Come nasce una protesta. Notizie su Fronte della Gioventù Comunista, Collettivo Sumud, Liberi Saperi Critici, che hanno promosso la mobilitazione per la Palestina e contro il coinvolgimento dell’università nella produzione e vendita di armi a Israele nel 2024.
Nota. Nell’anno accademico 2023-2024 all’università Ca’ Foscari di Venezia alcuni movimenti studenteschi hanno manifestato in vari modi per esprimere solidarietà al popolo palestinese e chiedere la cessazione degli accordi tra ateneo, industria bellica e istituzioni israeliane complici nel massacro della popolazione a Gaza.
Le mobilitazioni, che riprendevano slogan e modalità espressive utilizzate in altri Paese, inserendosi in reti transnazionali, sono culminati nei mesi di maggio e giugno 2024 con l’occupazione del rettorato a Ca’ Foscari e della sede di San Sebastiano e lo svolgimento di una “assemblea aperta” con la partecipazione di tutte le componenti dell’ateneo.
Mentre queste vicende erano in corso, Nikolas Bingger ha cominciato a prendere appunti per la loro storia, seguendo di persona le assemblee, raccogliendo post e materiale diffuso da alcuni gruppi studenteschi nei social, e intervistando altre persone coinvolte nelle proteste. Poi è andato a ritroso, ricostruendo il percorso da cui provenivano quei gruppi, quelle studentesse e quegli studenti.
Questa ricerca, che è anche un esempio di osservazione partecipata, è diventata una tesi di laurea triennale che Bingger ha discusso di recente (Le “acampade” studentesche per la Palestina a Ca’ Foscari nel 2024: tra fonti digitali e storia orale, relatore prof. Alessandro Casellato). Da qui riprendiamo alcune pagine del primo capitolo (riviste per l’occasione), in cui l’autore presenta i soggetti che in seguito avrebbero partecipato alle proteste del 2023/24 all’interno di Ca’ Foscari, delineandone la nascita e mettendo in evidenza le originarie differenze nell’ideologia, nella struttura organizzativa e nelle modalità di azione. (acm)
Introduzione
Queste pagine non hanno l’ambizione di ricostruire l’intera storia recente dei movimenti studenteschi veneziani, quanto piuttosto di introdurre le forme e i gruppi protagonisti della mobilitazione per la Palestina negli anni 2023 e 2024. In particolare si presentano i tre soggetti che, a vario titolo, hanno animato la scena politica studentesca nei mesi precedenti e successivi al 7 ottobre 2023 (data dell’attacco di Hamas contro Israele con l’uccisione o il rapimento di oltre un migliaio tra civili e militari): il Fronte della Gioventù Comunista, il collettivo Sumud e Liberi Saperi Critici.
1. Il Fronte della Gioventù Comunista
Il Fronte della Gioventù Comunista (FGC) è un’organizzazione marxista-leninista nata nel 2012 dall’unione di collettivi e militanti comunisti con l’obiettivo di “intensificare il contributo della gioventù al processo di ricostruzione comunista in Italia”. Sul piano nazionale, il FGC rappresenta un caso particolare: movimento giovanile nato inizialmente senza partito di riferimento, ha siglato nel 2016 un “patto di unità d’azione” con il Partito Comunista di Marco Rizzo, per poi rescinderlo nel 2020 a seguito della virata sovranista di quest’ultimo. Da questa scissione nasce il Fronte Comunista, allineato al FGC.
La sezione di Venezia è attiva dal 2015 ma è solo dal 2018 che presenta segni di vitalità, in particolare con la creazione della propria pagina Instagram. La crescita del collettivo è testimoniata anche dai tentativi di espansione nelle istituzioni: nell’aprile 2019 si candida alle elezioni per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari.
Sul territorio veneziano, il FGC (FGC-V) si consolida lavorando insieme a realtà locali come il collettivo Tutti In Piedi di Mestre, dove collaborano nella gestione di uno sportello alimentare e di un doposcuola popolare.
A partire dal 2021, l’impegno del collettivo si sviluppa ulteriormente: sul piano sociale, partecipa a mobilitazioni per opporsi all’ingerenza privata nei settori pubblici; sul piano scolastico-universitario, organizza proteste contro l’alternanza scuola-lavoro e contro i tagli all’istruzione.
La matrice marxista-leninista del Fronte comporta una forte caratterizzazione sui temi dell’antiimperialismo e dell’antimilitarismo[1], che legano ideologicamente e storicamente il FGC a una posizione radicalmente anticoloniale sulla questione palestinese. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e l’aumento delle spese militari a livello globale e nazionale, questi temi diventano centrali nell’agenda del FGC-V. L’inasprimento delle problematiche sociali nel post-pandemia, unito all’elezione in Italia di un governo nazionalista che favorisce l’incremento della spesa militare, danno slancio alle attività del collettivo, che intensifica la propria presenza sul territorio con iniziative contro il caro-vita e il riarmo.
Sebbene il FGC-V nasca come organizzazione giovanile esterna a Ca’ Foscari, a partire dal 2022 si osserva uno spostamento del proprio baricentro verso l’ambiente cafoscarino. Il collettivo inizia a organizzare assemblee studentesche con regolarità, consolidando una base di riferimento e portando avanti battaglie su due fronti principali: la carenza di spazi per la didattica e la questione abitativa.
Sul primo fronte, la controversia raggiunge il culmine quando l’ateneo annuncia l’introduzione di lezioni al sabato per sopperire all’insufficienza di aule. Gli studenti rispondono con una lettera di protesta alla rettrice Tiziana Lippiello, a cui la rettrice replica dicendo che le aule ci sono. Tuttavia, pochi giorni dopo, il 12 agosto 2022, la stessa rettrice rilascia un’intervista al TG2 in cui riconosce che il problema più sentito dagli studenti è proprio quello degli spazi, dicendo che sono troppo pochi.
Parallelamente, la questione abitativa emerge con forza, a partire dal fatto che trovare una sistemazione a prezzi accessibili nell’area veneziana si rivela sempre più difficile. Il FGC-V denuncia che le soluzioni abitative proposte dall’università risultano onerose persino per i beneficiari di borsa studio. Le prime mensilità del posto alloggio sono infatti anticipate dallo studente in attesa dell’erogazione della borsa, di fatto equiparando la residenza pubblica a un affitto privato. A ciò si aggiunge che le residenze universitarie sono gestite da soggetti privati. Queste critiche confluiscono nella più ampia denuncia della “aziendalizzazione del sapere”: la progressiva subordinazione dell’università a logiche di mercato, in cui l’istituzione agisce come impresa piuttosto che come garante del diritto allo studio.
Nel 2023, il collettivo compie un ulteriore passo: si candida alle elezioni studentesche per il Senato Accademico, l’organo di governo dell’università. Al centro del programma elettorale vi sono la denuncia dell’aziendalizzazione dell’ateneo, la richiesta di studentati pubblici e gratuiti, il diritto allo studio e la contestazione dei legami con l’industria bellica, seppur senza entrare nel dettaglio di accordi specifici. Nonostante l’impegno, il FGC non riesce a ottenere seggi, ma l’esperienza contribuisce a rafforzare la rete di relazioni costruite nell’ateneo, consolidando il ruolo dell’organizzazione nel contesto veneziano.
2. Il Collettivo Sumud
Il collettivo Sumud nasce all’interno della comunità studentesca veneziana a fine agosto del 2022. La struttura fluida e interpersonale del collettivo rende difficile identificare luoghi e spazi istituzionali di riferimento. Per compensare la scarsità di fonti documentarie sulla sua attività in gran parte informale, si è rivelato utile ricorrere a fonti orali, dalle quali emerge che l’attività politica di Sumud si sviluppa prevalentemente all’interno delle stesse aule universitarie, in incontri e assemblee organizzate al di fuori dell’orario delle lezioni. Un luogo centrale per questi ritrovi è la sede di Ca’ Foscari a San Sebastiano, dove si tengono incontri e proteste organizzate da Sumud insieme a FGC. In particolare, ho avuto modo di intervistare alcuni dei suoi membri. Mario T., uno dei fondatori, mi ha chiarito l’identità politica e le pratiche organizzative del gruppo.
“Il nostro collettivo come nasce? Nasce semplicemente dall’incontro di amici, banalmente. Prima una coppia di amici, poi un gruppetto di quattro. Nasce da una necessità collettiva di provare a costruire una realtà autonoma e soprattutto separata rispetto a quelle egemoni sul territorio, con le quali non ci si ritrovava – e non ci si trova – da un punto di vista di analisi politica e di prospettiva teorica e pratica”.
Il nome scelto è già di per sé indicativo dell’orizzonte culturale in cui il collettivo intende muoversi. Sumud è un termine arabo che nel contesto della resistenza palestinese significa “resilienza” o “fermezza”: indica un atteggiamento di resistenza civile e morale, sistemica e non violenta, di fronte all’occupazione e alla repressione. Nel loro primo post su Instagram (31 agosto 2022), i fondatori spiegano così la scelta:
“Riteniamo utile e necessario rifarci a questo concetto perché, in forme e con implicazioni ovviamente diverse rispetto a quelle del popolo palestinese, si sta diffondendo e consolidando nella nostra vita di tutti i giorni un nuovo tipo di imperialismo, quello tecnologico/cibernetico. […] La conseguenza diretta di questo processo è il colonialismo dell’immaginario, ovvero l’incapacità generazionale di pensare a un futuro diverso da quello che ci aspetta”.
Per il collettivo, la via d’uscita da questo nuovo dominio cibernetico sta nell’autorganizzazione e nell’autogestione di spazi autonomi, capaci di sottrarsi ai percorsi istituzionali e opporsi al sistema che lo perpetua. L’obiettivo dichiarato è “riconquistare la capacità generazionale di immaginazione e creazione di futuri alternativi” attraverso l’incontro, il confronto e la costruzione collettiva. Nell’intervista Mario T. sottolinea: “Essendo proprio un collettivo che non ha fin da subito una linea politica definita, ma che si basa su rapporti umani che decidono di traslarsi anche su un piano politico, inizialmente ha un approccio molto culturale, molto sociale”.
Sul piano locale, il collettivo inizia subito ad attivarsi anche nel contesto universitario. Nell’ottobre 2022 Sumud si unisce alla contestazione generale contro il clima di competizione e aziendalizzazione dell’università, organizzando un presidio sotto il Rettorato di Ca’ Foscari.
Mario T. ricoda: “Iniziamo fin da subito a seguire la mobilitazione per Alfredo Cospito contro il 41bis, perché appunto circa un mese e mezzo dopo la formazione del collettivo Alfredo Cospito inizia lo sciopero della fame e in tutta Italia si muove, nasce, questa mobilitazione di solidarietà ad Alfredo contro il 41bis e noi grazie a questa mobilitazione abbiamo conosciuto i compagni e le compagne di altre realtà, di altri gruppi militanti qua a Venezia e ci siamo un po’… un po’ costruiti un’agibilità in città insomma”.
Nel novembre 2022, Sumud aderisce dunque alla mobilitazione nazionale per Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto dal 2014, condannato come responsabile della gambizzazione del dirigente d’industria Roberto Adinolfi e di un attentato alla scuola allievi carabinieri di Fossano; Cospito in ottobre aveva avviato uno sciopero della fame per protesta dopo il trasferimento al regime di carcere duro 41-bis. Il collettivo pubblica il comunicato “Carcere repressione università”, con l’obiettivo di aprire un dibattito sulle pratiche di controllo statale all’interno dell’ateneo, dove questi temi erano assenti. L’intenzione è di inserirsi nella mobilitazione, aprendo una discussione sulle pratiche di controllo dello Stato italiano e analizzando temi come la tortura, gli interventi repressivi e l’utilizzo del regime di detenzione speciale per motivi di repressione politica.
Pur non raggiungendo l’obiettivo di sottrarre Cospito dal regime carcerario più duro, Sumud rivendica risultati significativi sul piano metodologico. Nel comunicato di restituzione Una guerra che non potevamo vincere / una battaglia che non abbiamo perso, il collettivo afferma:
“Riteniamo ciononostante che in questa campagna più battaglie siano state vinte. Una nuova sensibilità si è sviluppata e diffusa per un tema che è un grande rimosso dei nostri tempi. Ovvero quello dell’istituzione totale, il carcere. Una sensibilità nata nelle azioni, come pratica di vicinanza a chi è recluso nei diversi regimi detentivi, dalle galere ai CPR […].
Non è l’aggregazione ideologica il motore di questa campagna, ma le nuove complicità, le nuove forme di stare assieme e lottare assieme. Grazie a ciò, nuove pratiche si sono testate, nuovi intrecci si sono realizzati. Non tenere in considerazione tutto questo per le lotte future equivarrebbe a buttare via gran parte del lavoro svolto in questi mesi”.
L’apice della contestazione coincide, il 25 marzo 2023, con il “Corteo contro guerra e repressione”. Dopo che un analogo corteo a Milano è terminato con scontri, e lo strascico di fermi, polemiche, condanne, i media presentano l’organizzazione a Venezia di un evento simile come potenzialmente violento, prefigurando scenari di guerriglia urbana: i negozi chiudono, la questura schiera centinaia di agenti e il ponte della Libertà viene blindato da posti di blocco. Alla fine i manifestanti sono poche decine, pacifici. Per Sumud è una vittoria: il tentativo di criminalizzazione si rivela sproporzionato. Il corteo si tiene pacificamente, evitando le aree presidiate e senza scontri diretti.
L’evento anticipa le metodologie repressive che verranno utilizzate contro i cortei per la Palestina, mobilitazione entro cui Sumud entra pochi mesi dopo quella per Cospito. Mario T., parlando delle continuità tra le due, osserva:
“Alfredo Cospito ha iniziato lo sciopero della fame verso il 20 ottobre – esattamente un anno dopo c’è il 7 ottobre. Noi da subito iniziamo a mobilitarci su quella questione lì, perché il 7 ottobre e la reazione […] faceva già intendere fin da subito che la questione della Palestina sarebbe tornata centrale. Da quel momento cerchiamo di concentrarci molto sulla Palestina, cercando anche di portare un approccio teorico un po’ particolare, che cercasse di leggere la questione palestinese come un po’ lo specchio del mondo che viviamo e soprattutto il rapporto con la tecnologia: la tecnologia che Israele utilizza contro il popolo palestinese come esempio a cui tutti i nostri stati poi tendono”.
A metà ottobre 2023, Sumud pubblica su Instagram il dossier Un organo che tutto controlla, un controllo che tutto organizza: smart control room Venezia, polizia e giustizia predittiva, chip war, e molte altre brutte cose!, con l’obiettivo di avviare un dibattito sul fenomeno “smart cities”. In ventiquattro pagine, il testo analizza il funzionamento della Smart Control Room di Venezia: un sistema di 637 telecamere che monitora in maniera centralizzata il traffico navale, i flussi di persone, la presenza turistica e facendo sentiment analysis tramite biometria facciale. La criticità che Sumud intende trasmettere, oltre all’informazione dell’esistenza di questo sistema, è il legame tra la smart control room e la sua facilità di applicazione nei progetti di polizia predittiva, che utilizzano algoritmi e intelligenza artificiale addestrati su archivi di polizia, social media e geolocalizzazione per prevenire e controllare proteste non autorizzate. Secondo il collettivo, queste tecnologie realizzano un “estrattivismo dei dati” in cui l’emozione dell’individuo diventa merce, funzionalizzato al controllo sociale preventivo.
La pubblicazione segna un salto di qualità nella traiettoria antimilitarista del gruppo: la ricerca attiva come strumento di controinformazione permetterà poi a Sumud e agli studenti di esporre con chiarezza i legami tra mondo militare e mondo accademico.

La mobilitazione per Khaled El-Qaisi
La continuità tra le mobilitazioni per Alfredo Cospito e la Palestina è resa più immediata da un evento che si verifica un mese prima del 7 ottobre. Il 31 agosto 2023, Khaled El-Qaisi, cittadino italo-palestinese studente di lingue orientali alla Sapienza e fondatore del Centro documentazione palestinese di Roma, viene arrestato dalle autorità israeliane. Viene trattenuto per un mese senza accuse, in regime di isolamento e senza poter incontrare un avvocato per due settimane. La vicenda suscita mobilitazioni in Italia: Amnesty International ne chiede la scarcerazione, Francesca Albanese (Relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967) esprime preoccupazione, e diverse forze politiche interrogano il governo. Sul piano extraparlamentare, inizia una mobilitazione nazionale a partire dalla Sapienza di Roma per richiederne la scarcerazione.
L’iniziativa arriva a Venezia il 28 settembre, quando il FGC-V annuncia la propria adesione alla “Giornata di mobilitazione nazionale nelle università” indetta per chiedere la liberazione di Khaled. In questa occasione, si tiene un presidio presso la sede universitaria di San Sebastiano, diffondendo un appello che sottolinea l’urgenza della mobilitazione per “esercitare tutte le pressioni possibili, al fine di ottenere una presa di posizione da parte del mondo accademico”.
Partecipa anche il collettivo Sumud. Come spiega Mario T.: “Noi quelli della FGC li abbiamo conosciuti quando siamo nati come collettivo e per un anno sì ci siamo interfacciati a livello molto amicale più che politico perché noi seguivamo la mobilitazione per Alfredo, cosa che loro comunque non hanno mai fatto propria… […] erano sicuramente solidali e c’era uno scambio, ma anche lì c’è stata una continuità tra le lotte. […] Finita la mobilitazione per Alfredo, con la FGC fin da subito ci siamo mobilitati per la liberazione di Khaled, quell’italo-palestinese fermato in Israele verso settembre… quindi, quella era stata un po’ una congiuntura per la quale noi venivamo fuori da un percorso di lotte contro il 41bis e in generale contro il carcere, mentre la FGC si stava attivando per un loro compagno – perché Khaled era legato alla FGC palestinese – e quindi noi fin da settembre abbiamo iniziato a fare questa mobilitazione comune tra noi e la FGC, che è stato il primo momento di incontro vero e proprio che […] poi ci ha permesso di arrivare preparati al 7 di ottobre. […]. Era 2-3 settimane che parlavamo di Palestina e carcere; quindi, c’era questo italo-palestinese bloccato lì, abbiamo fatto un cineforum, un’assemblea pubblica, un presidio che ha consolidato i rapporti tra noi e loro, e soprattutto ha creato un insieme di studenti che della Palestina si stavano già interessando”.
Khaled El-Qaisi viene scarcerato il 1° ottobre 2023, rientrando in Italia a dicembre. Questa mobilitazione, seppur circoscritta, assume un’importanza strategica per gli sviluppi successivi per tre ragioni. In primo luogo, introduce la questione palestinese all’interno di un percorso di lotte già avviato, collegandola al tema delle detenzioni arbitrarie e della repressione statale che Sumud aveva affrontato durante la campagna sul 41bis. In secondo luogo, consolida l’alleanza operativa tra Sumud e FGC-V, che nei mesi seguenti diventerà uno dei motori organizzativi della protesta. In terzo luogo, prepara il terreno alle mobilitazioni successive, costituendo un primo nucleo di studenti già sensibilizzati alla questione palestinese che poche settimane dopo si troverà pronto ad affrontare gli eventi del 7 ottobre.
3. Liberi Saperi Critici e il network Global Project
Nato a Venezia nel 2011 nel contesto delle opposizioni alle privatizzazioni degli immobili accademici, e inserito nel network Global Project, Liberi Saperi Critici (LiSC) si fa conoscere nel 2014 con la campagna “Liberi Saperi Critici #invendibili”, una protesta contro la permuta di tre sedi universitarie a investitori privati. L’azione culmina nell’occupazione di Ca’ Bembo, una delle sedi minacciate, riuscendo a bloccarne temporaneamente la vendita.
Da allora, le battaglie si susseguono su più fronti, rendendo LiSC il gruppo più attivo e riconoscibile della contestazione studentesca veneziana.
L’elemento caratterizzante di LiSC è la prassi di protesta decentralizzata e ad alto impatto comunicativo. Il collettivo organizza assemblee aperte e agisce attraverso azioni dirette come occupazioni, presidi e blocchi per esercitare pressione sull’establishment e mobilitare l’opinione pubblica: occupazioni contro le privatizzazioni universitarie, presidi per fermare gli sfratti a danno di cittadini, mobilitazioni ecologiste, iniziative transfemministe. LiSC rifiuta strutture organizzative rigide e gerarchie interne e non si limita alla produzione di controinformazione, ma promuove azioni pubblicizzate sui social media, per mobilitare studenti e documentare le proprie iniziative.
Nel contesto cittadino il collettivo si lega a realtà come il Centro Sociale Morion e la coalizione dei Centri Sociali del Nordest. Pur concentrando la propria azione prevalentemente nell’ambito universitario, LiSC raccoglie l’eredità di questa tradizione fatta di autorganizzazione, rifiuto della delega, attenzione alla dimensione territoriale e capacità di intrecciare lotte, facendole proprie e declinandole nel contesto specifico di Ca’ Foscari.

Le mobilitazioni del 2023
Nel corso del 2023, l’attività di LiSC si dispiega su molteplici piani, offrendo un quadro esemplificativo della varietà politica che caratterizza il collettivo.
Sul piano ecologista, il collettivo aderisce alle iniziative di Fridays for Future Venezia, con cui organizza contestazioni contro le aziende che finanziano l’industria fossile e l’estrattivismo nel Sud globale.
Sul fronte delle questioni di genere, il collettivo risulta molto attivo in diverse iniziative, collaborando stabilmente con Non una di Meno-Venezia, partecipando alle mobilitazioni transfemministe che attraversano la città. LiSC aderisce inoltre all’organizzazione di eventi transfemministi come il Laguna Pride, che nel 2023 ha visto sfilare il primo gay pride cittadino dopo dieci anni, con oltre diecimila partecipanti.
Un momento di forte attivazione arriva in seguito al femminicidio di Giulia Cecchettin nel novembre 2023, quando il collettivo contribuisce attivamente a organizzare a Venezia mobilitazioni transfemministe.
Sul piano cittadino, l’impegno di LiSC si concentra principalmente sul contrasto alla crisi abitativa e alla speculazione immobiliare che colpisce la popolazione residente. Il collettivo partecipa attivamente ad azioni di interruzione degli sfratti esecutivi dell’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale), opponendosi allo svuotamento del patrimonio di edilizia popolare a favore della turistificazione della città.
In questa dimensione territoriale, LiSC collabora strettamente con il Laboratorio Occupato Morion nell’ambito del Comitato No Grandi Navi, lavorando per cercare di tutelare la vivibilità della città in contrasto al turismo di massa.
All’interno dell’ateneo, il fulcro dell’azione di LiSC si sviluppa attraverso le mobilitazioni per richiedere spazi e alloggi per gli studenti. Il collettivo, nato per contrastare la privatizzazione degli immobili universitari, amplia col tempo la propria azione politica per inglobare la crisi abitativa studentesca. L’azione si concentra nel denunciare l’assenza di alloggi a prezzi accessibili in città e la mancanza di soluzioni fornite dall’ateneo, che in passato ha cercato di vendere immobili di sua proprietà, mentre le residenze studentesche – spesso gestite da privati – hanno prezzi che persino superano gli affitti di mercato, risultando onerosi anche per i vincitori di borsa di studio.
Nel maggio 2023, LiSC porta avanti un’occupazione del Rettorato universitario, unendosi a una mobilitazione nazionale per protestare contro il generale rincaro degli affitti e rivendicare il diritto allo studio in tutte le sue declinazioni.
Il collettivo non limita il proprio sguardo solo al contesto locale. Per esempio, nel marzo 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, il collettivo promuove una mobilitazione per chiedere all’Università Ca’ Foscari di recidere i legami con le università russe e di prendere posizione contro la guerra. Questa mobilitazione anticipa per molti versi ciò che accadrà nel 2023 con la questione palestinese: la richiesta che l’università non rimanga neutrale di fronte a un conflitto, ma assuma una posizione coerente con i propri principi dichiarati, interrompendo rapporti che la rendono complice di violazioni dei diritti umani.
Nel settembre 2023, in occasione della mobilitazione per la liberazione di Khaled El-Qaisi, LiSC si limita a ricondividere l’appello senza promuovere azioni dedicate. Pur aderendo alla richiesta di liberazione dello studente italo-palestinese, il collettivo non organizza iniziative proprie, lasciando quindi uno spazio di agibilità che verrà colto da Sumud e il FGC.
Global Project e le prime manifestazioni per Gaza
Il 20 ottobre 2023, Global Project, network di informazione e coordinamento politico nato nel periodo post-G8 di Genova come piattaforma di diffusione per le iniziative di un variegato insieme di gruppi, collettivi e organizzazioni locali, con particolare radicamento nei centri sociali del Nordest, pubblica sul proprio sito (https://globalproject.info) l’articolo firmato Anna De Favari Le vittime civili in Palestina sono anche made in Italy: il ruolo dell’Italia nei rifornimenti bellici, il primo intervento post-7 ottobre a denunciare esplicitamente il legame tra le forniture belliche italiane e il massacro in corso a Gaza. Il testo critica la narrazione mediatica mainstream, che parlando di “guerra” suggerisce un conflitto tra pari, occultando l’asimmetria strutturale e le radici coloniali della violenza israeliana. Secondo il comunicato, questa rappresentazione ha una funzione politica: legittimare l’export di armamenti italiano verso Israele. A supporto delle accuse, l’articolo cita i dati della britannica Campaign Against Arms Trade (CAAT), che documentano il ruolo centrale di Leonardo S.p.A. nei rifornimenti bellici a Israele. L’azienda, partecipata al 30,2% dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e principale azienda italiana nella produzione e vendita di armi, risulta la sesta a livello globale per forniture belliche a Israele. A ciò si aggiungono evidenti intenzioni di consolidamento di Leonardo S.p.A. nel panorama industriale israeliano, come dimostra l’acquisizione della israeliana RADA Electronic Industries.
Con l’inizio delle operazioni terrestri nella Striscia di Gaza, Global Project lancia il 25 ottobre un appello (online sul suo sito) per una manifestazione a Padova il 27 ottobre seguente: “Stop bombing Gaza, stop apartheid”. Alla mobilitazione aderiscono i centri sociali del Nord-Est, l’Associazione Ya Basta, Adl Cobas, Polisportiva San Precario, Asd Quadrato Meticcio, Stria e numerosi collettivi studenteschi, tra cui Liberi Saperi Critici. L’appello sintetizza i temi del primo comunicato in relazione alla sempre più grande crisi umanitaria:
“Quella messa in campo quotidianamente da Israele non è altro che una guerra coloniale, estrattivista, razzista, che sta già vedendo un’escalation di portata storica. […] Come ha scritto il “Movimento curdo per la liberazione” «oggi tutti i problemi del Medio Oriente, compreso quello curdo, derivano dalla mentalità dello Stato-nazione. Alla base del conflitto israelo-palestinese c’è la mentalità dello Stato-nazione». […] Non saremo mai con lo Stato di Israele, mai con Hamas ma sempre dalla parte di chi oggi subisce violenza o trova la morte. […] Oggi, stare dentro il gioco geopolitico costruito dai governi occidentali attraverso i mass media, non può farci rimanere inermi di fronte ad un tentativo di genocidio. Non vogliamo cadere nella trappola della polarizzazione. Vogliamo indicare con chiarezza gli attori in campo, […]. Esiste un Occidente connivente, esistono i finanziatori delle guerre, esistono governi – in primis quello italiano – che stanno fomentando questo massacro senza fine: tutte parti in campo che vanno chiaramente indicate come complici”.
La partecipazione alla manifestazione del 27 ottobre è notevole, gli organizzatori parlano di trentamila persone. Nel resoconto post-corteo, Global Project sottolinea il dialogo tra le diverse anime della protesta e la convergenza di movimenti e tematiche fino a quel momento separati. La creazione di un collegamento tra lotte apparentemente distanti – dalle realtà femministe ai collettivi universitari, dalle esperienze anticolonialiste ai centri sociali – delinea una traiettoria intersezionale che sarà centrale nelle fasi successive[2]. Dalla piazza esce un appello che anticipa gli sviluppi: “se invadono noi occupiamo; occuperemo scuole, università e strade; andremo sotto tutte le prefetture anche per sottolineare le responsabilità del governo italiano, complice di questo e altri massacri”.
Nell’articolo di restituzione vengono riportati alcuni estratti degli interventi. Tra questi, LiSC denuncia i rapporti tra Ca’ Foscari e industria bellica: Ca’ Foscari ha accordi con Leonardo, è necessario prendere posizione, non bastano le poche parole di cordoglio sui canali istituzionali, non bastano le bandiere della pace, servono decisioni concrete.
Con la dichiarazione al corteo di Padova, LiSC inserisce la questione palestinese nel proprio perimetro d’azione dopo il 7 ottobre, declinandola attraverso la specifica lente dei rapporti tra ateneo e industria bellica. Come racconta Fabiana, studentessa di Ca’ Foscari che ha iniziato ad attivarsi all’inizio del 2023: “Io tutta la prima parte dell’anno ho fatto […] per la prima volta attività politica anche col Lisc, […] oltre a leggere tutte le notizie sulla Palestina, poi ovviamente parlandone anche tra di noi a lezione perché per esempio seguivamo anche un corso di Islamic countries quindi abbiamo parlato anche di questi temi […]. [Poi] oltre a seguire le notizie avevamo fatto delle assemblee dove ovviamente la Palestina ha cominciato a diventare sempre il topic di tutte le discussioni quindi io- vabbè, partecipavo alle assemblee settimanali che faceva LiSC… ho ricordi forse di qualche manifestazione fatta, qualcosa per fare rumore… poi vabbè quell’anno è stato anche super pieno perché c’è stato anche l’omicidio di Giulia Cecchettin”.
La testimonianza restituisce tre elementi significativi: il ruolo di LiSC come spazio di socializzazione politica per studenti senza precedenti esperienze di militanza; l’intreccio tra dimensione assembleare e percorsi accademici; la compresenza di più emergenze – la Palestina, il femminicidio di Giulia Cecchettin – che si sovrappongono nello stesso scorcio di tempo, contribuendo a creare un clima di mobilitazione diffusa che troverà nella questione palestinese uno dei suoi principali catalizzatori.
4. Verso la mobilitazione generale
Nel momento in cui, all’indomani del 7 ottobre 2023, la questione palestinese torna al centro del dibattito pubblico globale, il contesto veneziano si presenta come un terreno già densamente abitato da soggetti collettivi, pratiche consolidate e questioni aperte. A differenza di Sumud e del FGC-V, che giungono alla Palestina attraverso una continuità tematica di antimilitarismo, anticolonialismo e antiimperialismo, LiSC applica alla nuova questione da affrontare gli strumenti d’azione già sperimentati nelle lotte precedenti.
Nei tre soggetti analizzati emergono dunque culture politiche distinte e differenti rapporti con l’istituzione universitaria, che disegnano un panorama studentesco in forte fermento. L’elemento che li accomuna, tuttavia, è la consapevolezza che la questione palestinese non possa essere affrontata separatamente dalle condizioni materiali in cui gli studenti vivono e studiano, a partire dal legame tra ateneo e industria bellica. È su questo terreno che nei mesi successivi le tre realtà convergeranno all’interno di Ca’ Foscari, dando vita a mobilitazioni che avranno al centro la Palestina e l’obiettivo di costringere l’università a confrontarsi con le proprie responsabilità.

Nota sulle fonti. Non riprendiamo qui le note che Nikolas Bingger ha inserito puntualmente nella sua tesi di laurea per rinviare alle sue fonti che consistono, per lo più, di link ai siti delle organizzazioni e dei gruppi studenteschi e alle loro pagine facebook e Instagram, strumenti “social” che hanno sostituito – del tutto o in parte – la tradizione della stampa in proprio di volantini e opuscoli. Come tutte le fonti, anche queste presentano problemi peculiari, difficoltà di accesso (per esempio per chi non ha account facebook o instagram) e conservazione (il soggetto conservatore non è quello produttore, e fino a quando i link resteranno validi?). Da questo punto di vista, la tesi di Bingger fissa su carta (o file pdf) almeno una parte di una documentazione fragile.
Mario T. è uno pseudonimo, l’intervista è stata realizzata da Nikolas Bingger il 20 novembre 2025.
Fabiana è uno pseudonimo, l’intervista è stata realizzata da Sara Maria Porcella il 13 novembre 2025.
Su questo sito, Nikolas Bingger ha documentato l’avvio della campagna “End Fossil” alla fine dell’inverno 2024 e lo svolgimento della “assemblea aperta” di Ca’ Foscari del 26 giugno 2024. (acm)
Immagini. Tutte le foto di questo articolo sono di Nikolas Bingger.
In copertina: “22 maggio 2024 Ca’ Foscari Centrale presidio palestina libera”, nelle vicinanze del Rettorato di Ca’ Foscari, foto scattata il 21 febbraio 2025.
All’interno:
“Tasse universitarie = Armi x Israele”, Venezia, in zona Fondamenta Foscarini, foto scattata il 26 novembre 2024;
“Ca’ Foscari ♡ Guerra”, Venezia, di fronte alla Biblioteca di Area Umanistica (BAUM) di Ca’ Foscari, foto scattata il 4 dicembre 2024;
“Maggio ’24 come maggio ’68”, Venezia, di fronte alla Biblioteca di Area Umanistica (BAUM) di Ca’ Foscari, foto scattata il 27 giugno 2024.
[1] L’antimilitarismo a cui fa riferimento il FGC non è da intendersi come nonviolenza o pacifismo, ma va inserito nella concezione leninista del termine. Cfr. V.I. Lenin, Opere complete, XV, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 186: “[Le guerre sono] generate dai continui riarmi militari, provocati dal militarismo, che è l’arma principale del dominio di classe della borghesia e della sottomissione politica della classe operaia”.
[2] Con “intersezionalità” si intende l’analisi di come diverse forme di discriminazione – di genere, razza, classe, orientamento sessuale – si intersechino producendo effetti specifici su gruppi e individui. Il termine fu coniato alla fine degli anni Ottanta dalla giurista afroamericana Kimberlé Crenshaw nell’ambito del dibattito femminista, per descrivere la situazione delle donne nere che subivano discriminazioni sia razziali che di genere non adeguatamente riconosciute dalle teorie esistenti. Nei decenni successivi, il concetto si è consolidato come strumento analitico per comprendere le dinamiche di mobilitazione politica in contesti plurali, dove diversi movimenti – nati da altrettante identity politics – cercano di costruire coalizioni capaci di affrontare le molteplici disuguaglianze della società contemporanea. Cfr. K. Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, University of Chicago Legal Forum, 1989.

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