Un ex studente dell’Università di Venezia, oggi professore di Storia moderna a Verona, rievoca l’importanza per la sua formazione dei corsi e dei seminari di Marino Berengo, il quale, tra le altre cose, fu tra i promotori della nascita del corso di laurea in Storia a Ca’ Foscari.
Ho conosciuto Marino Berengo da studente, all’università di Venezia, tra il 1991 e il 1997. Ho poi fortunatamente avuto modo di continuare a frequentarlo anche dopo. Ricordo che – una volta laureato e anche durante il mio imprevisto dottorato all’Università Cattolica di Milano – mi presentavo con costanza alle lezioni del suo seminario su Come si fa ricerca storica. E ricordo il suo sorriso benevolo la prima lezione dopo che avevo discusso la tesi, in cui mi diceva che il dottor Barbierato aveva un’aria più dottorale.
Di certo sono il meno titolato a parlare di lui, qui, stasera. Non sono stato un suo laureando, e lo dico subito perché conta: la mia è la prospettiva di chi lo ha seguito in aula, più volte, e soprattutto nel già nominato seminario Come si fa ricerca storica. È una prospettiva meno “privilegiata” rispetto a quella di tanti altri che sono qui. Ma proprio per questo credo sia anche molto rappresentativa di un’esperienza collettiva. Perché Berengo, in quegli anni, non è stato importante soltanto per chi aveva con lui un rapporto diretto di tesi: lo è stato per chiunque attraversasse quel dipartimento. Come una presenza che dava forma a un’idea di storia, e anche a un’idea di università.
Vorrei provare a dirlo con un tono personale, perché per me quegli anni coincidono con il periodo migliore della mia vita. E non lo dico per nostalgia facile, o per mettere una cornice sentimentale a posteriori: lo dico perché la qualità di un tempo si misura anche da ciò che ti resta addosso, da quello che continua a lavorare in te. E Berengo, per me, ha continuato a lavorare a lungo. In un certo senso continua ancora adesso, ogni volta che mi trovo davanti a una fonte e mi chiedo: “che cosa posso davvero dire, e che cosa invece sto soltanto desiderando di dire?”. Lavora insieme a quello che era un gruppo che intorno a lui era riconoscibilissimo: Gigi Corazzol, Mario Infelise, Beppe Del Torre, Renzo Derosas, per parecchio tempo Giorgio Politi e tanti altri. E gli allievi di quel periodo. Una comunità e una presenza, quella di Marino, di cui anche chi stava al di fuori del “cerchio magico” percepiva la forza. Sarebbe interessante ripercorrere finalmente la storia del Dipartimento di Studi Storici di quegli anni, la straordinarietà di quel gruppo o di quei gruppi che riuscivano a fondersi. Anche il folklore che noi studenti percepivamo intorno a tutto questo: tipo i Berenghiani che in archivio sedevano sulla parte sinistra della sala studio e i Cozziani (allievi di Gaetano Cozzi) sulla destra.
Percepivamo tutti, però, l’idea di far parte di un ambiente straordinario, in cui competenze e capacità diverse si integravano. Certo non eravamo così ingenui da ignorare gli inevitabili contrasti che intuivamo ma non realizzavamo. Contrasti che oggi, in tutta sincerità, nella guerra per bande in cui si è trasformata la convivenza nei dipartimenti universitari, mi paiono un modo illuminato per amministrare la ricerca.
La prima cosa che mi viene in mente, quando penso a lui, è l’idea del fare storia come mestiere. Un mestiere artigianale. Non un’immagine romantica, ma una descrizione precisa: la storia come lavoro fatto di mani e di occhi, di pazienza e di ostinazione, di scelte minute e ripetute. Artigianale nel senso che non basta conoscere le parole giuste o le cornici giuste; bisogna imparare i gesti: come si legge, come si annota, come si controlla, come si torna indietro, come si ricomincia. E artigianale anche perché, come in ogni bottega seria, il risultato non dipende da una sola “idea geniale”, ma dall’accumulo di un’attenzione continua.
Questo modo di intendere la storia aveva una conseguenza molto concreta: la fatica non era un incidente di percorso, era parte del percorso. Non veniva nascosta, non veniva teatralizzata: era semplicemente riconosciuta. E allo stesso tempo, quella fatica non spegneva il piacere. Anzi, forse lo rendeva più netto. Berengo trasmetteva una cosa rara: l’idea che si potesse lavorare duramente senza perdere la gioia del lavoro. Che si potesse stare ore su un dettaglio, su una carta, su una contraddizione, senza sentirsi puniti, ma piuttosto coinvolti. Come se, dentro quella fatica, ci fosse qualcosa di bellissimo. E per uno studente, questo è decisivo: non perché ti illuda che sarà sempre facile, ma perché ti fa capire che vale la pena. Ma soprattutto ti faceva sentire parte di un gruppo. Appena laureato, mi chiese di dargli del tu. Io rimasi abbastanza di stucco e credo di non averlo mai fatto, ma lui mi spiegò che ormai ero laureato, non avevamo più un rapporto di dipendenza istituzionale e che soprattutto eravamo stati seduti vicini in Archivio e questo rendeva entrambi ricercatori.
Ricercatore io e ricercatore Marino Berengo. Figurarsi. Ma questo lo faceva con tutti, con sistematicità. E non so quanto ci fosse di condiscendenza in quell’avvicinarsi, ma sono sicuro che stare accanto ai giovani, educarli, sia stata una delle parti del lavoro che lui preferiva. Lo si vedeva dal modo in cui aggiustava gli occhiali per guardare i minuti appunti durante le lezioni, preparate con una meticolosità pazzesca. Lui teneva soprattutto il corso monografico, Renzo Derosas si occupava spesso della parte generale. Quasi tutti noi che ci eravamo iscritti in quegli anni arrivavamo a Storia o perché avevamo letto Il nome della rosa e allora ci fiondavamo su Medievale, o perché avevamo letto Il formaggio e i vermi e allora giù di Storia moderna, oppure prevaleva un prurito politico e allora Contemporanea. Banalizzo, ovviamente. Ma è per dire che il primo anno in cui io frequentai il corso annuale di Berengo il monografico era sui Parlamenti francesi del Settecento, mentre il secondo anno fu su Carlo V. Parecchio distanti da Ginzburg, Menocchi e Benandanti. Qualcuno rimaneva deluso. A me e a molti altri sembrava di respirare. C’era tutta la sensazione di una solidità quadrata in quei corsi. Esattamente quello di cui avevamo bisogno.
Perché un secondo punto, legato a questo, riguarda il rapporto con la teoria e con la metodologia. Berengo non era affatto “contro” la riflessione metodologica. Però la collocava in modo molto esigente: non come un campo autonomo dove rifugiarsi, ma come uno strumento. La metodologia serviva se aiutava a inquadrare un tema, a chiarire una domanda, a rendere più onesto un problema. Se diventava una speculazione che viveva di sé stessa, se diventava una lingua separata dal lavoro sulle fonti, allora perdeva interesse. Era una lezione di sobrietà, ma anche di responsabilità: prima di parlare, bisogna sapere su che cosa si sta parlando e di che cosa si sta parlando. Capite che per un diciottenne in piena fregola da cambiamento del mondo tutto questo era una salutare doccia di umiltà.
E qui arriva il terzo punto, che nel mio ricordo è quasi il centro di tutto: l’archivio. L’archivio come spazio di verifica. Non come luogo sacro, non come feticcio, non come certificato automatico di verità, ma come prova del nove. Lì la tua intelligenza deve misurarsi con i limiti reali: ciò che manca, ciò che è ambiguo, ciò che contraddice, ciò che non si lascia incasellare. Lì capisci che non puoi “decidere” il passato: puoi soltanto inseguirlo, avvicinarlo, ricostruirlo con prudenza, e accettare che la storia sia fatta anche di opacità. Ma proprio questa disciplina, paradossalmente, non riduce il passato: lo rende più vivo. Perché smetti di trattarlo come una superficie su cui proiettare idee, e cominci a incontrarlo come resistenza, come densità, come esperienza umana depositata in tracce imperfette.
Il seminario Come si fa ricerca storica, almeno per me, è stato il luogo in cui queste cose diventavano evidenti. Non era un seminario “teorico”, nel senso scolastico del termine. Era un seminario che ti metteva davanti al lavoro, e ti costringeva a guardarlo senza alibi. Non ti permetteva di cavartela con una formula brillante. Ti chiedeva di essere preciso. Di dire: questa cosa la so perché l’ho vista qui; quest’altra la suppongo, ma so che è una supposizione; quest’altra ancora non la posso dire, perché non ho gli strumenti per dirla. E questa, per uno studente, è una scuola formidabile: non solo ti insegna un metodo, ti insegna un’etica del discorso storico.
Il seminario era biennale. Io l’ho frequentato per cinque, ma fa lo stesso. Un anno era dedicato agli archivi e uno alle biblioteche. Nell’anno degli Archivi venivano prese in considerazioni fonti, smontate, ricostruite, dilaniate con un certo gusto edizioni poco ben fatte … Il risultato era che alla fine uno ne usciva avendo un’idea di cosa fosse lavorare su atti notarili, cronache, epistolari, fonti processuali, documenti diplomatici e così via. Perché Berengo dava la sensazione – e non era solo una sensazione – di essere pienamente a proprio agio con tutti questi. E su un arco cronologico amplissimo. Una parte del seminario sulle biblioteche se l’è portato via, malinconicamente, quel che in quegli anni cominciava ad accadere: la digitalizzazione, il web, gli opac e tutto quello che avrebbe cambiato per sempre il modo di accedere al mondo delle biblioteche. Ma fra i ricordi più vivi di quegli anni sono le ore passate a ricostruire bibliografie passando per i volumi del National Union Catalogue o dei registri dei volumi conservati alla Bibliothèque Nationale de France conservati in Marciana, altro luogo dove capitava di sedere accanto a Berengo e di incontrare il suo sguardo compiaciuto quando vedeva qualche studente esattamente nel luogo in cui avrebbe dovuto stare.
C’è poi un aspetto che, in un ricordo, mi sembra importante nominare apertamente: la sensazione di solidità che Berengo dava. Era rassicurante leggere e parlare con lui. Rassicurante non perché semplificasse, o perché chiudesse le domande. Al contrario: apriva domande, eccome. Ma lo faceva in un modo che ti faceva sentire che le domande non erano un precipizio. Che non stavamo giocando con parole vuote. Che la storia aveva consistenza. Che poteva essere un sapere capace di mostrare, di argomentare, di dare risposte, anche quando le risposte erano parziali, provvisorie, o scomode.
E questa solidità aveva un effetto quasi psicologico, oltre che intellettuale: ti faceva sentire che tra chi vive nel presente e chi ha vissuto nel passato non c’è soltanto distanza. C’è una possibilità di avvicinamento. Non per rendere il passato “uguale” a noi, non per addomesticarlo, ma per riconoscere che ci parla, che ci interroga, che ci costringe a riformulare anche noi stessi. In questo senso, per me, Berengo è stato anche un antidoto a due tentazioni opposte: da un lato l’idea che il passato sia un museo morto, dall’altro l’idea che il passato sia solo un pretesto per parlare del presente. Con lui la storia rimaneva storia, e proprio per questo era contemporanea: perché ti metteva in rapporto con esperienze umane reali, con conflitti, con scelte, con limiti, con possibilità.
Se oggi, a distanza di anni, mi chiedessi che cosa mi ha lasciato quell’esperienza, direi che mi ha lasciato una postura. Un modo di stare davanti alle fonti e davanti alle persone. Perché fare storia, in quel senso artigianale, significa anche allenarsi a una forma di rispetto: rispetto per la complessità, rispetto per la distanza, rispetto per ciò che non possiamo sapere, e anche rispetto per ciò che possiamo sapere, quando lo sappiamo bene. Significa imparare a non barare. A non riempire i vuoti con l’immaginazione. A non trasformare un’impressione in un fatto. A non confondere la brillantezza con la verità.
E allora, tornando all’inizio: io non sono stato suo laureando, ma sono stato uno studente che ha avuto la fortuna di incontrarlo nel momento in cui stava imparando non soltanto una disciplina, ma un modo di vivere quella disciplina. E per me, che quegli anni li ricordo come i migliori della mia vita, Berengo è parte di quella qualità. Non perché la vita universitaria fosse perfetta, o perché tutto fosse facile. Ma perché c’era una serietà che ti faceva crescere, e una serietà che non era cupa, non era intimidatoria: era una serietà che apriva.
Credo che questo sia, in fondo, il motivo per cui oggi siamo qui a parlarne: perché ha lasciato una traccia che non si limita ai suoi libri, ai suoi corsi, ai suoi titoli. Ha lasciato un modo di intendere la storia come qualcosa di solido e insieme inquieto: solido perché fondato sul lavoro e sulle fonti; inquieto perché capace di aprire domande vere. E ha lasciato, a tanti di noi, la sensazione che quel lavoro faticoso, se fatto bene, non è una rinuncia: è una forma di libertà.
Nota. Testo del discorso pronunciato il 16 dicembre 2025 in occasione dell’incontro pubblico «Il bellissimo mestiere degli studi storici»: Marino Berengo 25 anni dopo, che si è tenuto a Venezia, presso l’Ateneo Veneto. Federico Barbierato insegna Storia moderna presso l’università di Verona. Al pomeriggio in memoria di Berengo, morto nel 2000, sono intervenuti anche Michele Gottardi, Mario Infelise, Elena Bonora, Giorgio Busetto, Renzo Derosas, Giuseppe Saccà, Eurigio Tonetti. L’immagine di copertina è tratta dalla locandina che pubblicizzava l’incontro. Per un profilo di Marino Berengo, si veda la voce del Dizionario biografico degli italiani firmata da Carlo Capra (2018).
Sulla nascita del corso di laurea in Storia a Ca’ Foscari, promosso da Marino Berengo e Gaetano Cozzi, si veda Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2393-2435, in part. p. 2427 (il saggio è ora disponibile online).

Grazie, bellissima ricostruzione di uno stile inconfondibile di docenza, ma anche di un clima che si respirava a San Sebastiano attorno ai due giganti: Berengo e Cozzi (clima che ho condiviso da cozziana)
Grazie di cuore per questa profonda riflessione, che condivido “in toto”. Ho avuto la fortuna di averlo come relatore, io, una studentessa lavoratrice e madre di famiglia. Gli insegnamenti di Marino Berengo mi guidano ancora oggi, quando studio e mentre insegno ai miei studenti.