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Documentazione e storia del tempo presente

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Post-scriptum (trent’anni dopo)

di Luca Pes || Altrochemestre Storiografia 18/01/2026

Per avviare la terza annata di altrochemestre.it, ripubblichiamo un articolo dal quarto numero di “Altrochemestre” (1996): una proposta per una “storia del tempo presente”, scritta  a consuntivo dei primi tre numeri della rivista.

È possibile fare storia del tempo presente e raccoglierne la documentazione? Secondo me, sì. Lo storico può avere lo stesso distacco parlando di Bossi e di Giulio Cesare, come può essere altrettanto parziale. Durante il ventennio fascista, si studiava l’impero romano per glorificare quello di Mussolini; oggi uno storico americano è riuscito a scrivere un libro bellissimo su Berlino durante e poco dopo la caduta del muro (ve lo consiglio: Robert Darnton, Diario berlinese 1989-1990, Einaudi, Torino 1992). E poi, a loro modo, molti storici dell’antichità erano storici del tempo presente, nel senso che parlavano di avvenimenti accaduto dieci-trenta-cinquanta anni prima; qualcuno di loro, come Polibio, pensava persino che lo storico dovesse fare diretta esperienza dei fatti che raccontava.

Forse un giorno ci accorgeremo che la suddivisione accademica storia “moderna” (1492-1815) e “contemporanea” (1815-oggi) non funziona e vedremo nascere tra le altre una “disciplina” che potremo chiamare “storia del tempo presente”. La sua esistenza sarà utile non solo perché negli ultimi anni sono avvenute tali trasformazioni da farci sentire l’Ottocento altrettanto distante che il Settecento e l’urgenza di leggere storicamente quello che avviene sotto i nostri occhi; ma anche per il metodo di lavoro che la storia del tempo presente consente e richiede. Lo studioso del presente fa i conti con l’inaccessibilità degli archivi di stato, considerati fondamentali per la storia contemporanea come viene praticata oggi; può crearsi le fonti, andando a intervistare i testimoni o assistendo ai fatti (oggi magari registrandoli con una video camera).

Queste sono cose che gli storici che hanno studiato la storia del loro tempo fanno e hanno sempre fatto più o meno esplicitamente. Ma la storia del tempo presente insegnata e discussa in quanto tale con una sua filologia e un suo rigore, può acuire la consapevolezza nell’uso di questi mezzi oltre che, più in generale, aiutare chiunque a ragionare e a vedere, produrre conoscenza sul presente: può anche diventare (come avviene in altri paesi) la disciplina di chi vuol fare giornalismo e reportage; e può permettere il recupero del patrimonio di inchieste e di studi che si facevano in Italia soprattutto negli anni Sessanta: Scotellaro, Bosio, Montaldi, l’Istituto De Martino e via dicendo. Certo, loro lavoravano e lavorano sulla cultura “altra”, sulle classi subalterne, mentre adesso sarà utile raccogliere anche altro materiale che aiuterà a capire la società contemporanea: i generi di discorso (anche degli imprenditori), gli elementi del paesaggio (anche le cose che compriamo e usiamo).

Attraverso una storia del tempo presente di questo tipo forse sarà possibile avvicinarci all’unificazione delle scienze sociali perché il soggetto di primario interesse diventa lo stesso di quello dei sociologi, degli antropologi urbani e degli psicologi. E sarà possibile lavorare gomito a gomito, se non si parte dai massimi sistemi e non si è autoreferenziali; se si lavora senza sottointesi e se si cerca di definire le parole che si usano; se si lavora come minatori, esploratori, escursionisti e poi si discute; se si cerca di dare una lettura più generale ma dopo aver raccolto e descritto. Forse questo è l’unico modo per confrontarsi tra cultori di diverse discipline, oggi che non c’è più una ideologia condivisa come quella marxista che prima faceva da regole del gioco finendo però spesso con la conferma di idee aprioristiche.

“Altrochemestre”, con tutti i suoi limiti, ha pubblicato scorci di interpretazioni di realtà. Ha cercato di privilegiare l’esplorazione, il lavoro sul linguaggio, evitando i massimalismi e i giudizi a priori; ha pubblicato intuizioni e impressioni pensando che anche queste potessero fornire indizi di un mondo e di un clima di un’epoca. La rivista nel suo piccolo è nata in reazione a certi difetti dell’accademismo e del giornalismo.

Ed è perciò che a volte il titolo del semestrale mi sembra riduttivo. Il nostro pubblico forse non è mestrino. Ma è chi condivide il brivido dello straniamento e la conseguente “scoperta” della città metropolitana: fatta di tante identità parallele e di possibilità di vedere in modi diversi il piccolo e il grande; la scoperta dell’Italia urbanizzata negli anni Settanta con piazze che sono parcheggi o rotonde. Nel titolo, la parola “Mestre” che porta la Terraferma veneziana a metafora dello sviluppo edilizio e del paesaggio umano, è un deterrente per i potenziali lettori che abitano nelle altre città e che condividono il nostro sguardo.

 A me piace pensare che abbia ragioni chi dice, come Nicole Janigro, che “Altrochemestre” offre spunti sul “fare politica” (“I Viaggi di Erodoto”, anno 9, n. 26, p. 11). Nello scriverla cerchiamo di liberarci dal peso delle nostre appartenenze, dei luoghi comuni e delle abitudini mentali. Ci sforziamo di trovare le parole che ci sembrano giuste per descrivere ciò che vediamo e ascoltiamo. In questo c’è l’idea di una cultura sganciata dalle pressioni della politica, una cultura che non sia sprecata nella conferma di identità, ma che sia scoperta e conoscenza. In questo c’è anche l’idea che se la politica deve usare la cultura, è meglio che lo faccia non per legittimarsi ma per capire quello che succede.

Nota. Testo dell’articolo di Luca Pes, Post-scriptum, “Altrochemestre”, 4, Primavera 1996, p. 3. L’occhiello originale: “Storia del tempo presente; esplorazione e ascolto dell’Italia urbanizzata”.

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