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Filippo

“Firenze lo sa, da quale parte stare…”

15/10/2025 altrochemestre // Documenti Elementi del paesaggio

Firenze, 3 ottobre 2025. Scritte, immagini, bandiere e slogan durante lo sciopero generale indetto da CGIL e sindacati di base in seguito all’attacco in acque internazionali da parte della marina militare israeliana contro i civili disarmati della spedizione umanitaria Global Sumud Flotilla.

di altrochemestre

Bandiere

Bandiera della Palestina

Bandiera sindacato Cub

Bandiera sindacato USB

Bandiera CGIL Firenze

Bandiera COBAS

Bandiera arcobaleno PACE

Bandiera arcobaleno NON VIOLENZA con mani che spezzano un fucile

Bandiera palestinese con scritto Global Sumud Flottilla

Bandiera del PD

Bandiera dei pirati “jolly rogers”

Bandiera dei pirati “jolly rogers” nella versione del manga One Piece

Bandiera del Partito comunista italiano con falce e martello sopra il tricolore

Bandiera del Libano

Bandiera anarchica nera con A cerchiata

Circolo Arci 1° maggio Sieci la S di Sieci scritta con i colori dell’arcobaleno

Bandiera della Palestina con pugno chiuso con i colori della bandiera

Striscioni

Insorgiamo del collettivo ex-GKN

CGIL Toscana

Sanitari per Gaza Firenze / Stop al genocidio / Cessate il fuoco su un angolo più in piccolo Boicotta l’economia di GUERRA di Israele con il marchio dell’industria farmaceutica TEVA sbarrato; con il disegno di un bambino, di spalle, in cenci, che tiene una bandiera della Palestina; uno stetoscopio con i colori della bandiera palestinese

Amnesty International

ARCI

Basta genocidio a Gaza / Prof del Machiavelli Capponi / Rompere il silenzio

Classe * scuola primaria Collodi / Se vuoi la pace prepara la pace su grande lenzuolo bianco con attaccate barchette di carta con i colori della bandiera della Palestina e i nomi dei bambini

Books no bombs / bibliotecarə per Gaza

Scritte e cartelli

Stop genocide / free Palestine / Il blocco della flottiglia è pirateria / Blocco illegale / Global Sumud Flottilla su una pettorina bianca, con il disegno di barchette di carta con i colori della bandiera palestinese e il simbolo della Flottilla

L’Agno lo sa / da quale parte stare con il disegno di un anguria (cocomero) e una mano verde

Palestina libera

Stop genocidio Palestina

Assassini / fascisti con le foto di Trump e Netanyah con stampigliata sopra una mano rossa

Free Gaza

They just $pent another billion on a genocide la s di spent scritta con il simbolo del dollaro

– Meloni + cocomeri

La politica è morta

Chi tace uccide lettere scritte con i colori della bandiera palestinese, e una bandiera palestinese

Ogni voce conta / ogni silenzio pesa

Anche se vi credete assolti / siete lo stesso coinvolti

Definisci bambino con immagine di un bambino palestinese ferito, malnutrito, attonito

Definisci bambino con volto infuriato di Enzo Iacchetti (Durante la trasmissione televisiva “È sempre carta bianca” di Rete 4, il 16 settembre 2025, Iacchetti denunciava l’uccisione di bambini a Gaza, al che l’altro ospite in collegamento, Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici di Israele, gli aveva detto “Definisci bambino”; la polemica è diventata “virale)

EUI staff 4 PEACE scritta gialla su sfondo blu secondo i colori della bandiera dell’Unione Europea

Accessori

Barchetta di carta gigante con bandiera della Palestina e scritta Stop genocidio Palestina

Fazzoletto ANPI Firenze est

Orecchini a forma di fetta di cocomero/anguria

Magliette con cocomeri/angurie

Magliette con scritte “militanti” o “da manifestazione” (esempio: “bassist against racists”)

Qualche fumogeno colorato

Segni sulle guance

Bandiera della Palestina

Arcobaleno della pace

Strisce rosse

Mani rosse

Canti e slogan

Firenze lo sa / da quale parte stare / Palestina libera dal fiume sino al mare

Bella ciao

Netanyauh pezzo di merda scandito come il coro da stadio (lo stesso di Berlusconi pezzo di merda)

Palestina libera / dal Giordano fino al mar / che fatica che ti chiedo / intifada pure qua // Avanti insieme / uniti nella lotta / contro l’imperialismo / vittoria ci sarà [rip. ci sarà] / e non c’è resa / non c’è rassegnazione/ ma solo resistenza / contro l’occupazion… [più forte…] sull’aria del coro della curva Fiesole per la Fiorentina ripreso e reso celebre in tutta Italia dal collettivo ex-GKN

Nota. Cose viste e sentite restando nello spezzone centrale di un lungo corteo (la partecipazione è stata stimata fino a 100.000 persone), che è partito dalla Fortezza da Basso tra le 9,30 e le 10 (il concentramento era cominciato prima) e si è sciolto allo stadio comunale Artemio Franchi intorno alle 13. Solo un pezzo della testa del corteo ha proseguito, raggiungendo Coverciano per protestare davanti ai cancelli del Centro tecnico della Federazione italiana gioco calcio contro la disputa dell’incontro tra Italia e Israele il 14 ottobre 2025 a Udine. Le foto sono di Filippo Benfante.

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“Ponte della Libertà per la Palestina”

11/10/2025 altrochemestre // Documenti Elementi del paesaggio

Mestre e Venezia, 3 ottobre 2025. Scritte, immagini, bandiere e slogan durante lo sciopero generale indetto da CGIL e sindacati di base in seguito all’attacco in acque internazionali da parte della marina militare israeliana contro i civili disarmati della spedizione umanitaria Global Sumud Flotilla. Il corteo partito dalla stazione di Mestre e quello partito da Venezia (campo Santa Margherita) si sono incontrati sul ponte translagunare, bloccandolo. 

Striscioni

Dalle scuole alle strade / Blocchiamo tutto / Students contro il genocidio in Palestina / Disertiamo la guerra – Coord. Studentesco Venezia-Mestre

Free Gaza striscione che scende in verticale dal tetto del Garage Comunale di Piazzale Roma 

Foto di Patrizia Veclani

Stop Genocide

Anpi Mestre. Sezione Erminio Ferretto

Anpi Venezia. Comitato provinciale

Contro sionismo / guerre e capitalismo / Palestina libera / dal fiume fino al mare

Lavoratori e studenti uniti con la Resistenza del popolo palestinese, rotonda marghera

Foto di Maria Morganti

Contro la barbarie per l’umanità / Blocchiamo tutto / Stop genocidio

No alla guerra tenuto da bambine e bambini

Governo Meloni complice del genocidio / Palestina libera

Free Palestine / Blocchiamo tutto!

Palestina libera / La pace non ha confini

Sciopero generale / fermiamo il genocidio e l’occupazione a Gaza / Fermiamo la spesa italiana in armamenti / CGIL Venezia

Contro la barbarie per l’umanità / Blocchiamo tutto / Stop genocidio

Per la Palestina / con la flotilla / Blocchiamo tutto! / Campo S. Margherita 3/10 h. 9

Con la flotilla per la Palestina! / blocchiamo tutto!

Sumud! / Lunga vita ai ribelli con disegno di una barchetta di carta con i colori della bandiera palestinese

Bandiere

Foto di Patrizia Grazioli

Coordinamento no inceneritore gialla

Coordinamento studenti medi Venezia-Mestre rossa con pugno chiuso e simbolo antifa

Bandiera dei pirati “jolly roger” nella versione del manga One Piece

Bandiera palestinese

Bandiera tricolore dell’Italia

Leone di san Marco zapatista

Mediterranea

Partito comunista italiano con falce e martello 

Cgil CLM Venezia

FP Cgil

Filt – Federazione italiana lavoratori trasporti (CGIL)

Foto di Claudio Zanlorenzi

Arcobaleno con scritta PACE

Arcobaleno con scritta NONVIOLENZA e due mani che spezzano un fucile

Emergency con simbolo

Potere al popolo

Partito comunista dei lavoratori italiani con falce e martello, e simbolo del mondo

Cartelli

Foto di Anna Talamini

Complice del genocidio con foto di Meloni

Ponte della Libertà / per la Palestina

Stop genocide

Sionismo ≠ Ebraismo

Free Palestine

Palestina libera

Fate silenzio quando dormono / non quando muoiono con bandiera palestinese

Immagine di Gesù Cristo in croce con la kefiah

Per quanto voi vi crediate assolti / sarete sempre coinvolti con disegno di due barchette di carta e il simbolo della pace della Campagna per il disarmo

Foto di Maria Morganti

No guerra / Palestina libera con immagine della colomba della pace con i colori della bandiera palestinese

Free Palestine / Freedom for all animals

From the river to the sea / Palestine will be free

Combattiamo l’indifferenza / a partire dalle scuole!

Israel / is perpetrating / a Shoah / in Palestine lettere bianche su sfondo nero

Usa, Israele, Italia, Stati assassini

Sappiamo da che parte stare / Palestina libera / dal fiume fino al mare

Volevano cancellare / la Palestina / adesso tutto il mondo / è diventato / Palestina con disegno della bandiera palestinese

Free Gaza

Israel is perpetrating a Shoah in Palestine

Meloni dimissioni

Foto di Anna Talamini

Slogan, canti

Free Free / Palestine

Bella ciao

Leonardo merda / làlàlàlà contro il gruppo industriale che agisce nei campi “aerospazio, difesa e sicurezza”, di cui lo Stato italiano è azionista di maggioranza 

Venezia lo sa / da che parte stare / Palestina libera / dal fiume fino al mare

Locandina CGIL Venezia per lo sciopero generale (fonte: internet)
Foto di Anna Talamini

Nota. L’immagine di copertina è del Coordinamento Studentesco Venezia-Mestre. Le locandine sono riprese da internet. Ringraziamo tutte le persone che ci hanno aiutato a raccogliere le immagini e in particolare Francesca Vecchiato e Sebastiano Bergamaschi.

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Gerarchie sulla sabbia

19/09/2025 Margherita Borsoi // Laboratorio

Osservazioni di una lavoratrice stagionale a Bibione, laureata in storia contemporanea. Appunti per una fenomenologia sociale di una spiaggia sull’Adriatico. Il mare, il lavoro, i bagnanti, l’ambiente.

1. Mare mosso

Il 21 agosto ho cominciato a scrivere qualche nota su come stesse andando l’estate 2025 a Bibione dal punto di vista di una lavoratrice stagionale approfittando del tempo di tregua di una giornata di pioggia. Noi stagionali dipendenti di piccole ditte commerciali in spiaggia (piazze di pedalò, o “mosconi” come dicono qui, carretti dei gelati, ironjet, parasail e scuole di windsurf) non abbiamo giorni liberi “da contratto” e siamo in balìa del meteo: quando le condizioni atmosferiche non permettono lo svolgimento delle attività balneari siamo liberi, se no lavoriamo sempre. Tra luglio e agosto il meteo altalenante ha pareggiato i conti con le giornate di sole continuo che hanno caratterizzato i primi due mesi di stagione, maggio e giugno.

Non penso sia il momento storico migliore per usare metafore belliche, ma è indubbio che, giorno dopo giorno, a inizio turno tra colleghi si cerchi di farsi forza preparandosi alle “battaglie” quotidiane che ci si presentano innanzi. Non c’è un nemico in particolare, e le condizioni personali di ogni lavoratore lo rendono più sensibile di volta in volta a fattori variabili. Per chi lavora in spiaggia, per esempio, il sole e il caldo generalmente si aggiudicano sempre il podio di capri espiatori tout court. Vengono subito spodestati se ci sono bora, scirocco o tramontana: allora il vento diventa l’oggetto prediletto del fastidio. Un bagnino molto esperto, al mio primo anno di stagione post-Covid nel 2020, mi disse una cosa che nei cinque anni seguenti ho constatato essere vera, osservando i bagnanti: il cuore delle persone batte in modo affine allo stato del mare. Quando c’è mare calmo gli animi sono rilassati, il cuore batte più lentamente, urla e schiamazzi si appiattiscono perché non c’è necessità di sovrastare con un tono di voce alto il rumore delle onde che si infrangono a riva; al contrario, quando ci sono mare mosso o vento forte, i battiti aumentano e di conseguenza anche l’agitazione.

In temporali improvvisi e pioggia vengono riposte dunque, bisogna dirlo, le speranze dei lavoratori (al contrario sono un po’ meno apprezzati dagli imprenditori e dai capi stabilimento; per i negozianti del centro, invece, sono le giornate in cui gli affari vanno meglio): quando le nubi avanzano e i bagnini issano bandiera rossa, si aspetta la folata di vento freddo accompagnata dall’alzarsi di un po’ di sabbia che suggerisce alle persone di andare verso casa a ripararsi piuttosto che rischiare di essere bloccati in una cabina della spiaggia aspettando che l’acquazzone passi. In quei momenti di fuggi-fuggi è come se chi vive la spiaggia da anni e quotidianamente se ne “riappropriasse”, dovendo rimanere in servizio in questo scenario deserto, che a volte sembra quasi apocalittico.

2. Gerarchie sulla sabbia

La spiaggia è una zona franca in cui gerarchie presenti nella vita di tutti i giorni si appiattiscono: il tuo vicino d’ombrellone potrebbe essere il più famoso attore ungherese, o un’importante donna d’affari tedesca, o un emerito professore dell’Università di Vienna, eppure ciò che vi accomuna in quel momento è il fatto di avere del tempo libero da trascorrere in quella parte del litorale, sotto al sole, in costume, tra un bagno e l’altro.

L’azzeramento delle gerarchie non coincide però con l’annullamento delle distinzioni di classe. La prima fila di lettini se la possono permettere solo in pochi: la tariffa cambia leggermente in base al settore scelto, e in alta stagione, cioè da inizio giugno a fine agosto, un ombrellone può venire a costare anche 36,50 euro per la giornata intera e 25,50 euro per la mezza giornata. Questi prezzi si riferiscono a una zona di Bibione Pineda, la parte del litorale più a sud, più tranquilla, che si affaccia sulla Brussa. In questo tratto di spiaggia viene garantita un’ariosità maggiore tra ombrellone e ombrellone e di questi non si superano le 10 file in totale. Il motivo per cui, spostandosi verso il centro della riviera, i prezzi si abbassano leggermente – arrivando a un massimo di 30,50 euro giornalieri – è che chi vuole risparmiare può scegliere tra ben trentasei file di ombrelloni. In questo caso i settori della spiaggia delimitati dalle passerelle non sono definiti solo in lunghezza (ovvero, guardando il mare, da est a ovest) ma anche in profondità, in base alla distanza dalla battigia. Perpendicolarmente alla riva dunque, si avranno dai due ai quattro settori con lo stesso nome, perché posizionati uno dietro l’altro ad affacciarsi sullo stesso spicchio di mare: il “settore fronte” guarderà direttamente il bagnasciuga, mentre le prime file dei “settori retro” daranno sulle ultime file dei settori che hanno davanti, e da cui sono separati dalle pedane. Essendo evidentemente più rinomato e comodo un ombrellone che affaccia sul via vai della passerella piuttosto di una posizione centrale affiancata ai vicini, il prezzo varia anche per i settori sul retro.

3. Spiaggia libera?

L’alternativa a tutto ciò è la spiaggia libera, cui vengono dedicati spazi sempre più ridotti. Se inizialmente a essere recintate erano le aree privatizzate, ora a essere delimitate da paletti, catenelle e nastrini sono le porzioni gratuite di sabbia. Ovviamente anche queste aree non sono esenti da regole che vanno rispettate: oltre al divieto di biciclette, cani, schiamazzi e musica ad alto volume che ci sono in tutto il litorale, se ci si vuol stendere con l’asciugamano a ridosso dell’acqua lo si può fare a patto di non piantare ombrellini o tende davanti ai paganti delle prime file. Ma attenzione a non avvicinarsi troppo al mare: nella battigia ci deve essere una fascia di almeno cinque metri di larghezza per permettere ai venditori ambulanti, carretti di gelati, vestiti e teli mare, piazze di pedalò e gonfiabili di lavorare indisturbati. A ricordare questo vincolo ci sono dei paletti esplicativi piantati alla fine di ogni passerella in cui sono elencate queste regole della spiaggia. A questo proposito ho ricordi di quando ero piccola di alcune imprese archeologiche in cui ci cimentavamo io e altri bambini: scavare fino a ritrovare l’acqua. Da quest’estate è vietato anche scavare buche, poiché sarebbero un impedimento alle ruote degli ambulanti che devono spostarsi, tappa dopo tappa, di fronte ai settori.

Questo tipo di spiaggia che vuole offrire una vasta gamma di comodità ai clienti diventa un luogo caotico e di consumo. L’ambiente stesso contribuisce, tramite quest’offerta, alla creazione di bisogni che, se non assecondati, instillano una sensazione continua di manchevolezza e insoddisfazione negli animi dei clienti. I bambini, soprattutto, vengono stimolati da cartelli di gelati coloratissimi, sia nei chioschi sia a riva, per non parlare del fatto che i commercianti che transitano in battigia usano clacson e trombette per richiamare l’attenzione a ogni loro spostamento. Ogni tanto mi chiedo quanto sia difficile per un genitore destreggiarsi in un ambiente che, invece di essere libero e vissuto in semplicità, si trasforma in un campo minato di stimoli, giocattoli, palline, aquiloni, braccialetti, vestiti, milkshake, patatine, sorprese, pedalò che attraggono i figli e che portano facilmente allo scoppio del capriccio.

4. Kebab tra colleghi

Per quanto riguarda i rapporti tra colleghi, in stagione si possono replicare le dinamiche di qualsiasi altro posto di lavoro: si cerca di convivere pacificamente con tutti, soprattutto nel momento in cui il lavoro di squadra è imprescindibile per la buona riuscita del servizio; nonostante ciò, il ritmo serrato dei turni e la temporaneità del lavoro (la convivenza dura non più di qualche mese, e l’inverno che funge da spartiacque tra una stagione e l’altra non garantisce certezze su chi ricadrà nel circolo – vizioso e rassicurante allo stesso tempo – delle stagioni, e dunque di coloro con cui si avrà nuovamente a che fare) provocano una frenesia, schiettezza e qualche nervosismo che non si fa scrupoli a emergere lentamente o “scoppiare” inaspettatamente. Penso però ci sia una sotterranea solidarietà tra stagionali che emerge la sera fuori da alcune pizzerie al taglio: finito il turno o in pausa dal lavoro ci si siede ad aspettare il proprio kebab allo stesso tavolo in cui altri parlano di com’è andata la loro giornata. E allora ci si rende conto di essere tutti nella stessa barca, e c’è chi fatica di più a stare a galla e chi vanta invece condizioni di lavoro migliori. La cosa certa e comune è che ognuno fantastica sui progetti di vita futuri, e su quando riuscirà a realizzarsi nel suo “piano A”.

5. Cartoline

Bibione non è esente dai cambiamenti ambientali. In primis per ciò che riguarda l’erosione delle coste, la trivellazione del fondale e il conseguente squilibrio delle maree, che porta poi ad allagamenti e inondazioni durante fenomeni alluvionali sempre più frequenti. Un altro aspetto legato al cambiamento climatico e sotto agli occhi di tutti (o meglio, sulla pelle di tutti) è l’aumento delle temperature. Agli ospiti della città si iniziano dunque a dare alternative alla spiaggia, senza lasciarsi scappare l’occasione di guadagnarci: l’accesso ai percorsi pedonali e ciclabili nell’Oasi della Valgrande – ecosistema lagunare fino a pochi anni fa inaccessibile al pubblico e incolto – costa ben 8 euro a persona. Come porsi poi di fronte allo scoppio di incendi boschivi “non dolosi” che coinvolgono la pineta che porta al faro, su cui si vorrebbero edificare nuovi hotel a non so quanti piani?

Per quanto riguarda il mondo del lavoro e l’aspetto di vita sociale le questioni sono altrettante: il lavoro a nero, i lavoratori immigrati sfruttati nella ristorazione e i venditori “abusivi” in spiaggia, il cameratismo molto veneto e il culto della violenza che si respira in alcune imprese, i lidi che divengono delle industrie di consumo, le fotografie anni Cinquanta-Settanta/Ottanta che, in senso opposto, tappezzano la città mostrando in senso nostalgico com’era il litorale e come sembra che non sarà mai più. Tutto ciò è davvero irreversibile? Un senso civico e una volontà, anche dal basso, di fare marcia indietro sono attuabili? Non accontentarsi passivamente di ciò che viene proposto e impegnarsi attivamente nella costruzione di alternative è un diritto che ancora abbiamo?

Nota. Quando mi è stato chiesto se mi andasse di scrivere una breve cronaca da lavoratrice stagionale su come stesse andando l’estate subito ho messo nero su bianco alcune impressioni del momento, decidendo poi di non condividerle per paura di essere troppo critica e suscettibile in quella delicata settimana pre-Ferragosto. Le ho riprese poi più avanti e ora, passata una decina di giorni dalla fine del mio contratto, posso dire anche “a sangue freddo” che gli aspetti negativi che ci sono nel trascorrere i mesi estivi in una località turistica come Bibione superano di gran lunga il greenwashing che viene fatto per attirare i turisti e fregiarsi di Bandiere blu e certificazioni varie di sostenibilità e accessibilità rinnovate annualmente.

La mia esperienza è limitata a sei anni di lavoro estivo – quattro da bagnina, uno da venditrice ambulante al carretto dei gelati, e l’ultimo in una piazza di noleggio dei pedalò (“mosconi”) – sempre diurno e in spiaggia; non ho mai avuto l’occasione e forse nemmeno il coraggio di cercare lavoro nell’ambiente della ristorazione, i cui dipendenti vedo più provati di tutti. Il mio punto di vista è dunque estremamente limitato e ci terrei a non cadere nella trappola delle generalizzazioni, anche se quello che scrivo riguarda la mia percezione dell’aria che tira sommando più impressioni.

Infine, un consiglio di lettura sul tema: premio Aiso (Associazione Italiana di Storia Orale) per ricerche inedite 2024, A ognuno la sua stagione. Il lavoro delle donne negli alberghi del riminese dagli anni Ottanta a oggi di Zoe Battagliarin (Editpress, Firenze 2025) è una ricerca sulla gestione a livello familiare delle pensioni di Rimini che a partire dagli anni Cinquanta crearono un modello turistico che permise alla città di arricchirsi e rendersi nota a livello nazionale e internazionale, e che lentamente si estinse perché incapace di rimanere sul mercato senza basarsi sullo sfruttamento della manodopera salariata.

Bibione, venerdì 12 settembre 2025

Nota. L’immagine di copertina è di Margherita Borsoi.

Archiviato in://, Laboratorio Margherita Borsoi

Calmo subbuglio a Belgrado

06/09/2025 Stefano Petrungaro // Elementi del paesaggio Escursioni

A piedi per la capitale serba, estate 2025. Simboli, graffiti, sovrascritture, striscioni e slogan in rima. Archeologia delle proteste che da mesi chiedono le dimissioni del governo.

Strana atmosfera in questa fine luglio a Belgrado. C’è qualcosa della grande città in estate, abbandonata da chiunque ne abbia avuto la possibilità. Ma ci sono anche i segni, ovunque, dell’enorme ondata di proteste che ha scosso il paese per nove mesi. Attualmente, anch’esse sono in fase di riflusso, e non solo per la calura, ma perché ormai, dopo che il variegato movimento di opposizione al governo in carica è riuscito nell’impresa di portare in piazza, ripetutamente, centinaia di migliaia di persone, bloccando il paese con scioperi e occupazioni, il nodo che tutte e tutti conoscevano è venuto al pettine: che fare, ora? Fondare un partito? Un’alleanza partitica? Come portare avanti la lotta con altri mezzi?

La protesta, infatti, non poteva durare all’infinito, non con queste forme. Gli/le studenti hanno occupato le sedi universitarie e hanno boicottato lezioni ed esami, col sostegno di un alto numero di docenti. È la “blokada”, che in un bel gioco di parole a incastro e in rima (“kada” vuol dire “quando”) che campeggia sulla Facoltà di Lettere, è invocata con lo slogan “Blokada, se non ora, quando?”.

Il prezzo immediato da pagare per chi aderisce è salato: gli/le studenti rischiano di perdere l’anno, e ai/alle docenti lo stipendio è stato ridotto di tre quarti, in certi casi sospeso, con in più la modifica al regolamento che governa l’impegno didattico e di ricerca dei docenti, di fatto escludendoli dalla possibilità di partecipare a programmi di finanziamento europeo. Vista l’esiguità delle risorse investite, al solito, nell’educazione, significa impedire ai/alle docenti di fare il loro lavoro di ricercatori/trici.

Una delle richieste del movimento, infatti, era proprio l’aumento del finanziamento a scuola e università, sebbene l’obiettivo principale fosse una radicale rimessa in discussione del “sistema” socio-politico-economico che da anni governa, a vari livelli, il paese, con reti clientelari caratterizzate da un altro grado di corruzione, con pesantissime ricadute per la società serba in ogni ambito della vita sociale, ossia economico, politico, culturale. Giovani e meno giovani, uomini e donne, a Belgrado e in numerose altre città del paese, chiedono a gran voce le dimissioni del governo in carica e che si dia alla Serbia una possibilità per cambiare, anzitutto attraverso nuove elezioni.

Mi rendo conto di parlarne al passato, ma le proteste non sono concluse e il futuro è aperto. Deve aver a che fare con quel riflusso cui accennavo prima. Quello che lascia dietro di sé, oltre alle istanze politiche e sociali che attendono di essere elaborate nei mesi a venire, sono un gran numero di graffiti. La città è infatti un vero florilegio di scritte e disegni sui muri, messaggi volantini e adesivi. Impossibile renderne conto pienamente, una mappatura seria richiederebbe un enorme lavoro, oltre che notevoli competenze per poterle decifrare, visti i numerosi e svariati riferimenti. Tuttavia, ne posso condividere con il/la lettore/trice alcuni, che hanno attirato la mia attenzione, muovendomi tra le strade della città.

Attorno alla Facoltà di Lettere ci sarebbero da passare le giornate a leggere le pareti. Tra le scritte a caratteri cubitali che occupano più spazio vi è il richiamo a “una società senza classi” (“za besklasno društvo”) – e subito sotto, la richiesta di una “educazione gratuita” (“besplatno obrazovanje!”).

Lo spirito libertario è evidente, richiamato dalle “A” cerchiate. E poiché per mezzo dei graffiti si portano avanti vere e proprie battaglie simboliche, non deve stupire che a fianco a simboli anarchici, comunisti (la falce e il martello) e antifascisti (e l’invocazione “morte al capitalismo”, che richiama quella di “morte al fascismo, libertà al popolo”, utilizzata durante la seconda guerra mondiale e poi dopo durante la Jugoslavia socialista), compaiano le quattro “S” (“C” in cirillico), chiaro simbolo nazionalista. È anche un segno della notevole eterogeneità del movimento, che in chiave anti-governativa raccoglie anime anche molto diverse.

 Il botta-e-risposta, che in altri casi avviene attraverso sovrascritture e cancellazioni, qui si manifesta con l’affiancamento dei messaggi. Agli appelli per liberare Gaza, per combattere il capitalismo (“smrt kapitalizmu”, morte al capitalismo) e per celebrare i partigiani titini (“slava partizanima”, gloria ai partigiani), si affianca lo slogan che rivendica il Kosovo come territorio integralmente serbo (“Kosovo Srbija”):

Può succedere che le quattro “C” siano fatte ruotare di 90 gradi, diventando così “P” (“П” in cirillico), iniziali del motto “Sulla giusta via verso la giustizia” (“Pravim putem prema pravdi”):

L’accusa rivolta al ceto politico è quella di avere le mani insanguinate, con riferimento al grave incidente che ha rappresentato la scintilla delle proteste, ossia il crollo di una pensilina in una stazione dei treni a Novi Sad, che ha provocato sedici vittime. Sebbene non siano ancora state svolte le indagini accurate e trasparenti che il movimento richiede, già si sa che il cedimento strutturale è legato a lavori svolti in economia, in spregio ai regolamenti esistenti. L’obiettivo di arricchirsi disprezza le vite dei/delle cittadini/e. Di qui il simbolo della protesta: mani rosse, mani insanguinate (una si vede anche nel manifesto della “Blokada” con cui abbiamo aperto).

La libertà di espressione e di protestare, invocata in più lingue, italiano incluso è stata in questi mesi ripetutamente repressa dalle forze dell’ordine.

Le quali sono invece prodighe nel tutelare i dimostranti filogovernativi, ancora accampati nel parco simbolicamente ben collocato tra il parlamento e la sede della municipalità cittadina.

Tutti erano chiamati a unirsi alle proteste in piazza (“Svi na ulice!”, Tutti in strada!):

E gli inviti continuano, anche portandoli su di sé:

Che succederà con questi appelli? Che ricadute avrà questo affascinante movimento di protesta? Dobbiamo attendere che passi l’estate, per vedere. Intanto, le camminate per Belgrado offrono numerosi spunti di riflessione, anche solo guardando i suoi edifici, quelli esistenti, così come quelli in costruzione:

Il visitatore della città, di fronte a un tale, magnificente e lussuoso edificio, ubicato nel quartiere dell’élite e delle ambasciate, potrebbe pensare che si tratti di una sontuosa manifestazione del potere politico. Si trova poi a due passi dall’archivio della Jugoslavia, domina Belgrado dall’alto: sarà stata la dimora di Tito, ora restaurata? Cioè una residenza del leader comunista che amava uno stile di vita glamour? Ma perché, allora, non ci sono cartelli che aiutino a orientarsi? Per raccogliere informazioni, torna più utile Google, che spiega che si tratta di una nuova reggia di un tycoon dei media, Željko Mitrović.

Per una camminata iniziata con l’appello a una società senza classi, la conclusione è un po’ amara. C’è un po’ di strada ancora da fare. Ma le centinaia di migliaia di persone che per mesi sono scese in strada, ne hanno compiuto un pezzo.

31 luglio 2025

PS. Neanche il tempo di inviarlo, questo mini-reportage è diventato già vecchio. O meglio, le proteste – e le repressioni – sono presto riprese, ad agosto. Il subbuglio ha prevalso sulla calma. Vedremo a cosa porterà.

Archiviato in://, Elementi del paesaggio, Escursioni Stefano Petrungaro

Una mostra nel bosco

02/09/2025 Gaia De Crignis Lorenzo Piccoli // Escursioni Incontri

Fine luglio 2025, mezza giornata nei dintorni di un rifugio, Lorenzo si fa raccontare da Gaia il progetto di una mostra d’arte in Cansiglio, durante i lavori di allestimento. “Tradizioni”, “turismo sostenibile”, “comunità cimbrica”, rapporti con le istituzioni e con il “mondo adulto”. Generi di discorso e punti di vista generazionali.

Siamo sull’Altopiano del Cansiglio, in provincia di Belluno, un’ora di macchina da casa mia. Alle nostre spalle si trova la provincia di Treviso mentre, pochi chilometri più avanti, il Veneto lascia posto al Friuli-Venezia Giulia. Tra tre giorni, dal 27 luglio e fino al 3 agosto, presso il rifugio alpino Vallorch, si terrà una mostra d’arte: idEntità – l’ecosistema diventa museo, a cui parteciperà anche Leonardo, che questa mattina mi ha accompagnato. Sarà un’esposizione che si svilupperà all’interno del bosco del Cansiglio, dove una decina di artisti – tutti sotto i trent’anni – presenteranno le proprie opere. Io e Leonardo entriamo nel rifugio: una parete tappezzata di disegni e articoli di giornale ci accoglie, mentre Gaia – la ventunenne ideatrice della mostra – sta discutendo con Gianni, che ci viene presentato come scenografo dell’intera esposizione. Dopo i saluti iniziali e un rapido caffè, Gaia ci guida verso il bosco o, meglio, verso il museo. Mentre camminiamo, mi fermo per un attimo a guardare il paesaggio della Piana del Cansiglio: una grande distesa verde, costellata di pochi alberi, circondata da un folto bosco di faggi e abeti. Nella conca vedo alcune mandrie che pascolano. Tira un bel vento; si respira un’aria intrisa dell’odore di bosco e degli aghi di pino. Si sente solo il fruscio degli alberi, fatta eccezione per qualche voce soffocata e qualche colpo di martello.

Un paio di abeti fungono da cancello per quello che sarà il percorso espositivo; non appena varchiamo questo ingresso vegetale, si apre cantiere immerso tra gli alberi. Un paio di ragazzi stanno preparando una delle strutture necessarie per l’esposizione di un’opera. Sono alcuni degli artisti che parteciperanno alla mostra. Stanno cercando di capire come unire tra loro i moduli di quella che sarà una pedana: il lavoro che verrà qui esposto sarà collocato sul fondo di un pozzetto ricavato nella piattaforma; i visitatori potranno osservare l’opera con uno sguardo dall’alto verso il basso.

Il cantiere di idEntità nel bosco del Cansiglio

Gaia comincia a mostrarmi come sarà organizzato il percorso espositivo: all’interno del rifugio sarà allestita una sala immersiva. All’esterno, seguendo intervalli di circa una ventina di metri, saranno posizionate le differenti opere: oltre alla pedana iniziale di Leonardo, vedo che più in profondità nel bosco, a circa una quarantina di metri da noi, Gianni insieme a Elia stanno preparando un’altra struttura, simile alla prima. Tutti i lavori che verranno esposti mi vengono brevemente presentati da Gaia con grande entusiasmo: natura e spiritualità, trasparenze, materico, scultoreo, tradizione, percezione, Io e Altro; questi sono alcuni dei contenuti che i vari artisti hanno affrontato nella realizzazione delle loro opere, seguendo il tema comune del “dialogo con l’invisibile”. Proseguiamo la nostra passeggiata. Gaia mi indica un punto in mezzo al fogliame: lì verrà eretta una sorta di piccolo gazebo dove Elia allestirà il suo piccolo studio di tatuaggi. Poco più avanti, accanto ad alcuni alberi che ospiteranno un fregio composto da fotografie, verrà creato un auditorium immerso nel verde, dove una ragazza terrà un incontro sulla poetica di Zanzotto, in particolare sugli infiniti del paesaggio. Chiedo a Gaia se alcune delle opere siano già stati montati nei rispettivi spazi espositivi. Mi risponde che, al momento, ancora nessuna dei lavori è presente nel rifugio: stanno ancora allestendo il percorso della mostra, e, per evitare danni causati dal maltempo o dal passaggio della fauna locale, ha chiesto agli artisti di portare i propri progetti al rifugio il sabato, il giorno prima dell’inaugurazione.

Lorenzo. Quindi comunque sono… un artista dentro e i restanti dieci stanno fuori, giusto? Se non sbaglio i conti. C’è la sala – dentro – multimediale, però il resto…

Gaia. Tutto il resto è all’esterno, assolutamente sì. E loro presenzieranno, che è la cosa a cui tenevo di più, il motivo per cui mi sono potuta permettere di fare questa cosa – secondo me – è anche il fatto che ho vissuto letteralmente i musei per undici anni della mia vita, no? Fino ad oggi, quindi… dieci anni alla prima mostra che mi aveva portato mia madre, ho il ricordo super nitido di queste cose. Poi da lì mi sono sempre più appassionata ai musei, mostre, arte in generale. E la cosa che, secondo me, succede tante volte è che il semplice dare una spiegazione biografica o dare una spiegazione dell’opera con quel cartellino grande così, che butta le parole un attimo auliche, che non tutti sono in grado di percepire, soprattutto se non sono affini all’arte, era quella barriera che io volevo completamente buttare giù. Quindi voglio invitare la gente a interagire con gli artisti, capire la relazione fondante tra la loro opera e il tema, tra la loro opera e perché hanno scelto di farla, in modo da dare spazio anche a loro di esprimersi al cento per cento.

Usciamo dal bosco, per tornare a sederci su una panchina vicino al rifugio. Davanti a noi, poco distante dall’ingresso del percorso espositivo, è già stato preparato un piccolo gazebo per la vendita e la distribuzione di birra e di altre bevande. «C’è già chi lo chiama festival» mi annuncia Gaia, precisando che, non sarà solo una mostra d’arte, ma anche un’occasione per valorizzare il territorio, con degustazioni di prodotti locali, workshop, conferenze, laboratori ed escursioni. Il progetto non è passato inosservato: ha attirato l’attenzione di alcune associazioni – che si sono offerte di sponsorizzare l’evento – di testate giornalistiche e anche delle istituzioni.

G. Con la stampa ho sempre cercato di far passare il messaggio che è più importante per me che è proprio questo: cioè, il fatto che io, durante il percorso, non ho incontrato un singolo adulto, una singola persona con cui mi sono confrontata che non abbia avuto stima e rispetto di quello che stavamo portando avanti e volesse supportarlo e avesse cercato di aprirci le porte di un mondo a cui ancora non dovremmo accedere, no? Quindi questioni molto molto da grandi le hanno risolte loro per noi, avendo i mezzi per farlo. Perché sai che adesso c’è lo stereotipo del fatto che i giovani non hanno voglia di fare niente, bla bla bla… secondo me – e quello su cui marcerò fermamente – è il fatto che non è una questione che non credono in noi; è una questione che, essendo noi stessi che vogliamo apportare un cambiamento, il fatto è che dobbiamo noi apportare il primo passo e iniziare quel dialogo generazionale. Ma non è mai, mai bloccato dall’altra parte, se lo iniziamo noi, che giustamente siamo quelli che vogliono iniziarlo, no? Quindi anche dall’altro lato, appena arriva qualcuno con una buona idea, che vuole prendere il loro posto – tra tante virgolette – sul lungo futuro, loro sanno di poter lasciare in mano questo mondo a delle persone comunque rispettabili e che hanno voglia di fare.

Una delle pedane espositive immersa nel verde

Soprattutto parlando delle fasi organizzative, Gaia mi racconta della disponibilità che Veneto Agricoltura – ente strumentale della Regione Veneto che si occupa della Piana del Cansiglio – e i vicini comuni, tra cui quello di Fregona, hanno dimostrato fin da subito per sostenere l’intero progetto. Ribadisce che la mostra non parla solo di arte fine a sé stessa, ma che si allaccia alla realtà del rifugio alpino Vallorch, che è sì un punto di alloggio e ristoro, ma nasce come un centro di educazione ambientale. Gaia vuole educare al mondo del bosco il «turista della domenica», quello che prende la macchina nel fine settimana per andare a mangiare. L’esposizione del “dialogo con l’invisibile” si intreccia con tematiche molto concrete: il rapporto con la natura e il territorio, la conservazione della cultura locale, l’ingresso dei giovani nel mondo degli adulti.

G. Io vorrei innanzitutto che si portasse a casa la bellezza, perché sono una grandissima amante dell’estetica ahimé, ed è forse il motivo per cui ho scelto il lavoro che voglio fare. Quindi sì, il mio scopo principale è dare anche un senso di estetica a questo bosco che è già una meraviglia a mio parere, e cercare di mantenere quel tipo di visone, no? Tutto naturale, legno, nulla di più, qualche presa che passa ma solo il necessario e lasciare tutto il più naturale possibile, di modo che la gente sia attirata sì, ma comunque non lo percepisca come un qualcosa che stona come di sicuro, appunto, la parte… a livello estetico, l’occhio vuole sempre la sua parte. Però anche che gli rimanga… cioè, secondo me, vedere di facciata – che poi non è solo di facciata, ma anche tutto il dietro le quinte – dei giovani, in mezzo al bosco… dà un modo appunto di riconnetterci al mondo della natura – che sta tornando trending anche quella no? – e comunque, vederci lì fuori, che abbiamo fatto tutto da zero, che abbiamo tirato su una cosa del genere, secondo me può essere non solo esteticamente pleasing ma anche, si può dire, un invito a fare. E quindi questo è il primo impatto… cioè, il fatto che la gente sia cosciente della natura che riserva in questo posto e che comunque noi abbiamo cercato di rispettarlo il più possibile, ma comunque di fare qualcosa, no?

È un manifesto generazionale, una «chiamata all’azione per tutti noi» – mi spiega Gaia – «che abbiamo un sognetto, un’idea in testa, no? Che vogliamo portarla avanti, magari c’è la paura che non venga capita, c’è la paura… però basta metterla giù bene, andare fuori, provare. E finché non va si prova, si prova. Noi abbiamo avuto fortuna che sia andata alla prima volta». Poi mi racconta la nascita della mostra: la formazione del direttivo – composto da otto persone – e la gestione della comunicazione, di cui si è occupata lei stessa. Mi parla dei suoi sogni, del suo futuro, del suo rapporto che sta costruendo con il direttivo e con gli artisti.

Il paesaggio visto dal rifugio alpino Vallorch: sulla sinistra, il bosco dove si svilupperà l’esposizione.
Sulla destra, parte della conca della Piana del Cansiglio

Noto che Franca, la madre di Gaia nonché concessionaria e gestore del rifugio, si sta avvicinando a noi, con il telefono in mano. Comunica a Gaia che una giornalista è interessata a scrivere un articolo sulla mostra. È la quarta o quinta testata giornalistica che si interessa al progetto idEntità. «Secondo me è il fatto che siamo giovani e che si vogliono avere buone notizie» mi confida Gaia. Continuiamo la nostra conversazione.

L. Chi conosce la storia locale sa benissimo che qua vicino c’è anche il villaggio cimbrico, Vallorch, no? E allora, in qualche maniera voi vi ponete in continuità, in relazione con, quella che era, perché ormai, se non è, è una cosa che sta morendo – purtroppo – quella che era la comunità cimbrica del Cansiglio?

G. Infatti guarda, tutto il villaggio cimbrico che vedi su adesso è quasi completamente disabitato nei periodi invernali, assieme a quel classico, ultimo manutentore della vita cimbrica. Che è il signor Franco, che è praticamente… chiamiamolo patrono del Cansiglio perché, quando c’è un problema si va da Franco e lui te lo risolve. Lui è proprio la rappresentazione stessa del Cansiglio, perché lo guardi, ha queste gote super rosse, sempre, sempre sto sorriso stampato. Ogni tanto ti sente, ogni tanto no perché ha anche lui i suoi anni… non sono sicura, tra i settanta e gli ottanta… però dopo chiediamo un check alla Franca… però sì, lui lo vedi, poi con sua figlia, gestiscono i baracchini di legno, poi dà gli slittini in inverno ai bimbi quando c’è un bel po’ di neve… oppure vende scarponi di quello di marca vecchissimi, che sono fuori produzione o che hanno qualche rotture che non è andata bene al consumo di massa, e allora lui li prende e te li vende lì al prezzaccio giusto… Noi ci mettiamo in continuità anche perché vogliamo dialogare con il posto, siamo coscienti di essere ospiti, no? Veniamo dalla bassa. Noi viviamo a Conegliano, mia mamma è originaria di Treviso, io comunque di Vittorio [Veneto], sono nata lì e quindi comunque tutta la parte di pianura… però… questo posto ha sempre… è quello che ci ha sempre messo la mia visione di… c’è, questa è la montagna per me. È il luogo dove si va se si ha un attimo di tempo da piccoli, mia mamma mi portava in cima al Pizzocco[1] per mangiare il vento tipo, quello era uno dei miei giochi preferiti, si correva. E quindi anche quell’idea lì, no? Quel fanciullino è uno dei miei temi preferiti… chi era? Pascoli? Che proprio, quel mantenere la bellezza nei tuoi occhi sempre, no? Quell’ingenuità, quell’innocenza con cui guardi tutto e riesci a farti stupire, e questo posto, nonostante io lo veda da – davvero – ventun anni di vita perché, sempre stata qui, continua a stupirmi e continua a suscitarmi nuovi pensieri, a dare nuove esperienze. Anche perché poi, ho la possibilità di far venire su i miei amici, quindi sai, ogni volta vedi un punto di vista lontano dal tuo e dici beh, forse non l’apprezzo abbastanza, forse non faccio abbastanza per questo posto. E quindi anche quel tipo di confronto, anche portar su gente a vedere questo tipo di… fargli fare questo tipo di esperienza con idEntità sarà di sicuro anche per me un modo per riscoprire il posto in cui sono nata e cresciuta e da dove vengo, ecco.

Inizia a piovere, e la pioggia costringe a una pausa forzata nel cantiere. Io e Gaia proseguiamo il nostro discorso. Mi spiega come vorrebbe trasformare – seppure solo per alcuni periodi dell’anno – Vallorch in un ritiro per artisti. Con idEntità ha avuto l’occasione di realizzare, brevemente, questo suo progetto: i dieci artisti, infatti, alloggeranno presso il rifugio per tutta la durata della mostra, trasformandolo per una settimana in una vera e propria comune artistica. Lo scopo del progetto non è puramente artistico e culturale, ma anche sociale: si vuole creare un gruppo sì di artisti ma, prima di tutto, di persone.

Guardo il cellulare. Conversiamo da circa un’ora. Spengo il registratore, e poco dopo Gaia ci invita a occupare i nostri posti a tavola. Mentre pranziamo, fuori continua a piovere. L’atmosfera è rilassata e amichevole: più di una persona commenta che sembra quasi un pranzo di Natale.

Dopo il caffè, si ricomincia a lavorare. Bisogna sistemare l’ultima struttura: è un modulo in legno di tre metri per quattro, simile alle altre strutture. L’unica differenza è che questa sarà posizionata in verticale anziché in orizzontale, per permettere di appendere alcune tele. Mentre i ragazzi lavorano, Gaia osserva ogni fase del processo.

Il montaggio del modulo verticale

Le nuvole della pioggia del pranzo si sono ormai dileguate: tra i rami passano i primi raggi del sole, che riscaldano il bosco dopo la tempesta appena passata. Tra le foglie spunta un cavo, che raggiunge un’area delimitata da quattro paletti, dove Elia allestirà il suo studio di tatuaggi. I ragazzi urlano da una parte all’altra del bosco: hanno bisogno del trapano, e stanno cercando di farsi capire su quali viti servono. Franca ci raggiunge. Ci dice che a Conegliano c’è stato un nubifragio, alcuni alberi sono caduti. Ormai la struttura è quasi terminata, dopo aver scattato un paio di fotografie, io e Leonardo decidiamo che è ora di incamminarci verso casa.

Nota. La conversazione con Gaia De Crignis è stata realizzata da Lorenzo Piccoli il 24 luglio 2025, presso il rifugio alpino Vallorch, nella Piana del Cansiglio. La registrazione è stata effettuata con un telefono cellulare; l’intervista e la sua trascrizione sono conservati presso l’autore. Tutte le fotografie, compresa l’immagine in apertura, sono state realizzate dall’autore, con una macchina fotografica digitale Sony Cyber-shot DSC-W710.


[1] Si riferiva al monte Pizzocco, nel Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi, oppure al monte Pizzoc, nelle Prealpi Trevigiane, più vicino al Cansiglio e a Conegliano?

Archiviato in://, Escursioni, Incontri Gaia De Crignis Lorenzo Piccoli

Giorgio Sarto (1941-2024)

31/07/2025 Piero Brunello // Ritratti

Un ricordo scritto in occasione del primo anniversario della morte

Ho conosciuto Giorgio Sarto in un viaggio in Portogallo organizzato da Lotta continua nell’agosto 1975. C’eravamo incrociati anche prima, come succedeva negli anni della militanza politica in una città relativamente piccola com’è Mestre, ma fu a Lisbona che abbiamo scoperto di avere interessi comuni. Giorgio faceva fotografie, io tenevo appunti degli incontri politici. Lo ricordo in quell’estate, con la macchina fotografica in mano, perlopiù in compagnia di Stefano Boato, suo collega all’Istituto “Giorgio Massari” di Mestre. Loro avevano trovato alloggio in una pensione in centro, mia moglie Giannarosa e io ci eravamo invece portati una tendina canadese e stavamo in un camping un po’ fuori della città.

Non ricordo di aver mai parlato con lui degli anni della militanza politica, su cui peraltro Giorgio conservava un archivio. Sulla sua scrivania teneva un tagliacarte, in lega leggera di alluminio, ricavato da un aereo americano abbattuto nel Nord Vietnam, avuto da compagni dell’Organizzazione Fronte Unito, di cui nei primi anni Settanta aveva fatto parte. Un altro documento a cui teneva era un decreto di citazione a giudizio della Pretura di Venezia, datato 9 marzo 1966, ricevuto in quanto presidente dell’organismo rappresentativo degli studenti di architettura (ORSAV), che con altre associazioni aveva promosso l’anno prima una manifestazione non autorizzata contro la guerra in Vietnam. [https://storiamestre.it/2019/05/04/vietnam-1965-75/]

Ci siamo rivisti dopo quel primo incontro a Lisbona? Non ricordo. Ricordo però quando, nel 1985, uscì il libro su Altobello, frutto di una ricerca svoltasi tre anni prima nell’ambito del corso sperimentale dell’Istituto Tecnico per Geometri “Giorgio Massari”. Volendo scrivere una recensione per la “Nuova Venezia” m’incontrai più volte con Giorgio, che aveva curato il libro, e discussi con lui del lavoro specifico – il recupero di parte di un’area ottocentesca di Mestre a due passi da Piazza Barche – e più in generale del modo di guardare alla storia della città. Nel libro c’era l’esperienza non solo personale e professionale di Giorgio, laureatosi a pieni voti in pianificazione urbanistica nel 1968, ma anche di Urbanistica democratica, di cui era stato uno dei fondatori nel 1978. A Mestre si era sempre abbattuto e costruito come se la città fosse una tabula rasa, priva di preesistenze storiche e artistiche, oltre che di un patrimonio ambientale. Il libro su Altobello mostrava invece come rendere visibile una città invisibile, individuando tracce storiche ancora presenti, grazie a sopralluoghi e all’analisi di carte d’archivio.

In quell’occasione Giorgio mi portò a vedere la documentazione raccolta nel Laboratorio urbanistico e cartografico allestito presso il Triennio sperimentale da lui promosso e coordinato all’Istituto “Giorgio Massari” fin dal 1978. Il Laboratorio, che s’inseriva nel rinnovamento della didattica allora in atto in Italia, promuoveva dispense didattiche, ricerche, rilievi e progetti sul patrimonio storico e architettonico di Mestre, basandosi sul mutuo apprendimento, unendo lezioni ex cathedra e ricerca, e instaurando collaborazioni con esperti esterni alla scuola, non solo universitari. Giorgio amava il suo lavoro. In quello stesso anno 1985 risultò vincitore di un concorso per comandi quinquennali presso l’IRRSAE (Istituto Regionale di ricerca, sperimentazione e aggiornamento), ma rinunciò all’assegnazione per continuare a fare l’insegnante e a seguire il Laboratorio che aveva messo in piedi.

Nel 1986 scrissi una lettera a una decina di persone, proponendo di costituire un’associazione per la storia di Mestre. Scrissi anche a Giorgio, che accettò, diventando uno dei fondatori di storiAmestre. Nei primi tempi mi consegnò una cartella con alcuni materiali prodotti da Urbanistica democratica, così da mettere a fuoco possibili temi d’intervento. Il contributo che Giorgio portò all’associazione – come si vede nei primi due convegni di studio – riguardavano lo sviluppo urbanistico della città e i conflitti politici in cui sono implicate le decisioni sulle aree urbane, con particolare attenzione all’analisi cartografica[1]. Chi l’ha conosciuto sa quanto Giorgio amasse soffermarsi sui dettagli delle carte topografiche, dei rilievi e dei progetti. Gli piacevano proprio, i particolari. Ricordo quando mi descriveva il mosaico liberty con la scritta “Auto-Garage Touring” all’ingresso di un vecchio garage davanti alla stazione di Mestre. Per lui tutti i segni urbani raccontavano una storia. Eppure questo suo sguardo si accompagnava a una domanda di fondo: chi comanda la città? quali sono gli interessi forti, e come si rivelano nelle decisioni urbanistiche? Sono domande che gli venivano senz’altro da Urbanistica democratica, ma anche da prima, dagli anni in cui aveva fatto parte dell’Ufficio studi regionali veneto delle ACLI (1966-1970), ed era stato redattore della rivista Questitalia diretta da Vladimiro Dorigo (1967-1970).

Il principale ambito di interessi di Giorgio rimase la Pianificazione urbanistica. Relatori della sua tesi di laurea erano stati Giuseppe Samonà, Giovanni Astengo e Ignazio Gardella, figure di rilievo nella realizzazione di progetti urbanistici in Italia. E allo IUAV, nel Corso di laurea in Urbanistica, Giorgio era tornato negli anni 1972-74 come borsista CNR, per svolgere attività di ricerca e di supporto alla didattica. Cosicché, quando diventò consigliere prima e assessore poi nella giunta provinciale di Venezia (era stato eletto nella lista Verdi Arcobaleno), Giorgio decise di impegnarsi nella Commissione per l’individuazione dei vincoli paesaggistici. Tra i numerosi beni ambientali e territoriali che riuscì a vincolare in quel periodo (1992-1993) ricordo il Quartiere Urbano di Marghera, progettato nel primo dopoguerra su modello delle Città Giardino. Se a Marghera non si possono realizzare progetti edilizi che la snaturerebbero, come potrebbe succedere oggi con la costruzione di una Torre al Villaggio San Marco progettato da Giuseppe Samonà, questo è dovuto al fatto che, grazie a Giorgio Sarto, il quartiere urbano di Marghera è stato vincolato dalla Provincia di Venezia come esempio di Città Giardino.

Non doveva essere facile far parte di una Commissione incaricata, in sostanza, di difendere il territorio dalla cementificazione. Ricordo che in un caso Giorgio ricevette una querela, con una richiesta di risarcimento spropositato, a causa dei limiti che aveva imposto a un progetto di espansione edilizia: la vicenda giudiziaria si risolse con un nulla di fatto, ma mise Giorgio e Ketty in angustia per parecchio tempo.

Giorgio aveva una vera passione per le Garden Cities europee. Oltre a conoscere la letteratura sull’argomento, le aveva visitate con viaggi di studio quand’era borsista CNR allo IUAV. Immaginava insediamenti urbani in cui fossero mantenute aree agricole, costruiti parchi, salvaguardati i complessi di interesse storico e tutelati gli spazi di valore ambientale legati ai corsi d’acqua, ai boschi, ai prati e alle zone umide. Ma a differenza dei suoi maestri, non pensava a progetti di insediamenti da realizzare ex novo, bensì a una paziente opera di cucitura, quasi di rammendo, di valori storici e ambientali che avevano resistito alla speculazione edilizia. Giorgio aveva fiducia nell’attenzione ai dettagli; pensava che il compito degli urbanisti fosse quello di riparare ai danni che lo sviluppo urbano, e in parte essi stessi (Giorgio avrebbe parlato di controriforma urbanistica), avevano causato.

Il primo esempio che voglio ricordare riguarda l’impegno tenace che Giorgio dedicò per anni alla proposta e alla realizzazione di un parco fluviale, partendo dalla salvaguardia dell’area lungo i meandri del Marzenego poco prima di entrare a Mestre.

Il secondo esempio si riferisce alla raccolta della cartografia storica delle trasformazioni del fiume dal Settecento al 2014, realizzata nell’ambito del Contratto di fiume Marzenego, a cui storiAmestre aveva aderito; sempre in quell’ambito Giorgio collaborò con Mario Tonello a una mostra, perlopiù basata su carte, mappe e rilievi, esposta dapprima a Reggio Emilia (2015) e in seguito all’Iuav, a Mestre, a Noale e a Martellago, città toccate dal fiume. Non riesco a pensare a due studiosi più pignoli e minuziosi di Giorgio e di Mario: queste loro qualità fanno sì che la mostra offrisse, oltre a un’analisi accurata e circostanziata del corso del fiume, una serie di proposte di intervento puntuali e non generiche.

Nel 2003 Giorgio ebbe dal Comune di Venezia un incarico a titolo gratuito (l’aveva messa lui come condizione) per curare il progetto “Mestre Novecento”, in vista della costituzione di un museo che documentasse le trasformazioni sociali e urbanistiche a/di Mestre nel corso di un secolo. Giorgio mi chiese di affiancarlo. Lo fece durante un pranzo a casa sua, a cui lui e Ketty mi invitarono assieme a mia moglie Giannarosa. Non era facile dire di no a Giorgio, data la correttezza e il garbo che lo contraddistinguevano, ma, a causa dei miei impegni lavorativi di allora, sentii di non poter collaborare come avrei voluto, e rinunciai.

Nel nuovo incarico, che si svolse presso il centro culturale Candiani, Giorgio costituì un Laboratorio Mestre Novecento in cui, con la collaborazione di Claudio Zanlorenzi, raccolse e catalogò in un database digitale un’ingente mole di documenti e materiali; allestì la grande mostra Mestre Novecento. Il secolo breve della città (2007-2008), curandone il catalogo; fece vincolare dalla Sovrintendenza Archivistica l’archivio Fertimont di Porto Marghera, che rischiava la distruzione.

Giorgio credeva nella costituzione in uno spazio pubblico di un Laboratorio di ricerca e documentazione, aperto ad associazioni, scuole, studiosi, iniziative civiche. Il Comune lasciò morire l’esperienza, affidando lo spazio urbano che da sempre si pensava destinato al museo cittadino a una fondazione di origine bancaria (Fondazione di Venezia, ex Fondazione Cassa di Risparmio), che diede vita all’operazione, immobiliare e museale, di M9. Il database in cui era confluito il materiale raccolto da Giorgio divenne inaccessibile: dei tre PC in dotazione al Laboratorio si perse traccia, e in ogni caso non si trovava più la password. Anni dopo, chiusa definitivamente la vicenda, ritenendo necessaria una presa di posizione di storiAmestre, di cui allora ero presidente, chiesi a Giorgio un riepilogo dei fatti in un’assemblea associativa dedicata all’argomento. Giorgio concluse le sue osservazioni, che qui ho ripreso, con un tono desolato, affermando che “l’elemento principale” su cui discutere andava ricercato “nella linea culturale e nelle scelte comunali, anche nel rapporto tra pubblico e privato[2].

Nel 2018, chiedendoci come spesso facevamo, di chi fossero “le mani sulla città”, dissi a Giorgio che mi sarebbe piaciuto leggere una buona e documentata storia del Mose, o magari prima o poi scriverne una io, per cercare di capire il carattere consociativo – dalla Curia patriarcale alle istituzioni culturali – che caratterizza la realtà veneziana, com’era stato confermato dall’inchiesta giudiziaria sulla gestione dell’opera gestita dal Consorzio Venezia Nuova. In quell’occasione Giorgio mi fece avere una corposa rassegna stampa, rilegata in volume, del periodo in cui era stato senatore nel Gruppo Parlamentare Verdi-L’Ulivo (aprile 1996-aprile 2001). Nel biglietto che accompagna il volume, Giorgio mi scriveva che la prima battaglia sul Mose era avvenuta nel 1996, e si augurava che io trovassi in quelle pagine qualcosa di utile alla mia ricerca.

La rassegna stampa documenta l’impegno di Giorgio da senatore. Vedo per esempio che è stato lui il relatore del decreto sulla “mobilità sostenibile” che finanziava le piste ciclabili in Italia. A proposito del Mose, Giorgio fu tra quanti cercarono soluzioni alternative, denunciando l’illegittimità della concessione monopolistica del progetto e dei lavori a un concessionario unico [Consorzio Venezia Nuova], contestando la scelta di affidarsi all’ingegneria idraulica (precostituendo di fatto le tecniche da adottare), richiamando la necessità di assicurare il ricambio delle acque tra mare e laguna, e infine proponendo misure concrete, ed enormemente meno costose (innalzamento delle rive, apertura delle valli alle maree, lavori ai fondali delle bocche di porto), per contrastare le acque alte per i successivi venti-trent’anni, sulla base del principio di reversibilità delle opere, tanto più con la previsione, già allora ampiamente accettata, di un aumento del livello del mare Adriatico.

Nel 2021, ragionando sulla crisi dell’associazionismo in seguito alle trasformazioni (demografiche, sociali, lavorative) degli ultimi decenni e alla pandemia del Covid, storiAmestre avviò una discussione sul senso dell’esistenza di un’associazione di storia in un contesto in cui la storia, e i suoi metodi, hanno perso rilevanza nel discorso pubblico. Prendendo a esempio Urbanistica democratica, in cui i progetti d’intervento erano preceduti da una ricognizione storica, Giorgio pensava a un’associazione civica-ambientalista; a me sembrava urgente costruire uno spazio pubblico attraverso l’esercizio di uno sguardo critico e storiografico. Giorgio aveva a cuore interventi come quelli del Parco fluviale, io pensavo al futuro della storia, e della storia locale, che non può sottrarsi all’abbraccio del Principe solo per mettersi al servizio dei Comitati. La malattia, che ha segnato gli ultimi anni della vita di Giorgio, ci ha impedito di discuterne come eravamo abituati a fare[3].

Giorgio Sarto è morto il 2 agosto 2024 a Mestre, e a Mestre si sono tenuti i funerali; era nato a Cittadella il 2 aprile 1941, aveva fatto gli studi superiori a Bassano del Grappa. Se la città è una costruzione sociale, Giorgio ha contribuito molto alla formazione di una società civile a Mestre, concorrendo all’elaborazione di un immaginario urbano. Ci restano i suoi scritti e l’archivio, che si spera potrà essere conservato in un luogo pubblico. Tutte e tutti gli siamo debitori per il suo sguardo attento, il suo impegno generoso, il suo tratto garbato e gentile.

Nota. In apertura e nel testo particolari da Mestre infedele,quadro a olio di Gigio Brunello (1990).


[1] Giorgio Sarto, Storia dello sviluppo urbano, in storiAmestre-MCE, La città invisibile. Storie di Mestre, atti del Convegno (Mestre 25-27 marzo 1988), presentazione di Domenico Canciani, Arsenale, Venezia 1990, pp. 46-70; Id., Conoscenza storia e proposte di trasformazione della terraferma, in storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova dimensione, Portogruaro 1990, pp. 52-60.

[2] Riprendo i dati della vicenda e il giudizio di Giorgio Sarto dal verbale dell’assemblea di storiAmestre, 8 novembre 2019 (che conservo in copia). L’occasione per stilare un consuntivo dell’attività del Laboratorio Mestre Novecento e per ripensare il ruolo di un museo a Mestre era venuta, oltre che dalla conferma della perdita dei dati raccolti dal Laboratorio, da un concorso per Miss Venezia-M9, e dall’ospitalità data da M9 alle prefinali di Miss Italia, dal 26 al 28 agosto 2019 in https://www.metropolitano.it/miss-venezia-candidata-a-miss-italia/.

[3] L’intervento di Giorgio Sarto in https://storiamestre.it/2021/12/24/smuovere-mezzo-secolo-di-inerzia/.

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