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Un presidio sotto il carcere

31/08/2024 N. G. P. // Interventi

N., P. e G. raccontano i presidi a sostegno dei detenuti che hanno organizzato sotto le mura di Santa Maria Maggiore, il carcere circondariale maschile di Venezia. Intervista, a cura di Piero Brunello, con un’appendice di lettere dal carcere lette in pubblico a un sit-in organizzato dall’Unione Camere Penali.

Ho appuntamento con N. mercoledì 17 luglio 2024, nel tardo pomeriggio, in un’osteria vicino a campo San Giacomo a Venezia per un’intervista sull’esperienza del presidio che da qualche mese, con un gruppo di amici, fa regolarmente sotto il carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia. N. ha superato la trentina ed è accompagnato da due amici ventenni, G. una ragazza, P. un ragazzo. Decidiamo di mettere delle iniziali inventate e cominciamo una chiacchierata, mentre il locale si riempie di giovani per l’ora dello spritz. È uno dei giorni più caldi dell’estate, il pensiero di che cosa significa quel caldo in celle sovraffollate accompagna tacitamente i nostri discorsi.

Avevamo già fissato un appuntamento per lunedì 15, ma quella mattina N. mi aveva avvisato che dovevamo rimandare: c’era stato un suicidio in carcere e quindi avrebbero organizzato un presidio all’ora in cui dovevamo trovarci. (p.b.)

Piero. Come sono iniziati i presidi sotto il carcere di Santa Maria Maggiore?

N. Il mio primo interesse, per me e per altre persone, è stato nel 2009: c’era stato un suicidio di un detenuto messo nella cella liscia, detta così perché senza suppellettili e usata a scopo punitivo, dove era stato messo con una coperta con la quale si è impiccato. Di questa storia era venuto a conoscenza un compagno che all’epoca era stato due-tre giorni in carcere, e da allora abbiamo iniziato con i primi presidi sotto al carcere. È una pratica che almeno in ambito anarchico e libertario si faceva spesso. Spesso tutto iniziava quando un compagno o una compagna finiva in carcere, ci si trovava sotto per solidarietà e poi la cosa si allargava… Nel 2015, quando avevamo occupato l’Ospizio a Santa Marta, in concomitanza con la sagra del quartiere, a fine luglio, c’era stata una rivolta nel carcere, così siamo andati sotto a vedere che cosa stava succedendo. E da lì è cominciata una corrispondenza abbastanza fitta con alcuni detenuti. Noi andavamo sotto il carcere, ci facevamo sentire, entravamo in contatto… Nella primavera di quest’anno siamo ripartiti con i presidi: il primo l’abbiamo fatto il 13 aprile scorso.

Poco tempo prima alcuni detenuti di Santa Maria Maggiore avevano mandato una lettera, firmata, al Gazzettino [pubblicata il 1 marzo 2024], per denunciare le pesanti condizioni di vita all’interno di Santa Maria Maggiore. Da quel primo presidio abbiamo cominciato a sentirci con i detenuti, che ci sembrano anche organizzati, per quanto è possibile organizzarsi nella loro situazione.

Piero. Come si svolge un presidio? E come avvengono i contatti e la corrispondenza di cui parli?

N. Portiamo una cassa e un microfono, così riusciamo a parlare con i detenuti dentro. A Venezia, che ha un carcere dentro il tessuto urbano cittadino, si riesce a parlare benissimo anche senza microfono, ma con un microfono si sente meglio, qualcuno viene alle finestre e riusciamo anche ad avere un contatto visivo. Una situazione simile può accadere anche a Belluno, o a Poggioreale a Napoli, a San Vittore a Milano… In altre città, dove hai un recinto o due tre cerchia di mura che ti separano, è più difficile: hai bisogno di un impianto voci più potente, magari ti mettono in una posizione in cui non riesci a comunicare, qui basta una cassa bluetooth… Anni fa riuscivano a lanciarci anche dei biglietti dalle finestre. Diamo un indirizzo a cui scrivere.

Dentro non hanno accesso a internet né ovviamente a un proprio telefono, quindi scrivono lettere a mano e la spediscono per posta ordinaria, con francobollo, e noi rispondiamo. Un detenuto uscito da poco siamo riusciti a incontrarlo all’esterno del carcere, e così abbiamo potuto parlarci e farci raccontare più tranquillamente delle condizioni di detenzione. Il sistema che usiamo è scomodo perché le lettere impiegano tempi lunghi, mi sembrano anche più lunghi di qualche anno fa, tra una comunicazione e la risposta a volte passano dieci giorni, due settimane.

Piero. In che modo rispondete?

N. Di solito arriviamo là: “ciao ragazzi, come va?”, “va di merda, stiamo male…  ci sono problemi”, e si inizia a parlare. Il problema principale che tutti lamentano è il sovraffollamento, che soprattutto d’estate con il caldo porta a screzi o peggio tra detenuti o con le guardie… celle malsane, scarsa pulizia. Un altro problema che lamentano è l’abuso di psicofarmaci. Non è un carcere per pene lunghe (come sono per esempio quelli di Verona o di Padova), qui i detenuti sono dentro per rapine, spaccio, reati di questo genere; tantissimi di questi sono tossicodipendenti, e per questo spacciano o fanno rapine; in carcere è molto più difficile trovare droga e quindi si buttano sugli psicofarmaci; poi c’è chi si fa passare per tossicodipendente per farsi dare psicofarmaci, perché preferisce passare la giornata senza capire bene quello che gli succede attorno; quello che ci dicono è che più del 70% dei detenuti è sotto psicofarmaci. È difficile, ci dicono, trovare in infermeria un farmaco di base, mettiamo un Voltaren per il mal di schiena, però ogni mattina passa un carrello con “la terapia” (ovvero gli psicofarmaci). Queste sono le denunce che vengono da loro: dalle finestre e dalle lettere. Ma questi dati collimano con quanto si legge nei rapporti di Antigone, o dalle visite dei parlamentari in altre carceri, quindi li riteniamo dei racconti affidabili. In terzo luogo lamentano tempi molto lunghi per accedere ai servizi disponibili in carcere, per esempio alla biblioteca o alla palestra, e in effetti Santa Maria Maggiore è un carcere vecchio, e con poco personale.

Piero. Come definireste il gruppo che fa il presidio? In che contesto e in che luoghi è nato?

G. Non siamo un gruppo definito, come un collettivo. Direi che siamo un gruppo di amici. Non abbiamo un nome, per esempio. Ogni tanto siamo costretti a darci un nome per firmarci, mercoledì scorso quando siamo stati invitati dall’Unione delle Camere Penali a partecipare al sit-in campo Santa Margherita di pochi giorni fa [il 10 luglio 2024], ci siamo chiamati Assemblea anticarceraria, ma solo per quella occasione.

N. Direi che quello che ci definisce è un atteggiamento libertario, siamo per il superamento del carcere come istituzione. Prendiamo il carcere come un terreno di lotta al pari degli altri: di qui l’interesse per come sono organizzati dentro, quali sono le condizioni di detenzione, quali gli obiettivi e le rivendicazioni che ci possono essere. Abbiamo un approccio diverso da altre realtà che lavorano nelle carceri anche se cerchiamo di avere rapporti con le associazioni che sentiamo più in sintonia.

Piero. E il sit-in in campo Santa Margherita?

N. Il sit-in è durato quattro ore, dalle 16 alle 20. Era una “maratona oratoria”, a staffetta con altre città italiane, specifica sul tema dei suicidi in carcere. Quest’anno abbiamo toccato il numero dei suicidi dello scorso anno, e siamo solo in estate. C’erano avvocati, qualche magistrato, associazioni che lavorano dentro e fuori dal carcere con i detenuti

G. Noi abbiamo letto estratti delle lettere dei detenuti, che ci sembrava parlassero da soli.

Piero. Siete tutti giovani: studenti?

P. Il gruppo iniziale era composto da meno di dieci persone, tra studenti e lavoratori con più di trent’anni: sono quelli che leggono le lettere, rispondono e organizzano i presidi. Recentemente si sono aggiunti altri studenti, provenienti dalle mobilitazioni universitarie, così siamo riusciti a portare un numero maggiore di persone e a parlare di questi temi anche con persone che non li avevano mai affrontati prima.

N. Abbiamo fatto un paio di incontri all’università, durante le recenti occupazioni in solidarietà al popolo palestinese: ci è stato chiesto di raccontare quello che facciamo… Quando qualcuno è passato a salutare  sotto al carcere con le bandiere della Palestina i detenuti  dalle finestre hanno tirato fuori degli striscioni “No war”, “Peace” fatti da loro dentro le celle.

G. E poi rispondono “Palestina libera” quando si grida da sotto.

N. Una buona parte di loro è di origine araba, sono informati… hanno il Gazzettino e i Tg li vedono… Sì, dal carcere arrivavano grida “Palestina libera”.

Piero. Fate volantini? Li distribuite?

G. Facciamo volantini o manifesti che poi stampiamo, per distribuirli durante i presidi ai passanti. Il presidio del 29 giugno lo abbiamo fatto durante l’orario di colloqui dei parenti, abbiamo incontrato una madre che ha salutato il figlio con il microfono… ma è difficile avere contatti con parenti…

N. Probabilmente perché non ci conoscono… e poi abbiamo sempre la Digos vicino che guarda, le telecamere e i secondini dal carcere vedono chi passa e chi si ferma… se qualcuno ha già i suoi problemi non va certo in cerca di compromettersi.

G. Durante i presidi, ma anche nelle lettere, ci raccontano che chi cerca di contattare un giornalista o comunque denunciare una situazione all’esterno poi vien tenuto d’occhio e rischia di subire ritorsioni…

Piero. Per fare un presidio si deve mandare un preavviso?

G. Di solito lo mandiamo, è un preavviso, però sembra una richiesta perché poi si dice “presidio autorizzato”. Lo facciamo anche per poter comunicare con i detenuti nel miglior modo possibile, in tranquillità.

Nelle loro lettere i detenuti raccontano che cercano, per quanto possibile, una via istituzionale e pacifica per ottenere gli obiettivi concreti che indicano… È anche per questo che abbiamo scelto di parlare con i giornali, per far conoscere quello che loro ci raccontano…

Un paio di volte, quando sapevamo che era morto qualcuno o c’era stato un incidente grave, allora non avevamo il tempo per mandare il preavviso – che va mandato almeno tre giorni prima – e siamo andati lì per un saluto, un presidio più breve e improvvisato.

Piero. Qualche tema in particolare che ritenete debba essere conosciuto?

P. La questione del lavoro… anche l’ultima lettera che abbiamo ricevuto parla del lavoro. Quello che lamentano è la mancanza di lavoro [all’interno del carcere], che secondo loro dipende dal fatto che la posizione geografica di Santa Maria Maggiore, a Venezia, comporta un aumento dei costi per le cooperative che dovrebbero fornire il lavoro, e che quindi sono disincentivate a farlo. La mancanza di lavoro incide sia sull’aspetto diciamo ricreativo – come passare il tempo – ma anche economico, soprattutto per detenuti che non hanno amici o famiglie fuori che li possono aiutare economicamente e quindi sono obbligati a comperare in carcere prodotti che costano molto di più di quanto non costino fuori del carcere, oppure di mangiare solo quello che il carcere fornisce. Il lavoro che si svolge dentro il carcere è pagato pochissimo, ma a loro anche quel poco fa comodo.

N. Qualche anno fa, dopo la rivolta del 2015, ci scrivevano molto più detenuti, ma erano comunicazioni basate su casi personali, del tipo questa è la mia storia, faccio questo o quell’altro… adesso invece ci scrivono dei rappresentanti, si sono organizzati in un rappresentante del “braccio destro” e un rappresentante del “braccio sinistro” (o almeno così si chiamano). Comunicano come voce collettiva, usando la prima persona plurale, e così la corrispondenza è tra detenuti organizzati e le persone solidali fuori. Non so dire se scrivono le lettere collettivamente: comunque chi scrive lo fa come se raccogliesse istanze di tutti o comunque di più persone. Se che ci sia una maggiore consapevolezza dei propri diritti e della possibilità di rivendicarli.

Piero. Le lettere sono in italiano?

N. Sì: anni fa ci scrivevano più detenuti stranieri, soprattutto nordafricani, sempre in italiano, una sola volta in arabo e abbiamo fatto tradurre; oggi invece ci scrivono italiani.

G. Un’altra differenza, a detta almeno di chi mi racconta cosa succedeva una volta: anni fa le rivolte erano più violente; oggi invece ricorrono a scioperi della fame, trattative, parlare con il direttore, far conoscere la propria situazione. Tendono a seguire vie più “istituzionali” anche se non mancano i momenti di conflitto, anche duro.

N. Lunedì scorso quando abbiamo fatto un presidio dopo aver saputo del suicidio avvenuto a Santa Maria Maggiore, la prima cosa che ci hanno detto è stata: siamo in sciopero, sciopero vuol dire tante cose, da quello che ho capito avevano rifiutato il cibo (sciopero del carrello). Ma più in generale l’abbiamo interpretata come una protesta diffusa e coordinata.

Piero. Potete raccontare com’è andato il presidio ieri l’altro?

N. Questa volta siamo stati una mezz’oretta. La notizia del suicidio era uscita la mattina. Ci siamo sentiti tra di noi, siamo andati sotto il carcere, sono venute anche molte persone che avevano sentito della tragica notizia e volevano portare solidarietà. Abbiamo chiesto notizie. Ci hanno risposto dalle finestre che si era impiccato uno, al terzo piano del braccio sinistro. Poi la maggior parte del tempo che passiamo là sotto sono richieste di canzoni. Facciamo da jukebox praticamente…

Piero. Che tipo di canzoni chiedono? Italiane?

N. Rap, neo-melodico, qualcosa di techno…

G. Le canzoni rap più richieste sono quelle in italiano ma di artisti con origini nord-africane… la musica rap parla molto di carcere, ma anche di rivalsa da contesti di marginalità sociale. Crimine, quartieri popolari, problemi con la repressione della polizia.

N. È un immaginario con cui si identificano.

G: Ogni tanto chiedono qualcosa di neo-melodico, che anche quello è un genere che veicola molti di questi temi.

Piero. Sono canzoni vecchie? Recenti? Cantanti uomini?

P. Per lo più recenti, direi degli ultimi cinque anni, ma può variare molto in base al genere musicale. Gli artisti sono per lo più uomini ma non solo.

G. Penso che queste canzoni piacciano perché parlano della loro condizione non solo dentro al carcere, ma anche quella che potevano vivere fuori. Soprattutto per i detenuti che sono originari del Maghreb ma sono immigrati o nati in Italia, sono canzoni che definiscono la loro appartenenza a un gruppo sociale ben definito. Inoltre, forse entra in gioco anche il fatto che nel gangster rap c’è un forte sentimento di rivalsa.

Appendice

Brani di lettere di detenuti nel carcere di Santa Maria Maggiore dal 13 aprile al 10 luglio 2024, letti dall’“assemblea anticarceraria di Venezia”, durante il sit-in (“Maratona oratoria”) promosso dall’Unione delle Camere Penali in campo Santa Margherita il 10 luglio 2024. Sono lettere che si propongono come voce collettiva dei detenuti di entrambe le ali del carcere (“braccio sinistro” e “braccio destro”). 

*** […] Abbiamo bisogno che non si spengano i riflettori, perché qui succede abbastanza spesso tentativi di suicidi salvati dai compagni di cella e poi affrontati con psicofarmaci. I problemi sono tanti ma vanno suddivisi ed affrontati in modo diversificato. […] Il sovraffollamento è quello che compromette tutto, pensate che le celle al primo piano del destro e del sinistro sono grandi circa tre metri x quattro, incluso il bagno. Hanno il letto a castello di tre piani, in dodici metri quadrati vivono tre persone, esseri umani, chiusi dentro e per fare qualsiasi cosa devi chiedere il permesso. Il regolamento carcerario parla di otto metri quadrati a detenuto e la terza branda è fuori legge. Tutti passiamo lì almeno un mese, ma ci sono persone che sono mesi e anni che vivono lì. Le celle al secondo e al terzo piano del destro e del sinistro sono più grandi, ma si vive in sei persone. La più grande ha sempre due file di brande da tre piani […] non esistono le visite specialistiche e mancano farmaci, quindi tachipirina o psicofarmaci per qualsiasi cosa. […]

*** […] Venerdì ha provato a togliersi la vita con un’overdose di psicofarmaci (distribuiti dalla “nostra” farmacia) un ragazzo di vent’anni […], che era al primo piano in celle da tre persone […] chiusi dentro tutto il giorno con solo due ore d’aria la mattina e due ore d’aria il pomeriggio. Lo hanno portato via venerdì alle sei di sera in ambulanza, praticamente in coma. […] Di tutto questo l’opinione pubblica non sa nulla e i giornali e telegiornali non se ne occupano. Qui le “voci” sono che è morto purtroppo! […] Qui vogliono nascondere tutto, ma è molto importante che le morti in carcere non siano vane. Lo Stato italiano non può più rimandare, non si può aspettare, in carcere si MUORE. Di problemi ne abbiamo tanti, dal fatto che qui calpestano i nostri diritti umani e civili ogni giorno, alla mancanza di lavoro (essenziale), educativo, sportivo e di salute. È basilare affrontare subito il problema di sovraffollamento e suicidi; non si può morire a vent’anni di psicofarmaci dati dallo Stato. NON SI DEVE! […] Per favore, questo è un grido d’allarme dal carcere, aiutateci a combattere questo sistema. Non è giusto che sia morto per nulla, sotto tutela dello Stato!

*** […] I tentativi di suicidi sono ormai settimanali e quasi sempre vengono “sventati” dai compagni di cella e poi psicofarmaci e nessun supporto di psichiatri e psicologi o parroco… è un argomento tabù, da nascondere e chi ci prova si vergogna e si chiude in se stesso. […] In questo momento stiamo lottando per diversi punti già elencati nella precedente lettera, con l’obiettivo di migliorare le condizioni carcerarie. […] Scusate gli errori e le forme, ma sono giorni che ci sono tensioni, risse, ecc… Un ragazzo albanese del destro, dopo aver letto l’articolo sui braccialetti elettronici, ha cominciato a distruggere tutto in cella e a fare casino tutto il giorno. Sono intervenuti anche i carabinieri in tenuta antisommossa e questo sta creando tensioni. […] Ci sono cose gravi da mettere a posto e me la sono presa a cuore ma ho, abbiamo bisogno di una mano per favore!

*** […] Per quanto riguarda l’ultimo suicidio, qui in carcere è successo di domenica mattina. Non conosciamo l’orario e la dinamica dei fatti precisi, sappiamo solamente che è avvenuto al terzo piano sinistro, mentre i suoi compagni di cella erano in chiesa per la funzione. Le voci di corridoio dicono che si è suicidato facendosi un cappio. […] Per quanto riguarda il caso di suicidio dell’anno scorso, se non ci fraintendiamo, voci di corridoio mormorano che gli fosse arrivato un definitivo mentre era in semilibertà e forse questo è stata la causa scatenante dell’atto estremo. Sempre voci di corridoio mormorano che la moglie avesse ricevuto una telefonata di addio poco prima del suicidio e che, subito dopo avesse chiamato il carcere per avvisare il personale di polizia penitenziaria dell’imminente pericolo.

Puntualizziamo che, chi sta in semilibertà è recluso sopra gli uffici dell’infermeria e che quel giorno non vi erano appuntati al piano, da quello che abbiamo sentito. […] L’edificio è vecchio e fatiscente, l’aria è un cubo minuscolo, anzi tutte le arie sono minuscole e per quanto riguarda le attività ricreative sono quasi inesistenti, al massimo un mazzo di carte e un gioco da tavola. […] Tre bracci sono a celle chiuse, mentre altri tre sono con orari intervallati aperti e poi chiusi. […] Per quanto riguarda la “cella liscia” invece, per motivi di ordine e sicurezza a volte vi si ricorre poiché capita che qualche detenuto abbia comportamenti violenti e pericolosi per sé o per gli altri. […] Si tratta di una cella priva di suppellettili, televisore, ecc… Si viene controllati a vista dagli agenti di polizia penitenziaria fino a che la situazione comportamentale non rientra nei parametri di norma previsti. In vero non vi è una detenzione sicura di utilizzo per la medesima, ma viene utilizzata una cella a seconda della o delle circostanze e o disponibilità e o necessità. 

*** “Il lavoro in carcere” è quasi inesistente e in un carcere dove la maggior parte dei detenuti viene o proviene da congressi sociali bassi, da condizioni di vita complesse e difficili, lavorare e guadagnare sarebbe di utilità sotto tutti gli aspetti, ma così non è. Sarebbe utile accedere a beni alimentari migliori, poiché il vitto non è dei più salutari e qualitativi, sarebbe utile formare lavorativamente per il reinserimento: […] per chi non ha aiuti familiari o viene da un altro paese, avere dei risparmi all’uscita per potersi permettere un tetto, utile poter sentirsi compartecipi nell’attività di crescita sia individuale sia del collettivo e utile anche per non entrare nel circolo vizioso del crimine / carcere e non uscirne più. […] Con affetto, ORGOGLIO PRIGIONIERO!

Archiviato in://, Interventi N. G. P.

“Come, manda i carabinieri?!”

21/08/2024 Natalia Mele // Scene dal presente

Una “giornata di autonomia” cancellata dal dirigente in un liceo del Nord Est. Proteste degli studenti, programma alternativo, intimidazioni, omertà. Il racconto di un’insegnante inframmezzato dalla testimonianza di uno studente. 

Primi di maggio

B.: “Ha sentito che scandalo? La giornata dell’autonomia quest’anno non si farà!”.

“Come mai non si fa nulla?”, chiedo io. B. sembra infastidito dalla domanda, ci potrebbero mai essere delle motivazioni valide per non farla?! La giornata dell’autonomia si deve fare, punto.

Da quel che so, nel nostro istituto è da una ventina d’anni che si fa, è citata anche nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) come uno dei progetti che mira a valorizzare la creatività e la responsabilità degli studenti. È una giornata di scuola “alternativa” nata per istituzionalizzare le meno controllabili autogestioni attive ancora negli anni Novanta.

B. mi spiega che il dirigente ha bocciato l’idea dei rappresentanti d’istituto – poco più di qualche nome da invitare a parlare a scuola –, sostenendo che non era in linea con quanto stabilito a inizio anno, ovvero che la giornata dovesse avere carattere orientativo. In più, ha posto il problema degli spazi e del fatto che fosse faticoso spostare le sedie di qua e di là… insomma, pretesti… e che oramai non c’erano i tempi tecnici per organizzarla degnamente.

B. è esasperato: “è stato lui a dire che la giornata dell’autonomia sarebbe stato meglio organizzarla a maggio. E adesso non ci sono i tempi tecnici! E poi, perché deve avere carattere orientativo? Chi decide? Se è autonomia è autonomia, possiamo decidere noi, no? Possibile che un dirigente si comporti così? I rappresentanti hanno le ali legate, no, tarpate proprio…”.

“Quindi, alla fine, non si fa niente?”.

“Eh, vedrà…”.

Poco dopo in ricreazione

Il sole illumina il ghiaino del cortile. Gli studenti si muovono a gruppetti, chini su cellulari e merende. Con i primi caldi, in molti lasciano le aule per passare qualche minuto all’aperto.

A due passi dalla porta d’entrata, si forma un cerchio di studenti. Parlano, discutono. Sono di varie classi e sezioni, sembra un appuntamento. È successo qualcosa?

Sulla sinistra altri colleghi allungano occhi e orecchie. Per la prima volta dopo anni di isolamento gli studenti si parlano. Lo fanno così, davanti a tutti? Perché?

D.: Esco in cortile per fare ricreazione e vedo un gruppo di miei compagni discutere in modo acceso. J. e B. sono i più battaglieri. La discussione verte sulla giornata dell’autonomia e di come quest’anno non si sarebbe fatta. Lo sanno poiché hanno partecipato alla riunione del comitato studentesco avvenuta il giorno prima. Per me l’informazione è nuova e mentre ci penso sento parlare di sciopero. È a quel punto che mi attivo e chiedo: “ma se al posto di uno sciopero facessimo noi la giornata dell’autonomia?”.

Lo stesso pomeriggio

D.: Mi metto a sfogliare i miei contatti alla ricerca di un luogo dove organizzare l’evento e grazie a M., il bibliotecario, riesco a contattare quelli dell’auditorium locale e ad avere un via libera. A quel punto, corro subito entusiasta fuori dalla biblioteca, salgo sul motorino e mi precipito in centro per trovarmi con J. Sono eccitato e gli do la notizia: “ho trovato il posto, se vogliamo farlo possiamo”. Il resto della giornata lo spendiamo a fare chiamate alla ricerca di compagni disposti ad aiutarci nell’organizzazione e alla fine torniamo a casa con un luogo, una data, e un gruppo Whatsapp di dieci organizzatori: la giornata dell’autonomia si farà!

A metà mese

D.: I preparativi vanno avanti, abbiamo un profilo Instagram e un gruppo Whatsapp con oltre 200 studenti (alla fine saranno 360, quasi mezzo istituto). Il programma inizia a essere fitto: mostre d’arte, conferenze, interviste, stand di associazioni e varie attività ricreative. Nonostante la pubblicazione di video e locandine su Instagram, sembrerebbe che i professori stiano ignorando la cosa e a noi forse, un po’ ingenuamente, va bene così, ci sentiamo più liberi di agire.

Intanto, nelle classi, diversi studenti se ne escono dicendo che molto probabilmente l’ultimo sabato del mese a scuola non ci saranno e che pertanto verifiche e interrogazioni meglio non programmarle. Insomma, nel giro di un paio di settimane lo sanno tutti: studenti, genitori, docenti e, da quel che si apprenderà dopo, anche il dirigente.

Ultima settimana del mese: martedì 

Fisso una porzione di tavolo occupato da volantini, libri di testo e cancelleria perlopiù non funzionante. È il tavolone ovale dell’aula insegnanti, anzi, è propriamente l’aula insegnanti dal momento che in onore alle lettere classiche ci accontentiamo di una sineddoche. Sono in ora buca, alla mia sinistra A. sfoglia un manuale.

“Ma tu hai capito, poi, cosa succede sabato?”, faccio io.

Percepisco una certa tensione: sa, è chiaro; ma non sa se, ed eventualmente in che modo, parlarne. È una cosa tipica del nostro ambiente, una specie di atmosfera omertosa che ci porta a non fidarci di nessuno, convinti di non sapere mai fino in fondo con chi si sta parlando.

Poco dopo rientrando a casa

Ho capito tutto! La rotondina del Brico si avvicina, mi sale il fastidio, picchio il volante. Quel silenzio è una trappola! Serve a nascondere la protesta e a cadere dal pero per avere mano libera nella punizione degli studenti. Il regolamento d’istituto recita chiaro: si prevedono sanzioni per gli scioperi “immotivati”. È come il gatto col topo. Li stiamo spingendo a infrangere il regolamento per giustificare la punizione. Possibile?

Mi mangio le mani, mi sento in dovere di smarcarmi e di difendere gli studenti da queste macchinazioni, ma non so come fare. Vabbè, l’unica è rompere il silenzio, se tutti sanno bisognerà prendere una posizione ufficiale.

Mercoledì

Ne parlo con diversi colleghi, chiedo se sanno, cosa ne pensano, ecc. Dopo un paio d’ore un collega inoltra su Whatsapp a tutti i docenti la posizione del dirigente che suona sinistramente pleonastica: “Sabato, segnare gli assenti”.

Giovedì

D.: Io e P. stiamo costruendo i cavalletti di legno per la mostra fotografica che avremmo allestito sabato. Mentre P. finisce di tagliare il legno, io ultimo la lettera che dovevamo inoltrare al preside per avvisarlo dell’esistenza della giornata dell’autonomia in modo da rendere il tutto ufficiale.

Prima di spedirla, vengo convocato all’auditorium, pensavo per gli ultimi accorgimenti prima della giornata ma una volta arrivato sul luogo scopro che a seguito di una chiamata del preside avevamo perso l’appoggio dell’associazione patrocinante e di conseguenza non avremmo potuto usare gli spazi interni né tantomeno occupare il suolo pubblico con tavoli, stand e cavalletti. Il presidente dell’associazione si era tirato indietro perché, a suo dire, il preside gli aveva detto che era in dovere di mandare i carabinieri di fronte a uno sciopero degli studenti e lui aveva paura di finire nei guai per qualche irregolarità.

Con una sola mossa tutte le attività erano state annullate. L’ha studiata bene! Ci siamo trovati senza avere il tempo di reagire. L’unica cosa che ci era rimasta era incontrarci e stare insieme. A quel punto annunciamo su Whatsapp che le attività sarebbero state annullate e chiediamo chi volesse firmare la lettera da inviare al preside. Nel giro di poche ore arriviamo a più di cento firme.

Venerdì, la vigilia

A scuola gira voce di una lettera di motivazioni inviata al dirigente e firmata da più di cento studenti. Durante la ricreazione compare sul tavolone una copia cartacea.

Gli studenti, anche loro usano un plurale maschile universale, fanno riferimento con rammarico alla mancata organizzazione della giornata dell’autonomia e al fatto che da diversi anni quest’ultima aveva perso il suo significato trasformandosi in una serie di conferenze volute dall’alto. Ci tengono a ribadire la legalità delle loro azioni: non è un capriccio ma il rispetto del regolamento d’istituto che prevede la realizzazione di iniziative autonome degli studenti, in linea con i loro interessi, promuovendo la partecipazione attiva degli stessi ai processi decisionali dell’istituto.

D. è deluso dal voltafaccia di quelli dell’associazione che hanno calato le braghe ed è arrabbiato per la reazione del dirigente che invece di convocarli ha agito nell’ombra per fargli terra bruciata. Si mostra comunque risoluto: “Frega niente. Andiamo lo stesso. Rimaniamo fuori nel parco con le coperte. Era una bella iniziativa, peccato… Speriamo nel meteo, potrebbe piovere, a quel punto siamo fregati”.

B. è più titubante, vista la reazione del dirigente, ha paura delle conseguenze, ha la maturità quest’anno. Si capisce che non ha paura di una sanzione giusta che potrebbe anche non esserci, ma di quella arbitraria perché sa per esperienza che a scuola va così: “Ha detto che manda i carabinieri! So che diversi insegnanti, anche i più insospettabili, stanno girando per le classi, specie tra quelli di prima e seconda, paventando gravi ripercussioni. ‘Segneremo gli assenti’, dicono, alludendo a chissà cosa”.

Mi arrivano conferme da più parti. Sono incredulo, come manda i carabinieri?! Intanto, monta la rabbia degli studenti, c’è chi grida allo scandalo, c’è chi fantastica azioni di protesta esemplari.

D.: L’ho vista bruttissima, erano tutti incazzati. Volevano prendere i picchetti e andare fuori dal liceo come avevano pensato fin dall’inizio. Io e altri eravamo contrari, temevamo ulteriori ritorsioni. Abbiamo fatto fatica, ma alla fine li abbiamo convinti che era meglio fare quello che ci eravamo detti.

Sabato

Sono soprattutto i più grandi a mancare, al biennio l’intimidazione ha funzionato. Alla prima ora, i bidelli passano nelle classi – ordini dall’alto – per controllare il numero degli assenti. Giungono voci che al parco saranno un centinaio e che sono riusciti a portare avanti solo una minima parte del programma. Dei carabinieri, neanche l’ombra.

Scrutini di giugno

Sono passati una decina di giorni e tutto tace. Gli studenti hanno aspettato, invano, una risposta.

Il coordinatore di classe scorre i voti di condotta. Sarà arrivato il momento della sanzione? Alza lo sguardo verso K. cercando conferme. Intuisce e scuote il capo: “Di quello… non possiamo neanche parlarne…”.

Torna l’omertà ma questa volta, pare, con un retrogusto amaro.

Archiviato in://, Scene dal presente Natalia Mele

Il mondo prima del ticket d’ingresso

20/07/2024 Stefan Zweig // Carte false

Uno scrittore austriaco riflette sulle restrizioni alla libertà di movimento che si diffondono dopo la prima guerra mondiale. Pensando a ciò che si sta sperimentando a Venezia, aggiorniamo il brano sostituendo i termini “passaporto” e “permesso di soggiorno” con “ticket d’ingresso”.

E forse non c’è nulla che renda più esplicito l’incredibile passo indietro compiuto dal mondo nel periodo postbellico delle restrizioni imposte alla libertà di spostamento degli individui e più in generale ai loro diritti. Prima del 1914 la terra era di tutti gli uomini, ognuno andava dove credeva e vi restava per tutto il tempo che desiderava.

Non esistevano visti o autorizzazioni e osservo sempre divertito lo stupore con cui i giovani reagiscono al racconto dei miei viaggi in India e America prima del 1914, non solo senza ticket d’ingresso ma senza averne neppure mai visto uno! Si prendeva il treno e si scendeva senza chiedere nulla e senza che nessuno chiedesse nulla, dei mille moduli e dichiarazioni oggi necessari non ne esisteva all’epoca nemmeno uno. Niente documenti, visti o seccatura. Quelle stesse frontiere che oggi, a causa della patologica diffidenza di tutti nei riguardi di tutti, doganieri, polizia e gendarmi hanno trasformato in un percorso a ostacoli, non erano altro che linee simboliche che si oltrepassavano con la noncuranza con la quale oggi si valica il meridiano di Greenwich. Soltanto dopo la guerra il nazionalsocialismo cominciò a sconvolgere il mondo e il primo sintomo attraverso il quale si manifestò l’epidemia morale del nostro secolo fu la xenofobia – l’odio o perlomeno il timore dell’altro.

Dovunque ci si proteggeva contro lo straniero, dovunque lo si evitava. Tutte le umiliazioni che un tempo erano riservate ai criminali ora invece erano imposte a tutti i viaggiatori, prima e durante il loro viaggio. Bisognava fotografare il profilo destro e sinistro, di lato e di fronte, i capelli corti abbastanza da lasciare scoperte le orecchie, bisognava fornire le impronte digitali, prima solo il pollice poi tutte e dieci le dita, presentare carte, certificati medici e vaccinazioni, fedine penali e dichiarazioni di buona condotta, lettere di raccomandazioni, essere in grado di mostrare inviti e indicare gli indirizzi dei familiari, offrire garanzie morali e finanziarie, compilare moduli e firmarli in triplice e quadruplice copia, e se poi mancava anche una sola di quelle scartoffie si era perduti.

Potrebbero sembrare piccolezze e magari a prima vista parrà meschino da parte mia anche solo menzionarle. Ma è proprio grazie a tutte queste assurde «piccolezze» che la nostra generazione ha buttato via insensatamente e irrimediabilmente tanto tempo prezioso. Se facessi il conto di tutti i moduli che ho compilato in questi ultimi anni, le dichiarazioni che ho dovuto rendere in occasione di tutti i viaggi, quelle dei redditi e di valuta, i passaggi di confine, i permessi di soggiorno, le richieste di autorizzazione a lasciare il paese, le comunicazioni di arrivo e di partenza, e vi aggiungessi le ore passate nelle sale d’attesa dei consolati e delle amministrazioni, i funzionari, cortesi o scortesi, annoiati o spazientiti, davanti ai quali mi sono seduto, le perquisizioni e gli interrogatori cui ho dovuto sottopormi alle frontiere, ecco, se facessi il conto di tutto questo sarei in grado di quantificare la perdita di dignità umana in questo ventesimo secolo che, nei sogni della nostra speranzosa giovinezza, vedevamo come l’epoca della libertà, del cosmopolitismo. Quanto tempo queste piccolezze così inutili e umilianti hanno sottratto alla nostra produzione, al nostro lavoro, alla nostra riflessione! Ciascuno di noi in questi anni ha dovuto studiare più misure amministrative che opere d’ingegno! In una città o in un paese straniero i nostri primi passi non ci conducevano più come un tempo nei musei o di fronte a splendidi panorami ma a un consolato, un ufficio di polizia dove procurarci un ticket d’ingresso. […]

Nel nostro animo di esseri nati liberi provavamo costantemente la sensazione di essere oggetti e non soggetti, di non avere alcun diritto ma di dipendere completamente dalla clemenza delle autorità. Non facevano che interrogarci, registrarci, numerarci, perquisirci, bollarci e per me, imperdonabile sopravvissuto di un’epoca più libera e cittadino di una sognata repubblica mondiale, ogni ticket d’accesso rappresenta ancora oggi un marchio infamante, ogni interrogatorio e perquisizione un’umiliazione. Sono cose di poca importanza, lo so, sono inezie in un’epoca in cui la vita umana perde valore più rapidamente della moneta. E tuttavia è solo registrando questi piccoli sintomi che l’epoca futura potrà stabilire con esattezza il quadro clinico delle condizioni spirituali e degli sconvolgimenti intellettuali che hanno colpito il nostro mondo tra le due guerre.

Forse prima ero stato troppo viziato o forse i bruschi cambiamenti di questi ultimi anni hanno acuito la mia sensibilità. L’emigrazione, in qualunque sua forma, provoca inevitabilmente una specie di squilibrio: quando non si ha la terra patria sotto i piedi – e anche questa è una cosa che bisogna aver sperimentato per comprendere – si assume una postura meno eretta, meno spavalda, si diventa meno sicuri di sé. Posso tranquillamente ammettere che dal momento in cui fui costretto a vivere con documenti di permesso o ticket d’ingresso sentii di non appartenermi più del tutto, di aver perso qualcosa della mia identità naturale tra quello che ero e il mio io originario e autentico. Sono diventato molto più schivo di quanto sarei per indole e a me, il cosmopolita di un tempo, oggi pare di dover costantemente dare prova di una speciale riconoscenza per ogni boccata d’aria che respirando sottraggo a un popolo straniero.

Nota. Nel 1938, dopo l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler, Stefan Zweig perde il passaporto austriaco, diventa apolide e riceve dal governo britannico un permesso per stranieri. Zweig pensò a quanto gli aveva detto molti anni prima un esiliato russo: “Un tempo l’uomo non era che anima e corpo. Oggi, se vuole essere trattato da essere umano, gli serve anche un passaporto”. Inizia qui una riflessione sulle restrizioni alla libertà di movimento che si erano diffuse in tutto il mondo nei decenni successivi alla prima guerra mondiale: il passaporto, che prima del 1914 praticamente non serviva, era diventato un documento senza il quale l’individuo era perduto.

Nel brano che qui riportiamo, tratto da Il mondo di ieri (1942)[1], i termini “passaporto” e “permesso di soggiorno” sono stati sostituiti con “ticket d’ingresso”. Vogliamo così ricordare, appellandoci al nome di Stefan Zweig, che il Contributo di accesso richiesto per entrare nel Comune di Venezia è un ulteriore passo nella limitazione della libertà individuale, ancor più pericoloso perché può estendersi ad altre città e diventare un dispositivo generalizzato.

Immagine di copertina: Stefan Zweig guida manifestazione a Venezia contro il ticket davanti a cartelli e striscioni (generata da Canva Free AI Image Generator).


[1] Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, cura e traduzione di Silvia Montis, Newton Compton, Roma 2013, pp. 327-329.

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Tanti modi di essere cinesi

19/07/2024 Anna Lora Wainwright Zezheng Yu // Punti di osservazione

Due studiosi raccontano durante un incontro pubblico le complessità dell’essere migranti provenienti dalla Cina, in Italia. Prime e seconde generazioni. Integrazione o diritti? Con un confronto tra Venezia e Prato. Trascrizione a cura di Piero Brunello.

“Venezia è un grande villaggio”

Anna Lora Wainwright si presenta: viene da un paese del vicentino, è andata in Inghilterra per fare l’università, poi ha trovato marito lì e si è fermata a lungo, diventando docente ad Oxford. Un anno fa è tornata in Italia con la famiglia, perché voleva che i figli conoscessero la realtà italiana. Ha fatto come i cinesi, dice, che vogliono che i figli sappiano bene l’italiano, ma che non perdano il patrimonio culturale e linguistico da cui provengono.

Dopo aver studiato antropologia all’università, ha condotto la ricerca sul campo in un villaggio nel sud ovest della Cina, in una comunità contadina. Oggi in Cina trova molto difficile fare quello che a lei piace fare, cioè parlare con persone comuni, e così da due anni svolge la sua ricerca con i cinesi a Venezia: all’inizio facendo lavoro di volontariato presso PassaCinese, e poi conoscendo personalmente famiglie cinesi.

La cosa più urgente da fare, dice, è smontare stereotipi. Non è vero che i cinesi non si vogliono integrare, lei conosce tante persone che fanno tanti sforzi per imparare l’italiano, cosa difficile da combinare con gli impegni nel lavoro e nella cura dei figli e delle persone anziane. Le famiglie cinesi sono accusate di non curarsi dei bambini a scuola: non è vero, ci sono famiglie che chiudono il negozio per portare i bambini a PassaCinese alle 4 del pomeriggio. I cinesi vogliono piuttosto che in Italia si discuta delle discriminazioni che incontrano, e le chiedono di raccontare le aggressioni verbali (a partire dai nomignoli che i piccoli si sentono dire a scuola) e fisiche che subiscono e a cui, dicono, in Italia nessuno crede.

In generale (Anna sottolinea che sta generalizzando) ci sono due aspetti che troviamo sia nella cultura italiana che in quella cinese. Uno è l’attaccamento alla famiglia; l’altro è la convinzione che mangiare assieme è una cosa importante, e un modo per creare legami. Quando è tornata in Inghilterra dopo la ricerca sul campo in Cina, si sentiva più spaesata che non nel villaggio cinese.

Tanti cinesi che vengono in Italia, ma anche in Europa, vengono dalla provincia del Zhejiang, in particolare dai paesi come Wenzhou e Qingtian. Quando i primi abitanti sono andati via, era un paese di montagna, ora è una città con palazzi, grattacieli, architettura europea ; il viale lungo il fiume è costeggiato dalle bandiere di tutti i paesi del mondo in cui sono emigrati gli abitanti, ci sono caffetterie, ristoranti dove si può trovare la bistecca alla fiorentina o i churros spagnoli, la gente che ritorna riporta insomma le esperienze vissute all’estero. Una grande scritta bene in vista in paese dice: “Superate le montagne, superate i mari, andate all’avventura”, uno spirito di cui gli abitanti sono tuttora orgogliosi.

Qingtian, foto di Teresa Irigoyen-Lopez

I cinesi che stanno a Venezia non arrivano direttamente dalla Cina, ma spesso sono passati prima da Firenze o da Prato, o da altri paesi europei, quindi hanno rapporti con parenti e con altri cinesi che vivono in Italia o in Europa. Per esempio all’epoca del lockdown, quando in Sicilia si stava meglio, da Venezia andavano in Sicilia a lavorare da parenti. Si sa che gli ambiti lavorativi in cui i cinesi si inseriscono sono diversi – laboratori tessili, locali e ristoranti, negozi dove trovi la roba che trovi solo lì e non altrove – dimostrando di saper cogliere opportunità economiche, a Venezia per esempio la pasta fresca ora la puoi trovare anche da un cinese.

È difficile – dice Anna – parlare delle vicende migratorie con le prime generazioni: non ne parlano neanche con i figli; le prime generazioni, a differenza dei figli, spesso vedono il loro futuro ancora in Cina. Il motivo per cui le persone anziane rimangono in Italia o in Europa è soprattutto il desiderio di restare con i figli e i nipoti. Ma se devono restare in Italia, le persone con cui ha parlato, anche della prima generazione, dicono di trovarsi bene. Si lamentano dell’umidità di Venezia ma ne apprezzano lo stile di vita tranquillo, come nel villaggio da cui provengono: Venezia per loro è un po’ come un grande villaggio…

Genitori e figli

Zezheng Yu (nato in Cina e di nazionalità cinese, vive in Italia da anni) sta facendo il dottorato in Antropologia culturale all’università di Padova con una tesi sulla “diaspora cinese” a Prato, ha appena terminato la ricerca sul campo. Per prima cosa spiega le differenze tra il caso di Prato e quello di Venezia.

Prato è una città industriale, nel tessile e dell’abbigliamento, e molti cinesi non lavorano in bar e ristoranti come a Venezia, ma nelle confezioni, con orari di lavoro che vanno da 12 a 14 ore al giorno. A Prato nel 2022 c’erano più o meno 30mila cinesi, concentrati in una zona abbastanza circoscritta. Questa concentrazione ha creato un muro, la comunità cinese a Prato è percepita come chiusa, impenetrabile e anche illegale (nella gestione della fabbrica).

Zezheng Yu ha cominciato la sua ricerca facendo il volontario al Punto Luce, un centro di aggregazione sociale contro la “povertà educativa”, che attrae moltissime bambine e bambini, ragazzine e ragazzini cinesi. Gli educatori e le educatrici offrono gratuitamente servizi di accompagnamento agli studi, sport, laboratori.

Commentando quello che aveva detto Anna, e cioè che a Venezia i genitori chiudono i negozi per poter accompagnare i figli a Passacinese, Zezheng Yu dice che a Prato questo non sarebbe possibile, perché a Prato molti cinesi lavorano in fabbrica, e non possono o fanno molta fatica ad assentarsi dal lavoro per seguire i figli. Invece, come a Venezia, anche i genitori cinesi di Prato mandano i figli in Cina.

Zezheng Yu però guarda ai bambini: come vivono l’esperienza migratoria? E spiega perché non bene. Una delle cose che colpisce di più è la modalità con cui i genitori comunicano ai figli che devono andare in Italia. Zezheng Yu racconta l’esperienza di una ragazzina che all’epoca della storia aveva 9 anni. La mamma la sveglia in piena notte e le dice: andiamo via. La ragazzina chiede: dove? La mamma: in Italia. La ragazzina dice: allora andiamo a svegliare la sorellina. La mamma dice: no, no, lasciamo la sorellina tranquilla, andiamo via noi due. Questo racconto mostra che i genitori cinesi non hanno un progetto di emigrazione preciso per i figli. Quindi quando i figli sono portati in Italia incontrano tantissime difficoltà, non solo nel contesto scolastico ma anche in quello familiare, soprattutto data la loro età. Nel caso migliore se arrivano piccoli possono imparare la lingua italiana e interagire con i coetanei, ma spesso arrivano verso i dodici anni, in seconda o terza media.

La possibilità di inserirsi dipende anche dalle scuole. Zezheng Yu ha fatto ricerca in due scuole medie di Prato. Nella scuola vicina alla concentrazione di abitanti cinesi, il 70% degli alunni è di origine cinese, ed è difficile insegnare ad alunne e alunni con un livello linguistico molto diversificato, perché ci sono cinesi nati in Italia, quelli appena arrivati, quelli che hanno studiato in Italia, poi sono andati in Cina e poi ritornati. Nell’altra scuola invece hanno formato due sezioni solo con alunni che parlano cinese, una in prima media e una in terza media. Sono sezioni aperte, per cui quando gli alunni arrivano a un certo livello di competenze vengono smistati in sezioni parallele, dove si inseriscono facilmente; ma, da quanto ha potuto osservare Zezheng Yu, gli studenti cinesi che rimangono nella stessa sezione sono spesso demotivati, sebbene gli insegnanti siano molto qualificati.

Solitamente quando i genitori vengono convocati a scuola, non si presentano. Un primo motivo, dice Zezheng Yu, può essere che il ragazzino o la ragazzina non porti il foglio della comunicazione della scuola ai genitori (anche se esistono altre forme di comunicazione come email o registro elettronico). Il secondo motivo è che i genitori non hanno tempo. Come mediatore Zezheng Yu prova a chiamarli, loro rispondono e dall’altra parte del telefono si sente zzzz, zzzz, il rumore della macchina da cucire, stanno lavorando, il rumore di fondo impedisce di parlare e di sentire. Le famiglie operaie non hanno risorse, nemmeno culturali, per aiutare i figli e consigliarli a scuola. Inoltre, a differenza dei genitori italiani, tanti genitori cinesi tendono a delegare i figli alla scuola, pensando che i ragazzi hanno bisogno di autonomia e che questo fa bene alla loro crescita. Questo, dice, è un modo di pensare diffuso in Cina, dove il rapporto scuola-famiglia non è frequente come in Italia.

“Seconde generazioni”, convivenza e burocrazia

A una domanda da parte del pubblico, se le seconde generazioni possono aiutare l’integrazione dei cinesi in Italia, Zezheng Yu risponde che l’espressione “seconde generazioni” non è un termine appropriato, meglio parlare di figli nati in Italia da migranti cinesi. La “seconda generazione” implica infatti una permanenza costante in Italia, invece questi bambini nascono in Italia, vengono mandati in Cina, poi tornano in Italia… Al posto di “integrazione”, Zezheng Yu preferisce parlare di “convivenza”, che può avvenire in diverse forme, a seconda dei casi: non necessariamente il cinese deve diventare italiano, ma ci possono essere coppie di origine cinese che tra di loro parlano italiano.

Sarebbe meglio parlare di diritti, il che apre un’altra questione. I cinesi non possono avere la doppia cittadinanza. La nazionalità italiana è una opzione che lo Stato italiano offre all’età di diciotto anni a chi è vissuto diciotto anni in Italia, ma la Cina non riconosce la seconda cittadinanza, e quindi il cinese deve valutare, sapendo che se prende il passaporto italiano perde quello cinese.

Si inserisce Anna. Un cinese che a 18 anni chiede la nazionalità italiana e la ottiene, perde infatti il passaporto cinese e deve fare la fila ogni volta che deve chiedere il permesso di visitare il paese dov’è nato. I cinesi nati in Italia, conosciuti da Anna, le dicono: con il permesso di soggiorno in Italia posso abitare e vivere qui, ma se rinuncio alla cittadinanza cinese non posso più tornare a casa a trovare i nonni, e se i miei genitori tornano in Cina e io ho bisogno di andarli a trovare quando stanno male il passaporto cinese non posso più farlo. Non si tratta di volere o non volere la nazionalità italiana… Teniamo presente, dice Anna, che ci sono tanti modi di essere cinesi, come ci sono tanti modi di essere italiani. Lei per esempio, ha abitato per più di venti anni in Inghilterra, dopo la Brexit non potevano mandarla via, però lei ha preferito per sicurezza il passaporto inglese: ma non per questo ha cominciato a sentirsi inglese il giorno dopo…

Zezheng Yu riprende il tema dei giovani italo-cinesi. Di recente questi fanno sentire la loro voce, ci sono diverse associazioni come Associna-Associazione Seconde generazioni cinesi, Unione giovani italo cinesi e associazioni sportive in tutta Italia. Queste associazioni non solo mettono in contatto i cinesi con gli italiani, ma anche le generazioni cinesi più giovani con quelle più anziane. Questi ragazzi, dice Zezheng Yu, si rendono conto dell’importanza della propria voce, perché fanno da ponte tra la prima generazione e quelle successive: denunciano i pregiudizi nei confronti dei cinesi, e cercano di spiegare come è la realtà. Zezheng Yu ritiene importante questa presa di parola, e dice che i giovani sinofoni di famiglie operaie fanno più fatica a far sentire la propria voce.

Nota. Resoconto dell’incontro “La Cina vicina. Nuovi paesaggi urbani: la presenza cinese a Venezia”, promosso da aMarghera e Laboratorio Libertario all’Ateneo degli Imperfetti a Marghera il 31 maggio 2024 (interventi di Anna Lora-Vainwright, Zezheng Yu e Marcello Feraco, introduzione di Giancarlo Ghigi). Le foto da Qingtian (l’immagine di apertura e le altre due che illustrano l’articolo) sono di Teresa Irigoyen-Lopez, che ringraziamo per avercene concesso l’uso.

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Famiglie cinesi in Italia

11/07/2024 Marcello Feraco // Punti di osservazione

L’esperienza del cofondatore dell’associazione PassaCinese che da diversi anni svolge opera di mediazione culturale nelle scuole, collaborando con il Servizio Immigrazione del Comune di Venezia, oggi accorpato al servizio Pronto Intervento Sociale, Inclusione, Mediazione.

La mia prima esperienza in Cina

Il mio interesse per la Cina è nato quando facevo la terza superiore nel 2007, perché il mio migliore amico voleva fare l’esperienza all’estero di un anno, voleva andare negli Stati Uniti: mi ha messo la pulce nell’orecchio, ma io non volevo andare negli Stati Uniti e ho scelto la Cina sfogliando un manuale di paesi. Ho passato un anno in Cina vivendo presso una famiglia. Lo scoglio linguistico all’inizio è stato enorme, non esistevano gli smartphone, avevo dizionari. La mia reazione iniziale è stata quella di parlare inglese, imparare l’inglese per comunicare, stavo con gli studenti internazionali, e poi ho cominciato a innamorarmi della cultura cinese. Quando sono tornato in Italia ho provato perciò una sorta di empatia con i cinesi alle prese con l’apprendimento dell’italiano.

L’associazione PassaCinese

Oggi sono il presidente dell’associazione PassaCinese. L’associazione nasce da un gruppo di studenti di Ca’ Foscari, italiani e cinesi, nel 2015. Ci eravamo conosciuti in Cina grazie a uno scambio culturale di Ca’ Foscari, e una volta tornati a Venezia abbiamo iniziato ad aiutarci a vicenda per superare l’esame, con scambio di appunti e così via, e infatti il gruppo inizialmente si chiamava “Passa l’esame in cinese”. Poi abbiamo cominciato a lavorare come mediatori culturali nelle scuole per il Servizio Immigrazione del Comune di Venezia. Accoglievamo i bambini cinesi appena arrivati per aiutarli al primo impatto con la scuola, e poi partecipavamo ai colloqui tra insegnanti e genitori, di modo che potessero parlarsi. La maestra diceva: il bambino o la bambina ha bisogno di aiuto a casa; allora la mamma faceva a me: puoi venirmi a casa ad aiutarmi? La prima volta ci sono andato io, dopo l’ho proposto agli altri universitari del gruppo, e quindi abbiamo cominciato a mandare i singoli universitari a casa delle famiglie per aiutare i bambini a fare i compiti o imparare l’italiano, di modo che lo studente italiano che studiava cinese all’università e non aveva modo di parlarlo aveva la possibilità di interagire con persone cinesi, e in cambio i bambini cinesi avevano qualcuno che li aiutava con l’italiano.

Il logo della Associazione PassaCinese, tratto dalla presentazione sul sito del Comune di Venezia, 24 ottobre 2010

Questa cosa ha avuto successo. Eravamo un gruppo di 15-20 ragazzi, abbiamo trovato delle aule dove trovarci, in spazi più comodi rispetto a quelli delle famiglie, e così è nata l’associazione, che adesso gestisce un doposcuola a Venezia, a Cannaregio, uno a Mestre in via Piave e uno a Marghera in via Longhena. Facciamo due ore alla settimana per bambini cinesi, ma adesso stiamo ampliando a bambini di altri paesi orientali, come i bengalesi. Negli ultimi due anni inoltre abbiamo messo a frutto le nostre competenze di interpreti e di insegnanti di Italiano e così abbiamo aperto una cooperativa che ha sede a Mestre in via Piave, che offre servizi linguistici (corsi di italiano, corsi di cinese, corsi di cucina, traduzioni, ripetizioni a pagamento): abbiamo cioè cercato di farne un lavoro, sempre mantenendo lo scopo sociale che è quello di far incontrare persone cinesi e italiane, tramite azioni di volontariato ed eventi, ma cercando di renderlo sostenibile anche economicamente.

Una famiglia cinese

Facendo questo lavoro da una decina d’anni, e frequentando ogni anno una trentina di famiglie, posso dirvi una storia “tipo”, non quella di una famiglia vera ma di una inventata, per esemplificare molti aspetti comuni alle situazioni che ho conosciuto. La famiglia ha due figli, che chiamerò Yuping e Yuhan. I genitori sono arrivati in Italia alla fine degli anni Novanta, vengono da Qingtian, un paesino del sud-est della Cina, tra Shanghai e Hong Kong, sulle colline, vicino a Wenzhou, che è una grande città. Grazie a un parente che aveva un ristorante a Venezia sono riusciti a venire in Italia in aereo con un permesso di lavoro, e sono stati assunti nel ristorante. Questo non succede spesso, tante volte i cinesi vengono in Italia illegalmente e poi con le varie sanatorie vengono regolarizzati. I due giovani si sono conosciuti, si sono innamorati e hanno formato una famiglia, sempre lavorando come dipendenti del parente. Nasce una figlia, Yuping. Il loro progetto era di lavorare come dipendenti, ripagare il debito che si erano fatti per venire in Italia (il viaggio e quello che gli aveva chiesto il parente in cambio della chiamata), e nel frattempo mettere da parte abbastanza soldi per aprirsi un loro bar in Italia. Quindi hanno risparmiato, e quando la bambina ha avuto un anno più o meno l’hanno portata in Cina dalla nonna e gliel’hanno affidata in modo che loro potessero continuare a lavorare e mettere via soldi e la bambina potesse conoscere i nonni e il paese di origine. Dopo tre anni è nato un fratellino, Yuhan, e questo fratellino va anche lui dai nonni. Passano gli anni. Quando la figlia raggiunge l’età della prima media, i genitori sono nel frattempo riusciti ad aprire una attività a Venezia, perciò richiamano i due bambini. Una fa la prima media, perciò ha già fatto cinque anni di scuola in Cina, l’altro invece fa la seconda o terza elementare. I figli hanno visto i genitori solo in estate, magari non assieme, e magari un’estate è anche saltata a causa del covid, e quindi all’arrivo in Italia ci sono dei problemi. 

La ragazza in prima media non sa bene in che famiglia vive, la mamma se la ricordava perché d’estate le portava i regali e stava con lei un paio di settimane, e invece adesso la mamma le dice di mettere a posto la stanza, di fare bene a scuola, non come faceva la nonna… Poi c’è un problema con la scuola. In Cina la scuola è molto impostata, ci sono classi di cinquanta ragazzi, c’è una classifica che tiene conto della media dei voti e che viene aggiornata in tempo reale per cui si sa in ogni momento chi è numero 1 della classe e chi il numero 25; è una scuola molto competitiva, lei in Cina era brava, era il numero 7 della sua classe, e qui in Italia invece è l’ultima, le danno da fare cose semplici, da bambini, qui nessuno valorizza le sue capacità… Non riesce ad avere rapporti con i compagni perché non sa l’italiano, nel primo periodo una sua compagna cinese le dà una mano e dopo si stufa anche lei, e lei va in crisi, passa tutto il tempo al telefono con gli amici e le amiche della vecchia scuola in Cina.

Di solito in situazioni come queste il servizio immigrazione del Comune di Venezia ci contatta, e così incontriamo questi ragazzi per un supporto, con un aiuto per l’italiano, facendola socializzare con coetanei sociali, inserendola in attività sportive dove poter socializzare anche senza parlare.

Il fratellino invece, che fa la seconda elementare, con la mamma riesce facilmente a riprendere i rapporti, dopo un anno riesce a capire più o meno l’italiano, fa i compiti assieme ai compagni. Ma sorge un altro problema, la conoscenza del cinese. Il cinese non è una lingua alfabetica, il cinese ha i caratteri, per leggere un giornale bisogna conoscere circa 5mila caratteri, quindi non puoi imparare giocando, servono circa quattro anni di elementari per imparare a leggere e scrivere. I genitori parlano dialetto, non parlano cinese mandarino; il ragazzino con l’italiano a scuola se la cava, ma appena comincia ad ambientarsi i genitori lo mandano alla scuola cinese, per cui due pomeriggi alla settimana e tutto il sabato fa scuola di cinese. Mentre i suoi compagni fanno basket, lui passa tre-quattro ore a copiare caratteri e con un metodo scolastico proprio della Cina a cui lui, a differenza della sorella, non è abituato, per cui dopo un po’ si rifiuta di andare alla scuola cinese e non vuole aver niente più a che fare con il cinese. Quando diventerà un adolescente non avrà una lingua per parlare con i genitori, perché il dialetto che conosce non ha le parole dell’adolescenza, starà sempre con amici italiani, e da adolescente si chiederà chi è, se italiano o cinese. I genitori vogliono che lui faccia l’alberghiero perché gestiscono un locale, mentre a lui piace storia dell’arte, ma non riesce a farlo capire ai genitori, pensano che l’arte sia al massimo un hobby, a lui mancano le parole per fargli cambiare idea.

Un’ultima cosa da tenere in considerazione è la sovrapposizione tra i discorsi sulla Cina come entità politica statale e l’esperienza personale di ragazzi che per i loro tratti somatici sono tenuti a rispondere di quello che fa Xi Jinping. Per sopravvivere ci sono strategie diverse, c’è chi si sente di appartenere alla Cina, mentre altri vogliono tirarsene fuori rifiutando di passare per esperti di geopolitica… Di sicuro la politica andrà a confliggere con l’esperienza del ragazzo o della ragazza cinese in Italia.

La scuola in Cina e in Italia

Gli studenti che hanno fatto le elementari o altre scuole in Cina fanno molta fatica in Italia perché il sistema cinese è tutto funzionale all’esame finale di maturità, che è lo spauracchio di tutti i ragazzi cinesi perché l’esame finale è a punti; sulla base del punteggio finale si entra in una graduatoria nazionale, in cui tu competi con 10 milioni di studenti che ogni anno fanno la maturità, e sulla base di quella graduatoria tu puoi scegliere una università di fascia A se hai un punteggio alto, una università di fascia B se hai un punteggio un po’ più in basso e così via, e in base all’università che fai avrai un lavoro più alto e più remunerato, perciò la carriera e l’ascesa sociale sono molto più determinate dalla scuola in Cina rispetto all’Italia. Parliamo di famiglie che hanno prevalentemente figli unici, e quindi tutta la pressione delle famiglie, dai nonni ai genitori, è sui ragazzi che devono avere un risultato scolastico finale buono per ricompensare gli sforzi della famiglia. Naturalmente, siccome la valutazione è a punteggio, le materie scientifiche che possono essere maggiormente valutate con un punteggio sono più considerate rispetto a quelle umanistiche.

Reti basate sulla fiducia, non sulla “nazionalità”

Tutti i cinesi che vengono in Italia vengono dalla zona di Wenzhou, una delle poche zone, dopo Mao, in cui era possibile attuare un’economia di mercato. Lì sono nate le prime aziende famigliari, i capitali che c’erano erano quelli delle famiglie: per famiglia s’intende lignaggio, cioè una famiglia molto allargata. La famiglia metteva assieme i soldi, li dava a uno che dal villaggio andava nella città, a Wenzhou, questi investiva i soldi in un laboratorio o in una fabbrichetta e quando restituiva i soldi alla famiglia, la famiglia li reinvestiva prestandoli a un’altra persona che apriva a sua volta una attività, e con questo sistema hanno potuto realizzare capitali che poi sono stati investiti fuori della Cina. Il sistema era questo: prestiti basati sulla fiducia, non c’era la banca di mezzo, non c’erano garanzie di immobili. La cosa principale era l’immagine, la faccia, la fiducia all’interno di forti legami famigliari. Le relazioni famigliari e i rapporti personali sono alla base delle attività economiche.

Proprio per questo, non so quanto si possa parlare di “comunità cinese”, almeno a Venezia. Non è detto infatti che le famiglie cinesi conoscano le altre famiglie cinesi. I cinesi che abitano a Venezia fanno riferimento al paese da cui provengono, alle persone da cui hanno preso soldi in prestito; conoscono a Venezia le famiglie del paese di origine, oppure parenti che stanno a Firenze o da altre parti. Questo crea poca coesione comunitaria.

“Seconda generazione” o politiche per l’immigrazione?

Non è scontato che la seconda generazione potrà risolvere i problemi di comunicazione e convivenza, lo farà se c’è un contesto adatto. Non è detto che la seconda generazione possa fare da ponte, per fare questo devi possedere un bilinguismo attivo, sia in italiano sia in cinese, sia scritto sia orale, e questo non si verifica facilmente. Bisogna investire risorse. Due dati, per dire cosa è cambiato in questi dieci anni. Quando ho cominciato a lavorare con ragazzi cinesi dieci anni fa, l’ufficio Immigrazione del Comune di Venezia aveva 25 dipendenti, ora sono in 4 e l’ufficio è stato accorpato al servizio Pronto Intervento Sociale, Inclusione, Mediazione; all’inizio del mio lavoro, ogni ragazzo neo-arrivato aveva un pacchetto di dieci ore di mediazione, ora le ore sono quattro.

Nota. Trascrizione di cose dette all’incontro “La Cina vicina. Nuovi paesaggi urbani: la presenza cinese a Venezia”, promosso da aMarghera e Laboratorio Libertario all’Ateneo degli Imperfetti a Marghera il 31 maggio 2024 (interventi di Anna Lora-Vainwright, Zezheng Yu e Marcello Feraco, introduzione di Giancarlo Ghigi).

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Selfie oggi, profilo biometrico domani

09/06/2024 Piero Brunello // Letture

Appunti presi leggendo un libro recente sulla sorveglianza totale e planetaria messa in atto dalle aziende che detengono il monopolio del web.

Il libro

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 20232 (ed or. The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, Public Affairs, New York 2019). È suddiviso in Introduzione (cap. 1), Prima parte (capp. 2-6), Seconda parte (capp. 7-11), Terza parte (capp. 12-17), e Conclusioni (cap. 18), Ringraziamenti, note per un totale di 622 pp. Non c’è un indice dei nomi. L’edizione cartacea in paperback costa 25 euro, il prezzo dell’ebook è 14,99 euro.

Shoshana Zuboff viene presentata come docente alla Harvard Business School dal 1981, e autrice del libro In the Age of the Smart Machine, che nel 1988 predisse l’importanza dell’intelligenza artificiale nella società.

Di seguito un riassunto per punti, molto sintetico rispetto alla mole del libro; alla fine aggiungo alcune mie considerazioni.

Il tema, le fonti, le argomentazioni

Il capitalismo della sorveglianza è costituito da una serie di processi automatizzati che si appropriano dell’esperienza umana, trasformandola in dati, e tutto ciò a nostra insaputa e senza il nostro consenso. Il libro riguarda in particolare Google, Facebook e Microsoft. Le fonti sono brevetti, discorsi, conferenze, video, programmi delle aziende, oltre a 52 interviste a data scientist di 19 aziende diverse. [introduzione, cap. 1]

La prima parte del libro dimostra che il capitalismo della sorveglianza è stato costruito intenzionalmente da determinati gruppi di persone.

La seconda parte mostra come il capitalismo della sorveglianza stia passando dal mondo online a quello reale.

La terza parte esamina l’ascesa di un potere che annulla qualsiasi possibilità di rifugio.

Nelle Conclusioni l’A. spiega perché il capitalismo della sorveglianza si distacca dalla storia del capitalismo.

L’invenzione del capitalismo digitale

Nel 2002 Google cominciò a trasformare i segnali sottesi a ogni azione online in dati che rivelano il comportamento umano e prevedono comportamenti futuri, in modo da inviare un determinato messaggio a una determinata persona al momento giusto, a scopi commerciali, senza la consapevolezza, la conoscenza e il consenso dell’utente. Nel 2004 Google decise unilateralmente di scansionare la corrispondenza dei suoi utenti per generare inserzioni pubblicitarie; nel 2007 Facebook decise unilateralmente di consentire a terzi di tracciare le attività degli utenti (per esempio acquisti). [cap. 2]

Noi siamo gli oggetti dai quali Google estrae le materie prime per fabbricare previsioni, da vendere ai suoi clienti. La segretezza è un tratto fondamentale. [cap. 3]

I fondatori di Google hanno proclamato il diritto ad agire senza vincoli legislativi. Sono riusciti a farlo grazie a un contesto favorevole (le politiche neoliberiste). Importante spartiacque fu la risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Da allora le agenzie di intelligence usano i sistemi di Google. L’A. parla di “affinità elettive” tra Google e servizi segreti e apparati governativi.

Il capitalismo della sorveglianza è utilizzato nelle campagne elettorali (come per Obama). Negli anni di Obama ci fu un intenso passaggio di personale da Google alla Casa Bianca e viceversa. Infine Google si è infiltrata nel mondo della ricerca universitaria. [cap. 4].

Nel 2007 Google lanciò Street View, un’operazione di mappatura delle strade: ancora una volta senza chiedere il permesso e aspettando che la protesta e la resistenza (di cui il libro documenta molti casi in tutto il mondo) si esaurissero. In quell’occasione le auto di Street View raccolsero segretamente dati personali dalle reti wi-fi private.

Nel 2010 Facebook introdusse il pulsante LIKE, che permise di sorvegliare gli utenti e raccogliere dati comportamentali; Facebook ammise inoltre di scansionare i messaggi privati. [cap. 5]

Come nella Conquista spagnola nelle terre americane, anche Google, per impossessarsi dell’esperienza umana, si affida a dichiarazioni. Alla fine ci dicono che tutto ciò è inevitabile. [cap. 6]

L’avanzata del capitalismo della sorveglianza

Oggi il capitalismo della sorveglianza estende le sue operazioni dal mondo virtuale al mondo reale, tracciando continuamente individui e gruppi mediante dispositivi che il singolo si attacca direttamente sulla pelle (un tatuaggio, il trucco, un cerotto), proliferando sensori ovunque (occhiali, letto d’ospedale). [cap. 7]

Esempi di sensori: aspirapolvere della iRobot, il letto Sleep Number, i termostati Nest. Android (inizialmente indipendente, poi acquisito da Google) localizza il dispositivo anche quando la geolocalizzazione è disabilitata, e perfino quando si toglie la SIM. [cap. 8]

Google vuole dirvi che cosa volete prima che lo domandiate: lo scopre attraverso il tono di voce, la struttura del discorso (vocabolario, pronuncia, intonazione, cadenza, inflessione, dialetto). Le smart tv Samsung sono in grado di registrare cosa viene detto da vicino; giocattoli della Genesis Toys connessi a internet coinvolgono bambino e bambina in conversazioni; un microchip prodotto dalla Emoshape e inserito in qualunque cosa è in grado di classificare 12 emozioni diverse. L’azienda di consulenze Cambridge Analytica afferma di possedere quattro o cinquemila informazioni su ogni singolo adulto negli Stati Uniti, grazie a Facebook, e dichiara di aver influenzato le campagne per la Brexit e per Trump. [cap. 9]

Sensori collocati ovunque possono registrare un comportamento e cambiare il contesto in tempo reale (bloccarti l’auto se non sei in grado di guidare), oppure attraverso il contagio emotivo (indurre gli individui a provare emozioni senza che ne siano consapevoli). [cap. 10]

A differenza del vecchio capitalismo che prevedeva relazioni contrattuali, il capitalismo della sorveglianza si sbarazza del contratto, pratica sociale attraverso cui da millenni l’umanità crea la possibilità di un’azione collettiva rivolta a un futuro condiviso. Il non-contratto impone un potere unilaterale, e ci toglie il diritto al futuro.

Siamo dinnanzi a forze che minacciano di distruggere la nostra stessa umanità. L’unica azione possibile è “un ritorno allo stupore e all’indignazione”. [cap. 11] 

Modificare, predire, monetizzare, controllare

Quello che l’A. chiama “potere strumentalizzante” si basa sul “comportamentismo radicale” di Burrhus Frederic Skinner, secondo cui è il contesto a determinare il comportamento: noi non sappiamo come questo possa avvenire e perciò parliamo di “libertà”. Il comportamento umano è prevedibile e può essere conosciuto e previsto scientificamente: oggi la tecnologia è in grado di farlo. [cap. 12]

Quello che l’A. chiama il Grande Altro detiene i mezzi di modifica del comportamento: piega gli individui alle leggi imposte dal capitale. Il Grande Altro sostituisce i rapporti sociali.

In Occidente la sorveglianza è esercitata dai grandi gruppi del capitalismo, dei quali lo Stato si serve, per esempio per rispondere al terrorismo. In Cina invece la sorveglianza è attuata dal governo: uno degli strumenti in fase di attuazione è un sistema che valuta individui (ma anche imprese) su vari aspetti della loro condotta e della reputazione loro e di quella delle persone che frequentano. Chi ottiene punteggi alti riceve ricompense, per esempio possibilità di ottenere finanziamenti o noleggiare una macchina senza caparra; per chi ha punteggi bassi sono previste punizioni, per esempio impossibilità di acquistare un biglietto aereo o di treno, o di acquistare o vendere una casa. [cap. 13]

Gli scienziati di Microsoft lavorano per spostare il controllo automatizzato preventivo dal network alle relazioni sociali, per monitorare costantemente i dati comportamentali di una persona. Quando individua una qualche variazione (una persona che di solito parla sotto voce a un certo punto si mette a urlare, oppure una deviazione statistica) il sistema può intervenire. Lo scopo è uniformare tutti i comportamenti entro parametri prestabiliti. [cap. 14]

Cellulari e dispositivi indossabili (il badge nei luoghi di lavoro) intendono costruire una società in cui ci conformiamo a vicenda, mediante una pressione sociale a partire dalle piccole transazioni tra individui, soprattutto sfruttando i rapporti tra persone che hanno tra di loro legami forti e interconnessi. Obiettivo: una società governata da un computer; sfruttare, controllare e manipolare le reti sociali. [cap 15]

Erving Goffman presumeva l’esistenza di un retroscena dove trovare il vero sé. “Il nostro retroscena si sta restringendo. Non ho quasi più posto per essere davvero me stessa. Anche quando cammino da sola, e penso di essere nel retroscena, accade qualcosa, ad esempio sul mio telefono compare una pubblicità o qualcuno fa una foto, mi rendo conto di essere sulla ribalta, e tutto cambia” (cit. fine capitolo) [cap. 16]

Importante capire quanto grave sia il progetto degli architetti della sorveglianza: “la fiducia sarà soppiantata dall’indifferenza del non-contratto, il bisogno di connessione porterà gli individui della seconda modernità a trasformare le proprie vite in strumenti per gli scopi di altre persone, il sé verrà saccheggiato, il giudizio morale autonomo verrà represso perché il controllo non incontri ostacoli, l’attivazione e la modifica dei comportamenti soffocheranno la volontà di volere, la voce in prima persona sarà abbandonata, e saranno distrutti la politica e i rapporti sociali basati su ideali vecchi e ancora irrealizzati, come l’autodeterminazione e la legittimità dell’autorità e del governo democratico.” (p. 503) [cap. 17]

Conclusioni

Dobbiamo opporci al capitalismo della sorveglianza rafforzando la democrazia. Non possono appropriarsi delle nostre vite; non possono trasformare il riconoscimento – la sensazione di familiarità che proviamo con i nostri cari – nel riconoscimento facciale. «“Basta!” Questa dev’essere la nostra dichiarazione» (p. 539).

Pensieri leggendo il libro

1. Ho letto il libro con crescente angoscia, culminata quando sono arrivato ai giocattoli connessi a internet.

2. Riflettendo sulle pagine in cui l’autrice mostra quanto la tecnologia della sorveglianza dipenda dalle scienze sociali insegnate nelle università, pensavo che la critica non deve limitarsi a Google, ma deve mettere radicalmente sotto accusa i saperi sul comportamento umano che consentono e legittimano la sorveglianza.

3. Fin dalle prime pagine pensavo alle parole di Andrea Caffi quando, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, mostra come i grandi cambiamenti della storia sono nati da rapporti sociali spontanei ed egualitari tra spiriti liberi, che non volevano cambiare le cose ma trasformare i modi di pensare e i costumi. E pensavo: l’insegnamento libertario di Caffi è ancora attuale. Quando però sono arrivato all’ultima parte, in cui l’A. spiega come il capitalismo della sorveglianza sta impadronendosi non più solo del web ma delle reti sociali, soprattutto dei legami più forti tra persone vicine e dei rapporti faccia a faccia, mi sono chiesto: questi scienziati conoscono la forza di resistenza e di cambiamento che hanno le piccole reti sociali, ed è per questo che vogliono prenderne possesso? E subito dopo: sono ancora possibili oggi gli esempi storici di cui parla Caffi (salotti, club, corrispondenza da una parte all’altra dell’Europa)? Con quali modalità? Come deve cambiare l’associazionismo, per esempio?

4. L’A. tiene distinte due questioni: difesa della democrazia (senza per altro definirla, visto che Google si è sviluppato in un sistema che consideriamo democratico), e difesa della privacy: da una parte un insieme di leggi che limitano il potere di Google, dall’altro il diritto alla privacy e agli affetti. Bello quando dice: non lasciamo che trasformino la familiarità che proviamo con i nostri cari nel riconoscimento facciale. A me sembra però che le due questioni siano la stessa, e che alla base della democrazia ci sia la difesa delle reti sociali: perché è all’interno di rapporti sociali spontanei e gratuiti (o che ci si aspetta che siano tali) che si formano l’esercizio della critica e il libero scambio di opinioni.

Nota. Il titolo riprende la frase “Today’s selfie is tomorrow biometric profile” (allestimento al Victoria and Albert Museum, Londra, 2018), parte del Think Privacy Project dell’artista e attivista Adam Harvey, avviato nello store del New Museum for Contemporary Art di Manhattan nel 2016.

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