Trent’anni fa: andando a vedere la manifestazione della Lega Nord del 15 settembre 1996, giorno della proclamazione dell’indipendenza della Padania.
Abito al quinto piano di un condominio che si affaccia sulla stazione. Quando c’è qualche raduno importante a Venezia, è un buon punto per osservare il traffico: si può valutare il numero di persone che attende sui marciapiedi della stazione e alle fermate degli autobus, si sente il clamore dei manifestanti sui treni in arrivo. Le strade tutt’intorno si trasformano in parcheggi. Pare che domenica 15 settembre ci saranno varie manifestazioni a Venezia, così alle 10.45 mi sono già affacciato più volte alla finestra e sono pure sceso in strada per constatare il numero di macchine parcheggiate nei dintorni. Sorpresa: non trovo una situazione diversa da quella che si può vedere in una normale domenica di settembre. Le vie sono sgombre, il traffico davanti alla stazione è regolare, alla biglietteria e ai binari i soliti gruppi pronti per la gita. Verso mezzogiorno passano due treni speciali, uno a poca distanza dell’altro, che non fermano nemmeno a Mestre. Non so da dove provengano, penso che trasportino dei militanti della Lega Nord, ma non escludo che siano i tifosi della squadra di calcio del Torino, che oggi incontra il Veneziamestre allo stadio di Sant’Elena[1].
Parto per Venezia col treno, poco dopo le 15, in compagnia di un’amica. Facciamo un po’ di fatica a salire, la gente in piedi occupa corridoi e banchine, ma mi pare che oggi ci sia meno confusione che a carnevale. Mi infilo in un angolo libero e inizio a guardarmi intorno. Il treno proviene da Udine, ha percorso una linea “calda”, attraverso Friuli e “marca trevigiana”. Non vedo camicie verdi, ma due persone reggono bandiere della Lega. Dalle conversazioni capisco che la maggior parte dei viaggiatori sostiene l’indipendenza padana: andranno in riva dei Sette martiri per ascoltarne la proclamazione.
La stazione di Venezia è poco affollata. Attraversiamo il piazzale, altrettanto tranquillo, per raggiungere il ponte degli Scalzi. Un cordone di celerini è schierato alla base del ponte, si passa solo tra due che stanno discostati. Lo scopo è obbligare i gruppi di leghisti a percorrere Strada Nuova. Se la stazione è tranquilla, forse piazzale Roma lo sarà un po’ meno. Invece anche lì si vede poca gente e molti poliziotti e celerini (di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza). Ci incamminiamo verso Ca’ Foscari per raggiungere campo Santo Stefano, dove c’è la manifestazione dei centri sociali, la prima a iniziare (ore 16). Prima di arrivare alla sede dell’università, conto tre tricolori e una bandiera con il volto di Che Guevara (“Hasta la victoria”) alle finestre. I passanti non li conto, ma sono pochi. Mi attendevo una giornata a pressarsi a spintoni nelle calli, invece mi trovo sotto un caldo sole per una piacevole passeggiata.
Raggiungiamo il ponte dell’Accademia e ho quasi dimenticato che è il 15 settembre. Dalla sommità del ponte, vedo sull’altra riva un tricolore francese steso su un balcone. Forse è uno degli stranieri residenti a Venezia, che vuole partecipare a modo suo. Guardando meglio mi accorgo che sono tre lenzuola (una composizione volontaria o semplice biancheria al sole?). Giù dal ponte ancora divise, ne conto almeno trenta. A Venezia di solito la presenza della forza dell’ordine passa inosservata, mentre calli e campielli sono intasati dai passanti; invece oggi i poliziotti sono numerosissimi e campo Santo Stefano è semivuoto. Arrivo in campo verso le 15.40; c’è un palco sul fondo, addossato al muro laterale della chiesa; alcuni striscioni appesi alle pareti delle case. I pochi presenti formano gruppetti, sono seduti un po’ ovunque, in attesa dell’inizio dei concerti previsti. Tutti i negozi sono chiusi. I turisti passano normalmente, rallentano solo nell’immettersi nella calle della pasticceria Marchini: lo spazio è occupato ancora da altri poliziotti. C’è una catasta di seggiole; appartengono a una gelateria di una catena americana. Qualcuno cerca di prenderle per sedersi più comodo, ma sono ben assicurate tra loro. Si pensava che questo campo fosse il luogo più “caldo”, ma pare tutto tranquillo. Solo un gruppetto discute animatamente vicino al palco; frammenti di discorso: scontri avvenuti a Torino venerdì sera[2], forse stanno discutendo la strategia per la giornata. Dopo un po’ parte una base musicale registrata. Un ragazzo inizia a arringare parlando al microfono, ma non sale sul palco; proclama l’inizio della “festa dell’indipendenza delle tribù ribelli” in un “campo blindato” (arrivano i primi applausi). I giornalisti (molti) sono i più attenti; ci sono varie telecamere. Un altro ragazzo si arrampica sulla statua di Niccolò Tommaseo per affiggere uno striscione (“terroni padani”), ma poi non riesce più a scendere e alla fine cade, piuttosto male. Sarà il primo e l’ultimo ferito della giornata? La musica dal vivo non inizia, decidiamo di abbandonare il campo e di recarci verso San Marco: torna a essere una domenica di tranquillo passeggio, senza intoppi sino a riva degli Schiavoni.
Ritorniamo nel clima solo alla chiesa della Pietà; sui lampioni della riva sono incastrate delle casse che ritrasmettono le voci dal palco sulla riva dei Sette martiri. Sono ormai le 16.45; a un quarto d’ora dall’inizio della cerimonia solenne la gente sembra poca e l’amplificazione sino alla Pietà inutile e troppo ottimistica. Solo dall’ultimo ponte prima del palco si può iniziare a parlare di “bagno di folla” e di “raduno del popolo leghista”. Il colpo d’occhio è di un certo effetto, pare che tutti abbiano portato una bandiera da sventolare. Il palco è sulla destra di chi arriva, dietro ha solo la laguna da dove arriverà Bossi; di fronte al palco c’è la tribuna per la stampa e la televisione (già piena), con le telecamere che ritrasmetteranno la cerimonia per le postazioni sul Po.
Cerchiamo di avvicinarci al palco e osserviamo il lato sinistro della strada: alcuni si sono arrampicati su alberi o su transenne; alcuni espongono striscioni fatti in casa, prevalgono le sezioni trevigiane. Un banchetto della sezione veneta della “Liga Veneta-Lega Nord” vende bottiglie di vino con etichette commemorative della giornata (a scelta un rosso, un bianco o uno spumante); un altro banchetto vende il numero zero de “il Nord. Quotidiano indipendente della Padania” (in prima pagina un fondo di Daniele Vimercati e un articolo di Sergio Saviane); costa 3.000 lire, in omaggio danno anche un’edizione speciale della “Gazzetta Ufficiale della Padania”. Molti ne comprano più di una copia. La “Gazzetta Ufficiale” viene distribuita anche gratis da alcuni volontari; c’è il testo della dichiarazione d’indipendenza e della Costituzione transitoria che poi saranno lette nel corso della cerimonia. Viene distribuito un volantino del Sindacato Padano (SIN.PA.). Si possono anche comperare dei soldi della Padania. Per mille lire si ottiene una banconota con l’effigie di Bossi e alcuni disegni che non vedo bene; sono verdi (ovvio) e assomigliano un po’ alla banconota italiana da cinquemila, ma sono marcate con valore cinquantamila (eppure è strano: la Lira padana dovrebbe essere più forte della Lira non padana).

L’inizio della cerimonia si avvicina, lo speaker ufficiale dà disposizioni precise: le bandiere non devono essere sventolate perché intralciano la ripresa televisiva; tutti sono invitati a ripiegarle, soprattutto nelle prime file e soprattutto “nei momenti più solenni”. Il cerimoniale ha un po’ di ritardo; parlano gli ospiti: un catalano del movimento del plebiscito per l’indipendenza, un fiammingo, una sud-tirolese, un sardo. Sul palco vedo le bandiere catalana, basca, di Nazione sarda e moltissime bandiere della Comunità europea. Il pubblico attorno a me pare infischiarsene; ogni tanto sento dei boati di folla provenire dagli altoparlanti, ma non vedo nessuno gridare o entusiasmarsi. Tra un oratore e l’altro c’è della musica classica; l’amplificazione è pessima, si sente quasi solo gracchiare; riconosco solo l’Adagio di Albinoni. Pochi quelli che ascoltano, intorno a me si parla attendendo Bossi, molti si muovono, in cerca di spazio o per avvicinarsi al palco oppure sono semplici turisti che cercano di raggiungere i giardini per la Biennale d’architettura. Qualcuno inizia a canzonare o a insultare alcune persone affacciate a una finestra da cui sporge un tricolore[3]. Osservo meglio la facciata degli edifici che ho alle spalle e la tribuna per la stampa che ho a pochi metri sulla sinistra. Dalle finestre spuntano microfoni, obiettivi di camere; mi chiedo se le persone affacciate sono solo giornalisti o ci sono anche i veri abitanti di quelle case (ma sono abitate normalmente? I proprietari hanno fatto entrare per gentilezza e curiosità il giornalista o il fotografo, o si sono fatti pagare per il servizio e il disturbo?). C’è un elicottero che passa più volte (sempre lo stesso o più d’uno? Un’amica veneziana mi ha detto che alcuni elicotteri hanno sorvolato la città durante tutta la notte).

Sono passate le 17, Bossi sarebbe già dovuto arrivare. Lo speaker annuncia i motivi del ritardo: le vedette della capitaneria di porto sono andate incontro alla barca della Lega per fare rispettare i limiti di velocità in laguna. La gente che ho attorno coglie subito l’allusione: si frena Bossi. Ma infine il leader arriva e adesso vedo davvero scene d’entusiasmo. Solo quando parla Bossi il pubblico si zittisce; tutti sono in punta di piedi per vederlo. Sono stupito dal numero di persone munite di macchina fotografica (per lo più “usa e getta”) e di videocamera. Il cerimoniale incalza, si devono rispettare i tempi al minuto per fare funzionare i collegamenti con le postazioni sul Po. Non mi pare che i miei vicini vibrino per la solennità. Un mormorio quando si scopre che la Padania abbraccia Marche e Umbria (quanti chilometri tra Perugia e Roma?). Decidiamo di andarcene dopo che il tricolore è stato ammainato. Sono le 17.45. Sentiremo il resto dagli altoparlanti. Anche molte camicie verdi se ne stanno andando (un treno da prendere?). C’è più gente di quanta non ce ne fosse al nostro arrivo. Camminando, ascolto la lettura della dichiarazione d’indipendenza e dei diritti dei cittadini padani. Seguiamo lo stesso tragitto dell’andata. Di nuovo a Santo Stefano. Anche qui si sono aggiunte persone. Un gruppo suona sul palco. Tutti tranquilli ad ascoltare o a chiacchierare in gruppi sparsi. Anche qui è stato allestito un modesto commercio: birre e bibite varie; i venditori sono della “tribù”, non credo che altrimenti sarebbe stato tollerato. All’uscita del campo la sorpresa di trovare un cordone di celerini che seleziona il passaggio. Non tutti sono fermati: abbigliamento, viso, sguardo, sono determinanti. Noi abbiamo la faccia da bravi ragazzi e passiamo. Qualche altro è fermato e si mette a discutere ma non riesco a capire qual è il grado di tensione. Sono quasi le 19 quando arriviamo in campo San Barnaba. Vedo un altro tricolore a una finestra, mi era sfuggito all’andata perché gli davo le spalle. E ora verso campo Santa Margherita per la manifestazione della sinistra unita o in campo San Polo per la performance del sindaco di Taranto? Prevale la curiosità di vedere chi mai potrà sostenere Cito. Sul cammino incontriamo ancora molta polizia. Anche San Polo sembra un “campo blindato” ma non c’è nessuno; sono le 20, il palco è deserto (solo dopo sapremo del ritardo causa baruffe a Chioggia[4]). La fame ci fa desistere, ripieghiamo verso San Bortolo[5] per mangiare una “mozzarella”. In rosticceria incrociamo dei “reduci” in camicia verde che fanno onore a mozzarelle al prosciutto e alle acciughe. Parlano con forte accento emiliano, sono trafelati. Hanno un treno da prendere, ma venire a Venezia e non gustarne una specialità pare un peccato.
Torniamo alla stazione percorrendo Strada Nuova, la polizia onnipresente, senza incrociare altre camicie verdi. In stazione è tranquillo, sono da poco passate le 22. Mentre stiamo per partire si sente un boato; sul binario accanto a quello del nostro treno vediamo schierarsi un cordone di celerini, poi arrivano dei ragazzi dei centri sociali. Nessuno si agita troppo, nessuno pare in assetto da battaglia, ma i rumori fanno pensare che sia successo qualcosa. È la sensazione di tutta la mia giornata veneziana: l’attesa era tanta che l’evento non può essersi risolto così. Forse mi sono perso qualcosa e tutto è successo mentre mi trasferivo da un luogo all’altro.
Nota. Tratto da “Altrochemestre”, 5, primavera 1997, pp. 9-10. Sono stati corretti alcuni refusi. Il numero conteneva altri due pezzi che documentavano la giornata a Venezia: si ripubblica su altrochemestre.it anche quello di Luca Pes, Padania, Chiapas e Italia, ivi, pp. 27-28; quello di Piero Brunello, Bossi, zaini e panini, ivi, pp. 53-46 si legge ora anche in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 273-280.
L’immagine di apertura e le illustrazioni interne sono tratti da “Il Leghista. Satira fumetti beffe secessione”, n.s., rispettivamente dettaglio della copertina del numero IV (s.d.), 3, copertina del numero IV (s.d.), 2, e tavole dal numero IV (s.d.), 3, pp. 40-41.
[1] Alle ore 16.00, per la seconda giornata del campionato di serie B 1996/97 (la partita finì 1 a 1). [Ndr]
[2] La Lega aveva organizzato un cerimoniale per tappe, avviato alle sorgenti del Po il 13 settembre. Quella sera, dopo un comizio tenuto da Bossi a Moncalieri, a Torino ci furono degli scontri tra militanti dei centri sociali e leghisti. Si possono vedere le cronache della “Stampa” del 14 settembre 1996, il numero è disponibile online; si rimanda anche al materiale messo a disposizione e prodotto dal sito infoaut.org: 13 settembre 1996. La Lega cacciata dai Murazzi. [Ndr]
[3] L’episodio è diventato famoso: mentre Bossi faceva ammainare un tricolore, la signora Lucia Massarotto ne espose uno dalla finestra di casa sua in riva dei Sette martiri, gesto che avrebbe ripetuto negli anni seguenti, quando la Lega continuò a organizzare raduni a Venezia in occasione degli anniversari della dichiarazione di indipendenza. Oltre alle cronache dei giornali dell’epoca, si può vedere Giorgio Vecchio, La contestazione leghista e la riscoperta del Tricolore (1990-2011), “Italia contemporanea”, 289, 2019, pp. 235-261, in part. pp. 243-244. [Ndr]
[4] La “contromanifestazione” organizzata da Giancarlo Cito consisteva in una “marcia su Mantova”, che doveva partire da Chioggia. dove ci furono alcuni scontri, causa del ritardo nell’arrivo a Venezia. Si veda qui anche Luca Pes, Padania, Chiapas e Italia [Ndr]
[5] Campo San Bartolomeo. [Ndr]

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