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“La Flotilla è stata bloccata!”

07/05/2026 altrochemestre // Documenti Elementi del paesaggio

Foto da Rialto, Venezia, 30 aprile 2026: manifestazione convocata in campo San Bartolomeo dopo che nella notte precedente navi della marina israeliana hanno bloccato in acque internazionali la Global Sumud Flotilla, spedizione via mare organizzata da attiviste e attivisti di decine di Paesi per portare aiuti umanitari a Gaza. 



Nota. Foto diNicoletta De Grandis, Pietro Di Paola e Stefano Trevisan.

Dopo gli abbordaggi, le forze israeliane hanno prelevato due attivisti, alla data di oggi (7 maggio 2026) ancora detenuti in carcere in Israele. Il 30 aprile si sono tenuti presidi in contemporanea in tutta Italia. Per un elenco, non completo, si può vedere qui. (https://contropiano.org/news/politica-news/2026/04/30/oggi-mobilitazioni-in-tutte-le-citta-contro-lattacco-alla-flotilla-gli-appuntamenti-0194582). I manifestanti si definiscono l’equipaggio di terra della flotilla e continuano la mobilitazione perché Thiago Ávila (cittadino brasiliano) e Saif Abukeshek (cittadino con doppia cittadinanza palestinese e spagnola) siano rilasciati dalle autorità israeliane.

PS Qualche giorno dopo la manifestazione a Rialto del 30 aprile, sabato 9 maggio 2026 un corteo di migliaia di persone, convocato da molte sigle tra cui il collettivo “Art Not Genocide Alliance”, ha contestato il padiglione di Israele alla Biennale di Venezia, chiedendo il rilascio di Thiago Ávila e Saif Abukeshek. I due attivisti, rinchiusi prima in un carcere ad Ashkelon e poi in un centro di espulsione, sono stati rilasciati (“espulsi” secondo le autorità israeliane che li avevano sequestrati) il 10 maggio 2026. Di seguito due immagini della manifestazione (particolari di foto scattate da Barbara Dolce).

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Padania, Chiapas e Italia

27/04/2026 Luca Pes // Documenti Generi di discorso

Trent’anni fa: documentazione sul giorno della dichiarazione dell’indipendenza padana, proclamata a Venezia dal leader della Lega Nord Umberto Bossi (1941-2026). Antologia da tre comizi. Con osservazioni sul pubblico.

Il 15 settembre 1996 non è stato solamente il giorno della Lega, ma una giornata nella quale si sono confrontate identità collettive. A Venezia le manifestazioni sono state quattro.

La prima organizzata dal Comitato “uniti sotto mille bandiere”, al quale avevano aderito fra gli altri Rifondazione comunista, Legambiente, Cisl, Pax Christi e popolari[1]. Il 14 in piazza San Marco dalle 17.00 persone hanno portato bandiere dei sindacati, delle associazioni, dei partiti, italiane, di altre nazioni, della pace e le hanno stese una affianco all’altra sul pavimento della piazza. Io sono passato di lì dopo cena e ho portato un fazzoletto rosso: c’era un migliaio di persone e le bandiere da Palazzo reale non raggiungevano il caffè Florian. Il giorno dopo, dalle 17.00 una parte di queste bandiere sono state esposte in campo Santa Margherita nel corso di una festa con musica e bar indetta da Rifondazione. Le strutture e l’atmosfera sembravano quelle della festa di Liberazione che in quel campo si tiene ogni anno: alle 19.30 i presenti erano meno di un migliaio.

La manifestazione della Lega si è tenuta in riva dei Sette martiri, verso la Biennale d’arte, lungo la laguna. Davanti all’Istituto di biologia marina c’erano dei palchi con posti a sedere per gli invitati. Nel momento del discorso di Bossi (alle 17.30 aveva già cominciato a parlare leggendo un documento scritto a mo’ della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti) la calca verso il palco cominciava circa duecento metri dalla lapide dei partigiani ma i manifestanti non erano più così visibili e si confondevano tra i turisti prima della Pensione Bucintoro.

Una terza manifestazione indetta dai centri sociali ha avuto luogo nel pomeriggio in campo Santo Stefano, con palco per concerto musicale. Luca Casarini, del Centro sociale “Pedro” di Padova, ha parlato a braccio non dal palco ma tra le persone amplificato da un microfono: pubblico di giovani disperso per il campo, anche qui non più di un migliaio.

Una quarta manifestazione ha avuto luogo in campo San Polo, circa 600 tarantini arrivati in corteo con fischietti e trombe da stadio. Polizia schierata, ben visibile (nel comizio Cito[2] si rivolge sempre anche a loro). Palco tipo quello di Italia 1, quando fa le trasmissioni nelle periferie, telecamera accesa. Dieci persone in piedi giacca e cravatta intorno a Cito. Prima di lui parlano in due fra cui il sindaco di Taranto De Cosmo[3]. La manifestazione era organizzata dalla Lega d’azione meridionale. C’erano molti giovani, età da liceo, otto dei quali in camicia nera. Il pubblico interloquiva e commentava in continuazione il comizio. Qui sotto riporto un pezzo di ciascuno dei discorsi di Bossi, Casarini e Cito.

L’Ulivo e il Pds[4] non hanno organizzato contromanifestazioni; i Verdi manifestavano lungo il Po e An[5] aveva organizzato una riuscita manifestazione a Milano; il sindaco Cacciari[6] aveva invitato i veneziani a restare a casa; se non ricordo male, la sera del 13 una bomba incendiaria rivendicata dal subcomandante Toni del “Gruppo zapatista veneziano” aveva colpito la sede del “Governo della Padania”; Bossi aveva dato a Cito del “sifilitico”; Cito si era scontato nella giornata del 15 con la polizia a Chioggia ed era rimasto bloccato (lui dice tre ore) a Rovigo per un allarme bomba, rivelatosi infondato. Il 13 i leghisti avevano prelevato, con una ampolla di vetro fatta a Murano, acqua alla sorgente del Po (“il cuore della Padania”). Il 15 l’avevano simbolicamente versata nel mare Adriatico.

Comizio n. 1 (Lega)

Noi siamo consapevoli che la Padania libera e indipendente diventerà il riferimento politico e istituzionale per la costruzione dell’Europa delle Regioni e dei Popoli. Noi siamo convinti che la Padania libera e indipendente saprà garantire un contributo decisivo alla cooperazione, alla tolleranza e alla pace tra i Popoli della Terra. Noi oggi rappresentiamo, qui riuniti, l’ultima speranza che il regime coloniale romano che opprime la Padania possa presto finire. Noi, Popoli della Padania: poiché il coraggio e la fede di chi ci ha preceduto nella lotta per la libertà dei Popoli sono nostro retaggio e debbono indurci a farci irrevocabilmente carico del nostro destino; poiché voliamo che i nostri atti siano guidati dal rispetto che dobbiamo a noi stessi, ai nostri avi e ai nostri figli; poiché riconosciamo l’inalienabile potere sovrano di ogni Popolo a decidere liberamente con chi stare, come e da chi essere governato; poiché affermiamo il nostro diritto e la nostra volontà di assumere i pieni poteri di uno Stato, prelevare tutte le imposte, votare tutte le leggi, firmare tutti i trattati; poiché la Padania sarà tutti coloro, uomini e donne, che la abitano, la difendono e la riconoscono, e poiché costoro siamo noi; poiché è infine giunta l’ora di avviare la grande impresa di far nascere questo nuovo Paese che noi battezziamo oggi con il nome di Padania. In nome e con l’autorità che ci deriva dal Diritto Naturale di Autodeterminazione e dalla nostra libera coscienza, chiamando per voce delle nostre libere istituzioni l’insegnamento di amore per la libertà e di coraggio dei Padri Padani a testimone dell’onestà delle nostre intenzioni. Noi, Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una repubblica federale indipendente e sovrana. A sostegno di ciò noi ci offriamo gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore. Viva la Padania. Alcuni in coro gridano “Viva”. Applausi. Smette di parlare Bossi. Parla un’altra voce dal palco: Ora quindi avvenuta la proclamazione dell’indipendenza e della sovranità, viene ammainata la luttuosa bandiera italiana (fischi e applausi) per issare su questo pennone, su questa riva la grande bandiera della repubblica federale di Padania (coro “Padania, Padania”). La bandiera italiana verrà ripiegata e consegnata alle autorità italiane di Roma (qualche risa, musiche di Albinoni mentre una bandiera bianca con simbolo verde al centro viene issata. Applausi, grida “Padania, Padania”. Poi verranno letti due documenti intitolati “Costituzione transitoria” e “Carta dei diritti dei cittadini padani”).

Comizio n. 2 (Centri sociali)

Compagni, questa è la nostra dichiarazione d’indipendenza: è il fatto che siamo autonomi, non perché siamo fissi con la testa in anni che non sono questi, ma siamo autonomi dallo Stato italiano e dal quello della Padania, dall’ideologia, qualsiasi essa sia, dalle bandiere che esprimono solo e solamente ciò che pensa un ceto politico che non ci appartiene. Mafia dei partiti li chiamiamo noi, e allora cominciamo, è questo che viene da questo campo, nel nostro piccolo, nei nostri territori a far respirare l’aria della ribellione, perché ribellarsi è giusto, è giusto soprattutto per gli altri non solo per noi, perché Marcos dal Chiapas, gli zapatisti ci insegnano questo: povera gente schiacciata dai più forti che imbracciando il fucile e, pensando a un mondo diverso, riescono a parlare, riescono a decidere per sé stessi, riescono a proporre qualcosa di nuovo, di veramente nuovo. Che cosa c’è di novità in quello che propone Bossi: lo Stato-nazione, lo Stato dei monarchi, dei dittatori, le camicie verdi, la milizia, queste sarebbero le grandi novità? Che cosa c’è di nuovo nello sventolare il tricolore che rappresenta cinquant’anni di oppressione, stragi, che rappresenta i licenziamenti, che rappresenta i morti in guerra, guerre che non sono mai appartenute a chi è morto ma solo a chi comanda? (applausi) Allora non abbiamo ampolle da rompere, caso mai nell’ampolla ci mettiamo qualcos’altro. Non abbiamo sacchetti di terra da portare, la terra in cui abitiamo è una terra che è di tutti, è di tutti quelli che ci passano, che ci vivono, che chiedono di essere trattati come persone umane, gli immigrati, i fratelli immigrati che oggi la lega… ed è per questo che la lega va dispersa come esperienza, va attaccata, va distrutta, la lega rappresenta culturalmente il rifiuto per gli immigrati, il rifiuto per coloro che sono considerati diversi anche dal punto di vista economico. No, noi siamo qui per ribadire che in questi territori noi siamo e saremo sempre indiani. Non saremo con i cowboy, non saremo con quelli che parlano il linguaggio del potere, caso mai parliamo il linguaggio della ribellione dal Chiapas a Venezia, questo è il nostro messaggio. E poi, compagni, andiamo a portare questo messaggio anche in campo Santa Margherita, a questa benedetta Sinistra, questa cosiddetta Sinistra (applausi).

Comizio n. 3 (Lega meridionale)

Guardate giovani, non dobbiamo scherzare per quello che sta accadendo, le battute sono belle, però non bisogna scherzare. Giovani delle forze dell’ordine non dobbiamo scherzare né pensare che quello che sta accadendo in questa nazione sia uno scherzo. Noi stiamo a un passo dalla guerra civile. Se voi andare a riflettere un tantino, quello che è accaduto nella ex-Jugoslavia, a due passi dall’Italia, si incominciò per gioco da un ferro spinato, dal gioco del ferro spinato ci sono state centinaia di migliaia di morti e milioni di feriti e di invalidi. E allora cosa si potrebbe fare perché innanzitutto la prossima volta caro sifilitico e non certo caro, perché tu potrai essere caro soltanto ai finocchi come te (applausi). La prossima volta prendetela, dicono a Taranto, come cazzo lo volete, la prossima volta veniamo in diecimila (qualcuno grida “bravo”) e poi vedremo se ci sarà qualcuno che riuscirà a fermarci, ma non per cercare di provocare incidenti tra italiano e italiano ma perché non vogliamo che i nostri figli si trovano con una mitragliatrice o un mortaio nelle mani per gettare quel mortaio sulle città della nostra nazione. Questo non deve accadere (applausi, trombe, fischietti). L’attività parlamentare inizia martedì, vedremo se ci sarà una seduta importante e vedremo se ‘sta faccia di bronzo è capace di venire in parlamento (“bravo”). Io sono convinto che qualche scarpa in testa se la becca da qualcuno (“bravo”, applausi). Convintissimo: perché molto probabilmente la scarpa gliela faccio venire io (“bravo”, applausi, trombe, fischietti). Ma vorrei dire anche di più, non vorrei essere considerato troppo volgare. Allora vorrei cercare di essere molto breve nel discorso. Innanzitutto questo depravato ha tolto dal pennone la bandiera italiana ridandola, dice che la deve dare alla ‘nazione-Italia’. Noi invece abbiamo prelevato… (mostra la bandiera della Lega Nord, quella con la croce rossa in campo bianco e Alberto da Giussano. Alcuni gridano: “bruciala”. Trombe, applausi, fischi, fischietti. Appicca il fuoco alla bandiera con l’accendino. Molti intonano la Marcia trionfale dell’Aida, come allo stadio. Grida di “Bossi, Bossi, vaffanculo”, come in corteo. Fischietti. Vengono bruciate altre bandiera della Lega dalle persone sul palco. “Sì, sì, brucerà, qua la Lega brucerà”. Uno grida “Mettici un po’ di benzina”. Coro di “Alé-o-o, alé-o-o”) Che brutta fine che ha fatto Alberto da Giussano (“bravo”, fischietti). Quindi era un atto dovuto (applausi, grida “Cito, Cito”). Se continua di questo passo, faremo di peggio (applausi, il mio vicino grida “che scenario di morte”).

Cito prosegue il discorso attaccando “i pentiti assassini” e “lo Stato che li tutela”; difendendo i carabinieri e le guardie di finanza accusati dai pentiti: “hanno arrestato il generale Conforti, dell’Arma dei carabinieri, abbiamo toccato la merda”. Parla ancora di Bossi, sulla Finanziaria che porta via 88mila miliardi dalle tasche dei lavoratori, chiedendo pari dignità per i cittadini del Sud, spiegando che in Puglia soltanto c’è oltre mezzo milione di disoccupati – un altro mio vicino commenterà ad alta voce “Significa cacchio significa… siamo rovinati” –, che per ogni cittadino del Sud lo Stato italiano spende 6 milioni e 700mila lire e per ogni cittadino italiano lo Stato spende 8 milioni e 700mila lire. Spiegherà che il governo non persegue Bossi perché perdendo l’appoggio di Bertinotti avrà bisogno dei voti leghisti: “Bossi fa comodo alla sinistra”. Senza nominarlo parla di Prodi: dice che sentendo i suoi discorsi gli è venuto da vomitare. Una mia vicina commenta: “Così si fa, con grinta. Dobbiamo farci sentire”. All’Iri ha fatto perdere 180mila posti di lavoro. Conclude dicendo che mentre Bossi non arriverà mai al Sud, verrà lui al Nord (è infatti candidato sindaco alle elezioni di Milano dell’aprile 1997).

Nota. Tratto da “Altrochemestre”, 5, primavera 1997, pp. 27-28. Sono stati corretti alcuni refusi. Il numero conteneva altri due pezzi che documentavano la giornata a Venezia: si ripubblica su altrochemestre.it anche quello di Filippo Benfante, Una domenica a Venezia, ivi, pp. 9-10; quello di Piero Brunello, Bossi, zaini e panini, ivi, pp. 53-46 si legge ora anche in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 273-280.

La dichiarazione di indipendenza padana è rimasta nello statuto della Lega Nord fino alla sua trasformazione in Lega per Salvini Premier nel 2017.

L’immagine di apertura e l’illustrazione interna sono tratti da “Il Leghista. Satira fumetti beffe secessione”, n.s., rispettivamente dettaglio della copertina del numero IV (s.d.), 1, e tavole dal numero IV (s.d.), 3, pp. 28-29.


[1] Il Partito popolare italiano è esistito dal 1994 al 2002. Le altre organizzazioni citate esistono tuttora (primavera 2026). [Ndr]

[2] Giancarlo Cito (1945-2025), imprenditore edile di Taranto, e fondatore di alcune emittenti televisive locali, all’epoca era stato appena eletto deputato (aprile 1996). Fondatore della Lega d’azione meridionale (LAM) nel 1992, negli anni Settanta era stato un militante del MSI. Condannato nel 2002 per concorso esterno in associazione mafiosa, scontò quattro anni di carcere (2003-2007). [Ndr]

[3] Gaetano De Cosmo (1945-2007), sindaco di Taranto dal 1996 al 1999. [Ndr]

[4] L’Ulivo è stata una coalizione elettorale di centro-sinistra esistita dal 1995 al 2007; il Partito democratico della sinistra (Pds) è esistito dal 1991 al 1998. [Ndr]

[5] Il partito ambientalista dei Verdi è esistito dagli anni Novanta fino al 2021. Alleanza nazionale è stato un partito politico di destra, esistito dal 1995 al 2009. [Ndr]

[6] Massimo Cacciari, sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e dal 2005 al 2010. [Ndr]

Archiviato in://, Documenti, Generi di discorso Luca Pes

Una domenica a Venezia

27/04/2026 Filippo Benfante // Documenti Escursioni

Trent’anni fa: andando a vedere la manifestazione della Lega Nord del 15 settembre 1996, giorno della proclamazione dell’indipendenza della Padania.

Abito al quinto piano di un condominio che si affaccia sulla stazione. Quando c’è qualche raduno importante a Venezia, è un buon punto per osservare il traffico: si può valutare il numero di persone che attende sui marciapiedi della stazione e alle fermate degli autobus, si sente il clamore dei manifestanti sui treni in arrivo. Le strade tutt’intorno si trasformano in parcheggi. Pare che domenica 15 settembre ci saranno varie manifestazioni a Venezia, così alle 10.45 mi sono già affacciato più volte alla finestra e sono pure sceso in strada per constatare il numero di macchine parcheggiate nei dintorni. Sorpresa: non trovo una situazione diversa da quella che si può vedere in una normale domenica di settembre. Le vie sono sgombre, il traffico davanti alla stazione è regolare, alla biglietteria e ai binari i soliti gruppi pronti per la gita. Verso mezzogiorno passano due treni speciali, uno a poca distanza dell’altro, che non fermano nemmeno a Mestre. Non so da dove provengano, penso che trasportino dei militanti della Lega Nord, ma non escludo che siano i tifosi della squadra di calcio del Torino, che oggi incontra il Veneziamestre allo stadio di Sant’Elena[1].

Parto per Venezia col treno, poco dopo le 15, in compagnia di un’amica. Facciamo un po’ di fatica a salire, la gente in piedi occupa corridoi e banchine, ma mi pare che oggi ci sia meno confusione che a carnevale. Mi infilo in un angolo libero e inizio a guardarmi intorno. Il treno proviene da Udine, ha percorso una linea “calda”, attraverso Friuli e “marca trevigiana”. Non vedo camicie verdi, ma due persone reggono bandiere della Lega. Dalle conversazioni capisco che la maggior parte dei viaggiatori sostiene l’indipendenza padana: andranno in riva dei Sette martiri per ascoltarne la proclamazione.

La stazione di Venezia è poco affollata. Attraversiamo il piazzale, altrettanto tranquillo, per raggiungere il ponte degli Scalzi. Un cordone di celerini è schierato alla base del ponte, si passa solo tra due che stanno discostati. Lo scopo è obbligare i gruppi di leghisti a percorrere Strada Nuova. Se la stazione è tranquilla, forse piazzale Roma lo sarà un po’ meno. Invece anche lì si vede poca gente e molti poliziotti e celerini (di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza). Ci incamminiamo verso Ca’ Foscari per raggiungere campo Santo Stefano, dove c’è la manifestazione dei centri sociali, la prima a iniziare (ore 16). Prima di arrivare alla sede dell’università, conto tre tricolori e una bandiera con il volto di Che Guevara (“Hasta la victoria”) alle finestre. I passanti non li conto, ma sono pochi. Mi attendevo una giornata a pressarsi a spintoni nelle calli, invece mi trovo sotto un caldo sole per una piacevole passeggiata.

Raggiungiamo il ponte dell’Accademia e ho quasi dimenticato che è il 15 settembre. Dalla sommità del ponte, vedo sull’altra riva un tricolore francese steso su un balcone. Forse è uno degli stranieri residenti a Venezia, che vuole partecipare a modo suo. Guardando meglio mi accorgo che sono tre lenzuola (una composizione volontaria o semplice biancheria al sole?). Giù dal ponte ancora divise, ne conto almeno trenta. A Venezia di solito la presenza della forza dell’ordine passa inosservata, mentre calli e campielli sono intasati dai passanti; invece oggi i poliziotti sono numerosissimi e campo Santo Stefano è semivuoto. Arrivo in campo verso le 15.40; c’è un palco sul fondo, addossato al muro laterale della chiesa; alcuni striscioni appesi alle pareti delle case. I pochi presenti formano gruppetti, sono seduti un po’ ovunque, in attesa dell’inizio dei concerti previsti. Tutti i negozi sono chiusi. I turisti passano normalmente, rallentano solo nell’immettersi nella calle della pasticceria Marchini: lo spazio è occupato ancora da altri poliziotti. C’è una catasta di seggiole; appartengono a una gelateria di una catena americana. Qualcuno cerca di prenderle per sedersi più comodo, ma sono ben assicurate tra loro. Si pensava che questo campo fosse il luogo più “caldo”, ma pare tutto tranquillo. Solo un gruppetto discute animatamente vicino al palco; frammenti di discorso: scontri avvenuti a Torino venerdì sera[2], forse stanno discutendo la strategia per la giornata. Dopo un po’ parte una base musicale registrata. Un ragazzo inizia a arringare parlando al microfono, ma non sale sul palco; proclama l’inizio della “festa dell’indipendenza delle tribù ribelli” in un “campo blindato” (arrivano i primi applausi). I giornalisti (molti) sono i più attenti; ci sono varie telecamere. Un altro ragazzo si arrampica sulla statua di Niccolò Tommaseo per affiggere uno striscione (“terroni padani”), ma poi non riesce più a scendere e alla fine cade, piuttosto male. Sarà il primo e l’ultimo ferito della giornata? La musica dal vivo non inizia, decidiamo di abbandonare il campo e di recarci verso San Marco: torna a essere una domenica di tranquillo passeggio, senza intoppi sino a riva degli Schiavoni.

Ritorniamo nel clima solo alla chiesa della Pietà; sui lampioni della riva sono incastrate delle casse che ritrasmettono le voci dal palco sulla riva dei Sette martiri. Sono ormai le 16.45; a un quarto d’ora dall’inizio della cerimonia solenne la gente sembra poca e l’amplificazione sino alla Pietà inutile e troppo ottimistica. Solo dall’ultimo ponte prima del palco si può iniziare a parlare di “bagno di folla” e di “raduno del popolo leghista”. Il colpo d’occhio è di un certo effetto, pare che tutti abbiano portato una bandiera da sventolare. Il palco è sulla destra di chi arriva, dietro ha solo la laguna da dove arriverà Bossi; di fronte al palco c’è la tribuna per la stampa e la televisione (già piena), con le telecamere che ritrasmetteranno la cerimonia per le postazioni sul Po.

Cerchiamo di avvicinarci al palco e osserviamo il lato sinistro della strada: alcuni si sono arrampicati su alberi o su transenne; alcuni espongono striscioni fatti in casa, prevalgono le sezioni trevigiane. Un banchetto della sezione veneta della “Liga Veneta-Lega Nord” vende bottiglie di vino con etichette commemorative della giornata (a scelta un rosso, un bianco o uno spumante); un altro banchetto vende il numero zero de “il Nord. Quotidiano indipendente della Padania” (in prima pagina un fondo di Daniele Vimercati e un articolo di Sergio Saviane); costa 3.000 lire, in omaggio danno anche un’edizione speciale della “Gazzetta Ufficiale della Padania”. Molti ne comprano più di una copia. La “Gazzetta Ufficiale” viene distribuita anche gratis da alcuni volontari; c’è il testo della dichiarazione d’indipendenza e della Costituzione transitoria che poi saranno lette nel corso della cerimonia. Viene distribuito un volantino del Sindacato Padano (SIN.PA.). Si possono anche comperare dei soldi della Padania. Per mille lire si ottiene una banconota con l’effigie di Bossi e alcuni disegni che non vedo bene; sono verdi (ovvio) e assomigliano un po’ alla banconota italiana da cinquemila, ma sono marcate con valore cinquantamila (eppure è strano: la Lira padana dovrebbe essere più forte della Lira non padana).

L’inizio della cerimonia si avvicina, lo speaker ufficiale dà disposizioni precise: le bandiere non devono essere sventolate perché intralciano la ripresa televisiva; tutti sono invitati a ripiegarle, soprattutto nelle prime file e soprattutto “nei momenti più solenni”. Il cerimoniale ha un po’ di ritardo; parlano gli ospiti: un catalano del movimento del plebiscito per l’indipendenza, un fiammingo, una sud-tirolese, un sardo. Sul palco vedo le bandiere catalana, basca, di Nazione sarda e moltissime bandiere della Comunità europea. Il pubblico attorno a me pare infischiarsene; ogni tanto sento dei boati di folla provenire dagli altoparlanti, ma non vedo nessuno gridare o entusiasmarsi. Tra un oratore e l’altro c’è della musica classica; l’amplificazione è pessima, si sente quasi solo gracchiare; riconosco solo l’Adagio di Albinoni. Pochi quelli che ascoltano, intorno a me si parla attendendo Bossi, molti si muovono, in cerca di spazio o per avvicinarsi al palco oppure sono semplici turisti che cercano di raggiungere i giardini per la Biennale d’architettura. Qualcuno inizia a canzonare o a insultare alcune persone affacciate a una finestra da cui sporge un tricolore[3]. Osservo meglio la facciata degli edifici che ho alle spalle e la tribuna per la stampa che ho a pochi metri sulla sinistra. Dalle finestre spuntano microfoni, obiettivi di camere; mi chiedo se le persone affacciate sono solo giornalisti o ci sono anche i veri abitanti di quelle case (ma sono abitate normalmente? I proprietari hanno fatto entrare per gentilezza e curiosità il giornalista o il fotografo, o si sono fatti pagare per il servizio e il disturbo?). C’è un elicottero che passa più volte (sempre lo stesso o più d’uno? Un’amica veneziana mi ha detto che alcuni elicotteri hanno sorvolato la città durante tutta la notte).

Sono passate le 17, Bossi sarebbe già dovuto arrivare. Lo speaker annuncia i motivi del ritardo: le vedette della capitaneria di porto sono andate incontro alla barca della Lega per fare rispettare i limiti di velocità in laguna. La gente che ho attorno coglie subito l’allusione: si frena Bossi. Ma infine il leader arriva e adesso vedo davvero scene d’entusiasmo. Solo quando parla Bossi il pubblico si zittisce; tutti sono in punta di piedi per vederlo. Sono stupito dal numero di persone munite di macchina fotografica (per lo più “usa e getta”) e di videocamera. Il cerimoniale incalza, si devono rispettare i tempi al minuto per fare funzionare i collegamenti con le postazioni sul Po. Non mi pare che i miei vicini vibrino per la solennità. Un mormorio quando si scopre che la Padania abbraccia Marche e Umbria (quanti chilometri tra Perugia e Roma?). Decidiamo di andarcene dopo che il tricolore è stato ammainato. Sono le 17.45. Sentiremo il resto dagli altoparlanti. Anche molte camicie verdi se ne stanno andando (un treno da prendere?). C’è più gente di quanta non ce ne fosse al nostro arrivo. Camminando, ascolto la lettura della dichiarazione d’indipendenza e dei diritti dei cittadini padani. Seguiamo lo stesso tragitto dell’andata. Di nuovo a Santo Stefano. Anche qui si sono aggiunte persone. Un gruppo suona sul palco. Tutti tranquilli ad ascoltare o a chiacchierare in gruppi sparsi. Anche qui è stato allestito un modesto commercio: birre e bibite varie; i venditori sono della “tribù”, non credo che altrimenti sarebbe stato tollerato. All’uscita del campo la sorpresa di trovare un cordone di celerini che seleziona il passaggio. Non tutti sono fermati: abbigliamento, viso, sguardo, sono determinanti. Noi abbiamo la faccia da bravi ragazzi e passiamo. Qualche altro è fermato e si mette a discutere ma non riesco a capire qual è il grado di tensione. Sono quasi le 19 quando arriviamo in campo San Barnaba. Vedo un altro tricolore a una finestra, mi era sfuggito all’andata perché gli davo le spalle. E ora verso campo Santa Margherita per la manifestazione della sinistra unita o in campo San Polo per la performance del sindaco di Taranto? Prevale la curiosità di vedere chi mai potrà sostenere Cito. Sul cammino incontriamo ancora molta polizia. Anche San Polo sembra un “campo blindato” ma non c’è nessuno; sono le 20, il palco è deserto (solo dopo sapremo del ritardo causa baruffe a Chioggia[4]). La fame ci fa desistere, ripieghiamo verso San Bortolo[5] per mangiare una “mozzarella”. In rosticceria incrociamo dei “reduci” in camicia verde che fanno onore a mozzarelle al prosciutto e alle acciughe. Parlano con forte accento emiliano, sono trafelati. Hanno un treno da prendere, ma venire a Venezia e non gustarne una specialità pare un peccato.

Torniamo alla stazione percorrendo Strada Nuova, la polizia onnipresente, senza incrociare altre camicie verdi. In stazione è tranquillo, sono da poco passate le 22. Mentre stiamo per partire si sente un boato; sul binario accanto a quello del nostro treno vediamo schierarsi un cordone di celerini, poi arrivano dei ragazzi dei centri sociali. Nessuno si agita troppo, nessuno pare in assetto da battaglia, ma i rumori fanno pensare che sia successo qualcosa. È la sensazione di tutta la mia giornata veneziana: l’attesa era tanta che l’evento non può essersi risolto così. Forse mi sono perso qualcosa e tutto è successo mentre mi trasferivo da un luogo all’altro.

Nota. Tratto da “Altrochemestre”, 5, primavera 1997, pp. 9-10. Sono stati corretti alcuni refusi. Il numero conteneva altri due pezzi che documentavano la giornata a Venezia: si ripubblica su altrochemestre.it anche quello di Luca Pes, Padania, Chiapas e Italia, ivi, pp. 27-28; quello di Piero Brunello, Bossi, zaini e panini, ivi, pp. 53-46 si legge ora anche in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 273-280.

L’immagine di apertura e le illustrazioni interne sono tratti da “Il Leghista. Satira fumetti beffe secessione”, n.s., rispettivamente dettaglio della copertina del numero IV (s.d.), 3, copertina del numero IV (s.d.), 2, e tavole dal numero IV (s.d.), 3, pp. 40-41.


[1] Alle ore 16.00, per la seconda giornata del campionato di serie B 1996/97 (la partita finì 1 a 1). [Ndr]

[2] La Lega aveva organizzato un cerimoniale per tappe, avviato alle sorgenti del Po il 13 settembre. Quella sera, dopo un comizio tenuto da Bossi a Moncalieri, a Torino ci furono degli scontri tra militanti dei centri sociali e leghisti. Si possono vedere le cronache della “Stampa” del 14 settembre 1996, il numero è disponibile online; si rimanda anche al materiale messo a disposizione e prodotto dal sito infoaut.org: 13 settembre 1996. La Lega cacciata dai Murazzi. [Ndr]

[3] L’episodio è diventato famoso: mentre Bossi faceva ammainare un tricolore, la signora Lucia Massarotto ne espose uno dalla finestra di casa sua in riva dei Sette martiri, gesto che avrebbe ripetuto negli anni seguenti, quando la Lega continuò a organizzare raduni a Venezia in occasione degli anniversari della dichiarazione di indipendenza. Oltre alle cronache dei giornali dell’epoca, si può vedere Giorgio Vecchio, La contestazione leghista e la riscoperta del Tricolore (1990-2011), “Italia contemporanea”, 289, 2019, pp. 235-261, in part. pp. 243-244. [Ndr]

[4] La “contromanifestazione” organizzata da Giancarlo Cito consisteva in una “marcia su Mantova”, che doveva partire da Chioggia. dove ci furono alcuni scontri, causa del ritardo nell’arrivo a Venezia. Si veda qui anche Luca Pes, Padania, Chiapas e Italia [Ndr]

[5] Campo San Bartolomeo. [Ndr]

Archiviato in://, Documenti, Escursioni Filippo Benfante

Un viaggio nel mondo dei morti

23/04/2026 Piero Brunello // Letture Storiografia

Leggere un libro che racconta cronache giudiziarie del 1571-1572 dall’Archivio del Comune di Castelfranco Veneto. Rilevanza degli eventi e spaesamento, sguardo storico e tonalità del racconto: il passato è un mondo esotico in cui ci pare di scorgere qualche tratto familiare.

1. Botte da orbi di Fabio Bortoluzzi “esamina e racconta una voluminosa busta conservata nell’Archivio Storico Comunale di Castelfranco Veneto. La busta è la n. 18 della serie Reggimenti. Consta di 1700 carte e copre all’incirca un anno e mezzo, dal marzo 1571 all’ottobre 1572”[1]. Spiega l’autore nella Premessa che quella serie è stata “il primo archivio che ho visto, nell’estate del 2002, quando ancora non sapevo cosa fosse, e a cosa servisse, un archivio. Avevo letto un libro, Cineografo di banditi su sfondo di monti di Gigi Corazzol[2], e volevo sapere se di storie come quelle che Corazzol aveva trovato nell’Archivio storico del comune di Mel fosse rimasta traccia anche in quello di Castelfranco. È andata a finire che faccio l’archivista di lavoro”.

2. Quello di Bortoluzzi, che per mestiere è appunto funzionario archivista, ora in servizio presso l’Archivio di Stato di Vicenza e la dipendente sezione di Bassano del Grappa, è un bel libro. Quando un libro è scritto bene, come questo, si dice che si legge come un romanzo. Questo senso di inferiorità della storia nei confronti della narrativa non lo capisco. Ci sono romanzi scritti bene e romanzi scritti male, così come ci sono libri di storia ben scritti e libri storia brutti. E questo è un bel libro di storia. Certo, Fabio Bortoluzzi ha imparato molto – e si sente – dalla lettura di narratori come Gigi Meneghello e Luciano Bianciardi. Ma questo rimane un libro di storia.

Nell’introduzione scrive: “mentre ti aspetti che la Storia serva a rendere familiare lo sconosciuto capita l’esatto contrario, e cioè che girando le carte anche il passato che credevi familiare si rivela estraneo, tutto si complica, tutto diventa più ricco” (p. 8). Bortoluzzi dice di aver ripreso questa frase da una conversazione che avevamo avuto. Sì, lo constatiamo ogni giorno: la realtà supera il romanzo e per questo continuiamo a studiare storia. Caso mai non si comprende perché si preferisce che la realtà divenga materia per opere di finzione anziché per libri di storia. 

Il periodo raccontato in questo libro è quello in cui, se si leggono i libri di storia veneta, l’evento importante che succede è la battaglia di Lepanto. Nel libro la battaglia di Lepanto non c’è, però sta sullo sfondo come una minaccia incombente. “Quello del vagabondo è da sempre un mestiere difficile – scrive Bortoluzzi –, ma nel 1571 di più: Venezia è in guerra coi turchi, alle galee servono braccia in surplus” (p. 47). I vagabondi arrestati vanno consegnati ai Provveditori all’armar e messi al remo, i Podestà subiscono pressioni dall’alto per raccattare uomini. Chi mette le mani su un vagabondo ha diritto alla taglia. Viene preso Domenego Favero, già giudicato inabile alla galea dopo essere stato colpito da due frecce in “una scaramuccia che fece col corsaro” quand’era ai remi in una galea di messer Marcantonio Foscarini. Chiamano due medici. Lo trovano “mal disposto, et pien di mal franzoso”, e con una ferita al piede che va “da banda a banda”. Il giudizio clinico è che in quelle condizioni non sopravviverebbe alla galea, però “potrebbe servir alla galea se non per pianèr per segondo, et se non per segondo per terzicchio”. Una nota ci spiega che i termini “pianèr”, “segondo” e “terzicchio” indicano la posizione dei forzati sulla panca del remo; il terzicchio è il vogatore più vicino al mare (p. 19).

3. Grazie a una ricerca storica, l’invisibile diventa visibile, un paesaggio fino a quel momento familiare diventa sconosciuto; e proprio per questo, proprio perché cessa di confermare le cose che conosciamo già e che ci aspettiamo di trovare, proprio per questo riusciamo a conoscerlo. Come si seppellisce una neonata quando non ci sono soldi per una cassa di legno? La si mette tra due coppi (p. 15).
Qualcuno ha detto che la storia è un viaggio nel mondo dei morti. Ma chi fa storia ne parla come se i protagonisti fossero vivi. È questo a dare alla storia una dimensione essenzialmente tragica, e ad assegnare una così grande importanza alla scrittura, cioè al tono di voce di chi compie il viaggio. Fabio Bortoluzzi lo sa. Si mette ai margini della scena, cambiando spesso angolo di visuale e ascolta: cioè dà la parola. Per lo più resta attonito. Descrive le modalità tecniche della tortura – con la corda, con il fuoco – e non commenta. Per non parlare dell’individuazione del colpevole. “Basta un fascicoletto di venti carte e una pagina per sapere come sono andate veramente le cose? – si chiede – La domanda è retorica ma, a scanso di equivoci: no” (p. 17).

4. L’autore entra raramente in scena, forse una volta o due, e quando lo fa si capisce chiaramente. Per esempio, dopo aver descritto la tortura con la corda, Bortoluzzi scrive: “Poro Piero! Appeso alla corda, saccato, squassato, disarticolato. Dev’essere stato sfinito se invece di urlare di dolore gemeva planimode, si lamentava sommessamente, finché non fu ordinato di farla finita, di tirarlo giù, slegarlo e riportarlo in cella” eccetera. Per finire: “Perché benché feroce – feroce ma insulsa, com’è proprio dei sadici – anche il mestiere del boia ha una sua deontologia. Maledetti” (p. 61). La regola a cui Fabio si attiene è quella fissata e fatta propria da Gigi Corazzol, cioè che l’autore non deve sovrapporre la propria voce a quelle delle sue fonti, dei suoi personaggi. Non si canta sopra la voce dei cantanti e delle cantanti in scena. Se l’autore dice la sua, chi legge non deve aver dubbi sul cambio di voce.

5. Le storie raccontate in queste pagine parlano di brìtole, manarini, archibugi, lavoratori girovaghi che dormono nei fienili, catene del foghèr prese a prestito su pegno, case dove non c’è neanche una candela, condanne alle galee e pellegrinaggi a piedi alla Madonna di Loreto. Queste vicende danno il senso di un mondo altro e sconosciuto: eppure si svolgono in un ambiente familiare, di case, strade, chiese e paesi che conosciamo, che frequentiamo, per non dire del dialetto usato negli interrogatori (mi rendo conto che devo aggiungere una cosa che ho dimenticato di dire: che l’autore è di Castelfranco, e tuttora ci abita). Questa fusione conferisce un che di humor in tutte le pagine, come succede nei casi di estraniamento. Faccio un solo esempio. Danno la caccia a due tipi sospetti, che hanno ucciso una donna colpevole di aver abbandonato il marito, un trevigiano. Vanno “cantando e cavalcando al galoppo uno un cavallo bianco e l’altro un cavallo rosso”. Portano “habiti da villan”. Portano un cappello nero, forse una barba posticcia. Interrogano i testimoni. Ecco la testimonianza di un Giovanni Maria Rizzi da Brusaporco di ritorno da messa: “nel vederlo passar alzando li ochi mi parea haver ciera et agire da trevisan” (p. 56). Aspetto e modi di fare da cittadino, sotto un travestimento da contadino: e questo detto a un giudice veneziano. A uno di Brusaporco non gliela si fa.

Nota. Rielaborazione dell’intervento tenuto durante la presentazione del libro alla Biblioteca comunale di Castelfranco, il 7 giugno 2025.

L’immagine di copertina è tratta da Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, pp. 94-95.


[1] Matteo Melchiorre, Introduzione a Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, 96 p. (Quaderni di Biblioteca, Museo, Archivio – Città di Castelfranco Veneto, a. III, n. 2, gennaio 2025).

[2] Gigi Corazzol, Cineografo di banditi su sfondo di monti. Feltre 1634-1642, Unicopli-Libreria editrice Pilotto, Milano-Feltre 1997.

Archiviato in://, Letture, Storiografia Piero Brunello

Dispotismo e sovranità popolare

15/03/2026 Alexis de Tocqueville // Documenti

Come essere governati da un potere eletto dal “popolo” non sia garanzia di libertà, ma possa anzi legittimare una forma di tirannia.

Quando penso alle passioni meschine degli uomini di oggi, alla mollezza dei loro costumi, all’estensione dei loro saperi, alla purezza della loro religione, alla temperanza della loro morale, alle loro abitudini, laboriose e ordinate, al ritegno che, quasi, tutti, mantengono tanto nel vizio quanto nella virtù, non temo che nei loro capi trovino dei tiranni, ma piuttosto dei tutori.

Penso quindi che il tipo di oppressione che minaccia i popoli democratici sarà diverso da qualsiasi cosa l’abbia preceduto nel mondo; i nostri contemporanei non potrebbero trovarne un’immagine nella loro memoria. Io stesso cerco invano un’espressione che riproduca precisamente l’idea che ne ho; gli antichi termini “dispotismo” e “tirannia” sono inadatti. Il fenomeno è nuovo, quindi devo provare a definirlo, poiché non riesco a dargli un nome.

Se cerco di immaginare sotto quali nuovi tratti il dispotismo potrebbe manifestarsi nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini simili e uguali che trottolano senza sosta per procurarsi piccoli e volgari piaceri, di cui riempirsi l’anima. Ciascuno di loro, ritiratosi in disparte, è come estraneo al destino di tutti gli altri, per lui i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono l’intera umanità; quanto al resto dei suoi concittadini, egli è accanto a loro, ma non li vede; li tocca e non li sente; esiste solo in sé stesso e per sé stesso, e se gli rimane ancora una famiglia, non ha più una patria.

Al di sopra di loro si erge un potere immenso e tutelare, che si occupa da solo di assicurare il loro benessere e di vegliare sul loro destino. È assoluto, minuzioso, regolare, previdente e dolce. Assomiglierebbe al potere paterno se, come esso, avesse lo scopo di preparare gli uomini all’età adulta; ma al contrario, cerca solo di farli rimanere in un’infanzia perpetua; ama che i cittadini si rallegrino, purché non pensino ad altro che a rallegrarsi. Lavora volentieri per la loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente e l’unico arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e assicura i loro bisogni, facilita i loro piaceri, conduce i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, divide le loro eredità – perché non sollevarli anche la fatica di vivere e di pensare? […]

Ho sempre creduto che questo tipo di servitù, regolata, dolce e pacifica, che ho appena descritto, potesse combinarsi meglio di quanto si immagini con alcune delle forme esteriori della libertà, e che non sarebbe impossibile instaurarla all’ombra stessa della sovranità del popolo.

I nostri contemporanei sono incessantemente divisi tra due passioni opposte: sentono il bisogno di essere guidati, e desiderano rimanere liberi. Non potendo distruggere né l’una né l’altra di queste passioni, si sforzano di soddisfare contemporaneamente entrambe. Immaginano un potere unico, tutelare e onnipotente, ma eletto dai cittadini. Combinano centralizzazione e sovranità popolare. Questo dà loro sollievo. Si consolano del fatto di essere sotto tutela, pensando di essere stati loro stessi a scegliere i propri tutori. Ciascun individuo sopporta di essere incatenato, perché vede che non è un uomo né una classe, ma il popolo stesso a tenere le catene che lo legano.

In questo sistema, i cittadini escono per un momento dalla dipendenza per eleggere il proprio padrone, per poi ritornarvi.

Ai nostri giorni sono molte le persone che accettano volentieri questo tipo di compromesso tra dispotismo amministrativo e sovranità popolare, e che credono di aver sufficientemente garantito la libertà degli individui affidandola al potere nazionale. Questo sistema non mi soddisfa. A me la natura del padrone interessa meno dell’obbedienza.

Non negherò che una costituzione simile sia infinitamente preferibile a quella che, dopo aver concentrato tutto il potere, lo consegnasse nelle mani di un solo uomo o di un corpo irresponsabile. Tra tutte le diverse forme che il dispotismo democratico potrebbe assumere, questa sarebbe certamente la peggiore.

Quando il sovrano viene eletto o attentamente monitorato da un corpo davvero elettivo e indipendente, l’oppressione che egli infligge​ agli individui a volte è maggiore, ma è comunque sempre meno degradante perché ogni cittadino, pur sentendosi ostacolato e ridotto all’impotenza, può ancora immaginare​​​ che obbedendo non si sottomette che a sé stesso […]. Creare una rappresentazione nazionale in un paese molto centralizzato, diminuisce dunque il danno che l’estrema centralizzazione del potere può produrre, ma non lo distrugge.

Capisco che in questo modo l’intervento individuale viene circoscritto alle questioni più importanti, nondimeno lo si sopprime nelle questioni piccole e private. Si dimentica infatti che è soprattutto nei dettagli che è pericoloso asservire gli uomini. Da parte mia, sarei propenso a credere che la libertà sia meno necessaria nelle cose grandi che in quelle piccole, se non pensassi​ che è impossibile avere la prima senza la seconda.

La sottomissione nelle piccole cose si manifesta ogni giorno e si fa sentire indiscriminatamente su tutti i cittadini. Non li spinge alla disperazione, ma li contrasta costantemente e li porta a rinunciare all’uso della propria ​​​volontà. Spegne gradualmente le loro menti e indebolisce la loro anima; mentre l’obbedienza che è dovuta solo in un piccolo numero di circostanze molto gravi, ma molto rare, rivela la servitù di tanto in tanto, e la fa gravare solo su alcuni uomini. Invano affiderete a cittadini, che avete reso dipendenti dal potere centrale, la possibilità di scegliere di volta in volta i rappresentanti di questo potere. Un uso così importante, ma breve e raro, del libero arbitrio non impedirà loro di perdere a poco a poco la capacità di pensare, sentire e agire da soli, e di cadere gradualmente al di sotto del livello dell’umanità.

Aggiungerò che gli individui diventeranno presto incapaci di esercitare il grande e unico privilegio che resta loro. I popoli democratici che hanno introdotto la libertà nella sfera politica mentre allo stesso tempo accrescevano il dispotismo nella sfera​ amministrativa, sono stati condotti a particolarità ben strane. Quando si tratta di condurre affari di poco conto dove può bastare il semplice buon senso, si pensa che i cittadini siano degli incapaci; se si tratta invece di governare l’intero Stato, allora si affida a questi cittadini immense prerogative, rendendoli di volta in volta giocattoli del sovrano e suoi padroni – più che re e meno che uomini. Dopo aver esaurito tutti i diversi sistemi elettorali, senza trovarne uno che li soddisfi, si stupiscono e cercano altri di nuovi, come se il male che vedono non dipendesse dalla costituzione del paese più che da quella del corpo elettorale.​

In effetti è difficile immaginare come uomini che hanno rinunciato interamente all’abitudine di dirigere sé stessi siano in grado di scegliere bene coloro che li guideranno; e nessuno potrà far credere che un governo liberale, energico e saggio, possa emergere dai voti di un popolo di servi.

Una costituzione repubblicana nella testa e ultramonarchica sotto tutti gli altri aspetti, mi ha sempre dato l’idea di un mostro effimero. I vizi dei governanti e l’imbecillità dei governati la condurrebbero presto alla rovina; e il popolo, stanco dei suoi rappresentanti e di sé stesso, creerà istituzioni più libere, o si getterà presto ai piedi di un unico padrone.

Nota. Tratto da Alexis de Tocqueville, De la démocratie en Amérique, t. IV, cap. VI, Pagnerre, Paris 1848, consultabile online: “Quelle espèce de despotisme les nations démocratiques ont à craindre” (“Quale tipo di dispotismo devono temere le nazioni democratiche”). Corrisponde al cap. VI dell’ultima parte (la quarta) del secondo libro della Democrazia in America, pubblicato per la prima volta nel 1840. Traduzione a cura della redazione di altrochemestre. Abbiamo consultato le edizioni italiane a cura di Silvano Tosi, Cappelli, Bologna 1957 e a cura di Corrado Vivanti (trad. di Anna Salomon Vivanti), Einaudi, Torino 2006.

L’immagine di apertura è stata creata con chatgpt il 12 marzo 2026.

Archiviato in://, Documenti Alexis de Tocqueville

Foto in un cassetto

02/03/2026 Christian De Vito // Documenti

Immagini prese all’Osmannoro (Firenze) nel 2007-2008 e ritrovate di recente in un hard disk. Accampamenti in periferia, documenti su attivismo civile e militanza politica. Soluzioni “temporanee” ed emergenze “permanenti”. Retoriche securitarie e sgomberi, cittadinanza e “Assemblea autoconvocata”.

Ho trovato queste fotografie nel dicembre 2025, cercando tutt’altro, come spesso accade. Erano in un vecchio drive, radunate in tre cartelle: “Campo Osmannoro 30.8.2007”, “Campo Osmannoro 20.1.2008” e “Campo Osmannoro 15.2.2008”. Sono 108 in tutto (12, 33 e 63 rispettivamente), tra cui ho scelto le trentuno che presento qui.

Le ho scattate nel 2007-2008 in vari accampamenti all’Osmannoro, un’area alla periferia nord di Firenze, che nel suo complesso ricade anche nei Comuni di Campi Bisenzio e di Sesto Fiorentino: un pezzetto della cosiddetta “piana fiorentina”. In quei mesi, gli interventi dell’allora ministro Roberto Maroni sulla “sicurezza urbana” (secondo l’espressione che si usava allora) furono affiancati a Firenze dalla “ordinanza lavavetri” promulgata il 25 agosto 2007 da Graziano Cioni, in qualità di assessore “alla Polizia municipale e alla vivibilità urbana”, il cui scopo dichiarato era quello di contrastare le presunte “attività moleste” dei lavavetri ai semafori. L’ordinanza provocò un dibattito in città sulla criminalizzazione della povertà. In quel contesto si riunì una “Assemblea Autoconvocata”, alla quale presi parte.

Nell’Assemblea c’erano vari orientamenti su come agire, ma concordavamo nel ritenere che l’obiettivo reale del provvedimento fosse l’allontanamento delle famiglie rom che sin almeno dall’anno precedente si erano radunate in vari siti nella zona dell’Osmannoro, zona di fabbriche attive, capannoni industriali abbandonati, grandi magazzini e centri commerciali (IKEA, I Gigli…) e altri centri amministrativi. Queste foto sono il frutto della presenza quasi quotidiana, in quei luoghi, di alcuni attivisti e attiviste dell’Assemblea. Volevamo fossero documenti attraverso cui far conoscere la situazione di quegli accampamenti ad altri compagni e compagne e, potenzialmente, alla città.

Le persone che vivevano nelle baracche improvvisate con materiali di risulta (lamiere, cartoni, pezzi di compensato…) o sotto le tende erano rom di cittadinanza rumena. Poiché dal 1° gennaio 2007 la Romania era entrata a far parte dell’Unione Europea, non potevano legalmente essere espulse. Le amministrazioni di Firenze, Campi e Sesto mandavano quasi ogni giorno agenti delle proprie polizie municipali per costringerle con la forza a lasciare il “loro” territorio. Allo stesso fine, la Prefettura inviava poliziotti e carabinieri. Inoltre, c’erano gli agenti di sicurezza privata delle aziende proprietarie dei capannoni e dei terreni. Arrivavano anche la notte, spesso in borghese, terrorizzando chi stava nelle baracche. In alcune occasioni, sin dall’estate 2007, le ruspe intervennero a demolire i capannoni dentro i quali erano inizialmente collocate le baracche.

In un accampamento, dopo il passaggio delle ruspe.

Gli effetti delle ruspe in un altro accampamento.


In base agli interventi delle forze di polizia, il numero degli accampamenti cresceva o diminuiva (da tre a cinque-sei in altrettanti siti) e così anche il numero delle persone che ci vivevano. Noi dell’Assemblea stimammo allora un massimo di 350-400 persone coinvolte, mentre in alcune settimane non erano più di cento nell’insieme degli accampamenti. Le famiglie si spostavano altrove o alcuni dei loro membri tornavano in Romania in autobus, aspettando momenti meno difficili per tornare.

La precarietà delle condizioni materiali nei campi rifletteva questa situazione. Nel gennaio 2008 l’accampamento principale, collocato a ridosso della zona industriale e commerciale, si presentava così.


In un altro accampamento, la situazione era questa.


A febbraio 2008, un altro accampamento appariva così.


Un quarto accampamento era questo.



I rom si mobilitarono, insieme all’Assemblea autorganizzata, cercando di far iscrivere i bambini e le bambine nelle scuole e di far curare i malati nelle strutture ospedaliere. Ci furono alcuni successi parziali e molti episodi di aperta discriminazione (dirigenti scolastici che negavano l’iscrizione; autisti dell’ATAF che cacciavano i bambini perché sostenevano che gli abbonamenti erano finti; operatori sanitari che allontanavano in malo modo i malati dagli ospedali).

Il tentativo di dialogo con le istituzioni fu altrettanto problematico. Il 19 gennaio 2008 l’assessora “all’accoglienza” Lucia De Siervo visitò due degli accampamenti e successivamente convocò una riunione di confronto a livello municipale, che rimase tuttavia senza seguito né effetti. Conservo una foto in cui l’assessora è in uno degli accampamenti, accanto a una donna rom: la ricordo bene per l’effetto di contrasto che emergeva. È una documentazione che difficilmente entra nelle comunicazioni ufficiali dei Comuni. Il sito del Comune di Firenze offre ancora il comunicato stampa diramato dall’assessora il 19 gennaio 2008, in seguito alla sua visita.

L’assessore regionale alle politiche sociali, Eugenio Baronti, promosse un più significativo tavolo di confronto al quale avrebbero dovuto partecipare tutte le parti coinvolte. Il giorno della prima riunione, c’erano i rappresentanti delle famiglie rom e dell’Assemblea Autoconvocata e un rappresentante della Prefettura, ma non si presentò nessun membro delle giunte dei tre Comuni interessati. Nonostante l’importante presidio che organizzammo fuori dal palazzo della Regione, fu un fallimento.

Con i rom e nell’Assemblea autoconvocata si discusse allora della necessità di garantire nei fatti i diritti, occupando alcuni stabili. Con l’aiuto di Lorenzo Bargellini e del Movimento di lotta per la casa se ne individuarono alcuni. Ma non si fece in tempo a fare nulla. Da un lato, nell’Assemblea autoconvocata non tutti erano d’accordo nel procedere in quella direzione. Dall’altro, nelle settimane successive, le autorità accentuarono l’approccio repressivo.

L’ultimo capannone industriale che ospitava baracche fu abbattuto.



Poi toccò alle baracche degli altri accampamenti, fino all’allontanamento (temporaneo) della quasi totalità degli abitanti.


Riguardo questa immagine, attestazione del fatto che abbiamo assistito alla distruzione delle baracche da lontano, senza poter far nulla. È un ricordo che brucia ancora adesso, tanto da avermi fatto riprendere in mano queste foto anche quando stavo cercando altro.

Non so che cosa sia successo dopo. Come si sa, queste situazioni non hanno fine. Tutto è “temporaneo”, l’accampamento come lo sgombero. Non conosco la sorte dei gruppi di persone che abbiamo incrociato grosso modo nel tempo di un anno scolastico: i rom saranno ritornati lì o altrove, istituzioni e polizia li avranno “accolti” allo stesso modo, loro si saranno ancora dispersi e poi ancora radunati. Di “permanente” c’è invece la retorica securitaria, che non era iniziata nel 2008 e non finì nel 2009 con questi poliziotti che salgono sulla collinetta. Queste foto documentano il fatto che dalla retorica derivano concrete azioni repressive.

Anche l’Assemblea autoconvocata si è dispersa: per l’impossibilità di essere all’altezza della situazione (non siamo stati in grado di reggere il livello di violenza messa in campo dalla polizia, né l’indifferenza degli amministratori); per divergenza di vedute tra chi aveva sostenuto la necessità di intervenire in prima persona nella situazione dei rom dell’Osmannoro, e chi invece aveva preferito una discussione sulla “criminalizzazione della povertà”.

Pochi mesi dopo ho lasciato Firenze, destinazione Olanda.

Nota

Ho vissuto a Firenze dal 1995 al 2009, partecipando attivamente ai movimenti sociali che si svilupparono in quegli anni in città. Dal 2009 vivo all’estero, attualmente insegno all’Università di Vienna. Di un’altra vicenda dei miei anni fiorentini racconto in Christian De Vito, Cronache di anni neri. Dal quartiere San Lorenzo, Firenze 2003-2005, storiAmestre, Mestre 2006.

Sulle vicende attorno all’“ordinanza lavavetri” e sull’azione dell’Assemblea autoconvocata, si può vedere Lorenzo Guadagnucci, Lavavetri. Il prossimo sono io, Cart’armata, Milano 2009 (supplemento al giornale di strada “Terre di mezzo”, 158, gennaio 2009). Mentre i quotidiani locali e nazionali davano spazio alle peggiori cronache e a commenti razzisti, una bravissima giornalista dell’emittente fiorentina Controradio, Sabrina Sganga, si fece largo con noi tra sterpaglie, topi e rifiuti per andare a vedere quegli accampamenti. Insieme a Sabrina, mancata purtroppo pochi anni dopo (nel 2012 a 43 anni), mi piace ricordare qui: Lorenzo Bargellini (1958-2017), indimenticato leader del Movimento di lotta per la casa; Piero Colacicchi (1937-2014), per decenni instancabile attivista per i diritti dei rom, a Firenze e non solo; Riccardo Torregiani (mancato nel 2015), compagno di Rifondazione Comunista, del Firenze Social Forum e dell’Assemblea Autoconvocata.

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