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Non casi da risolvere, ma situazioni da capire

03/10/2026 Valter Deon || Letture

Un libro che chiama in causa storiografia, letteratura, teatro. “Far vedere” la ricerca, i personaggi e i luoghi. Trattare con discrezione le vite degli altri. Carattere etico e civile della scrittura. Conterà anche l’esperienza da insegnante?

I nomi e le cose, fra realtà e creazione

Con l’ultimo libro ‘627 col morto. fumisterIA Gigi Corazzol non ha finito di sorprendere. A cominciare del titolo. Non che i libri precedenti avessero nomi tranquilli. Il penultimo per esempio si intitolava Stallo. Gli affezionati ricordano i Piani particolareggiati o il Cineografo di banditi su sfondo di monti.

Libri e titoli solo originali? Credo – dai titoli appunto – che ogni volta lui voglia coinvolgere nel modo più immediato il lettore provocandolo e creandogli attese. Tra i tanti suoi libri, solo la Francesca Canton aveva un titolo secco. Troppo il rispetto dovuto alla protagonista: allora l’idea era probabilmente di invitare il lettore ad avvicinare con molta discrezione chi per i prati di Soranzen cercava pom gaioi. Questione, per mia opinione, di rispetto appunto.

Il libro di oggi, oltre che originale, è anche nuovo: nella forma, nei contenuti, e – ma forse è inutile dirlo – nella lingua: originale in ogni libro ma sempre diversamente originale. E, pensando ai precedenti libri, questo è un’altra cosa dal momento che sperimenta anche e soprattutto il modo di presentare gli eventi di una storia i cui atti dormono in un archivio.

Comincio dalla forma del testo che non saprei come definire: pièce teatrale? vicenda da teatralizzare? dialogo surreale? confessione di uno storico preoccupato? saggio, in forma animata, leggero (ma non troppo), sulla storia che si fa (o non si fa) in archivio? lamentazione sulla condizione degli archivi qui e altrove? debiti da pagare da parte di un ricercatore a favore delle persone che incontra nei propri viaggi dentro la storia? Potrei andare avanti con altri – possibili e impossibili – titoli o etichette. Nessuno riuscirebbe a coprire il testo e a darne il senso. Tra l’altro, forma e contenuto si intrecciano così fortemente da non sapere su quale dei due tasti battere.

Proverei a dire in poche parole che il libro è un dialogo di Gigi Corazzol con sé stesso, a partire da un fatto “di cronaca” del 1627 a Paderno documentato in alcune carte dell’Archivio Comunale di Feltre e, in parte, dell’Archivio della Parrocchia del Duomo. Averle avute a disposizione qui, e averlo sottolineato, è in polemico rammarico con chi altri archivi non apre per varie ragioni. Quella di Gigi è una denuncia che corre discreta ma decisa nel libro.

L’autore immagina che una compagnia di “sfaccendati” gli entri in casa e ricostruisca la vicenda di un omicidio per caso di quattro secoli fa. Della compagnia fanno parte un sindacalista del SAMA (Sindacato Autonomo Morti Archiviati), un capocomico regista della messa in scena del fatto, un Biondo IA, pronto a dare una mano, a riempire buchi nelle informazioni o a emendare inesattezze con l’ausilio non dichiarato delle ultime macchine che pensano. Tutti protagonisti nati dalla generosa creatività dell’autore. Il solo personaggio vero è lo stesso Corazzol che, al centro della scena, assiste, pensa e interviene. Nel corso della narrazione animata entrano poi in scena uno dopo l’altro i protagonisti veri, attori e testimoni del fatto. Qualcuno irrompe parlando anche dal buio; e chi scrive approfitta per infilare, a fine dell’imprecazione gridata, un saggio commento: “le leggi sono come le telarine, che fregano solo i moscerini. Calabroni nisba” (p. 74). Morti archiviati appunto, riportati in vita per una notte dallo storico poco accademico che cerca refrigerio nella scrittura.

Confesso per lontane esperienze di aver ritrovato nel libro realizzata una antica aspirazione di Gigi Corazzol studioso, storico e insegnante: quella di voler vedere e di far vedere le cose che va scrivendo, magari animandole o teatralizzandole. A riprova, qualche carta che mostra – tra l’altro – l’ubicazione delle case teatro dei fatti. È un buon proposito valido per chiunque scriva per dire qualcosa. In libri precedenti (primo fra i tanti il Cineografo) l’autore aveva fatto vedere al lettore con le parole del descrivere, col dialogo, con una narrazione “cinematografica”, la/le storia/e che andava costruendo.

Anche in questo libro basta andare alle pagine nelle quali mostra contesti fisici e umani, luoghi, ambienti, case, portoni, interni, per capire che, prima di mettersi a scrivere, lui si è recato a Paderno, ha guardato, registrato e messo in parole ciò che aveva visto nei luoghi dei fatti di quattrocento anni prima e ciò che voleva far vedere. Questo atteggiamento rivela attenzione per la verità e per ciò che è reale, e onestà nei confronti di ogni lettore. L’idea è che l’immaginazione, che Gigi è maestro nel mettere in moto nei suoi lettori, non parte dal niente, ma viene da cose viste, da discorsi ascoltati, da letture e studi fatti, da eventi vissuti, da ciò che c’è e da ciò che è rimasto nelle sabbie della storia. Le abitazioni di chi viveva a Paderno per esempio si vedono nel libro per le loro caratteristiche e particolarità, nelle analisi e nei confronti che l’autore fa per chi legge. Lui mostra e spiega. Da allora poco è cambiato nel contesto fisico.

Qualcuno si chiederà perché si dilunghi a sciogliere eventuali equivoci che potrebbero nascere per l’omonimia. Paderno è anche Paderno nei dintorni di Milano, ma il Paderno di cui si occupa è qui attaccato a Feltre; è una frazione di San Gregorio nelle Alpi. È giusto prendere le distanze da possibili fraintendimenti o equivoci nei quali potrebbe cadere chi legge. Tra l’altro, il Biondo IA è lì per fare chiarezza su ciò che potrebbe non essere “spiegato” al lettore.

Il teatro

Tutto il teatro (metaforico) – arrivi, incontri, scontri, partenze e congedi – comincia in una villetta nei dintorni di Pedavena. Niente di misterioso: la casa è quella di Gigi e l’ospite della variopinta compagnia che si presenta a tarda sera venendo dalla polvere delle carte di un archivio è lui stesso. Si presenta senza coprirsi e senza fingersi. Non so se abbia avuto qua e là qualche ritegno a mostrarsi nel proprio privato. A parte che intendersi su che cosa sia oggi il privato è ardua impresa; quel che sembra è una misteriosa mistificazione che nasconde, con la complicità e il silenzio dei più, una evidente ipocrisia collettiva. E quindi mi sono chiesto se quello che lui non nasconde sia davvero tale. Per chi conosce l’autore quel privato è pubblico: si sa che la villetta è a Murle, che Gigi ha abitudini molto personali, che ha un piccolo cane (lo si vede in copertina) che lo accompagna. Chi invece non lo conosce credo che non si ponga problemi: lo sfondo della scena può essere un già visto e i contesti non pongono più di tanti problemi tanto è normale. Ma forse vuol dirci che i privati veri sono per tutti e per ciascuno altri e in altri luoghi.

Col libro in mano ho provato a trovare la ragione di questo discreto mostrarsi. Voglia di autobiografismo? Disdegno del proprio privato? Desiderio di verità fino in fondo? Anche qui domande e dubbi. Domande alle quali lo stesso Corazzol risponde con parole che più chiare non potrebbero essere. “Affidarsi a quei brandelli fiochi”(i segni che ciascuno lascia vivendo) “raccomandando di farlo” (e qui, per dirla più chiaramente, Gigi si appoggia a Alfonso Berardinelli) con “la propria soggettività coinvolta integralmente” (p. 206). Naturalmente per capire dei brandelli e per capire il motivo della raccomandazione bisogna leggere le poche pagine della Avvertenza (pp. 205-210). Vale la pena anche perché Fruttero&Lucentini aiutano a scendere in profondità e a far chiaro sul prima e il dopo: «Fare chiaro, semplice il casino? Eh no, non il casino, ma “gli struggimenti, le risonanze minime, le segrete ironie e le lacerazioni della vita”».

Insomma, e torna la domanda: da che cosa nasce il libro? Il meno nasce appunto da alcune carte d’archivio che raccontano di un evento tragico nella sua banalità. Un morto quasi per caso, a seguito di uno scazzo tra giovani focosi con armi facili in mano, in una notte d’inverno tra porte, scale, vino, antichi e poco chiari dissidi familiari, bugie e fallimenti, famiglie potenti, intrecci amicali e di interessi, senza giustizia finale, con tanti saccenti intriganti. In un intrico di uomini, cose, fatti, storie prossime e lontane, incontri, scontri verbali e non verbali, nel quale è difficile orientarsi.

Se è vero che la storia è sempre attuale il presente anche qui richiama il passato. E qui nasce il più dell’idea del libro. Con gli struggimenti, le risonanze minime, le segrete ironie e le lacerazioni della vita. Ieri e oggi.

Mi sono quindi chiesto perché scegliere questo evento fra i tanti che le carte d’archivio restituiscono. Ho fatto due ipotesi. La prima è il rispetto che Gigi non ha mai nascosto per chi al ricercatore in archivio capita di trovare più o meno per caso. Far tornare vivi i protagonisti della vicenda, farli parlare, animarli non è stato solo un accorgimento retorico o linguistico o testuale, ma una scelta che riconosce dignità a uomini e a situazioni; la morte non può spegnere tutto. È come invitare chi da tempo non si vede: “fate vivo” – si dice nei nostri paesi, torna a parlare, di’ le tue ragioni, non lasciarti dimenticare. E Gigi lo fa dire più di una volta e a più di un protagonista: quelli che tornano in vita nelle penne di studiosi e ricercatori non sono strumenti da usare; o oggetti su cui lavorare per i propri interessi di qualsiasi natura essi siano. Chi li studia li deve difendere: sono vite che continuano a essere misteriose e a ricordare a chi le riscopre che tutto non si può capire. Il giusto è saper mettere freni alla presunzione di poter ogni cosa, anche nel campo del sapere. Riportare in vita uomini di ogni giorno, vite solitamente intrigate, non è il nuovo di questo libro: il nuovo-vecchio è in questo richiamo a maneggiare con cura e rispetto le vite degli altri, anche se morti in archivio.

Il secondo motivo è più etico e civile. Se si guarda la lista delle pubblicazioni di Gigi e se si data ciascuno di quei libri non è difficile vedere che ognuno segna, per quel che riguarda l’intendimento profondo, gli eventi del tempo. Questo libro alla fine è scritto anche per segnare i tempi dell’oggi che corre: tempi di violenza irrazionale posto che ci sia violenza razionale; tempi di protagonismi giovanili fatti di consuetudine di armi e strumenti facilmente maneggiabili; tempi di irragionevoli intrecci familiari, amicali, sociali; tempi di entrate nella scena del mondo, piccolo e stretto, per lo più per esserci. Alla fine, Gigi Corazzol non scopre analogie per scopi educativi, non fa pedagogia con la storia; semplicemente sottolinea evidenze manifeste e permanenze. La storia non insegna e non educa, ma la storia di ieri si scrive perché è di oggi. È sempre contemporanea, nel senso che è legata al presente, negli interessi e nella vita dello storico che vive nel suo tempo, e il suo tempo gli preme. Il Cineografo è scritto negli anni del terrorismo in Italia: i Piani particolareggiati nei tempi più dilatati del salire e dello scendere per le scale della vita nella figura del protagonista, Zuanne Maccarini, e non solo di lui. C’è una citazione di Gigi che il poeta Fabio Pusterla riprende: chi ha pratica di archivi è investito da “…folate di apparizioni, una risacca incessante di uomini, donne, bambini lampanti nel presente più accidentale, scaraventati dal loro destino tra noi qui in basso nel nostro, a noi compagni nell’incertezza, silenziosi istruttori di compassione”.

Un libro nuovo e totale

A leggere questo ‘627 non lo si direbbe un libro di storia e neanche si direbbe che l’autore sia uno storico di mestiere. Ma non è neppure un libro che angoscia o che consola, un libro che narra e che vede staccati autore e pagine scritte; non è una varietà del romanzo storico anche perché qui è messo in teatro. Eppure in questo libro c’è tutto quel che uno scrittore, che ha lavorato con una disciplina tortuosa, è: c’è lo storico che riporta alla luce eventi di ieri, che è l’oggi di chi lo vuol conoscere e vivere; c’è il polemista che polemizza sulle cose che vede e che ironizza su quel che sa; c’è lo studioso che si arrabbia sugli archivi che non si aprono e che guarda con occhio attento a chi cerca in un archivio; c’è lo scrittore che maneggia la lingua toccando i tanti tasti di ogni tastiera della lingua; c’è la persona che ha sofferto i propri malanni; c’è il cittadino curioso che niente si lascia sfuggire; c’è l’uomo con tutto il suo sapere e il suo spirito mordace che guarda al mondo con sguardi penetranti.

Resta ancora qualcosa da dire sulla lingua che Gigi maneggia con padronanza e disinvoltura. Lingua pirotecnica, fuochi d’artificio. E questo si vede soprattutto nei dialoghi nel corso dei quali i vari personaggi parlano toccando della lingua ogni registro. Se i personaggi di ieri parlano oggi, se sono tanti e diversi per provenienze sociali e culturali, se parlano in diverse situazioni e con diversi interlocutori, se parlano delle loro vicende messe sotto esame e ne discutono, quel che ne esce sul piano linguistico non può che essere un caleidoscopio quanto mai ricco: fanno uscire imprecazioni, espressioni volte ad addolcire, male parole di ogni giorno, insulti, preghiere, assaggi di argomentazioni in difesa e in attacco. Tutto come nella vita vera. E nei dialoghi Gigi mette tutto quello che sa e che vive: il quotidiano con le sue colorite battute, i commenti, le ironie, tutte cose che in altro contesto avrebbe (forse) frenato.

Se i personaggi mettono del loro, lui non si tira indietro nel creare parole nuove, nel combinare neologismi, nel colorare dialoghi e narrazione con ogni risorsa della lingua. Le prime pagine del libro basta leggerle per assaggiare: accendendo la luce parla di un vitasola, malingamba, di un baccagliare di voci miste (verbo non proprio così comune ma attestato da Francesco Sabatini nel 1940), seguito da un ossimorico armonico baccano,il tutto impastato con dialettalismi, e non solo, come barlafuss. E qui basta proseguire. Nelle ultime pagine inserisce un neologismo (?) schivanoia che fa capire tante cose del perché del libro.

Del termine fumisteria, lui stesso dà informazioni: è una parola-chiave tanto che finisce nel titolo. Chi volesse saperne di più vada a p. 203. Ma è lo stesso Gigi a darne una spiegazione veloce: chiacchiere senza fondamento. E questo sembrerebbe il senso del libro: divertissement di parole e di discorsi su fatti veri, apparentemente non tragici, fatti per trascorrere il tempo. Da notare che nel titolo la IA in fine parola è maiuscolo. Il Biondo della IA è uno dei personaggi più interessanti del libro: messo spesso a tacere da sindacalisti di morti in archivio e da un capocomico definito nella funzione, è un po’ il messaggero del nuovo che arriva; e del nuovo ricorda i vantaggi anche se ne mostra prudentemente limiti e tentazioni. Con discrezione interlocutoria. Insomma, anche qui il passato è sempre l’oggi.

Alla fine non è un libro facile nonostante le apparenze di leggerezza: Gigi dice di non amare il rigore che si riempie la bocca e cerca le cause, ma fra i compiti degli storici indica in primis quello di capire le situazioni. Qui lui ne ha create perché chi legge capisca quelle di ieri, e non solo di ieri. Casini da riordinare? No, situazioni da capire.

Feltre-Thoiry, settembre 2026

Immagine di apertura. Duello con spade, di Jacques Callot (1622 ca.), National Gallery of Art, Washington DC (riproduzione donata a Wikimedia Commons nell’ambito di un progetto della NGA).

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