressionare: non prendevo appunti con il cellulare come fa qualcuno, perché il cellulare è già uno strumento che ti distrae dal guardarti continuamente attorno.

Rappresentare i luoghi

La prima cosa che avevo scritto per saggiare la tenuta letteraria di quel luogo è stato un reportage in versi nel 2014, pubblicato nella Lettura del Corriere della Sera. Occupava quattro pagine e c’era, tra le altre, una mia foto della chiesetta della Rana. Era un reportage in versi, una forma strana per un reportage, ma secondo me era una forma giusta per raccontare un luogo in continua metamorfosi. Una poesia non si può sapere di che cosa parlerà: una caratteristica della poesia è che non può essere scritta a tesi, mentre per un romanzo uno si deve fare prima uno schema, bene o male, anche un po’ vago, con i personaggi, il numero di pagine, la divisione in capitoli, altrimenti esce qualche cosa di asimmetrico, di disordinato… La poesia invece ha bisogno di improvvisazione, non di programmazione, e quindi ho pensato che il reportage in versi fosse la forma migliore per rappresentare qualche cosa che non puoi fissare proprio perché è in continuo cambiamento.

Non a caso la forma che ha utilizzato Andrea Segre per rappresentare Marghera è stata quella di documentarla. Molti di voi avranno visto Il pianeta in mare, il suo documentario su Marghera. Il documentario è qualche cosa che tu non puoi programmare: non puoi sapere che cosa diranno i personaggi che stai filmando, anzi spesso lo scopri dopo. Lui per esempio filmava operai della Fincantieri che parlavano lingue che non conosceva, e dunque non sapeva che cosa si stessero dicendo in quel momento, l’ha scoperto dopo quando ha chiesto l’aiuto di qualche traduttore. Un documentarista non può che avere uno scarso controllo di quanto sta creando. Sono tutte due forme – sia il documentario sia il reportage in versi – dinamiche, in movimento. Marghera sembra esigere questo tipo di forma espressiva per essere rappresentata.

Svincolo di via dell’Azoto

Nota. Francesco Targhetta, autore del romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Mondadori, Milano 2012), ha ambientato il suo secondo libro Le vite potenziali (Mondadori, Milano 2018) al Vega di Marghera. È intervenuto all’incontro “Allunaggi al Vega. Una presenza ai confini di Marghera” (15 marzo 2024, Ateneo degli Imperfetti, Marghera) organizzato dal gruppo aMarghera e dal Laboratorio Libertario. Oltre a lui hanno partecipato alla discussione Annapaola Passarini (Argo 16-Spazio Aereo) ed Ezio Da Villa (Studio di ingegneria De Materia); Giancarlo Ghigi, di aMarghera, ha presentato e moderato l’incontro.

Le immagini che illustrano l’articolo sono dell’autore. L’immagine di apertura è tratta dalla pagina facebook di VEGA Parco Scientifico Tecnologico di Venezia https://www.facebook.com/vegapst/?locale=it_IT.

Archiviato in://, Punti di osservazione Francesco Targhetta

“Il fallimento di una comunità”

19/04/2024 Ezio Da Villa // Punti di osservazione

Traversie del parco tecnologico scientifico VEGA raccontate in un incontro pubblico da un “abitante e innamorato di Marghera” che l’ha visto nascere. Con una nota di Giancarlo Ghigi

Nei primi anni Novanta del Novecento, quando nasce il Vega, era in corso l’ennesima crisi di Porto Marghera, in particolare si stava chiudendo il settore della chimica per l’agricoltura, nato nel 1926 con la società Veneta Fertilizzanti e Prodotti Chimici di Milano. Proprio dove adesso sorge il Vega, era ubicata “l’area ex ceneri”, dove si lavoravano ceneri di pirite, dalle quali si ottenevano rame, ferro e solfato di sodio. Poco distante operava l’impianto per la produzione di acido solforico di Montecatini, e con lavorazioni successive si arrivava ai fertilizzanti utilizzati in agricoltura; un po’ più a sud c’era l’area dello stabilimento Complessi, sempre di fertilizzanti.

Non so se qualcuno o qualcuna di voi ha avuto modo di vedere uno scavo in trincea in qualunque zona del bordo lagunare: a partire da Passo Campalto fino a Fusina; sotto il Parco di San Giuliano, sotto il Villaggio San Marco, sotto la Prima Zona Industriale, sotto la Seconda Zona Industriale. Per quattro-cinque metri di profondità ci sono terre di un colore che non è di certo quello delle argille o dei limi della laguna di Venezia. Sono ceneri di pirite, rifiuti solidi provenienti dalle produzioni chimiche di fertilizzanti; sono fanghi di bauxite, scarti della lavorazione di alluminio; sono il nerofumo, ceneri di carbone e così via. Si tratta dell’eredità di questi cento anni di presenza industriale a Porto Marghera. È un disastro ambientale così grande che tutto il tratto di bordo che si affaccia sulla laguna di Venezia, non è più bonificabile. La quantità e la qualità dei contaminanti, che poi hanno compromesso le falde sotterranee, è talmente estesa e grave che il costo per risanare il terreno diventa impossibile da affrontare.

Foto archivio Da Villa
Foto archivio Da Villa

Alla fine degli anni Ottanta ero uno di quei giovani ambientalisti che rincorrevano le navi che scaricavano in mare i fosfogessi, cioè i fanghi derivanti dalla lavorazione delle fosforiti con cui si facevano i fertilizzanti; siccome non c’era più posto lungo il bordo lagunare, i rifiuti industriali venivano caricati nottetempo su navi che poi li scaricavano in mare qualche miglio al largo del Lido, con regolare autorizzazione. Si vedeva questa massa di fanghi che andava a colorare l’acqua del mare, proprio davanti alle spiagge del Lido. Invece le collinette che si vedono davanti all’ipermercato Lando, quelle sono cumuli di ceneri di pirite. Se andiamo in giro per il territorio, troviamo ovunque i sottoprodotti velenosi di quel periodo industriale.

Torniamo al Vega: in quegli anni le pubbliche amministrazioni, che ancora perseguivano un’idea di sviluppo per Marghera, cominciavano – in mezzo a conflitti sindacali e a conflitti ambientali – a prefigurare nuove possibilità, perché si capiva che un’epoca era finita. Chi fa il sindacalista di mestiere tende a mantenere quello che c’è, perché vive di quello, ma era chiaro che l’epoca dell’alluminio, dei fertilizzanti e del petrolchimico – quindi delle attività della prima e della seconda industriale – era finita, e che quei tipi di lavorazione non si sarebbero più potuti svolgere a Marghera, sia per le norme ambientali che si stavano imponendo, sia, soprattutto, per i costi che aumentavano sempre più, e quindi si cominciava a prefigurare la necessità di guidare una conversione di Porto Marghera.

L’idea di costituire un Parco Scientifico e Tecnologico nasce su iniziativa dell’Enichem di allora, su esempio di quanto avveniva in altre parti in Europa, per sfruttare le potenzialità infrastrutturali di un luogo che non ha eguali in Europa (stiamo parlando di duemila ettari, venti milioni di metri quadrati, il Vega comprende 80mila metri quadrati, 0,4% di quell’area). Il Parco Scientifico e Tecnologico nasceva come incubatore di iniziative e attrattore di investimenti, per creare una nuova zona industriale che lavorasse con materiali completamente diversi – sulla bonifica, sulle riqualificazioni, sulle bio-plastiche e così via. L’idea insomma era quella di costituire un luogo che fosse legato a un patrimonio infrastrutturale, per rigenerarlo, riqualificarlo, e creare lavoro ambientalmente sostenibile, diverso da quello precedente.

Fonte: https://www.vegapark.ve.it/

Vega parte nel 1993, e da allora l’idea si sviluppa attraendo investimenti pubblici ed europei. Io vedo questa vicenda da abitante e innamorato di Marghera. L’idea era: possiamo finalmente riappropriarci di Porto Marghera. Non era mai successo prima, perché i grandi poteri economici avevano creato un diaframma che tagliava di netto il quartiere urbano dalla zona industriale; fino agli anni Novanta nessuno si era permesso di contestare e di contrastare ciò che avveniva dentro le fabbriche… Lo facevano gli operai là dentro con le loro battaglie civili, sindacali… gli operai prendevano in mano le proprie condizioni di lavoro in fabbrica, ma c’era un diaframma che li separava dalla Marghera urbana… Nei primi anni Novanta nel Comune di Venezia e nel Consiglio di quartiere, poi municipalità, di Marghera c’era il centro-sinistra, mentre in Regione c’era il centro-destra con Galan, ma le due amministrazioni hanno lavorato assieme per la realizzazione del parco scientifico tecnologico, che come ho detto ha attratto investimenti – tanti investimenti …

Adesso il Vega è tutt’altro. Ci sono studi professionali che si occupano di ICT(Tecnologia dell’informazione), di policy, di green policy. Ma non c’è nessun legame tra quello che accade a Porto Marghera e quello che si svolge là dentro. Non c’è un trasferimento di know-how, di idee, non ci sono collegamenti con le imprese. Porto due esempi. Prima di venire qua ho parlato con un mio amico professore universitario a Ca’ Foscari, che si occupa di nanotecnologie. Al Vega era stato istituito il Nanotec, o distretto delle Nanotecnologie, una realtà che aveva ricevuto una valanga di investimenti pubblici, guidata dalla Regione; vi lavoravano quattro università (di Padova, di Verona, Ca’ Foscari e IUAV), con quaranta ricercatori; hanno ricevuto una quantità di risorse pazzesca, e per una questione di affitti che la Regione a un certo punto non ha più pagato, questi quaranta ricercatori una mattina andando al lavoro si sono trovati le porte chiuse. Il Vega, cioè la struttura che gestisce gli spazi, non è più stata in grado di sostenere le attività che ospitava. Altro esempio: due settimane fa ero alla Torre che è stata riqualificata in via dell’Azoto, la Venice Heritage Tower, e un’attività importantissima come la FabLab, con sede al Vega, ha annunciato che si sarebbe spostata in centro a Mestre. Questi due esempi sono la dimostrazione del fallimento del Parco Scientifico e Tecnologico. Al Vega ci sono attività che potrebbero essere ovunque e che non producono sviluppo e ricerca a Porto Marghera, e le realtà che avrebbero potuto farlo hanno chiuso o se ne stanno andando.

Che cosa è diventato oggi il Vega? È una grandissima realtà immobiliare, peraltro con procedura di fallimento iniziata nel 2013, per la quale i fondatori hanno perso interesse; è un super-condominio dove si fatica a far quadrare i conti, perché tutti i servizi in comune hanno costi enormi e non si riesce a pagarli. È un luogo che genera tra le persone che lo frequentano quelle sensazioni ben descritte nel romanzo di Francesco Targhetta Le vite potenziali; tra l’altro quelle sensazioni le ho provate personalmente.

Le figure che hanno governato la nascita e la trasformazione nel tempo del Vega sono state in larga parte figure significative, a partire dal primo ingegnere, Gianni Cagnin, che veniva dall’Enichem e che l’ha seguito come fosse una sua creatura. Poi gli è succeduto Massimo Colomban, un imprenditore illuminato. C’è stato Luciano Rossi, altro imprenditore della Riviera del Brenta. Loro quel mestiere lo sapevano fare. Quello che è mancato completamente è stata la continuità, soprattutto da parte delle amministrazioni che avevano promosso quella iniziativa – Comune e Provincia di Venezia, Regione Veneto e da parte dell’insieme di imprese coinvolte nel progetto – ed è mancata anche una visione imprenditoriale illuminata rispettosa dello straordinario ecosistema lagunare che Marghera non ha mai avuto. Le grandi partecipazioni statali di Marghera sono una realtà molto diversa dall’imprenditoria del resto del Veneto: arrivavano qui, avevano un’area a disposizione, utilizzavano i soldi dello Stato e le risorse derivanti dalle vantaggiose trasformazioni degli idrocarburi, ma non c’è mai stata una vera imprenditoria legata al territorio.

Oggi a Marghera, accanto alle attività che speculano sulle caratteristiche infrastrutturali – al porto per esempio, vediamo montagne di container e camion che attraversano le strade, spesso in conflitto con il traffico urbano, movimentazione di merci e lavorazioni, che portano inquinamento e occupazione di aree preziose –, oppure i parchi del klinker, del carbone, cioè le merci sfuse che producono polveri, se andate in giro per la prima zona industriale le potete vedere.

Fonte: https://www.vegapark.ve.it/

Ma accanto a questo a Marghera ci sono ottocento aziende, e nella zona sud ci sono centinaia di capannoni e di attività che sono più vicini al modello veneto che a quello di Porto Marghera. Continua tuttavia a mancare una visione strategica generale, per esempio un soggetto istituzionale che dica a investitori non innovativi che propongono attività industriali non sostenibili: “non potete venire qui, a Marghera non servono attività che nessun altro vuole”. Pensiamo all’ultima idea dell’Eni, un inceneritore per fanghi derivanti dal trattamento delle fognature di tutto il Veneto; ricordo, a titolo di esempio, che qualche anno fa ci aveva già provato un altro imprenditore, sempre d’accordo con l’ENI, a mettere a Marghera l’inceneritore per centomila tonnellate di rifiuti tossico-nocivi. E non è stato l’unico, ogni tanto qualcuno s’inventa di portare in questo luogo quello che nessun territorio vuole… Sono solo le reazioni popolari che hanno bloccato più volte questi progetti, ma non c’è mai una amministrazione che dica una volta per tutte che l’idea di Porto Marghera per futuro è completamente diversa da quella del passato.

Immagine tratta da Vega Parco Scientifico Tecnologico di Venezia S.c.a.r.l. PRESENTAZIONE GENERALE – Luglio 2015, (https://www.vegapark.ve.it/wp-content/uploads/2017/03/03.07-Presentazione-generale-VEGA.pdf).

Il fallimento del Vega inizia quando è diventata pubblica la situazione dei 15 milioni di debito…, ancora non risanata. È apparso evidente il fallimento: ancora una volta non si è riusciti a costruire un futuro credibile: la Marghera del Novecento è chiaramente finita, quella del Duemila nessuno riesce a definirla. Il fallimento del Vega è il fallimento di una generazione politica e imprenditoriale.

Ora lavoro in una società dove l’età media è sotto i trent’anni. Questi giovani, come i trentacinquenni protagonisti del romanzo Le vite potenziali, non hanno la minima idea della condizione operaia e delle condizioni di vita nelle fabbriche di Porto Marghera. Manca a tutt’oggi la memoria di Marghera per le giovani generazioni e per quelle future. Non esistono luoghi – monumenti, spazi, contesti – in grado di spiegare la complessità e la ricchezza di Marghera: quanto sarebbe importante riconoscere cosa ha insegnato quel tipo di industria nel Novecento, sia in termini sociali, con le lotte operaie per il salario, la sicurezza, i diritti, sia in termini ambientali per effetto delle contaminazioni dell’aria, dell’acqua, dei suoli – devastazioni che andrebbero analizzate e descritte. Storie oggi troppo distanti per le nuove generazioni. Non so come potrebbero essere raccontate. Con l’arte forse: ecco, forse è questa la chiave. Per comprendere il passato e progettare il futuro serve una nuova chiave di lettura e di narrazione, ovviamente assieme a politiche lungimiranti e imprese rispettose dei luoghi che le ospitano.

Nota, di Giancarlo Ghigi

La liquidazione del Vega inizia nel 2013, più di dieci anni fa, quando il tribunale decreta per la parte pubblica un concordato fallimentare. All’epoca l’esposizione del Vega Park ammontava a otto milioni verso le banche e a quattro verso i fornitori di servizi. Iniziano così le prime cessioni, ma il mercato mostra molta freddezza. Probabilmente la crisi immobiliare del 2008 incide sui valori dell’area, il complesso appare difficile da sbrogliare per i contratti in essere, oppure più probabilmente si attendono ulteriori ribassi d’asta… Le prime aste vanno così deserte e il prezzo dei lotti (su spinta dei liquidatori) comincia a scendere.

Al fine di incoraggiare nuovi acquirenti il Comune di Venezia (che ha la piena proprietà su alcune aree) prova anche a prospettare una sorta di vendita all’incanto dell’intera parte pubblica dell’area, con un vincolo al solo rispetto dei contratti in essere, fino alla loro naturale scadenza. Il 3 marzo del 2024 si arriva così al quinto tentativo di cessione delle parti pubbliche del complesso, ma anche questo tentativo va sostanzialmente a vuoto, come quasi tutti i precedenti: negli anni si sono venduti solo il ristorante, il padiglione Antares, delle aree a parcheggio e la torre Hammon, il simbolo stesso dell’area. L’incasso complessivo di queste cessioni copre però appena un quinto dell’esposizione finanziaria cumulata dalla società. Al momento l’ordinaria gestione del Vega, ridotta ormai all’osso, matura un passivo di circa 80mila euro l’anno e le straordinarie manutenzioni si trasformano spesso in accordi sui fitti, che fanno scendere gli incassi successivi e rendono complessa la gestione amministrativa.

Quella che doveva essere (sulla carta) la punta avanzata della riqualificazione post-industriale del Nord-Est si è trasformata così in un agglomerato di cubature, un condominio a cui manca una regia d’insieme, un luogo in cui si è insediata ogni tipo di attività che trovasse conveniente la logistica dell’area o il prezzo della locazione. Talvolta gli stessi amministratori raccontano di aver dovuto affittare perfino i pochi uffici a loro disposizione migrando a rimbalzo tra i pochi vuoti del complesso. L’ultima risorsa che pare prospettarsi per il complesso – stando alla narrazione giornalistica – è quella di un cambio d’uso, ventilando tra le righe anche una trasformazione in alberghiero. L’unico dato di fatto, allo stato, è che le cordate di investitori internazionali al momento aspettano alla finestra.

Locandina dell’incontro di Marghera (15 marzo 2024)

Nota della redazione. Ezio Da Villa (Studio di ingegneria De Materia) è intervenuto all’incontro “Allunaggi al VEGA. Una presenza ai confini di Marghera” (15 marzo 2024, Ateneo degli Imperfetti, Marghera) organizzato dal gruppo aMarghera e dal Laboratorio Libertario. Hanno partecipato alla discussione Annapaola Passarini (Argo 16-Spazio aereo) e Francesco Targhetta, autore del romanzo Le vite potenziali (Mondadori, Milano 2018). Giancarlo Ghigi, di aMarghera, ha presentato e moderato l’incontro.

L’immagine di apertura è tratta dall’opuscolo Vega Parco Scientifico Tecnologico di Venezia S.c.a.r.l. PRESENTAZIONE GENERALE – Luglio 2015, disponibile online: https://www.vegapark.ve.it/wp-content/uploads/2017/03/03.07-Presentazione-generale-VEGA.pdf.

Archiviato in://, Punti di osservazione Ezio Da Villa

Telecamere

10/04/2024 Filippo Benfante // Elementi del paesaggio Statistiche

Firenze, marzo-aprile 2024. Cifre, dichiarazioni e immagini dalla “città con la più alta concentrazione di telecamere per abitante”, con una antologia di fonti. Idee da Mosca, finanziamenti dall’Unione Europea, brani sul caso Venezia.

Il 25 marzo 2024, la procura e il Comune di Firenze annunciano un “protocollo d’intesa per lo scambio informativo e il rafforzamento del coordinamento investigativo delle indagini per i reati di tipo predatorio” che prevede tra le altre cose “un allungamento dei tempi di conservazione delle immagini su un numero consistente di telecamere per finalità investigative”. Le immagini di norma mantenute per 24-48 ore, restano ora disponibili fino a sette giorni. Il sindaco di Firenze precisa nella stessa occasione che questo accordo “permette di utilizzare al massimo e al meglio la nuova centrale operativa del Comune di Firenze, la smart city control room e tutta la rete di telecamere di videosorveglianza, oltre 1700, che rappresenta un record a livello nazionale in rapporto sia alla superficie che al numero di abitanti”.

Tra fine 2023 e inizio 2024 dichiarazioni e comunicati del sindaco e dell’amministrazione comunale sul numero di telecamere presenti in città sono state continue. In dicembre hanno coinciso con l’inaugurazione della “smart city control room”, una sala di “controllo totale” che accentra tutte le immagini raccolte dalle telecamere in città, mettendole a disposizione di forze dell’ordine e altri enti e servizi (vigili del fuoco, Asl, trasporto pubblico, ecc.). Per riprendere le parole del sindaco, si tratta di “un vero e proprio gioiello di alta tecnologia, sicuramente il più avanzato in Italia, che ci consentirà di avere il controllo totale di quello che succede in città, a cominciare dalla mobilità, sia pubblica che privata, per anche la sicurezza, l’illuminazione, i semafori, l’infomobilità. Grazie alle nostre 1600 telecamere ma anche alla gestione integrata di tutti i dati potremo garantire un miglioramento globale del traffico e delle informazioni per i cittadini”.

Queste dichiarazioni cadono nel pieno della campagna elettorale (a Firenze l’amministrazione comunale si rinnova alle elezioni dell’8-9 giugno 2024), e corrispondono anche a un bilancio di fine mandato. Nel programma elettorale del 2019 il sindaco Dario Nardella (che allora si candidava alla rielezione) scriveva: “La sicurezza della città si raggiunge anche sfruttando le possibilità offerte dalle attuali tecnologie. In questa direzione sono da leggere interventi strutturali come l’installazione di 450 nuove telecamere di videosorveglianza pubblica, portando la dotazione in città a 750 telecamere, una delle concentrazioni per cittadino più elevata d’Italia. […] L’impegno in tal senso nei prossimi anni è di ampliare ulteriormente il numero di questi strumenti superando le 1.000 telecamere”.

Tra il 26 marzo e il 6 aprile ho preso appunti per una ricerca, consultando fonti online e passeggiando in una piccola porzione del Quartiere 2 di Firenze (all’incirca un quadrato inscritto tra le vie D’Annunzio, Novelli, del Gignoro e viale Verga), dove ho scattato (con uno smartphone) le foto che illustrano queste note. Colpito soprattutto dall’orgoglio del sindaco per il record nazionale infine conquistato (numero di telecamere in rapporto alla superficie e al numero di abitanti del Comune), mi sono concentrato sulla crescita del numero di telecamere dalla sua prima elezione (maggio 2014) ai primi mesi del 2024 (vedi tabella e grafico). Ricercando i dati, ho costruito una piccola antologia di fonti, dove si trovano spunti per altre ricerche da fare, tra cui: costi, aumento dei costi, finanziamenti (bilanci e debiti); ruolo delle politiche europee; ruolo delle aziende che controllano le infrastrutture che permettono di allestire le control room; ruolo delle aziende che vendono strumentazione (dalle telecamere ai software); comparazioni tra città.

Telecamere a Firenze*

DataNumero di telecamere
Maggio 2014150
Luglio 2018464
Maggio 2019750
Agosto 2019818
Dicembre 20191050
Dicembre 20201240
Dicembre 20221500
Ottobre 20231586
Gennaio 20241656
Marzo 20241700
* Date e cifre sono per lo più approssimate

Per un altro grafico con dati 2018-2020: Firenze Smart, Telecamere di videosorveglianza e controllo del traffico https://www.firenzesmart.it/servizi/telecamere-di-videosorveglianza-e-controllo-del-traffico (“Firenze Smart effettua la manutenzione ordinaria dell’intero parco impiantistico delle telecamere per la sorveglianza ed il controllo del traffico insistenti sul territorio di Firenze”).

Letture: Ilaria Agostini, Videosorvegliare e punire. Firenze è la città italiana con il maggior numero di telecamere per abitante, perunaltracitta.org, 9 gennaio 2024 (https://www.perunaltracitta.org/homepage/2024/01/09/videosorvegliare-e-punire-firenze-e-la-citta-italiana-con-il-maggior-numero-di-videocamere-per-abitante/)

Antologia di fonti

Maggio 2014: 150 telecamere

All’inizio del primo mandato del sindaco Dario Nardella in città ci sono circa 150 telecamere attive. Dato estrapolato dalle fonti che seguono.

3 luglio 2018: 58 nuove telecamere, 400mila euro

Fonte: Smart city, a Firenze si accendono 58 nuove telecamere https://www.corrierecomunicazioni.it/cyber-security/smart-city-a-firenze-si-accendono-58-nuove-telecamere/

“L’operazione è stata finanziata dal Comune di Firenze con 300 mila euro e dalla Fondazione CR Firenze con 100 mila euro, mentre Canon Italia ha fornito le 58 telecamere. La realizzazione delle opere per l’installazione delle telecamere è stata eseguita dalla Direzione Servizi Tecnici del Comune principalmente in orari notturni.

Le telecamere sono inserite nel sistema di videosorveglianza generale cittadina del Comune di Firenze, che a oggi gestisce in totale 464 telecamere”.

10 novembre 2018, altre 250 telecamere, cinque bandi di gara

Fonte: Aduc – Osservatorio Firenze. Le nuove telecamere del Comune… a che servono? (comunicato di Vincenzo Donvito) https://www.aduc.it/comunicato/aduc+osservatorio+firenze+nuove+telecamere+comune_28700.php

“Il Comune di Firenze ha deciso di installare altre 250 telecamere per la sicurezza della città. Installate, saranno 800 complessivamente. Per farlo sono previsti cinque bandi di gara da 800 mila euro ciascuno”.

Maggio 2019, “attivata la 700a telecamera”

Fonte: pagina facebook darionardella:

https://m.facebook.com/darionardella/photos/a.514331448654633/2277615838992843/?type=3

“Firenze città più videosorvegliata d’Italia / Attivata la / 700a / telecamera / Obiettivo 1000 nel prossimo mandato”

Fonte: https://www.firenzetoday.it/cronaca/sicurezza-il-sindaco-firenze-e-la-citta-piu-videosorvegliata-d-italia.html

[Aprile-maggio] 2019, l’impegno delle 1000 telecamere

Fonte: Programma elettorale Dario Nardella. Elezioni amministrative 2019, https://www.darionardella.it/dario_nardella_programma.pdf

“8 – Tecnologie di videosorveglianza

La sicurezza della città si raggiunge anche sfruttando le possibilità offerte dalle attuali tecnologie. In questa direzione sono da leggere interventi strutturali come l’installazione di 450 nuove telecamere di videosorveglianza pubblica, portando la dotazione in città a 750 telecamere, una delle concentrazioni per cittadino più elevata d’Italia. Le videocamere favoriscono la prevenzione dei reati, ma anche la possibilità di cattura del malvivente durante le indagini. L’impegno in tal senso nei prossimi anni è di ampliare ulteriormente il numero di questi strumenti superando le 1.000 telecamere”.

14 agosto 2019, “mantenuto l’impegno”, ora superata quota 800

Fonte: Sicurezza, Firenze: installate in città 63 nuove telecamere di sorveglianza, controradio.it, https://www.controradio.it/sicurezza-firenze-installate-in-citta-63-nuove-telecamere-di-sorveglianza/

“Con i 63 nuovi dispositivi installati arrivano a 818 gli apparecchi presenti sul territorio del Comune.

«Abbiamo mantenuto l’impegno di arrivare a 750 telecamere entro la fine dello scorso mandato, ora abbiamo già superato quota 800 – ha continuato Nardella –. Il nostro obiettivo è toccare quota mille nell’arco di poco tempo e sarà un altro traguardo importante per la città. Siamo di gran lunga la città con la più alta concentrazione di telecamere per abitante. […]».

«Abbiamo raggiunto risultati significativi – ha detto l’assessore Vannucci –: all’inizio dello scorso mandato le telecamere attive erano 150, mentre alla fine, a maggio scorso, erano 750; adesso sono 818. Tra i mesi di giugno e luglio scorsi ne sono state accese circa 70. Questi numeri dimostrano che c’è stato un grande e costante investimento da parte dell’amministrazione comunale su questo settore per assicurare la sicurezza urbana, per garantire la quale lavoriamo anche sui fronti della prevenzione e della deterrenza. L’installazione delle telecamere coinvolge tutti i quartieri ed è un progetto in continuo ampliamento»”.

Fonte: https://www.controradio.it/sicurezza-firenze-installate-in-citta-63-nuove-telecamere-di-sorveglianza/
Fonte: https://www.controradio.it/sicurezza-firenze-installate-in-citta-63-nuove-telecamere-di-sorveglianza/

2 settembre 2019, nuove idee dopo una visita alla control room di Mosca

Fonte: Traffico, arriva la “Control room”: sarà il “Grande Fratello” degli automobilisti, “Firenze Today”, online https://www.firenzetoday.it/cronaca/traffico-viabilita-control-room-app.html

«Un “Grande fratello ‘buono’” che controllerà non la vita delle persone ma i loro spostamenti “con lo scopo di migliorarli, una vera e propria ‘control room’ intelligente che governerà la viabilità a livello metropolitano cercando di fluidificarne il traffico con comunicazioni in tempo reale”. È ciò che il sindaco Dario Nardella, in missione istituzionale a Mosca, ha annunciato oggi dopo l’incontro con i referenti russi della locale “Centrale di controllo del traffico”. Nascerà a Firenze, rende noto una nota di Palazzo Vecchio, “il prossimo anno”.

[…] “Una visita interessante – ha dichiarato il sindaco Nardella – dalla quale sono nate nuove idee per l’attuazione della nostra centrale del traffico, ovvero la Smart City Control Room. Firenze già dispone di oltre 800 telecamere e sistemi avanzati di controllo della mobilità che vedranno la loro completa attuazione proprio nella realizzazione della Control Room”».

8 gennaio 2020, una telecamera ogni 380 abitanti, “siamo una delle città più controllate d’Italia”

Fonte: A Firenze mille telecamere comunali, una ogni 380 abitanti https://www.datacomtecnologie.it/a-firenze-mille-telecamere-comunali-una-ogni-380-abitanti/

“Firenze ha mille telecamere gestite dal Comune. I tre zeri sono stati raggiunti a fine 2019 con l’inaugurazione di un nuovo impianto in piazza Indipendenza. Una telecamera ogni 380 abitanti: «Siamo una delle città più controllate d’Italia – ha sottolineato il sindaco Nardella nella dichiarazione raccolta dal proprio ufficio stampa – mille occhi in giro per la città sono al servizio di tutti i cittadini e dei visitatori come strumenti di un migliore controllo del territorio, sia in fase di indagine che come deterrente».

6 gennaio 2021, Smart City finanziata con “fondi del PON Città Metropolitane 2014-2020 nell’ambito dell’Asse 2 – Sostenibilità dei servizi pubblici e della mobilità urbana”

Fonte: Firenze Smart City, la centrale di gestione e monitoraggio trova casa accanto all’ex stazione Leopolda con la Direzione Mobilità, comunicato stampa del Comune di Firenze, https://www.comune.fi.it/comunicati-stampa/firenze-smart-city-la-centrale-di-gestione-e-monitoraggio-trova-casa-accanto

«“Un passo avanti nella realizzazione della Smart city control room, che troverà sede alla stazione Leopolda – aggiunge l’assessore alla Smart City e innovazione Cecilia Del Re –. Un’infrastruttura che porta con sé una diversa visione di città, nella quale i servizi pubblici e i dati da essi generati si integrano per erogare servizi più efficienti e fornire risposte più immediate alle criticità, consentendo anche di avere una prospettiva più allargata della città. Uno strumento per superare l’approccio particolaristico nella gestione dei servizi pubblici e fare in modo che i dati possano essere sempre più conosciuti e condivisi, ponendosi alla base delle politiche da adottare nell’ottica della sostenibilità ambientale, sociale ed economica”.

Il progetto è stato finanziato dai fondi del PON Città Metropolitane 2014-2020 nell’ambito dell’Asse 2 – Sostenibilità dei servizi pubblici e della mobilità urbana e riguarda le opere edili ed impiantistiche per la predisposizione di tutti i locali del piano primo funzionali alla operatività della Smart City Control Room e l’equipaggiamento con le attrezzature e i sistemi tecnologici necessari al funzionamento della Control Room che rappresentano il cuore del progetto. Investimento previsto è di poco più di 1.334.000 euro».

28 gennaio 2021, altre 190 telecamere nel 2020, toccata quota 1240

Fonte: Firenze, salgono a 1240 le telecamere di videosorveglianza installate in città

Incremento di 190 telecamere https://www.055firenze.it/art/203889/Firenze-salgono-1240-le-telecamere-di-videosorveglianza-installate-in-citt

“Con le nuove installazioni effettuate nelle aree più sensibili di tutti i Quartieri, Firenze, riferisce il Comune di Firenze, la città è passata dalle 1050 telecamere del 31 dicembre 2019 alle 1240 a fine dicembre 2020 con un incremento di 190 telecamere nel corso dello scorso anno.

Dopo le nuove installazioni avvenute lo scorso anno oggi ci sono 532 telecamere nel Q1, 202 nel Q2, 117 nel Q3, 194 nel Q4 e 195 nel Q5. In telecamere di sicurezza sono stati investiti nel biennio 2019-2020 circa 700mila euro ma il piano Firenze Sicura prosegue anche quest’anno, con la previsione di 70 nuove installazioni”.

10 giugno 2022, Venezia: Smart Control Room, “situation room”, videowall: “un unicum a livello nazionale ed europeo nel panorama dei progetti di Smart City 2.0”

Fonte: Gabriele Gargantini, La stanza dove si vede tutto quello che succede a Venezia. Riceve dati da centinaia di telecamere e sensori per gestire turisti e servizi, ma tanti la vedono come un “Grande Fratello”, “Il post. Italia”,https://www.ilpost.it/2022/06/10/venezia-smart-control-room/

«Dalle finestre della Smart Control Room non si vede Venezia; si vedono solo parte del Ponte della Libertà che la collega alla terraferma e, nei giorni di bel tempo, le Alpi. Dall’interno della sala, al primo piano del comando generale di polizia locale, Venezia si vede invece tutta quanta, grazie a centinaia di telecamere, sensori e rilevatori di vario genere che attraverso decine di schermi permettono al Comune, alla polizia e ad alcune società pubbliche di osservare cosa succede in città.

La Smart Control Room, da cui lavorano in contemporanea al massimo otto persone, è un innovativo sistema di monitoraggio integrato di flussi, fenomeni e comportamenti di persone e mezzi, e che tra le altre cose fornisce costantemente informazioni su meteo, maree e qualità dell’aria. In parte serve a studiare, e se possibile prevedere, certi comportamenti di residenti e turisti; in parte ha l’ambizione di aumentare l’efficienza dei servizi offerti, ma anche la sicurezza e il cosiddetto “decoro”. […] TIM, che si è occupata della parte tecnologica del suo sviluppo, la definisce “un unicum a livello nazionale ed europeo nel panorama dei progetti di Smart City 2.0”. […] nel settembre del 2020 la Smart Control Room, finanziata con fondi europei e comunali, fu presentata nella nuova sede della Polizia locale. La stanza, spoglia e silenziosa, è sullo stesso corridoio di una spaziosa “situation room”, a pochi passi dalla centrale operativa della polizia. Si trova al Tronchetto, che è anche noto come Isola Nova ed è un’isola artificiale a forma di L che fu realizzata negli anni Sessanta. Arrivando a Venezia dal Ponte della Libertà, è la prima isola che si vede sulla destra. […]

Su una parete della smart control room c’è un grande videowall contenente qualche decina di schermate diverse. Alcune mostrano in diretta le immagini a 25 fotogrammi al secondo che arrivano da circa 600 telecamere, la metà delle quali sono nella Venezia insulare».

4 novembre 2022, Venezia: la prima Smart City d’Italia, con le “più moderne tecnologie IT”, “Big Data Analytics”, “Intelligenza Artificiale”, “Internet of Things”, “Cloud Computing”, “sentiment analysis”

Fonte: Venezia: la prima Smart City d’Italia. Il Comune di Venezia, VENIS e TIM Enterprise realizzano il progetto Smart Control Room rendendo la Città Lagunare la prima Smart City in Italia, https://www.timenterprise.it/approfondimenti/venezia-smart-city-italia

«Nel progetto è stato fatto largo uso delle più moderne tecnologie IT, con particolare riferimento per i Big Data Analytics, l’Intelligenza Artificiale, l’Internet of Things e il Cloud Computing. Sono stati inoltre realizzati ex-novo due sistemi IoT verticali, per il monitoraggio in tempo reale della mobilità acquea e per il controllo del traffico acqueo e stradale a fini sanzionatori.

Le principali funzionalità rese disponibili dalla piattaforma SCR riguardano:

– le presenze in città in tempo reale e uniche,

– le provenienze dei pendolari/visitatori,

– il controllo del traffico e del trasporto pubblico locale,

– il monitoraggio dei flussi pedonali,

– la predizione delle presenze e dei flussi,

– la sentiment analysis,

– il calcolo degli indici di stato e di performance della città,

– la navigazione assistita dei city users sul territorio comunale,

– il monitoraggio ambientale e il calcolo delle condizioni di fruibilità della città al loro variare.

È anche stata realizzata una vera e propria Centrale Operativa (la Smart Control Room) presso la quale operano a stretto contatto i rappresentanti dell’Amministrazione Comunale e delle società partecipate, condividendo le informazioni strutturate che la piattaforma SCR produce in relazione allo stato della Città e il suo evolversi.

La piattaforma SCR dispone di un ambiente per la “Open Science Collaboration” che consente all’Amministrazione Comunale di coinvolgere Università e Istituti di Ricerca nello studio dei fenomeni caratteristici della Città di Venezia.

Il progetto SCR Venezia ha rappresentato un unicum a livello nazionale ed europeo nel panorama dei progetti di Smart City».

10 dicembre 2022, 100 nuove telecamere di “ultimissima generazione” con i fondi europei PON METRO (500.000 euro); superata quota 1500

Fonte: Strade sicure, in arrivo 100 nuove telecamere (comunicato stampa del Comune di Firenze) https://www.comune.fi.it/comunicati-stampa/strade-sicure-arrivo-100-nuove-telecamere

«Ora gli apparecchi di videosorveglianza in città sono più di 1500. Albanese e Giorgetti: “Strumenti fondamentali per la sicurezza e la mobilità”

Sono 100 nuove telecamere di ultimissima generazione e stanno per essere installate nelle strade e nelle piazze di tutti i quartieri, portando gli apparecchi elettronici che controllano la città a oltre 1.500. È il nuovo grande acquisto fatto dal Comune di Firenze di sistemi di videosorveglianza della rete stradale e avranno il duplice compito di monitorare i flussi di traffico sulla rete cittadina per interagire con l’infomobilità metropolitana e di supportare il lavoro delle forze dell’ordine per la sicurezza della città. Questa nuova tranche di telecamere è stata finanziata con i fondi europei PON METRO per un importo di 500.000 euro.

Con queste cento nuove installazioni in arrivo nelle aree più sensibili di tutti i Quartieri e sulle arterie più trafficate, Firenze è passata dalle 1050 telecamere del 31 dicembre 2019 alle 1500 di adesso (nel maggio 2014, ad inizio mandato del sindaco Dario Nardella, erano circa 150)».

11 ottobre 2023, 1586 telecamere, a cui aggiungerne altre 50

Fonte: Furti a raffica, l’annuncio del Comune di Firenze: 50 nuove telecamere https://www.lanazione.it/firenze/furti-firenze-32a66635

«“Ci siamo impegnati molto in questi anni a potenziare il sistema di videosorveglianza della nostra città” dice l’assessora Benedetta Albanese, che ha ricordato come ad inizio mandato del sindaco Nardella, nel maggio 2014, fossero 150 quelle installate mentre oggi sono 1586, a cui si aggiungeranno le ulteriori 50 la cui installazione è stata approvata stamani».

16 ottobre 2023, Smart city control room, h24

Fonte: Domenico Guarino, Sicurezza, Firenze: nuove telecamere, Smart city control e tre pattuglie di vigili in più per Quartiere, controradio.it, https://www.controradio.it/sicurezza-firenze-nuove-telecamere-smart-city-control-e-tre-pattuglie-di-vigili-in-piu-per-quartiere/

“Un piano in dieci punti quello annunciato da Nardella. Rafforzamento dell’organico della polizia municipale con 50 nuovi ispettori che arriveranno in due step nei prossimi mesi e un nuovo bando per 200 agenti in più; aumento dei vigili di quartiere con tre pattuglie in più al giorno su ogni quartiere di Firenze e il reinserimento della stazione mobile nelle periferie; nuove telecamere; Smart city control room, che sarà attivata entro l’anno e avrà un sistema di sorveglianza attiva h24 e agenti dedicati che controlleranno le zone più delicate”.

23 novembre 2023, a Firenze 351.000 euro per 50 nuove telecamere, a Grosseto 260.000 per 200

Fonte: Videosorveglianza: Firenze tocca quota 1600 telecamere, “Sicurezza”, magazine online https://www.sicurezzamagazine.it/videosorveglianza-firenze-tocca-quota-1600-telecamere/

“Lo scorso ottobre la giunta del Comune di Firenze ha approvato lo stanziamento di 351.000 euro per aumentare la rete di videosorveglianza in città. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e le forze dell’ordine si sono confrontate scegliendo una serie di aree sensibili per posizionare le 50 nuove telecamere, che si aggiungono ai 1.586 dispositivi già presenti a Firenze.

L’impianto è collegato tramite una rete in fibra ottica a un sistema centrale di supervisione, gestione e archiviazione, con immagini visibili in tempo reale presso le sale operative della polizia municipale, della questura, dei carabinieri e della guardia di finanza, presso le sale gestione della Direzione Mobilità e di Firenze Start (semafori) e presso le sale operative della Protezione Civile e dei vigili del fuoco”. […]

La giunta comunale di Grosseto ha approvato lo studio di fattibilità tecnica ed economica per l’aggiornamento del sistema di videosorveglianza in programma tra 2023 e 2025. È stato previsto un investimento complessivo che supera i 260.000 euro per 200 nuove telecamere, che in parte sostituiranno i dispositivi obsoleti, in parte andranno a implementare i controlli”.

12 dicembre 2023, “un vero e proprio gioiello di alta tecnologia”

Fonte: Smart city control room, inaugurato il nuovo Hub per la gestione della mobilità e dei servizi urbani, comunicato stampa del Comune di Firenze https://www.comune.fi.it/comunicati-stampa/smart-city-control-room-inaugurato-il-nuovo-hub-la-gestione-della-mobilita-e-dei

«“Questa nuova Smart city control room è un vero e proprio gioiello di alta tecnologia, sicuramente il più avanzato in Italia, che ci consentirà di avere il controllo totale di quello che succede in città, a cominciare dalla mobilità, sia pubblica che privata, per anche la sicurezza, l’illuminazione, i semafori, l’infomobilità – ha dichiarato il sindaco Nardella –. Grazie alle nostre 1600 telecamere ma anche alla gestione integrata di tutti i dati potremo garantire un miglioramento globale del traffico e delle informazioni per i cittadini”. […]

Nella Smart City Control Room trovano posto la Centrale Operativa della Mobilità e la Centrale Operativa della Polizia Municipale, ma sarà interconnessa con le altre centrali già attive e presenti sul territorio e sono previsti in futuro protocolli di coordinamento con centrali taxi, servizi di sharing mobility, e flotte del trasporto merci. Grazie alla cooperazione degli operatori della mobilità, della Polizia Municipale ma anche dei gestori del Global Service, dei servizi alla mobilità, del Tpl urbano ed extraurbano, dell’igiene urbana, del servizio idrico e gas oltre agli operatori della comunicazione (web, social, radio) e al collegamento con le altre centrali la Smart City Control Room diventa una super centrale di interconnessione dei servizi urbani attinenti alla mobilità consentendo una gestione in tempo reale delle diverse attività di tutti gli operatori coinvolti. […]

La Smart City Control Room è stata realizzata al primo piano della palazzina adiacente alla sede delle direzioni Infrastrutture di Viabilità e Mobilità e Sistema Tranviario Metropolitano. Sul lato settentrionale del fabbricato è stato creato il grande ambiente che ospita la Control Room ed il Media Box, mentre negli spazi rimanenti sono state realizzate la Sala emergenze oltre alla nuova Centrale Operativa della Polizia Municipale. I restanti locali al piano terra ospitano ulteriori uffici della Direzione Infrastrutture di Viabilità e Mobilità. La struttura della copertura esistente in legno è stata mantenuta e sottoposta a un intervento di restauro e consolidamento».

Fonte: Sandra Salvato, Smart City Control Room: ecco il “cervellone” che monitorerà la mobilità a Firenze, “controradio.it”, https://www.controradio.it/mobilita/

“Una super centrale operativa come si vede solo nei film, qui passeranno le immagini di 1.600 telecamere.

Una stanza grande, una sorta di cervellone, un occhio tolkeniano che tutto vede e tutto sa in tempo reale. Videowall, grandi schermi occupano buona parte del salone ellittico nei nuovi uffici della Direzione grandi infrastrutture e mobilità vicino alla stazione Leopolda, e in futuro saranno accesi 24 ore su 24 – per ora solo dalle 7 del mattino fino alle 8 della sera – per gestire e fronteggiare traffico, eventi, lavori pubblici, incidenti, allagamenti, ma anche un maggiore monitoraggio del traffico durante i giorni critici o in caso di manifestazioni. Lo si farà in maniera integrata, perché sono vari i soggetti che siedono al tavolo decisionale, da Publiacqua a Sas, Alia, Global, Silfi, i tassisti, fino alla polizia municipale e i tecnici del Comune”.

6 gennaio 2024, 39 nuove telecamere, “in città sono oggi 1656”

Fonte: Sicurezza, accese 39 nuove telecamere di sorveglianza, comunicato stampa del Comune di Firenzehttps://www.comune.fi.it/comunicati-stampa/sicurezza-accese-39-nuove-telecamere-di-sorveglianza

«Non si ferma il lavoro dell’amministrazione per potenziare la videosorveglianza di strade, piazze e giardini della città. Negli ultimi giorni di dicembre sono state infatti accese 39 nuove telecamere di ultimissima generazione dislocate nelle zone più sensibili della città individuate con le forze dell’ordine e la prefettura grazie anche alla collaborazione di comitati e cittadini. In totale le telecamere in città sono oggi 1656. […]

“Stiamo lavorando in grande collaborazione con le forze dell’ordine e la prefettura ma anche con i Quartieri della città, con i tantissimi cittadini e con i comitati – afferma l’assessora alla sicurezza urbana Benedetta Albanese –. Non ci fermiamo qui, abbiamo in programma altre 14 installazioni a gennaio e continueremo in questa direzione di potenziare la videosorveglianza ancora nei mesi a seguire”».

15 gennaio 2024, costi: PON e fondi comunali

Fonte: Paolo Odinzoff, Smart City Control Room, a Firenze un super hub tecnolologico per il controllo della città, “Citynext”, online https://www.citynext.it/2024/01/15/smart-city-control-room-a-firenze-un-super-hub-tecnolologico-per-il-controllo-della-citta

“La sua realizzazione è costata circa 2,5 milioni di euro ed è stata finanziata per 1,57 milioni, con fondi del PON Città Metropolitane 2014-2020 nell’ambito dell’Asse 2, e 0,93 milioni da fondi comunali, cui si aggiungono le risorse impiegate per lo sviluppo dei sistemi informativi”.

21 febbraio 2024, in una “smart city”, “tutti i cittadini contribuiscono attivamente alla politica pubblica”

Fonte: Smart City Control Room Firenze, il ruolo di DZ Engineering, online https://www.dz-e.com/smart-city-control-room-firenze-il-ruolo-di-dz-engineering/

“Negli edifici adiacenti la storica Stazione Leopolda, il 12 dicembre 2023, il Comune di Firenze ha inaugurato la nuova Smart City Control Room (SCCR).

Per questo progetto DZ Engineering ha curato la realizzazione degli impianti e delle opere edili, nonché la progettazione ed installazione di Sistemi Video Wall che permetteranno l’aumento dei livelli di sicurezza della città. […]

Nei progetti di rinnovamento delle infrastrutture e dei servizi offerti ai cittadini, diventa di fondamentale importanza l’utilizzo delle tecnologie IoT per diversi motivi, ad esempio: una migliore gestione ed ottimizzazione delle risorse, la riduzione dell’impatto ambientale, la progettazione e costruzione di reti di trasporto urbano ecosostenibili, il perfezionamento e potenziamento dei servizi e lo sviluppo di nuovi.

All’interno di una smart city si “lavora” inoltre per favorire le relazioni con il capitale intellettuale, umano e sociale: tutti i cittadini contribuiscono attivamente alla politica pubblica e rendono l’amministrazione della città interattiva e reattiva.

Sostenibilità, efficienza ed innovazione permettono inoltre di innalzare i livelli di sicurezza degli spazi urbani, offrendo protezione all’intera popolazione. […]

Il progetto della Smart City Control Room è frutto delle esperienze e del know-how sviluppato da DZ Engineering sia in ambito Motorsport che di sicurezza urbana. La realizzazione dei sistemi di controllo TVCC nei circuiti di F1 e MotoGP (Singapore, Monza, Imola, Hanoi e Mandalika) e delle infrastrutture cittadine nelle città di Ravenna, Forlì, Cesena e Crotone sono state le basi per raggiungere un grado di eccellenza”.

25 marzo 2024, oltre 1700 telecamere di videosorveglianza: “un record a livello nazionale in rapporto sia alla superficie che al numero di abitanti”

Fonte: Sandra Salvato, Intesa tra Comune e Procura di Firenze per rafforzare le indagini sui reati predatori, “controradio.it” https://www.controradio.it/sindaco-nardella-spiezia-procura-repubblica-firenze-protocollo-intesa/

«[Filippo Spiezia, procuratore della Repubblica, dichiara]: “Il nostro è un intervento a valle, quando purtroppo i fenomeni criminali accadono. Non abbiamo la funzione della prevenzione, tuttavia crediamo che si possa fare di più: il perfezionamento della centrale operativa della polizia municipale rappresenta un’occasione d’oro per ridurre i tempi di acquisizione e elaborazione della prova. Questa esigenza nasce dalla constatazione che c’è un incremento nel contesto urbano nelle forme di reati predatori come furti, rapine, estorsioni. […]”

È previsto, inoltre, “un allungamento dei tempi di conservazione delle immagini su un numero consistente di telecamere per finalità investigative. Prima le immagini venivano mantenute per 24-48 ore, ora si arriva a sette giorni”. Lo ha spiegato il procuratore, specificando che la conservazione delle immagini delle telecamere di sicurezza erano già di sette giorni, ma adesso l’estensione della durata varrà per quasi tutti i dispositivi. L’altro elemento di novità è il rafforzamento di un meccanismo investigativo con una “task force composta da un certo numero di appartenenti a questa sezione che lavorerà per analizzare tutti i file relativi a fascicoli, per andare a ricostruire l’esistenza di condotte seriali” seppur “attribuite a singole soggetti o riconducibili alle azioni di gruppi associati”.

Il sindaco Nardella ha sottolineato che il protocollo “permette di utilizzare al massimo e al meglio la nuova centrale operativa del Comune di Firenze, la smart city control room e tutta la rete di telecamere di videosorveglianza, oltre 1700, che rappresenta un record a livello nazionale in rapporto sia alla superficie che al numero di abitanti”.

Fonte: esserefirenze.it, la città che “è…”

Sito costruito per presentare il bilancio di fine mandato: “Progetti e attività realizzate dal Comune di Firenze durante il mandato 2019-2024”. (Una versione cartacea è stata recapitata per posta agli indirizzi dei e delle residenti a Firenze, con questa indicazione: “Materiale comunicativo di accompagnamento agli strumenti tecnico-amministrativi redatti dalla Pubblica Amministrazione ai sensi dell’art. 4 del D.Lgs. 6 settembre 2011 n. 149 […]. Il documento, pertanto, integra la redazione della Relazione tecnica di fine mandato”.)

“Firenze è vicina […] / Mobilità digitale […]

Smart City Control Room / La centrale operativa per la gestione e il monitoraggio in tempo reale dei servizi di Smart City. Un unico grande spazio fisico che riunisce tutti i soggetti coinvolti nella gestione dei principali servizi urbani e della viabilità, compresa la Polizia Municipale”. (https://esserefirenze.it/vicina-2/)

“Firenze è attenta […]

Piano telecamere / Costante installazione di videocamere di sorveglianza in diverse zone della città anche per aumentare la sicurezza”. (https://esserefirenze.it/attenta-2/)

Un simbolo grafico indica che questi due progetti sono “cofinanziati dall’Unione Europea nell’ambito del Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane 2014-2020”.

Cartello stradale all’angolo tra via Novelli e via D’Annunzio, rivisitato dall’artista Clet

Archiviato in://, Elementi del paesaggio, Statistiche Filippo Benfante

“Il fuoco non si deve spegnere”

04/04/2024 Teresa Ferraresi // Laboratorio

Viaggio nei dintorni cosmopoliti di Cremona. Lavoratori contro i licenziamenti. Bandiere dell’Unione Sindacale di Base. Chai caldo e Gutturnio frizzante. Scene da un macello occupato.

Il mio treno parte alle 8,10 da Venezia Santa Lucia. Alla stazione di Mestre un uomo composto con un giubbotto arancione e senza valigia si siede di fronte a me. Parla al telefono, mi pare in una lingua che nella mia testa poco formata sulle lingue non egemoniche identifico come di un vago “Est Europa”. La sua compostezza viene tradita da uno sguardo spaesato appena termina la sua chiamata, guarda il suo biglietto cartaceo, si guarda intorno e irrompe nel mio torpore: “Va a Milano questo?”. Il mio treno ha capolinea a Verona Porta Nuova, consulto lo schermo elettronico di fronte a noi per capire chi sta sbagliando: nessuno dei due. Dovrà cambiare, anche lui come me. A differenza sua, la mia meta è la provincia. Per arrivare a Cremona da Venezia la tratta con il regionale è controintuitiva: Verona-Brescia e poi giù di nuovo, verso l’Emilia, la condanna della provincia.

Il mio ultimo treno Brescia-Cremona parte a rilento, taglia un pezzo di bassa e con questa i paesi che stanno lungo la sua traiettoria. Alcune fermate paiono essere dentro al bar principale del paese, costeggiano case di un giallo scolorito dal tempo, qualche parcheggio e un puzzle di campi coltivati, punteggiati da fabbriche. Mi accorgo di stare guardando solo alla mia sinistra, ma quando mi giro alla destra tutto pare identico. È solo la vista del Torrazzo che si fa strada tra la nebbia a segnalarmi di essere vicina alla mia meta. Scendo e vedo Francesco, un compagno che a Cremona ci è nato e cresciuto e che dopo l’università ha scelto di tornarci. Cammina verso di me con una bici e una borsa di plastica piena di pentole che mi ricorda il motivo per cui oggi, 11 febbraio 2024, domenica di carnevale, mi trovo nella bassa lombarda.

Dal 17 ottobre 2023 una ventina di lavoratori, per lo più d’origine indiana del Punjab, sta occupando la fabbrica ProSus, un macello a qualche chilometro da Cremona che conta quattrocento dipendenti tra assunti diretti e lavoratori in appalto.

Nei mesi precedenti l’azienda aveva deciso di procedere a una ristrutturazione volta alla vendita dei suoi stabilimenti e mettersi sul mercato tagliando i posti di lavoro: un impianto con la stessa capacità produttiva ma meno personale e quindi meno costi. I primi colpiti sono i lavoratori delle cooperative: si rescindono i contratti con le varie ditte di appalto presenti in fabbrica, mentre gli assunti vengono messi in cassa integrazione.

Questa storia potrebbe finire così, una storia come tante nell’Italia che esternalizza e delocalizza, se non fosse che la strategia aziendale ormai diffusa di frammentare l’unità dei lavoratori differenziando le tipologie di contratto sembra non aver funzionato in questa sede. Gli assunti diretti della ProSus entrano nella fabbrica e si dicono determinati a non uscire finché la produzione non ripartirà con tutti i lavoratori presenti in azienda prima di ottobre: l’occupazione è in solidarietà ai lavoratori in appalto, con i quali hanno lavorato fianco a fianco per anni lungo la stessa linea e condiviso lotte che hanno portato coloro che ora occupano a essere internalizzati.

Domani ci sarà un pranzo di carnevale fuori dai cancelli della fabbrica organizzato da un gruppo di solidali della città per costruire un momento di convivialità con i lavoratori, che da quattro mesi sono in picchetto permanente per portare avanti la loro vertenza dentro e fuori la fabbrica, e le loro famiglie che, seppur da casa, vivono e sostengono la lotta.

La mattina successiva partiamo presto in direzione Vescovato, un paese di tremila abitanti alle porte di Cremona dove si trova il macello ProSus. Uscendo dalla città, la campagna arriva prima del previsto ai miei occhi o forse ciò che vedo è solo una continuazione della città, un’appendice che vive in funzione di questa. Non mi so dare risposte, per me che ho sempre vissuto in città metropolitane è difficile orientarmi in ciò che ho intorno, mi accorgo di non avere le parole per descrivere ciò che vedo. Un paese, una chiesa e poi distese di campi, interrotti da capannoni e silos ogni qui e altrove. È solo quando giriamo l’ultima curva della provinciale prima di Vescovato e scorgo le bandiere dell’Unione Sindacale di Base che capisco di essere arrivata.

Foto di Salvatore Gucciardo

La strada divide la fabbrica da una cascina. In mezzo, tende e gazebi compongono quello che ha tutta l’aria di essere un accampamento costruito per durare nel tempo. È il presidio permanente fuori dai cancelli della fabbrica. La tenda principale è letteralmente attaccata ai cancelli di questa: non è una struttura chiusa, una tenda da campeggio come le altre disseminate nello spiazzo antistante i cancelli della fabbrica ma piuttosto un’opera di architettura e ingegneria operaia. Intorno a un gazebo ormai totalmente inglobato nel resto della struttura è sorta una stanza le cui pareti laterali sono composte da teli cerati, travi di legno e pezzi di mobilio che si prestavano allo scopo; sul fondo dell’ambiente si distinguono le sbarre della recinzione cui tutta la struttura è legata. Assi e ceppi di legno, teli di plastica per proteggere dalla pioggia che in questo periodo cade battente e un manico di scopa compongono un mosaico annerito sul soffitto: nella tenda è infatti collocata la stufa a legna, che offre un po’ di conforto dal freddo di questi mesi invernali e sul quale viene fatta bollire l’acqua per preparare l’eterno chai.

Foto di Salvatore Gucciardo
Foto di Ernest Chernetskyy (Ernosphoto)

Appena scendiamo dalla macchina, qualcuno esce dalla tenda principale e ci aiuta a portare i fornelli e le pentole che serviranno per preparare il pranzo, mentre i lavoratori occupanti si avvicinano ai cancelli per salutare. Ci incontriamo al crocevia, ai tornelli che fino a quattro mesi fa scandivano le loro giornate di vita e lavoro. Comincio a parlare con uno di loro, B.: indossa ancora la veste bianca che utilizzava nelle celle frigorifere della fabbrica. Ci stringiamo la mano tra le sbarre del cancello e quando gli chiedo come va mi risponde che la notte è stata fredda dentro, gli hanno tolto l’elettricità per riscaldarsi, ora però va meglio, la mattina si è portata via un po’ di gelo. B. è in Italia dal 2010 e lavora in ProSus dal 2013, ha una figlia di 10 mesi e ha vissuto con lei solo 6 di questi. Appena esce di qui, vorrebbe portarla a vedere il Punjab. Mi dice che qui non è male, il paese non è male, è vicino alla città ma c’è il silenzio che la città non ha. Sembra affezionato al posto in cui abita, ci sono molti suoi connazionali, ma quando gli domando – forse ingenuamente – perché ha scelto l’Italia, mi dice che non ha scelto, qui c’era il lavoro ed è venuto. L’India gli manca, lì c’è più sole, i suoi ricordi e il resto della famiglia che ha lasciato. Quando gli chiedo quando ci tornerà, assertivo mi risponde: “Quando vinciamo qui. Ora che abbiamo iniziato, continuiamo fino alla fine. Fino che tutti i fratelli non sono assunti e ricominciamo a lavorare insieme”. La parola fratelli tornerà spesso nei loro discorsi, mi accorgerò che non ha un connotato religioso o di appartenenza alla stessa comunità nazionale, ma piuttosto di comunione di esperienze e soprattutto di lotte. Se a occupare sono tutti lavoratori che provengono dall’India; i lavoratori della cooperativa, per i quali è in corso l’occupazione, hanno anche altre provenienze geografiche.

Foto di Ernest Chernetskyy (Ernosphoto)

Sento qualcuno che mi chiama dalle tende: è pronto il chai. Nel corso della giornata capirò che a quel presidio ci si premura sempre che nessuno rimanga senza un bicchiere. Ci sediamo intorno alla stufa della tenda principale dove c’è sempre qualcuno a presidiarla. “Il fuoco non si deve spegnere mai” mi dice il guardiano di turno alla fiamma, dopo averle soffiato sopra con un lungo tubo di metallo.

Foto di Ernest Chernetskyy (Ernosphoto)

Mentre ci scaldiamo, sentiamo arrivare qualche macchina, è parte della comunità sikh di Mantova venuta in vista per la giornata a sentire come stessero i lavoratori. Portano altro latte per il chai e qualche cocacola per i turni della notte. Due degli occupanti infatti restano svegli a turno a vegliare sulla fabbrica arrampicati sulle giostre, i macchinari industriali in cui ogni giorno appendevano mezzane di maiali. Da lassù, sarebbe più difficile trascinarli fuori ponendo fine alla loro vertenza.

Di fronte all’unità che anima questo presidio, c’è la disgregazione del territorio prossimo che, oltre a essere silente, pare ostinatamente sordo. Di fronte alla fabbrica c’è una cascina, è solo una strada a separarle eppure sembrano pezzi di spazio contigui che non dialogano, storie diverse stratificate nel tempo che condividono uno stesso luogo senza abitarlo congiuntamente. C’è movimento, cani che abbaiano e un silenzioso via vai, dalla stalla esce a metà giornata un signore a cavallo senza mai guardare alla sua sinistra. Chiediamo ai lavoratori: “Ma chi c’è lì?”, non lo sanno, ogni tanto vedono qualcuno uscire, entrare, arrivare, ma nessuno si è mai sporto dall’altra parte della strada a vedere cosa succedeva dietro il suo cancello.

Continuiamo a parlare tra noi alternando discorsi tra bicchieri di chai e Gutturnio frizzante portato dalla città finché il sole comincia a scendere dietro la fabbrica, spezzato dal campanile di Pieve Delmona, il paese che precede Vescovato arrivando da Cremona.

Prima di rientrare verso la città, facciamo un giro a piedi tra le campagne circostanti: è vero, c’è silenzio. Uno di noi prende il telefono: è Lungo la strada di Milva a riaccompagnarci verso il presidio dove il fuoco ancora non si è spento.

Due giorni dopo, l’occupazione all’interno di ProSus verrà sgomberata.

I lavoratori ci rassicurano che la vertenza non è finita, il presidio continua e il fuoco ai cancelli di via Mantova non si è spento. 

Lungo la strada / che mi porterà lontano / penso alle lotte disperate e sogno / una vicina libertà // Vado cantando / fino a che avrò fiato in cuore / ed il compagno che mi ascolta / canti, canti con me la libertà

Nota della redazione. Questo articolo nasce dagli incontri del Laboratorio di documentazione e storia del tempo presente che la redazione di altrochemestre.it ha curato nell’ambito del corso di Storia sociale tenuto da Alessandro Casellato (Università Ca’ Foscari, Venezia, febbraio-marzo 2024).

Secondo dati dichiarati nel 2015 dalla Cooperativa Produttori Suini (ProSus), proprietaria dello stabilimento di macellazione di Vescovato (Cremona), il macello impiegava oltre 400 addetti, per una macellazione di circa 800mila capi annuali. Si veda l’opuscolo “Company Profile” pubblicato per i trent’anni di attività della cooperativa (https://www.prosus.it/images/cataloghi/CompanyProfile_ITA.pdf). Nel gennaio 2024 il presidente della cooperativa ha fornito le cifre seguenti in un comunicato ufficiale: capacità del macello circa 600mila capi annuali; 184 dipendenti diretti (di cui 150 in cassa integrazione).

L’immagine di apertura è un disegno di Zerocalcare per la locandina che pubblicizzava un’iniziativa di sostegno agli operai organizzata dal sindacato USB il 28 febbraio 2024 (https://www.usb.it/leggi-notizia/prosus-28-febbraio-iniziativa-a-cremona-con-zerocalcare-dopo-lo-sgombero-della-fabbrica-la-lotta-non-si-ferma-1541.html).

Ringraziamo Ernest Chernetskyy (Ernosphoto) e Salvatore Gucciardo che ci hanno permesso di usare le loro foto.

Archiviato in://, Laboratorio Teresa Ferraresi

End Fossil a Venezia

03/04/2024 Nikolas Bingger // Laboratorio

Cronaca di un’assemblea studentesca per lanciare in città un movimento europeo “contro l’estrattivismo”. Programmi e linguaggi. Geografie di una protesta.

Venezia, ore 19 del 22 febbraio 2024, lungo calle del vento, di fronte all’Aula San Trovaso dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sono le 19, fuori piove. Una ventina di studenti appartenenti a varie facoltà attende in un bar la fine dell’ultima lezione per poter accedere all’aula prenotata in anticipo e poter dare inizio alla loro assemblea. Nell’ultima settimana sono stati condivisi tramite post e pubblicità su Instagram le copertine dei dépliant che pubblicizzano l’avvenimento agli studenti, gli stessi che in forma cartacea sembrano essere ovunque nelle sedi umanistiche dell’università Ca’ Foscari, dalle aule di San Sebastiano ai muri della Biblioteca dell’Area Umanistica e le aule a San Basilio. Sulla copertina, in caratteri cubitali bianchi su sfondo rosso vivo scrivono: “NASCE END FOSSIL VENEZIA / ASSEMBLEA PUBBLICA 22 FEBBRAIO / mobilitiamoci nei luoghi della formazione contro l’estrattivismo in università”. Gli organizzatori sono chiari, viene proclamata la nascita di un nuovo movimento ambientalista nel già attivo e vivace contesto studentesco di Ca’ Foscari.

Uno dei manifesti diffusi su Instagram da End fossil e dagli altri collettivi che ne supportano la nascita

L’aula si riempie presto, arrivano a esserci una sessantina di persone. Tutti si siedono in cerchio sui banchi e si dà inizio all’assemblea. Il primo discorso è introduttivo ha per obiettivo una spiegazione dei metodi di discussione generali: per esprimere assenso si alzano le mani e le si scuotono, mentre le si abbassano se si è in disaccordo, si alza la mano per prenotare il proprio intervento. Segue una presentazione generale di ogni partecipante in sala, ognuno annuncia il proprio nome e i pronomi (maschili, femminili, neutri) da utilizzare per riferirsi e interpellarsi reciprocamente. Questa procedura viene svolta al fine di garantire uno “spazio sicuro per tutti dove sentirsi accettati e liberi di esprimere la propria opinione”, per garantire un’inclusione e un rispetto per il prossimo nei discorsi. Viene inoltre offerta una traduzione istantanea in inglese, fatta da uno studente, per i pochi (forse un paio) non italofoni presenti.

Finita questa introduzione, l’assemblea entra nel vivo dei temi trattati: il clima e le università. “I temi centrali dell’assemblea,” dice una delle organizzatrici “sono divisi in obiettivi a breve e a lungo termine: i primi sono inerenti alla realtà locale e riguardano il parlare di clima all’università, analizzando la crisi climatica e il ruolo dei luoghi del sapere come complici della crisi tramite i loro accordi e finanziamenti con altre entità; il secondo invece si inserisce nell’internazionalità del fenomeno, che, come dichiarato dal nome stesso del movimento, punta alla fine dell’industria e dell’economia incentrata sui combustibili fossili. Il mezzo per arrivare a questi obiettivi è partire dai luoghi di formazione culturale, occupando e spingendo le università a interrompere gli accordi e le partnership con le grandi aziende del fossile”.

Prosegue poi spiegando che End Fossil nasce come campagna di occupazione internazionale a novembre-dicembre 2022. Partendo da Spagna e Portogallo, per poi espandersi in Regno Unito e Germania, si sta ora diffondendo in tutta Europa. La loro prima ondata di occupazioni è coeva alla nascita del movimento e si rifà allo spirito sessantottino, occupando 50 università e scuole tra Spagna, Portogallo, Regno Unito e Germania. In Italia il movimento sembra arrivare solo nei primi mesi del 2023, le testimonianze dei presenti e la documentazione accessibile indicano Pisa come primo centro, seguito poi da una diffusione sia a nord che a sud soprattutto nelle grandi città (Torino, Milano, Roma, Palermo e altre ancora). A oggi ci sarebbe una decina di ramificazioni del collettivo in Italia. La diffusione internazionale del movimento porta a una seconda ondata di occupazioni di scuole e università a maggio 2023: se ne contano 75 in quasi tutte le città europee in cui è presente End Fossil, tra cui Roma e Pisa.

In rosso le province con università o scuole dove End Fossil è presente. In nero, le presunte direttrici di diffusione a partire dalla Spagna verso Pisa e poi Roma, Napoli, Palermo, Milano, Torino, Bologna, Ravenna, Parma e ora anche Venezia. Elaborazione dell’Autore.

Tra gennaio e febbraio 2024 End Fossil raggiunge tramite la diffusione del proprio programma sui social il territorio Veneziano. Qui suscita l’interesse di alcune studentesse del dipartimento di “Environmental Humanities” dell’università Ca’ Foscari, che, mosse da un senso di dovere verso il proprio futuro e quello dei loro coetanei decidono di prender parte con spirito rinnovatore a un contesto di attivismo ambientalista, legandosi a realtà politiche e sociali locali. Tra questi è forte il supporto di altri collettivi preesistenti nel contesto studentesco veneziano, come Liberi Saperi Critici (LiSC), collettivo ambientalista, transfemminista e anticolonialista tra i più attivi e dinamici dell’isola e i cui rappresentanti erano presenti all’assemblea.

Gli organizzatori dell’assemblea spiegano che EF al momento è presente quasi esclusivamente nei dipartimenti umanistici, motivo per cui intendono fare campagne di sensibilizzazione.
Il loro principale obiettivo al momento è una diffusione interna agli altri dipartimenti, in particolare nel Campus Scientifico di Ca’ Foscari a Mestre dove, sia per via della distanza fisica tra Mestre e Venezia, sia per la forte resistenza e disinteresse verso lotte ambientali e sociali, EF e gli altri collettivi quali lo stesso LiSC non riescono ancora a inserirsi.

Una delle organizzatrici prende quindi la parola per annunciare la dichiarazione d’intenti del movimento:

“Questa è una campagna nata da una volontà di mobilitarsi e protestare contro lo stato delle cose presente a Ca’ Foscari, proponendo alternative. Nel caso specifico questo si inserisce in una generale aziendalizzazione e privatizzazione dell’università. Come nei rapporti con Crédit agricole e la Carta conto, dove gli studenti sono obbligati ad aprire un conto per avere borse di studio. Non sapendo che essa è una delle principali azioniste di industrie fossili e collabora con Eni, che ha una presenza subdola ma ramificata a Ca’ Foscari.

Eni è macchiata di crimini in tutto il mondo, agendo specialmente nel sud globale, come in Mozambico, dove è complice e responsabile non solo di sfruttamento ed estrazione dei combustibili fossili ma lavora con una strategia e un’ottica colonialista che devasta territori e popolazioni. Noi vogliamo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose, richiediamo la recisione da parte di Ca’ Foscari di questi accordi e un sostegno con aiuto di studenti che porti a un vero cambiamento”.

La strategia di End Fossil a Ca’ Foscari è quindi di proporre e attuare una campagna di cambiamento e sensibilizzazione locale che si intersecherà con la più generale direttrice anti fossile, partendo dai luoghi di cultura per “spingere l’università a cessare ogni tipo di collaborazione e accordi con aziende devastatrici del fossile, col fine di iniziare il processo di defossilizzazione dai luoghi del sapere”. Nell’immediatezza, afferma uno dei promotori del movimento, si stanno organizzando per proporre la creazione di corsi obbligatori sulla crisi climatica e per “creare una comunità energetica a partire dall’università”.

Per attuare questo piano vengono stilate le prime rivendicazioni immediate da presentare agli organi universitari, perché siano trasformate in una serie di “scelte coerenti da parte di Ca’ Foscari sul proprio impegno per portare una giustizia climatica e ambientale seria”. L’elenco comprende:

  • – Cessazione dei rapporti con Crédit Agricole, con un’alternativa da elaborare negli incontri a seguire.
  • – Trasparenza nei rapporti che Ca’ Foscari ha con le aziende, a oggi non chiari o difficili da trovare, con conseguente libertà di richiesta di accesso agli atti dell’università.
  • – Percorso di autoformazione obbligatorio sulla giustizia climatica, creazione di un corso ad hoc e campagna di sensibilizzazione interna.
  • – Concretezza e limitazione del green washing, pensare al ruolo dell’università nel ruolo di cambiamento, proporre modelli alternativi di costruzione di comunità energetiche.

Queste richieste sono ritenute “fattibili” e pongono molta importanza sul fatto che questo non si tratta di un movimento di protesta, ma di alternativa.

L’assemblea infine passa al ruolo di End Fossil come tassello di una campagna molto più ampia che comprende anche l’antibellicismo. In altre parole, la mobilitazione contro la crisi climatica raccoglie anche molte più lotte insieme. Uno degli interventi, da parte di una delle rappresentanti del gruppo LiSC, esemplifica questa idea:

“La lotta climatica è e deve essere anticapitalista, deve combattere tutto il sistema in cui viviamo. Tutto è parte di una lotta più grande. Il primo passo è trovarsi, discutere e creare una mobilitazione collettiva che cambi e cerchi di cambiare gli ambienti che viviamo collettivamente e individualmente. Il cambiamento non può venire solo dalle cose individuali ma da un cambiamento generale, siamo studenti in università ed è il luogo che viviamo collettivamente, è perfetto per partire. Questa stessa assemblea è una base dal basso per mobilitarci”.

Il senso di responsabilità e partecipazione “verso la questione palestinese e l’attuale genocidio in corso” è forte. Uno dei presenti spiega il collegamento ricordando il ruolo di ENI, uno dei bersagli della campagna di EF a Ca’Foscari: “recentemente ENI ha vinto un bando per l’estrazione di gas davanti alla striscia di Gaza, prima ancora che questa venisse occupata, legandosi quindi automaticamente alla lotta e alla questione palestinese. La complicità dell’istituzione italiana è presente nei rapporti tramite i programmi Erasmus rimasti aperti con le università israeliane, chiudendo invece i rapporti con le università palestinesi”.

A detta degli organizzatori, lo spirito che questo nuovo collettivo vuole manifestare non è quindi solo una generica “giustizia climatica”, ma una giustizia in senso lato, con un obiettivo programmatico. EF si può dunque definire un movimento ambientalista, anticapitalista, anticolonialista, terzomondista e femminista; un intreccio di lotte e idee che si rifanno allo spirito sessantottino, ma con nuovi fondamenti.

Dopo circa un’ora gli organizzatori annunciano l’inizio dell’ultima parte dell’assemblea, dove verrà applicato un diverso metodo di dibattito con il fine di rendere tutti partecipi. I presenti vengono divisi in gruppi uguali con il compito di discutere le proposte e i temi affrontati nella presentazione per ragionare sui dubbi e sui metodi da applicare per far funzionare le proposte presentate. Nel frattempo, un membro volontario da ogni gruppo segna le conclusioni raggiunte. Una volta finito il tempo stabilito dagli organizzatori ogni gruppo esprime, attraverso gli appunti del volontario, i pensieri e le conclusioni a cui sono arrivati.

Il bilancio finale è positivo riguardo le proposte, con solo qualche dubbio presentato sull’effettiva efficacia del movimento. Per la maggior parte però le riflessioni tra gruppi hanno riaffermato l’importanza degli obiettivi da percorrere, con qualche aggiunta:

  • – La necessità di una forte campagna di informazione negli ambienti universitari.
  • – La necessità di espansione nei campus scientifici in primis e nella speranza di creare una quinta colonna interna alle istituzioni che possa aiutare nelle richieste avanzate dagli studenti che rappresentano il movimento EF.
  • – La necessità di sensibilizzare l’università e chi vi partecipa riguardo ai temi portanti del movimento.

Alle 21 l’assemblea viene dichiarata conclusa, le riflessioni finali vengono trascritte dagli organizzatori che ringraziano tutti i presenti per la partecipazione, presentando infine un rinfresco vegano a offerta libera per finanziare la stampa dei volantini e le eventuali attività future. Prima di congedare i presenti gli organizzatori invitano tutti a seguire gli aggiornamenti sui canali social per i prossimi incontri, incitando infine a sensibilizzare e informare i loro conoscenti sul progetto e sui temi che tratta per aumentarne la diffusione.

Fonti:

https://endfossil.com/about/

https://www.instagram.com/endfossil/

https://endfossil.de/

https://endfossilitalia.it/

https://www.uniroma1.it/it/notizia/mobilitazione-end-fossil

https://ilmanifesto.it/end-fossil-le-universita-italiane-occupano-per-il-clima (edizione del 26 novembre 2023)

Registrazione e appunti dall’assemblea.

Nota della redazione. Questo articolo nasce dagli incontri del Laboratorio di documentazione e storia del tempo presente che la redazione di altrochemestre.it ha curato nell’ambito del corso di Storia sociale tenuto da Alessandro Casellato (Università Ca’ Foscari, Venezia, febbraio-marzo 2024).

L’immagine di apertura è il logo del movimento (foto tratta da endfossil.com).

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Definizioni di “foresto”

03/04/2024 Lorenzo Piccoli // Laboratorio

Postioma, marzo 2024. Interviste per un dizionario.

Oggetto della mia ricerca è la definizione di “foresto”, persona proveniente “da fuori”, nell’ambito di Postioma, frazione di tremila abitanti nel comune di Paese, nel trevigiano. Nella mia indagine mi sono mosso nel centro del paese, dove, intorno a piazza Montello (in realtà biforcazione della strada statale 348 Feltrina) si trovano la chiesa parrocchiale di san Giorgio e sant’Elena, l’edicola tabaccheria, il bar Centrale e la piccola erboristeria. In questi luoghi, ho intervistato quattro persone, tutte provenienti da famiglie native di Postioma: Federico V., 54 anni, titolare dell’edicola-tabaccheria; Angelo B., di 81 anni, pensionato ex contadino e camionista; Giampaolo B., di 55 anni, bancario, e infine Beatrice U., di 32 anni, titolare dell’erboristeria.

L’aver intervistato persone di diversa età mi ha mostrato come la definizione di foresto, comunemente usata da persone oggi ottantenni, tende a non esserlo per persone, pur essendo nate in paese, oggi trentenni. L’intervista si è imperniata su due domande: chi è il foresto? Da dove bisogna provenire per essere considerato foresto? Registrando le loro risposte e considerazioni, ho cercato di formulare la definizione di foresto, strutturando come voce di un dizionario.

***

foresto [fo・rè・sto] agg. e s.m. (f. –a) 1. agg. (arc.) Remoto; disabitato, selvatico; estraneo e ostile ◇ region. Campagnolo, rustico; fig. rozzo 2. s.m. (f. –a), veneto. Forestiero. [dal lat. foris “fuori”]. (Devoto, Oli, 1995) 3. Persona non appartenente alla comunità del paese, spesso coincidente con quella parrocchiale. Persona che non abita nel paese o nella località, che risiede al di fuori del paese; non è abituale della zona. 4. Sconosciuto. Si sa poco o nulla su di lui. Individuo che non si è mai visto in giro. “Una persona foresta è intesa come una persona che non hai mai visto” (Federico V, 54 anni, commerciante). 5. Da fuori. Persona che viene dall’esterno. Fuori che cambia a livello geografico. A volte è il paese accanto, il comune, la provincia, la regione, lo stato. “Una persona foresta lo è perché non la conosco, anche se viene da un paese vicino come Porcellengo” (Federico V, 54 anni, commerciante). “Se proviene da un paese vicino, come Porcellengo, è metà paesano, dato che i due paesi sono vicini. Nella mentalità vecchia era un foresto uno che proveniva anche da un po’ più distante, per esempio una persona di Paese è un foresto” (Angelo B, 81 anni, pensionato). “Nella vecchia concezione bisogna vedere genericamente: per il paese il foresto era quello che veniva da un’altra località, ma non a qualsiasi distanza” (Giampaolo B, 55 anni, bancario). Fuori che cambia nei tempi più recenti. “Rispetto al passato la mentalità si è evoluta: uno che proveniva dalla provincia era già un foresto” (Angelo B, 81 anni, pensionato). Confine del fuori che si sposta. “Da oggi come oggi i foresti sono fuori dall’Italia, più fuori dal Veneto. Uno di Rovigo è un veneto più in là, non un foresto” (Angelo B, 81 anni, pensionato). 6. Etichetta. Ruolo assegnato dalla comunità a persone non conosciute che arrivano o passano nel paese. È una condizione che può cambiare. Non si è più f. se si è conosciuti dalla comunità. “Magari abita vicino ma se non l’hai mai visto inizialmente è denominato foresto” (Federico V, 54 anni, commerciante). Il f. decade nel momento in cui ci si trasferisce nel paese. “Magari non faceva parte della comunità ma era conosciuto e quindi non era un foresto. In linea di massima il foresto era colui che non era conosciuto. Ma a oggi se una persona non conosciuta si stabilisce nel paese ecco che diventa un ex-foresto, perché entra nella comunità” (Giampaolo B, 55 anni, bancario). Marchio che può rimanere. “Se invece proviene per esempio da Treviso, e lo conosco, lo si nomina sempre foresto, o comunque una persona che viene da fuori” (Federico V, 54 anni, commerciante). 7. La condizione di f. tende a diminuire con il tempo di presenza in un luogo. “Per me nessuno è foresto. Tutti trovano, in qualche maniera, posto in una comunità di qualsiasi tipo, sia cristiana che di altro. C’è qualcuno che ha determinate caratteristiche che è da più tempo in un luogo e c’è chi è da meno tempo in quel luogo” (Giampaolo B, 55 anni, bancario).

***

Circondario di Postioma. Tratteggio in verde: zone di provenienza dei “forèsti” (definizione instabile). Tratteggio in azzurro: zone dei “metà paesani” (definizione di Angelo B). Tratteggio in rosso: zona dei “nativi” di Postioma. Elaborazione dell’Autore.

Nota. Le prime due definizioni di foresto sono tratte da Giacomo Devoto, Gian Carlo Carlo, Il dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 1995.

Nota della redazione. Questo articolo nasce dagli incontri del Laboratorio di documentazione e storia del tempo presente che la redazione di altrochemestre.it ha curato nell’ambito del corso di Storia sociale tenuto da Alessandro Casellato (Università Ca’ Foscari, Venezia, febbraio-marzo 2024).

L’immagine in apertura è un dettaglio dal Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, s.v. forèsto.

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