Parigi, primavera 2026. Un professore e la sua classe in visita a un luogo simbolico della storia del movimento operaio. Il discorso di un insegnante, il resoconto di una studentessa.
Fuori dal Père-Lachaise, un signore distribuisce le mappe del cimitero. Il professore ci spiega come vuole fare: lo taglieremo in diagonale fino al Muro dei Federati, poi, da lì, ciascuno costruirà il proprio percorso. Siamo due classi quinte di un liceo della provincia di Treviso in visita a Parigi (20-24 aprile 2026) e il Père-Lachaise è una delle attività opzionali che era possibile incastrare in un programma già fitto. Due giorni prima ci avevamo provato ma poi, considerati i tempi troppo stretti, avevamo dovuto rinunciare. Oggi è l’ultimo giorno e la cosa è fattibile.
All’interno del cimitero, il percorso in salita è tortuoso, ci si può perdere. Dopo un quarto d’ora di cammino tra tombe monumentali, sbuchiamo da una siepe di bosso e la visuale si fa più ampia. Sulla destra, s’intravede il Muro dietro la chioma luminosa di un ippocastano in fiore.
Aux morts de la Commune, 21-28 mai 1871. La scritta è dorata, incisa su una lapide chiara, affissa a un muro di pietra calcarea che pare spugnoso. Attorno ci sono delle incisioni, noto una falce e martello. Su un’aiuola, qualche viola del pensiero reduce dell’inverno.
Siamo stanchi, alcuni si siedono su una panchina verde lì davanti, molti per terra sul muretto che divide l’aiuola dal pavé, all’ombra dell’ippocastano. Io e altre rimaniamo in piedi. Il professore si avvicina al muro da solo e si gira verso di noi. Ci dirà qualcosa? In seguito, ci racconterà che quella disposizione l’aveva colto di sorpresa e che si era sentito in dovere di dire qualcosa, almeno spiegare gli estremi cronologici incisi sulla lapide. Comincia: «Lungo questo muro sono stati fucilati circa 140 comunardi, ma è anche il luogo di una fossa comune». Cala il silenzio. Mi aspettavo la solita distrazione da parte dei più, ma qualcosa, forse la sensazione di trovarsi in un luogo della memoria ci ha sintonizzati su una disposizione d’animo sperimentata ampiamente l’anno scorso, quando il viaggio di classe era stato ad Auschwitz, secondo il programma del Treno della Memoria.
«Gli estremi cronologici sono quelli Semaine Sanglante, la Settimana di Sangue che chiude l’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi nella primavera del 1871. Lì dietro, sotto l’albero, sono sepolte personalità del socialismo e del movimento operaio, tra gli altri, la figlia di Marx, Laura, e Paul Lafargue suo marito, quello dell’Elogio della pigrizia, morti suicidi insieme perché avevano deciso di scegliere quando morire, prima del decadimento fisico».
Più tardi scoprirò che lo fecero iniettandosi del cianuro.
«Il Muro è diventato negli anni la meta di un pellegrinaggio laico, attorno al 28 maggio si svolgono le commemorazioni, bandiere, fiori, discorsi». Sotto la lapide, un paio di mazzi di fiori appassiti sono le tracce, probabilmente, di culti privati. Siamo fuori stagione ma non serve la ricorrenza, il silenzio arriva lo stesso, sembra un automatismo.
«Da subito, si parla di 30mila morti. Qualche anno fa lo storico inglese Robert Tombs ha passato al dettaglio gli archivi e sostiene siano almeno 6-7 mila, comunque un massacro, un tentativo di purgare la città dai rossi. Un genocidio politico che ricorda i massacri degli eretici medioevali: la città andava ripulita, la rivoluzione appariva come una malattia da sradicare. Anche il Sacro Cuore che abbiamo visitato, è pensato per redimere i peccati della Comune».
«Alcuni riescono a scappare, altri vengono deportati nelle colonie penali. Courbet raggiunge la Svizzera e dipinge le trote che abbiamo visto al museo d’Orsay. Sono autoritratti, trote agonizzanti, immerse in uno sfondo scuro sporco di sangue, con la bocca spalancata, senza parole e l’amo conficcato nel palato. Verrà poi indebitato a vita, condannato a risarcire la ricostruzione della colonna Vendôme. Altri invecchiano improvvisamente come Jules Vallès a Londra che, confrontando le foto del periodo della Comune con quelle di 10 anni dopo sembra abbia preso 30 anni. La rivoluzione, se sconfitta, fa invecchiare».


Il silenzio si prolunga per qualche istante. Poi, ognuno per la sua strada, ci diamo appuntamento tra un paio d’ore fuori dal cimitero.
Nota. La foto di apertura è degli autori. Le immagini di Jules Vallès sono riprese dalla voce di wiki France dedicata a Vallès e da internet.

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