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Luisa Mangoni (1941-2014)

05/06/2024 Tommaso Munari // Storiografia

Ricordo di una storica che voleva far sentire la voce di testi e documenti, «liberandoli da ogni incrostazione e sovrapposizione ideologica posteriore».

Complimentandosi con lei per il saggio introduttivo alla raccolta di scritti di storia contemporanea di Delio Cantimori pubblicata nel 1991, l’11 aprile di quell’anno Giulio Bollati scriveva a Luisa Mangoni: «Altro tuo merito non da poco – anche se va a scapito della facilità di lettura – è l’estremo rigore con cui accetti, traducendolo e annotandolo solo il minimo indispensabile, il linguaggio di Cantimori e lo segui dall’interno nei tempestosi meandri di una logica fortemente segnata in senso personale»[1]. Con questa osservazione Bollati mostrava di aver colto alla perfezione la chiave di un metodo di ricerca che sintetizzerei così: Mangoni parlava la lingua delle sue fonti. Dalle fonti la storica traeva infatti non solo dati, notizie e testimonianze, ma anche parole, formule e categorie. Oltre a sollecitare il continuo confronto con i documenti, le sue opere invitano a calarsi nel contesto in cui furono prodotti, a comprenderli, per così dire, dall’interno.

Sulla scorta di una distinzione proposta dal linguista Kenneth Pike, Carlo Ginzburg ha spesso sottolineato l’importanza di far dialogare una prospettiva di ricerca incentrata sulle categorie degli osservatori (etic, da phonetics) con una incentrata su quelle degli attori (emic, da phonemics)[2]. Per Mangoni, invece, le categorie degli storici devono necessariamente coincidere con quelle delle fonti, pena il fraintendimento di queste ultime. Ne discende che lo studioso ha il dovere di porsi al livello dei documenti, accettarne il «linguaggio» e penetrarne i «meandri», tempestosi o no che siano.

La monumentale storia della casa editrice Einaudi che pubblicò nel 1999 si apre così: «Nel giugno del 1940 Leone Ginzburg veniva inviato al confino a Pizzoli, in Abruzzo. Lasciava in sospeso, tra le molte cose incompiute, anche quel progetto editoriale della casa editrice Einaudi che aveva contribuito a delineare e nel quale aveva progressivamente investito la maggior parte del suo impegno». Si entra subito nel vivo di una ricerca che si chiude, mille pagine dopo, in modo altrettanto netto: «Un’altra stagione, e un’altra storia, della cultura italiana e della Einaudi si apriva con un libro “estremo” [L’istituzione negata a cura di Franco Basaglia] che sembrava cogliere tutti i succhi di un sessantotto che stava per cominciare»[3]. Tra questi due estremi si snoda una storia trentennale ricostruita in modo rigorosamente induttivo in cui tutte le questioni affrontate nel libro discendono da una fitta trama di documenti e l’unica chiave fornita al lettore è racchiusa nell’efficace titolo Pensare i libri.

Adriano Prosperi ha parlato del suo «modo di comprendere indagando»[4], ma le parole più adatte per descrivere il metodo di Mangoni mi sembrano quelle di Franco Venturi da lei stessa citate in una relazione del 2007 sulle sue lettere da Mosca: «narrare, col massimo di ampiezza possibile, citando il più largamente possibile i testi e i documenti, facendo sentire la loro autentica voce, liberandoli da ogni incrostazione e sovrapposizione ideologica posteriore»[5]. Solo se liberati da queste incrostazioni, i documenti tornano a parlarci e a suggerirci nuove interpretazioni.

Le categorie di «cesarismo» e «bonapartismo» utilizzate da Roberto Michels nel 1911 per descrivere l’organizzazione dei partiti moderni[6]; la distinzione fra «fuorusciti» ed «estromessi» proposta da Carlo Rosselli in una lettera del 1929 alla madre Amelia[7]; la formula «interventismo della cultura» rispolverata da Giuseppe Bottai nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia[8]; la questione dell’«incivilimento» degli italiani sollevata da Leone Ginzburg in una lettera a Benedetto Croce del 1943[9]; l’espressione «generazione perduta» impiegata da Giaime Pintor per sottolineare la responsabilità storica del fascismo[10]; la «necessità della cronaca» rivendicata da Gianfranco Piazzesi e lo speculare «bisogno di filologia» avvertito da Antonio La Penna nell’immediato dopoguerra[11]: sono tutte formule, distinzioni o categorie che Mangoni rintracciava negli epistolari o nelle riviste del tempo, e poi analizzava, discuteva e tematizzava nei suoi saggi.

E dalle fonti traeva anche le fondamentali periodizzazioni, talvolta spiazzanti ma sempre persuasive. Lei stessa, del resto, in un saggio del 1996 non solo segnalava la difficoltà di porre scansioni cronologiche al di fuori di uno specifico tema di studio, ma sottolineava che la percezione che gli scrittori hanno del proprio tempo «è parte costitutiva di un discorso di storia della cultura e interferisce perciò sulle sue stesse periodizzazioni, fino, per certi versi, a condizionarle»[12]. Non è un caso che sia un dibattito editoriale – quello del 1963 sull’inchiesta di Goffredo Fofi sull’Immigrazione meridionale a Torino – a determinare il termine ad quem della sua storia dell’Einaudi.

L’influenza che esercitò su di lei l’incontro con Delio Cantimori e Renzo De Felice, conosciuti all’Istituto italiano per gli Studi storici di Napoli nel 1964-65, appare evidente sia sul piano metodologico sia su quello tematico. Meno immediata, ma altrettanto importante fu quella del filologo Salvatore Battaglia, con il quale si laureò all’Università di Napoli nel 1964 con una tesi su Vasco Pratolini (ma il prescelto era stato inizialmente Francesco Algarotti). Com’è noto, Battaglia è stato l’ideatore e il direttore del Grande dizionario della lingua italiana che, sul modello del vocabolario di Tommaseo, fornisce non solo la definizione di ciascuna parola, ma anche le sue attestazioni. Ogni vocabolo, attraverso ampie e compiute citazioni degli autori che lo hanno utilizzato nel corso del tempo, viene sottratto all’«immobile astoricità» del suo significato corrente «per sentirsi rivivere e ripalpitare d’attualità nel corpo dell’espressione, dove soltanto gli è possibile caratterizzarsi come frammento di vita concreta, evocazione dell’intelletto, immagine di poesia»[13]. Collocare la parola nel corpo dell’espressione e, analogamente, il testo nel suo contesto storico sembra essere anche la costante preoccupazione dell’autrice di L’interventismo della cultura (1974), Una crisi di fine secolo (1985), In partibus infidelium (1989) e Pensare i libri (1999).

Mangoni ereditò da Battaglia anche una certa insofferenza per il presente storico, che attualizza e appiattisce. Era solita ripetere che i documenti ci parlano all’imperfetto, il quale consente allo storico di muoversi liberamente nel tempo, remoto o prossimo che sia, e ritornare al presente solo nel momento interpretativo, come dimostra ad esempio questa pagina di Pensare i libri: «Uno dei fattori che hanno contribuito a innestare profondamente la storia della Einaudi nella cultura italiana, ben al di là dei confini di un lavoro editoriale, è anche la sua capacità di intessere la propria memoria di gruppo con una memoria collettiva. Assieme alle riunioni settimanali che costituivano una sorta di laboratorio, è proprio questa memoria interna tenacemente trasmessa e resa comune, a fare dell’Einaudi un unicum nel panorama editoriale di quegli anni. Nomi come quelli di Leone Ginzburg o di Giaime Pintor sarebbero probabilmente scomparsi, come tanti altri ne scomparvero, senza questa cura assidua da parte dell’Einaudi nel tutelare e trasmettere qualcosa che era sentito come patrimonio comune, la cui assimilazione era anche parte del processo di integrazione dei nuovi redattori»[14].

È forse ovvio, ma non inutile sottolineare come un’osservazione di questo tipo possa derivare solo da uno studio approfondito dei percorsi individuali e dal netto rifiuto di qualunque semplificazione, come conferma anche la sua recensione a un saggio di Mirella Serri su Giaime Pintor, nel quale veniva rimarcato in modo tendenzioso il suo iniziale consenso al fascismo[15].

Come dovrebbe fare ogni buon recensore, per prima cosa Mangoni descriveva il contenuto del libro; poi lo collocava nel contesto storiografico; quindi elencava le fonti utilizzate dall’autrice, fra cui gli scritti politici e letterari del Sangue d’Europa (1950), le pagine autobiografiche del Doppio diario (1978) e alcuni documenti inediti sui tre convegni dell’Unione degli scrittori europei tenutisi a Weimar tra il 1941 e il 1942, all’ultimo dei quali aveva partecipato anche Pintor. Fatto noto da tempo, che tuttavia Serri utilizzava per avvalorare la tesi che il suo antifascismo era maturato solo dopo l’8 settembre e che la sua immagine di eroe della Resistenza andava quanto meno ridimensionata.

La recensione di Mangoni si chiudeva con questa affermazione: «Appiattiti sul fascismo secondo quella che sta divenendo una nuova vulgata tesa a sostituire l’altra che li appiattiva sull’antifascismo, si rischia ancora di perdere quanto di inquieto ed inquietante, di faticoso e di articolato questi itinerari di uomini, non eroi per sempre ma tanto meno “eroi per caso”, ci testimoniano. La ricchezza del Doppio diario finirebbe così con l’andare smarrita, ma non fino al punto da consentire con il rammarico che oggi [il fratello] Luigi Pintor dichiara di provare per averlo fatto pubblicare. Di questo e della possibilità che ci ha dato e ci dà di tornare ai testi gli siamo ancora grati»[16]. Ancora un volta l’irrinunciabile rinvio ai testi e l’ammonimento che sempre da lì dobbiamo ripartire.

[1] La lettera è riprodotta nell’opuscolo fuori commercio Giulio Bollati. Lo studioso, l’editore [Bollati Boringhieri, Torino 2002] alle pp. 102-103. Il volume di Delio Cantimori è Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), a cura di Luisa Mangoni, Einaudi, Torino 1991. Il saggio introduttivo di Mangoni, intitolato Europa sotterranea, è alle pp. XIII-XLII.

[2] Carlo Ginzburg, Le nostre parole, e le loro. Una riflessione sul mestiere di storico, oggi (2012), in Id., La lettera uccide, Adelphi, Milano 2021, pp. 69-86.

[3] Luisa Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta, Bollati Boringhieri, Torino 1999, pp. 3 e 944.

[4] Adriano Prosperi, Leone Ginzburg nell’opera di Marisa Mangoni, «Studi storici», a. 56, 2015, n. 3, Luisa Mangoni storica della cultura, p. 601.

[5] Franco Venturi, Il populismo russo, 3 voll., Einaudi, Torino 1972, I, pp. XIV-XV. Il passo è citato da Mangoni in Le lettere da Mosca di Franco Venturi: un percorso (1947-1950), Fondazione Giangiacomo Feltrinelli Papers, 2007, p. 5.

[6] Luisa Mangoni, Cesarismo, Bonapartismo, Fascismo, «Studi storici», a. 17, 1976, n. 3, pp. 41-61.

[7] Ead., Ebraismo e antifascismo, «Studi storici», a. 47, 2006, n. 3, pp. 65-79.

[8] Ead., L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Laterza, Roma-Bari 1974, pp. 3-92.

[9] Ead., Introduzione, in Leone Ginzburg, Lettere dal confino 1940-1943, a cura di Luisa Mangoni, Einaudi, Torino 2004, pp. VII-XX.

[10] Mangoni, Pensare i libri cit., pp. 166-283.

[11] Ead., Civiltà della crisi. Gli intellettuali tra fascismo e antifascismo, in Storia dell’Italia repubblicana, I: La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Einaudi, Torino 1994, pp. 617-718.

[12] Ead., La cultura: periodizzazioni e apocalissi, in Novecento. I tempi della storia, a cura di Claudio Pavone, Donzelli, Roma 1997, p. 93.

[13] Salvatore Battaglia, Presentazione, in Grande dizionario della lingua italiana, vol. I, Utet, Torino 1961, pp. V-VI.

[14] Mangoni, Pensare i libri cit., p. 849.

[15] Mirella Serri, Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazista, Marsilio, Venezia 2002.

[16] Luisa Mangoni, Giaime Pintor eroe non per caso, «La Repubblica», 2 giugno 2002.

Archiviato in://, Storiografia Tommaso Munari

Sul contributo di accesso a Venezia

02/06/2024 Collettivo Cda Anca No // Opinione pubblica

Dopo un mese di “ticket” per entrare nel centro storico, analisi della situazione da parte di un gruppo di abitanti che dicono no. Con un appello alla disobbedienza di massa.

Si è da poco conclusa la prima tranche di sperimentazione del cosiddetto contributo di accesso a Venezia. Sperimentazione che continuerà ogni prossimo fine settimana fino alla metà di luglio, con l’esclusione di quello del 2 giugno, probabilmente dovuta alla concomitanza con il Salone Nautico. Terminato il periodo sperimentale, stando alle comunicazioni del Comune, il contributo di accesso ritornerà nel 2025 in una forma perfezionata: immaginiamo estesa per un numero maggiore di giorni (forse per l’intero anno), con fasce di prezzo differenziate a seconda dell’afflusso turistico previsto.

Per l’anno in corso infatti il contributo ha una tariffa fissa di 5 euro.

Come già abbiamo avuto modo di spiegare in altre sedi, il pagamento, al momento, è richiesto solo ai visitatori non pernottanti nel Comune (per i quali è già prevista la vecchia tassa di soggiorno) che accedono alla città dalle 8 alle 16. È poi previsto un amplissimo ventaglio di esenzioni: basta infatti essere (o dichiararsi) residenti per non pagare. Ma lo stesso vale per studenti, lavoratori pendolari, proprietari di immobili in regola con il pagamento dell’IMU, affini o parenti fino al terzo grado di persone residenti che, a loro volta, previa autenticazione tramite SPID, possono invitare un numero potenzialmente illimitato di persone senza che queste siano tenute a pagare alcunché.

Pagamenti ed esenzioni vengono gestite tramite la registrazione a un portale messo a disposizione dal Comune, un’evoluzione della piattaforma già attiva per usare i servizi digitali dello stesso (anagrafe, permissistiche ecc.). Al termine della registrazione, o dell’avvenuto pagamento, se dovuto, si ottiene un codice QR che viene verificato al passaggio dei varchi che conducono in città. Chi è residente è esentato dal mostrare il QR, a patto che abbia con sé un documento che ne attesti lo stato, mentre pendolari e studenti possono generare un codice valido per tutto l’anno (o, in questo caso, per tutte le giornate in cui sono previsti i controlli) con una sola registrazione. Per tutti quindi, eccetto i residenti di cui il Comune possiede già i dati anagrafici in forma digitale, diventa necessario registrarsi presso la piattaforma per pagare o dimostrare le ragioni della propria esenzione, fornendo i propri dati personali unitamente a quelli delle proprie ragioni per cui si è in città. Dati che verranno poi incrociati con quelli raccolti dalla Smart Control Room che, ricordano gli stessi promotori del contributo, raccoglie dati sulle celle telefoniche presenti in un determinato spazio in un determinato momento, con aggiornamenti ogni 15 minuti. La risultante di questo incrocio di dati è una profilazione che, almeno per ora, il Comune dichiara avvenire in forma anonima e utilizzando dati aggregati. La società che ha sviluppato la piattaforma di registrazione e che gestisce la Smart Control Room è VenIS spa (Venezia Informatica e Servizi), che si occupa anche di tutti i servizi digitali della pubblica amministrazione. Ha sede amministrativa a San Marco 4934 e mantiene i server e i data center presso il parco tecnologico Vega, edificio Pleiadi. La piattaforma tecnologica sulla quale si basa il funzionamento della SCR è MindIcity, realizzata dal gruppo TIM. La società che incassa materialmente i proventi del contributo di accesso è invece la partecipata del Comune Ve.La, del gruppo AVM.

Ma veniamo ora ai varchi e ai controlli veri e propri. I varchi sono segnalati da dei totem di forma quadrangolare dove sono esposti dei pannelli informativi. Si può inquadrare direttamente un QR che rimanda alla piattaforma di registrazione. In prossimità dei totem sono piazzati “i controllori”: steward molto simili a quelli che abbiamo visto in occasione delle più recenti feste del Redentore o di altri grandi eventi. Gli steward sono divisi in tre livelli:

Pettorina bianca, i più numerosi, dovrebbero occuparsi solamente di fornire informazioni in più lingue sul contributo di accesso e spiegare a chi non ha scaricato il codice come farlo. In realtà sappiamo che a più di qualcuno di questi è stato chiesto di effettuare i controlli. Sono assunti tramite agenzia interinale o stage, per lo più giovani in età studentesca o immigrati.

Pettorina gialla: dipendenti assunti dal Comune a cui è stato impartito un corso di formazione, hanno facoltà di controllare la validità dei QR tramite apposito palmare ma non di verificare i dati. Sono coloro che materialmente effettuano i controlli.

Pettorina arancione: dipendenti comunali o di società di vigilanza già in appalto. Tra loro lavoratori CIVIS (che si occupa della vigilanza delle strutture comunali) e ARCO (società che, da qualche anno, affianca o effettua controlli dei biglietti sui mezzi pubblici) a cui sono stati affiancati qualche decina di dipendenti della padovana ABACO (che si occupa di servizi di riscossione presso le pubbliche amministrazioni). Verificano i QR e hanno facoltà di emettere sanzioni. Il controllo dei dati personali, come quelli riportati sui documenti, deve però avvenire solo previo rilascio di una delega prefettizia. Gli steward non hanno questo tipo di delega, a differenza degli operatori di polizia (PS, Carabinieri, Guardia di Finanza). Non possono pertanto, in alcun modo, chiedere di esibire dei documenti di identità. Lo stesso vale per i lavoratori delle compagnie di vigilanza.

Gli steward sono affiancati talvolta da agenti della polizia locale, che interviene però solo in casi di criticità. È bene ricordare che nemmeno questi agenti possiedono la delega prefettizia di cui sopra.

I varchi sono stati posizionati nei punti di accesso alla città, ovvero: piazzale della Stazione, piazzale Roma (ponte dei Papadopoli), San Giobbe (dove è da poco attiva una fermata del vaporetto proveniente da Punta Sabbioni), riva di Ca’ di Dio (approdo dei lancioni turistici provenienti dal Tronchetto), Fondamente Nuove. Il varco più grosso è quello organizzato nel piazzale della stazione dei treni, che è stato diviso a metà e, a sua volta, sezionato in corsie che formano un passaggio obbligato (una di sola uscita, una per residenti e una per turisti). I controlli avvengono per lo più su base volontaria, le persone che hanno scaricato il QR si presentano di propria sponte per farselo verificare, mentre chi vuole passare senza essere sottoposto a verifica può, in linea di massima, passare indenne dichiarando di essere residente in città e tirando dritto. Sappiamo per certo che è stato detto agli steward di non fermare chi si dichiara residente o chi palesemente lo è (qualsiasi cosa voglia dire), probabilmente per limitare il più possibile i malumori ma anche perché la facoltà di fermare fisicamente qualcuno per controllare la validità del suo QR ha basi giuridiche piuttosto traballanti. I controlli più serrati sono avvenuti nei varchi del sopracitato piazzale della Stazione e in quello di Ca’ di Dio, dove è piuttosto facile controllare uno a uno chi scende dalle imbarcazioni turistiche. In tutti gli altri praticamente nessuna pressione da parte degli steward che, fondamentalmente, basta ignorare. Pensiamo che questo atteggiamento molto blando nei controlli sarà una prerogativa di questo primo anno di sperimentazione, teso a far accettare questa nuova forma di invasione e privatizzazione dello spazio urbano senza troppi clamori, giusto il tempo di consolidare l’abitudine a un nuovo dispositivo. A questo proposito c’è da aggiungere che, in più di dieci giorni, non è stata comminata nessuna multa, nonostante alcuni attivisti abbiano “sfidato” il dispositivo in maniera palese proprio per essere sanzionati e iniziare a presentare ricorsi legali. Questo “chiedere senza pretendere” non ha tuttavia fermato decine di migliaia di persone dallo scaricare il QR, chi per paura della multa, chi per ignoranza, chi perché realmente persuaso dalla campagna informativa che vende il ticket di accesso come uno strumento per la salvaguardia di una città fragile.

Superfluo ribadirlo ma i numeri dei visitatori durante i “giorni del contributo” è stato perfettamente in linea con quello degli anni precedenti (periodo Covid a parte): calli e campi sempre pieni e nessun vantaggio tangibile per la popolazione.

Merita una menzione a parte la nuova struttura montata in fretta e furia sul piazzale della Stazione ferroviaria, a pochi metri dai totem che segnalano i varchi: praticamente una biglietteria-infopoint dove viene facilitato il download del QR per chi ha poca dimestichezza con il digitale o per chi non ha ben compreso la questione: due sportelli abbinati a quattro terminali sui quali, anche in assenza di uno smartphone, è possibile registrarsi e ottenere il proprio codice in formato cartaceo stampandolo gratuitamente. Sopra i terminali sono installate quattro telecamere di marca Avigilon (gruppo Motorola), dotate di tecnologia per il riconoscimento facciale e intelligenza artificiale per “identificare le persone di interesse inserite nelle liste di controllo” (da descrizione del prodotto sul sito ufficiale).

Parlando con chi Venezia la abita e la vive è veramente difficile trovare qualcuno d’accordo con l’introduzione del contributo di accesso. Se non è così diffusa la consapevolezza che si tratta di un dispositivo di controllo volto all’estrazione massiva di dati, viene comunque indicato come una misura inutile per arginare il problema dell’overtourism. A nessuno o quasi piace l’idea di vivere o lavorare in una città ad accesso controllato, neanche si entrasse in un parco divertimenti o in un museo. Non si può però dire che le mobilitazioni avvenute fino a oggi siano state all’altezza della situazione: a un partecipato corteo organizzato il 25 aprile (che comunque poneva l’accento quasi esclusivamente sulla mancanza di politiche sociali della giunta), subito bloccato dalla polizia, sono seguiti atti di disturbo ai varchi della stazione (26 aprile), numerosi volantinaggi informativi in più punti della città (i giorni successivi) e piccoli gruppi di cittadini organizzati in comitati che hanno provato a “sabotare” il dispositivo cercando di sollevarne contraddizioni di metodo, nonché legali. A queste va aggiunta una singolare protesta, che ha avuto un certo seguito mediatico, portata avanti tramite la creazione di un sito che, mettendo a disposizione gratuitamente dei QR generati da residenti per amici, permette a chi dovrebbe pagare di non farlo, qualificandosi come amico di un veneziano o di una veneziana. Stando alle notizie apparse sui giornali il creatore del sito è stato denunciato dall’avvocatura civica.

Non abbiamo dubbi che atti di protesta palese e di insubordinazione continueranno nei prossimi mesi, siamo tuttavia convinti che se questi non cresceranno di intensità, e non renderanno il contributo di accesso poco conveniente su un piano economico, sarà molto difficile bloccarne la sperimentazione e la successiva introduzione definitiva.

Nota. L’immagine di copertina è un dettaglio di uno dei volantini (tema: “chi è complice?”) della serie prodotta dal collettivo Cda Anca No. Qui di seguito la riproduzione integrale.

Archiviato in://, Opinione pubblica Collettivo Cda Anca No

“Capitalismo woke”

29/05/2024 Piero Brunello // Letture

Appunti presi leggendo un libro recente su come “la moralità aziendale minaccia la democrazia”.

Il libro e l’autore

Carl Rhodes, Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, prefazione di Carlo Galli, trad. dall’inglese di Michele Zurlo, Fazi, Roma 2023 (ed. or. Woke Capitalism, Bristol University Press, Bristol (UK) 2022]. L’edizione cartacea costa 20 euro, il prezzo dell’ebook è 10,99 euro.

L’autore viene presentato come professore di Teorie dell’organizzazione e preside della UTS Business School presso la University of Technology di Sydney, Australia.

Il libro è suddiviso in 13 capitoli (il primo è un’introduzione che espone i temi, l’ultimo riassume le conclusioni), per un totale di 314 pagine. Nell’edizione italiana manca l’indice dei nomi, previsto in quella originale; c’è invece una prefazione (di Carlo Galli).

Di seguito un riassunto per punti, alla fine aggiungo alcune mie considerazioni.

Dalla denuncia all’ironia

Il termine woke (“consapevole”) nasce nei movimenti afroamericani statunitensi per indicare attenzione alle ingiustizie e alle discriminazioni sociali e razziali: spesso come esortativo (“stay woke” = “stai all’erta”).

2008: è diffuso da una canzone di Erykah Badu che ripete «I stay woke» (“Io sto all’erta”).

2013: è lo slogan adottato dal neonato movimento Black Lives Matter in segno di protesta per le uccisioni di afroamericani da parte della polizia.

2015-16: il termine passa a indicare l’ipocrisia politicamente corretta delle élite borghesi bianche che ostentano appoggio a cause progressiste come i diritti civili delle minoranze (etniche, di genere), la protezione dell’ambiente eccetera. Da allora il termine è usato in senso ironico: di qui l’espressione “capitalismo woke”.

[Cap. 3, Il capovolgimento dell’essere woke].

Il capitalismo diventa “woke”: alcuni esempi

La compagnia aerea Qantas, la terza compagnia aerea più antica del mondo, associa il proprio marchio alla difesa del matrimonio tra persone dello stesso sesso (2017).

La Nike lancia una campagna pubblicitaria puntando sul giocatore di football americano che aveva protestato contro le uccisioni di afroamericani per mano della polizia (2018).

Il marchio di abbigliamento Zara lancia una collezione di abiti “senza genere” (2018).

Celebrità come l’attore Leonardo DiCaprio e la cantante Katy Perry vanno in Sicilia in un aereo privato per partecipare in un resort di lusso a un vertice sul clima finanziato da Google (2019).

La Apple promuove una campagna pubblicitaria sostenendo il diritto degli immigrati minorenni negli Stati Uniti, sprovvisti di documenti, di ottenere il permesso di soggiorno (2019).

Michael Bloomberg finanzia la chiusura di centrali elettriche a carbone (2019).

La banca d’investimento Goldman Sachs promuove progetti di finanza sostenibile (2019).

L’azienda di gioielli Tiffany pubblica una pagina nei giornali australiani per chiedere al governo australiano di intraprendere azioni decise contro il cambiamento climatico (2020).

Jeff Bezos fondatore di Amazon destina fondi per l’ambiente (2020): pare che Amazon sia tra le aziende più inquinanti al mondo.

Bill Gates fondatore di Microsoft finanzia la ricerca per la prevenzione dell’HIV (2024).

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 8, L’AD attivista; cap. 12, La mano destra elargisce].

Cause da sostenere, cause da non sostenere

Cause “etiche” e “socialmente responsabili” che il capitalismo woke sostiene: diritti LGBTQI+; prevenzione delle molestie sessuali; campagne antirazziste; uguaglianza per le persone con disabilità; azioni contro il cambiamento climatico.

Temi che il capitalismo woke rifiuta: disuguaglianza di reddito e di ricchezza; condizioni di lavoro; evasione fiscale dei potentati economici e finanziari (elusione fiscale, paradisi fiscali).

In ogni caso le aziende sostengono una causa solo se questa ha un forte appoggio nell’opinione pubblica e promette un ritorno di immagine e di vendite.

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 4, Il capitalismo diventa woke].

Come viene giudicato il capitalismo woke

L’A. indica tre punti di vista:

1. quello politicamente conservatore, secondo cui le imprese non devono occuparsi di politica;

2. quello che si riconosce “woke”, secondo cui le imprese devono attivare politiche progressiste a beneficio della società;

3. quello dell’A., secondo cui le grandi imprese controllano sempre più non solo l’ambito economico ma anche quello politico, prendendo il posto dei governi, del dibattito civico, della volontà popolare e delle istituzioni democratiche, e alla fin fine distoglie l’attenzione dalle disuguaglianze crescenti. Il capitalismo “woke” legittima il capitalismo in un momento in cui è messo sotto accusa per le disuguaglianze sociali che produce e per la distruzione del pianeta che comporta.

[Cap. 1, Il problema del capitalismo woke; cap. 4, Il capitalismo diventa woke; cap. 12, Diventare woke nei confronti del capitalismo woke]

La “responsabilità sociale delle imprese”

1953: Nel libro Social Responsibilities of the Businessman (1953), l’economista Howard Rothmann Bowen sostiene che gli uomini d’affari avessero degli obblighi morali nei confronti della società, sia per il potere che avevano, sia per evitare che il loro potere venisse messo in discussione (cioè in funzione anti-socialista e contro l’intromissione dello Stato). Alla metà del Novecento negli Stati Uniti le imprese usavano la retorica della “responsabilità sociale”.

1962: In Capitalismo e libertà l’economista Milton Friedman (Nobel per l’economia nel 1976) sostiene che i manager dovevano badare agli interessi degli azionisti senza occuparsi di politica. Nel giro di una decina d’anni, neoliberismo (emblemi: Margaret Thatcher, Ronald Reagan): trasformare ciascun individuo in capitalista. Conseguenza: aumento del compenso dei dirigenti, licenziamenti e lavoro precario. Negli Stati Uniti nel 1978 gli amministratori delegati guadagnavano circa 30 volte la media dei lavoratori; alla fine degli anni Novanta il divario è arrivato a 400 volte.

Dal 2000 circa il primato degli azionisti è messo in discussione, torna in auge la retorica della “responsabilità sociale”. Larry Fink, amministratore delegato della società di gestione di investimenti BlackRock dichiara che le imprese devono avere uno scopo sociale, e cita l’esempio dell’IKEA che aveva licenziato un dipendente che per motivi religiosi si era dissociato dalla campagna della società a favore del gay pride (2019). Business Roundtable, che rappresenta gli amministratori delegati delle principali aziende americane, dichiara di volere una “crescita inclusiva” (2019). BlackRock dichiara di ritirarsi da investimenti che mettono a rischio la sostenibilità ambientale (2020).

Una ripresa della “responsabilità sociale”? Sì, ma in un contesto molto diverso. Negli anni Cinquanta del Novecento gli USA vivevano un periodo di crescita economica e di miglioramento delle condizioni di vita, mentre oggi le disuguaglianze vanno aumentando. Oggi l’esibizione della superiorità morale proviene da amministratori delegati, manager e super-ricchi, multinazionali che si arricchiscono grazie a sistemi di elusione ed evasione fiscale, aumentando a dismisura le disuguaglianze sociali. (L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede quasi la metà della ricchezza globale.)

Perché questa retorica woke? si chiede ancora l’A. Perché le disuguaglianze sociali prodotte dal neoliberismo aumentano in modo talmente smisurato da minacciare l’esistenza stessa del capitalismo, alimentando rabbia popolare, nazionalismo e xenofobia. Lo scopo delle imprese non è ripristinare la democrazia, ma distruggerla.

Un tempo le imprese, per legittimarsi moralmente, ricorrevano alla mano invisibile del mercato; ora si presentano come salvatrici dalle disuguaglianze sociali e dallo sfruttamento che esse producono.

Fine della democrazia: si sta formando una nuova plutocrazia, governano i ricchi.

[Cap. 2, Populisti aziendali; cap. 4, Il problema del capitalismo woke; cap. 6, Un lupo in abiti woke]

Antirazzismo?

La Nike ha associato il marchio alla protesta per l’uccisione di afroamericani da parte della polizia: e altrettanto hanno fatto McDonald’s, Netflix, Starbucks. Le grandi aziende hanno assunto gli scopi del movimento Black Lives Matter ma cancellandone il carattere radicale, cancellando la denuncia del nesso tra razzismo e capitalismo (e quindi i richiami al colonialismo e alla schiavitù). Il capitalismo woke sfrutta quindi le persone di colore, non solo il loro lavoro, ma anche le loro idee, privandole dell’azione politica che si oppone allo sfruttamento capitalistico e razziale.

[Cap. 10, Capitalismo razziale / capitalismo woke]

Prefazione all’edizione italiana: “dall’Australia con rigore”

Nella Prefazione Carlo Galli riassume in forma sintetica i temi e le argomentazioni del libro, facendo proprio l’invito dell’A. a esercitare la critica e a sottrarsi “allo spettacolo e alla mercificazione, e all’autogiustificazione morale e narrativa del capitalismo” (p. XIV).

Pensieri leggendo il libro

1. Laddove leggevo “obiettivi progressisti”, pensavo: obiettivi considerati progressisti e accettati dalla maggioranza dei potenziali consumatori. Anche il termine “progressista” va storicizzato. E mi chiedevo: sono le imprese a decidere quali obiettivi sono progressisti e quali no? Sarebbero da studiare esempi storici che illuminano il rapporto tra obiettivi ritenuti progressisti e fenomeni di moda.

2. Leggendo il capitolo Capitalismo razziale/capitalismo woke, facevo confronti con il caso italiano. Pensavo cioè a come l’assegnazione degli individui alle rispettive comunità sia l’esito di sistemi giuridici, mercato del lavoro, politiche dell’immigrazione, presenza della Chiesa cattolica; e riflettevo su quanto trasversale alle diverse ideologie sia in Italia l’estetica del multiculturalismo. Per finire con queste considerazioni:

a. Le disuguaglianze sociali vengono cancellate: anzi no, le piramidi razziali (di cui parlano Al Amin Rabby e Teresa Ferraresi in altre pagine di altrochemestre.it) vengono trasformate in “diversità culturali”, rendendo identitario qualcosa che è invece una costruzione sociale. 

b. La protesta contro le disuguaglianze sociali e razziali viene trasformata in compiacimento per la varietà multiculturale: ripulita da conflitti e gerarchie, la realtà urbana è colorata e arricchita dalla varietà multiculturale.

3. L’A. contrappone il potere delle élite economiche alla democrazia; e quando si contrappone al capitalismo lo fa in nome dei cittadini, della maggioranza, delle istituzioni democratiche, della cittadinanza, del bene comune, dell’autogoverno, di governi eletti dal popolo. L’A. non si chiede perché il potere del capitalismo utilizza la democrazia per i suoi scopi e possa convivere con le sue istituzioni politiche e con “governi eletti dal popolo”. Leggendo il libro si pensa spesso che laddove l’A. finisce (l’appello alla democrazia), lì invece dovrebbe cominciare (cosa significa democrazia?).

Archiviato in://, Letture Piero Brunello

25 aprile a BZ

15/05/2024 Stefano Petrungaro // Elementi del paesaggio

25 aprile 2024: una manifestazione a Bolzano/Bozen su sottofondo di musica. Pace, ambiente, Palestina. Profughi, immigrati, “nonne contro le destre”.

Anche in una città piccola come Bolzano, il 25 aprile ci sono diverse manifestazioni e feste tra cui scegliere. Il sindaco e le autorità organizzano un tour attraverso luoghi simbolici che ricordano i vari gruppi di vittime del nazifascismo e la Resistenza locale; alcune associazioni, col patrocinio del Comune, danno vita a una festa in un’area verde in centro (i “prati del Talvera”, per chi conosce Bolzano); e poi ci sono gli “alternativi”, che organizzano un corteo. Decido di andare lì.

Il corteo parte alle 10,30 da una piazzetta del centro storico (piazza Erbe). Saranno un po’ ai margini del calendario ufficiale delle celebrazioni, ma vogliono occupare il centro della scena, almeno all’inizio. La piazzetta scelta è più precisamente un incrocio, dove si tiene un quotidiano mercato della frutta e verdura: insomma un gran via vai, in uno spazio stretto. Gli/le organizzatori/trici (una radio popolare locale dalla lunga storia: Radio Tandem, insieme a Spazio autogestito 77, Bozen solidale, No excuses, Fridays for future-South Tyrol) sfoderano subito l’efficace sostegno tecnologico del corteo: una cassa amplificatrice collegata a un microfono, trasportata con un carretto, nelle successive stazioni montata anche su un sostegno, per tenerla alta: sono velocissimi nel montare e smontare, non interrompono nemmeno il flusso della musica.

 

Sono presenti numerosi gruppi locali, come – l’elenco non è esaustivo – lo Spazio (autogestito) 77, gruppi ospiti (rappresentanti del movimento LGBTQ+ da Verona), gruppi transnazionali con sezioni locali (Omas gegen Rechts – Nonne contro le destre), qualche bandiera di partito (Rifondazione), ci sono simboli dei Verdi, rappresentanti del Fronte della Gioventù Comunista (FGC), bandiere della pace, della Palestina, della “azione antifascista”, tanti individui. Almeno una settantina.

  

Al microfono i primi interventi, in italiano e in tedesco. Sul 25 aprile storico, e sulle sue numerose declinazioni attuali. Fin da subito, nei discorsi l’intervento armato del governo israeliano nella striscia di Gaza è molto presente. Sarà così soprattutto all’inizio del corteo, cori inclusi. Sembra a tratti una manifestazione pro-Palestina, più che un classico 25 aprile: è l’attualizzazione del messaggio resistente, viene spiegato al microfono.

Il corteo si muove e fa diverse tappe, anche simboliche, per esempio davanti al municipio e sotto la sede della SVP (il partito che raccoglie i voti dei sudtirolesi di lingua tedesca, da sempre al governo in provincia, dal dopoguerra in poi).

Prendono la parola (ognuno nella propria lingua, a volte mixandole) i portavoce di numerose e diverse realtà: attivisti per l’ambiente, Emergency, il neo-immigrato africano, la neo-immigrata iraniana, i/le giovani di una di quelle ong che salvano le vite in mare (Mediterranea), giovani di vari gruppi, meno giovani come “le Omas” (anche quando parlano in italiano, si autodefiniscono così), ossia “le nonne contro le destre”, un movimento politico originariamente austro-tedesco, nato per contrastare l’ascesa delle destre estreme in quei paesi, e che ha una sezione anche in Sudtirolo. Spiegano che sono poche oggi qui, perché le altre Omas sono a Vienna e a Berlino.

Sotto la sede della SVP, prendono la parola i membri di un collettivo nato per scongiurare, all’indomani delle ultime elezioni provinciali, la coalizione di governo che all’epoca si paventava, ossia tra quel partito e l’estrema destra tedesca (Freiheitlichen) insieme alla destra (estrema) italiana (Fratelli d’Italia, Lega). La coalizione si è poi realizzata, con una collaborazione inimmaginabile fino a non molto tempo fa. Il risultato generale è un governo provinciale di centro-destra/destra; al di là delle tensioni interetniche, purché di destra. E così il collettivo non si è sciolto e porta avanti la sua protesta, anche oggi.

Alla fine del lungo percorso, il corteo è arrivato in un parco pubblico, nella periferia nord-est della città, dove si è avviata la festa – interamente autogestita e autofinanziata, come sottolineano orgogliosamente gli/le organizzatori/trici: nessun finanziamento pubblico, cibo (vegetariano) a offerta libera (non le birre, quelle hanno un prezzo). Il ricavato, si legge nella presentazione della manifestazione, servirà a sostenere le spese legali per la liberazione di Ilaria Salis, nonché la campagna “Dheisheh resiste” (un campo profughi palestinesi vicino a Betlemme). Dopo i canti lungo il corteo, ancora tanta musica, inclusi/e cantautori/trici locali, alla fine il dj.

Nota. Tutte le foto sono di Stefano Petrungaro.

Archiviato in://, Elementi del paesaggio Stefano Petrungaro

Ricostruire e ricordare

06/05/2024 Alice Pontelli // Laboratorio

Itinerario tra i luoghi della memoria del terremoto del 1976 in Friuli. 9-10 marzo 2024.

Camminando per i paesini della pedemontana friulana non è difficile immergersi nell’atmosfera ancora “rurale” che caratterizza questi luoghi. Questo perché, nonostante il grande movimento di ricostruzione e modernizzazione di certe strutture che ci fu in seguito al terremoto del 1976, molte aree dei paesi vennero ricostruite mantenendo l’assetto e, talvolta, anche i materiali originali. È quella che viene chiamata la politica del “dov’era, com’era”: idea condivisa tra gli abitanti del Friuli che intendevano ricostruire i paesi pezzo per pezzo, a costo di numerare ogni pietra e rimetterla al suo posto (in termini tecnici, con il metodo dell’anastilosi). 

Anche se le tracce materiali del terremoto non sono più così facilmente visibili, facendo attenzione è possibile trovare alcuni particolari che ci forniscono un racconto degli avvenimenti di quegli anni. Particolari che sono il frutto della volontà di mantenere la memoria e ricordare, sì, la strage ma anche, e soprattutto, la forte spinta alla rinascita.

Mappa dell’itinerario, elaborazione grafica dell’Autrice

Prima tappa di quest’itinerario è Colloredo di Monte Albano, precisamente il Castello trecentesco che si trova entrando nel paese. Il Castello subì notevoli danni a seguito del sisma: crollarono i due piani superiori e la volta sopra l’ingresso. Fu subito messo in sicurezza e predisposta la sua ricostruzione, anche se i lavori veri e propri iniziarono negli anni Novanta. A oggi le parti visibili sono l’ala ovest, sede della Comunità Collinare del Friuli, e la “Torre dell’Orologio”. Proprio quest’ ultima è tutt’ora di proprietà dei discendenti della famiglia Colloredo, i quali vi hanno abitato fino al maggio del 1976 e rientreranno in possesso di parte del Castello alla fine del restauro. Infatti il 60% del complesso sarà destinato a usi pubblici, mentre la parte restante sarà riservata alle famiglie che vi risiedevano all’epoca del sisma.

Castello di Colloredo, maggio 1976. Fonte: Friuli 1976-2006. Trent’anni della nostra storia, inserto del “Messaggero Veneto”, Udine-Pordenone, 6 maggio 2006
Castello di Colloredo, 2024

Spostandoci in un Comune confinante con Colloredo arriviamo a Buja, e più precisamente nella frazione di Avilla. Qui, nella piazza centrale, troviamo la chiesa di San Pietro Apostolo. Si capisce che è di costruzione recente, infatti è stata ricostruita dopo il terremoto con materiali nuovi: in che modo quindi porta con sé una testimonianza visibile del terremoto? Parlando con qualche paesano, lo scopro: la forma curiosa del tetto della chiesa infatti è stata realizzata, secondo il progetto dell’architetto Delino Manzoni, per ricordare la forma delle tende che nel periodo immediatamente successivo al sisma ospitarono la popolazione friulana. La chiesa di Avilla è stata la prima a essere ricostruita tra tutte quelle presenti in Friuli, con i lavori terminati nel 1980. Il campanile, invece, rimase intatto.

Avilla, chiesa di San Pietro Apostolo prima del 1976. Fonte: http://www.cantirs.it/it/msm?D02010017
Avilla, chiesa di San Pietro Apostolo, 2024

Raggiungiamo poi uno dei centri più colpiti quel 6 maggio del 1976: Gemona del Friuli.

Passeggiando per il centro storico di Gemona ci si imbatte subito nel duomo di Santa Maria Assunta, di epoca medievale. Ciò che colpisce, appena entrati, è una particolare inclinazione delle colonne interne all’edificio: queste infatti pendono visibilmente verso destra. Ed è proprio una testimonianza diretta del terremoto: infatti il sisma aveva causato il crollo della navata destra del duomo, e aveva portato le colonne a inclinarsi notevolmente verso la parte crollata. Quando venne il momento della ricostruzione, si decise di non sistemare le colonne come erano in precedenza, ma di lasciarle inclinate, inserendovi un palo di ferro all’interno per renderle sicure ma allo stesso tempo mantenere l’impatto visivo dello spostamento che la scossa ha provocato.

Interno del duomo di Gemona, prima del 1976. Fonte: Gemona nella patria del Friuli: una società cittadina nel Trecento, a cura di Parolo Cammarosano, Centro Europeo Ricerche Medievali, Trieste, 2009
Interno del duomo, 2024
Duomo di Gemona, La navata destra crollata, veduta dall’alto, maggio 1976. Fonte: Francesco Cossiga et al., La forza di rinascere. Gemona e il Friuli 1976-2001, Cossiga Francesco, LaNovaBase Editrice, Udine, 2001

Uscendo dal duomo e imboccando via Bini, la via principale del centro storico, troviamo a un certo punto sulla destra un scalinata. È una presenza che colpisce, trovandosi proprio a ridosso della strada, tra qualche bar, una sede universitaria e una pizzeria. Si tratta di ciò che resta della chiesa della Madonna delle Grazie: risalente al XV secolo e distrutta dal sisma del ’76, non fu riedificata poiché mancavano i presupposti per restaurarla secondo il metodo dell’anastilosi (utilizzato per la maggior parte degli altri edifici). È stato quindi mantenuto il rudere come ricordo e testimonianza dell’evento.

La chiesa della Madonna delle Grazie, Gemona, prima del 1976
I resti della chiesa, 2024

Salendo più a nord, raggiungiamo ora un altro dei comuni emblematici del terremoto, Venzone. Già varcando le mura la sensazione è quella di entrare in una cittadina medievale: si, perché sono ancora presenti le mura trecentesche che circondano l’abitato. Venzone è infatti l’esempio più eclatante di quell’ideale sopra citato del “dov’era, com’era”. Percorrendo la via principale arriviamo al duomo di Sant’Andrea (risalente alla metà del 1200). Il duomo e i palazzi storici furono ricostruiti nei minimi dettagli: i materiali originali furono recuperati dalle macerie, conservati e catalogati. Quasi diecimila pietre furono contrassegnate con delle lettere e numerate per poi essere ricollocate nella loro esatta posizione, basandosi su fotografie, mappe e ricordi di tutti i cittadini. Sette anni durò la ricostruzione: dal 1988 al 1995, quando il duomo era completamente rinato. Ma effettivamente non è identico a prima: si è scelto infatti di lasciare visibile la differenza tra la parte non crollata (che è deformata a causa del sisma) e quella ricostruita.

Duomo di Venzone, prima del 1976. Fonte: https://inviaggio.touringclub.it/news/il-terremoto-del-friuli-e-la-ricostruzione-un-esempio-di-impegno-pazienza-e-moralita
Duomo di Venzone, 2024
Alcune pietre numerate (si vedano i segni rossi)
Linea di piombo inserita tra la parte superstite e quella ricostruita

Altro luogo degno di nota in riferimento al mantenimento della memoria del sisma a Venzone, è la mostra “Tiere Motus”. Questa esposizione, attraverso fotografie, video e documenti, vuole far conoscere al visitatore i momenti della storia del terremoto in Friuli e mantenere vive nella memoria collettiva le vicende connesse a esso. Proprio per questo il percorso si conclude con una simulazione che, mediante un impianto 3D e la diffusione di particolari frequenze, fa percepire la riproduzione della scossa sismica (vibrazione della terra, boato, rumori dei crolli).

Spostandoci di poco da Venzone, entriamo nella frazione di Portis. Quello di Portis è un caso molto particolare: infatti da un lato della strada troviamo il Comune attualmente abitato, con edifici moderni, mentre dall’altro lato si trova quello che viene chiamato “Portis Vecchio”. È infatti un comune fantasma, che non può più essere abitato perché l’area è soggetta a crolli di massi dalla montagna in seguito al sisma. Per questo Portis costituisce un caso unico nella zona colpita: l’abitato è stato ricostruito totalmente in un’altra zona del Comune. È l’unico caso in cui anche gli abitanti hanno messo da parte il loro ideale, facendo fronte al rischio di frane. Ma la memoria del paese non è stata per questo cancellata. Camminando per le strade di Portis Vecchio, infatti, troviamo le case semi-distrutte al cui interno si intravedono anche alcuni mobili. Qualcuno che ci abitava prima del 1976 si reca ancora qui per coltivare l’orto o tenere gli attrezzi. Inoltre attualmente Portis Vecchio è diventato un polo di addestramento della “scuola internazionale di formazione per la gestione della risposta in emergenza sismica”. Insomma, anche se il paese è stato rinnovato e spostato, il desiderio di mantenere viva la memoria è sempre presente.

Edifici a Portis (vecchio), 2024

Nota sugli itinerari percorsi

9 marzo 2024: spostamento in auto da Buja (frazione di Madonna) a Gemona del Friuli (8 km, 10 minuti), centro storico percorso a piedi (500 m, 10 minuti); spostamento in auto da Gemona a Venzone (8 km, 12 minuti), centro percorso a piedi (450 m, 10 minuti); spostamento in auto da Venzone a Portis (2 km, 4 minuti), visitato a piedi (900 m, 15 minuti).

10 marzo 2024: partenza in bici da Buja (frazione di Madonna) per raggiungere la chiesa della frazione di Avilla (4 km, 15 minuti); spostamento in auto a Colloredo di Monte Albano (6 km, 8 minuti).

Tutte le foto che documentano la situazione attuale sono dell’Autrice (scattate con macchina fotografica Canon PowerShot SX432 IS).

Bibliografia e sitografia

Gemona nella patria del Friuli: una società cittadina nel Trecento, a curai di Paolo Cammarosano, Centro Europeo Ricerche Medievali, Trieste 2009

Francesco Cossiga et al., La forza di rinascere. Gemona e il Friuli 1976-2001, LaNovaBase Editrice, Udine 2001

Il terremoto nel Friuli collinare. Dall’emergenza alla memoria, Comunità Collinare del Friuli, Colloredo di Monte Albano 2006 

Alle nove della sera. Friuli 6 maggio 1976, 6 maggio 2006, a cura di Gabriele Basilico et al., Arti Grafiche Friulane, Pasian di Prato 2006

Artegna. Storia, terremoto, rinascita [, a cura di Teresita Andreussi], Comunità Parrocchiale di Artegna, Artegna [Arti Grafiche, Udine] 1979

Friuli 1976-2006. Trent’anni della nostra storia, inserto del “Messaggero Veneto”, Udine-Pordenone, 6 maggio 2006

https://www.turismofvg.it/fvglivexperience/portis-vecchio-un-paese-fermo-al-1976

http://www.venzoneturismo.it/it/venzone/terremoto-1976/

http://www.cantirs.it/it/msm?D02010017

https://www.glemone.it/archivio/monumenti_storici/madonna_grazie.htm

https://www.treccani.it/enciclopedia/il-caso-del-terremoto-in-friuli_(L’Italia-e-le-sue-Regioni)

https://www.turismofvg.it/castelli/castello-di-colloredo-di-monte-albano

https://consorziocastelli.it/icastelli/udine/colloredo#:~:text=Fu%20eretto%20a%20partire%20dal,cognome%20di%20Colloredo%20Mels%20Waldsee.

https://www.museionline.info/musei/museo-tiere-motus

Nota della redazione. Questo articolo nasce dagli incontri del Laboratorio di documentazione e storia del tempo presente che la redazione di altrochemestre.it ha curato nell’ambito del corso di Storia sociale tenuto da Alessandro Casellato (Università Ca’ Foscari, Venezia, febbraio-marzo 2024).

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Una storica in un mondo di storici

25/04/2024 Francesca Trivellato // Letture

Come si costruisce e si legge una “autobiografia mai scritta”? Pubblico e privato, carriera e genere, percorsi “irriducibilmente individuali” e questioni “generalizzabili”. Note sul primo titolo dedicato a una storica, Elena Fasano Guarini, in una collana dedicata a figure della storiografia italiana del Novecento.

Nel 2022 la Giunta Centrale per gli Studi Storici e la casa editrice Viella hanno inaugurato una collana intitolata “Storici e storiche nell’Italia unita. Le autobiografie”, a cura di Andrea Giardina, Roberto Pertici e Edoardo Tortarolo. A dispetto del titolo, non si tratta di vere e proprie autobiografie, bensì di profili di grandi figure della storiografia del Novecento stesi da terzi, mettendo in primo piano gli scritti a carattere autobiografico, siano essi editi o inediti, compiuti o frammentari. Stranamente i curatori non si soffermano a commentare una scelta a dir poco inusuale: come si scrive un’autobiografia altrui? La domanda non sarebbe scontata in tempi meno sospetti, ma si rende ineludibile in un momento in cui le controversie sui temi identitari (bisogna “decolonizzare” i classici? chi e come lo può fare?) hanno riportato con forza alla ribalta l’annoso problema del rapporto tra soggettività e conoscenza.

I volumi della collana sono snelli (formato piccolo, un centinaio di pagine ciascuno) e lasciano poco spazio alle riflessioni metodologiche, sebbene alcuni autori se ne preoccupino più di altri. L’ultimo degli otto titoli apparsi finora è anche il primo e a oggi l’unico ad avere come protagonista una donna, Elena Fasano Guarini (1934-2014), e il secondo a essere redatto da una donna, Maria Antonietta Visceglia, autrice di importanti studi sulla Roma dei papi.[1]

Il libro si apre con una ricapitolazione del rapporto complesso tra storia, letteratura e autobiografia e più specificatamente delle difficoltà delle storiche donne a raccontarsi, con qualche accenno alle declinazioni nazionali (e italiane in particolare) di questa difficoltà. Visceglia rievoca la stagione delle ego-storie lanciata in Francia da Pierre Nora alla fine degli anni Ottanta. (E si potrebbe aggiungere il contemporaneo esperimento portato avanti in Italia dalla rivista Belfagor.) Se tradizionalmente gli storici sono stati reticenti a parlare di sé, come se celandosi dietro i risultati della ricerca scientifica potessero offrire maggiori garanzie di oggettività, la moda delle ego-storie fece rompere gli indugi a molti. Ma le donne per lo più si defilarono, consapevoli del fatto – aggiungo io – che per loro il privato (anche in assenza di scandali) delegittima ruoli pubblici spesso costruiti a fatica. Visceglia ricorda giustamente le rare eccezioni alla regola, a partire dal dialogo interiore, al tempo stesso intimo, politico e sperimentale, steso da Luisa Passerini a vent’anni dal ’68.[2]

Nulla di paragonabile è disponibile per tracciare un profilo di Elena Fasano nata Guarini, ma Visceglia non lascia nulla di intentato. Il risultato è duplice: alla ricostruzione del percorso accademico di una studiosa di alto calibro si intrecciano cenni e incisi sulla base dei quali sondare il suo vivere la propria condizione di donna.

Di buona famiglia milanese, nel 1952 Guarini entra con una borsa di studio alla Scuola Normale di Pisa. È tra le primissime donne a venire riammessa alla prestigiosa istituzione dopo l’esclusione imposta dal regime fascista nel 1929 in conformità alla riforma Gentile. Da subito frequenta i seminari di Delio Cantimori, il noto studioso degli eretici italiani. Tuttavia, il clima nelle aule e nei corridoi, per non dire delle strutture di accoglienza (a partire dagli alloggi), non agevolano la vita delle allieve, tanto che il gruppuscolo presto si assottiglia ulteriormente. Lei stessa si vede costretta, con grande rammarico, a lasciare la Scuola non essendo riuscita a superare i requisiti della borsa assegnatale a causa di problemi di salute. Ricordando quell’episodio a distanza di mezzo secolo la storica si sarebbe chiesta quanto avessero pesato sulla rigida applicazione del regolamento il suo genere e le sue attività politiche (iscritta alla FGCI, aveva partecipato agli scioperi operai cittadini).

Grazie al sostegno di Armando Saitta, ordinario di Storia moderna, nel 1957 si laurea all’Università di Pisa e vince una borsa presso l’Istituto Italiano per gli Studi Storici diretto da Federico Chabod, che ne orienta gli interessi verso le origini dello Stato moderno. Quindi si trasferisce con il marito (Giancarlo Fasano, studioso di letteratura francese) a Parigi dove, per cinque anni, si mantiene schedando documenti archivistici per un progetto coordinato da Saitta. Nella capitale francese stringe un rapporto, che rimarrà duraturo, con Fernand Braudel, il quale, una ventina d’anni più tardi, le affiderà la curatela del secondo volume della storia di Prato da lui diretta.

Questo periodo parigino felice e stimolante si conclude bruscamente in seguito a una decisione su cui Fasano Guarini tornerà a posteriori usando due registri diversi. Nelle pagine introduttive di una raccolta di propri saggi uscita nel 2008 si legge: «per ragioni private,… nel 1963 da Parigi ero tornata a Pisa, dove anni prima mi ero laureata. Questo ritorno avvenne un po’ al buio, e comportò per me uno stacco intellettuale e scientifico difficile: cambiò durevolmente le mie prospettive di lavoro».[3]

Quali fossero state queste ragioni private lo si apprende solo da alcune lettere che la studiosa indirizzò ai nipoti, scritte in un tono consono alla loro giovane età e pubblicate poco prima della sua morte: «A Parigi siamo stati veramente bene; tanto che quando – prima il nonno, che allora era un po’ il capo della famiglia e poi io al suo seguito – tornammo in Italia, mi è rincresciuto parecchio».[4]

Tutti i corsivi sono miei. Forse sono superflui, in queste frasi grondanti di impliciti personali e sociologici che si commentano da soli. Semmai va riconosciuto a Visceglia di aver dato risalto al documento inconsueto che sono le lettere della storica ai nipoti, un testo tanto raro e ricco di spunti quanto difficile da reperire.[5]

Per Fasano Guarini il rientro in Italia coincise comunque con l’affermazione accademica. Dopo un periodo presso l’università di Cagliari rientrò nell’ateneo pisano, divenendo professoressa ordinaria nel 1980, nonché direttrice di dipartimento e preside di facoltà. Da lì animò anche importanti progetti di ricerca a livello nazionale. La sua è stata una carriera di successo fuori dall’ordinario per l’epoca. È stata anche la vita di una donna che si mosse in un mondo di uomini (troppi da elencare, anche limitandosi ai nomi più illustri).

Un confronto con coetanee straniere quali Natalie Zemon Davis (1928-2023) e Christiane Klapisch-Zuber (n. 1936) mette in luce l’assenza in lei di istanze apertamente femministe. Ma Visceglia si addentra «nella trama tra detto e non detto, nell’equilibrio tra ammissioni e omissioni».[6] Osserva per esempio che Fasano Guarini si è sempre dedicata a temi «ardui» come la storia dello Stato e delle istituzioni politiche. Eppure, laddove molti colleghi uomini hanno ravvisato un processo di centralizzazione del potere durante il Rinascimento, lei ha invece sottolineato «l’incertezza dei confini, il groviglio di poteri giurisdizionali e amministrativi, la presenza di enclave feudali, la varietà del sistema fiscale cui erano sottoposte le comunità».[7] Possiamo leggere l’eco della sua condizione di minoranza in questa interpretazione?

A ogni modo, dopo il pensionamento, Fasano Guarini dimostrò «un’inedita tardiva attenzione alla storia delle donne».[8] In proposito Visceglia cita il contributo a un volume in onore di Alberto Tenenti del 2005 consacrato alla voce «marginale e sommessa» di Lucrezia Migliorati, moglie di un mercante pratese, che tra 1599 e 1615 stese un libro di ricordi «redatto in forma privata, per sé e forse per i suoi figli», da cui traspare «il chiaroscuro degli affetti, e i tormenti che essi possono portare con sé».[9] In realtà già nel 1994 Fasano Guarini aveva pubblicato (in inglese – una coincidenza?) uno studio del processo per stupro di una contadina adolescente di nome Lena Panchetti conclusosi nel 1558 con una pena assai lieve per l’accusato, un nobile fiorentino, dopo l’intervento diretto del granduca [10] — scritto d’occasione che la storica volle includere nella sua già citata raccolta di saggi notando che si era trattato di un’«esperienza unica nella mia vita scientifica» ma non disgiunta dai temi riguardanti la giustizia a lei cari.[11]

Visceglia dà ampio spazio ai ricordi di famiglia evocati nelle lettere ai nipoti, facendo notare come in essi spicchino le figure femminili, tra cui la madre, Ida Miroglio, laureatasi in ingegneria senza però aver mai esercitato la professione, e la bisnonna Caterina, donna volitiva, il cui ritratto troneggiava nel salotto della casa d’infanzia e pare aver sempre instillato forza e determinazione nella discendente: «Io ebbi sempre la sensazione di vivere all’interno di un blocco assai coeso e possente, il blocco cui aveva primariamente dato vita lei, Caterina, una donna».[12]

Non ci è dato sapere se Fasano Guarini si sarebbe riconosciuta nel profilo restituitoci da Visceglia, ma è lecito chiedersi quanto esso sia generalizzabile in termini generazionali o quanto irriducibilmente individuale. Allo stato delle cose possiamo augurarci che qualche risposta in più venga dall’annunciato progetto della Società Italiana delle Storiche di intervistare quelle colleghe che vorranno riflettere sul risvolto biografico delle proprie vite accademiche.


[1] Maria Antonietta Visceglia, Elena Fasano Guarini, Viella, Roma 2023.

[2] Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo, Giunti, Firenze 1988.

[3] Elena Fasano Guarini, “Introduzione”, in Ead., L’Italia moderna e la Toscana dei prìncipi. Discussioni e ricerche storiche, Le Monnier, Firenze 2008, p. iv, passo citato quasi integralmente in Visceglia, Elena Fasano Guarini, p. 50.

[4] Elena Fasano Guarini, Ieri, oggi e domani. Lettere di una nonna ai nipoti, Edizioni ETS, Pisa 2014, p. 78, passaggio citato in Visceglia, Elena Fasano Guarini, p. 50.

[5] Stando all’opac sbn, Fasano Guarini, Ieri, oggi e domani è disponibile solo in tre biblioteche universitarie di Pisa e nelle due nazionali (Firenze e Roma). Ringrazio Filippo Benfante che ha consultato per me la copia fiorentina.

[6] Visceglia, Elena Fasano Guarini, p. 88.

[7] Ivi, pp. 14, 53.

[8] Ivi, p. 69.

[9] Fasano Guarini, Gli affetti e le cose. Dai “ricordi” di Lucrezia Migliorati, Prato 1599-1615, in Alberto Tenenti. Scritti in memoria, a cura di Pierroberto Scaramella, Bibliopolis, Napoli 2005, pp. 357-379: 379, 359, 378; vedi anche Visceglia, Elena Fasano Guarini, p. 69.

[10] Fasano Guarini, The Prince, the Judges and the Law: Cosimo I and Sexual Violence, 1558, in Crime, Society and the Law in Renaissance Italy, a cura di Trevor Dean e K.J.P. Lowe, Cambridge University Press, Cambridge 1994, pp. 121-141, ristampato in Ead., L’Italia moderna e la Toscana dei prìncipi, pp. 157-174.

[11] Fasano Guarini, “Introduzione,” p. ix.

[12] Fasano Guarini, Ieri, oggi, domani, p. 62, cit. in Visceglia, Elena Fasano Guarini, p. 82.

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