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“Piramidi razziali”

27/02/2024 Al Amin Rabby // Punti di osservazione

Cose dette a Marghera, di fronte a un pubblico di italiane e italiani, da Al Amin Rabby, ricercatore bangladese che studia migranti impiegati in ditte che lavorano per la Fincantieri

Nota. Al Amin Rabby è un ricercatore bangladese che sta completando un dottorato in Sociologia del lavoro presso l’Università di Padova. È intervenuto all’incontro “La fabbrica degli appalti. Migranti bangladesi alla Fincantieri di Porto Marghera” (26 gennaio 2024, Ateneo degli Imperfetti, Marghera) organizzato dal gruppo aMarghera e dal Laboratorio Libertario. Rabby ha parlato in inglese. La traduzione è stata fatta da Lorenzo Feltrin, ricercatore in Sociologia del lavoro presso l’Università di Birmingham; ha partecipato alla discussione Nicola Quondamatteo, ricercatore di Sociologia del lavoro, presso l’Università di Padova; Giancarlo Ghigi, di aMarghera, ha presentato e moderato l’incontro. La trascrizione, la selezione dei brani e il loro montaggio sono a cura della redazione di altrochemestre.

Una ricerca in corso

Mi occupo, per ragioni di studio, di migranti che vengono in Italia da tante parti del mondo, in particolare dal Bangladesh. Per il mio dottorato ho fatto un lavoro sul campo a Marghera e a Monfalcone, qui ci concentriamo su Marghera.

I bangladesi sono arrivati in Italia a partire dagli anni Ottanta. Dopo la sanatoria in seguito alla legge Martelli negli anni Novanta, molti di loro si sono regolarizzati, e da allora il numero degli arrivi è andato aumentando, anche grazie ai visti sponsorizzati dai datori di lavoro e ai ricongiungimenti familiari. Con l’invecchiamento della popolazione italiana e l’aumento della competizione internazionale, è infatti cresciuta in Italia la domanda di forza lavoro a basso costo.

Secondi dati Istat i migranti bangladesi residenti in Italia con permesso di soggiorno regolare sono 159.000 nel 2021. A Marghera gli immigrati erano l’1,2% della popolazione, ma il dato si riferisce solo a coloro che hanno un permesso di soggiorno regolare, e non comprende quelli che hanno solo un documento di ospitalità. I bangladesi sono il gruppo più rappresentato all’interno degli stranieri a Marghera, quando ho raccolto i dati erano l’11% della popolazione straniera, ma forse ci sono dati più recenti[1].

A Marghera ho vissuto per un periodo con i lavoratori della Fincantieri che stanno alla Cita. Inizialmente è stato il mio amico Giulio ad aprirmi le porte del quartiere; poi mi sono mosso attraverso le mie reti, ho partecipato a incontri e frequentato luoghi dove si incontrano i bangladesi.

Non mi è stato permesso accedere all’interno della fabbrica, di conseguenza i partecipanti alla ricerca mi hanno mandato con il cellulare delle foto del lavoro all’interno della Fincantieri.

Trovare e tenere il lavoro

Per quanto riguarda il meccanismo delle assunzioni, funzionano attraverso le conoscenze, per cui quelli che conoscono già delle persone che lavorano negli appalti per la Fincantieri presentano una persona, e attraverso questo meccanismo avviene l’assunzione.

Per avere un lavoro serve il permesso di soggiorno, ma il permesso di soggiorno è condizionato dal contratto di lavoro, e come ho detto il contratto di lavoro è condizionato dal permesso di soggiorno, perché chiaramente non si può fare un contratto a persone clandestine, il che aumenta la ricattabilità dei lavoratori nei confronti dei capi e dei proprietari dell’azienda. Anche quando finisce l’orario di lavoro, se il superiore chiede che si rimanga ulteriormente, devi rimanere, perché il capo dice: “O così o se non ti va bene vai via”, sapendo che questi lavoratori non possono permettersi di perdere il lavoro a causa del ricatto del permesso di soggiorno.

In una delle interviste un lavoratore mi ha detto: i capi sono furbi come delle volpi. I capi conoscono infatti la situazione per quanto riguarda i documenti di permesso di soggiorno degli operai, e quindi quelli che sanno essere una situazione più vulnerabile sanno che li possono colpire più duro, mentre quelli che hanno il permesso di soggiorno permanente fanno parte della categoria più protetta, e a loro non puoi richiedere certi tipi di prestazione. Quindi i lavoratori in una situazione più vulnerabile lavoreranno di più anche per salari più bassi, e i capi lo sanno.

Farsi pagare

Il problema più noto nel sistema degli appalti è quello della paga globale, e consiste nel fatto che si mettono d’accordo, al di fuori di tutti i meccanismi contrattuali, su un fisso forfettario mensile, e poi come questo fisso viene raggiunto tra TFR, rimborsi fittizi della benzina eccetera. Questo sistema fa saltare tutti i meccanismi di tutela contrattuale. Per €1000 devono lavorare 200 ore al mese, e quindi di fatto la paga globale è di €5 all’ora. Sì, tutto si basa sul rapporto paga netta-orario di lavoro, per cui sai che per arrivare a 1000 € devi lavorare 200 ore; poi questi 1000 € arrivano calcolando il salario base più determinati bonus, rimborsi della benzina, TFR eccetera eccetera, e questo è indipendente dalla legalità e dalla contrattualistica.

Per le condizioni che ci sono è molto difficile sottrarsi a questo carico di lavoro, nascondersi o ridurre la quantità, perché ci sono molti supervisori. Ci sono tre strati di supervisori; quelli della ditta in subappalto, quelli della ditta in appalto e quelli di Fincantieri, insomma c’è sempre un supervisore che ti controlla.

Individualmente quello che si può fare è lasciare il lavoro e trovarne un altro, per esempio nella ristorazione a Venezia, oppure passare da un’impresa in appalto a un’altra.

Rapporti, lealtà

Non c’è veramente l’idea di che cosa sia l’organizzazione sindacale, come funzioni e quali siano i diritti sindacali in Italia. Il messaggio che i capi passano è che non è il sindacato a darti il lavoro né a farti avere la busta paga, anche perché se ti iscrivi al sindacato non ti rinnovano il contratto. Tra i lavoratori e la comunità bangladese in Italia il sindacato rappresenta qualcosa di negativo per i lavoratori. Per quanto riguarda i capi e i proprietari di queste piccole o medie aziende in appalto, sono sia italiani che bangladesi, e anche rumeni – tutti però condividono questo atteggiamento.

I nuovi arrivati, che di solito entrano attraverso conoscenze, non vogliono creare problemi nel luogo di lavoro per non creare problemi a chi ha trovato loro lavoro, e anche questo funziona come freno per rivolgersi a un sindacato.

Un lavoratore per esempio che ho intervistato ha cominciato a lavorare con un permesso di soggiorno per richiedenti asilo, ed è entrato attraverso la raccomandazione di un conoscente; aveva tre mesi di salario in arretrato non pagati, ma nemmeno in questa condizione ha voluto andare dal sindacato. Se ti rivolgi al sindacato vieni percepito come uno svergognato che mette in difficoltà chi ti ha fatto entrare nell’azienda.

La percezione tra i bangladesi è che i sindacalisti sono tutti italiani, fannulloni, e che lavorano per gli interessi della Fincantieri. Si rivolgono comunque ai sindacati per quanto riguarda la fornitura di servizi di CAF, per il rinnovo del permesso di soggiorno, per le tasse, per i ricongiungimenti familiari eccetera, però lo vedono come un ufficio legale a cui ti rivolgi per un servizio, paghi e te ne vai.

Piramidi di potere, piramidi razziali

Non ho mai potuto osservare direttamente le relazioni tra lavoratori bangladesi e italiani, perché non sono stato dentro Fincantieri. Però senz’altro le relazioni al lavoro sono gerarchiche. Gli italiani sono i capi squadra, e quindi il rapporto tra italiani e bangladesi è comunque di tipo gerarchico.

In questo ambiente di lavoro gli abusi sono comuni e ci sono relazioni autoritarie, i capi non hanno rispetto dei lavoratori, urlano, li trattano a male parole e bestemmie. A causa della incomprensione linguistica spesso i lavoratori non capiscono bene che cosa gli viene detto, ma capiscono dalle urla e dalle brutte parole.

Alla Fincantieri c’è una sorta di piramide razziale basata di fatto sul colore della pelle, per cui al vertice ci sono italiani, in mezzo rumeni e altri europei dell’Est che, essendo cittadini dell’Unione Europea, non hanno il problema del permesso di soggiorno. Sotto ci sono senegalesi, bangladesi e cingalesi. Perciò la percezione da parte della comunità bangladese è che essendo tutti italiani sia i dirigenti Fincantieri, sia i lavoratori in cima a questa piramide razziale, sia infine i sindacalisti, in qualche modo siano tutti contro di loro. 

Tuttavia queste cose si stanno anche trasformando. Ci sono state alcune vertenze in alcune aziende in appalto in cui gli operai bangladesi che avevano permesso di soggiorno di lungo termine ed erano presenti nel territorio da più tempo hanno cominciato delle vertenze. Resta comunque il fatto che i lavoratori bangladesi non hanno conoscenza di che cosa sia il sindacato e di come funzioni, perché quella alla Fincantieri è la prima loro esperienza di lavoro di questo tipo, per cui non hanno un’esperienza. La mancanza di conoscenza deriva anche dal fatto che alcuni hanno livelli bassi di istruzione. Poi c’è una non sufficiente iniziativa a parte dei sindacati per stabilire un dialogo un incontro regolare nella quotidianità.

A causa di questa segregazione razziale, se ci sono degli scioperi da parte dei bangladesi gli italiani non scioperano, e se ci sono degli scioperi da parte degli italiani i bangladesi non scioperano. Inoltre se i lavoratori di una ditta in appalto scioperano, altri di un’altra ditta in appalto vanno comunque a lavorare, e questa frammentazione fa sì che anche l’impatto dello sciopero sia di molto ridotto[2].

Se non mangi insieme…

Gli operai delle ditte in subappalto non hanno accesso alla mensa, la ditta in subappalto non paga per il pranzo, e quindi i lavoratori si portano il cibo da casa. Anche quando la ditta paga la mensa a volte è difficile per i lavoratori approfittarne, perché se lavorano a bordo delle navi ci mettono troppo tempo per arrivare alla mensa, la pausa è corta e non hanno tempo per andare e tornare alla nave, per cui mangiano all’aperto per strada o nella nave in cui stanno lavorando, bisogna tener conto che le pause più lunghe di un’ora non vengono pagate. I lavoratori italiani invece mangiano alla mensa perché sono più liberi di muoversi, con più tempo.

Incontrarsi in luoghi pubblici

Come parlare con migranti bangladesi? ci sono molti modi, ci sono associazioni di bangladesi in quartiere, ci sono leader locali per esempio c’è stato un candidato bangladese alle elezioni alla municipalità di Marghera, la Bangla School che è in via Aleardi a Mestre organizza diversi eventi culturali, ci sono poi centri culturali islamici. Quando vivevo alla Cita ho avuto un’esperienza: alla chiesa della Resurrezione c’è stato un incontro assieme a un professore di Ca’ Foscari che si chiama Francesco Della Puppa, ci sono andato perché Della Puppa mi aveva invitato, l’incontro era su di un fumetto che parlava di bangladesi, c’era solo un bangladese. L’importante non sono italiani che vogliono incontrare bangladesi o bangladesi che vogliono incontrare italiani, ma italiani e bangladesi che vogliono incontrarsi, importante insomma sarebbe la reciprocità nell’incontro, entrambi i lati dovrebbero sforzarsi. Avevo parlato con il mio amico Giulio ancora un paio di anni fa su come creare una mutua interazione tra bangladesi e italiani, soprattutto impegnati nel mondo sindacale e attivisti, noi pensavamo alla piazza di Marghera, pensavamo di organizzare momenti di interazione nella piazza di Marghera davanti alla municipalità, per parlare, capire i problemi, non necessariamente con l’ambizione di risolverli ma intanto per conoscerli e parlarne.

Questi momenti di incontro nei luoghi pubblici potrebbero essere utili anche ai bangladesi che non lavorano in Fincantieri ma nella ristorazione a Venezia, che non sanno l’italiano e dato il tipo di lavoro non possono organizzarsi, di conseguenza uno spazio pubblico potrebbe essere utile per questa categoria di lavoratori, che potrebbero mostrare il loro contributo alla società, che non è riconosciuto: molti pensano che i bangladesi arrivino qui come rifugiati mentre è solo una minoranza in queste condizioni.

Progetti

A lungo molti bangladesi non appena riuscivano a ottenere la cittadinanza italiana andavano a vivere in Inghilterra, perché col passaporto italiano era possibile. Questa scelta era dovuta al fatto che il Regno Unito è percepito dai migranti bangladesi come un paese con maggiori possibilità per i loro figli, una comunità bangladese già ampia e consolidata e un livello minore di razzismo[3]. Ora, dopo la Brexit, non è però più possibile risiedere nel Regno Unito con un passaporto italiano.

Le coppie che sono riuscite a ottenere il ricongiungimento famigliare sono riuscite a far arrivare i figli prima che compissero i diciotto anni di età; questi figli vanno poi a lavorare o alla Fincantieri o nella ristorazione a Venezia, anche se non si può parlare nel loro caso di seconda generazione essendo nati in Bangladesh e arrivati qui con il ricongiungimento famigliare; i figli e le figlie invece nati in Italia sono ancora molto giovani, hanno grosso modo tra gli otto e i dieci anni. Ci sono famiglie di bangladesi che hanno figli nati qui che parlano solo italiano.

Locandina dell’incontro del 26 gennaio 2024 (Marghera, Ateneo degli Imperfetti)

[1] Al 31 dicembre 2022 la popolazione straniera residente nel comune di Venezia era di 40.525 individui su un totale di 253.174 residenti; quasi una metà dei cittadini stranieri residenti veniva dall’Europa (19.452), e un 40% dall’Asia (15.895); degli individui provenienti dall’Asia circa una metà (7.858) erano originari del Bangladesh, e poco meno di un quarto (3.776) della Repubblica popolare cinese; i due terzi 3 dei residenti provenienti dal Bangladesh erano maschi, mentre tra i cinesi la metà è composta da maschi e l’altra metà da femmine. Se ci limitiamo al Quartiere 13 (Marghera-Catene-Malcontenta) i cittadini italiani sono 20.439, quelli stranieri 7758; tra gli stranieri, il 45% (3553) proveniva dall’Asia, e il 41% dall’Europa. Dati della popolazione in https://www.comune.venezia.it/it/content/statistica-statistiche-popolazione-0.

[2] A questo proposito è intervenuto Nicola Quondamatteo: “Faccio un esempio, non da Marghera ma da Monfalcone, sempre dal ‘mondo’ Fincantieri. Nel settembre 2022 successero due cose nei cantieri di Ancona: prima un lavoratore bangladese fu preso a martellate dal suo supervisore, sempre bangladese, e qualche mese dopo ci fu un incidente sul lavoro. In quest’ultima occasione fu proclamato uno sciopero per il giorno dopo in tutti i cantieri (in Italia ci sono otto cantieri del gruppo Fincantieri). Fu una decisione veloce. A Monfalcone alcuni lavoratori bangladesi non lo sapevano, perché non è uno di quegli scioperi che chiami con anticipo. Insomma c’è anche una mancanza di canali in cui far passare le informazioni”.

[3] Si veda M. Morad, F. Della Puppa, D. Sacchetto, The dark side of onward migration: Experiences and strategies of Italian‐Bangladeshis in the UK at the time of the post‐Brexit referendum, “The British Journal of Sociology”, 72 (5), pp. 1311-1324.

Archiviato in://, Punti di osservazione Al Amin Rabby

Fincantieri, Bangladesh

27/02/2024 altrochemestre // Letture

Sette brevi letture sul sistema di lavoro nei cantieri navali Fincantieri in Italia, mentre riprende un processo a Mestre contro dirigenti e ditte che vi lavorano in appalto. Un caso di segmentazione etnica del mercato del lavoro.

Nota. Il 7 febbraio 2024, nell’aula bunker di Mestre, è ripreso il processo per corruzione e sfruttamento dei lavoratori a carico di 33 persone fisiche tra cui una dozzina di dirigenti, quadri e dipendenti di Fincantieri e di 13 ditte in appalto. L’inchiesta era partita su denuncia di alcuni lavoratori e a seguito dell’esposto della FIOM CGIL di Venezia e del Veneto nel 2018.

La Fincantieri, azienda di Stato (è controllata per il 71,32% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze tramite Cassa Depositi e Prestiti), possiede otto cantieri italiani (Sestri Ponente, Riva Trigoso e Muggiano in Liguria, dove ha sede anche la direzione navi militari, Castellamare, Palermo, Ancona, Marghera e Monfalcone) e stabilimenti e bacini in Europa (Norvegia e Romania), Asia (Vietnam) e Americhe (USA e Brasile). Nel 2021 la società dichiarava 21mila dipendenti, per metà in Italia e per metà all’estero; i dipendenti, che per oltre la metà sono impiegati, quadri e dirigenti, controllano la produzione, svolta da lavoratori esterni, in appalto.

Presentiamo qui alcune schede di lettura sul sistema di lavoro in Fincantieri. Un esposto all’Ispettorato del Lavoro, che passa inosservato. Dichiarazioni a un programma di Rai 3, che fruttano querela per diffamazione. Una relazione sulla Fincantieri realizzata per la Fiom. Una intervista a Fabio Querin. Tre articoli su scioperi e vertenze dentro il cantiere. Ringraziamo Fabio Querin e Lorenzo Feltrin che ci hanno segnalato testi e documenti.

1. Esposto della Segreteria FIOM CGIL del Veneto (Luca Trevisan) e di Venezia (Antonio Silvestri) all’Ispettorato del Lavoro Territoriale di Venezia, 24 settembre 2018.

Fin dagli inizi degli anni Novanta l’occupazione diretta alla Fincantieri è divenuta via via sempre più residuale; la produzione delle navi passeggeri è fondata sul sistema degli appalti, i lavoratori diretti sono stati sostituiti con lavoratori di ditte in appalto che hanno rapporti di lavoro legati alla singola commessa; in alcuni momenti appalti e subappalti occupano oltre 4mila dipendenti, più o meno quattro volte tanto i dipendenti diretti dei cantieri; i lavoratori in appalto sono perlopiù immigrati; l’appalto è lo strumento principale per ridurre i costi a scapito del salario, della salute e delle condizioni di vita dei lavoratori; le attività più gravose e più nocive sono appaltate a ditte che utilizzano forza lavoro immigrata; la Fincantieri elude qualsiasi responsabilità diretta sui lavoratori in nome dell’autonomia giuridica delle società terze, perciò si sottrae a ogni confronto sul lavoro; i titolari delle ditte spesso sono ex operai, lavorati migranti; il valore economico dell’appalto è deciso dalla Fincantieri; mentre i dipendenti diretti della Fincantieri godono di una paga sindacale, i lavoratori in appalto sono quasi esclusivamente in “paga globale”, che priva i lavoratori di ferie, tredicesima mensilità, straordinario, festivo, notturno, trattamento di fine rapporto, malattia, infortunio, ferie, permessi, senza contare l’evasione contributiva delle ditte che non versano i dovuti contributi pensionistici o obblighi fiscali; in pratica il lavoratore riceve una paga oraria individuale stabilita di volta in volta dai titolari o dai prestanome delle imprese; un elevato numero dei lavoratori degli appalti risulta inquadrato al 1° livello, quello più basso, e quasi nessuno di loro matura scatti di anzianità; la timbratura degli operai in appalto avviene solo all’entrata e all’uscita in Fincantieri, e non nel luogo di lavoro come avviene per i lavoratori diretti, cosa che consente ai capi cantiere la più ampia discrezionalità nello stabilire gli orari di lavoro; facilmente i lavoratori in appalto lavorano fino a 60-70 ore settimanali, fino a 240-280 ore mensili; migliaia di lavoratori hanno degli orari in busta paga che non corrispondono mai alla prestazione effettiva; spogliatoi insufficienti, poche docce a disposizione; assenti i parcheggi per cui succede che le auto lasciate dai lavoratori lungo via delle Industrie vengano multate; impossibilità di usufruire delle mense aziendali, per cui i lavoratori mangiano un panino portato da casa sui binari adiacenti all’ingresso dello stabilimento; nessun diritto sindacale, nessuna rappresentanza; il sindacato non ha modo di avere informazioni sui lavori in appalto (inizio e sviluppo dei lavori, numero lavoratori, cambi di appalto, contenziosi e così via); mediamente un lavoratore degli appalti alla Fincantieri lavora almeno mille ore in più di un lavoratore metalmeccanico ma con un salario annuo “nettamente inferiore”; spesso la ditta chiude quasi sempre senza corrispondere retribuzioni arretrate e ricompare con nuova denominazione; a ogni cambio di appalto il lavoratore perde l’anzianità maturata.

Proteste individuali o collettive: “per un periodo di tempo” i lavoratori degli appalti decisero di non strisciare il badge in entrata e in uscita, chiedendo che venissero installati punti di timbratura nei luoghi di lavoro; l’ufficio legale della CGIL ha attivato centinaia di pratiche, individuali e collettive, per il recupero dei crediti dei lavoratori.

2. Decreto di archiviazione per l’accusa di diffamazione (reato 595 C.P.) intentata da Fincantieri nei confronti di Ranucci Sigfrido, Cossu Franca, Querin Fabio e Iovene Bernardo, Tribunale di Trieste, 9 aprile 2019

Fincantieri aveva denunciato per diffamazione le persone sopra citate per “condotte asseritamente diffamatorie” nel corso della puntata “Fuori controllo” del programma televisivo “Report”, andato in onda su Rai 3 il 14 maggio 2018. Il giudice per le indagini preliminari fa proprio il parere della difesa, affermando la libertà del diritto di cronaca e del diritto di critica e di opinione (che possono far ricorso a congetture), e valutando la congruità del linguaggio utilizzato in relazione alla “rilevanza sociale dell’argomento” e al contesto di una “polemica politica”. Su questa base archivia il procedimento.

3. Matteo Gaddi, Sintesi Relazione Fincantieri-Cantiere di Marghera, s.d. [2022], realizzata per Fiom del Veneto e Fiom di Venezia, consultabile online: https://www.fiom-cgil.it/net/attachments/article/9872/Fincantieri_Sintesi.pdf

La dimensione media delle imprese in appalto è di 8-9 dipendenti; i dipendenti diretti della Fincantieri sono poco più di un migliaio (1057), quelli in appalto sono quattro volte tanto (da 4mila a 5mila).

Il sistema di lavoro utilizzato è quello della Work Breakdown Structure (WBS): un sistema informatico definisce i processi di lavoro per ogni singola micro-fase, assegna un tempo a ciascuna operazione e su questa base determina il costo. Per vendere all’armatore una nave a costo vantaggioso per l’acquirente, ma tutelando il profitto dell’azienda, la Fincantieri abbassa i tempi assegnati a ciascuna lavorazione, scaricando così lo sconto sul prezzo della nave sui lavoratori degli appalti. Il livello delle ore necessarie a finire il lavoro è calcolato ben al di sotto di quanto serve realmente. Le ore calcolate a tavolino non tengono cioè conto della realtà concreta del lavoro. Tra tutti gli esempi, eccone uno: “Chi conosce la produzione sa benissimo che due metri di saldatura in realtà corrispondo a quattro metri reali: la lamiera, infatti, va saldata da entrambi i lati. Chi non ha esperienza e si limita all’applicazione standardizzata dei tempi previsti dalla tabella, invece, calcolerà un tempo dimezzato rispetto a quello realmente necessario”.

Una volta calcolato il tempo necessario a realizzare la parte di nave appaltata, l’Ufficio Acquisti di Fincantieri tratta con la ditta il valore dell’appalto: altro modo per scaricare il costo sui lavoratori.

Nel caso in cui la ditta che lavora in appalto debba svolgere operazioni non contemplate o non chiaramente indicate nel progetto, non sempre il lavoro viene pagato, o se è pagato lo è “con grande ritardo”, dopo trattative con la Fincantieri dall’esito incerto, e questo comporta una significativa esposizione economica da parte della ditta.

Fincantieri cerca di mettere il più possibile i diversi blocchi di cui si compone la nave in bacino, in modo da incassare il più presto possibile dall’armatore gli acconti in base allo stato di avanzamento del progetto: ma questo aumenta il numero delle ore necessarie alla lavorazione, che vengono calcolate a terra (condizione standard) e non a bordo (i blocchi non sono saldati, le condizioni di lavoro sono più pesanti e meno sicure).
Le ditte che lavorano in appalto dispongono di dotazioni bassissime in termini di impianti, attrezzature, capitale.

4. Marco Verrugio, “A Marghera alla sbarra il Sistema Fincantieri, brandizzazione di un’industria”. Intervista a Fabio Querin, segretario organizzativo dei metalmeccanici della CGIL a Venezia, 17 Marzo 2023, pubblicata nella newsletter PuntoCritico.info, 17 marzo 2023, consultabile online: https://www.glistatigenerali.com/sindacati/marghera-sistema-fincantieri-alla-sbarra-intervista-con-f-querin-fiom/

Nel 2014 Querin era un dipendente Fincantieri in distacco sindacale, la Fiom gli chiede di tornare a lavorare part-time, e così rientra in cantiere dal 2014 al 2018; i lavoratori delle ditte lo vedevano in cantiere, si fermavano a raccontargli cose che altrimenti si tenevano per sé per paura di perdere il lavoro. Nel 2017 una coppia, marito e moglie, si presenta negli uffici della Cgil per chiedere assistenza, perché il titolare della ditta – tra l’altro un loro parente – li aveva trasferiti senza preavviso uno a Genova e l’altra a Castellamare; oltre a questo raccontano di fatturazioni irregolari. Nel 2018 c’è stata una inchiesta di Report che documentava le condizioni di lavoro negli appalti, la paga a 4-5 euro l’ora ecc. Il servizio di Report fa sì che altri lavoratori si rivolgano alla Cgil denunciando ditte che utilizzavano la paga globale e dichiarando in alcuni casi di aver dovuto restituire parte dello stipendio.“Il problema è che per garantire i tempi stretti di consegna i ritmi sono stati aumentati e le condizioni di lavoro sono peggiorate. Non passa giorno che non incontri qualcuno che mi racconta episodi di fronte ai quali un tempo avremmo subito fatto il blocco nave”.

“Attualmente i dipendenti diretti sono poco più di mille, ma nei periodi di picco del lavoro con l’indotto si arriva anche a 4.000-4.500. I dipendenti delle ditte sono prevalentemente stranieri. I più numerosi per nazionalità sono bangladesi e rumeni, al terzo posto direi che ci sono i lavoratori italiani provenienti dal Meridione. Negli ultimi anni stanno arrivando anche molti nordafricani: Senegal, Burkina Faso, Tunisia”.

5. Nicola Quondamatteo, Dentro le navi, il mondo intero. Un’analisi del sistema degli appalti nel caso Fincantieri, in “Quaderni di rassegna sindacale”, 2023, n. 2, pp. 51-61

Nei cantieri Fincantieri di Monfalcone e Trieste operano circa 400 ditte di appalto e subappalto (si tratta di una stima). Il ricorso alla “paga globale” serve ad abbassare i costi, dato che il sistema delle gare spinge al massimo ribasso. I dipendenti diretti – in grandissima parte italiani – sono una parte minoritaria della forza lavoro, e sempre più svolgono compiti di coordinamento e controllo della produzione svolta dalle aziende in appalto – in gran parte composte da immigrati. Ciò comporta un indebolimento della presenza sindacale. Le ditte che fanno lavorazioni altamente qualificate e di nicchia (per esempio quelle che costruiscono i teatri nelle navi di crociera) offrono buone condizioni di lavoro; le ditte invece che fanno lavorazioni pericolose e a basso valore aggiunto (per esempio la molatura) sono poco strutturate e con alti tassi di illegalità, e comprende sia proprietari sia lavoratori bangladesi. “Il settore della navalmeccanica è fortemente soggetto all’utilizzo di forza lavoro migrante, secondo linee di gerarchizzazione e segmentazione etnica in base alla nazionalità di provenienza” (p. 55). Nel cantiere di Monfalcone gli operai croati sono qualificati, si possono muovere in uno spazio europeo e di solito hanno l’obiettivo di tornare al paese di origine; i lavoratori bangladesi al contrario sono esposti al ricatto del permesso di soggiorno, “che costituisce un fattore disciplinante all’interno del posto di lavoro” (p. 55).

6. Nicola Quondamatteo, Davide migrante contro Golia Fincantieri, online https://jacobinitalia.it/davide-migrante-contro-golia-fincantieri/, 10 febbraio 2023

Il 2 febbraio 2023 quaranta lavoratori bengalesi firmano il contratto a tempo indeterminato con Humangest, agenzia di somministrazione che opera per conto di Isolfin, una azienda di coibentazione in appalto per Fincantieri. I lavoratori bengalesi di una ditta in subappalto che opera nella coibentazione (la New World Service, titolare anch’egli bengalese) sono senza stipendio da mesi: si rivolgono alla Fiom che intenta una causa alla ditta; in sede giudiziaria la ditta deve farsi carico dei lavoratori e lo fa tramite Humangest, a cui Isolfin si affida (gli appalti sono “una giungla in cui è difficile districarsi”), che però propone solo contratti brevi, di uno o due mesi. La Fiom elegge le RSU sia in Isolfin sia in Humangest. Nel dicembre 2022 i lavoratori ottengono contratti non inferiori ai 6 mesi: contratti troppo brevi sono un problema per il rinnovo dei permessi di soggiorno, “è come vivere con una spada di Damocle della doppia precarietà (lavorativa ed esistenziale)”. A fine gennaio 2023 l’azienda sembra scomparsa: chiusa in seguito alla sindacalizzazione dei lavoratori? (Tempo prima Arcobaleno, impresa di pitturazione e sabbiatura, aveva iniziato a non pagare dopo l’elezione di una rappresentanza sindacale). IL 2 febbraio c’è uno sciopero di due ore, con blocco delle merci, che convince Fincantieri a intervenire presso Isolfin e Humangest per concludere positivamente la vertenza. In serata una quarantina di lavoratori vengono stabilizzati a tempo indeterminato, con passaggio dal contratto metalmeccanico a quello chimico. Il contratto viene sottoscritto nella sala della RSU. Altri lavoratori di Humangest restano a tempo determinato.

7. Al Amin Rabby, Fincantieri: lavoro migrante precario e appalti nella grande industria di Stato, “Gli asini”, n.s. n. 109 (luglio-agosto 2023), pp. 24-27

Nel 2020 se consideriamo tutti i cantieri navali della Fincantieri in Italia, abbiamo oltre 40mila lavoratori di cui poco più della metà (51,3%) italiani, il 16,9% provenienti dall’Unione Europea, il 31,4% di paesi non comunitari: i lavoratori originari dal Bangladesh sono il 18,9%, i rumeni il 12,7%. Nella ricerca sul campo, della durata di un anno (luglio 2021-giugno 2022), effettua 63 interviste con lavoratori bangladesi alla Fincantieri di Monfalcone e Marghera. “Il regime lavorativo per i bangladesi occupati in Fincantieri ha tre caratteristiche rilevanti. Primo: il processo lavorativo è organizzato attraverso intermediari e aziende in appalto che selezionano i lavoratori e li controllano durante il lavoro. Secondo: il controllo del lavoro avviene anche fuori dal cantiere, nella comunità. Terzo: le politiche migratorie limitano la possibilità di mobilitazione e di cambiare lavoro attraverso le normative che regolano i permessi di lavoro” (p. 24).

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A mo’ di premessa

25/01/2024 Filippo Benfante Luca Pes Piero Brunello // Altrochemestre

Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente è una rivista uscita in sei numeri tra 1994 e 1998, nata tra il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Venezia e Arcinova di Treviso, e in case private, a Favaro, Mogliano Veneto e Cannaregio, dall’incontro tra chi veniva da una formazione accademica inglese e un pezzo di vita a Londra, e chi veniva da studi sui repetini della campagna veneta e sulla rivoluzione del 1848, dall’attività nell’associazione storiAmestre e da una esigenza di risposta ai dibattiti sulla didattica della storia locale in un’epoca di globalizzazione e di leghismi, e in cui nel mondo culturale c’era disorientamento per la vittoria di Berlusconi e dei berlusconismi;  da una comune passione per i testi di E.P. Thompson, Marc Bloch e Kevin Lynch, un interesse per la microstoria e per la storia orale, da letture di Georges Perec, Italo Calvino e Gianni Celati, rafforzate da una frequentazione del Dipartimento di Analisi Economica e Sociale del Territorio dell’Università IUAV di Venezia. 

Altrochemestre rinasce oggi dopo trent’anni come sito internet sperimentale per riproporre la metodologia di allora sul presente di adesso. 

Altrochemestre incoraggia a esercitare uno sguardo storico e critico sul presente, partendo da ciò che vediamo nella vita di tutti i giorni sotto casa e nei nostri spostamenti quotidiani, mantenendoci consapevoli del punto di vista da cui guardiamo, uno dei tanti possibili, accettando di mettere in discussione le parole che usiamo per descrivere le cose, cercando un linguaggio privo di sottintesi, senza strizzatine d’occhio, senza luoghi comuni né frasi fatte.

Altrochemestre ospita contributi non solo di storici, ma di chiunque applichi questo sguardo e si apra a questa scrittura con rigore: identificando temi di rilevanza storica, come segno dei tempi in continuità o discontinuità con il passato; creando documenti sul presente per gli storici del futuro o fornendo interpretazioni storiche; cercando di intuire nelle piccole cose di ogni giorno i grandi cambiamenti in corso, sapendo quanto comportamenti e pratiche di individui e di piccoli gruppi possono incidere nella trasformazione dei costumi. 

In un’epoca di continue grandi trasformazioni Altrochemestre promuove lo studio delle cose nuove che caratterizzano i nostri paesaggi, sorprendenti e disorientanti, che appaiono strane, “straniere” ed esotiche. Esercitando uno sguardo straniante, si propone anche di de-familiarizzare ciò che è familiare, in modo che i contributi non cerchino conferme ma sorprese, come occasione di nuova conoscenza che renda visibile cosa sta succedendo nelle nostre città. Oggi è il caso di interrogarsi anche sulle definizioni di “città diffusa” o “campagna urbanizzata”: riescono ancora a dar conto dei mutamenti avvenuti negli ultimi due decenni? aiutano a descrivere l’esperienza di chi in questi luoghi vive, lavora e si muove?

In un contesto in cui è difficile trovare informazioni sul presente attendibili, il progetto ha anche intenti civici, nella convinzione che uno sguardo storico sulla realtà sia un contributo fondamentale per la costruzione di uno spazio pubblico.

Generi di documentazione del presente previsti da Altrochemestre: raccolta di uno o più reperti (documenti o oggetti) fotografati, filmati, trascritti, elencati o catalogati, corredati da scheda descrittiva ed esplicativa (quasi come un’archeologia del presente); descrizioni di paesaggi, situazioni, eventi (quasi come un cronista o un antropologo o un geografo attento – anche un diario di un sopralluogo o di una camminata); raccolta di testimonianze, tramite interviste trascritte e corredate di informazioni esplicative (secondo i metodi della storia orale) oppure memorie dell’autore; creazione di documenti dichiaratamente falsi (carte false) che rendano una interpretazione dello spirito dei tempi (qui siamo nel campo della fiction).

Altrochemestre accoglie fonti visive, audio e video. Intende pubblicare, come è stato detto, anche brevi saggi storiografici (con i dovuti riferimenti alle fonti) e recensioni-scheda su libri, film, opere teatrali, videogiochi, canzoni (musica e/o testi) e oggetti di consumo, sempre all’interno dell’ottica del progetto.

Archiviato in://, Altrochemestre Filippo Benfante Luca Pes Piero Brunello

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