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Foto in un cassetto

di Christian De Vito || Documenti 02/03/2026

Immagini prese all’Osmannoro (Firenze) nel 2007-2008 e ritrovate di recente in un hard disk. Accampamenti in periferia, documenti su attivismo civile e militanza politica. Soluzioni “temporanee” ed emergenze “permanenti”. Retoriche securitarie e sgomberi, cittadinanza e “Assemblea autoconvocata”.

Ho trovato queste fotografie nel dicembre 2025, cercando tutt’altro, come spesso accade. Erano in un vecchio drive, radunate in tre cartelle: “Campo Osmannoro 30.8.2007”, “Campo Osmannoro 20.1.2008” e “Campo Osmannoro 15.2.2008”. Sono 108 in tutto (12, 33 e 63 rispettivamente), tra cui ho scelto le trentuno che presento qui.

Le ho scattate nel 2007-2008 in vari accampamenti all’Osmannoro, un’area alla periferia nord di Firenze, che nel suo complesso ricade anche nei Comuni di Campi Bisenzio e di Sesto Fiorentino: un pezzetto della cosiddetta “piana fiorentina”. In quei mesi, gli interventi dell’allora ministro Roberto Maroni sulla “sicurezza urbana” (secondo l’espressione che si usava allora) furono affiancati a Firenze dalla “ordinanza lavavetri” promulgata il 25 agosto 2007 da Graziano Cioni, in qualità di assessore “alla Polizia municipale e alla vivibilità urbana”, il cui scopo dichiarato era quello di contrastare le presunte “attività moleste” dei lavavetri ai semafori. L’ordinanza provocò un dibattito in città sulla criminalizzazione della povertà. In quel contesto si riunì una “Assemblea Autoconvocata”, alla quale presi parte.

Nell’Assemblea c’erano vari orientamenti su come agire, ma concordavamo nel ritenere che l’obiettivo reale del provvedimento fosse l’allontanamento delle famiglie rom che sin almeno dall’anno precedente si erano radunate in vari siti nella zona dell’Osmannoro, zona di fabbriche attive, capannoni industriali abbandonati, grandi magazzini e centri commerciali (IKEA, I Gigli…) e altri centri amministrativi. Queste foto sono il frutto della presenza quasi quotidiana, in quei luoghi, di alcuni attivisti e attiviste dell’Assemblea. Volevamo fossero documenti attraverso cui far conoscere la situazione di quegli accampamenti ad altri compagni e compagne e, potenzialmente, alla città.

Le persone che vivevano nelle baracche improvvisate con materiali di risulta (lamiere, cartoni, pezzi di compensato…) o sotto le tende erano rom di cittadinanza rumena. Poiché dal 1° gennaio 2007 la Romania era entrata a far parte dell’Unione Europea, non potevano legalmente essere espulse. Le amministrazioni di Firenze, Campi e Sesto mandavano quasi ogni giorno agenti delle proprie polizie municipali per costringerle con la forza a lasciare il “loro” territorio. Allo stesso fine, la Prefettura inviava poliziotti e carabinieri. Inoltre, c’erano gli agenti di sicurezza privata delle aziende proprietarie dei capannoni e dei terreni. Arrivavano anche la notte, spesso in borghese, terrorizzando chi stava nelle baracche. In alcune occasioni, sin dall’estate 2007, le ruspe intervennero a demolire i capannoni dentro i quali erano inizialmente collocate le baracche.

In un accampamento, dopo il passaggio delle ruspe.

Gli effetti delle ruspe in un altro accampamento.


In base agli interventi delle forze di polizia, il numero degli accampamenti cresceva o diminuiva (da tre a cinque-sei in altrettanti siti) e così anche il numero delle persone che ci vivevano. Noi dell’Assemblea stimammo allora un massimo di 350-400 persone coinvolte, mentre in alcune settimane non erano più di cento nell’insieme degli accampamenti. Le famiglie si spostavano altrove o alcuni dei loro membri tornavano in Romania in autobus, aspettando momenti meno difficili per tornare.

La precarietà delle condizioni materiali nei campi rifletteva questa situazione. Nel gennaio 2008 l’accampamento principale, collocato a ridosso della zona industriale e commerciale, si presentava così.


In un altro accampamento, la situazione era questa.


A febbraio 2008, un altro accampamento appariva così.


Un quarto accampamento era questo.



I rom si mobilitarono, insieme all’Assemblea autorganizzata, cercando di far iscrivere i bambini e le bambine nelle scuole e di far curare i malati nelle strutture ospedaliere. Ci furono alcuni successi parziali e molti episodi di aperta discriminazione (dirigenti scolastici che negavano l’iscrizione; autisti dell’ATAF che cacciavano i bambini perché sostenevano che gli abbonamenti erano finti; operatori sanitari che allontanavano in malo modo i malati dagli ospedali).

Il tentativo di dialogo con le istituzioni fu altrettanto problematico. Il 19 gennaio 2008 l’assessora “all’accoglienza” Lucia De Siervo visitò due degli accampamenti e successivamente convocò una riunione di confronto a livello municipale, che rimase tuttavia senza seguito né effetti. Conservo una foto in cui l’assessora è in uno degli accampamenti, accanto a una donna rom: la ricordo bene per l’effetto di contrasto che emergeva. È una documentazione che difficilmente entra nelle comunicazioni ufficiali dei Comuni. Il sito del Comune di Firenze offre ancora il comunicato stampa diramato dall’assessora il 19 gennaio 2008, in seguito alla sua visita.

L’assessore regionale alle politiche sociali, Eugenio Baronti, promosse un più significativo tavolo di confronto al quale avrebbero dovuto partecipare tutte le parti coinvolte. Il giorno della prima riunione, c’erano i rappresentanti delle famiglie rom e dell’Assemblea Autoconvocata e un rappresentante della Prefettura, ma non si presentò nessun membro delle giunte dei tre Comuni interessati. Nonostante l’importante presidio che organizzammo fuori dal palazzo della Regione, fu un fallimento.

Con i rom e nell’Assemblea autoconvocata si discusse allora della necessità di garantire nei fatti i diritti, occupando alcuni stabili. Con l’aiuto di Lorenzo Bargellini e del Movimento di lotta per la casa se ne individuarono alcuni. Ma non si fece in tempo a fare nulla. Da un lato, nell’Assemblea autoconvocata non tutti erano d’accordo nel procedere in quella direzione. Dall’altro, nelle settimane successive, le autorità accentuarono l’approccio repressivo.

L’ultimo capannone industriale che ospitava baracche fu abbattuto.



Poi toccò alle baracche degli altri accampamenti, fino all’allontanamento (temporaneo) della quasi totalità degli abitanti.


Riguardo questa immagine, attestazione del fatto che abbiamo assistito alla distruzione delle baracche da lontano, senza poter far nulla. È un ricordo che brucia ancora adesso, tanto da avermi fatto riprendere in mano queste foto anche quando stavo cercando altro.

Non so che cosa sia successo dopo. Come si sa, queste situazioni non hanno fine. Tutto è “temporaneo”, l’accampamento come lo sgombero. Non conosco la sorte dei gruppi di persone che abbiamo incrociato grosso modo nel tempo di un anno scolastico: i rom saranno ritornati lì o altrove, istituzioni e polizia li avranno “accolti” allo stesso modo, loro si saranno ancora dispersi e poi ancora radunati. Di “permanente” c’è invece la retorica securitaria, che non era iniziata nel 2008 e non finì nel 2009 con questi poliziotti che salgono sulla collinetta. Queste foto documentano il fatto che dalla retorica derivano concrete azioni repressive.

Anche l’Assemblea autoconvocata si è dispersa: per l’impossibilità di essere all’altezza della situazione (non siamo stati in grado di reggere il livello di violenza messa in campo dalla polizia, né l’indifferenza degli amministratori); per divergenza di vedute tra chi aveva sostenuto la necessità di intervenire in prima persona nella situazione dei rom dell’Osmannoro, e chi invece aveva preferito una discussione sulla “criminalizzazione della povertà”.

Pochi mesi dopo ho lasciato Firenze, destinazione Olanda.

Nota

Ho vissuto a Firenze dal 1995 al 2009, partecipando attivamente ai movimenti sociali che si svilupparono in quegli anni in città. Dal 2009 vivo all’estero, attualmente insegno all’Università di Vienna. Di un’altra vicenda dei miei anni fiorentini racconto in Christian De Vito, Cronache di anni neri. Dal quartiere San Lorenzo, Firenze 2003-2005, storiAmestre, Mestre 2006.

Sulle vicende attorno all’“ordinanza lavavetri” e sull’azione dell’Assemblea autoconvocata, si può vedere Lorenzo Guadagnucci, Lavavetri. Il prossimo sono io, Cart’armata, Milano 2009 (supplemento al giornale di strada “Terre di mezzo”, 158, gennaio 2009). Mentre i quotidiani locali e nazionali davano spazio alle peggiori cronache e a commenti razzisti, una bravissima giornalista dell’emittente fiorentina Controradio, Sabrina Sganga, si fece largo con noi tra sterpaglie, topi e rifiuti per andare a vedere quegli accampamenti. Insieme a Sabrina, mancata purtroppo pochi anni dopo (nel 2012 a 43 anni), mi piace ricordare qui: Lorenzo Bargellini (1958-2017), indimenticato leader del Movimento di lotta per la casa; Piero Colacicchi (1937-2014), per decenni instancabile attivista per i diritti dei rom, a Firenze e non solo; Riccardo Torregiani (mancato nel 2015), compagno di Rifondazione Comunista, del Firenze Social Forum e dell’Assemblea Autoconvocata.

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