Lettera a un’amica lontana, dove si ragiona sull’esito elettorale del centrosinistra nelle recenti elezioni del Comune di Venezia: tradizioni politiche, usi retorici, processi di rimozione.
Cara Angelica,
mi chiedi un parere sulla sconfitta della coalizione di centrosinistra, e del PD in particolare, alle elezioni comunali di Venezia di pochi mesi fa. Potrò esserti utile? Non lo so. Forse il fatto che tu viva da molti anni all’estero ti permette di guardare le cose con quella distanza che a volte manca a chi le ha ogni giorno sotto gli occhi. E forse ti aiuterà anche il ricordo degli anni Ottanta, quando abitavi a Mestre e ci frequentavamo. Ricorderai quelle passeggiate tra quartieri in costruzione, lungo terreni in parte coltivati e in parte coperti da canneti, e quelle lunghe camminate a Venezia, senza il pensiero di essere spiati dalle telecamere e senza dover pagare un biglietto per entrare in città… Forse conviene tenere presenti anche quella Mestre e quella Venezia, mentre cerchiamo di capire che cosa è cambiato.
Per cominciare, credo che la tua domanda – perché il PD ha perso – non sia del tutto quella giusta. Io proverei a chiedermi piuttosto: perché il PD pensava di vincere? Se leggi le dichiarazioni delle candidate e dei candidati legati al PD, ma anche delle altre formazioni e associazioni di sinistra che hanno sostenuto la candidatura di Andrea Martella, non ti sfuggirà il tono di chi immagina Venezia come una città dalla lunga tradizione laica e di sinistra, diversa dal Veneto un tempo bianco e poi leghista. In fondo è un’immagine che ripropone la vecchia contrapposizione tra città e campagna. Il tono di quelle dichiarazioni, e ancor più il brusio dei discorsi che le accompagnavano, lasciano pensare che le elezioni del 2026 siano state vissute come l’occasione per riprendersi una città finita non dico immeritatamente, ma di sicuro temporaneamente, nelle mani della destra, o del centrodestra.
Ricorderai senz’altro le giunte rosse degli anni Ottanta. Da allora il centrosinistra ha continuato a vincere, senza però riflettere sul fatto che quelle vittorie erano ottenute grazie al voto, di una parte almeno, dell’elettorato di centro. Se tu fossi rimasta a Mestre e avessi voluto votare a sinistra in quegli anni, avresti dovuto scegliere candidati sindaco come Paolo Costa o Giorgio Orsoni, uomini che in altre situazioni non avresti mai votato. Oppure pensa al ballottaggio tutto interno alla sinistra tra Cacciari e Casson, quando Cacciari ribaltò il risultato del primo turno, grazie a un voto – come vogliamo chiamarlo? – moderato, di centro, in parte proveniente dall’elettorato di centrodestra. E voto di centro significa, per semplificare, un avvertimento a non toccare troppo gli interessi costituiti.
È ormai diventato quasi un luogo comune dire che la sinistra non sappia leggere la realtà. Ed è vero. Il problema è che sembra avere difficoltà anche a leggere la propria storia: si è costruita un racconto edificante, che omette qualche dettaglio scomodo, e alla fine ci crede davvero. Alla luce di questa considerazione, penso per esempio che dovremmo rivedere anche il giudizio sulle giunte di sinistra che hai conosciuto. Il Carnevale di Venezia, concepito nei primi anni Ottanta per portare masse di turisti in una stagione fino ad allora morta, è un episodio che dovrebbe farci riflettere su quanto gli interessi consolidati del turismo abbiano condizionato fin da allora la politica della sinistra. Ma tornando alle recenti elezioni comunali, nelle proposte del PD mancava una parola: Orsoni, non lui naturalmente, ma la giunta da lui presieduta. Non so quanto tu abbia seguito, ma quella fu l’ultima giunta di centrosinistra, che interruppe il proprio mandato in seguito all’arresto di Orsoni con l’accusa di aver ricevuto finanziamenti illeciti per la sua campagna elettorale del 2010 dal Consorzio Venezia Nuova, incaricata dei lavori per la realizzazione del MOSE.
Mi sarei aspettato che la campagna elettorale del PD partisse proprio da quella vicenda, chiedendosi se fosse un episodio isolato o l’emersione di un sistema di rapporti su cui era necessario interrogarsi. L’inchiesta giudiziaria sul MOSE, che forse avrai seguito, ha mostrato quanto quel sistema di interessi fosse esteso e ramificato.
Non è andata così. Al contrario, abbiamo sentito richiamare di continuo la luminosa tradizione della sinistra veneziana. È possibile che anche questo silenzio abbia contribuito a erodere la fiducia nella coalizione di centrosinistra e, magari, ad allargare l’area dell’astensione? Se penso alle persone che conosco, direi di sì. Tra l’altro, oggi il PD appoggia l’opposizione al progetto di costruire un complesso residenziale a Caroman, accanto all’oasi di Pellestrina che di sicuro ricorderai. Eppure il primo via libera al progetto fu dato proprio dalla giunta Orsoni.
Probabilmente penserai che io stia trascurando la presenza di forze sociali di opposizione, che sono diventate visibili, per esempio, nella grande manifestazione pro-Palestina sul Ponte della Libertà, in quella del 25 aprile — tra l’altro, a ridosso delle elezioni comunali — e, più recentemente, in quella antifascista del 19 settembre, per restare agli episodi più vicini nel tempo. Sono senz’altro segnali importanti. Se dopo l’accoltellamento mortale di Jack Gobbato da parte di un individuo di cui si sottolineava il suo essere straniero, di cui avrai senz’altro saputo, non abbiamo assistito a Mestre a un’esplosione di azioni xenofobe come in altre città europee, lo dobbiamo soprattutto a come si sono mossi immediatamente le sue compagne e i suoi compagni, perlopiù giovanissimi.
Non voglio quindi sottovalutare la presenza di forze sociali e culturali alternative. Ma se guardo al piano della politica comunale, non vedo un’analoga presenza di forze di opposizione. Intendiamoci: in Consiglio comunale il PD e le altre formazioni di centrosinistra hanno fatto e fanno l’opposizione, per quello che le procedure consentono, cioè molto poco. I consigli comunali infatti ormai non contano. Ma fuori dal Consiglio? Sarebbe utile fare un bilancio del decennio segnato dalle due giunte Brugnaro. C’è stata, nella società, un’opposizione alle politiche delle giunte Brugnaro? E, se c’è stata, in che modo è riuscita a manifestarsi?
Per evitare generalizzazioni, prendo un esempio. Come saprai, le giunte Brugnaro hanno costruito un sistema nel quale le associazioni che vogliono organizzare un’iniziativa possono chiedere di inserirla nel format e nel calendario “Le Città in Festa”. La richiesta deve essere accompagnata da un progetto nei dettagli, che viene sottoposto alla valutazione di un ufficio apposito; una volta approvato, l’iniziativa viene inserita nel palinsesto e deve utilizzare il logo del Comune. Il sistema delle “Città in festa”, peraltro, è tuttora in vigore.
Credo di non essere io il solo a vedervi una logica da concessione feudale e, insieme, qualcosa che ricorda la censura di età moderna (che non era necessariamente poliziesca): in entrambi i casi, infatti, l’accesso a uno spazio pubblico e la possibilità di prendere la parola passano attraverso un’autorità che valuta e autorizza e che, in cambio, si aspetta non dico sottomissione, ma almeno il riconoscimento di una prerogativa che non ha, e una forma di gratitudine.
Ora, ci si aspetterebbe che le associazioni che, alle elezioni comunali, si sono schierate al fianco del PD e della coalizione di centrosinistra si interrogassero su questo meccanismo e rifiutassero di sottostarvi. E invece no. Più di una persona attiva in queste associazioni, alla vigilia delle elezioni, mi ha detto che la prima cosa da fare, una volta eletta la nuova giunta, sarebbe stata cancellare le “Città in Festa”. Ma allora perché continuare ad assoggettarsi a questo meccanismo? Perché non cominciare fin da subito a praticare la non collaborazione? Certo, ricorderai in quanti spazi si potevano organizzare incontri e manifestazioni negli anni in cui vivevi a Mestre. Oggi sono quasi tutti chiusi o non disponibili. Ma questo renderebbe ancora più necessaria un’autorganizzazione, non meno. Il fatto di rimandare il rifiuto all’esito di un voto, invece di praticarlo subito, è significativo. Non potrebbe esserci infatti esempio migliore di una politica intesa come delega e, più in profondità, di una sfiducia nella capacità autonoma degli individui e delle associazioni di organizzarsi, progettare e utilizzare gli spazi della città.
Non credere che io stia parlando soltanto di un’azione simbolica. A parte il fatto che l’omaggio feudale si manifesta nei simboli, il format delle “Città in Festa” rende visibile un rapporto di tipo clientelare che le giunte Brugnaro non hanno certamente inaugurato, ma che hanno di sicuro contribuito a rafforzare nei rapporti tra cittadini e istituzioni.
Mancanza di coraggio da parte di quel mondo che, alla fine, alle elezioni vota PD? Non credo. Credo piuttosto che la poca consistenza dell’opposizione sociale abbia a che fare con il fatto che anche quel mondo condivide un certo modo di concepire i rapporti tra individui e istituzioni. Una volta o l’altra ti racconterò del ticket d’ingresso a Venezia. Per adesso basta che tu sappia che anche la CGIL approva il ticket, salvo poi chiedere “la massima trasparenza”, eccetera eccetera. Forse tu sei rimasta alla tua vecchia idea del non voto, per non legittimare un sistema di delega e di poteri. Io, invece, un partito che praticasse e proponesse il boicottaggio del ticket lo voterei. Se no, perché votarlo?
Rileggendo la lettera, mi sono accorto di aver sempre usato la parola “città”, esattamente com’è avvenuto in campagna elettorale (“la città”, e più spesso “la nostra città”), a destra come a sinistra. Ogni grande città ha le sue divisioni, ma a Venezia, come sai, questa parola tiene insieme due mondi, Venezia e Mestre, e finisce per sfocarli entrambi. Basta guardare il voto: il centrosinistra ha prevalso a Venezia e nelle isole, il centrodestra a Mestre e in terraferma. Non a caso sono tornate, questa volta da Venezia, le richieste di divisione amministrativa tra le due città.
La retorica della “nostra città” offusca innanzitutto i caratteri e le esigenze specifiche presenti all’interno di uno stesso ambito amministrativo. Nelle elezioni che sicuramente ricorderai, i quartieri, entro i quali si svolgeva la militanza politica, elaboravano i propri programmi elettorali. Ma la differenza con oggi non è solo questa. La politica che abbiamo conosciuto non rappresentava l’interesse generale, ma interessi particolari: magari ampi, ma pur sempre particolari e in conflitto con altri. Dire invece “la città” come se esistesse un interesse cittadino unico (al pari del termine “nazione” tanto cara al governo italiano), spiega perché la campagna elettorale sia stata condotta facendo largo uso di espressioni vaghe e frasi fatte. Potrai fare tu stessa una ricerca online e trovare esempi come “Venezia deve tornare ad essere una grande città europea e internazionale”, “Venezia può e deve rappresentare un modello di città che evolve lungo linee di sviluppo sostenibile in termini ambientali, economici e sociali”, “uno sviluppo più armonico del territorio perseguendo la sostenibilità ambientale, in uno sviluppo territoriale, cioè, coeso, sano, vivibile, efficientemente connesso e integrato in un’area metropolitana e in una regione attrattiva per imprese, famiglie e persone, capace di generare nuova cittadinanza”, “una città sicura e attrattiva, equa e solidale, innovativa nella sostenibilità, nodo di reti economiche e sociali internazionali, cosmopolita e inclusiva, viva e vivibile”, e così via.
Su temi decisivi, come il futuro della Smart Control Room, adottata dal centrodestra a simbolo della capacità di mettere ordine e garantire sicurezza, io proposte concrete non ne ho sentite. E senza una posizione netta sulla Smart Control Room, non se ne può avere una altrettanto netta nemmeno sul ticket d’ingresso alla città, che è un tema strettamente connesso. Mi rendo conto però che il discorso meriterebbe ben più di queste poche righe. Spero di riuscire a riprenderlo in una prossima lettera.
Per ora mi fermo qui, ma prima voglio dirti che sono stato molto contento di ricevere la tua mail, e di sentirti dopo tanto tempo. Ti mando un abbraccio affettuoso, Piero
Tra Via Torre Belfredo e il Tarù, 10-16 settembre 2026
Nota. Grazie a Filippo e a Luca, della redazione di altrochemestre.it; tante cose le ho messe a fuoco grazie a conversazioni con Pierangelo Bertoli, Gigi Corazzol e Paolo Feltrin; mia moglie Giannarosa, che ringrazio per le discussioni e il confronto, mi ha chiesto chi è Angelica. Va da sé che la responsabilità delle opinioni espresse è solo mia.

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