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Filippo

La Storia è storia delle conseguenze non volute

12/03/2025 Edward P. Thompson // Carte false

Prendere “lezioni” o “analogie” dalla storia. Il riarmo produce la guerra e gli Stati non sono più razionali degli individui. Attingere allo spirito internazionalista della Resistenza: ma questa volta cominciare la Resistenza prima della guerra. Intervista impossibile a uno storico del Novecento, a cura di Piero Brunello.

Nota. Edward Palmer Thompson (1924-1993) è stato uno storico britannico. Nel periodo della Guerra fredda ha partecipato attivamente ai movimenti per il disarmo nucleare, per il superamento dei blocchi e per “la pace e la libertà” all’Ovest e all’Est Europa, allora divisi tra Patto Atlantico e Patto di Varsavia. (pb)

Piero Brunello Buongiorno prof. Thompson, grazie anche a nome della redazione di altrochemestre.it per aver accettato questa intervista; vorrei entrare subito nel merito delle cose che ci preoccupano, e cioè le politiche di riarmo contro cui lei si è battuto per molti anni…

Edward P. Thompson Buongiorno, grazie a lei… Ho accettato ben volentieri perché la minaccia alla pace e alla libertà è ancora più incombente oggi che all’epoca della mia militanza attiva.

PB Possiamo cominciare dal fatto che il governo degli Stati Uniti non vuole più saperne dell’Europa, neanche per disporre armi sul suo territorio. Questa cosa la sorprende?

EPT Non proprio, l’Europa avrebbe dovuto affrancarsi dagli Stati Uniti da molto tempo. In un discorso del 1981 dicevo di aver attraversato l’Atlantico molte volte e di aver sempre constatato che, mentre il tempo di volo si riduceva, l’oceano Atlantico si allargava sempre più. Le differenze? Gli Stati Uniti erano allora – e sono tuttora – l’unica grande società avanzata a non aver mai conosciuto un movimento politico laburista o un partito socialdemocratico che avesse partecipato al governo; andava e va a votare una piccola minoranza; e poi la politica americana era già allora subordinata a esigenze di politica interna. Mi ha sempre colpito nel corso dei miei viaggi che il cittadino medio americano non veniva a sapere nulla degli affari europei dai giornali o dai canali televisivi locali. Quando dicevo queste cose, l’amministrazione statunitense era isolazionista, ma il suo era un isolazionismo armato di armi nucleari. Per riprendere le mie parole di allora: “Muscoli militari e forza delle armi nucleari sono visti come un sostituto, non un complemento, della diplomazia”.

PB Conosco il suo discorso. Allora lei concludeva: “Come può oggi un atlantista europeo esercitare una qualche influenza su una simile amministrazione?”, e poco dopo: “Né la tradizione socialista né quella liberale europea possono più consorziarsi facilmente con una egemonia globale americana, le cui priorità sono sempre più nude, determinate dalle esigenze della riproduzione del capitale americano”. Oggi la stessa Europa sta voltando le spalle alla sua tradizione socialista e liberale, e anche qui il voto è esercitato da una piccola minoranza…

EPT In ogni caso, oggi come allora, la questione continua a essere europea e deve trovare la sua soluzione in Europa, che dovrà riscoprire la sua tradizione, il suo spirito…

PB A che cosa pensa quando si riferisce all’Europa?

EPT Con l’età sono diventato sempre più antistatalista, non mi fido del potere dello Stato, penso che si debba agire in qualche modo contro gli Stati. Penso a quando nella storia i popoli hanno spiazzato gli Stati e sfidato le strutture ideologiche e di sicurezza degli Stati stessi. Penso a movimenti fluidi, non regolati e imprevedibili. Come ho detto più volte, le decisioni di produrre armi, di disporle nel territorio e di impiegarle sono prese da poche centinaia di persone, in segreto, mentre per controllare, impedire o invertire queste decisioni serve l’impegno volontario di centinaia di migliaia di persone, nelle scuole, nelle chiese, nelle piazze… Stiamo scendendo dalla parte sbagliata della scala mobile, e se smettiamo di correre saremo portati in cima…

PB Ha nominato, seppur di sfuggita, la Storia, pensa che la storia possa insegnarci qualcosa?

EPT Non sarà anche lei uno che chiede omelie sulle “lezioni della storia”? Lezioni tra virgolette, s’intende…

PB “Lezioni” no, ma ci sarà qualcosa che possiamo imparare dalla Storia.

EPT Che cosa possiamo imparare? Per cominciare che la storia non si ripete mai…

PB Eppure alcuni grandi temi ricorrono, come dimostrano i suoi stessi studi sulla cultura delle classi popolari inglesi

EPT Ricorrono, a patto di riflettere sulle analogie storiche che usiamo. Lo dirò ancora una volta con le parole del discorso a cui ho fatto riferimento. «Negli anni Trenta era opinione diffusa che la Prima guerra mondiale fosse stata causata da una corsa agli armamenti e da una logica di alleanze automatiche, e per questo non furono prese misure essenziali di sicurezza collettiva per fermare Hitler e per prevenire la Seconda guerra mondiale. Oggi la “lezione” della Seconda guerra mondiale è impressa nella mente dell’opinione pubblica, mentre è stata dimenticata la “lezione” della Prima guerra. E poiché è diffusa la convinzione che la debolezza militare e l’acquiescenza abbiano causato la Seconda guerra mondiale, molte persone ora accettano nuove forme di militarizzazione che, se non controllate, ci porteranno alla Terza guerra mondiale». Queste parole erano dette in piena Guerra fredda, ma oggi mi sembrano ancora più attuali.

PB Rimaniamo, se è d’accordo, su questa analogia. All’epoca della Guerra fredda lei ha osservato che gli anni Trenta hanno impresso nella memoria europea “l’immagine di una grande potenza militarista ed espansiva (la Germania nazista), il cui appetito era ogni volta alimentato da un nuovo tentativo di riappacificazione, e che aveva un’insaziabile spinta a conquistare tutta l’Europa, se non il mondo”; e ha aggiunto che su questa premessa politici e ideologi, a Ovest e a Est, sono sempre parole sue, “hanno indicato questo insaziabile potenziale aggressore rispettivamente in Russia e in America”. Può essere un’analogia tuttora convincente, no?

EPT Mah… questa analogia mi è sempre parsa basata non sulla memoria bensì sull’assenza di memoria, dovuta al fatto, come ho appena detto, che la memoria della Seconda guerra mondiale ha cancellato il ricordo della Prima. È una spiegazione che ci appare plausibile semplicemente perché sembra familiare. Quello che voglio suggerire è di resistere al potere suggestivo della memoria, e di tener presente che dove la disciplina storica può essere utile è laddove può insegnare non una “lezione”, ma più di una.

PB Perché ci tiene a ribadire questa sua avvertenza? Non è sufficiente conoscere quanto è accaduto per scongiurarlo?

EPT Lo dico perché gli eventi con cui gli storici hanno a che fare contraddicono continuamente le aspettative degli attori che li hanno creati. Come ho avuto modo di dire: “La storia è la storia delle conseguenze non volute. Si fanno rivoluzioni, si pubblicano manifesti, si vincono battaglie: ma il risultato, a distanza di venti o trent’anni, è sempre qualcosa che nessuno aveva voluto e che nessuno si aspettava”.

PB Se non ricordo male, a lei piaceva ricordare a questo proposito Boris Pasternak…

EPT Mi piaceva ricordare il grande poeta russo, allora vietato nel suo paese, perché ho sempre considerato la ricerca della pace e della libertà strettamente legate assieme, a Ovest come a Est (se queste parole hanno un senso ancora oggi in cui la nozione di Occidente sembra aver perso di senso). Pensando alla rivoluzione di Ottobre, Pasternak riflette sulle “conseguenze delle conseguenze”. Mi è sempre piaciuta questa frase: “le conseguenze delle conseguenze”, e vorrei che potessimo vedere il riarmo dell’Europa in questo modo e non in termini di intenzione degli attori.

PB Vuol dire che i suoi studi sulla Storia l’hanno portata a credere che gli eventi, una volta messi in moto, hanno una loro logica che sfugge alla volontà e alle previsioni degli attori?

EPT Sì…. i discorsi sul riarmo attribuiscono agli Stati una razionalità che si fa fatica a trovare nella Storia, oltre a non tenere conto delle impennate di panico o di nazionalismo, o dei fraintendimenti delle azioni dell’Altro. Per non parlare poi di quando i teorici del riarmo garantiscono una precisione e una prevedibilità nelle operazioni militari. I vecchi soldati – posso dirlo perché ho combattuto a Cassino –, i vecchi soldati sanno che il Generale che comanda entrambi i campi di battaglia è il Generale Casino.

PB Quando Pasternak parla di “conseguenze delle conseguenze”, sembra riferirsi alla logica interna e agli automatismi propri delle strutture politiche, militari, economiche e ideologiche… 

EPT Automatismi, concatenazioni, apparati… Nascono nel momento stesso in cui si propone e si vuole il riarmo invece di trovare soluzioni politiche, escludendo come irrilevante tutto ciò che è estraneo alle armi. Da quel momento il militarismo consolida il proprio potere, rafforza i servizi di sicurezza e le ideologie che ne derivano, militarizza i civili, affida le decisioni ai complessi militari-industriali, ha bisogno di una perpetua crisi bellica…

PB Potremmo dire che non si fanno guerre per produrre armi, ma che si producono armi per fare guerre…

EPT Di sicuro ci stiamo preparando al tipo di società che fa la guerra. Proprio perché ho dedicato la mia vita allo studio della Storia, non penso alla malvagità degli attori sociali, non penso in termini di origini, intenzioni eccetera. Penso alla forza dell’inerzia. Come ha scritto Wright Mills tempo fa, la causa immediata della terza guerra mondiale è la sua preparazione…

PB Lei ha sempre ribadito che se vogliamo sopravvivere dobbiamo fare di più che protestare: cominciare a rimettere l’Europa insieme. E come si potrebbe fare?

EPT Certamente non con la vittoria di una parte sull’altra. Ciò significherebbe una guerra. C’è uno spirito a cui i popoli europei possono attingere, ed è lo spirito della Resistenza, che è stato il più grande movimento religioso e politico della storia europea: quello spirito internazionalista può ancora motivare migliaia e migliaia di persone verso l’imperativo della sopravvivenza, dei diritti, della libertà e della pace. È il più grande regalo che possiamo fare al futuro, e se non lo facciamo temo non ci sarà futuro. Mi piace riprendere ancora una volta quanto dicevo più di quarant’anni fa. Questa volta la Resistenza “deve sorgere, non sulla scia della guerra e della repressione, ma prima che queste abbiano luogo. Cinque minuti dopo, sarà troppo tardi.”

PB Un riarmo che si fonda sulla logica della Guerra fredda e sull’analogia con gli anni Trenta, ma che può produrre l’esito che ebbero le mobilitazioni generali degli Stati europei nell’estate del 1914: o un altro esito che al momento non sappiamo immaginare. Non è propriamente una bella situazione…

EPT Nel 1981 dicevo che non abbiamo scelto noi di vivere in questo tempo, ma che non c’è modo di uscirne. Allora dicevo che quelli di noi che non si aspettano una vita dopo la morte potrebbero vedere in questo la nostra unica immortalità: poter trasmettere la continuità della vita, la continuità della cultura. “Può anche darsi – dicevo – che siamo più felici quando siamo impegnati in questioni più grandi delle nostre volontà e di noi stessi”. Vorrei ripeterlo anche in questi momenti, per spingere a uscire dall’apatia, a reagire…

PB Grazie prof. Thompson per le sue parole, che ci fanno sentire meno soli, e che cercheremo di far conoscere. 

Nota. Le parole di E.P. Thompson si basano fedelmente sugli scritti raccolti in Edward P. Thompson, Opzione zero. Una proposta per il disarmo nucleare, trad. di Francesco Ciafaloni, Einaudi, Torino 1983 (ora PGreco, Milano 2023; ed. orig. The Merlin Press, London 1982): l’espressione “Generale Casino” è nella traduzione italiana. Le citazioni virgolettate sono una mia traduzione di E.P. Thompson, Beyond the Cold War, Merlin Press, London 1982, ora consultabile online in https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/beyond-cold-war, che si legge in edizione italiana nella già citata raccolta Opzione zero. Lo scritto di Charles Wright Mills è The Causes of World War Three, Simon and Schuster, New York 1958 (ed. it. Le cause della terza guerra mondiale, trad. di Luciano Bianciardi, Feltrinelli, Milano 1959).

L’immagine di apertura (E.P. Thompson at 1980 protest rally) proviene da Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:E_P_Thompson_at_1980_protest_rally.JPG).

Archiviato in://, Carte false Edward P. Thompson

Stati Uniti d’Europa

05/03/2025 Carlo Cattaneo // Carte false

Rileggere quel che Carlo Cattaneo scriveva nel 1848 pensando al vertice convocato a Londra il 2 marzo 2025 e a un movimento pacifista europeo.

Nota. Nell’estate del 1848, dopo che gli Austriaci avevano riconquistato Milano e il Lombardo Veneto tranne Venezia, Carlo Cattaneo riparò a Parigi con la moglie, l’irlandese Anna Woodcock. Lì, riflettendo sul fatto che le rivoluzioni europee si erano trasformate in guerra tra le nazioni, e denunciando le spinte alla militarizzazione e all’accentramento del potere statale in Francia e in tutta Europa, Cattaneo scrisse  L’insurrection de Milan en 1848 (la versione italiana uscì nel 1849 in Svizzera), in cui affermava che l’unica possibilità di pace in Europa stava nella costituzione degli Stati Uniti d’Europa, sull’esempio americano, modello per i democratici e i federalisti europei. Proponiamo le righe finali di questo scritto, con poche modifiche segnalate in nota, pensando al vertice convocato a Londra il 2 marzo 2025 e ai compiti del movimento pacifista europeo. (acm)

Senonché, l’aquila americana[1], che doveva congiungere in una famiglia tutte le democrazie liberali[2], cadde in polvere prima di compiere l’annunciato prodigio. Ed ora le nazioni europee devono congiungersi con altro nodo; non coll’unità materiale del dominio, ma col principio morale dell’eguaglianza e della libertà. Le Nazioni Unite, già da più di settant’anni[3] scrissero questa verità nei Diritti dell’Uomo. E le nazioni ora sono mature perché la parola s’incarni nel fatto. Solamente quando ogni stato d’Europa avrà intorno a sé milioni d’uomini e di donne liberi[4], non sarà più costretta a tenere in armi seicentomila soldati, né ad affamare il popolo per disfamare l’esercito, i cui capitani conculcheranno sempre la sua libertà. […] In mezzo a un’Europa tutta libera e tutta amica, l’unità soldatesca potrà far luogo alla popolare libertà; e nell’edificio costrutto dai re e dalli imperatori potrà rifarsi sul puro modello americano. Il principio della nazionalità, provocato e ingigantito dalla stessa oppressione militare che anela a distruggerlo, dissolverà i fortuiti imperii dell’Europa orientale; e li tramuterà in federazioni di popoli liberi.

Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa.

Nota. Tratto da Carlo Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano e della successiva guerra. Memorie, Tip. della Svizzera Italiana, Lugano 1849, pp. 305-306. Il volume, digitalizzato nel progetto googlebooks, è consultabile online. Un’edizione recente è quella curata da Marco Meriggi e pubblicata da Feltrinelli (Milano 2011).

L’immagine di apertura è un dettaglio della litografia (stampata a colori) di Frédéric Sorrieu, République universelle démocratique et sociale. Le Pacte (Parigi, 1848), conservata al Musée Carnavalet, Parigi, https://www.parismuseescollections.paris.fr/fr/musee-carnavalet/oeuvres/1848-republique-universelle-democratique-et-sociale-le-pacte.

L’immagine di chiusura riproduce la litografia di Karl (Carl) Lanzedelli (Lancedelli) (Lanzedelly) Illustrirte Politische Karte von Österreich und den angränzenden Ländern (Vienna, 1848), tratta dalla Wien Museum Online Sammlung, https://sammlung.wienmuseum.at/objekt/11830-illustrirte-politische-karte-von-oeesterreich-und-den-angraenzenden-laendern/.


[1] Originale: la corona imperiale.

[2] Originale: genti cristiane.

[3] Originale: La Francia, già da sessant’anni.

[4] Originale: la Francia avrà intorno a sé cento milioni d’uomini liberi.

Archiviato in://, Carte false Carlo Cattaneo

Ingredienti per il successo

10/02/2025 Loris Bizzarone Bussenghi // Letture

Andare in una biblioteca civica su suggerimento di una classifica di vendite. Scheda di lettura di un libro con un prontuario per scrivere romanzi in serie.

Meraviglia di Francesco Vidotto, Mondadori, Milano 2017. L’ho preso in biblioteca stamattina, lunedì 20 gennaio.

Sono andato apposta, per via di un articolo de Il Sole di ieri che certifica Francesco Vidotto condomino dei piani alti della hit parade. Primo degli italiani con Onesto, Bompiani, Milano 2024.

Numerose in rete le voci, in genere recensioni (100% positive). Unanimi quanto alla scrittura di Vidotto. Molto “scorrevole”. 

Su fb 155.000 e passa folouèrs. Su Instagram, aggiunge chi sa, decine di migliaia (non so di che, scusino).

I suoi libri?

– Sempre tutti in prestito, mi previene la bibliotecaria. – Aspetti

che guardo.

Scivola tra gli scaffali. Sontuosa.

Altroché.

Una effe come minimo.

Sontuosa? Appropriato.

Lo usa anche la Ginzburg (cfr. Dizionario Battaglia).

Ma scivola?

Cosa vuoi che scivoli? Ragiona.

Sarà uno e ottanta.

Eccola. Riappare.

– C’è rimasto solo questo.

– Bene.

Sollevàti.

Tutti e due.

A casa.

*

Cosa fa un treno veloce?

“fila come un siluro” (p. 149) 

Si sa che i siluri filano come treni (film americani di una volta)

Com’è la terra del cimitero di Conegliano?

“scura” (p. 122)

Il cuore com’è, di ritorno dal funerale di un amico?

“pesante”(p. 123)

Perché in letto

“immobile come una pietra” “con nel petto una locomotiva” “mi stringevo il pisello”? (p. 39)

“perché avevo bisogno di sentire che c’ero” (p. 39)

Dialogo tra la bimba Lola e suo papà a passeggio nel bosco.

Papà “Il bosco canta, proprio come noi.”

Bimba Lola “Davvero?”

Papà “Tutti questi alberi li vedi?”

Bimba Lola (deficiente magari, ma non cieca) “Sì.”

Papà “Loro salgono in cielo alti, proprio come lunghe dita di legno, e suonano il vento e questa che sentiamo, questa melodia, è la loro voce.” (p. 204)

Come si dice in buon letterariese mi addormentai?

“Lasciai la vita in mano alla notte.” (p. 123)

Domanda: dite cos’è la gioia.

Risposta. “La gioia” “un’emozione fragilissima e impalpabile”

“un momento senza tempo. Non si può trattenere. Accade e scompare.

E così ti fulmina e ti abbandona e tu ne stringi il sapore e non ti rimane che sorridere”. (p. 85, a capo d’autore).

A proposito di palpare e stringere. 

Va da sé che un reggiseno ben abitato non si sgancia al primo tentativo. Specie se di principiante (p. 80).

Bisogna insistere. 

Sempre che la convenuta abbia pazienza. 

E la ragazza Anna l’ebbe altroché.

“Sfiorai la pelle di lei fino a sentire il seno dei velluto e i capezzoli tra le dita”. 

“La toccai. […] Era calda, morbida e umida.” (p. 80)

Ma sono disturbati. 

Erano peraltro in casa d’altri. 

Lei?

“Si guardò attorno come una volpe in trappola”, prese la finestra.

“e così nuda com’era, saltò giù e corse nella campagna…” (p. 81). 

*

Domani lo rendo.

Sempre ci sia parcheggio.

Se no sarà sabato, già che devo andare al mercatino per il formaggio tipo malga.

22 gennaio 2025

PRONTUARIO

L’andare a capo appena dopo il complemento oggetto è accortezza capitale.

Hai compicciato una cinquantina di cartelle a base di

– Orsù , fa lui.

– Ciccia, ribatte lei. Malmostosa di una.

(In alternativa?)

– Bell’idea.

A seguire referto analitico (ingrandimento 50x per 1000x) dei contatti ravvicinati di un certo tipo. Quel tipo là.

Il resto?

weather: piove, sớla, mezzo e mezzo;

time: giorno, notte, alba, tramonto;

car: sali, vai, parcheggia, scendi;

bar: dentro e fuori;

drink: sorseggia, tra un superalcolico e l’altro se maggiorenne,

da una lattina (marca e tipo da concordare in agenzia letteraria. Lotti da dodici);

cicche: accendi (una via l’altra) e schiaccia (una via l’altra) nel portacenere, 

ma oggidì fa un po’ vintage, salvo Rocco,

Rocco Schiavhammer, cazzo! (cfr. Mike Spillane).

Consìderisi, prego.

Con i debiti a capo, il mazzolin si fa ghirlanda. 

Duecento e passa pagine?

Romanzo? Un malloppo.

Ma ocio che il sol mangia le ore.

Avanti popolo.

E dopo cinque, sei, sette, otto settimane?

– Orsù, fa lui.

– Bell’idea, ribatte lei, di bianco vestita (liu-jo).

Stessa borlanda?

No! Tutto diverso. 

Starring, stavolta, pure “o malamente”.

E ne combinerà quel bruto.

Solo il Signor sa quante. 

Blackout pesto.

Al piano ai colli e sulle crode.

Temporaneo però.

Trionfare no. 

Non la trionferà.

Una scia di fuoco nel cupo del blu.

Si schianterà, perdiancina.

Come un meteorismo (Luciano Salce b m) d’agosto.

Con senza-di-lui la luce torna.

Vince l’ amor.

Archiviato in://, Letture Loris Bizzarone Bussenghi

Dove sono finiti i pesci?

06/02/2025 Francesco Visentin // Storiografia

Appunti sul romanzo di Wu Ming 1, Gli uomini pesce; un romanzo geografico, con protagonista il delta del Po; trasformare gli spazi in luoghi, grazie al racconto storico; immaginare il futuro nell’epoca dell’innalzamento del mare Adriatico.

Giovedì 17 ottobre, sono a Venezia e un amico mi chiama per chiedermi se riusciamo a incontrarci perché ha un regalo per me. Lo conosco, sarà sicuramente un libro. Due ore dopo sono in treno, direzione Udine, con la mia copia de Gli uomini pesce appoggiata sul sedile. Dovrei correggere delle tesi, ma per un geografo la mappa delle valli di Comacchio di Elisée Reclus in copertina è quasi un richiamo ipnotico, vista l’importanza che il suo lavoro ha ancora oggi nell’interpretare lo spazio geografico come un prodotto sociale. Non resisto, chiudo il computer e decido di leggere qualche pagina, ed ecco un’altra mappa: le terre del Delta, il Delta storico, o Delta grande, o meglio l’area che si estende senza confini precisi dal fiume Adige a nord fino alle valli di Comacchio e ancora più a sud, nel Ravennate. Area che trova a est il confine del mare ma verso ovest entra nella pianura a intensità variabile senza un preciso limite.

Due indizi però non fanno geografia, perché “correlation is not causation”. Inizio il libro, e a p. 9, la prima, leggo: “I media parlavano di emergenza idrica, paventavano razionamenti, rubinetti aperti invano nelle nostre case. Io pensavo ai pesci. Cosa capita ai pesci quando un fiume striminzisce e agonizza? Dove vanno? […] Il Po era debole, stremato, e l’acqua dell’Adriatico lo risaliva. Si chiamava ‘cuneo salino’, e ogni anno batteva nuovi record. Il fiume più lungo e possente d’Italia non riusciva più a raggiungere il mare”.

E dopo due pagine, presentando il personaggio del soundscape artist Sonic, Wu Ming scrive:

“Normalmente si andava a vedere il Po, lui invece voleva udirlo… Sì. Sarebbe stato un pellegrinaggio, un tributo a Ilario, che il Po lo aveva vissuto, amato, raccontato, e purtroppo aveva fatto in tempo a vederlo così”.

Immediatamente si cristallizzano negli occhi le immagini dell’estrema siccità che ha contraddistinto l’estate 2022 in tutta Europa, tanto che nel letto di alcuni fiumi sono affiorate le Hungerstein, le pietre della fame, cioè dei massi in cui erano incisi dei messaggi dai toni apocalittici, come “Se mi vedi, stai piangendo”, un monito a ricordo delle pesanti siccità passate.

Ora, più che ipnotizzato, sono leggermente spiazzato: già dopo le prime pagine mi trovo di fronte a due indizi, impliciti a dire il vero, ma che iniziano a far girare gli ingranaggi di quella che per il momento è solo una congettura.

Il primo è relativo a quello che potrebbe sembrare un grimaldello narrativo, una constatazione eccentrica, che alcuni potrebbero bollare – poco garbatamente – come un vezzo dei “soliti ambientalisti”: nell’emergenza idrica chiedersi dei pesci. Lo ammetto, me lo sono chiesto anch’io tutta l’estate del 2022, ma a dire il vero, me lo domando ogni volta che guardo un corso d’acqua. Dove sono finiti i pesci, le rane, i gamberi? Con un atteggiamento probabilmente ingenuo, forse sciocco. Al di là di questa consonanza di pensiero, questa tensione verso la vita dentro ai fiumi, è il primo punto che mi annoto e che poi ritroverò. Sono di fronte a un qualcosa che già dall’inizio vuole accompagnarti verso un cambio di prospettiva: tentare di non mettere noi umani sempre al centro del dibattito, ma di provare a ribaltare la visione antropocentrica e autocentrata verso una più aperta e relazionale dell’ambiente.

Il secondo indizio è forse ancora più affascinante: sono forse di fronte a un libro che mette al centro lo spazio, anzi la geografia? Ma soprattutto mi viene immediatamente in mente il lavoro di alcuni colleghi (Anna Salmond, Gary Brierley e Dan Hikuroa) pubblicato nel 2019 nella rivista Policy Quarterly (vol. 15, n. 3) intitolato Let the Rivers Speak: thinking about waterways in Aotearoa New Zealand. E quindi ascoltare un fiume, come Sonic, assume una diversa sfumatura, alla luce del fatto che nell’articolo i fiumi sono analizzati come agglomerati complessi di rocce e acque (studio geo-idrologico), di piante, di animali e di persone. Una specie di etnografia fluviale che permetta di considerare e miscelare un’ampia gamma di conoscenze proveniente sia dalle scienze naturali che da quelle sociali, in grado di interrogare e tenere in considerazione anche la mätauranga taiao, cioè la conoscenza ancestrale (Maori in questo caso) come sapere utile a una visione integrata dell’ambiente.

Proseguendo con la lettura, aumentano le sottolineature e si infittiscono gli appunti. In men che non si dica gli indizi diventano sempre di più, e non solo per la comparsa di quella che forse è una delle protagoniste del libro, Antonia. Ho scritto “forse” e “una” per un motivo a cui tra poco darò risposta. Ça va sans dire, Antonia non poteva che essere una geografa con la passione per le aree di bonifica e per i territori di transizione: insomma per quei paesaggi che diamo per scontati ma che hanno vissuto delle radicali trasformazioni negli ultimi cento anni. Paesaggi il cui esito oggi sono “lo spopolamento e la rarefazione sociale” (p. 88) e che oggi rappresentano la cartina di tornasole non solo di un fallimento socioeconomico ma anche di quelli che saranno gli effetti del riscaldamento globale.

A seguire, da p. 90 vengono infilati in serie i nomi di alcuni geografi e geografe (di area bolognese o patavina) che hanno fatto la storia della disciplina o quella dello studio delle bonifiche, a partire da Lucio Gambi per arrivare a Franco Farinelli, passando per Marina Bertoncin e Federica Letizia Cavallo, come per Paola Bonora e Stefano Piastra. In pratica inizia pian piano a solidificarsi una impressione sempre più insistente. Non che manchino i riferimenti diretti agli storici come nel caso dei “mari di terra” di Emilio Sereni (p. 58) o quelli indiretti agli studi agrari e sulla bonifica di Franco Cazzola. Sia chiaro.

Nonostante ciò, i tre piani temporali attraverso cui è costruita la narrazione (durante la Resistenza, negli anni ’70, e ai giorni nostri) non servono solo a oliare gli ingranaggi del plot delle vicende umane e a magnetizzare l’attenzione del lettore, ma mi sembra possano rientrare in una strategia di trasporto narrativo verso il vero protagonista dell’intero romanzo: la geografia del Delta del Po. O meglio, una narrazione attraverso la quale si costruisce il “personaggio” Delta del Po.

Ma tornando all’argomento centrale, i punti iniziali che avevano in qualche modo preannunciato un romanzo geografico tornano costantemente nel libro. La biografia del paesaggio deltizio viene ricostruita in modo significativo, grazie ai personaggi che sembrano quasi delle maschere che si muovono nel paesaggio-teatro del romanzo per raccontare la geografia del territorio e i rischi del riscaldamento globale. Mi limito ad alcune suggestioni, anche per evitare l’effetto spoiler per chi non avesse già letto il libro: uno è il tema dell’abbandono – controllato – o “contro-bonifica” (pp. 149-150). Già accennato alle pp. 92 e 93, usando lo stratagemma del meta-libro di Antonia Igor Mortis (titolo che devo dire mi ha strappato un ghigno e più), è un ragionamento fondamentale di geografia sovversiva perché si tratterebbe di tornare a mescolare la terra all’acqua e non continuare nella strada della netta separazione, continuando a pretendere solidità, linearità e certezza dove abbiamo cambiamento e trasformazione. È un vicolo cieco perché si tratta di cambiare il territorio, cosa che però presuppone un cambio di paradigma sostanziale perché dovremmo assumere delle posture non antropo-centrate. Un abbandono visto solo dalla prospettiva umana e non come fattore di co-esistenza, un campanello suonato all’inizio parlando dei pesci ma che diventa una argomentazione più ampia quando viene trattato il tema del ritorno del lupo in alcune aree del Mezzano (pp. 375-384).

Un secondo punto molto interessante è quello relativo all’idea di “far respirare i fiumi” (tornare a udirne la voce, appunto) e quindi provare a dare spazio alle pertinenze fluviali, ragionare sull’allargamento, cioè assumere una prospettiva d’acqua e non di terra. Ma proprio su questo punto a p. 378 troviamo un altro indizio sulla centralità del pensiero geografico perché il naturalista Gennaro, che sta guidando un gruppo di visitatori tra cui la stessa Antonia nella zona di Argenta, dice che “siamo dentro una cassa di espansione per le piene di questi fiumi, e guai se non ci fosse, perché qui confluisce quasi tutta l’acqua che dall’Appennino scende nel bolognese […] i fiumi s’ingrossano, e a volte esondano, e devono avere luoghi così dove possono allargarsi, e notate che non ho detto spazi ho detto luoghi”.

E come fa notare Antonia, la sfumatura, e cioè il passaggio da spazio a luogo è prettamente geografica, come precisa qualche riga dopo sempre Gennaro: “Quando si dice ‘dare spazio al fiume’ si parla in termine di superficie, di metratura, perché si ragiona sulla mappa […] servono dei luoghi viventi, che col fiume siano in simbiosi, luoghi con le loro specificità, e cui avere cura. Purtroppo, si va nella direzione opposta” (p. 385).

È forse normale trovare quel che si vuole in un libro, e si capisce. Tutti noi lo facciamo, tutti noi cerchiamo correlazioni. A volte sembrano pure esplicite. È quello che è stato definito effetto Heisenberg e cioè nel corso dell’analisi, lo scienziato interagisce con l’oggetto dell’osservazione per cui ne consegue che l’oggetto osservato si rivela non come è in sé stesso bensì in funzione dell’analisi. Succede con la fisica, figurarsi con un libro. Ma un contributo a far saldare le correlazioni che vedevo all’inizio è arrivato anche dalla lettura dell’esperimento di scrittura collettiva firmata con lo pseudonimo Moira Dal Sito dal titolo Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende (Edizioni Alegre, 2020). Nell’introduzione a cura di Wu Ming 1 emerge la stessa tensione verso l’analisi territoriale del Delta che poi verrà riversata ne Gli uomini pesce. Tensione che diventa inclinazione e che è confermata dalla pubblicazione sul blog Giap del manifesto collettaneo Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica (2024) in cui attraverso una serie di punti si delinea un pensiero-paesaggio grazie al quale provare a leggere il Delta odierno ma anche a immaginare quello del futuro.

A rendere plastici i diversi indizi accumulati ha contribuito moltissimo la partecipata e affollata occasione pubblica di confronto con Wu Ming 1 alla presentazione del libro, il 18 dicembre 2024 presso il centro culturale Zenobia a Venezia.

A un mondo (come a uno studio) ci si avvicina piano piano, perché è pretenzioso risalire all’esatta sorgente di una storia. Chi racconta non è mai soltanto un narratore, perché per narrare ha dovuto ascoltare, leggere, parlare, informarsi e vedere. Una storia alla fine si svolge nello spazio e come per un fiume o per un ruscello è meglio procedere con circospezione e cautela: nascono dall’incontro di rivoli o da piccoli zampilli o da una serie di polle quasi invisibili, e solo per convenzione si può stabilire qual è il corso principale o quale sia la sorgente. Nell’introduzione a Quando qui sarà tornato il mare l’autore ha scritto esplicitamente che questa è una di quelle “opere di avvicinamento al futuro libro” (p. 36). Ebbene s’, c’è già tanto, e si vede lo studio preparatorio come anche la Geografia che si fa Storia.

Oltre a questo, mi sembra che tra le righe ci possa essere una questione geografica ancor più ampia del Delta (una volta si sarebbe parlato di “geografia regionale”): cioè la possibilità di vedere la geografia come immaginazione per rileggere un territorio, quasi omogeneo nei suoi pattern geografici, che va da Monfalcone a Cervia. Da trattare tutto assieme. Perché probabilmente le terre dell’arco adriatico sono accomunate da schemi e da pattern socio-culturali riconoscibili. Se analizziamo i fattori che hanno portato alla trasformazione di questo ampio territorio, per esempio la bonifica del Mezzano o quella avvenuta sopra Caorle, questi sono simili e sono spesso l’esito della combinazione di fattori istituzionali-tecnici-economici ripetuti e ripetibili. Come anche le trasformazioni di corsi d’acqua quali il Cormor, il Reno e il Gorzone: tutti rispondono a logiche identiche e equivalenti. Queste combinazioni sono in grado di generare quei frammenti in cui la moltiplicazione del quasi uguale in realtà ci pone di fronte la specificità dei luoghi e al tempo stesso ci dovrebbe far riflettere sull’universalità dei fenomeni che rendono lo spazio uguale a sé stesso. Infatti, se noi prendessimo e studiassimo delle “porzioni” di questo paesaggio-esteso probabilmente si potrebbero incontrare matrici generative, che ci permetterebbero di entrare nelle pieghe flessibili della trasformazione attraverso le quali si è arrivati alle odierne geografie d’acqua.

Sempre nell’introduzione a Quando qui sarà tornato il mare si svela e prende corpo l’attenzione per la narrazione dello spazio attraverso il tempo, capovolgendo l’assunto. È ovvio, non c’è spazio senza tempo, e non c’è tempo senza spazio, la storia e la geografia non sono dei lontani parenti, ma delle sorelle, forse gemelle. Eppure, ne Gli uomini pesce assume plasticità una sorta di geo-fiction, un libro che va oltre, sconfina, che ci traghetta dal romanzo storico a quello geografico. È un manifesto del romanzo geografico in cui la Storia è chiaramente necessaria e non rappresenta solo uno sfondo, sia chiaro, ma diventa utile soprattutto per parlare di Geografia. O meglio per dare vita a quel processo alchemico-letterario di trasformare gli spazi in luoghi agglutinando i tre piani temporali ma soprattutto celebrando un felice connubio geo-storico: un libro cronotopico!

Ovviamente, come è già stato notato in moltissimi articoli e recensioni, i temi del libro sono moltissimi e forse proprio questa pluralità e coralità di contenuti lo rende cangiante e mesmerico. E per tornare all’inizio di questa breve riflessione, mentre la maggioranza delle pagine iniziava a occupare la parte sinistra del dorso del libro, mi è sembrato che l’invito dell’autore fosse quello di prendere in considerazione una prospettiva idro-centrica che ci consentirebbe di ricercare e pensare altri futuri. Senza sottrarci dal ragionare a proposito di abbandono e/o di trasformazione, anzi, perché, per citare uno scambio epistolare tra me e l’autore del 7 novembre 2024: “se la rinaturalizzazione non è un ‘ritrarsi organizzato’, gestito, curato dagli stessi soggetti che avevano artificializzato, cioè noi, il processo rischia di andare a ramengo”.

I paesaggi d’acqua non sono solo il luogo del “rapporto interrotto” tra esseri umani e ambiente naturale. Sarebbe una visione riduttiva quella di considerare il tentativo di controllare gli effetti di un sistema climatico variabile attraverso la tecnica solo come una storia di alterazione, distruzione e di intrusione degli umani nella natura. È invece necessario tenere in debita considerazione come l’acqua sia stata e tutt’ora sia l’agente dominante del rapporto tra esseri umani, non-umani e ambiente; dove la miscela tra capacità istituzionale, emancipazione dei cittadini, tecnica e cultura, economia e società ha generato quell’ibrido paesaggistico che sono le geografie d’acqua del Delta del Po.

Bibliografia

Sandro Abruzzese, Marco Belli, Davide Carnevale, Cassandra Fontana, Sergio Fortini, Marco Manfredi, Michele Nani, Giuseppe Scandurra, Wu Ming 1, Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori, “Giap” online, 2 dicembre 2024, url: https://www.wumingfoundation.com/giap/2024/12/tornare-nel-delta-al-tempo-della-crisi-climatica/

Moira Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende, Edizioni Alegre, Roma 2020.

Ann Salmond, Gary Brierley, Dan Hikuroa, Let the Rivers Speak: thinking about waterways in Aotearoa New Zealand, “Policy Quarterly”, 15, 3), 2019, pp. 45-54.

Wu Ming 1, Le “terre nuove” destinate a scomparire (raccontate prima che arrivi il mare), in Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare, cit., pp. 7-40

Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Einaudi, Torino 2024.

L’autore. Francesco Visentin è professore associato in geografia presso l’Università degli Studi di Udine dove insegna Geografia Umana. Si interessa di paesaggio prestando particolare attenzione allo studio dei rapporti tra comunità antropiche e morfologie idrauliche. Conduce attività di ricerca su: patrimonio e patrimonializzazione, l’evoluzione dei paesaggi quotidiani e marginali, gli impatti del turismo sulle comunità e sugli immaginari paesaggistici e le dinamiche dell’abbandono. Si occupa anche delle relazioni che intercorrono tra le pratiche geografiche e quelle artistiche.  Tra le sue ultime pubblicazioni: Geografie d’acqua: paesaggi ibridi (Marsilio, Venezia 2024); con Federica Cavallo e Francesco Vallerani, Arcipelago delle maree. Esplorare gli incerti confini della Venezia Anfibia (Cafoscarina, Venezia 2023); con Francesco Vallerani Waterways and the Cultural Landscape (Routledge, London-New York 2018).

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Un florilegio di consigli utili

02/02/2025 Pietro De Marchi // Letture

Uno studioso di letteratura legge Improvvisi, raccolta di scritti di Gigi Corazzol: suggerimenti di un lettore pagante a editori e curatori; idiosincrasie e affetti; discussioni sui moti dell’animo che accompagnano la ricerca storica.

Questo che si presenta stasera si può considerare il terzo libro di una serie incominciata con Luminello di benedizioni (gennaio 2022) e proseguita con Addio mia bella Clio (settembre 2022), tutti stampati o editi da DBS di Seren del Grappa come già i Piani particolareggiati (quest’ultimo in co-edizione con Pilotto Editrice, 2016). Con la differenza, rispetto ai due precedenti, che questo è tutto di Gigi Corazzol ortonimo, senza la collaborazione dei suoi vari eteronomi, si chiamino Guido Gambaredo, Romano Banco, Carlo Moriggi o Pertinace Elvio Badola.

In questi Improvvisi di Corazzol (titolo che non so se abbia qualche parentela genetica con gli Improvvisi per macchina da scrivere di Giorgio Manganelli) ci sono alcuni articoli più lunghi, come La ghirlanda fiorentina che occupa più di trenta pagine (pp. 30-64) e Tre diari che di pagine ne conta una sessantina (pp. 76-137); e altri più brevi, alcuni con un titolo che dice da dove parla l’io che parla: non da sopra una cattedra, non da uno scranno rialzato, ma Da sotto al fico (tre testi) o Da accanto alla stufa economica (si pensi anche a una precedente raccolta di scritti di Corazzol, Pensieri da un motorino). Titoli che rientrano tutti nella categoria della smorzatura, o dell’understatement.

Dirò dunque qualcosa, alla breve, su alcuni degli articoli più brevi. Con una duplice avvertenza. La prima: in tutti gli articoli del libro, in varia misura, c’è, sotto traccia o bene in vista, un intento comune: mostrare come si dovrebbe fare la ricerca storica, o come si dovrebbe curare l’edizione di un libro, e questo anche, se non soprattutto, dimostrando come non si deve fare, quindi attraverso exempla negativi. La seconda avvertenza invece è questa: Corazzol parla sempre da un punto di vista ben preciso, che è quello del lettore pagante (cfr. a p. 62: “le mie paturnie di lettore pagante”), che ha quindi tutto il diritto di inalberarsi (si potrebbe usare anche un altro verbo al posto di inalberarsi, sempre però con il prefisso in), se si sente turlupinato dagli editori o dagli autori o dai curatori del libro acquistato. Così avviene per esempio che l’autore di questi “improvvisi” non so se ridendo, ma certo facendo ridere chi legge, castighi di volta in volta:

1) i romanzi, estivi e no, che vanno per la maggiore e che sono scritti con i piedi (per chi volesse, esempi esilaranti si leggono alle pp. 12-14);

2) l’esagerato e tutto sommato vano sfoggio di cultura da parte degli accademici. Si veda, a questo proposito, nella recensione a un libro di Nicola Gardini, l’avvertenza a non esagerare con gli eserghi: “Per certi versi somiglia a un coltellino svizzero. I 44 (brevi capitoli) e l’Avvertenza che li precede, sono impreziositi da eserghi. Salvo errore ne ho contati 57, in sette lingue diverse. Tutti autori poi di grossa cilindrata. Fate conto che il più scarso del mazzo (a mio gusto, s’intende) è Marguerite Yourcenar. Con soli sette euro insomma vi portate a casa gratis una mini Ape (poliglotta, non solo latina) del Fumagalli[1]. Un bouquet (ma cosa dico un bouquet, una corona) di flores sententiarum, aforismi, massime e obiter destinati a venir buoni in ogni e qualsiasi circostanza della vita” (p. 26);

3) le antipatie ideologiche degli studiosi che travisano l’evidenza di fatti facilmente accertabili, come si dimostra a proposito di un libro su Erasmo da Rotterdam, in cui si attribuisce a Delio Cantimori la perversa volontà di impedire la ristampa di un’opera come L’elogio della follia, che uscì invece, lui vivo e attivo, presso vari editori e più volte anche presso Einaudi, e persino con una sua prefazione (pp. 68-69);

4) le operazioni editoriali malfatte, anche per eccesso oltre che per difetto, specie se il curatore si lascia prendere dalla voglia di gareggiare con gli autori di cui si occupa, dimenticando che mitsingen ist verboten, come si leggeva e talvolta ancora si legge nelle sale di concerto dei paesi di lingua tedesca per ammonire il pubblico a non aggiungere la propria voce a quella dei cantanti: «Il 4 di giugno del 2015 è giunto in tutte le librerie d’Italia un volume della Piccola Biblioteca Adelphi, intitolato “Se mi vede Cecchi sono fritto”. Corrispondenze e scritti 1962-1973. In copertina, al posto che di solito compete agli autori, si leggono i nomi di Carlo Emilio Gadda e di Goffredo Parise. Non occorre dire che Gadda e Parise non hanno scritto alcun libro a quattro mani. […] Il conglomerato che, al netto dell’indice dei nomi, consta di 323 pagine (da p. 13 a 336), si deve a Domenico Scarpa. […] Posto che le 15 lettere che Gadda scrisse a Parise nei sette mesi che vanno dal 29 ottobre 1962 al 31 maggio 1963 occupano 34 pagine e un quarto mentre per le tre di Parise a Gadda ne bastano 4 e tre quarti, cosa occupa le 284 residue? […] Cinque ospitano una Tavola delle abbreviazioni bibliografiche (pp. 272-276). 21 una Nota ai testi (pp. 279-99). Togliamo anche queste. Ne avremo ancora 189. Bene, queste pagine (su 323, ricordiamolo, 58,5%) ospitano il commento (che è altra cosa dal saggio) di Domenico Scarpa alle 57 pagine di Gadda e Parise. Perché darsi a questi conteggi grulli? Perché amo i commenti succinti. […] Il troppo spazio di regola non giova allo scoliaste. Per esempio può indurlo a un peccatuccio, poco scusabile anche se veniale, come quello del mitsingen. […] Ora si sa da tempo che mitsingen ist verboten¸ e non solo nelle sale da concerto» (pp. 70-71).

Questi, e altri che si potrebbero citare, sono come detto gli exempla negativi. Che tradotto in lingua più schietta vuol dire: se volete fare un libro come si deve, non fate così. Ma tra gli Improvvisi ci sono anche pezzi pieni non di ironia e sfottò, bensì di ammirazione e persino di affetto. Ammirazione per esempio per Luigi Meneghello (pp. 10-11), qui nelle vesti di traduttore dall’inglese, che si permette di interpolare nella sua traduzione di un libro sulla pena di morte (per impiccagione) in Inghilterra un rinvio ai versi del Belli dedicati a quella medesima pratica nella Roma papalina (Belli è insieme a Gadda è uno dei numi tutelari di Corazzol). E ammirazione genuina anche per Daniele Ponchiroli e le sue annotazioni diaristiche:

“Ponchiroli, lo sanno tutti ma è meglio ricordarlo, per oltre vent’anni ha lavorato alla Einaudi come redattore. La cifra delle sue note? Non introspezione. No moti del cuore. Solo rendiconti di quel che sente e vede.

[…] E come scrive! In velocità, di tocco. Una prosa che, fosse pittura o cinema, verrebbe da sistemarla a metà tra De Pisis e Buster Keaton, impastata com’è di impassibilità clinica, affetto e ironia. Una gemma.

Grazie alla grazia di Ponchiroli la redazione di via Biancamano, quella famosa ciurma mille volte descritta, […] vi risulterà allegra, luminosa. […] Miracolosa nella scrittura di Ponchiroli la capacità di ottenere effetti comici senza concedere un millimetro al dileggio o allo sberleffo. Il suo diario è uscito lo scorso aprile. Ad altri il recensirlo. A me non riesce altro che di raccomandarvelo con tutto il cuore” (pp. 81-82).

Non dico nulla dei sentimenti per Bruno Trentin, nel testo più lungo del libro, dedicato ai suoi diari. Ma, tra i testi più brevi, quelli di mia competenza stasera, il caso più toccante è il ricordo-ritratto di Ferruccio Vendramini, figura esemplare di storico che non solo era animato dall’ossessione-missione di riscattare la vicenda di persone umili che non dovevano essere dimenticate (genti meccaniche e di piccolo affare, come avrebbe detto Manzoni), ma che rivendicava l’energia del “vissuto” e il ruolo della memoria, anche personale, nella ricerca storica. In questo scritto si trovano alcune tra le pagine più commosse di tutto il libro di Corazzol. Ne vorrei leggere, prima di concludere, due estratti. Il primo è questo:

“Come si sa, gli storici hanno un debole per tutto ciò che risulti o sembri essere stato influente. Niente di meglio poi se si tratti di soggetti (ospedali, associazioni, enti, banche, aziende) che godono di buona salute e bei bilanci.

Salvo che nella vita di una città, non diversamente da quella di una persona, non è tutta una ghirlanda di successi. Noi vecchi potremmo fare elenchi assai lunghi di iniziative, gruppi politici, case editrici, riviste, società sportive, cori, gallerie d’arte, fabbriche, cineforum, circoli ricreativi, pratiche di pietà che, non importa se nati da iniziative locali o per suggestioni venute da fuori, sono spariti, quali di botto, talaltro dopo un breve fumigare. Una storia sociale delle piccole città attenta solo ai successi è una storia buona per le domeniche della vita, quelle con discorso in renga, bandedàffori, mostaccioli e ciupaciù. Le peggio.

Siamo sicuri che per capire come mai siamo quel che siamo, non serva anche un inventario dei fallimenti? L’invito di Vendramini a ragionarci su al solito è obliquo. Consiste nel proporre le vicende di un paio di comitati dalla vita effimera che non lasciarono dietro di sé nient’altro che pochi verbali e qualche rimpianto” (p. 142).

E questo il secondo:

«I moderni Creonti, a parte casi speciali, non negano la sepoltura ai loro oppositori. Non è perché si siano ingentiliti. È solo che sanno bene quanto sia smisurata la potenza dell’oblio. Per questo a quasi tutti concedono spazio (millimetrico) nei depositi, siano di carta o in silicio. Alla legge di natura che prevede lo sprofondare degli eventi di ogni vita, la sua, la nostra, Vendramini da qualche anno in qua in opponeva con tutte le sue forze, inconsolabilmente. La sua ribellione, lieve nei toni ma innegoziabile, così accorante nella sua assoluta trasparenza, faceva da controcanto a ogni chiacchierata, da quelle ordinarie alle più gravi. Di qui il tono particolare di alcuni scritti, a mezzo tra l’ossessione e l’opera di misericordia, dichiaratamente intesi come erano a gettare un po’ di luce su “persone che non possono essere dimenticate”. Tanto meglio se appartenenti alla classe che l’ordine (?) sociale d’ogni tempo considera l’ultima» (pp. 145-146).

Il libro di Corazzol è, tra le altre cose, anche un florilegio di sentenze buone per molti usi. Una è quella a cui ho cercato di obbedire in questa occasione (p. 17): “Un buon recensore, dicono, deve fornire estratti significativi del libro di cui si occupa”. Ma ce n’è un’altra che viene in taglio per concludere. È quella che si legge a pagina 71 e che si è già avuto modo di citare: “Il troppo spazio di regola non si addice allo scoliaste”. Meglio, molto meglio, la stringatezza. E quindi lo scoliaste che vi parla si ferma qui.

Nota. Discorso tenuto all’incontro su Improvvisi, di Gigi Corazzol, Caffè Letterario-Enaip, Feltre, 8 gennaio 2025.


[1] L’Ape latina di Giuseppe Fumagalli (primaed. Hoepli 1919) è una celebre e molte volte ristampata raccolta di proverbi, frasi e locuzioni latine tradotte e annotate. Ndr.

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Il sugo è nel metodo

23/01/2025 Piero Brunello // Letture

Guardare al mondo di ieri con gli occhi di oggi; scrivere ascoltando Nanni Svampa, Enzo Jannacci e Gigi Meneghello; per la storia sociale di una città può essere utile un inventario dei fallimenti? Sull’ultima raccolta di scritti di Gigi Corazzol.

1. Il libro Improvvisi è una raccolta di interventi scritti da Gigi Corazzol dal 2013 al 2024; l’autore li ha rivisti per l’occasione. “Il sugo insomma è di metodo. Consiste nel ricordarsi sempre che il mondo non è nato ieri”, si legge nel primo degli interventi (p. 8). Penso che in queste parole stia il tono del libro. Il rapporto tra oggi e ieri si ritrova fin dai versi di Giovanni Boine, poeta novecentesco, messi in esergo: “Se vago lo sguardo, / con gli occhi di oggi / veggo il giorno di ieri”.

Improvvisi è composto di undici capitoli, in ordine cronologico di pubblicazione: otto nascono da letture di libri, quasi tutti freschi di stampa, uno è un ricordo dell’amico Ferruccio Vendramini, un altro ancora prende lo spunto dal trecento cinquantesimo anniversario della prima storia di Feltre per elogiare la quantità di ricerche erudite che si possono trovare in internet, l’ultimo infine è una risposta a un post sulla pagina facebook dell’associazione feltrina Il Panfilo. Nove sono stati pubblicati nel sito dell’associazione storiAmestre che all’epoca curavo insieme a Filippo Benfante e ad altri due amici, Enrico Zanette e Andrea Lanza; uno è uscito nella “Rivista feltrina” e l’ultimo nella pagina facebook di CRODAp. Gigi – lo chiamo così perché ci conosciamo da più di cinquant’anni – ci mandava i suoi contributi, a volte chiedendo se valesse la pena di renderli pubblici. Filippo Benfante e io li discutevamo. Due anni fa anch’io ho raccolto i miei scritti in un libro il cui sottotitolo è Domande di oggi, storie di ieri. Adesso che ho tra le mani Improvvisi, e mi soffermo sull’esergo, mi rendo conto di quanto il mio libro sia debitore di quelle discussioni, e in particolare della lettura degli scritti di Gigi. Aggiungo solo che dopo aver chiuso l’esperienza con sAm, con Filippo e Luca Pes abbiamo aperto il sito altrochemestre.it, con Enrico Zanette come webmaster, e ci fa molto piacere che Gigi sia tra i nostri collaboratori.

2. In un punto del libro Corazzol cita un Mambriano Manfrin (“mio indimenticabile maestro”) che diceva: “Se decidiamo di studiar qualcosa facciamo che sia per un qualche perché” (p. 164).

Quali sono i perché di questi scritti? Trattandosi di letture di libri, il primo motivo è che Gigi i libri di cui parla li compera. Faccio l’esempio del capitolo più lungo di tutti gli altri (una cinquantina di pagine in un libro che ne conta 172 con frontespizio e indice), dedicato alla curatela del diario di Bruno Trentin dal 1956 al 1958. I rilievi mossi “sono frutto – scrive Corazzol – dell’insoddisfazione di un lettore pagante”. Seguono 48 pagine in cui sono elencati errori nel testo, errori nelle note, errori nell’indice dei nomi. Gigi si rivolge al lettore, salvo ogni tanto parlare tra sé e sé, col risultato che il testo a volte sembra un copione di teatro. Dopo un ennesimo elenco di errori spiegati al lettore, e dopo aver ripetuto che molti errori potevano essere evitati con una semplice ricerca su Google, Corazzol parla tra sé e sé: “(A parte). In malora google. Quello che mi fa soprattutto venire il nervoso è che nella quasi totalità dei casi per sbrigare bastava una telefonata” (p. 109).

Se Corazzol giudica un libro lo fa per esercitare quindi un diritto del consumatore. Uno dei titoli dei capitoli è Lamento per 18 euri trasàa (sperperati). Trasà in milanese significa sperperare (trasà el fiaa). Perché soldi buttati? Si tratta di un libro di corrispondenza tra Gadda e Parise, di 323 pagine, in cui le 15 lettere di Gadda occupano 34 pagine e le tre lettere di Parise ne riempiono, per così dire, 4. Le rimanenti 284 pagine sono di corredo, sovrabbondante. Corazzol elenca parecchi esempi, tra cui un brano di cinque righe che potevano diventarne una. Perché questa mole di pagine? Per giustificare 18 euri. Gigi esprime il dispiacere per avere buttato via i suoi soldi, protesta perché “la si pianti una buona volta di pubblicare le lettere di Gadda in dosi omeopatiche” (p. 73), e conclude così: “Il lettore pagante ha i titoli per far suo il lamento del palo della banda dell’Ortica” (p. 74).

Per i più giovani, la banda dell’Ortica è una canzone di Jannacci che parla di uno che fa appunto il palo di una banda di ladri, mezzo orbo e mezzo sordo, “fisso che scrutava nella notte”, a cui i passanti danno cento lire: “Ma come – fa il palo – , a me mi lascian qui di fuori / E loro, loro chissà quand’è che vengon su / E poi il bottino me lo portano su a cento lire / Un po’ per volta, ma a far così non finiamo più”.

Ho detto del milanesismo dei 18 euri trasàa; ed ecco qui una canzone di Jannacci. Non è l’unica canzone milanese. Ecco un passo dallo scritto in memoria di Ferruccio Vendramini: “Una storia sociale delle piccole città attenta solo ai successi è una storia buona per le domeniche della vita, quelle con discorso in renga [espressione del linguaggio amministrativo veneziano, ndr], bandedàffori, mostaccioli e ciupaciù. Le peggio. Siamo sicuri che per capire come mai siamo quel che siamo, non serva anche un inventario dei fallimenti?” (p. 142). Anche qui per i più giovani: con le bande dàffori Corazzol si riferisce alla canzone milanese Il tamburo della banda d’Affori; Nanni Svampa prende il posto di Jannacci.

(A parte, tra me e me). La prossima volta che dovessi ragionare sui libri di Gigi mi piacerebbe fare un’analisi dei contesti e delle tonalità emotive in cui compare il milanese, la cui presenza mi sembra vada crescendo negli ultimi tempi. I libri di Corazzol si inseriscono in una tradizione lombarda? E poi, perché abbassare il registro stilistico con reminiscenze lombarde ogni qualvolta si debba sottolineare la conclusione (seria, serissima) di un ragionamento? Rimanendo a Improvvisi, Carlo Ossola, autore di un libro sulla fortuna di Erasmo in Italia (Erasmo nel notturno d’Europa, Vita e pensiero 2015) incolpa lo storico Delio Cantimori, comunista, di aver impedito tra il 1945 e il 1960 all’editore Einaudi di pubblicare l’opera di Erasmo, perché ispirata a concezioni liberali. Corazzol fa notare che in quel periodo uscirono per Einaudi quattro edizioni di Elogio della follia di Erasmus, e che nello stesso periodo molte edizioni ne uscirono in Italia. Ora, osserva Corazzol, un conto è il duello tra Ettore e Achille, un altro è prendere a randellate uno storico morto cinquant’anni prima. Ossola gli ricorda Tecoppa, un personaggio del teatro comico milanese creato da Eduardo Ferravilla: “applaudire al trionfo per ko del Tecoppa (Ferravilla) sul quondam Cantimori, bene, a questo dico no” (p. 69).

Insomma serve una rassegna dei milanesismi. Far caso agli echi un po’ ovunque di Luciano Bianciardi del periodo milanese. Fine dell’a parte.

3. Un secondo motivo di fastidio per i libri scritti male deriva dal fatto che non si capisce perché da chi ti aggiusta un rubinetto o ti cambia le gomme della macchina si pretende un lavoro come si deve, e invece si accetti supinamente la sciatteria, o peggio, in chi scrive un libro, una curatela, una recensione. In altre parole la scrittura è una faccenda seria: e altrettanto la lettura. Mi è capitata sottomano una mail con cui Gigi, nel 2010, mi chiedeva di leggere un suo scritto: “siamo lontani dalla fase scartavetrare; piuttosto roba bottacalda. Se hai tempo e voglia un parere è benvenuto. Il centro della questione è se la voce sotto suona credibile o sono balle.”

Il nervoso di cui parla Corazzol a proposito dei diari di Trentin è maggiore quando chi fa un lavoro malfatto si dà delle arie di superiorità, da intellettuale. Alla cura del diario di Bruno Trentin si è dedicato quello che viene presentato nel libro come uno “specifico gruppo di lavoro permanente”, emanazione della segreteria della CGIL (nota di Corazzol: “Auspico che permanente abbia a essere semmai il gruppo. Non il lavoro. I riposi a scadenze regolari sono un diritto antico quanto la creazione.”)

Verso la fine dell’intervento sul diario di Trentin, Corazzol si rivolge non allo “specifico gruppo di lavoro permanente”, al quale dedica la nota sarcastica che ho appena letto, ma direttamente al sindacato che una volta si chiamava dei lavoratori di scuola e università, e che da un po’ di tempo si chiama Lavoratori della conoscenza CGIL. Più di una volta Corazzol ha deplorato l’abitudine degli storici di cantare sopra la voce altrui (quella delle fonti), perciò mi guardo dal farlo: questa è la voce di Corazzol.

“Io (Ai lavoratori della conoscenza). Compagne, compagni! Amate le designazioni à la page (tutte creatività da chiodi?). Ottimo. Ma volete dirmi, in confidenza, come fate a sopportare una qualifica tanto scriteriata? Il mondo è diviso in due, lavoratori della conoscenza vs lavoratori e basta? Con voialtri, i lavoratori della conoscenza, nelle aule serene del tempio, ministri della luce. Fuori, un borgo buio stracolmo di Calibani inchiodati ai servizi manuali. Non posso credere. Adieu, lavoratori della conoscenza, à jamais.

Vero che sono vecchio, che le passioni di gioventù sono ormai braci incinerate, che alla riscossa sotto la luna non canto più, tutto vero, ma c’è ancora qualcosa in me che prende a bollire a fronte del fatto che la curatela dei Diari di T., affidata oltretutto non al solito tuttofare per i soliti quattro soldi, bensì a uno specifico gruppo di lavoro permanente costituito dalla “Fondazione Giuseppe Di Vittorio, d’intesa con la segreteria della CGIL” (quindi, se sbaglio mi correggerete, pagato con le quote di iscrizione di lavoratori e pensionati) non regga il paragone con quella del diario di Claretta Petacci. Altroché, se bolle.

Lavoratori della conoscenza! È giunta l’ora del vostro riscatto.

Aux armes! Adunata e contrappello! Nei vostri bataillons d’élite vuoi non ci sia un fantassin capace dell’umbratile misericordia di un’edizione decente? E, mi raccomando, cambiatevi il nome! Da subito! Alé. Non ne vedete il motivo? Fatevelo spiegare dal primo metalmeccanico, tessile, chimico, edile con cui vi capiti (se vi capita) di far due chiacchiere” (pp. 134-135).

Fin qui Corazzol. Faccio solo notare che la sua reazione non sarebbe stata così veemente se il libro non fosse stato pubblicato dalla casa editrice della CGIL. Perché ha voluto rendere pubblica la sua insoddisfazione? “Perché – credo – sempre Corazzol – che il primo segno di rispetto per la memoria di un dirigente del movimento operaio preveda, quando ci si occupi dei suoi scritti, di curarli secondo esige lo stato dell’arte” (p. 86). E dove è quell’abbassamento del registro stilistico che dicevo precedere una dichiarazione conclusiva? È nel passaggio centrale, prima dell’appello perentorio al sindacato a cambiare per prima cosa il nome. Rileggo il passaggio: “Vero che sono vecchio, che le passioni di gioventù sono ormai braci incinerate, che alla riscossa sotto la luna non canto più, tutto vero, ma c’è ancora qualcosa in me che prende a bollire” eccetera. I più vecchi sentiranno in sottofondo un coro di Avanti popolo alla riscossa mescolato alla voce di Claudio Villa che canta “Vecchia Roma, sotto la luna nun canti più/ Li stornelli, le serenate de gioventù”.

4. La recensione del libro di Luciano Mecacci dedicato all’uccisione nel 1944 di Giovanni Gentile, filosofo ufficiale del fascismo (La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Adelphi 2014) è un condensato di consigli per chi voglia fare ricerca storica. Ricordo che il libro di Mecacci ottenne il premio Comisso per la biografia.

“Ascoltami, caro lettore, per una volta che provo a parlare sul serio. Occuparsi di storia (se ne scriva o meno) significa essenzialmente intendere contesti” (p. 41). Tra i tanti esempi ne scelgo uno. Mecacci spiega il comportamento del partito comunista clandestino milanese nel 1944 come dettato dalla volontà di “coltivare l’egemonia culturale di gramsciana memoria” (p. 46). Scrive Corazzol: “non è interessante la notizia che negli ambienti comunisti milanesi le riflessioni di Gramsci sull’egemonia erano già pane quotidiano nella prima metà del 1944?” (p. 47). Per chi non conoscesse la storia della fortuna di Gramsci in Italia dico che i Quaderni del carcere di Gramsci furono conosciuti in Italia grazie a pubblicazioni avvenute dopo la guerra, tra il 1948 e il 1951.

Mecacci, osserva Gigi, indossa la toga del pubblico mistero. Da cosa si deduce? Dalla scrittura. “Capirete bene – osserva Corazzol – che a forza di una utensileria argomentativa fatta di deduzioni, congetture, giocoforza supporre, forse, implicitamente, e/o, prodiga di verbo al condizionale e congiuntivo, mi sono inquietato”, perché il genere storico “prevede si propongano pensiero, parole ed opere accertati” (pp. 51-52).

Scrivere di storia richiede una scrittura sorvegliata, che rifletta sulle parole. Ecco come Corazzol prende un brano di Mecacci e fa delle osservazioni puntuali sul lessico. Scrive dunque Mecacci: “Per il Duce [maiuscolo di Mecacci ndr] la tomba di Gentile doveva stare fra quella dei grandi della storia d’Italia […]. Il destino portò quindi Gentile nel Tempio degli Italiani [maiuscolo di Mecacci] celebrato dai Sepolcri di Ugo Foscolo – il poema che fu l’oggetto del suo tema d’italiano all’esame di licenza liceale” (p. 54). Commenta Gigi: “Primo. Non il destino: il duce [minuscolo, prego ndr]. Secondo. Il tema della maturità, obiettivamente, non c’entra gran che. Se Mecacci mirava a segnalare una coincidenza, sarà lui il primo a convenire che un termine come combinazione, o una formula come ‘il caso vuole’, eccetera, sarebbero stati assai più acconci di destino. Il libro offre anche il testo della lapide. In essa, scrive Mecacci, Giovanni Gentile viene ‘immortalato’. Non verbi neutri come definito/proposto/ricordato eccetera. Immortalato. Ma cosa vuoi immortalare avrebbe ululato dalla sua branda il piantone Giazza, sempre lodata la sua memoria (cfr Luigi Meneghello, I piccoli maestri, edizioni a piacere)” (pp. 54-55).

Non sto a dire l’influsso di Meneghello nella scrittura, e non solo, di Gigi. Di insegnamenti di Meneghello ne dico solo uno, riprendendo le parole di Corazzol: “che aver buttato giù le statue, scalpellato i fasci di gesso e dato una mano di bianco alle scritte più ebeti era doveroso, ma in fin dei conti robetta – che bisognava calarsi più giù, occuparsi del nostro senso comune, del nostro fascismo automatico, fisiologico, quello vero, che non sa di esserlo” (p. 59).

5. Come si sarà capito, a leggere Gigi Corazzol ci si diverte molto. Leggere per credere. A me non resta che scegliere un ultimo esempio, tra i tanti, per chiudere. Anzi, ne aggiungo uno ancora, perché parla di Feltre, dato il luogo in cui ci troviamo.

Scelgo tre pagine in cui Gigi presenta alcuni brani della biografia di Leo Longanesi, di Franco Gàbici, seguiti da giudizi tra parentesi sulle qualità stilistiche del biografo, che è Franco Gàbici. «“Mussolini, questo bisogna riconoscerglielo, badava più alle persone che alle idee” (psicologo), “possiamo dire che Leo la aveva fatta davvero fuori dal vaso”; (stilista, registro basso). […] Procedo per riassunto – scrive Gigi – con inserti d’autore. Mussolini nel 1932 proclama “aria al popolo” e scatena “il piccone demolitore” contro la vecchia Roma. Longanesi tuona contro “lo scempio edilizio”, ma la sua sarà “la classica voce che grida nel deserto”. Giusto per la precisione. Gridò nel novembre del 1950 (filologo)» (pp. 148-150).

Dicevo di un brano che parla di Feltre. Dal libro di Nicola Gardini, I baroni. Come e perché sono fuggito dall’università italiana, scelgo un passo in cui l’autore ricorda la volta che una collega le aveva telefonato per comunicargli che non era stato chiamato professore associato, dicendogli: «“Era scontato che toccasse a te. Era un tuo diritto. Che perdita per Feltre! La letteratura è finita! Quanto mi dispiace…” (Ovviamente finita per Feltre)» (p. 25).

Ovviamente la letteratura non è finita per Pedavena, come dimostra questo libro. Non sono io a tirare in ballo Pedavena. Ecco come l’autore di Improvvisi si presenta nel risvolto di copertina: “Gigi Corazzol è nato a Milano nel 1945. Nell’agosto del 1997 il comune di Pedavena (BL), previa ispezione da parte del giandarme borghigiano di tutta la casa, soffitte comprese, gli ha concesso la residenza. Per le spese si vale, cibi cotti eccettuati, del discount Prix di Feltre, sito in Via Alpago Novello 1”.

Nota. Testo del discorso tenuto all’incontro Improvvisi, di Gigi Corazzol, Caffè Letterario-Enaip, Feltre, 8 gennaio 2025. L’immagine di apertura è un dettaglio della copertina, che riproduce Spruzzino di Rosario Morra. La stessa immagine è ripresa nella quarta di copertina (riprodotta qui in parte, insieme all’aletta con la biografia dell’autore). La copertina Improvvisi ha il marchio Edizioni DBS, che hanno curato la stampa (172 p., finito di stampare settembre 2024); il libro non ha numero ISBN, né prezzo.

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