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Filippo

Creare socialità

18/01/2025 Maria Sebastiano Valentina // Storie

Occupare un edificio abbandonato a Mestre. Collettivi e attività, arte e libri, freestyle rap. Pratiche e immaginario di un gruppo di ventenni nelle parole di tre giovani del Laboratorio Climatico Pandora.

Nota. Il 9 dicembre 2024 Altrochemestre ha intervistato Maria, Sebastiano e Valentina, del Laboratorio Climatico Pandora, nell’ex edificio adibito al CUP dell’ex ospedale di Mestre Umberto I. Abbandonato da parecchi anni, è occupato dal novembre 2021. Per un disguido dovuto allo scambio di whatsapp, l’intervista è cominciata con Maria e Valentina, Sebastiano è arrivato un po’ più tardi, quando Valentina doveva andare via. Ci siamo trovati in una stanzetta a pianterreno, mentre nella sala si svolgeva un’assemblea di ragazze e ragazzi perlopiù delle scuole superiori. Era una giornata fredda, nelle stanze non c’è riscaldamento; da quanto ci hanno detto, le due stufette elettriche nella sala più grande vengono accese in caso di eventi pubblici.

Acm Potete raccontare la storia di questo spazio occupato? Chi, con chi, come, dove, quando…

Maria e Valentina E perché.

Acm Giusto, e perché.

Valentina Io sono Valentina, faccio parte del Laboratorio climatico Pandora. Pandora nasce dall’esperienza di LoCo, Laboratorio Occupato Contemporaneo, collettivo nato con l’occupazione di uno stabile in via Piave, una ex Galleria d’arte contemporanea, dove adesso c’è il bistrot Grand Central, che nasceva a sua volta da una campagna alla quale noi abbiamo aderito, che è Occupy Degrado. Cosa fa Occupy Degrado? Cerca di smontare quella narrazione per cui il “degrado” di questa città sono le persone che stanno per strada, i luoghi da recuperare che secondo alcuni andrebbero buttati giù, le abitazioni date a persone straniere. Volevamo denunciare un modello di amministrazione che continua a esserci, sette anni dopo. L’occupazione di questo spazio usa infatti le stesse parole, assieme ad altre di nuove. Volevamo spostare il focus da quello che era indicato come il problema, che in realtà è la conseguenza di quello che invece è il problema, e cioè l’amministrazione che abbandona persone e luoghi lasciando le case sfitte o, come qui nell’area dell’ex Umberto I, lasciando padiglioni cadere a pezzi e che è più semplice buttare giù che ristrutturare per funzioni pubbliche; volevamo denunciare questa cosa e nello stesso tempo dare una prospettiva diversa: se il Comune non fa sì che questi posti si aprano e prendano vita, lo facciamo noi. È solo così che si può togliere il cosiddetto degrado, parola tra l’altro su cui noi di Pandora ci stiamo tuttora interrogando per il modo in cui viene usata in questa città, totalmente al di fuori della nostra concezione. Per tornare all’occupazione in via Piave, durò dal 2014 al 2018, e in quel periodo LoCo diventa la sede non solo del nostro collettivo ma anche del Coordinamento Studenti Medi, che ha sede oggi qui al Pandora.

Acm È lì che vi conoscete?

Valentina Ci conoscevamo già da prima, è stata un’esperienza vissuta assieme. LoCo nasce da studenti e studentesse del Coordinamento Studenti Medi o che l’avevano lasciato da poco avendo terminato le scuole superiori. Io ero ancora alle Medie, entro a far parte del LoCo nel 2016, là conosco tramite il Coordinamento studenti medi e il Collettivo della mia scuola, che era il Liceo Artistico del Marco Polo e nel quale c’era anche Sebastiano (che sta arrivando); io abitavo e abito tuttora alla Gazzera; gli studenti vengono dalle scuole superiori di Venezia e Mestre, ma anche da fuori, da Jesolo, dalla Riviera… anche da Castelfranco.

Maria Io sono arrivata alla fine del 2018, quando LoCo era già stato sgomberato, andavo ancora a scuola, frequentavo il coordinamento degli studenti, facevo il Tommaseo a Venezia, stavo a Venezia e a Marghera, e finite le superiori ho continuato a frequentare lo spazio del Collettivo, uno spazio in cui si parlasse di comunità e di cura collettiva e non di individualismo, di menefreghismo. Poi c’è stata l’occupazione qua, nel 2021. All’epoca ci chiamavamo ancora LoCo, ma quando è stato occupato questo posto abbiamo sentito il bisogno di dare un nuovo nome a questo posto e a noi. Noi siamo Pandora; il Coordinamento continua a occuparsi di temi legati alla scuola; a Pandora c’è gente che continua a studiare e altra che lavora. Siamo ventenni, tra i venti e trenta diciamo; le ragazze e i ragazzi che vedi oggi sono studenti delle superiori.

Acm Perché avete scelto questo spazio?

Maria Abbiamo scelto questo spazio, ex Cup dell’Ospedale Umberto I, perché assieme all’ex ospedale fa parte di questa maxi zona lasciata in abbandono. Per noi degrado è una parola che viene usata male, noi vogliamo usarla, però per noi il degrado è l’abbandono, l’abbandono delle spazio e delle persone; avere uno spazio in centro a Mestre completamente abbandonato e lasciato all’incuria, con i pannelli tutto attorno perché nessuno lo veda e che ogni tanto vengono giù e rimessi su alla bell’e meglio, per me questo è degrado… una persona che dorme per strada per me è degrado, ma lo è perché vuol dire che a nessuno frega niente che c’è una persona che rischia di morire di freddo; il degrado non è una persona un po’ sporca che vive in mezzo alla strada, quando potrebbe essere seduta nella sua casa con la sua famiglia, i suoi sogni e le sue aspirazioni…

Acm E così avete occupato.

Valentina Una mattina abbiamo trovato una porta aperta… siamo entrati e da allora siamo rimasti qua e non siamo più usciti; abbiamo dormito dentro un paio di settimane, poi abbiamo smesso di dormire dentro perché è dura, col freddo… la mattina dopo la prima notte siamo andati sotto il municipio di Mestre per chiedere un tavolo di lavoro e di discussione con l’amministrazione, che non ci ha mai parlato; dopo due giorni è arrivata una richiesta di sgombero formale, che non è mai stata attivata.

Maria E che rimane come una spada di Damocle sopra la testa di chi in questa città cerca di attivarsi… Una delle cose che ricordo con più calore del primo periodo dell’occupazione non è la temperatura… bensì i vicini che passavano, in quei giorni, visto anche il freddo che faceva qui dentro stavamo più che altro fuori per prendere un po’ di caldo e soprattutto per guardarci un po’ attorno, è stato bellissimo vedere come moltissimi vicini, anche persone in là con l’età, si fermassero e dicessero: “Che bello, questo posto è rimasto chiuso per dieci anni”… C’erano signore di una certa età che passavano davanti e ci dicevano: “Bravi fioi! Grazie!”. Il fatto che questo posto non rimanesse il buco nero di Mestre era davvero una necessità della gente che abita attorno… vedere una strada viva, vedere ragazze e ragazzi che fanno un’assemblea o dei graffiti… Da due anni ormai facciamo la Graffiti Jam, in cui abbiamo dipinto tutti i murales lungo la strada, ogni tanto quando siamo in grado di organizzarla chiamiamo un po’ di writers in giro per la città – gente che lo fa da anni o ragazzi che stanno iniziando adesso –, è bello dare la possibilità di fare questo tipo di iniziativa in città, al di là della bellezza di una strada decorata… Una persona passa per la strada e vede i writers che dipingono, un banchetto per prendere qualcosa da mangiare o da bere; ogni tanto mettiamo un palco e chiamiamo ragazzi a cantare… musica, socialità al di là della logica del denaro, noi non ci guadagniamo niente in termini economici, sia chiaro, e non è quello l’obiettivo per altro; è bello avere un posto in città in cui non serve pagare un euro per il caffè o i tre euro per lo spritz per sentire musica, vederci e fare quattro ciàcole…

Maria. In tre anni abbiamo fatto un sacco di cose, le due iniziative di Graffiti Jam, ogni anno la Festa dell’arte, organizzata soprattutto dal Coordinamento Studenti Medi, due anni fa si chiamava Le mostre della laguna, l’ultima si chiama RestArt, facciamo iniziative legate alla vita e alla socialità di quartiere, facciamo azioni di rivendicazione e di denuncia in città…

Valentina Oggi ci troviamo per organizzarci per una prima uscita, abbiamo raccolto generi di prima necessità per le persone senza fissa dimora, alcune e alcuni di noi usciranno in strada, sempre come cittadine e cittadini, a portare bevande calde, coperte alle persone che dormono per strada; è una cosa che noi non abbiamo mai fatto, abbiamo preso contatto con persone che l’avevano già fatta negli anni passati con la cooperativa Caracol a Marghera nei primi anni duemila con il progetto “piano freddo”.

A questo punto, come ci aveva preavvisato, Valentina deve lasciarci, e arriva Sebastiano; l’intervista perciò continua con Sebastiano e con Maria.

Sebastiano Maria e Valentina avranno raccontato come nasce questa occupazione… Fin dall’inizio questo è stato un posto in cui trovarci, sentivamo la necessità di avere una casa, di poter stare assieme in un luogo che non fosse il bar dove dover consumare per rimanere, un posto anche di cui prenderci cura. In un periodo in cui non sapevamo dove andare ci trovavamo nella corte interna dell’M9, ci hanno fatto storie che se ci trovavamo là per le assemblee dovevamo pagare un affitto, dicevano “questo spazio è aperto perché è zona di passaggio, però non ci si può stare”, e noi dicevamo: “siamo gli unici trenta ragazzi giovani che vedete passare qua davanti e gli volete chiedere l’affitto?”, la corte interna all’M9 è comoda perché è coperta, trovarci al parco si può ma sei sempre con un punto di domanda se piove eccetera… dopodiché è stato occupato qua. C’era stato un tentativo di occupazione nel 2018, ma all’epoca dopo sedici ore era già arrivata la polizia per lo sgombero. Avevamo trovato una sede in affitto in riviera XX settembre qui vicino, ma la spesa era insostenibile, noi non abbiamo introiti; poi c’è stata la pausa della pandemia, e nel 2021 abbiamo riavuto la possibilità di incontrarci e di parlarci, avevamo sempre pensato a riaprire spazi abbandonati, creare spazi in cui stare assieme, creare idee.

Acm Il nome Pandora?

Maria Un pianeta ribelle…

Sebastiano C’è un richiamo al vaso di Pandora sul cui fondo sta la speranza… Ma c’è un film recente, Avatar, in cui esplorazioni planetarie scoprono un pianeta pieno di minerali rari, vengono mandati battaglioni per estrarre questo materiale e portarlo sulla Terra, ma la popolazione locale, che vive a contatto con la natura, si difende. Questo pianeta si chiama Pandora.

Acm Cose fatte in questi anni?

Sebastiano Proprio stasera abbiamo il nostro appuntamento settimanale, da un anno e mezzo ogni lunedì c’è un gruppo di ragazze e ragazzi che si trova a cantare, è una forma di canto legato al mondo del rap (freestyle rap), si tratta di una improvvisazione di rime sfidandosi uno contro l’altro; siamo partiti in venti “alle piramidi” al parco della Bissuola, e infatti si chiama Piramidi freestyle cypher, e un po’ alla volta tra persone che si sfidano a rime e persone che si godono il contesto della situazione, siamo arrivati a 100, 150 persone. Tutti i lunedì sera questi ragazzi e ragazze si trovavano al parco della Bissuola, naturalmente durante l’inverno non era possibile, e allora noi ci siamo messi a disposizione del progetto, un po’ perché quella è la musica che ascoltiamo, un po’ perché il Graffiti Jam è legato al mondo del rap, dell’hip hop, della break dance, dello scratching (mettere su musica con il vinile), questo è il contesto in cui siamo cresciuti e cresciute tutti e tutte. L’idea è un po’ quella dell’allenamento: ci sono le battles, che sono gli eventi veri e propri in cui ci si sfida in cui uno vince, ce ne sono quasi tutti i week end in giro per l’Italia, e poi ci sono appuntamenti settimanali, come un ritrovo, anche se c’è sempre un po’ di agonismo, però si buttano anche persone che non l’hanno mai fatto, la differenza è come tra allenamento e partita nello sport… Ci sono molte modalità, puoi aver un minuto a disposizione, oppure devi adottare un quattro quarti o un tre quarti, in altri casi una giuria detta un argomento o una situazione… insomma noi li ospitiamo ogni lunedì alle nove di sera: sono della nostra età grosso modo, dai 20 ai 25 anni. In questo modo via Antonio da Mestre, abbandonata da anni, ha una luce in più, possiamo dire.

Maria C’è la battle in cui uno vince, ed è una sfida, e poi c’è il cypher, dove si mettono in cerchio, ed è un allenamento, uno dopo l’altro si esercitano.

Acm In che lingua si svolge questo allenamento?

Sebastiano In italiano, poi c’è chi viene dal Sud America e mescola lo spagnolo per esempio.

Acm Maschi…

Sebastiano Soprattutto maschi. E spesso anche con un linguaggio maschilista, solo da un po’ si stanno aprendo spazi per qualche ragazza, con tutta le difficoltà del caso perché il rap, come del resto la società più in generale, è maschilista.

Acm Ci sono tensioni?

Maria Sì, però fanno parte del gioco secondo me, all’interno di Pandora è uno di quei momenti in cui emergono di più le contraddizioni… anche se ci sono espressioni che non condivido perché si rifanno al patriarcato e alla violenza di genere ciò non toglie che non sia una forma d’arte molto bella. A dire il vero io il rap non lo ascolto neanche tanto ma penso che sia bello contaminarsi a vicenda, non so come dire… mi piace vedere le ragazze e i ragazzi che lo ascoltano, che lo fanno, che cantano… Loro conoscono Pandora, si guardano attorno, e noi facciamo la stessa cosa con loro; il punto è discutere e cercare di ridurre le distanze.

Sebastiano Sono cose che esisterebbero lo stesso, se possiamo ospitare e aiutare è comunque una forma di vita in città; soprattutto per quanto riguarda il patriarcato e il machismo, che sono cose che permeano la società… la cultura hip hop è intrisa di questo linguaggio… Importante, credo, che facciano questo tipo di eventi in un contesto come Pandora che cerca di andare oltre quello che è stato fino ad adesso, e di porre domande; noi diciamo: la cultura hip hop fino adesso è stata così, a parte che ci sono molti esempi di una cultura hip hop diversa, ma creare momenti di incontro tra questi mondi ci dà la possibilità di parlare di queste tematiche, se ci chiudessimo convinti di avere la verità in tasca, saremmo in tre ad avere la verità in tasca.

Acm Altri gruppi con cui collaborate?

Sebastiano Abbiamo fatto incontri con Giuristi democratici, con il gruppo No inceneritore (a cui aderiamo), abbiamo ospitato l’Anpi, presentazioni di libri (sono venuti per esempio Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin a presentare La tigre e i gelidi mostri), abbiamo dato una mano alle mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese, ci mobilitiamo sulla questione transfemminista e contro il patriarcato; forse la realtà con cui abbiamo collaborato di più negli ultimi anni è la rete Riprendiamoci la città, a cui aderiscono molte associazioni cittadine, lo facciamo fin dalla prima grande manifestazione che abbiamo fatto e che si chiamava appunto Riprendiamoci la città, cerchiamo di promuovere una discussione pubblica… La cosa che a me piace di più è mescolare, cerchiamo di non lavorare a compartimenti stagni… Siamo consapevoli che il primo grande nemico contro cui lottiamo è l’individualismo con cui cresciamo.

Maria Noi siamo dei giovani che abitano in città, ventenni, dai sedici-diciassette anni… vogliamo vivere in una città che ci piace, le iniziative che a cui diamo vita – manifestazione corteo presidio assemblea – servono appunto a questo.

Sebastiano RestArt è un momento in cui le ragazze e i ragazzi delle scuole possono esprimersi, dalla musica alla fotografia, arte, disegni, danza, lo facciamo agli inizi dell’estate: è stata pensata come una giornata contro la guerra, senza pretesa di fermare la guerra una pratica come questa è uno dei tanti modi per seminare anticorpi alla guerra, la socialità che proviamo a costruire anche in un piccolo evento come quello fa da anticorpo alla guerra…

Acm Vi definireste un gruppo cittadino?

Sebastiano La questione cittadina per noi è fondamentale, penso all’occupazione degli spazi abbandonati, alla creazione di spazi in città per i giovani e non solo, facciamo attenzione alle dinamiche che avvengono in città e agire di conseguenza, lo facciamo anche quando parliamo del clima ma non in astratto, parliamo dell’inceneritore; se parliamo di transfemminismo non parliamo in generale, ma del fatto che ci vorrebbero più consultori sul territorio, o che il Comune potrebbe organizzare degli approfondimenti contro la violenza di genere invece che ospitare Adinolfi al Candiani…[1]. All’interno del tessuto cittadino ci uniamo spesso a iniziative promosse dal centro sociale Rivolta, che pensiamo essere un luogo importante per la città tutta.

Maria Un’iniziativa che abbiamo fatto è il muro di domande che abbiamo realizzato tra Coin e piazzale Cialdini; dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin[2] abbiamo organizzato una serie di assemblee e un grande corteo. Eravamo piene di rabbia e avevamo bisogno di fare qualcosa, di lasciare un segno in città, abbiamo elaborato assieme una serie di domande e le abbiamo scritte su di un muro.

Sebastiano La questione sicurezza è molto sentita in città, perché è reale; la questione vera è come affrontarla, se la si vuole risolvere dicendo “triplichiamo la polizia”, sono i poliziotti stessi a dire non avremo mai personale per coprire ogni angolo, ogni strada; quello che manca è la prevenzione, e soprattutto bisogna smettere di trasformare questioni sociali in questioni di ordine pubblico, smettere di trattare la povertà, la tossicodipendenza e l’immigrazione come problemi di ordine pubblico e non realtà da affrontare con politiche sociali, dai finanziamenti ai servizi a interventi urbani. Per esempio uno spazio abbandonato come questo può rivivere.

Acm Avete qualcosa di cui non abbiamo parlato e che ci tenete venga conosciuta?

Sebastiano Avrete già parlato, credo, della morte di Jack[3]… Jack faceva parte di Pandora, per noi il suo omicidio ha confermato i temi che già proponevamo: da subito ci siamo mobilitati perché non fosse strumentalizzato per spargere altro odio, ma invece ribadire la nostra posizione e le nostre richieste, da un lato nei confronti del Comune per le cose che non fa in termini di riqualificazione urbana e di politiche sociali e di servizi, e da un altro lato perché la cittadinanza si riappropri della città, perché la città sia più viva. La rete di Riprendiamoci la città, il fatto di stare in strada e conoscere la città ha anche questo come obiettivo: provare un modo diverso di vivere la città, basato su partecipazione e solidarietà.

Maria Due giorni dopo l’omicidio di Jack, il sindaco Brugnaro, a proposito della persona che aveva accoltellato Jack ha detto: secondo voi, una persona che si è comportata così merita l’aiuto dei servizi? A me questa cosa è rimasta qua, e ho bisogno di dirlo, di dire che un sindaco non può amministrare una città facendo vedere quante sono cattive determinate persone e quanto sono buone tutte le altre.

Sebastiano Sì, quello che abbiamo cercato di fare dopo l’omicidio di Jack è guardare al fenomeno sociale e non al caso singolo, e porci il problema di come, al posto di continuare a marginalizzare e di escludere, mettere in atto progetti e servizi che portino le persone ad avere la possibilità di vivere dignitosamente.

Maria Se sono le persone in strada e le persone marginalizzate il problema, allora è già una sconfitta; se la soluzione sono militari con il mitra in strada, è una sconfitta, non è una soluzione nei confronti di gente che non ha casa, ha problemi di tossicodipendenza, non ha un lavoro sicuro o non ha una rete sociale di appoggio. Il fatto che la morte di Jack abbia avuto tutta questa risonanza deriva dal fatto che Jack aveva una rete di persone che lo conoscevano e che gli volevano bene. Ma la maggior parte delle persone che vengono accoltellate e muoiono in strada non hanno nessuno che li aspettava a casa alla sera.

Sebastiano Tre giorni dopo la morte di Jack, a Mestre è morto un ragazzo di trent’anni, non si capisce, tra suicidio, overdose In una capitale di morti per eroina com’è Mestre, di vite sacrificate a un modello sbagliato di gestione di un problema sociale, un modello che non funziona e non funziona da anni, ce ne sono state e ce ne sono tante; gli sforzi che stiamo facendo sono per distruggere un tipo di narrazione che promuove la guerra tra poveri invece di chiedersi quale risposta collettiva si possa dare; chi amministra una città ha una responsabilità e tutta una serie di strumenti per intervenire, ma ovviamente è molto più facile scaricare la colpa su qualcuno o indicare come soluzione la repressione, la criminalizzazione di alcuni fenomeni. In generale la militarizzazione, il proibizionismo, che come sappiamo per esperienza non offrono soluzioni: aiutare chi sta peggio significa insomma creare un contesto sociale che aiuta tutta la città. Questo è l’unico modo concreto per affrontare la situazione.

Acm Iniziative in cantiere?

Sebastiano. Lunedì prossimo siamo molto contenti di ospitare la presentazione del libro Palude Venezia[4] con alcuni giornalisti de La Nuova Venezia, e poi stiamo pensando a una iniziativa per scambiarci gli auguri per le feste, tra di noi e con il vicinato, musica, vin brulé… E poi ogni settimana, il giovedì abbiamo l’assemblea.

Maria. Nella prossima assemblea parleremo del progetto di raccolta di cui parlava Valentina, per il progetto Riprendiamoci la notte, e cioè per la distribuzione di coperte, tè caldo, caffè a chi vive in strada; stiamo facendo un volantinaggio al mercato, ci sono molti centri di raccolta in tutta la città.


Nota. Tutte le immagini sono di Laboratorio Climatico Pandora, che ringraziamo per la disponibilità.

[1] Il 3 febbraio 2023 Mario Adinolfi presentò al Centro culturale Candiani a Mestre il suo libro Contro l’aborto. Con le 17 regole per vivere felici, youcanprint, Lecce 2023; Pandora partecipò alle proteste.

[2] L’uccisione di Giulia Cecchettin (2001-2023), studentessa all’Università di Padova, a opera dell’ex fidanzato ha dato vita a un vasto cordoglio e a molte manifestazioni contro il femminicidio.

[3] Giacomo “Jack” Gobbato, giovane uomo di 26 anni, fu ucciso con una coltellata mentre con Sebastiano cercava di difendere una donna da una rapina, a Mestre il 20 settembre 2024. Rimandiamo anche al reportage di Marco De Vidi, per la rivista “Internazionale”, pubblicato online il 1 ottobre 2024.

[4] Palude Venezia. Tangenti, interessi e affari: l’inchiesta che travolge la Serenissima negli atti d’accusa, a cura di Paolo Cagnan, Luca Traini, Nord Est Multimedia, Venezia 2024.

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Il futuro dall’interno del MOSE

12/01/2025 Holden Turner // Storiografia

Un giovane ricercatore in Environmental Humanities spiega come l’esistenza del MOSE (il sistema di dighe mobili costruito per proteggere Venezia e la laguna dall’“acqua alta”) disciplini la relazione tra città, laguna e mare, e strutturi rapporti sociali, le gerarchie di interessi e il modo di immaginare il futuro. Una diga, destinata a essere un giorno abbandonata, impone un paradigma di salvaguardia di un patrimonio che impedisce agli abitanti di pensare alternative.

1. I protocolli del MOSE

Un ingegnere all’Arsenale Nord mi dice che lavorare con il MOSE significa prendere decisioni. Chi lavora al MOSE usa una serie di protocolli per identificare e organizzare gli eventi di acqua alta[1]. A partire da oltre una settimana in anticipo su ogni evento, questi protocolli regolano il modo in cui i tecnici dovranno reagire alle condizioni meteorologiche. Da essi scaturisce la decisione di attivare o meno il MOSE. Se si decide di struccare il botón, di premere il pulsante, il protocollo lascia la possibilità di una serrata comunicazione tra le squadre di previsione meteorologica e le squadre di attivazione, che decidono quando attivarsi, quali barriere devono essere alzate e per quanto tempo devono rimanere alzate. A causa di questi protocolli, l’ambito di lavoro del MOSE è permeato da un “conto alla rovescia”: un’anticipazione costante degli eventi all’orizzonte.

Un evento viene previsto con un anticipo di dieci giorni rispetto al momento in cui si manifesterà a Venezia. Le squadre dell’Arsenale Nord esaminano i loro modelli e identificano i periodi di avvicinamento in cui l’acqua potrebbe salire oltre i 100 cm sopra il livello locale del mare. Attualmente, il MOSE viene attivato per qualsiasi evento superiore a 110 cm, e teoricamente non al di sotto di questa soglia (anche se ci sono già delle eccezioni). Tuttavia, l’incertezza meteorologica ha portato gli ingegneri a inserire un margine di errore di 10 cm in tutte le previsioni. Cioè, se la previsione è di 100 cm ma poi i venti cambiano all’ultimo minuto e l’acqua raggiunge i 110 cm a Venezia, il sistema MOSE sarà comunque pronto. Ogni singolo periodo di acqua alta al di sopra della quota stabilita dallo Stato riceve un numero: il primo della stagione sarà 001, il secondo 002 e così via. In questo modo, i protocolli di previsione prendono un fenomeno fluido – il ciclo delle maree guidato dalle condizioni meteorologiche – e isolano alcuni periodi in cui è particolarmente significativo.

La suddivisione del tempo lineare in eventi acquatici crea un evento politico equivalente ma distinto. A un certo punto, molte realtà distinte vengono riunite in un’azione coordinata intorno a questo periodo di alta marea. Al T-48, ovvero quarantotto ore prima dell’evento, i tecnici verificano i dati meteorologici con il Centro Marea ed eseguono una simulazione su modello per decidere i tempi ideali per alzare e abbassare le barriere. Informano la Capitaneria di Porto che le bocche saranno chiuse. Si coordinano anche con il porto di Chioggia per avvisare i pescatori di rientrare prima della chiusura e contattano via radio i servizi di emergenza. “È una comunicazione costante,” mi dice un operatore coinvolto in questo processo. Al T-9, nove ore dall’evento, le squadre del MOSE dislocate alle bocche di porto ricevono la conferma finale che eseguiranno il processo di attivazione. Molti di loro sono dipendenti “normali” ma poi, come descrive una sindacalista, “entrano in una cabina telefonica per cambiarsi, indossano un nuovo costume” quando sono chiamati ad alzare le barriere. Si sistemano ed eseguono test per assicurarsi che il sistema funzioni.

Al T-9, le previsioni sono sempre più certe ma, in effetti, i falsi allarmi sono stati piuttosto comuni nei primi anni di funzionamento del sistema. Una volta mi è stato mostrato un rapporto di venti eventi di acqua alta durante la stagione 2023-2024, e circa la metà di essi erano evidenziati in rosso per falso allarme. In quel caso, il team di previsione si confronta con il triangolo decisionale (commissario del Consorzio Venezia Nuova [CVN], sovrintendente della città e commissario del MOSE) e poi dice alle squadre di andare a casa. Questo è frustrante per i lavoratori che si sono preparati per l’evento. Uno di loro sorride, ricordando “le parolacce, le maledizioni tra le squadre” quando è stato dichiarato un falso allarme al T-2. Il periodo che precede l’evento di attivazione mette in allarme e crea una certa tensione tra coloro che leggono il meteo e coloro che gestiscono il sistema.

Infine, al T-0, c’è una decisione finale coordinata tra i tre commissari, le squadre di previsione e la sala di controllo centrale di Lido-Treporti per attivare il MOSE. “Quando si è sicura che è l’ora giusta, la quota giusta, per sollevare”, si invia un segnale a tutte e tre le squadre di attivazione per alzare le barriere, mi dice una tecnica. I pannelli gialli si alzano nel giro di trenta-quaranta minuti, e poi le squadre continuano a monitorare la situazione fisica: il vento nell’Adriatico, i livelli dell’acqua nella laguna. “Anche durante il MOSE – mi dice –, quando il MOSE è chiuso, si comunica ogni ora, dicendo che guarda ancora ancora ancora ancora, e poi tra un’ora noi tiriamo giù, poi vi diciamo che tutte le paratoie sono zavorrate al fondo, e poi ricomincia il flusso attraverso le bocche”.

Da questi protocolli di conto alla rovescia traggo due insegnamenti. Primo: il sistema si basa fondamentalmente su decisioni umane. Chiedo a un ingegnere se il sistema possa mai essere automatizzato, e lui mi risponde di no. È stato provato altrove, ma c’era sempre il timore che si chiudesse su una nave o altro. Il MOSE non funzionerà mai “senza la testa d’uomo”, mi dice. I protocolli di conto alla rovescia sono fatti per essere flessibili, non algoritmici. Richiedono un’intensa conoscenza non solo di come leggere i modelli meteorologici, ma anche di come negoziare tra i diversi attori umani locali che dipendono dal passaggio tra la laguna e il mare. Inoltre, tutti coloro che lavorano al MOSE sono ben consapevoli che l’intero sistema lagunare soffre se le barriere vengono alzate troppo a lungo.

In secondo luogo, i protocolli di conto alla rovescia concentrano le risorse su eventi puntuali e circoscritti. Si tratta di una disposizione decisiva per la vita quotidiana a Venezia: operai specializzati sono posizionati in modo da impedire con precisione e accuratezza che la laguna si innalzi oltre i 110 cm sopra il dato locale, anche con il tempo più burrascoso. Tuttavia, questa focalizzazione temporale trasmette un particolare rapporto di difesa dall’acqua. L’uso di tecnologie di previsione e di scenario per identificare, prepararsi e organizzarsi intorno a un evento puntuale abitua gli operatori del MOSE, e i residenti che ricevono i loro avvisi via SMS, a vedere l’alta marea come una minaccia eventuale che deve essere anticipata e disinnescata di routine. In questo senso, non è molto diverso da come molte narrazioni inquadrano il cambiamento climatico come una “catastrofe a venire”[2]. In effetti, le forze armate degli Stati di tutto il mondo sono molto concentrate sul cambiamento climatico e lavorano per anticipare gli eventi che potrebbero minacciare lo status quo della società. Anche gli attivisti per il clima spesso inquadrano il futuro come una sorta di conto alla rovescia verso un evento apocalittico.

I protocolli di conto alla rovescia del MOSE prestano troppa poca attenzione agli altri ritmi del tempo implicati nel più ampio sistema lagunare. Per esempio, le barene accumulano la maggior parte dei loro nuovi sedimenti durante i periodi di mareggiata, e quindi gli eventi di chiusura limitano la loro capacità di tenere il passo con l’aumento del livello del mare[3]. I protocolli riducono invece i cambiamenti di marea a lungo termine a una serie di eventi quantificati e quantificabili che possono essere gestiti a beneficio di alcuni attori sociali secondo una logica neo-insulare. Al momento dell’evento-attivazione, il MOSE stabilisce infatti il tempo (cioè orario, meteo e ritmo) per tutte le altre realtà lagunari.

Osservo dunque che il MOSE non si rivolge tanto ai suoi partner intra-lagunari, quanto piuttosto li scavalca, in parte perché i protocolli di conto alla rovescia sono per lo più impostati per vedere il quadro a breve termine piuttosto che a lungo termine. Riorientare le operazioni su un orizzonte temporale più lungo, come alcuni operatori del MOSE già cercano di fare, potrebbe aumentare le possibilità di rispondere all’acqua alta con buone relazioni con la laguna.

Intermezzo. Due testimonianze

Dirigente sindacale. Via Ca’ Marcello, Mestre. Dicembre 2023.

“Quello che il MOSE rappresenta per noi è un problema per le attività portuali. A Marghera ci sono molte aziende che ricevono i loro materiali dal mare. Non solo petrolio, ma anche grano per i mulini, sabbia per la lavorazione del vetro, ecc. Quando il MOSE sale, come in quella situazione eccezionale di ottobre, allora gli imprenditori aspettano che le loro merci arrivino. E quando ci sono finestre aperte per far passare i trafficidal Canale dei Petroli, le navi da crociera vanno per prime (trasportano un ‘carico’ più rischioso delle altre) e gli imprenditori restano in attesa. Se ci vuole troppo tempo e se continua così, allora si dice: chiudiamo questa fabbrica e la apriamo altrove. Ma non c’è solo il MOSE, i problemi più grandi sono il cambiamento climatico e l’innalzamento del livello del mare…”.

Ingegnere del sistema MOSE. Arsenale Nord, Venezia. Febbraio 2024.

“Posso dirti una cosa personale che ho condiviso anche con [gli altri ingegneri], ogni tanto parliamo di queste cose qua: che gli ultimi due anni abbiamo percepito questo cambiamento proprio fisicamente, no? E non per aver letto sulla carta analisi di chissà chi, fatte chissà dove – è evidente che le quote si stanno alzando. Magari sono degli anni straordinari, non si sa se continuerà in maniera così incrementale oppure no, però negli ultimi due anni ci siamo accorti che… te ne accorgi proprio fisicamente, sulle analisi è un po’ difficile perché cambia un punto decimale, non te ne accorgi col passare del tempo… Abbiamo notato questo impatto… lo vedi, lo si vede, a occhio nudo, ecco, senza microscopio elettronico”.

Nota. Come ricercatore, devo aggiungere che è da tempo che gli scienziati indipendenti sono arrivati a un consenso all’impatto delle barriere mobili sul sistema lagunare. Per esempio: “La variazione locale delle velocità residue e istantanee della corrente è una conseguenza diretta delle nuove strutture alle bocche di porto e delle loro nuove profondità grazie al progetto MOSE”, scrivono Michol Ghezzo e colleghi (Michol Ghezzo, Stefano Guerzoni, Andrea Cucco, Georg Umgiesser, Changes in Venice Lagoon Dynamics Due to Construction of Mobile Barriers, in “Coastal Engineering”, 57 (7), 2010, pp. 694-708). Le maree più forti portano a una “allarmante accelerazione dell’erosione” e di conseguenza la laguna si sta “appiattendo”, riferisce un team guidato da Alessandro Sarretta nel 2009 (A. Sarretta, S. Pillon, E. Molinaroli, S. Guerzoni, G. Fontolan, Sediment Budget in the Lagoon of Venice, Italy, in “Continental Shelf Research”, 30 (8), 2010, pp. 934-949). Utilizzando rilievi del fondale lagunare risalenti al 1930, mostrano che la laguna sta diventando progressivamente più profonda e quindi “ad alta energia e più aperta”. Sorprende però che un ingegnere affermi che si riesce a osservare non solo l’impatto del MOSE ma anche l’innalzamento del mare “a occhio nudo” nel giro di pochi anni. Probabilmente vuol dire un’accelerazione del cambiamento lagunare, con tutte le conseguenze che nota il sindacalista.

2. Il MOSE come patrimonio

Al termine della conversazione con ogni operatore del MOSE, pongo una domanda aperta: quali altre preoccupazioni Lei ha per il futuro della laguna? Quasi all’unanimità rispondono che il problema principale di Venezia sarà l’innalzamento del livello del mare. Citano i progetti proposti: muri, idrovore, il porto offshore. Ma forse perché chiedo in termini vaghi, non ricevo mai una visione chiara di ciò che potrebbe succedere alla fine della storia del MOSE, lasciandomi l’impressione che il suo destino non sia ancora preso in considerazione. Sembra che il progetto di protezione di Venezia dall’acqua alta sia oggi in atto con la speranza che vada avanti abbastanza a lungo da non costringere nessuno di quelli che ci stanno lavorando a immaginare cosa succederà dopo. Nel frattempo, tutta l’attenzione è rivolta a far funzionare il MOSE a pieno regime.

In altri momenti delle nostre chiacchierate, però, sento che i lavoratori immaginano cosa sarebbe successo al MOSE se non ci fosse stato alcuno sforzo per mantenerlo in funzione. Un ingegnere mi fa notare che se l’Autorità per la laguna continua a ritardare, “dopo l’azione di salvaguardia. a un certo punto sarà un MOSE abbandonato, sotto acqua, perché nessuno saprà più alzarlo”. Il suo tono cupo mi evoca un’immagine del tutto opposta a quella dei luccicanti materiali promozionali del MOSE: penso a edifici di cemento fatiscenti e a pannelli gialli sbiaditi che vengono gradualmente coperti dai sedimenti lagunari, in attesa di essere ritrovati da futuri archeologi. Era questo che sarebbe successo se l’intero progetto di “salvare Venezia” si fosse fermato? Prima o poi, penso, sicuramente gli sforzi si affievoliranno e lasceranno il MOSE al mare.

Come un’infrastruttura che protegge altri pezzi di infrastruttura, il MOSE mette in atto una pratica di conservazione, una relazione di protezione verso il centro storico e le sue aree periferiche che restringe altre relazioni possibili. “La conservazione è l’opposto della trasformazione”, scrivono gli architetti Sevince Bayrak e Oral Göktas. “Il desiderio principale alla base dell’atto di conservazione è riportare l’Eroe ai suoi giorni di gloria, rispettare l’originale e l’autentico e non aggiungervi mai nulla”[4]. Forse Venezia è l’oggetto prezioso di una storia che ha come eroe il MOSE. L’unico modo per sostenere questa disposizione eroica è mantenere a tutti i costi il sistema di barriere, “recuperando questo momento di completezza e unità” nell’istante del suo completamento, altrimenti tutto è perduto, scrive DeSilvey[5]. Gli ingegneri con cui parlo lasciano intendere che se le barriere contro le mareggiate cadono in rovina, lo stesso vale per Venezia.

La città di Venezia è un sito del patrimonio mondiale dell’UNESCO, ma fattori quali l’eccessivo turismo, lo spopolamento e l’innalzamento del livello del mare hanno spinto l’organizzazione a considerare la possibilità di rimuoverla dalla lista, il che avrebbe ampie implicazioni per il suo riconoscimento come un prezioso complesso materiale meritevole di finanziamenti per la conservazione. In un editoriale della rivista Fortune Italia, Giorgia Meloni ha fatto intendere che “proteggere Venezia” attraverso il MOSE è stata una parte fondamentale di come “siamo riusciti a sventare” la “manovra anti-italiana”. Conclude con nazionalismo: “Senza veneziani non esiste Venezia. E senza Venezia non esiste l’Italia”[6]. Il MOSE è diventato un’ancora per il patrimonio nazionale. Meloni stabilisce l’identità di una popolazione unita contro il degrado e l’infiltrazione di forze esterne, tutto in linea con il conservatorismo che avviene a livello nazionale. Venezia come patrimonio conservato è iscritta come bene statale che si può contemplare da lontano ma non toccare o trasformare.

Pur essendo un nuovo arrivato nel complesso materiale della laguna, il MOSE stesso è un pezzo di patrimonio che continuerà a servire come un’ancora mnemonica per la comunità veneziana anche in futuro. Cosa rappresenterà esattamente è ancora oggetto di discussione e può dipendere dalla scala temporale che si considera. In un’ottica ventennale, il MOSE potrebbe essere ancora parte del meccanismo di protezione della città. La mia generazione potrebbe trovarsi invece a dover mantenere e a curare la storia dei grandi interventi tecnologici avviati negli anni Ottanta, e quindi questa infrastruttura potrebbe apparire come parte di un tessuto urbano che non si è mai adattato all’ambiente, ma vi resiste sempre.

Su una scala temporale di cento anni, tuttavia, la storia eroica del MOSE si interrompe. Poiché non si può continuare a chiudere la laguna a tutte le alte maree senza cambiare l’intero paesaggio acquatico regionale, le esigenze di adattamento cambiano[7]. Il MOSE diventa “non più un eroe, ma una struttura ordinaria in attesa di essere riscoperta”, scrivono Bayrak e Göktas[8]. È qui che le pratiche del patrimonio potrebbero dover cambiare. Se, tuttavia, prevale il paradigma della conservazione, il MOSE potrebbe essere semplicemente abbandonato o demolito in favore del prossimo progetto di stabilizzazione. Pochi vogliono vedere Venezia continuamente allagata: come altri grandi siti patrimonio dell’umanità ricchi di significato, “il suo disfacimento minaccia di disfare anche le nostre identità”[9]. Gli ingegneri che immaginano un MOSE corroso e non funzionante richiamano l’idea di fallimento, sconfitta e perdita. Ma anche questo immaginario è bloccato all’interno di un insieme ristretto di relazioni nell’ecologia morale delle infrastrutture. Come immaginare allora il MOSE in modo diverso, né come eroe nei suoi giorni di gloria né come eroe fallito?

Voglio suggerire che le pratiche di patrimonializzazione che si intrecciano con la trasformazione – in particolare con i processi di entropia e decadimento – possono riorientare il MOSE verso relazioni lagunari basate sulla cura. Pianificare adesso la fine della vita del MOSE apre la possibilità di creare disposizioni materiali che vadano oltre l’aggrapparsi a un sistema di conservazione che richiede sforzi e risorse estreme. Guardando alla scala millenaria di Venezia, il paradigma della conservazione si rivela come una memoria altamente selettiva dell’abitato passato, che solo alla fine del XIX secolo si è concentrata sulla conservazione degli artefatti e sul ripristino delle strutture del passato in uno stato congelato. Una pratica trasformativa del patrimonio, sostiene DeSilvey, è orientata verso l’orizzonte, chiedendosi che cosa il patrimonio materiale possa davvero fare per il futuro[10].

Se il MOSE è un sito di potenziale rielaborazione delle future relazioni lagunari secondo pratiche di trasformazione del patrimonio, allora noi residenti lagunari possiamo imparare da altri casi e narrazioni per prevedere ciò che del suo attuale stato storico può essere utile in futuro. In effetti, il progetto Amphibia di tre studenti dello IUAV tenta già di farlo attraverso una lente utopica. Imparando dagli ecologisti e dagli attivisti ambientali, suggeriscono che il modo migliore per rielaborare il MOSE è quello di seppellirlo: gli operai della laguna “posero le macerie sul fondale marino per rendere meno profonde le bocche di porto, per coprire il loro rigido e obsoleto sistema di protezione”, dice il narratore[11]. In termini di patrimonio materiale, la loro visione rappresenta un notevole passo in avanti rispetto al cupo futuro che gli operatori del MOSE avevano lasciato intendere. Amphibia mostra una comunità che si allontana da un progetto traumatico, cercando di guarire e andare avanti. Il progetto viene seppellito, mettendolo simbolicamente a riposo e contribuendo al contempo a spostare l’ecosistema lagunare verso uno stato deindustrializzato e più estuariale. Nelle parole di uno dei suoi creatori, questa soluzioneincoraggerebbe i residenti a “riscoprire le particolari modalità di vita e di lavoro della laguna”[12].

Qualsiasi movimento che si allontani dalla mentalità della conservazione richiede che i soggetti interessati si impegnino nella manutenzione di legami con qualcosa che sta cambiando. Non sarà dunque utile continuare a fare affidamento sul MOSE. Bisogna formulare altri protocolli che prevedano altri modi di vivere con le acque.

L’attuale dipendenza di Venezia dal MOSE significa che il destino di un’intera città sembra dipendere dal suo eroico funzionamento. Imparando invece da altri luoghi e dalle teorie sulle pratiche trasformative del patrimonio, la città e la laguna non sarebbero più oggetti statici di contemplazione, e i residenti non dovrebbero più affidarsi interamente al MOSE e al paradigma politico a esso associato per continuare a vivere in una regione costiera. Le comunità resistenti alle pratiche di “lasciar perdere” possono sentirsi minacciate perché non hanno altri modi chiari per commemorare il loro patrimonio materiale e trasmettere l’identità collettiva ai loro discendenti.

In un ambiente costruito privo di strutture eroiche, gli architetti Jane E. Jacobs e Stephen Cairns suggeriscono “architetture informali e incrementali, in cui alle persone viene concessa la libertà di rispondere al cambiamento e alla rovina alle loro condizioni, senza alcuna prescrizione”[13]. La chiave è che agli abitanti venga concesso il potere di trasformare; in spazi angusti è difficile vedere come i processi di decadimento possano “abbattere l’integrità di una sostanza… per rendere i suoi componenti disponibili per l’iscrizione in altri progetti”[14]. Il MOSE presenta un progetto che ha bisogno di un “lieto fine”, in modo che le sue componenti fisiche o narrative diventino parte di questi altri progetti che favoriranno le buone relazioni con il territorio. Come riformularlo attraverso migliori pratiche patrimoniali è una questione intricata ma non insormontabile per la generazione attuale, e avrà effetti a catena per i secoli a venire.

Nota. Holden Turner è ricercatore, attivista e scrittore con una laurea magistrale in Environmental Humanities presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dividendosi tra l’Italia e gli Stati Uniti orientali, cerca di capire le narrazioni contemporanee sull’innalzamento del livello del mare. Questo testo è il frutto delle ricerche svolte per la tesi di laurea magistrale sul futuro del MOSE e della laguna di Venezia (discussa nell’estate 2024, disponibile presso l’Università Ca’ Foscari http://dspace.unive.it/handle/10579/27327 e il sito personale dell’autore https://holdenturner.blogspot.com/p/essays-and-art.html); le interviste, da cui sono tratti alcuni brani in forma anonima, hanno avuto luogo nell’inverno 2023-2024.


[1] Ringrazio gli ingegneri e i tecnici che mi hanno permesso di partecipare alle visite alla Sala di Controllo e mi hanno chiarito alcuni elementi dei protocolli.

[2] Isabelle Stengers, Introductory Notes on an Ecology of Practices, in “Cultural Studies Review”, 11 (1), 2005, pp. 183-196.

[3] Davide Tognin, Andrea D’Alpaos, Marco Marani, Luca Carniello Marsh Resilience to Sea-Level Rise Reduced by Storm-Surge Barriers in the Venice Lagoon, in “Nature Geoscience”, 14 (12), 2021, pp. 906-911.

[4] Sevince Bayrak, Oral Göktas, Ghost Stories: The Carrier Bag Theory of Architecture, ListLab, Barcellona 2023, p. 42.

[5] Caitlin DeSilvey, Curated Decay: Heritage Beyond Saving, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2017, p. 13.

[6] MOSE Ingegno Italiano, “Fortune Italia”, numero monografico, novembre 2023, p. 13; scaricabile online (dopo registrazione) presso il sito della Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità: https://vsf.foundation/download-pubblicazione/.

[7] Georg Umgiesser, The Impact of Operating the Mobile Barriers in Venice (MOSE) under Climate Change, in “Journal for Nature Conservation”, 54, 2020.

[8] Bayrak, Göktas, Ghost Stories, p. 22.

[9] DeSilvey, Curated Decay, p. 13.

[10] Ivi, p. 178.

[11] Nathan Fredrick, Flore Guichot, Francesco Lombardi, Amphibia: A Utopia for Venice, Post-Masters, IUAV, Venezia 2021, p. 113; consultabile online: https://issuu.com/emu_amphibia/docs/amphibia (si veda anche https://www.youtube.com/watch?v=6-NVoggmmz4).

[12] Comunicazione personale con Francesco Lombardi.

[13] Stephen Cairns, Jane M. Jacobs, Buildings Must Die: A Perverse View of Architecture, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts 2014, p. 187.

[14] DeSilvey, Curated Decay, p. 11.

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Le società periscono per lo illanguidire delle buone consuetudini

12/01/2025 Niccolò Tommaseo // Carte false

Il 30 dicembre 1847 Nicolò Tommaseo tenne all’Ateneo Veneto, a Venezia, un discorso sulla libertà di stampa e di espressione. Un paio di settimane dopo fu arrestato dalle autorità austriache. Proponiamo oggi un brano di questo discorso, con due modifiche segnalate in nota, pensando all’annullamento da parte dello stesso Ateneo Veneto di una conferenza pubblica di Amnesty International, il 9 gennaio 2025.

Dico dunque che alla più sana parte della legge censoria, noi (parlo dei più tra gli scriventi) non abbiamo saputo obbedire. Poiché la legge austriaca fin dal 1815 porta stampate queste parole: “Opere nelle quali si prende ad esaminare l’amministrazione dello Stato in generale o nei suoi singoli rami, a scoprire dei difetti od errori, a proporre dei miglioramenti, ad indicare dei mezzi, onde ottenere dei vantaggi, a svelare degli avvenimenti passati, ecc.; non deggiono essere, senz’altro plausibile motivo, proibite, se anche le massime o idee dell’autore non fossero quelle dell’Ateneo Veneto o di qualsivoglia rinomata istituzione”[1]. Non dice la legge opere sulle quali s’accenna; dice nelle quali si prende ad esaminare, intendendo esser lecito a’ privati anzi talvolta debito esaminare gli atti dei governanti, intendendo che se l’esame è permesso, molto più il desiderio, il dubbio, l’accenno, purché con dignità e con prudenza. Non vuole la legge che prudenza da dignità sia disgiunta, quasi per condannare come indegna d’uomini non servi e oltraggiosa al governante, oltraggiosa più dello stesso disubbidire, quella prudenza fiacca e traditrice che dissimula il vero, che lo rivolge in parole di nessuno od abbietto significato; che par che dica al popolo: Tu non sei degno di conoscere i piani di quelli che tu eleggi[2], né i tuoi vantaggi, né gli urgenti pericoli tuoi.

Non contento di ciò, quasi per farci animo, segue il legislatore dicendo: a scoprire difetti ed errori. Difetti nelle parti, difetti nel tutto: errori nel principio, errori nell’esecuzione: errori e difetti nei capi dell’amministrazione, errori e difetti negli uffiziali minori: tutto codesto è permesso scoprire, se coperto, purché facciasi con prudenza e dignità, cioè senza né viltà d’odio né viltà di paura.

Non farò dunque maraviglia che la legge soggiunga, potere ogni uomo privato, non solo proporre miglioramenti nelle cose pubbliche, ma anche svelare avvenimenti passati: dalle quali parole è aperto il campo della storia antica e recente: aperti gli archivi, senza eccezione né di secolo, né di noi, né di soggetti […]. Perché la vita civile è una educazione mutua, nella quale e governanti e governati abbisognano di continuo ammaestramento ed aiuto. […] Or gli Stati periscono e le nazioni cadono, non tanto per il sovrapporsi delle leggi non buone, quanto per lo illanguidire delle consuetudini buone.

Nota. Il testo del discorso di Tommaseo in Alberto Errera, Cesare Finzi, La vita e i tempi di Daniele Manin (1804-1848), Giuseppe Antonelli, Venezia 1872, pp. 63-77 (disponibile online in googlebooks).

L’immagine di apertura è generata da ChatGPT: Niccolò Tommaseo parla a un pubblico a Venezia, sullo sfondo uno schermo con città bombardate.

Riepiloghiamo quanto accaduto. L’Ateneo Veneto aveva concesso per il 9 gennaio 2025 alle ore 18 una sala ad Amnesty International per la presentazione del rapporto annuale Ti senti come se fossi un subumano. Il genocidio di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza.

Il 1 gennaio 2025 “Pagine ebraiche-Moked”, “portale dell’ebraismo italiano”, dà notizia del “vivo rammarico” espresso da Dario Calimani, presidente della Comunità ebraica di Venezia, in una lettera inviata ad Antonella Maragaggia, presidente dell’Ateneo Veneto, con cui accusava l’iniziativa di “fare propaganda demagogica di tipo terzomondista con un linguaggio che è quello della tifoseria, senza preoccuparsi di proporre uno sguardo storico complessivo a una tragedia che coinvolge tutti gli attori sulla scena”; quanto ad Amnesty International, “ha sempre tenuto una posizione ben precisa, e da quella posizione continua a ergersi per fomentare altro odio con un linguaggio che non è certo quello dei fautori di giustizia e di pace”. Alla presidente dell’Ateneo, che si era difesa dicendo di essersi limitata a concedere uno spazio, Calimani replica che facendo così “il rischio è che ogni argomento appaia accettabile. Ma non può essere così”(https://moked.it/blog/2025/01/01/venezia-comunita-ebraica-contro-ateneo-veneto-per-evento-su-genocidio/).

Il 7 gennaio 2025 la Presidenza dell’Ateneo annulla l’incontro dichiarando di aver ricevuto “informazioni che paventano la possibilità di interventi esterni che potrebbero turbare il sereno e corretto svolgimento dell’evento” (https://ateneoveneto.org/it/amnesty-international-annullato/).

Amnesty International Italia, per bocca del suo portavoce Riccardo Noury, esprime profondo rammarico “per non aver potuto presentare, nella più importante e antica istituzione culturale di Venezia, un rapporto di ricerca su un tema all’esame della Corte internazionale di giustizia e sul quale già si sono pronunciati esperti delle Nazioni Unite e altre organizzazioni non governative sui diritti umani”, e conferma comunque l’appuntamento, “sempre a Venezia il 9 gennaio, in altra sede” (https://www.amnesty.it/venezia-rammarico-per-il-ritiro-della-concessione-di-una-sala-per-la-presentazione-del-rapporto-sul-genocidio-israeliano-a-).

Nella stampa cittadina dell’8 gennaio Riccardo Noury dichiara di aver chiesto l’ospitalità di altre sedi, e che “la disponibilità di M9, nel corso della giornata, è misteriosamente sparita” (Camilla Gargioni, Giacomo Costa, Ateneo sfratta l’incontro di Amnesty. Rischio infiltrati, temiamo danni, “La Nuova di Venezia e Mestre”, 8 gennaio 2025, p. 18); secondo un articolo de “Il Gazzettino” M9 non ha dato la sua disponibilità “perché la sala a disposizione è stata ritenuta troppo piccola” (Marta Gasparon, “Genocidio a Gaza”, annullato l’incontro contestato dagli ebrei, “Il Gazzettino”, 8 gennaio 2025, p. 18).

Nella serata dell’8 gennaio viene diffusa una locandina, con il simbolo di Ca’ Foscari, in cui si informa che il Comitato guerra e pace di Ca’ Foscari avrebbe tenuto un proprio incontro l’indomani alle 17 nell’aula magna “Cazzavillan” a San Giobbe, in cui avrebbe ospitato Amnesty International perché potesse esporre il proprio rapporto “sulla campagna militare israeliana a Gaza” (Camilla Gargioni, Cambia la locandina dell’incontro, tolta la parola genocidio. Ca’ Foscari ospiterà Amnesty. Iniziativa presa dai professori, “La Nuova di Venezia e Mestre”, 9 gennaio 2025, p. 18; Marta Gasparon, Report sul “genocidio” con polemica: l’incontro Amnesty va a Ca’ Foscari, “Il Gazzettino”, 9 gennaio 2025, p. 13). L’incontro si è tenuto con una grande presenza di pubblico, 340 posti a sedere nell’aula magna, altri hanno seguito in streaming (Lorenzo Miozzo, Amnesty, in 500 all’incontro della polemica, “Il Gazzettino”, 10 gennaio 2025, p. VI); tra gli organizzatori, Duccio Basosi ha sottolineato l’importanza del rapporto, “documento drammatico, impegnativo e costruito con serietà”, mentre Vanni Pettinà ha sottolineato l’intento di assicurare “uno spazio di discussione su un documento che merita di essere preso in considerazione e commentato” (Costanza Valdina, Il dibattito nell’auditorium di San Giobbe. Oltre trecento persone per Amnesty. Tolta dal titolo la parola genocidio, “La Nuova di Venezia e Mestre”, 10 gennaio 2025, p. 18).

In una intervista, Dario Calimani dichiara la sorpresa per “un’organizzazione di tipo unilaterale” (“un tifo unilaterale”), senza contraddittorio, che non tiene conto “che è in corso un conflitto armato e men che meno di ciò che è successo il 7 ottobre”, e precisa che la comunità ebraica “non ha mai voluto silenziare nessuna voce, ha solo chiesto che ci fossero più punti di vista” (Il presidente della Comunità ebraica veneziana Dario Calimani contro l’associazione internazionale. “È mancato il confronto di più voci”, “La Nuova di Venezia e di Mestre”, 10 gennaio 2025, p. 18).


[1] Originale: “non fossero quelle del Governo”.

[2] Originale: “che par che dica al Principe: Tu non sei degno di conoscere il cuore di quelli che tu governi”.

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“Creare esperienze”

02/01/2025 Matteo Gatto // Generi di discorso Storie

Un “accompagnatore turistico” e “guida ambientale escursionistica” parla del suo lavoro e di “turismo sostenibile” in kayak tra le barene con vecchi pescatori, girando in maschera a Venezia, facendo trekking alle Cinque Terre: tour su misura a seconda di budget, classe sociale e nazionalità. Intervista a cura di Giannarosa Vivian.

Mi puoi spiegare il tuo lavoro?

Nel mondo del turismo (cittadino-culturale-artistico) ci sono due diverse figure professionali, la guida e l’accompagnatore. La guida turistica fa attività di divulgazione storica e artistica, deve essere iscritta a un albo professionale. Il prossimo gennaio, dopo sette anni, ci sarà un bando per guida turistica, si calcola che sosterranno l’esame circa seimila persone. L’accompagnatore turistico invece, ed è questo il mio caso, lavora solo tramite agenzia, accompagna i turisti nei trasferimenti da un posto all’altro. Posso spiegare usi costumi e tradizioni locali, tipo Treviso è la città del radicchio, sant’Erasmo è famosa per i carciofi, ma non posso spiegare la storia del palazzo del Trecento o della basilica di San Marco.

Poi c’è il turismo in ambiente naturale che si divide in quello tecnico-sportivo per le guide alpine, le quali esercitano la loro professione con materiali alpinistici tipo corde ramponi chiodi picozze sci, e in quello di divulgazione ambientale-escursionistica per le guide ambientali escursionistiche (GAE) che possono utilizzare al massimo le ciaspole, tutto il resto no, e questo è il mio caso.

Puoi fare qualche esempio?

Io non posso proporre un’esperienza con più di due servizi, compreso il mio e un altro. Per esempio, non posso organizzare un giro in kayak in laguna con aperitivo perché sono più di due servizi, infatti sono tre: il noleggio del kayak, il mio lavoro di guida ambientale escursionistica, l’aperitivo in qualche locale. Se invece in montagna faccio una ciaspolata in un rifugio senza fermarsi in rifugio a mangiare, allora posso, ma non è competitivo sul mercato, perciò non lo organizzo.

Come organizzi il tuo lavoro? Quali sono i passaggi da seguire?

Per prima cosa devo conoscere delle agenzie che mi interessino, per cui vado alle fiere internazionali del turismo, a Rimini, a Parigi, una molto importante si tiene a Monaco di Baviera e Berlino. Dico: io so fare questo e questo. Mi sono fatto un sito. Con l’agenzia ci si allinea sul target del cliente, sul tipo di escursioni e sui luoghi di interesse comune. Loro mi vedono, e se l’agenzia rispecchia quello che io propongo si fa l’accordo. L’agenzia mi dice sì, il nostro target è fare uscite naturalistiche (il giro in kayak, uscite notturne in laguna a vedere i rapaci… io so che si va da autunno a primavera, in estate no). Io mi propongo all’agenzia per quello che so fare, propongo un territorio. Io sto promuovendo il territorio in maniera sostenibile. Porto la gente nelle malghe, nell’osteria in mezzo ai colli. Spiego ai turisti che la lingua con cui sono nato la uso, parlo anche in dialetto per farmi accogliere nei luoghi dove se entri normalmente non ti darebbero neanche un posto per sederti.

Quando firmi il contratto con l’agenzia che ti compra un pacchetto di esperienze, tu metti dei paletti. Dici: massimo tot persone, e fissi una durata temporale. Come GAE metto un tetto massimo di 15 partecipanti, di solito si va da 7 a 10 persone, poi sono fatti dell’agenzia se ci guadagna o no, a me non interessa, può esserci anche una persona sola.

A quel punto con l’agenzia parliamo di prezzi, si stabilisce la collaborazione. Io concedo il mio pacchetto di escursioni sulla fiducia, loro hanno la potenza economica e strutturale per proporlo al mercato. Come singolo non riuscirei mai a fare marketing, non potrei investire su Instagram o altri social. Invece le agenzie hanno a disposizione piattaforme, collegamenti con agenzie di tutto il mondo. Sono loro che vendono pacchetti di esperienze. Io do le date precise della mia disponibilità, di solito entro 72 ore loro mi rispondono: abbiamo gente o non abbiamo gente. Invece per i tour di più giorni il preavviso deve essere di uno o due mesi d’anticipo, così in caso di disdetta ho il tempo per cercare last minute qualche lavoretto e non stare a casa in piena stagione. Poi a fine anno in base a quanto ho lavorato, quanto e quando mi hanno pagato e se mi piace il pacchetto e l’agenzia, sta a me decidere chi mollare e chi tenere. Adesso siamo in novembre, già oggi le agenzie hanno il calendario completo del 2025, o almeno il 75%. Devi fare le tue proposte altrimenti ti fumi il lavoro, le agenzie si trovano altri. Diciamo che entro Natale dovresti chiudere il tuo calendario dell’anno dopo.

A parte Venezia, come vedi la situazione in Veneto dal punto di vista del turismo?

Sebbene siamo la regione che ha più turisti in tutta Italia – siamo sui 21 milioni di arrivi e 70 milioni di pernottamenti all’anno – non c’è sviluppo territoriale, mancano mezzi di trasporto e strutture ricettive. Basta pensare a Treviso. Per i turisti a Treviso c’è qualche hotel di livello, oppure b/b, oppure ville venete fuori città, ma queste sono strutture situate nella campagna che per arrivarci bisogna avere un mezzo di trasporto proprio. Come il Veneto, tutte le regioni italiane soffrono di una mancanza di infrastrutture che colleghino bene il paese. Sarebbe da citare l’esempio delle Cinque Terre: l’enorme affluenza turistica delle Cinque Terre è un successo (sostenibile ed ecologico) dato dal treno che passa quasi ogni 10 minuti portandoti a La Spezia e Genova con 4 milioni di turisti all’anno. Andare per le colline del prosecco è complicato. Per esempio io ho un business importante, ho creato il Prosecco Trek, una proposta un po’ diversa dalle solite, con anche delle bici, tutto sostenibile, ho molto successo, però faccio fatica a portare gente lì, o proporre pacchetti di più giorni, perché non ci sono strutture. Per le Dolomiti lo stesso, gli alberghi offrono un servizio scadente, non sono flessibili sull’orario: se io devo partire col gruppo alle sette di mattina, devono servirmi la colazione alle sei, non dalle otto in poi. Per esempio gli hotel delle Cinque Terre che hanno un turismo di escursionisti sono molto flessibili sugli orari e preparano pure il pranzo al sacco da ritirare ogni mattina prima di partire. Il nostro territorio offre Venezia, città d’arte, colline meravigliose e montagne uniche al mondo che però non sono ben collegate tra loro. Le agenzie non riescono a unire in un unico pacchetto questi luoghi apparentemente vicini ma scollegati.

E i turisti come rispondono a queste proposte?

Ora il turismo sta completamente cambiando, si sta trasformando in turismo esperienziale. La gente che viaggia non vuole più il turismo classico. Se si trova a Treviso, per esempio, vuole stare in un appartamento in centro, oppure in un castellino, una villa storica, un vecchio casale agricolo ristrutturato e da lì avere una persona che li accompagna anche semplicemente al mercato, andare per osterie, fare un giro in bici magari sulla Restera. Ti pagano tantissimo, però non c’è abbastanza organizzazione turistica.

Torniamo al tuo lavoro di guida ambientale escursionistica. L’agenzia turistica a cui è piaciuta la tua proposta ti affida un gruppo per un giorno, non per tour di più giorni. Adesso cosa succede?

Prendiamo un’uscita in kayak in laguna. Al Cavallino c’è un noleggio di kayak importante. Parto dalla piazza del Cavallino, faccio il giro dell’isola Falconera e mi perdo per i ghebi. C’è il pacchetto pensato apposta per l’estate, poi c’è lo stesso pacchetto per il tardo autunno, e uno per la tarda primavera. D’estate do appuntamento in piazza alle due del pomeriggio, cominciamo a conoscerci, consegno i giubbottini e le pagaie. Quando tutti sono arrivati faccio un briefing, spiego chi sono, in cosa consiste la mia professione, cosa andremo a fare. Partiamo in kayak, arriviamo a un punto di ristoro dove facciamo aperitivo e un giro a piedi della valle, poi torniamo indietro al punto di partenza verso le 18 o le 19. Grazie arrivederci. A volte lascio il mio bigliettino da visita, magari può succedere che ci si metta d’accordo per trovarci anche il giorno dopo per un altro giro in forma privata. Il pagamento va a giornata.

In che lingua parli di solito?

Dipende dall’agenzia. Io lavoro pochissimo con turisti italiani, di solito lavoro con gli stranieri. Francesi e americani sono il massimo, vanno forte, l’americano più di tutti. Mi è capitato di avere un gruppo plurilingue, in questo caso mi faccio pagare di più, nessuna guida lo fa, ma di solito il gruppo è monolingue. 

Quanto studi per fare questi viaggi?

Tanto, però mai abbastanza. Devi conoscere già un po’ il luogo per saperti muovere, ma non basta. È un lavoro per il quale ci vuole capacità di improvvisazione, grande flessibilità, un buon bagaglio culturale personale, voglia di mettersi sempre alla prova, forte curiosità, saper stare con lo stesso gruppo anche per 8 giorni, stare attenti alle esigenze di tutti, magari ci sono degli anziani con le loro specifiche esigenze. I turisti te li devi coccolare a 360 gradi.

Ho accompagnato un gruppo di senatori francesi in giro per il Veneto a fare un’esperienza culturale. Un giorno solo per Vicenza, uno per Padova, un altro per Treviso con la guida turistica per ciascuna città, io ero sempre di accompagnamento. Si facevano esperienze gastronomiche, entravamo nei palazzi. Durante i trasferimenti parlo con loro, faccio domande sull’idea che hanno dell’Italia, gli stereotipi… Per esempio ti chiedono: il governo come sta andando? E con l’immigrazione? Quanto è il salario minimo? Con questo lavoro sei un tuttologo, e impari tanto.

Con chi lavori in questo periodo?

Di solito in inverno non si lavora, ma quest’inverno lavorerò per la prima volta con un’agenzia americana che ha varie sedi tra USA, Canada e agenzie turistiche partner in tutto il mondo. Sono entrato in contatto con loro agenti che la rappresentano in Italia, ormai ho rapporti personali. Tra pochi giorni accompagnerò in escursione alcuni referenti dell’agenzia per conoscersi. Tutto è cominciato quando a un’escursione che faccio in kayak in laguna nord di Venezia, esperienze più costose che si discostano dalla classica uscita, ha partecipato l’attuale referente del Veneto. Lei non si palesa, sembrava una turista come gli altri. Alla fine mi dice, sei bravo, sei di bella presenza. Da mesi cercava una guida. Io resto pacato, poi vedo che lei non mi prende per il culo (tanti si prendono le tue esperienze e poi le vendono ad altri) capisco che lei fa sul serio, mi darà lavoro per tutto il prossimo anno, ma è pericoloso impegnarsi tanto con una sola agenzia perché se ti tira il pacco tu resti senza lavoro essendo freelance in partita iva. Con questa agenzia americana saranno esperienze particolari fuori del mercato classico, le abbiamo costruite insieme. Prima di decidere ci siamo visti tante volte, io so anche che contatti ha. Loro lavorano in Italia nelle regioni come Toscana, Sardegna e altre da vent’anni nel settore extralberghiero e da cinque anni nel settore extralberghiero. Questo cambio di proposta turistica è dato dall’esigenza di adeguarsi al turismo esperienziale sempre più in voga. Agenzie grosse come questa leader del turismo incoming in Italia collabora con le istituzioni a livello regionale e nazionale, partecipa ai tavoli istituzionali. Questa agenzia americana lavora anche con clienti altospendenti, da Singapore a Hong Kong, in Australia, in tutti i posti dove c’è gente benestante. Trattano il turismo di lusso: affittano dimore storiche, castelli, naturalmente con l’obbligo di rispettare il regolamento italiano. Danno in affitto questi luoghi prestigiosi ai loro clienti, che possono essere due persone ricche, come quattro coppie di amici che vogliono fare una vacanza in un’isola della laguna di Venezia, o in una villa sui colli del prosecco. Queste persone scelgono una delle esperienze che l’agenzia propone in Veneto, una delle venti che ho creato io. Dicono: questa mi piace, facciamola. Arrivo io, coprirò tutto l’anno, lavorerò con altre due guide.

Quindi c’è un collegamento tra la disponibilità economica del cliente e l’offerta turistica…

Ci sono fasce di prezzo diverso che io devo studiarmi. Quell’agenzia che target ha? Ha un target medio? Bon, domanderò sette. Quell’altra ha un target di lusso? Domanderò dodici. Oggi quello che fa la differenza non è solo il luogo che fai visitare ma quanto fai pagare. Un esempio per tutti: la basilica di San Marco. La maggior parte dei turisti di giorno fa la coda, vede il mosaichino, vede l’iconostasi, poi esce. Questo vale per la classe media, quella che probabilmente si ferma a Venezia due giorni. Se invece proponi la visita della basilica di San Marco di notte, magari due clienti e una guida, li fai pagare tanto, e ti accendono la basilica solo per te. Ho accompagnato piccolissimi gruppi, massimo di 6-7 persone. Questo della basilica è un esempio, ma può essere una fornace a Murano… se fai una cosa che si discosta dal turismo di massa, funziona, e ovviamente la fai pagare di più. Mettiamo una coppia che alloggia al St. Regis, sul Canal Grande. Vengono a prenderli col taxi al pontile dell’albergo, e già solo di taxi cominci con 600-700 euro. Aggiungi la disponibilità giornaliera di chi li accompagna, e sono sui 300 euro. Io sto con loro tutto il giorno, li porto a Murano a vedere il lavoro del maestro vetraio… A Burano c’è la cooperativa della pesca storica. I pescatori ti spiegano le antiche tecniche di pesca in laguna, i te porta fora coa barca in laguna, i te fa védar come che se fasseva. I pescatori applicheranno la tariffa solita, cioè se ti chiedevano dieci sarà dieci, ma io devo star lì a tradurre in francese, quindi per il turista la spesa aumenterà. Per adesso portano in laguna solo italiani, ma proprio ieri agenti francesi chiedevano di farlo anche per turisti francesi.

In una escursione c’è una scaletta da rispettare?

La scaletta c’è sempre, ma può arrivare un desiderio imprevisto, per esempio la coppia che dicevamo prima decide di voler vedere anche la basilica di Torcello, e tu li porti. Fatti tu due conti. Noi non potremmo discostarci dal programma però per la soddisfazione del cliente lo facciamo… pochissimi fanno questa cosa di derogare dalla scaletta, ma con l’affermarsi del turismo esperienziale succede sempre più spesso.

Altri esempi di turismo esperienziale?

Una cosa per cui i clienti vanno matti è andare per le colline del prosecco, fare una camminatina, mangiare con la famiglia nella cantina sui colli. Ci sono turisti che vogliono imparare la lingua locale, imparare a cucinare il risotto, fare la pasta… Ci sono degli chef che hanno dei casali ristrutturati in mezzo al bosco sui colli, attrezzati con una bella cucina. Arrivano i piccoli gruppetti di turisti e lo chef gli insegna a cucinare. In questi casi per la maggior parte faccio il mediatore culturale. È un turismo lento, non di consumo, per questo mi piace, non è che porti la gente al porto di Rimini e la imbarchi in crociera. Questi ci sono e ci saranno sempre, per carità, parliamo allora di classe media, di turismo di massa.

Consideriamo ora la provenienza di un turista-tipo, per esempio una comitiva di polacchi, o di cinesi. Dove li porti? Cosa gli fai vedere?

Mettiamo subito in chiaro: di che classe sociale? Perché se è di classe sociale media, che sia brasiliano polacco o cinese non conta, alloggerà in un hotel di Mestre, un tre stelle… c’entra il target, sempre. Sarà compito della guida, o dell’accompagnatore che sta con loro quei 4-5 giorni, saper comunicare in maniera efficace, tenendo in considerazione il background culturale dei clienti. Io stesso sono una persona diversa a seconda del cliente con cui lavoro. Comunque ti dico gli stereotipi e i luoghi comuni che girano.

Il francese è sempre diffidente all’inizio, devi conquistarti la sua fiducia, se poi si scioglie ti si attacca come un granchio. L’americano ti offre l’amicizia subito ma devi stare in guardia fino alla fine perché non capisci se hai conquistato veramente la sua fiducia o meno. Può essere un buon partner dopo mesi. Non capisci mai cosa vuole o cosa non vuole fare

Tra gli orientali, il giapponese è quello un po’ più occidentale: apprezza le esperienze nuove, gli piace mangiare spaghetti coe bevarasse, gli piace andare all’osteria, apprezza le novità.

Con un cinese ti rapporterai in modo più distaccato, torni al turismo classico. Il cinese è impostatissimo, è una macchina da guerra anche in vacanza. Lo stesso vale per tutto il mondo asiatico continentale. Che sia benestante o di classe media, ha poca o zero cultura. Quando si avvicina a un paese come l’Italia non capisce la ricchezza immateriale che si trova davanti, quindi gli devi raccontare cose famose, che gli stimolino il piacere, in pratica gli devi confermare l’idea che già ha dell’Italia. I cinesi hanno una percezione tutta loro delle distanze. A Venezia gli racconti che ci sono qui vicino le Cinque Terre… e loro spalancano gli occhi: Ah, le Cinque Terre!!! Gli dici che Roma è a sole 5 ore di treno da Venezia. È più un turismo di bassa qualità.

E poi sta affermandosi il turismo legato agli incentive, gli incentivi lavorativi. Ci sono grosse aziende da tutto il mondo che premiamo i best producers, cioè i venditori migliori o i lavoratori migliori – parliamo di categorie importanti, gente che lavora nel ramo della medicina, delle assicurazioni, delle aziende petrolifere, della tecnologia – regalandogli un soggiorno a Venezia. Un’azienda indiana di hi-tech si è presa per cinque giorni l’Hilton al mulino Stucky, per i best producers e per gli accompagnatori al loro servizio. Gli fanno fare esperienze top, tipo di giorno fanno i loro convegni, al pomeriggio e alla sera li portiamo a fare un walking tour con le maschere. Venezia si presta molto per questi aziendoni di tutto il mondo. Magari regalano ai dipendenti la crociera, ma prima della crociera gli fanno passare 3-4 giorni a Venezia.

Mi fai qualche esempio di cosa fai vedere?

A un francese puoi far visitare quanti monumenti storici vuoi. Io ogni mese faccio la guida trekking alle Cinque Terre, sto con gruppi di francesi per 6 giorni, so che ghe piase andar a védar e ciese. Gli piace che gli racconti cose storiche: le battaglie tra Genova e Pisa, i Turchi e i Saraceni. Anche se lo porti sulle Dolomiti, il francese vede il capitello, vuole la storia del capitello.

L’americano cominci a dirgli una frase di storia, e l’occhio è già distratto perché non ha l’allenamento che abbiamo noi europei. Mi sono trovato a dare due informazioni sulla basilica di San Marco. Mi hanno chiesto del leone di San Marco, io gli ho raccontato dei veneziani che sono andati ad Alessandria d’Egitto nel medioevo, gli ho raccontato di Marco e Todaro… e questi mi parlavano dell’epoca romana, non erano capaci di collocare nel tempo l’alto Medioevo e distinguerlo dall’epoca romana. Con loro hai un po’ una difficoltà di comunicazione.

Il cinese non è fatto per andare a vedere robe culturali. Vuole vedere il panorama, fare la foto alle case colorate di Burano, fotografare il riflesso dell’acqua nei canali, il tramonto in laguna.

Il polacco vuole bere e mangiare, soprattutto bene. Lo porti per bacari o per osterie, fai la camminata a Bassano, ma quello che gli interessa è la grappa.

Conclusione: ti comporti in modo diverso a seconda della nazionalità dei clienti e devi conoscerla. E comunque tu guida devi capire il background di quel turista e adattarti…

Anche le agenzie lavorano per target. Tranne le big del settore turistico, la maggior parte lavora e propone pacchetti adatti alle caratteristiche antropologiche e d’età del cliente.

Prezzi… che prezzi ci sono?

Non ti dirò numeri riguardo le tariffe. Però tieni presente: se accetto un lavoro al ribasso danneggio tutta la categoria. A Venezia c’è l’associazione degli accompagnatori turistici del Veneto AAITV o a livello nazionale AGILO. Con l’iscrizione offre il servizio di una associazione di categoria, ci tutela, va a parlare col Ministero, e anche per il compenso stabilisce un tariffario minimo, che dev’essere rispettato, non puoi fare sconti maggiori del 20%.

L’associazione migliore per le guide ambientali escursionistiche è l’AIGAE, Associazione italiana guide ambientali e escursionistiche, che rappresenta più di 3500 guide nel territorio italiano. Fa dei corsi professionalizzanti in collaborazione con la Regione e con enti formatori. L’associazione AIGAE è importante perché se non ci fosse non saremmo tutelati da nessuno in quanto siamo liberi professionisti. Dice: cerchiamo di mantenere un buon livello, non meno di 250 euro al giorno. Altri lavorano al ribasso,

Organizzi anche escursioni in montagna?

A volte porto piccoli gruppi di turisti in un bivacco, o in una casera. Potrebbe sembrare poco rispettoso per luoghi che devono rimanere incontaminati. Ma io faccio tutta un’opera di pulizia. Andiamo là, spiego al turista che nel bivacco può dormirci, che è un luogo pubblico. Quando ce ne andiamo lo lasciamo più pulito di come l’abbiamo trovato. Porto detersivi, uno straccio… Porto la motosega, perché ho un gruppetto che va matto per un lavoro come questo in mezzo al bosco.

Ho un rapporto col Parco delle Dolomiti Friulane, faccio legna, non devo tagliare alberi vivi, solo alberi morti. Si potrebbe obiettare che è un’attività di nicchia, invece se la sviluppi, sai quanti ragazzi con forza fisica e competenze linguistiche potrebbero lavorarci.

In questo lavoro quello che fa la differenza è la conoscenza delle lingue e quanto sei capace di coinvolgere il cliente, renderlo parte attiva nella sua esperienza, fargli avere rispetto del luogo perché conosce le persone di quel luogo, la malga, il ristoratore. Se il cliente stabilisce un rapporto allora è un turista sostenibile, non è un turista di massa. Lavorando così alzi la qualità, fai anche un servizio pubblico, è vero che siamo dei privati, ma diffondiamo il made in Italy.

Parli di turismo sostenibile, come lo definiresti?

Non saprei darti una definizione teorica. Quello che faccio io lo ritengo turismo sostenibile.

Come sei arrivato al punto in cui sei oggi?

Ti racconto la mia storia personale: mia mamma ha sempre organizzato cose da fare in gruppo nel weekend, camminate in montagna, uscite nella natura. Ho una visione di comunità, di saper stare con persone diverse. Al liceo, in estate facevo il coordinatore dei campi di volontariato in Finlandia, Francia, Spagna, Germania. Si trattava di restaurare un castello medievale, una fermata del bus, lavori di manutenzione dei boschi o scavi archeologici. Erano campi internazionali, si parlavano tante lingue. Durante il liceo di notte lavoravo al mercato di frutta e verdura Venezia, mio zio aveva un banco a Santa Marta, a Castello e Lido, giravo per calli, ponti e rii a fare consegne. Finito il liceo, ho viaggiato per l’Europa, so parlare spagnolo, inglese, e francese. Mi ero iscritto a Filosofia a Ca’ Foscari ma non ho terminato l’università. Col Covid sono cambiate tante cose anche in famiglia, è stato un periodo critico. Nel mentre che frequentavo l’università esce il corso per diventare guida ambientale. Ho fatto il corso a Parma, tre mesi su e giù in macchina. Avevo passato la preselezione prima del Covid, eravamo un centinaio di candidati di tutta Italia, ne prendevano solo 13. Era una selezione teorica (conoscenza di geologia, flora, fauna della regione Emilia Romagna). Ho superato l’esame, poi col Covid si è bloccato tutto, adesso però ho il patentino e lavoro.

Io ho avuto varie fortune: mia mamma che a 45 anni, nel periodo del Covid, ha cambiato vita e si è rimessa in gioco con l’attività di accompagnatrice turistica. Il mio professore di ginnastica che è guida nazionale di escursionismo giovanile che mi ha insegnato ad accompagnare i minorenni, a superare la paura, io crescevo dal punto di vista alpinistico e anche personale, tutti i weekend uscivamo in kayak, a fare canyoning. Il lavoro di volontariato nei campi giovanili. L’essere ospitato all’estero e imparare le lingue. Quando ho superato il corso di guida ambientale mi si è aperto un mondo.

Nota. Giannarosa Vivian ha incontrato Matteo Gatto in un bar alla Frescada di Treviso il 16 novembre 2024. L’immagine di apertura è prodotta dall’intelligenza artificiale, parole chiave: kayak in laguna di Venezia, colline prosecco con vigneti, poche persone che mangiano all’aperto, Dolomiti sullo sfondo.

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Di alcune lettere di eminenti toscani del Cinquecento

24/12/2024 Ambrogio Barlafussi // Letture

Accantonare l’ultimo libro di Laurent Binet, scrittore francese di successo. Reazioni a un romanzo storico basato su cliché e meccanismi narrativi collaudati: carte ritrovate, epistolari, intrighi e omicidi da risolvere, umanisti detective nella Firenze del Cinquecento. 

“Qualche anno fa”, nel corso di un giro in Toscana B, trovandosi ad Arezzo, entra in una bottega “…alla ricerca di un piccolo presente da portare in Francia per i miei amici”. Il gestore, “un antiquario con un braccio solo”, “invece di una statuetta etrusca” gli “offrì delle vecchie lettere ingiallite dal tempo” (p. 12).

Cosa fa a quel punto B? Prima le “annusa con sospetto” poi le sfoglia “per assicurarsi che fossero autentiche”. Arrivato alla terza lettera basta. Affare fatto, anche se per “una bella cifra”. Come mai, direte voi? Vi risponderò con l’elenco dei firmatari delle 176 lettere costituenti il mazzo.

Diversamente da quel che ha fatto B (pp. 15-17) ve li proporrò (per esigenze della mia scienza di word) in ordine alfabetico per nome di battesimo. Tra parentesi il numero delle lettere scritte da alcuni tra i personaggi. Non di tutti. L’elenco alle pp. 269-274 (non numerate):

Agnolo Bronzino

Benvenuto Cellini (13)

Caterina de’ Medici, “regina di Francia”

Caterina de’ Ricci, “priora del convento di Prato”

Cosimo de’ Medici, “duca di Firenze”

Eleonora di Toledo, “duchessa di Firenze”

Ercole II d’Este, “duca di Ferrara”

Giambattista Naldini, “pittore, allievo e assistente di Pontormo”

Giorgio Vasari (34)

Giovanni Battista Schizzi, “reggente del ducato di Milano”

Jacopo da Pontormo

Malatesta de’ Malatesti “paggio del duca di Firenze”

Marco Moro (non nell’elenco), sindacalista (6)

Maria de’ Medici, “figlia maggiore del duca e della duchessa”

Michelangelo Buonarroti (11)

Paolo IV, “papa dal 1555”

Petronilla Nelli, “sorella di Plautilla”

Piero Strozzi, “maresciallo di Francia”

Plautilla Nelli, “priora del convento di Santa Caterina a Siena”

Sandro Allori

Vincenzo Borghini, “storico e umanista”.

L’elenco continua dando conto, per migliore intelligenza, di alcuni personaggi sovente citati (pp. 17-18):

Bacchiacca, “vecchio pittore”

Benvenuto Varchi, “un ex repubblicano divenuto storico del regime” (noto ai più come Benedetto, vedi in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 98, 2020, la voce di A. Andreoni. Nel testo, venendo a dir il vero, compare per cognome, almeno alle pp. 35, 81, 83, 94, 98, 106, 113, 132; mi auguro anche oltre ma non so)

Pier Francesco Riccio, “precettore di Cosimo”.

Una bella cifra? Credo bene.

A parte il sindacalista (Filca? Fillea?), vite tutt’altro, ma proprio tutt’altro, che minuscole. In altri, più grami, tempi mettere insieme un bouquet del genere avrebbe richiesto anni e anni di furti con destrezza in archivi e biblioteche. Ma glissons. Come ci confida B a p. 13 “esse formano un insieme che ho divorato fino all’alba e che poi ho ricominciato a leggere al mattino”.

Casomai qualcuno tra quelli ora al remo nelle galee del dottoramento fosse interessato a pensieri-parole-opere (e azioni) di questo o quello tra i personaggi sopracitati sappia che troverà le lettere in questione trascritte per esteso nel volume di Laurent Binet, Prospettive. Un’indagine criminale nella Firenze dei Medici, La nave di Teseo, Milano 2024.

Officiatura imprescindibile, stante che (cfr. risvolto di copertina) tutte le opere precedenti di Binet risultano tradotte almeno in venti paesi diversi come minimo. Una poi, del 2010, in quaranta e passa.

Avvertenza. Le lettere sono offerte in traduzione dal francese. Dal francese? Dubbio: vuoi mai che le mi siano farlocche? Licenze poetiche, con decenza parlando, del tipo Leonardo (da Vinci) detective, dalla prima all’ultima? Giorgio Vasari che indaga? Dottorandi, fratelli all’opra chini, in campana!

Per concludere. Siccome a me oggidì dei temi cardine del libro, ossia della Toscana del Cinquecento e del “manierismo” (p. 267), non me ne importa niente, una volta preso atto della Premessa, dell’Elenco dei corrispondenti e dell’Indice ho piantato lì. Adieu, à jamais.

Chissà, a parte il polar mozzafiato, quanta ironia sopraffina (un romanzo epistolare al dì d’incoeu! Ciùmbia![1]) mi sono perso e ciò “mentre … caco sangue” (p. 263) per vari motivi personali. Ô vieillesse ennemie.


[1] Da una tra le molte recensioni recuperabili in rete: “peut-être le premier roman policier historique épistolaire jamai ecrit”. «Du moins, je n’en connais pas d’autre» nuance l’auteur.” Cfr. Denis Cosnard, «Perspective(s)» de Laurent Binet: s’insérer dans les blancs de l’Histoire, “Le Monde”, 9 settembre 2023.

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Previsioni del tempo 

23/12/2024 Piero Brunello // Storiografia

Laguna e Terraferma: due sguardi e due storiografie. Nuove prospettive nell’epoca dei cambiamenti climatici. Storia del MOSE scritta dal futuro.

1. Qualche settimana fa mi hanno chiesto un intervento d’occasione: come un editore “di terraferma”, la veronese Cierre, si occupa di temi veneziani. Ho scelto di cominciare dalla prima pubblicazione, uscita nel 1995 e dedicata alla laguna, perché in quei giorni mi era capitato sotto gli occhi un documento dal titolo Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori, fatto circolare il 31 ottobre scorso in occasione della presentazione a Ferrara del romanzo di Wu Ming 1, Gli uomini pesce (Einaudi, Torino 2024), e ora consultabile nel sito dei Wu Ming. Il testo, frutto di un lavoro collettivo di ricerca svolto negli ultimi due anni, guarda al Delta del Po cercando di immaginare come il mare Adriatico, se le attuali previsioni sono fondate, sconvolgerà nel corso del secolo che stiamo vivendo l’area costiera dalle Marche a Trieste. La seconda cosa che mi ha fatto a riprendere in mano il libro sulla laguna è il conflitto, nelle ultime settimane emerso in modo esplicito, tra le esigenze di Venezia e della laguna e quelle del porto commerciale di merci e passeggeri: con le paratoie del Mose che si alzano sempre di più per impedire al mare di sommergere la città, le navi non possono più entrare in laguna. Mi ha fatto anche riflettere la notizia della nascita di nuove isole dentro la laguna come il Bacàn, la striscia di terra che si formava in estate per essere distrutta dalle maree d’inverno, e che ora è diventata stabile e in crescita, mentre al contrario le barene subiscono un forte processo di erosione.

2. Non ho partecipato al volume La laguna, del resto allora non avevo ancora pubblicato con Cierre. Ricordo però che andai a prendere alla stazione di Santa Lucia Gerardo Gerard, coordinatore editoriale del volume, che non conoscevo. In Cierre conoscevo invece ed ero amico, grazie all’amicizia con Mario Tonello, di Irene Insam e Corrado Brigo, e in seguito di Maurizio Miele. Ricordo questo perché un editore è una rete di relazioni.

Era la prima volta, mi disse Gerard, che Cierre sbarcava, per così dire, in laguna. I saggi erano affidati ai migliori studiosi. Ricco l’apparato iconografico, e altrettanto la scelta di schede tematiche. Si capisce perché dalla metà degli anni Novanta Cierre sia diventato un interlocutore serio e affidabile per quanti si occupano di storia di Venezia.

Il libro voleva essere un contributo alle accese discussioni di quel periodo. Il progetto di Expo era stato da poco bloccato da una grande mobilitazione cittadina e internazionale; la progettazione esecutiva del MOSE aveva appena ottenuto il parere favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ma aspettava ancora la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che sarebbe stata negativa. Nell’introduzione del volume Angelo Marzollo, responsabile di un progetto Unesco relativo a Venezia, definiva il progetto di Expo 2000 un “kitch avveniristico” che ricordava l’auspicio di Marinetti di una Venezia moderna sostanzialmente cementificata, e si augurava che il volume potesse essere un “significativo contributo ad una vera salvaguardia di Venezia e della sua laguna” (p. XXI); Giovanni Caniato, uno dei tre curatori del libro (gli altri erano Eugenio Turri e Michele Zanetti), concludeva il suo saggio con l’auspicio che gli amministratori prendessero consapevolezza dei problemi e dell’urgenza con cui dovevano essere affrontati (p. 247).

Riassumendo i contributi del volume, e soprattutto quelli di Vladimiro Dorigo e di Ernesto Canal, Eugenio Turri sottolineava il fatto che la laguna è una costruzione fatta da “uomini che, a un certo momento della loro storia, hanno visto il mare minacciare i loro insediamenti (in età romana l’attuale territorio lagunare era centuriato e quindi popolato)”, e hanno costruito uno spazio lagunare (pp. 5-8), per poi difenderlo dai pericoli dell’interramento.

E la situazione al momento in cui usciva il libro? Allarmante: i fenomeni di eustatismo e di subsidenza verificatisi nel corso del Novecento potevano portare alla fine della laguna. Come all’epoca di Cristoforo Sabbadino, nel Cinquecento, la sopravvivenza della laguna sembrava affidata alla difesa dalle minacce provenienti dalla terraferma: non più solo dal corso dei fiumi che interravano la laguna e apportavano inquinamento agricolo, ma anche dalla zona industriale che minacciava quello che veniva definito un “fragile” e “delicato” equilibrio. Porto Marghera, peraltro in fase di smantellamento, rivelava la propria “incompatibilità con la laguna” (Turri, La valva, p. 31).

Il clima culturale e politico di fine millennio spiega la struttura del libro, cha mette a fuoco l’origine e l’evoluzione dell’ambiente fisico lagunare (livello e caratteristica delle acque, flora e fauna) in rapporto al governo idraulico e ambientale del territorio; oltre a questo il libro dedica molta attenzione alle attività e ai mestieri tradizionali, compresi i lavori all’Arsenale; nessun interesse invece per la presenza del porto (come ho detto, il MOSE non era ancora stato approvato).

3. A trent’anni di distanza è interessante inserire questo volume nel clima culturale e politico di fine Novecento, caratterizzato da quello che pochi anni dopo, nella Storia di Venezia edita dalla Treccani, Luca Pes definiva una nuova ideologia veneziana, neo-insulare, che si focalizza “sulla città e la laguna intese come espressione di una civiltà e di una storia”: riscoperta della dimensione acquea della città (si pensi all’invenzione della Vogalonga); trasformazione di Porto Marghera da “polmone economico della città” a minaccia; idea della “unicità esclusiva” di Venezia; fine del modello della “Grande Venezia”[1]. 

È altrettanto interessante mettere a confronto questo sguardo con quello che sugli stessi temi di storia ambientale si andava sviluppando in terraferma. Il tema è la diversione dei fiumi, portati fuori dalla laguna e fatti sfociare in mare. A Venezia si ammetteva che questa diversione era stata attuata tra “incertezze, arretramenti e riprese”, “tentennamenti, sperimentazioni e, non di rado, insuccessi” (sono parole rispettivamente di Dorigo, in La laguna, p. 186, e di Caniato, in La laguna, p. 230): tuttavia era vista come un inconveniente necessario per uno scopo superiore, ovvero la salvaguardia della laguna. In terraferma invece, penso al Centro di documentazione storico-etnografica del Veneto orientale “Giuseppe Pavanello” di Meolo, il taglio del Sile era visto come “un’autentica calamità”, che aveva seppellito la via Annia, reso impraticabili canali, campi e strade, e condannato alla malaria “i villani della bassa trevigiana”[2].

Siamo dinanzi ai confini mentali che dividono e contrappongono laguna e terraferma, di cui Luca Pes, nel saggio che ho ricordato, fece un attento inventario agli inizi del Duemila[3]. Pochi anni dopo, i comitati sorti a Mestre in risposta agli allagamenti del 2006-2007 ritagliarono un territorio che inizia alle risorgive e si ferma al bordo della laguna[4]; e viceversa l’attivismo civico messo in atto a Venezia dopo la sequenza di acque alte eccezionali del novembre 2019 non ha oltrepassato il ponte della Libertà[5].

4. Si possono unire questi sguardi? I recenti studi di Luigi D’Alpaos e Luca Carniello, che suggeriscono di reintrodurre in modo controllato l’acqua dolce dei fiumi e favorire il canneto in alcune aree della laguna, sono un esempio di uno sguardo che mette assieme corso dei fiumi, laguna e mare, acque dolci e acque salate[6]. Ma a mettere ancor più in discussione l’esistenza di due sguardi separati e di due storiografie – una di terraferma e una lagunare – sono i mutamenti climatici in atto. Se diamo credito alle stime, entro il 2100 (e oggi siamo già a un quarto di secolo), l’innalzamento del livello del mare Adriatico sarà dagli 80 ai 140 cm: naturalmente il mare continuerà prevedibilmente a crescere anche dopo il 2100… In altre parole, a nord e a sud di Venezia, il territorio rischia di andare sotto acqua. “E a che servirà il MOSE se l’acqua entrerà e dilagherà tutt’intorno?”: questa è la domanda posta dall’opuscolo ricordato in apertura, che vede Venezia e la sua laguna come “parte di un ben più vasto sistema di zone umide e territori in bilico tra terra e acqua”[7]. Il documento suggerisce di fare della laguna e del Mose un laboratorio per analizzare eventi, modelli di sviluppo, interventi e soluzioni su scala globale. Chissà come sarebbe strutturato oggi un nuovo volume, sempre pubblicato da Cierre, sui temi di Venezia, dei corsi d’acqua e della laguna: che sia arrivato il momento di pensarci?

Nota. L’immagine di apertura è un dettaglio della mappa dell’area settentrionale dell’Adriatico nell’anno 2100 con il mare più alto di 3 metri rispetto a oggi, allestita dall’artista Alex Tingle a partire dal 2006 nel suo progetto Flood Maps. La mappa intera è disponibile all’indirizzo https://flood.firetree.net/?ll=45.1475,11.7861&zoom=8&m=3&type=hybrid.

L’incontro a cui Piero Brunello si riferisce all’inizio dell’articolo si è tenuto giovedì 5 dicembre 2024, presso la Biblioteca Nazionale Marciana (Una riuscita esperienza editoriale a servizio del patrimonio culturale immateriale di Venezia, nell’ambito di “Storie sotto el fèlze”, ciclo di incontri organizzati da el fèlze, dall’associazione dei mestieri che contribuiscono alla costruzione della gondola – XXI edizione).


[1] Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, II, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2398-2406 (il saggio alle pp. 2393-2435; è ora disponibile anche online: https://www.treccani.it/enciclopedia/gli-ultimi-quarant-anni_(altro)/).

[2] Guida ai luoghi e ai temi di Giuseppe Pavanello, a cura di Mario Davanzo e Guido Perissinotto, Nuova dimensione, Portogruaro 2007, pp. 58-59; La storia orale di… Mario Davanzo, Meolo (Venezia), a cura di Stefano Cattelan, 3 gennaio 2022, in https://www.aisoitalia.org/storia-orale-mario-davanzo/.

[3] Un inventario delle mappe mentali e delle parole per definire il territorio nella seconda metà del Novecento in Pes, Gli ultimi quarant’anni cit., pp. 2393-2398.

[4] Acque alte a Mestre e dintorni. Storie, luoghi, persone (2006-2012), a cura di M. Luciana Granzotto, M. Giovanna Lazzarin, Quaderni di storiAmestre 13, Mestre 2013.

[5] Piero Brunello, Venezia a Mestre. Mappe mentali e idee di città [2019], in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna (Verona) 2022, p. 157.

[6] Luigi D’Alpaos, Luca Carniello, Sulla reintroduzione di acque dolci nella laguna di Venezia, in 26. Giornata dell’ambiente. La salvaguardia di Venezia e della sua Laguna. In ricordo di Enrico Marchi, Atti dei Convegni Lincei (Roma, 5 giugno 2008), Scienze e lettere, Roma 2010, pp. 113-146 (disponibile online: http://www.image.unipd.it/l.carniello/publications/PDF/D’Alpaos&Carniello_LINCEI2010.pdf).

[7] Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori, in https://www.wumingfoundation.com/giap/2024/12/tornare-nel-delta-al-tempo-della-crisi-climatica/.

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