Carte di Mestre, scatoloni a Firenze. Fare ordine tra carte e ricordi di famiglia dopo un trasloco.
1. Quando si mette mano alle carte di casa, l’abitudine di guardare alle cose che ci circondano con occhio storico diventa cruccio: al momento di fare un po’ di chiaro, selezionare e scartare cosa? La sensazione è quella di distruggere archivi; la frustrazione è quella di trovarli già lacunosi. Non sono solo le carte che si perdono: mi chiedo a quali parenti in vita potrei rivolgermi per dare un nome ai volti che vedo nelle fotografie dentro quella scatola gialla riempita da mia mamma, e probabilmente prima ancora da mia nonna: parenti, amici, vicini di casa del tempo che per me non fu.


2. Ricordo un commento stupito di mia cognata mentre con mio fratello stava recuperando un mobiletto nella casa di nostra mamma, che si svuotava in vista della vendita – noi figli non vivevamo più a Mestre da anni. Perché mai era pieno di bollette e ricevute di pagamento (luce gas telefono…)?! Beh, perché non si sa mai in caso di contestazioni, con i fornitori che corrono meglio premunirsi: mia mamma doveva avere in mente l’orizzonte dei dieci anni come termine per la prescrizione da ogni guaio. Mentre proseguivo lo sgombero ho trovato, e a mia volta conservato fino a oggi, altri documenti del genere: per esempio le sue dichiarazioni dei redditi dal 1998 al 2006 (quella del 2007 l’ho dovuta compilare io, allo Stato in memoriam).
È anche così che nelle nostre case costruiamo archivi correnti che non hanno la possibilità di diventare storici e di conseguenza restano effimeri. Sottoposti a scarti periodici e arbitrari, ordinati male, non per forza senza criterio, ma peggio: cambiando i criteri nel corso del tempo. E cambiando anche luogo di conservazione (da un mobile a un altro, da un cassetto a portata di mano a uno scaffale alto, da una camera alla soffitta o alla cantina, e così via). Tenerli a modo sarebbe un lavoro, o al limite è prassi di chi già pensa in vita a lasciare confezionato e pronto per chi verrà dopo il materiale per una biografia individuale o di famiglia. Questione di classe? Anche, ma non sempre: un pomeriggio che sarà stata tarda primavera, faceva già caldo – io bambino a giocare a pallone nel cortile di un condominio a due passi dalla stazione di Mestre –, a un certo punto tutti in allarme “esce fumo da una finestra”. Saltò fuori che era mia nonna: stava bruciando lettere nel lavello della cucina, alla figlia (mia mamma) voleva lasciare solo un mazzetto di carte con quel che voleva si sapesse della storia con suo marito (morto in guerra, nel 1942). Lo racconto anche perché, al di là delle intenzioni di mia nonna, dà da pensare su quel che si dice spesso, cioè che le memorie (di famiglia) passano per via femminile: ma allora così anche le censure e gli oblii?
3. Un primo scarto devo averlo fatto a fine 2010 – ci sono voluti quasi tre anni per vendere l’appartamento, abbassando di continuo il prezzo –, ma solo l’essenziale a giudicare da quel che ci ritrovo ora. Le carte mi hanno seguito a Firenze, passando nel corso del tempo da sotto un letto a un sottotetto, un angolo di soffitta.Durante uno degli spostamenti di una scatola mi è preso un colpo: le buste ordinate da mia nonna erano state bucherellate da un qualche tipo di insetto. Il contenuto integro, per fortuna: mi sono affrettato a metterci qualche antitarme.

Sono subito andato a controllare le condizioni del resto, a campione. Uno dei pezzi che più mi piace aver ritrovato integro è il menù del pranzo di nozze di mia mamma, trattoria “dalla Amelia”, aprile 1962. Un documento su alcune tendenze gastronomiche dei primi anni Sessanta? Vini Canella e spumanti Martini per accompagnare un menù che oggi si direbbe semplice.


4. Dopo quindici anni nella stessa casa, di recente ecco un altro trasloco: basta Coverciano, si passa a Campo di Marte, la città resta sempre quella. Solo a nuova destinazione ho avuto il tempo di sballare gli scatoloni riempiti, come già nel 2010, quasi a occhi chiusi. Buoni propositi per l’avvenire, dopo aver portato su e giù per le scale (abbiamo fatto quasi tutto da noi) più di cento scatoloni solo di libri e carte: gli anni passano, è il momento di fare ordine, tenere ordinato, basta accumulare.
Con i miei documenti è stato relativamentesemplice.I primi fascicoli a finire nel cassonetto della carta da riciclare sono stati anni di comunicazioni ed estratti conto delle banche: “l’unica cosa da sapere è quanti te ne restano oggi”, è il saggio ammonimento della mia compagna. Poi è stata la volta dei contratti di lavoro: una pila che mi faceva da promemoria alle tipologie contrattuali che ho conosciuto dai primi anni 2000 (collaborazione occasionale, contratto a progetto, contratto a tempo indeterminato – uno solo, ma non faceva per me –, cessione diritti d’autore, quello che più mi perseguita da oltre vent’anni); carte che documentavano i miei spostamenti per lavoro (un anno in trasferta a Torino, le missioni di ricerca a Siena, i viaggi in Svizzera a Friburgo – Friborgo mi dicevano gli studenti italofoni di lassù –, un corso di formazione per adulti da tenere a Reggello, i periodi a Parigi…); e che mi diceva anche qualcosa sulle trasformazioni del panorama editoriale italiano (cambi di denominazione delle società, mai della forma di contratto). La serie si è via via assottigliata e praticamente interrotta negli ultimi anni, almeno per quanto riguarda i datori di lavoro di taglia maggiore, quando è diventata prassi inviare la documentazione in pdf per posta elettronica.
Non posso dire di avere un archivio più ordinato nel computer, però così è stato semplice anche con le bollette: da anni è attivata l’opzione bolletta digitale, per l’ecologia certo, ma anche per evitare ulteriori iniqui balzelli; quelle di carta ancora in casa avevano tutte più di dieci anni: prescrizione, via. Lo stesso per le dichiarazioni dei redditi: tenere il minimo indispensabile per legge. Tanto ho sempre guadagnato poco.
5. Trovo una cartellina con su scritto “ex proprietà Mestre”: appartamento e garage in via Monte San Michele 50, scala A, interno 10. In un condominio costruito nella prima metà degli anni Sessanta in zona stazione: trentaquattro appartamenti, suddivisi in quattro corpi di fabbrica contigui disposti a U, con un cortile interno e uno esterno laterale, con alcuni fondi commerciali al piano terra su via Monte San Michele e su via Trento; i pianoterra sul cortile interno e su quello laterale occupati dalla portineria – poi diventata un minuscolo miniappartamento in affitto –, da alcuni garage e qualche cantina, oltre che dal grande vano caldaia: riscaldamento centralizzato va da sé.
Sfoglio la serie dei verbali delle assemblee di condominio a cui ho partecipato o che ho ricevuto dopo la morte di mia mamma e la vendita dell’appartamento: dal 2007 al 2016, quando anche il garage è stato venduto. Potenzialmente sono una fonte seriale, che documenta condizioni e costi di manutenzione di un edificio, normative (come quella volta che hanno messo ai termosifoni valvole e misuratore dei consumi individuali), incremento dei costi di gestione e dei prezzi (la ripartizione del riscaldamento centralizzato offre dati concreti sul costo dell’energia), trasformazioni urbane, rapporti di vicinato e rapporti con la comproprietà (solleciti a chi era rimasto indietro con le rate delle spese, in un crescendo che va dalle minacce all’avvio di cause legali), cambiamenti d’uso o di regolamentazione di spazi comuni, cambiamento di proprietari – quasi come sfogliare un elenco del telefono. Sono notizie che, per frammenti, illuminano anche come cambiano i contesti in cui si trova il condominio.
L’uso del cortile interno come parcheggio è una bega perenne, essendo che mai tutti hanno potuto trovarvi un posto e men che mai via via che le dimensioni delle auto crescevano. Un allegato ricorda un tentativo di regolamentazione del 1989, dove tra le altre cose veniva proibito il gioco del pallone e ricordato che i danni “certi” alle macchine sarebbero stati a carico dei genitori del bimbo o della bimba avventati. Pazienza, ormai avevo sedici anni ed era già un ricordo lontano che, fino a pochi anni prima, c’era una decina di bambini e di bambine che i pomeriggi dopo le quattro (rispettare il riposino dei grandi) si ritrovavano in cortile con pallone, racchette da tennis, biciclette. I cicli di un immobile, ma anche i cicli demografici di un paese.
Nel 2008 la questione parcheggio si era complicata per l’apparizione delle “strisce blu”, ovvero degli spazi di sosta regolamentati e a pagamento nella sede stradale. Non parcheggiare nel cortile non era più solo questione di comodità: cominciava a costare.
Sempre nel 2008 l’assemblea discusse un altro argomento: assumere una vigilanza privata per tenere sotto controllo l’“area antistante” il condominio, lato via Monte San Michele. Nel frattempo la via era salita nella graduatoria delle citazioni nella stampa locale, in quota “cronaca nera” e “degrado”; negli anni seguenti avrebbe raggiunto talvolta le cronache nazionali.

Sarebbe da verificare le prescrizioni di legge in merito alle amministrazioni di condominio: qualcuno, da qualche parte, avrà conservato serie complete dei verbali delle assemblee?
Non io: via, nel bidone della carta e così anche i documenti relativi a un accertamento IMU che il Comune di Venezia mi ha fatto dopo la vendita dell’appartamento: sono passati più dieci anni, e avevo ragione, il ricorso l’ho vinto.
Però non ho avuto cuore di buttare via il contratto di acquisto dell’appartamento – o meglio di due appartamenti, uno con cantina e uno con garage –, datato 5 novembre 1965. Da un quadernetto allegato, insieme a una foto di un cantiere (immagino quello del condominio) è uscito un foglio “Somme da investire per il piccolo”, senza data ma coevo: “Dalla S.A.D.E.”, “Dalla Prefettura di Belluno”, “Dal “Corriere della Sera” – Milano”, “Dal “La Stampa” – Torino”…

E come vuoi investirli se non in case (previa autorizzazione del giudice tutelare)? In una poi ci ho abitato anch’io, dalla nascita al 1998; nell’altra fin verso metà anni Novanta ci visse la nonna: fu da quella finestra che un pomeriggio uscì il fumo di lettera.
6. Accanto alle carte tramandate da mia nonna a mia mamma, l’altro grosso nucleo sopravvissuto si concentra tra la primavera del 1962 e grosso modo la fine del 1963-l’inizio del 1964. Si comincia con i biglietti di auguri per le nozze dell’aprile 1962, tra due impiegati della SADE in corso di diventare ENEL; poi frammenti di un viaggio (credo quello di nozze); ancora conti e ricevute di mobili e suppellettili per una casa in allestimento, in via Fagarè (a pochi passi da via Monte San Michele); una busta contiene numeri del “Gazzettino” dal 10 ottobre 1963. Dopo questa data c’è un fascio di biglietti e telegrammi a mia mamma e famiglia, estesi nell’arco di meno di un mese, che contengono condoglianze per la perdita del marito accanto a felicitazioni per la nascita del piccolo che ha preso lo stesso nome del padre morto. Qualcuno esprime un filo di sollievo, lo scuserete date le circostanze: non avendo avuto cuore di mandare due righe in occasione della tragedia, si consola di farlo per il lieto evento. Un trafiletto ritagliato dal “Gazzettino”, senza data, ma presumibilmente del 4 novembre 1963, annuncia Nato il figlio del geometra morto a Longarone: “Il piccino è figlio del geometra Franco Baccichetto che la notte del 9 ottobre rimase vittima della catastrofe di Longarone dove lavorava nel cantiere Sade. Al neonato è stato imposto il nome del padre scomparso”.

E così un terzo nucleo di carte riguarda il padre di mio fratello. Frammenti di un ulteriore archivio: carte degli anni Cinquanta che riguardano la famiglia di origine, l’acquisto di un appartamento a Mestre nel 1958 (in via Metauro, edificio di nuova costruzione: il boom edilizio mestrino sotto i miei occhi) e la sua gestione, tracce di passioni e hobby nel tempo libero (socio Touring Club, la fotografia), una Alfa Romeo Dauphine (una foto che ho sempre visto in casa: un bel sorriso a mezzo busto, con auto sullo sfondo).
Poi, una grande quantità di foglietti volanti, integri o meno, con sopra pochi appunti, qualche disegno e schizzo.

Come se a un certo punto fosse stata ripulita una scrivania, svuotati dei cassetti: non un fermo immagine, ma la rinfusa di un’interruzione repentina. Senza avere il coraggio di buttare via. E vuoi che ce l’abbia io? Fossero anche carte rimaste per puro caso, la sensazione è quella di buttare via tutto quel che sta dietro a quella raccolta a strascico. (I vestiti li buttò lei, dopo averli conservati per più di vent’anni in solaio: “cossa vustu…”, amen, a quel punto si capiva che non li avrebbe usati più nessuno. A perdere un orologio ci pensai io.)
7. Lettere e biglietti del fidanzamento? Poco o nulla. Qualcosa di mia mamma, minuzie, sugli anni precedenti, sempre grazie a mia nonna: qualche lettera a casa, dal collegio delle canossiane di via Piave, cioè l’onda lunga della guerra fino a metà anni Cinquanta (situazione economica e abitativa della famiglia precaria, un fratello più piccolo nato già senza padre: prendere al volo un’ammissione come orfana di guerra).
Tra le carte di mia mamma ho ritrovato le lettere che le scrissi tra il 1994 e il 1995, quando ero via da casa per fare l’Erasmus. Stare all’estero alla fine del XX secolo: altro che internet, tariffe telefoniche esorbitanti, meglio scriversi. Ho fatto una malattia non ritrovando quelle che lei scriveva a me: ma è mai possibile?! abbandonate a Parigi? O perdute in quale trasloco?
Tolte queste poche cose, l’archivio che mia mamma ha lasciato dietro di sé è fatto soprattutto di appunti con sopra numeri, di libri di conti e di scritture burocratiche.
Nei primi anni Ottanta ci fu un lungo corpo a corpo con il fisco: un accertamento sui redditi legato a una casa al mare, a Bibione, comprata nel 1970, parte usata dalla famiglia e parte messa in affitto. Nel ricorso, mia madre ricostruì la vicenda dell’acquisizione e ribatté punto per punto ai rilievi del fisco in merito al tenore di vita (manifestato, tra le altre cose, dal possesso di un’automobile mini minor, versione Innocenti, con il cambio automatico). Riempio per approssimazioni, con quanto ricordo e ne posso sapere, i bianchi che scandiscono la relazione sottoposta al fisco. Si capisce che anche tra Stato e cittadinanza entra in gioco qualcosa di simile a un patto autobiografico.
Da quel periodo mi riappare, oltre al nervosismo di mia madre (“una mini minor auto di lusso!” per un po’ di mesi divenne un’esclamazione proverbiale), l’ombra di uno zio di mia mamma, commercialista, seduto al tavolo del salotto in via Monte San Michele: veniva a stendere nelle dovute forme l’autobiografia burocratica. Nel nostro frigo entrò per la prima volta, a mia memoria, una bottiglia di Martini Rosso, presa per fare gli onori di casa. Faceva ancora caldo e il salotto era pieno di luce.
L’acquisto di Bibione? Un altro investimento “per il piccolo”. I soldi venivano dalla chiusura della partita con l’ENEL, firmata circa cinque anni dopo il Vajont: 23.590.000 lire per danni morali e materiali e l’impegno a rinunciare a ogni altra pretesa. Il rimborso comprendeva anche effetti personali andati perduti la notte del 9 ottobre 1963: la Dauphine fu valutata 440.000 lire.
Come andò a finire con il fisco? Dalle carte residue non mi è chiaro: la commissione tributaria in prima istanza diede ragione a mia madre, ma l’accusa fece ricorso; suppongo che si arrivò a un compromesso sborsando qualche denaro. A proposito di contesti: la relazione scritta dallo zio commercialista, che naturalmente perorava l’infondatezza dell’accertamento, insinuava che il fisco ci stava provando perché in quel periodo era aperto un condono; un garbato rigiro di frittata insomma: suggeriva che il fisco stesse muovendo molte contestazioni contando che si arrivasse comunque ad accordi con molti cittadini desiderosi di risparmiare tempo, sonno e – caso mai – denari.
Nella casa oggetto del contenzioso ho passato tutte le mie estati dalla nascita fino agli anni dell’università, poi vicende e casi della vita mi hanno dato sempre meno possibilità di continuare a farlo. Quelle poche occasioni, ogni volta, anche se è cambiato tutto e ora ci sono figli e nipoti e altri amici, è come fare un giro di giostra nella macchina del tempo.
8. Un giorno mio figlio grande è tornato a casa da scuola – frequentava la scuola media – con un esercizio da fare: ci ha chiesto “voi a quali eventi storici avete partecipato?”. Mi è venuto a bruciapelo: “Ero a Genova nel 2001”. A ripensarci oggi – fatalità adesso che ricorrono i 25 anni – la risposta mi convince meno, soprattutto ho qualche dubbio sulla domanda e il suo contenuto implicito. L’evento storico che ha partecipato di più alla mia vita, entrando in casa e restandoci, è proprio quello che non ho vissuto. (Ho scoperto, non è molto, che esiste un campo di studi dedicato alla “post-memoria”, cioè la memoria di quelli che non c’erano: area dal grande potenziale, si capisce, dopo la fine dell’era del testimone.)
Le vicende e le pieghe della vita sono molteplici, si intrecciano con le scelte (quel poco di agency?), gli esiti sfuggono largamente al controllo. (Tra le carte di mia mamma, un altro figlio, imprevisto, è documentato non solo da bigliettini e lavoretti di scuola per le feste comandate, ma anche da tracce di tentativi di riequilibrare un asse ereditario ovviamente sbilanciato.) Vuoi che case e indirizzi – e perciò cose e persone viste e conosciute, strade e svolte praticate ogni giorno per anni – non contribuiscano a orientare? Sarà anche per questo che continuo a conservare queste carte, numeri e burocrazia?
Fine di questo nuovo giro nel mondo dei vivi: scatole e scatoloni, si chiude e si torna in soffitta. Capiterà, prima o poi, un nuovo trasloco. Cosa diranno queste carte a chi le troverà dopo che sarà arrivato il mio turno di passare in soffitta? come – se mai vorrà – potrà tentare di riempire squarci bianchi sempre più grandi? Dovrò pensare a un modo per non mettere in imbarazzo chi resterà.

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