Due sociologi del lavoro e le loro ricerche in corso sulle condizioni di vita dei migranti bengalesi nella città metropolitana di Venezia e nel Nord-Est, basate sull’osservazione dall’interno. Invito a considerare le gerarchie e le divisioni, e a riflettere sul significato di “comunità” e di “integrazione”.
Tra l’agosto e il settembre 2026 si è polemizzato sui social e sui giornali della vicenda della “moschea negata” a Mestre e la “comunità” bengalese, componente importantissima della vita mestrina e veneziana, si è trovata al centro del dibattito pubblico. Per qualche giorno – o forse solo qualche ora – la possibilità che uno sciopero dei lavoratori bengalesi bloccasse la Fincantieri e l’industria turistica cittadina ha preoccupato e fatto discutere[1]. Mentre in molti degli interventi pubblici abbiamo sentito parlare di “integrazione” e “libertà di culto”, a noi sembra importante rimettere al centro altre questioni come il lavoro, l’abitare, le possibilità di socialità e di solidarietà che hanno le migliaia di lavoratori bengalesi che da anni vivono a Venezia e nel Nord-Est.
Noi, Valeria Piro e Al Amin Rabby, siamo due sociologi del lavoro. Valeria lavora all’Università di Padova e studia da diversi anni il lavoro migrante in Italia, mentre Al Amin è da poco rientrato in Bangladesh, all’Università di Shahjalal (Sylhet), dopo aver passato quattro anni tra Padova – dove studiava per il suo dottorato – Marghera e Monfalcone, per svolgere una ricerca sul campo con i lavoratori bengalesi delle ditte in appalto in Fincantieri. Il fatto di essere lui stesso bengalese, gli ha permesso di trascorrere molti mesi vivendo nelle case dei lavoratori, condividendo i pasti e le ore di riposo, partecipando a eventi come battesimi e compleanni, incontrando informalmente e intervistando diverse decine di persone[2]. In questi anni, quindi, a partire da quanto osservato da Al Amin, e insieme ad altri colleghi padovani, abbiamo elaborato diverse riflessioni sulle condizioni di lavoro e di vita dei migranti bengalesi[3].
Una riflessione che si intreccia con il dibattito di questi giorni riguarda proprio l’idea stessa di “comunità” e il concetto, a essa spesso associato, di “integrazione”. Si può parlare di una “comunità” bengalese? Cosa intendiamo per “integrazione”? Integrazione di chi e funzionale a cosa?
Sicuramente ci sono persone che sono accomunate dalla conoscenza di una stessa lingua e da un simile percorso migratorio, il che fa sì che, una volta arrivati in Italia, ci si riconosca e ci si identifichi appunto come bengalesi. Detto questo, però, sono molte le forme di differenziazione interna, non solo quelle politiche, ma per esempio tra le donne e gli uomini, i giovani e gli anziani, le persone che richiedono asilo o hanno un permesso per lavoro, i supervisori e gli operai, i leader religiosi e politici che negli anni hanno acquisito una certa visibilità nello spazio pubblico locale e i lavoratori meno visibili delle cucine e dei cantieri.
In una recente pubblicazione[4], abbiamo riflettuto proprio sul ruolo che questi leader “comunitari” hanno nello strutturare le forme di migrazione e occupazione dei bengalesi nei cantieri navali di Marghera e Monfalcone. Abbiamo provato a mettere in luce la centralità di queste figure, molto “ben integrate” poiché estremamente funzionali al mercato del lavoro locale. Diversi di questi leader sono spesso titolari o supervisori di ditte (molte volte “cooperative di comodo”, ma anche srl e srls) che reclutano con facilità lavoratori della stessa nazionalità e che si occupano per Fincantieri di diverse lavorazioni, dalle operazioni di saldatura e carpenteria alle pulizie industriali. Per l’azienda madre risulta comodo esternalizzare a queste ditte (e a queste figure) il reclutamento e il controllo dei lavoratori. Il reclutamento è infatti favorito tramite il passaparola, anche verso chi è ancora in Bangladesh o in altre regioni d’Italia, garantendo a Fincantieri lavoratori che accettano stipendi più bassi, con orari di lavoro più flessibili e, soprattutto, più “disciplinati” degli italiani. L’essere disciplinati – ossia lavorare sodo, accettare gli straordinari, non lamentarsi della paga, non assentarsi e diffidare dei sindacati – sono condizioni indispensabili per poter trovare, ma soprattutto mantenere, un lavoro in Fincantieri. E non solo. I supervisori-leader “comunitari” sono spesso anche coloro che provvedono a trovare un alloggio ai lavoratori bengalesi in abitazioni che affittano o gestiscono direttamente. Lavoro e casa finiscono così per essere strettamente intrecciati. Chi controlla l’accesso al lavoro può spesso avere un ruolo anche nell’accesso all’alloggio, e questo permette di avere sotto la propria supervisione lavoratori che “si comportano bene” non solo quando sono al lavoro ma anche nel loro tempo libero. Per mantenere dunque il lavoro e l’alloggio, elementi indispensabili per poter rinnovare o convertire il permesso di soggiorno e inviare denaro alle famiglie in Bangladesh, diventa dunque importante mostrarsi valo manush, gran lavoratori, ma anche pagare l’affitto in tempo e rispettare norme “comunitarie” come non bere, frequentare i luoghi di culto e le occasioni di socialità cittadina. Chi trova lavoro tramite uno dei supervisori delle ditte che lavorano per Fincantieri, quindi, trova spesso anche un alloggio e un gruppo di riferimento, che sicuramente facilita la migrazione e l’inserimento lavorativo, ma che, allo stesso tempo, tramite le proprie gerarchie e le proprie regole non scritte, spesso consente di “integrarsi” sì, ma in maniera subalterna, ossia occupando posizioni sociali e lavorative meno pagate e più precarie.
Questa forma di “integrazione” – che solitamente definiamo come “inclusione differenziale” – non è però semplicemente il prodotto delle dinamiche interne ai gruppi di lavoratori migranti. È invece il risultato dell’intreccio tra diversi processi: l’organizzazione del lavoro e dei processi produttivi, in questo caso attraverso le catene di appalti e subappalti; le politiche migratorie, che rendono i migranti dipendenti dai datori di lavoro e dai loro intermediari per avere un permesso di soggiorno; e le politiche urbane e i processi di turistificazione del territorio, che rendono sempre più difficile l’accesso alla casa, contribuendo in questo modo ad aumentare la necessità che i migranti hanno di far riferimento ai propri connazionali per trovare un alloggio. È questo intreccio che rende possibile un sistema nel quale lavoro, casa e status giuridico si sostengono reciprocamente e nel quale le reti comunitarie possono diventare funzionali alla sua riproduzione. Il risultato è essenzialmente un sistema ben oliato e di fatto funzionale sia ai datori di lavoro sia a politici e ‘capetti’ locali, siano essi italiani o bengalesi.
Ma, aggiungiamo infine, anche le decisioni autonome, le strategie e le possibili forme di organizzazione dei migranti giocano un ruolo a nostro avviso importante nel disegnare questo scenario. Nella discussione di questi giorni, si è fatto riferimento alla possibilità di uno sciopero della “comunità” a Venezia e Mestre, percepito immediatamente come una minaccia. In primo luogo perché – come è evidente – l’astensione dei lavoratori bengalesi avrebbe potuto causare un danno considerevole e, allo stesso tempo, rendere visibile l’importanza che questa componente della forza lavoro ha nell’economia cittadina. Questo è avvenuto, negli ultimi quindici anni, in diversi settori del mercato del lavoro, in primis nella logistica, dove i lavoratori migranti organizzati hanno mostrato il loro “potere” (strutturale, associativo, ecc.) e la loro centralità. In secondo luogo, uno sciopero può forse mostrare che quei lavoratori considerati disciplinati, disponibili e controllabili, non sono solo forza lavoro ma possono diventare un soggetto collettivo. Ed è forse proprio questo a far paura: che uno sciopero possa scompaginare quelle gerarchie interne alla “comunità” necessarie all’organizzazione del lavoro e al mantenimento dello status quo, mettendo in discussione la forma di integrazione esistente, ossia quella di fatto funzionale ai bisogni della cantieristica navale e della ristorazione veneziana. La questione, allora, non è semplicemente se i lavoratori bengalesi siano o meno “integrati”. Ma è capire che tipo di “integrazione” ci si aspetta, chi ne trae vantaggio e cosa potrebbe succedere se i lavoratori effettivamente si organizzassero per ripensare i rapporti di potere all’interno della “comunità” e nei luoghi di lavoro.
Nota. L’immagine di apertura è un dettaglio di una delle foto (senza crediti specifici) che corredano l’articolo di Megnaa Mehtta, Banglascapes of Venice (20 ottobre 2025), pubblicato sul sito dell’editore Wetlands di Venezia. Per Wetlands, Megnaa Mehtta, docente di Antropologia Sociale presso l’University College London (UCL), sta scrivendo The Banglascapes of Venice, la cui uscita è prevista per il 2027.
[1] La costruzione della moschea è stata uno dei temi polemici emersi durante la campagna elettorale per le elezioni del Comune di Venezia, in particolare alla vigilia del voto.
Già il 7 marzo 2026 Forza Nuova aveva organizzato un presidio contro il progetto di costruzione della moschea a Mestre, nell’area dell’ex segheria di via Giustizia, promosso da Prince Howlader, presidente dell’associazione “Giovani per l’umanità”, esponente della comunità bengalese e membro del coordinamento locale di Fratelli d’Italia.
A fine agosto, il nuovo sindaco Simone Venturini e la sua maggioranza in consiglio comunale bloccano il progetto, sostenendo che mancano “le condizioni” per autorizzare la costruzione della moschea. Tra le condizioni mancanti c’è anche l’“integrazione” della “comunità bengalese”, ritenuta insufficiente.
Howlader replica pubblicamente, spiegando che l’area era stata indicata come possibile sede per una moschea dall’ex sindaco Luigi Brugnaro, cheavrebbe anche favorito il contatto con i proprietari. “È da tre anni che dialoghiamo con l’amministrazione”, sostiene Howlader, spiegando che il progetto riguardava non solo la comunità bengalese, ma l’intera comunità musulmana del territorio. Howlader conclude minacciando uno sciopero nel caso di mancata autorizzazione da parte del Comune: “Se scioperiamo possiamo fermare tutto”, dalle attività turistiche alla Fincantieri (Fulvio Fenzo, Moschea, la minaccia dei bengalesi «Fermiamo Fincantieri e turismo», “Il Gazzettino di Venezia”, 26 agosto 2026, p. 10).
I sindacati reagiscono con molta cautela. Il segretario generale della CGIL di Venezia dichiara in un’intervista al Tgr Veneto: “Sosteniamo la libertà di culto, ma siamo perplessi sull’ipotesi di uno sciopero con queste caratteristiche”. Sulla stessa linea il segretario generale della Cisl di Venezia: “Non è mai successo in Italia che si facesse uno sciopero per questioni non legate a dinamiche lavorative, e quindi sociali, culturali o religiose”. (Edoardo Fioretto, Moschea a Mestre: lo sciopero resta sospeso, la comunità divisa, “La nuova Venezia”, 28 agosto 2026).
Il 4 settembre 2026 i rappresentanti di centri e associazioni culturali bengalesi del Comune di Venezia, riunitisi a Marghera, dichiarano di volere un luogo di preghiera, ma si dissociano dallo sciopero (Mario Parolari, Moschea a Mestre, anche i bengalesi si dividono: «Sì a un luogo di preghiera ma con regole e niente sciopero», “Il Corriere del Veneto”, 4 settembre 2026). [Ndr]
[2] Si veda qui Al Amin Raby, Piramidi razziali, “Altrochemestre.it”, 27 febbraio 2024.
[3] Si vedano: Al Amin Rabby, Devi Sacchetto, Bangladeshi migrant shipbuilders in Italy: Rethinking precarity and livelihood, in Social Transformation in Bangladesh. Pathways, Challenges and the Way Forward, ed. by Shahidur Rahman, Md. Masud-All-Kamal, Routledge, London, 2024, pp. 194-209; Al Amin Rabby, Devi Sacchetto, Bangladeshi Workers on the Edge of the Labour Regime in Italian Fincantieri Shipyards, «Journal of Industrial Relations», 67 (2025), 1, pp. 80-100.
[4] Al Amin Rabby, Valeria Piro, Beyond the Factory Gates: Accommodation and Co-ethnic Network Control over Bangladeshi Shipyard Workers in Italy, «Journal of International Migration and Integration», online, 11 luglio 2026.

Lascia un commento