Leggere un libro che racconta cronache giudiziarie del 1571-1572 dall’Archivio del Comune di Castelfranco Veneto. Rilevanza degli eventi e spaesamento, sguardo storico e tonalità del racconto: il passato è un mondo esotico in cui ci pare di scorgere qualche tratto familiare.
1. Botte da orbi di Fabio Bortoluzzi “esamina e racconta una voluminosa busta conservata nell’Archivio Storico Comunale di Castelfranco Veneto. La busta è la n. 18 della serie Reggimenti. Consta di 1700 carte e copre all’incirca un anno e mezzo, dal marzo 1571 all’ottobre 1572”[1]. Spiega l’autore nella Premessa che quella serie è stata “il primo archivio che ho visto, nell’estate del 2002, quando ancora non sapevo cosa fosse, e a cosa servisse, un archivio. Avevo letto un libro, Cineografo di banditi su sfondo di monti di Gigi Corazzol[2], e volevo sapere se di storie come quelle che Corazzol aveva trovato nell’Archivio storico del comune di Mel fosse rimasta traccia anche in quello di Castelfranco. È andata a finire che faccio l’archivista di lavoro”.
2. Quello di Bortoluzzi, che per mestiere è appunto funzionario archivista, ora in servizio presso l’Archivio di Stato di Vicenza e la dipendente sezione di Bassano del Grappa, è un bel libro. Quando un libro è scritto bene, come questo, si dice che si legge come un romanzo. Questo senso di inferiorità della storia nei confronti della narrativa non lo capisco. Ci sono romanzi scritti bene e romanzi scritti male, così come ci sono libri di storia ben scritti e libri storia brutti. E questo è un bel libro di storia. Certo, Fabio Bortoluzzi ha imparato molto – e si sente – dalla lettura di narratori come Gigi Meneghello e Luciano Bianciardi. Ma questo rimane un libro di storia.
Nell’introduzione scrive: “mentre ti aspetti che la Storia serva a rendere familiare lo sconosciuto capita l’esatto contrario, e cioè che girando le carte anche il passato che credevi familiare si rivela estraneo, tutto si complica, tutto diventa più ricco” (p. 8). Bortoluzzi dice di aver ripreso questa frase da una conversazione che avevamo avuto. Sì, lo constatiamo ogni giorno: la realtà supera il romanzo e per questo continuiamo a studiare storia. Caso mai non si comprende perché si preferisce che la realtà divenga materia per opere di finzione anziché per libri di storia.
Il periodo raccontato in questo libro è quello in cui, se si leggono i libri di storia veneta, l’evento importante che succede è la battaglia di Lepanto. Nel libro la battaglia di Lepanto non c’è, però sta sullo sfondo come una minaccia incombente. “Quello del vagabondo è da sempre un mestiere difficile – scrive Bortoluzzi –, ma nel 1571 di più: Venezia è in guerra coi turchi, alle galee servono braccia in surplus” (p. 47). I vagabondi arrestati vanno consegnati ai Provveditori all’armar e messi al remo, i Podestà subiscono pressioni dall’alto per raccattare uomini. Chi mette le mani su un vagabondo ha diritto alla taglia. Viene preso Domenego Favero, già giudicato inabile alla galea dopo essere stato colpito da due frecce in “una scaramuccia che fece col corsaro” quand’era ai remi in una galea di messer Marcantonio Foscarini. Chiamano due medici. Lo trovano “mal disposto, et pien di mal franzoso”, e con una ferita al piede che va “da banda a banda”. Il giudizio clinico è che in quelle condizioni non sopravviverebbe alla galea, però “potrebbe servir alla galea se non per pianèr per segondo, et se non per segondo per terzicchio”. Una nota ci spiega che i termini “pianèr”, “segondo” e “terzicchio” indicano la posizione dei forzati sulla panca del remo; il terzicchio è il vogatore più vicino al mare (p. 19).
3. Grazie a una ricerca storica, l’invisibile diventa visibile, un paesaggio fino a quel momento familiare diventa sconosciuto; e proprio per questo, proprio perché cessa di confermare le cose che conosciamo già e che ci aspettiamo di trovare, proprio per questo riusciamo a conoscerlo. Come si seppellisce una neonata quando non ci sono soldi per una cassa di legno? La si mette tra due coppi (p. 15).
Qualcuno ha detto che la storia è un viaggio nel mondo dei morti. Ma chi fa storia ne parla come se i protagonisti fossero vivi. È questo a dare alla storia una dimensione essenzialmente tragica, e ad assegnare una così grande importanza alla scrittura, cioè al tono di voce di chi compie il viaggio. Fabio Bortoluzzi lo sa. Si mette ai margini della scena, cambiando spesso angolo di visuale e ascolta: cioè dà la parola. Per lo più resta attonito. Descrive le modalità tecniche della tortura – con la corda, con il fuoco – e non commenta. Per non parlare dell’individuazione del colpevole. “Basta un fascicoletto di venti carte e una pagina per sapere come sono andate veramente le cose? – si chiede – La domanda è retorica ma, a scanso di equivoci: no” (p. 17).
4. L’autore entra raramente in scena, forse una volta o due, e quando lo fa si capisce chiaramente. Per esempio, dopo aver descritto la tortura con la corda, Bortoluzzi scrive: “Poro Piero! Appeso alla corda, saccato, squassato, disarticolato. Dev’essere stato sfinito se invece di urlare di dolore gemeva planimode, si lamentava sommessamente, finché non fu ordinato di farla finita, di tirarlo giù, slegarlo e riportarlo in cella” eccetera. Per finire: “Perché benché feroce – feroce ma insulsa, com’è proprio dei sadici – anche il mestiere del boia ha una sua deontologia. Maledetti” (p. 61). La regola a cui Fabio si attiene è quella fissata e fatta propria da Gigi Corazzol, cioè che l’autore non deve sovrapporre la propria voce a quelle delle sue fonti, dei suoi personaggi. Non si canta sopra la voce dei cantanti e delle cantanti in scena. Se l’autore dice la sua, chi legge non deve aver dubbi sul cambio di voce.
5. Le storie raccontate in queste pagine parlano di brìtole, manarini, archibugi, lavoratori girovaghi che dormono nei fienili, catene del foghèr prese a prestito su pegno, case dove non c’è neanche una candela, condanne alle galee e pellegrinaggi a piedi alla Madonna di Loreto. Queste vicende danno il senso di un mondo altro e sconosciuto: eppure si svolgono in un ambiente familiare, di case, strade, chiese e paesi che conosciamo, che frequentiamo, per non dire del dialetto usato negli interrogatori (mi rendo conto che devo aggiungere una cosa che ho dimenticato di dire: che l’autore è di Castelfranco, e tuttora ci abita). Questa fusione conferisce un che di humor in tutte le pagine, come succede nei casi di estraniamento. Faccio un solo esempio. Danno la caccia a due tipi sospetti, che hanno ucciso una donna colpevole di aver abbandonato il marito, un trevigiano. Vanno “cantando e cavalcando al galoppo uno un cavallo bianco e l’altro un cavallo rosso”. Portano “habiti da villan”. Portano un cappello nero, forse una barba posticcia. Interrogano i testimoni. Ecco la testimonianza di un Giovanni Maria Rizzi da Brusaporco di ritorno da messa: “nel vederlo passar alzando li ochi mi parea haver ciera et agire da trevisan” (p. 56). Aspetto e modi di fare da cittadino, sotto un travestimento da contadino: e questo detto a un giudice veneziano. A uno di Brusaporco non gliela si fa.
Nota. Rielaborazione dell’intervento tenuto durante la presentazione del libro alla Biblioteca comunale di Castelfranco, il 7 giugno 2025.
L’immagine di copertina è tratta da Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, pp. 94-95.
[1] Matteo Melchiorre, Introduzione a Fabio Bortoluzzi, Botte da orbi. Una cronaca della podesteria di Castelfranco nel reggimento di Gabriel Pisani (1571-1572), Biblioteca, Museo, Archivio-Comune di Castelfranco Veneto, Castelfranco Veneto 2025, 96 p. (Quaderni di Biblioteca, Museo, Archivio – Città di Castelfranco Veneto, a. III, n. 2, gennaio 2025).
[2] Gigi Corazzol, Cineografo di banditi su sfondo di monti. Feltre 1634-1642, Unicopli-Libreria editrice Pilotto, Milano-Feltre 1997.

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