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Centraline di rilevamento

12/05/2026 di Filippo Benfante || Documenti Elementi del paesaggio

Riprendere gli appunti presi nel 1998 da un lettore non specialista sulla tesi di laurea in Scienze ambientali scritta da Francesca Liguori a fine 1996. Trent’anni dopo cambiano le domande: oggi queste pagine, sempre utili per una storia ambientale della città metropolitana, si leggono come anticipazione dei meccanismi di raccolta dati e di controllo del territorio.

Nota, primavera 2026. Dopo aver ascoltato alla radio una notizia relativa a intelligenza artificiale e cambiamento climatico, mi è tornata in mente una scheda di lettura che avevo pubblicato sull’ultimo numero di “Altrochemestre”, datato primavera 1998. L’articolo nasceva da due spunti: la curiosità per le centraline di rilevamento dei dati sull’inquinamento atmosferico sparse per Mestre, e magari anche per il design delle nuove edicole per la vendita dei giornali in piazza Ferretto, allora fresca di ristrutturazione; il caso di una conversazione con Francesca Liguori, che a fine 1996 aveva discusso una tesi di laurea sull’inquinamento atmosferico a Mestre per laurearsi in Scienze ambientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia (Inquinamento di atmosfere urbane. Interpretazione dei dati e nowcasting con reti neuronali).

Il vecchio file che ho ritrovato nella memoria del computer riporta un titolo di lavoro diverso, Aria di Mestre: senza dubbio ci furono discussioni sul taglio da dare al pezzo, che poi fu collocato con il titolo Centraline di rilevamento nella rubrica “Elementi del paesaggio”. Rileggendo ora, a parte il fastidio per certi giri di frase del ventenne che ero, mi pare di imbattermi in un episodio di documentazione inconsapevole: la rete neurale di cui parlava Francesca – argomento che sbrigavo in due righe – era un esempio di intelligenza artificiale a fine XX secolo; le centraline di rilevamento, dal canto loro, erano un esempio di dispositivo automatico di raccolta dati, uno di quegli strumenti che oggi, insieme a molti altri, in primo luogo le telecamere, convogliano informazioni sull’ambiente e sulle nostre vite verso “smart control room”. Telecamere è il titolo del primo articolo che ho scritto per la serie online di “Altrochemestre” (ottobre 2024). È questo il punto di vista che suggeriamo oggi (primavera 2026), riproponendo Centraline di rilevamento. (f.b.)

Scopo del lettore non specialista. Fin dove risalgono i miei ricordi, l’incrocio tra le vie Piave, Miranese, Carducci e Circonvallazione ha sempre avuto un’attrattiva speciale per la presenza di un gabbiotto di colore grigio, simile a una baracca prefabbricata, di lamiera, ma con delle canne che spuntano dal tetto. È una centralina che serve a rilevare i livelli dell’inquinamento atmosferico. Mi è sempre parsa un segno di indiscutibile modernità e avanguardia: il rischio delle targhe alterne anche a Mestre (è il primo provvedimento che l’amministrazione pubblica adotta, quando c’è un eccesso di sostanze nocive nell’aria). È in quel punto almeno dalla metà degli anni Ottanta, ma non riesco ricordare se è sempre stata così come la si vede nel febbraio 1998.

Centralina di via Piave nel 1998

Francesca Liguori ha studiato l’inquinamento atmosferico di Mestre per la sua tesi di laurea*. Così ho scoperto che queste centraline si chiamano “stazioni di rilevamento”; ce ne sono altre in città, a formare una rete in funzione da circa vent’anni, che ha avuto delle modifiche nel corso del tempo. Leggo la sua tesi per soddisfare altre curiosità.

Scopo dell’autrice. Francesca, introducendo al cuore della sua ricerca, spiega che il miglioramento della qualità dell’aria può essere ottenuto solo con adeguate strategie di controllo e di riduzione delle emissioni. Queste politiche risultano costose, perché implicano la sostituzione di intere tecnologie, la variazione dei cicli produttivi e dei sistemi di approvvigionamento, la costruzione o ristrutturazione di impianti e infrastrutture. Non so dove si potrebbe arrivare, proseguendo per questa strada. Francesca ha due esigenze: deve laurearsi; deve fare una proposta sintetica e concreta. Insomma, deve circoscrivere.

Il suo studio parte da un problema pratico dell’amministrazione pubblica: la necessità di prevedere, sia pure con un modesto anticipo, gli eventi “critici” per l’atmosfera, in modo da programmare l’intervento il più sensato ed economico possibile. Si metta tra parentesi la possibilità di trasformare in modo radicale le condizioni esistenti. Gestiamo le condizioni reali, capiamo dove e quando intervenire, sia pure in modo contingente (esempio: blocco temporaneo del traffico), per limitare l’esposizione della popolazione al rischio sanitario e per evitare lo sviluppo di episodi acuti.

Francesca usa un modello matematico, la “rete neurale”, che è capace di “apprendere” la soluzione di problemi sulla base di esempi noti. Da quanto capisco, funziona così: il modello accumula tutta l’informazione sugli eventi già accaduti e così impara che da una certa combinazione di fattori sono derivate (e quindi potranno derivare) certe conseguenze. Ogni volta che si verificherà una combinazione che anticipa una situazione potenziale “critica”, il modello avviserà. Il gioco (e l’economia) sta nella possibilità di allungare la prospettiva temporale. Francesca dice che il modello è affidabile per previsioni di poche ore.

Da lettore non specialista, mi accontento di avere capito questo, salto la spiegazione teorica del modello. Mi fermerò di più sugli esempi noti: i dati raccolti dalla rete di centraline che copre l’area del Comune di Venezia. Mestre in sé non interessa molto: è una struttura ad alta densità di traffico difficilmente controllabile e a elevatissimo impatto ambientale[1], che va bene quanto qualsiasi altra città di dimensione e fonti di inquinamento atmosferico adeguate, che si fosse dotata per tempo di una rete di monitoraggio. Forse Francesca si è decisa per Mestre perché c’era l’archivio disponibile più vicino a casa sua. Comunque sia, si parla di Mestre per costruire un modello che possa funzionare ovunque.

Cose che si imparano in generale. La tutela dell’aria trova la sua disciplina di base in una legge del 1966 (la 615), detta “anti-smog”, che regolamenta le maggiori fonti di inquinamento dell’aria: industrie, impianti termici, veicoli a motore. Questa legge è stata oggetto, per anni, di numerose critiche per le sanzioni previste (ritenute inadeguate per quantità e qualità), per la frammentazione delle competenze, per la mancanza di finanziamenti. Solo negli anni Ottanta, anche sulla spinta della legislazione comunitaria, la normativa si definisce meglio.

L’aria è una miscela gassosa eterogenea. La sua composizione si modifica nello spazio e nel tempo per cause naturali e non, tanto da rendere difficile definirne le caratteristiche di qualità. Come stabilire quando è inquinata? Non è possibile riferirsi alle proprietà di un ambiente incontaminato: l’inquinamento atmosferico deve essere stabilito su standard convenzionali. Si ritiene inquinata l’aria la cui composizione eccede limiti stabiliti per legge allo scopo di evitare effetti nocivi sull’uomo, sugli animali, sulla vegetazione, sui materiali, o sugli ecosistemi in generale.

Nel 1983 c’è la prima definizione degli standard di qualità dell’aria, che vengono in parte modificati nel 1988, sulla base delle principali normative comunitarie in materia. Il DPR 203/88 (24 maggio 1988) stabilisce anche i “metodi di prelievo e di analisi degli inquinanti” (caratteristiche degli strumenti, tempi di prelievo, metodi di analisi) che costituiscono ancora oggi il riferimento per accertare la qualità dell’aria. Sono stabilite due soglie, una di attenzione e una di allarme.

Nel maggio del 1991 vengono definite le condizioni per realizzare o adeguare le reti di rilevamento dell’inquinamento atmosferico. Si dice che si devono “individuare potenziali situazioni di emergenza prima che si raggiungano le soglie di attenzione”.

Le stazioni devono essere di quattro tipi: di base o di riferimento (A), situate in aree non direttamente interessate dalle sorgenti di emissione urbana (parchi, isole pedonali, ecc.); stazioni situate in zone a elevata densità abitativa (B); stazioni situate in zone a elevato traffico per la misura degli inquinanti emessi direttamente dal traffico veicolare (C); stazioni situate in periferia o in aree suburbane (D). Il numero minimo di stazioni che devono essere installate viene individuato in funzione delle dimensioni del centro urbano. Se ci sono meno di 500.000 abitanti (è il caso di Venezia) le stazioni saranno almeno sei (tipo A = 1, tipi B e C = 2; tipo D = 1). Dove ci sono tra 500.000 e 1,5 milioni di abitanti, ci vogliono almeno 8 centraline. Oltre, ce ne vogliono almeno 12. Ogni tipologia di centralina si concentra sul rilevamento di alcuni dati e dà un contributo specifico alla diagnosi generale. Ne consegue che “pesa” in modo diverso nel determinare le decisioni pratiche.

Nel novembre del 1991 si spiegano le “misure urgenti per il contenimento dell’inquinamento atmosferico e del rumore”. Si intendono valide solo per alcuni grandi comuni. “Il sindaco … entro le 6 ore del giorno successivo a quello del raggiungimento del livello adotta … i provvedimenti di seguito indicati: A) Livello di attenzione: … restrizione della circolazione nei centri abitati, … per un periodo giornaliero di almeno 12 ore consecutive. B) Livello di allarme: … Traffico veicolare: estensione delle restrizioni di circolazione previste … Impianti di riscaldamento: riduzione della temperatura degli ambienti a 19°… Centrali di potenza: riduzione del regime … Industrie: riduzione delle emissioni … Le ordinanze … restano in vigore fino a quando i valori di tutti gli inquinanti siano scesi al di sotto del livello di attenzione”.

Nel 1994 vengono aggiornati i livelli di attenzione e di allarme valevoli per tutte le aree urbane del territorio nazionale.

Gli esperti del settore manifestano ancora molte perplessità nell’analisi e nell’applicazione della legge. La definizione degli standard di qualità resta ambigua, i criteri sono formulati in modo troppo vario. Va del pari per la raccolta dei dati, che è alla base della loro confrontabilità. Su un punto cruciale come quello della scelta dei luoghi dove posizionare le centraline, la norma lascia spazio a varie interpretazioni: in particolare è difficile distinguere tra stazioni di tipo B (“zone a elevata densità abitativa”) e di tipo C (“zone a elevato traffico”), questione non da poco, come si è detto prima.

Gli “inquinanti” si distinguono in due categorie: quelli primari, emessi direttamente nell’atmosfera, e quelli secondari, che si originano nell’aria per trasformazione chimica. Gli inquinanti secondari sono coinvolti in un ulteriore processo innescato dalla presenza di radiazione solare, che origina lo “smog fotochimico”. Questo si manifesta con una leggera foschia di colore giallo-marrone. È qualcosa che danneggia la vegetazione e provoca il rapido deterioramento delle superfici e dei materiali. Agli esseri umani può provocare irritazione agli occhi e disturbi respiratori.

Nella formazione dello smog fotochimico, le condizioni meteorologiche (temperatura, velocità e direzione del vento, pressione atmosferica, umidità, piovosità, radiazione solare) sono un fattore decisivo. Il principale prodotto di questo processo è l’ozono. Ma non si deve confondere il problema dell’ozono presente nella parte più bassa dell’atmosfera terrestre (ozono troposferico) con quello del “buco dell’ozono”, che riguarda la parte più alta dell’atmosfera (ozono stratosferico).

Gli interventi sulle sorgenti di inquinamento locali permettono di ottenere degli effetti diretti e rapidi su inquinanti primari, come il monossido di carbonio, ma per ridurre le concentrazioni degli inquinanti secondari sono necessari interventi con campo d’azione più vasto. Per esempio l’ozono si forma in parecchio tempo e può propagarsi a centinaia di chilometri di distanza.

Mentre leggo, ho l’abitudine di ricopiare le frasi che mi sembrano più importanti. Questo resoconto è fatto così. Ogni tanto interrompo il mio grave assentire e tento qualche traduzione con parole mie. Mi pare che qui si dica che l’inquinamento atmosferico è un fenomeno che coinvolge un numero altissimo di variabili. Siccome rischia di uccidere (tossico vuol ben dire questo), bisogna che l’amministrazione si mostri solerte. Date le condizioni esistenti, l’amministrazione può provare a ridurre il flusso dalle sorgenti inquinanti che ha in casa. E iniziare a sperare: se il vento non cambia, la temperatura non cala, non piove, si sta freschi.

Francesca dedica due pagine all’elenco della tossicità dei principali inquinanti.

Il monossido di carbonio è un gas tossico, invisibile e inodore, la cui pericolosità è dovuta al suo rapido assorbimento per via polmonare; si fissa all’emoglobina del sangue impedendo il trasporto dell’ossigeno ai tessuti, determinando così danni ai tessuti che ne richiedono molto (cervello, cuore).

Il biossido d’azoto determina una intensa irritazione delle vie respiratorie: a concentrazioni elevate può provocare bronchiti, edema polmonare, enfisema o fibrosi. Inoltre, indebolisce il sistema immunitario perché riduce il numero di cellule produttrici di anticorpi nella milza.

Il benzene viene facilmente inalato e assorbito dagli eterocliti e dalle proteine plasmatiche e trasferito a tutti gli organi e tessuti ricchi di lipidi, esercitando effetti tossici. Colpisce il sistema centrale nervoso inducendo euforia, vertigini, cefalea, nausea e depressione. È classificato tra le sostanze per le quali esiste un’evidenza accertata sull’induzione di tumori nell’uomo.

Toluene e xileni (entrambi idrocarburi aromatici) svolgono azione depressiva sul sistema nervoso centrale, con effetti di tipo inebriante e anestetico. Il toluene provoca malformazioni ai feti dovute a una esposizione durante il periodo di gravidanza. In compenso non inducono lo sviluppo di particelle cancerogene.

Le benzine cosiddette “verdi” si stanno rivelando più insidiose di quelle tradizionali perché contengono benzene, toluene e xileni, in grado di esercitare effetti tossici sull’organismo anche a basse concentrazioni.

Il biossido di zolfo è un potente broncocostrittore. In determinate combinazioni, può essere pericoloso anche a bassissima concentrazione.

Il 3-4 benzo(a)pirene, che proviene soprattutto dal gas di scarico dei veicoli, è stato riconosciuto come causa certa di mortalità per cancro al polmone.

L’ozono è un gas che irrita molto le mucose (occhi, naso, gola, apparato respiratorio). In caso di sforzi fisici, l’azione irritante è più intensa. Esposizioni ripetute e frequenti all’ozono, in concomitanza con altri inquinanti spesso associati, possono influenzare l’insorgere e il decorso di malattie alle vie respiratorie. Elevate concentrazioni di ozono in atmosfera arrecano danni anche alla vegetazione e ai prodotti agricoli, alterando il processo di fotosintesi clorofilliana. Riesce a ridurre la vita di materie plastiche, gomme, fibre tessili, vernici: negli Stati Uniti è stato calcolato un danno di due miliardi di dollari all’anno.

Francesca non si occupa delle conseguenze a lungo termine, ma ce ne sono non da poco.

Dopo aver privilegiato per molti anni il problema delle grandi fonti di emissione, ora l’interesse dell’azione politica e dunque gli interventi legislativi si stanno orientando sempre più verso la problematica delle fonti diffuse, in particolare gli scarichi dei veicoli a motore. Pare che queste fonti diffuse rappresentino il rischio principale, perché i grandi impianti termoelettrici e industriali sono generalmente localizzati alla periferia delle città o lontano da esse; le loro emissioni avvengono attraverso alti camini che ne facilitano la diluizione, mentre gli scarichi del traffico veicolare e le emissioni di piccoli impianti avvengono all’interno dei centri urbani, a livello del suolo (auto), del primo piano delle abitazioni (autobus), dei tetti (riscaldamento domestico). Il grado di esposizione della popolazione è perciò molto elevato. La città è un ambiente sfavorevole per la prevalenza di strade relativamente strette in confronto all’altezza degli edifici, in modo che viene catturata una maggior quantità di radiazione solare, perché intrappolata nei canyon cittadini dalle riflessioni multiple subite dai raggi sulle pareti dei fabbricati. Inoltre, la verticalizzazione degli edifici è responsabile di una sensibile attenuazione del vento.

Cose che si imparano su Mestre e dintorni. L’area metropolitana di Mestre-Venezia è soggetta al monitoraggio della qualità dell’aria da circa vent’anni. Nel 1974 su iniziativa delle industrie locali, è entrata in esercizio la rete di rilevamento dell’Ente della Zona Industriale (EZI) di Porto Marghera; cinque anni più tardi l’Amministrazione Provinciale di Venezia iniziava a elaborare il progetto per una propria rete che coprisse un’area più vasta. Nel territorio di Mestre sono a tutt’oggi presenti le due distinte reti: quella pubblica, gestita dall’Amministrazione della Provincia di Venezia, in collaborazione con il Comune di Venezia, e quella privata, gestita dall’EZI.

La prima rete dell’EZI era costituita da 21 stazioni: per la maggior parte nella zona industriale, alcune nei nuclei urbani di Marghera e di Mestre e nella Venezia insulare. Doveva controllare essenzialmente l’anidride solforosa, a quel tempo il principale indicatore per l’inquinamento atmosferico di origine industriale. Nella realizzazione della rete venne data notevole rilevanza alla conoscenza in tempo reale delle condizioni meteorologiche perché direttamente correlate con la situazione dell’inquinamento al suolo, pertanto vennero installate anche quattro stazioni meteorologiche. Una struttura di questo tipo era tesa al soddisfacimento di obiettivi, ancora oggi perseguiti, quali l’autocontrollo da parte delle aziende industriali, l’individuazione delle sorgenti responsabili di fenomeni d’inquinamento, la determinazione degli interventi da adottare sulle quantità e modalità delle emissioni in caso di superamento dei limiti di legge.

Nel 1992 la rete è stata ristrutturata: le stazioni sono state ridotte a 11, gli strumenti e gli analizzatori ormai obsoleti sostituiti, la gamma dei parametri analizzati ampliata, aggiungendo all’anidride solforosa gli ossidi di azoto, le polveri, gli idrocarburi e l’ozono.

Anche l’attuale rete di rilevamento della Provincia è il risultato di una ristrutturazione di quella originaria, in ottemperanza alle recenti normative e alle mutate caratteristiche dell’inquinamento, sempre più attribuibile alle emissioni da traffico veicolare. Oggi è composta da 15 stazioni fisse affiancate a 2 mezzi mobili.

Per il monitoraggio di Mestre sono in funzione 8 stazioni, installate su mezzi mobili o fissi, 4 di proprietà del Comune, 4 della Provincia. Quella di riferimento (il tipo A) è nel parco Bissuola. Le due di tipo B (area densamente popolata) sono in piazzetta Matter e in viale San Marco; ce ne sono 4 di tipo C (zona a elevato traffico): in via Da Verrazzano, via Circonvallazione, via Piave, Corso del Popolo. La stazione D (area periferica o suburbana) è a Maerne.

Centralina mobile al parco Bissuola, 1998
Centralina mobile, piazzetta Matter, 1998
(sullo sfondo una delle edicole allora in piazza)

Francesca ha usato i dati delle stazioni del comune per un periodo che va dal novembre 1993 al gennaio 1996 (non omogeneo per tutte quattro le stazioni: le serie storiche sono caratterizzate da numerosi “buchi” dovuti alla periodica taratura degli strumenti e a periodi di mancato funzionamento delle apparecchiature). Le serie storiche delle variabili meteo registrate dalle stazioni dell’EZI. I flussi registrati dai semafori conta-traffico di via Piave e di via Da Verrazzano. Dopo avere valutato la consistenza delle serie a disposizione, Francesca si è concentrata sul 1995.

La sorpresa più grande è che Mestre, nel periodo considerato, non è stata una città inquinata. Globalmente, non si sono mai oltrepassate le soglie limite, pur lambendo spesso la soglia di attenzione. Nei grafici di Francesca non è nemmeno presente la soglia di allarme, perché è fuori scala. In effetti non ricordo provvedimenti di limitazione del traffico o del riscaldamento. Leggendo si associano le idee. Ricordo un incidente industriale, un incendio di sostanze tossiche in un’industria di Marghera nella primavera del 1997. Pare che il vento soffiasse dalla parte giusta.

Francesca avverte che ci può essere un problema di raccolta dati. Tutti i dati a disposizione sono ottenuti con dispositivi di misurazione automatici. La loro qualità va ricondotta a due momenti critici: il primo relativo alla possibile presenza di errori in fase di misurazione (mancata calibrazione degli strumenti, non corretta metodologia di prelievo e analisi, non corretto funzionamento degli strumenti di misura); il secondo, relativo al rischio di deterioramento dei dati nella fase di trasmissione e di archiviazione degli stessi. Generalmente, nella fase di trasmissione all’elaboratore centrale viene svolto, da parte degli operatori addetti alla manutenzione delle centraline, un primo controllo manuale dei dati sulla base di conoscenze sul funzionamento dello strumento o di episodi di disturbo eventualmente verificatisi. I dati sono quindi in parte già filtrati; tuttavia, nonostante questi metodi di validazione e di controllo sistematico degli strumenti, accade di frequente che i dati archiviati contengano dei valori anomali. Connesso al problema della qualità dei dati è connesso quello di “buchi” nella serie, per esempio, da guasti agli strumenti di rilevazione. I dati mancanti, se presenti in numero rilevante, possono invalidare seriamente le analisi statistiche introducendo una componente sistematica d’errore nelle stime dei parametri.

Provo a tradurre: le decisioni a tutela della salute dei cittadini sono prese sulla base di una prima convenzione (o arbitrio), che fissa gli indicatori da studiare; la seconda convenzione riguarda la soglia di guardia: da una parte si sta bene, dall’altra male; la terza convenzione è decidere di accettare come validi i dati raccolti.

Le particolari condizioni atmosferiche del febbraio 1998 hanno riproposto il problema dell’inquinamento atmosferico e della sua misurazione sulle pagine dei giornali. Ho letto che la rete di Comune e Provincia funziona male. Da tempo si perdono i dati sugli idrocarburi non metanici, sulle polveri e sull’ossido di carbonio, perché gli strumenti non funzionano. Per quasi sei mesi le centraline del comune sono rimaste senza manutenzione. Pare che vada un po’ meglio la rete dell’EZI[2].

Cose che si imparano sull’ambiente e cose che si capiscono su Mestre leggendo altro. Stando alle note biografiche delle quarte di copertina, Guido Viale è un signore nato nel 1943 che lavora a Milano in una società di ricerche economiche e sociali. Ogni tanto la usa opinione appare sui giornali, perché stato un leader del movimento studentesco del Sessantotto e poi di Lotta Continua. Io lo conosco perché negli anni Novanta ha scritto due libri[3] che si occupano di questioni legate all’ambiente, al rapporto quotidiano che abbiamo con esso, e che avanzano alcune proposte pratiche. Se dovessi metterci un’etichetta, dire che si tratta di “marxismo verde”. Il secondo di questi libri è stato un buon complemento alla lettura della tesi di Francesca. Viale prova a mettere in discussione l’esistente, riflettendo sui costi sociali dell’uso dell’automobile che si fa oggi. Avverte che l’Italia è il “paradiso dell’automobile”, sia per il numero di veicoli per abitante, sia per il numero di veicoli per chilometro di strada extraurbana. Conferma che in tali condizioni il traffico automobilistico è davvero la fonte inquinante primaria. Andare in automobile è un’attività “imperialista”: limita tutte le altre. I bambini hanno perso indipendenza: ormai devono essere accompagnati ovunque, per la pericolosità delle strade e l’allargamento delle distanze che l’automobile impone. L’auto riduce lo spazio nel senso che lo occupa e ne ha bisogno crescente: confrontate la superficie di un centro commerciale, di uno stadio, di un palasport con quella del parcheggio annesso. Lo spostamento si concepisce solo in auto privata, con nessun altro mezzo, tanto meno a piedi. L’orario di lavoro viene dilatato artificialmente. L’auto deforma anche il linguaggio: si pensi all’“automunito” degli annunci economici. La “civiltà” dell’automobile influenza tutti i sensi umani. Compreso il gusto estetico.

I libri di Viale sono intelligenti, svelano delle illusioni ottiche, di solito non ho bisogno di tradurli. Forse ci trovo qualche passaggio un po’ eccessivo. Eppure: provate a guardare le edicole della nuova piazza Ferretto di Mestre. A me pare che siano identiche alle centraline fisse di rilevamento per la rilevazione dell’inquinamento atmosferico.

Edicola di piazza Ferretto nel 1998

Nota. Prima edizione: Filippo Benfante, Centraline di rilevamento, “Altrochemestre”, ultimo numero, primavera 1998, pp. 57-60. L’occhiello era: “Ragioni per leggere la tesi di laurea di Francesca Liguori, dottoressa in scienze ambientali dal dicembre 1996, e cose che se ne imparano. Appunti di un lettore non specialista”.

Un’altra cosa che nel 1998 non si prevedeva era la fine delle edicole: allora ce n’erano due, alle due estremità della piazza, oggi ne resta solo una. Da “elementi” a “cambiamenti” del paesaggio: è un altro degli esercizi che si possono fare a partire da questo vecchio articolo.

L’immagine di apertura è il titolo dell’articolo uscito sul “Gazzettino” del 12 febbraio 1998 (p. IX, sezione “Mestre”); da qui riprendo anche la foto che si trova alla fine di questa nota. Il ritaglio è saltato fuori durante un trasloco recente. Non ho avuto altrettanta fortuna con le foto originali uscite su “Altrochemestre”: la redazione non le ha ritrovate, né è stato possibile risalire alla fonte (chi le ha scattate e quando). Per facilitare l’impaginazione, gli articoli di “Altrochemestre” potevano essere solo di 2 o di 4 pagine e qualche volta, per far rientrare tutto nella gabbia, si rimpiccioliva il corpo di alcuni capoversi. Questo escamotage fu adottato più volte per questo articolo, che tuttavia restava eccessivamente lungo: per questo motivo, credo, le cinque immagini previste si ridussero alle quattro pubblicate, minuscole, al fondo dell’articolo, e probabilmente il taglio fu fatto all’ultimo (i rimandi interni sono sbagliati: sfuggì in correzione di bozza). Le immagini qui nel testo sono tratte da lì, p. 60.


* Francesca Liguori, Inquinamento di atmosfere urbane. Interpretazione dei dati e nowcasting con reti neuronali, Tesi di Laurea discussa presso l’Università di Venezia, Facoltà di Scienze MM. FF. NN., Corso di Laurea in Scienze Ambientali, a.a. 1995/96, rel. Alessandro Marani. Tutte le informazioni provengono da questa tesi, ma tutta la responsabilità del modo in cui vengono presentate è del lettore non specialista.

[1] Francesca descrive Mestre basandosi su una nota di Daniele Rallo, Mestre: una periferia senza città, “Meridiana”, 5 (1989), pp. 116-17.

[2] Alberto Francesconi, Aria pesante in centro. È colpa del bel tempo, “il Gazzettino” (ed. di Venezia), 12 febbraio 1998, p. IX.

[3] I due libri sono Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà (1994) e Tutti in taxi. Demonologia dell’automobile (1996), entrambi editi da Feltrinelli (Milano).

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