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Due o tre cose a proposito dell’ultimo libro di Gigi Corazzol

25/08/2026 Pietro De Marchi || Scene dal presente

Testo dell’intervento tenuto alla presentazione organizzata dalla libreria Agorà di Feltre, il 13 agosto 2026.

Nota della redazione. Cosa contiene ’627 col morto – fumisterIA, il libro che Gigi Corazzol ha pubblicato nel maggio 2026 (220 p., edizione non venale, stampata da DBS-SMAA Editore e tipografo di Rasai di Seren del Grappa)? Un pasticciaccio brutto del 1627 col morto ammazzato; figli che non stanno ad ascoltare i padri; accordi che non reggono; testimonianze che non corrispondono. Come fare a sapere chi, come, perché? I personaggi escono dalle carte di un processo conservate nell’Archivio comunale di Feltre e compaiono nella camera da letto di una villetta ultrapopolare di VILE (acronimo per VIvo in Lista Esecutiva, autore, baritono e voce recitante), per raccontare la propria versione come a teatro; tre spalle in scena aiutano VILE a interrogare, interpretare, ipotizzare, ricapitolare: “il Capocomico” (buttafuori, basso buffo), un “Sindacalista” (segretario mandamentale feltrino del SAMA, il Sindacato Autonomo Morti Archiviati, tenore), e il “Biondo IA” (Intelligenza Artificiale, falsettista). Un “passatempo” “schivanoia” per riflettere sul tempo, su storie di successo (ma quell’Iseppo Tamboso del Seicento morì contento della sua vita?), su storie di declassamento, su piani precisi dagli esiti incerti, sul caso di decidere di andare nel posto sbagliato. Cosa si può conoscere di vite che non sono più? Con la raccomandazione “quando interessi la storia” di affidarsi a quei “brandelli fiochi” che escono dalle carte d’archivio, e una perorazione perché gli archivi siano “un servizio, regolare e liberale”: “Un libro è un libro e amen. Il dispiacere serio è per la noncuranza con cui le autorità cittadine trattano i lasciti di cui ad ogni piè sospinto sostengono di fare gran conto. Sapete la solfa o, se preferite, la mercanzia. Radici, identità, grandi gli uomini piccola la città. Va’ là, mago”. (acm)

“…si sa che è un autore che cambia molto da libro a libro. E proprio in questi cambiamenti si riconosce che è lui”.

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

1. Sulla soglia

Nessun risvolto di copertina, nessun paratesto, come si dice, ci accompagna sulla soglia del nuovo libro di Gigi Corazzol: nessuna informazione sull’autore, neppure scherzosa, come in altri suoi libri usciti in questi anni dai torchi dello stesso stampatore, le Edizioni DBS di Rasai di Seren del Grappa: Addio mia bella Clio (2022), Improvvisi (2024) o Stallo (2025). Qui invece una foto a tutta pagina, replicata anche nella quarta di copertina, che ritrae l’autore medesimo di spalle, mentre si avvia su un sentiero sterrato in leggera pendenza, appoggiandosi a un bastone e seguito dalla fida cagnetta Olivia, che fa qualche timida apparizione anche più avanti nel libro.

Il titolo ci parla di un anno, il 1627, e quindi di un’epoca, i decenni iniziali del XVII secolo, a cui spesso si è rivolta l’attenzione di Corazzol storico e scrittore. All’indicazione dell’anno segue la precisazione: “col morto”: si pensa subito ovviamente al morto ammazzato di cui si racconta nel libro, ma anche al quarto giocatore, fittizio, di alcuni giochi di carte (tressette e altri): qualcuno insomma che non c’è veramente, in carne ed ossa, al tavolo da gioco, e tuttavia fa la sua parte.

Il sottotitolo è costituito da una sola parola: fumisterIA, così, con le lettere finali -IA in maiuscolo. A dar retta al vocabolario Treccani (edizione online, s.v.), fumisteria è “Il gusto di fare scherzi, burle, di sbalordire il pubblico; il fatto di presentare come ricchi di contenuto e di significato discorsi o scritti che in realtà ne sono poveri, o come cose serie progetti, idee, iniziative che hanno invece scarsa serietà; in senso concreto, gli scritti stessi o discorsi o progetti che, presentati come cose serie o importanti, si risolvono in fumo: tutte fumisterie!”.

Verrebbe la tentazione di pensare a Palazzeschi, al suo Perelà, uomo di fumo, ma forse non c’entra e allora lo lasciamo in pace. Interessano invece le maiuscole finali di fumisterIA. L’allusione va all’Intelligenza Artificiale a cui ricorre compulsivamente uno dei personaggi contemporanei che dialogano in primo piano, o sul proscenio, nel testo: il BIONDO IA. Gli altri sono il CAPOCOMICO e il SINDACALISTA, a cui va aggiunto VILE (acronimo per VIvo in Lista Esecutiva), una controfigura dell’autore. Sono i tre suddetti che raccontano e commentano, con VILE che li stimola e stuzzica, il fattaccio o pasticciaccio brutto (l’uccisione di Zorzi Bortolon) avvenuto a Paderno in Valbelluna, nel gennaio del 1627, convocando come testimoni i protagonisti e i comprimari che si affacciano come fantasmi o apparizioni sullo schermo (spento) di un televisore Samsung 54 pollici. Le testimonianze provengono dall’Archivio Comunale di Feltre (b. 163), ma l’incartamento non contiene la sentenza, e questo rende la storia ancora più avvincente. Trattandosi di un “giallo” (a p. 142 si cita il Tom Barnaby dei celebri telefilm), meglio non spifferare troppo. Basterà dire che tutto nasce da una lite tra Benedetto Tamboso e Fausto Limana, che rimontava all’autunno precedente e che finisce per coinvolgere i membri delle rispettive parentele, con i loro servitori o aiutanti (il morto, Zorzi Bortolon, era appunto un famiglio dei Tamboso).

Fermiamoci invece ancora sulla soglia. Nella prima pagina del testo, quella con cui inizia il Prologo, c’è una dedica (in memoria del padre, Remo Corazzol), e una citazione, da una poesia di Virgilio Giotti, Il paradiso. La poesia, nella sua interezza (sono nove quartine di settenari), si può leggere nel volume Colori, a cura di Anna Modena (Torino, Einaudi, 1997). Qui sono citati solo tre dei trentasei versi (il v. 10 e i vv. 29-30). È giusto precisare che si tratta di un componimento in cui si rievocano le case della vita del poeta e del suo cerchio familiare, in una specie di tempo sospeso, un aldilà che ingloba tutti i tempi (tuti i tempi el xe in uno), in cui tutte le stagioni sono riunite in una e in cui ciascuno dei familiari è giovane e anche vecchio, vecchio ma anche giovane, e tutti sono presenti e passeggiano insieme (E stiamo insieme, e tuti / insieme spassegiemo) in una sorta, appunto, di eterno paradiso domestico, non minacciato dalla morte.

Dopo la didascalia in corsivo nella quale si presenta il primo personaggio, “un vitasola ultraottantenne e malingamba” che “viene svegliato all’improvviso da un baccagliare di voci miste”, questo stesso personaggio prende la parola. Anche qui è importante fermarsi perché le prime frasi pronunciate dal vitasola sono un pastiche, la parodia di un testo di Leopardi, dalle Operette morali: e cioè il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie. Federico Ruysch (1638-1731), come si sa, era un medico di Amsterdam che era riuscito a preservare i cadaveri dalla corruzione. Nell’operetta, Leopardi immagina che queste mummie si risveglino e dialoghino con il medico. Nel testo di Corazzol succede a un dipresso la medesima cosa: “Che è questo armonico baccano? A che pro cantarmi in camera a mezzanotte come galli? Posso sapere chi siete? Chiamare aiuto? Non mi sta bene. So badare a me stesso. Oddio, in ogni caso lo voglio. Badanti no, fin che mi sarà dato. Figliuoli a che gioco giochiamo? Parlate, presentatevi, prego, se no avvertite, ch’io piglio la stanga”.

Quattro (quelle evidenziate dal corsivo) sono le tessere leopardiane, magari lievemente modernizzate (per es. questo in luogo di codesto), prelevate da Corazzol per costruire l’avvio del suo testo e preparare il venire sul proscenio dei tre personaggi che costituiscono il Prologo e che propongono all’unico veramente vivo, anche se appunto malmesso, il racconto di quel fatto di cronaca di quattro secoli fa:

«SINDACALISTA: “È una storia col suo bel morto ammazzato. Roba vostra, a chilometro semizero. E tutti di qua, vostri, anche i morti a testimonio. Ma, mi creda, son morti che troverà vivi, freschissimi e, le garantisco, bramosi di rimorire purché sia loro offerto un conveniente palcoscenico”.

VILE (acido): Cosa saranno mai? Mummie d’Egitto?

SINDACALISTA: Cosa vuole che siano mummie! Le ho detto che sembrano vivi perché, pur sottratti, come sono, all’esistenza immediata, si animano, vengono per così dire resi autonomi, partecipi della vita, attraverso il contatto col vivente. Perfino con un vivente a basso voltaggio come lei”». (p. 5).

Anche qui pare di sentire un’eco del dialogo leopardiano,dove quasi all’inizio il primo morto dice testualmente: “Non possiamo parlare altrimenti, che rispondendo a qualche persona viva. Chi non ha da replicare ai vivi, finita la canzone, si accheta”. La persona viva che interroga le fonti e ascolta quanto hanno da dire è lo storico (e insieme a lui, origliando da dietro le sue spalle, i suoi lettori).

Si può aggiungere ancora qualcosa a a proposito della forma teatrale, dialogica, scelta da Corazzol per raccontare questa storia. Non è una novità assoluta, nel suo caso, basti pensare ai dialoghi (seminariali) tra Giovani Abbate e Stibio Feruch nel Cineografo di banditi su sfondo di monti (1997), o anche ai trentanove fonogrammi da Mel […] Dialoghi e monologhi tra 1612 e 1655 (2000), ma davvero qui tutto è teatro, teatro da leggere e da gustare: e ogni personaggio ha una sua voce ben caratterizzata e riconoscibile.

2. Citazioni, citazioni…

A pagina 138, secondo le intenzioni dell’autore, ci sarebbe dovuta essere la riproduzione di un’opera di Enrico Baj, del 1972, intitolata Personaggio. La si può facilmente reperire cercando in internet il Catalogo generale delle opere di Enrico Baj dal 1972 al 1996, Milano, Marconi-Menhir, 1997, dove quel quadro è riprodotto in copertina. A Corazzol l’opera di Baj interessava perché, come il morto del suo libro, “quel tal personaggio ha la testa smezzata da una cortella curva. Poi per esser fatto il quadro, com’è di questo testo, tutto di materiali di risulta, i.e. passamanerie, bottoni, broccato eccetera”.

I materiali di risulta del libro di Corazzol sono soprattutto le cento e cento citazioni disseminate nel testo, alcune più segrete, dissimulate, altre spiattellate. Abbiamo già ricordato Leopardi, ma in ogni parte si incontrano auctoritates di tutti i tipi e di tutte le classi. Per limitarci solo alle prime pagine del libro, ci si imbatte in citazioni o allusioni che rinviano a un volume postumo di Luigi Meneghello, Libri in Inghilterra, Roma, Edizioni di Comunità, 2026), e poi all’Odissea, a Conrad, a Pompeo Momenti, a Giancarlo De Cataldo, al Dies Irae, alla Monaca di Monza dei Promessi sposi. Questa (si trova a p. 9) ci si consenta di trascriverla, perché il paragone tra il desiderio di conoscenza degli storici e la curiosità morbosa della monaca è degno di nota. Ecco la frase nel testo di Corazzol: “I secoli pesano. Magari noi storici si potesse saper tutto a piacimento”. Le si affianchi ora la battuta con cui Gertrude si rivolge al padre guardiano perché desidera conoscere la storia di Lucia in tutti i dettagli, anche i più scabrosi: “Di grazia, padre guardiano, non mi dica la cosa così in enimma. Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto” (I promessi sposi, capitolo 9). E se c’è la monaca, non può mancare il frate: il sentimento di “angosciosa compassione” di cui si parla a p. 85, riferendolo per congettura a Benedetto Tamboso, è lo stesso che Lodovico (non ancora padre Cristoforo) prova dopo aver ucciso un uomo in uno scontro nato per questioni di puntiglio e di onore (I promessi sposi, capitolo IV).

Proseguendo nella lettura, si incontrano Gadda, Shakespeare, Novalis, la Cenerentola di Gioachino Rossini, e molti, moltissimi altri. Non mancano poi, nel testo, i riferimenti al mondo della canzone e delle canzonette, da Jannacci a Paolo Conte a De Gregori, a Orietta Berti e così via. Per il Corazzol di questo libro l’alto e il basso, il sublime e l’umile possono stare benissimo in compagnia.

3. Massime, detti memorabili…

Poche righe, infine, per segnalare che Il libro di Corazzol è anche, oltre a tutto il resto, una antologia di detti memorabili, di massime da tenere a mente. Ne citerei, per concludere, un paio, o meglio tre: “Il punto non è se qualcuno abbia scritto. Il punto sta nel discernere il vero dal falso” (pp. 13-14);

“non è che per il solo fatto di essere stati vivi all’epoca si possa sapere tutto di tutti” (p. 58);

“i morti dei libri sono stati vivi giusto come noi ora. Per non dire dei già vivi che nei libri non ci sono. Una barca” (p. 205).

Archiviato in:||, Scene dal presente Pietro De Marchi

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