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Il castello inesistente

di Piero Brunello || Storiografia 08/01/2026

La ricerca di un “Castelvecchio” a Mestre, nel “buco nero” dell’ex Ospedale Umberto I. Storia, storiografia e marketing territoriale; uso pubblico dell’archeologia; invenzione di luoghi della memoria e di miti fondativi. Geografie dei luoghi perduti; riti per individuare il centro, fissare le periferie e delimitare i confini. Sullo sfondo il tramonto dell’idea di città metropolitana.

Negli ultimi vent’anni circa, a Mestre si riscopre l’esistenza di un “Castelvecchio”, che sarebbe esistito nell’area dell’ex ospedale Umberto I, negli ultimi anni al centro di discussioni sul suo futuro. Come e a opera di chi è avvenuta questa riscoperta? Quale immaginario urbano rivela? Che cosa ci dice sui soggetti autorizzati ad amministrare il patrimonio simbolico di Mestre? e sul ruolo delle associazioni storiche locali?

Dove si trova il ponte di Castelvecchio a Mestre (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

Nella prima parte mi soffermo sul libro di Bonaventura Barcella (1839), preso a punto di riferimento dell’erudizione municipale negli anni Sessanta del Novecento. La seconda parte è un excursus dei discorsi e delle proposte urbane attorno al Castelvecchio dal 1950 a tutti gli anni Novanta del Novecento, quando quello che fino ad allora veniva chiamato “castello” viene definito “Castelnuovo”. Nella terza parte seguo affabulazioni e riti cittadini attorno al Castelvecchio dal 2000 a oggi. Chi vuole sapere cosa ne penso, può andare alle Conclusioni. Il piccolo cappello che introduce ciascuna delle tre parti dà un’idea del loro contenuto a chi vuole andare più veloce.

Parte I. Il castello di Bonaventura Barcella (1839). Quando le mura, non più esistenti, erano un confine mentale, in piazza Barche viveva “la schiuma del popolaccio”, e la frazione di Carpenedo voleva diventare comune autonomo

1. Il primo a scrivere una storia di Mestre fu Bonaventura Barcella, che nel 1839 pubblicò le Notizie storiche del castello di Mestre[1]. Stando a questo libro, le parti originariamente costitutive della città erano due: il castello, cioè il nucleo urbano cinto da mura e da torri sulle anse del Marzenego (oggi è visibile solo la Torre dell’Orologio), e il Borgo di San Lorenzo appena fuori le mura, con la piazza e il duomo. Barcella intendeva fare la storia del primo nucleo, che fin dal titolo chiamava “castello di Mestre” (nella mappa che lo ricostruisce nel suo assetto originario viene però detto “Antico castello di Mestre”).

Ai tempi di Barcella, quasi tutte le mura del “castello” erano state abbattute, e delle torri rimanevano in piedi Torre Belfredo e la Torre dell’Orologio. Tuttavia, per quanto largamente scomparse, le mura stabilivano ancora un dentro e un fuori. Nelle sue memorie sul Quarantotto, monsignor Renier arciprete del duomo di San Lorenzo, scrisse per esempio che per salvarsi dalle bombe scagliate da Forte Marghera contro gli Austriaci accampati a Mestre, molti abitanti si spostarono nei borghi vicini, e “appena quattro o cinquecento dormivano la notte entro la cerchia del castello”[2].

I notabili della città, a cominciare da quelli che sottoscrissero la pubblicazione del libro di Barcella rendendone possibile la stampa, potevano senz’altro riconoscersi nella storia del castello, anche se abitavano fuori delle vecchie mura, in piazza Maggiore, alla Rosa o ai Sabbioni vicino a Villa Querini. Ma si poteva dire altrettanto dei popolani, di quelli delle Barche per esempio?

Se monsignor Renier pensava alle Barche, pensava alla “schiuma del popolaccio” che nei primi giorni del Quarantotto era pronta a mettere in pratica quello che lui chiamava “la legge del comunismo”, e cioè “migliorar condizione, godere a buon mercato, vivere a spese dei ricchi”[3]. Che cosa poteva dunque significare per quei popolani un castello che stabiliva una gerarchia tra chi stava dentro (in alto) e chi stava fuori (in basso)?

Il racconto delle origini cittadine voleva affermare un segno di distinzione del borgo murato nei confronti di chi viveva fuori, ma allo stesso tempo era volto a creare e rafforzare legami clientelari tra notabili e popolo in nome di un comune blasone municipale (il castello di Mestre), rafforzando un “noi” rispetto non solo ai borghi di terraferma ma anche a Venezia. Penso agli scontri tra popolani mestrini e veneziani di cui parla monsignor Renier nel Quarantotto, e di cui era rimasta traccia, ancora a memoria mia, nella rivalità tra “barcari mestrini” e “gondolieri veneziani” nel corso delle regate, in primo luogo quella che si svolgeva sul canal Salso a Mestre[4].

Fino a che punto il simbolo del castello si sarà diffuso nelle classi popolari oltre le vecchie mura urbane? Di certo il racconto proposto da Barcella, elaborato nel centro di Mestre, si fermava ai confini non dico di Zelarino e di Favaro, ma perfino di Carpenedo, all’epoca frazione del Comune, che nella primavera del 1848 rivendicò l’autonomia.

2. Nei primi decenni dell’Ottocento esisteva a Mestre una stradina di campagna, detta trozo de Castelvecchio, che passando il Marzenego per un ponte (il ponte di Castelvecchio) portava a un’area con un edificio rurale, campi coltivati, prati e vigneti, e di lì in piazza, passando all’esterno dei resti delle mura. Quel ponte c’è ancora. Entrate nei piccoli giardini da via Einaudi, in centro città, in fianco a via Castelvecchio che è una stradina chiusa: dirigetevi verso la recinzione di fronte a voi, e vedrete il ponte al di là della rete.

Il ponte di Castelvecchio oggi (foto Piero Brunello, dicembre 2025)

Che cos’era dunque – se mai era esistito – quel castello di cui la toponomastica aveva conservato memoria? Secondo le notizie raccolte da Barcella, Francesco da Carrara nel 1380 aveva preteso dai veneziani la cessione sia di un castello “nuovo” di Mestre sia di quello “vecchio” (segno che all’epoca ne esisteva uno); nel 1455 il governo veneziano aveva concesso ai canonici di San Salvador di Venezia “gli avvanzi”, cioè i resti “dell’Antico Castello di Mestre”; nel 1752 i canonici di San Salvador avevano ricostruito in pietra un ponte che essi stessi avevano costruito in legno nel passato, come testimoniava un’iscrizione in marmo di una chiesa ancora visibile nei primi decenni dell’Ottocento. Bene – concludeva Barcella –, in quel luogo, dove passava via Castelvecchio, era esistito un “antico” o “vecchio” castello[5].

I siti originari di Mestre (su rotolo di pergamena) per Bonaventura Barcella
(elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

Parte II. La riscoperta del Castello dopo il 1950, quando Mestre, pur mantenendo lo stesso nome, diventa un’altra città; a fine secolo i castelli diventano due: accanto al “Castelvecchio”, il “Castelnuovo”

1. Una ripresa dell’interesse per le origini di Mestre avvenne dopo il 1950, prima con i lavori di Giuseppe Urbani de Gheltof[6], e poi con le iniziative e le ricerche del Centro Studi Storici di Mestre, che nel 1966 fece ristampare in anastatica il libro di Barcella[7].

Tra il 1950 e il 1975 la popolazione di Mestre raddoppiò, passando da circa 100mila abitanti a 200mila. Rispetto agli anni in cui era vissuto Barcella, Mestre manteneva lo stesso nome ma era diventata un’altra città. In particolare, rispetto a un secolo prima, via del Castelvecchio continuava a esistere (esiste tuttora), ma l’area aveva cambiato completamente aspetto dopo che nel 1906 vi era sorto l’ospedale Umberto I che, via via ampliato, sarebbe rimasto in attività fino al 2008.

Frutto di questo interesse per le origini della città fu il convegno “Il castello di Mestre nella Storia della Repubblica di Venezia”, promosso dal Centro Storici di Mestre nel 1969. Nella sua relazione su quello che chiamava “il primo castello di Mestre”, Gabriele Rossi-Osmida presentò alcuni documenti nuovi sul ponte di Castelvecchio. Quando i canonici di San Salvador ottennero l’area (tutta disabitata), le donne andavano a lavare i panni vicino alle rovine della porta principale del castello. I canonici cacciarono le donne, e in quel punto nel 1469 costruirono un ponte in legno, che poi ricostruirono in muratura nel 1752 secondo l’attestazione di Barcella[8].

Ora, benché si sapesse che nell’area dove si trovava l’Ospedale Umberto I un tempo doveva essere esistito il primitivo castello di Mestre, il luogo era considerato estraneo ai siti costitutivi di Mestre, che continuavano a essere gli stessi individuati da Barcella: il castello con la Torre dell’Orologio, il borgo di San Lorenzo, e il tratto di Marzenego di pertinenza di Mestre[9]. E chi viveva nei pressi del ponte di Castelvecchio non coltivava la memoria di un castello, e semmai lo pensava come un luogo romantico adatto a incontri tra innamorati[10].

2. Tra il 1990 e il 1991 uscirono due studi che riflettevano due differenti immagini dell’area originaria del centro di Mestre.

a) In un libro pubblicato nel 1990 con il Centro Studi Storici di Mestre, Marco Sbrogiò parla di due castelli. È vero che il primitivo castello andò distrutto nel 1274 (per altri fu nel 1273) a causa di un incendio e si cominciò a realizzarne un altro poco discosto, ma per un certo periodo i due castelli rimasero compresenti. Se il primo castello continuava a essere il “Castelvecchio”, l’altro, che fino allora era conosciuto come “Castello di Mestre” (o “Antico Castello di Mestre” come scrive Barcella nella didascalia della mappa), venne chiamato “Castelnuovo”[11]. Inoltre Sbrogiò inseriva tra i resti tuttora esistenti del Castelvecchio anche il ponte, che conserva “la foggia muraria realizzata nel XIV secolo”[12].

I due castelli (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

b) Nel 1991 uscì il saggio più approfondito sul tema, di Wladimiro Dorigo, intitolato Mestre medievale (nel frattempo era uscita la ricerca di Adriana Gusso, basata su fonti d’archivio)[13].

Per prima cosa, non si poteva parlare di due castelli. Le origini del castrum vetus risalivano al 1095, mentre la prima volta che in un documento compare il burgus (borgo) di Mestre è in un documento del 1207: era un borgo che a mano a mano venne recintato da mura, non un castello, ma la “mutazione semantica” si ha in un documento dei primi del Quattrocento e da allora viene ripetuta[14].

Nei primi decenni del Quattrocento il sito occupato dal castrum vetus era paludoso, disabitato e colpito dalla malaria; poi arrivarono i canonici di San Salvador. Ci sono resti del sito? No. Solo qualcosa è stato conservato nella “casa delle suore”, incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale civile di Mestre, e cioè le colonne e capitelli provenienti “quasi certamente” da “qualcuna delle residue costruzioni del castrum”[15]. Del ponte Dorigo non fa menzione, perché lo ritiene un manufatto che non fa sicuramente parte della Mestre medievale.

I siti archeologici individuati da Wladimiro Dorigo (elaborazione grafica di Francesco Bortolini)

3. Nel 1998 Franca Cosmai delineò un’accurata storia della formazione di Mestre basata sui documenti conosciuti, sulla scorta degli studi fin lì usciti e in particolare del saggio di Wladimiro Dorigo[16]. Da allora, sempre che non mi sia sfuggito, non sono emerse ulteriori conoscenze documentarie[17].

Nel discorso pubblico invece, che è quello che qui ci interessa, si continuò a usare la tripartizione già proposta da Barcella (il Castello, il Borgo di San Lorenzo e il tratto mestrino del Marzenego), con l’aggiunta del Castelvecchio, che obbligava, come abbiamo visto, a cambiare il nome del Castello, chiamandolo Castelnuovo. Il suggerimento di Dorigo – di partire dai luoghi (erano cinque) dove erano stati rinvenuti effettivamente dei reperti – venne così lasciato cadere[18]. Allo stesso modo venne ignorata la sua proposta di parlare di borgo murato e non di castello, mentre il suo appello a salvaguardare i capitelli e le colonne medievali conservati nella “casa delle suore” sembrò avere raggiunto il suo scopo quando nel 2008 l’edificio fu tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali[19].

4. Ancora negli anni Novanta del Novecento, pur riconoscendo avere “una certa fondatezza l’ipotesi che […] all’incirca dove si trova l’Ospedale civile, esistesse un altro più antico castello ritenuto questo costruito sulle rovine di un caposaldo romano distrutto da Attila”[20], Luigi Brunello rimaneva legato alla configurazione per così dire tripartita dei siti originari di Mestre proposta da Barcella (Castello, Borgo di San Lorenzo, tratto mestrino del Marzenego)[21]. Ripubblicando infatti la mappa del castello proposta da Barcella, quello con la Torre dell’orologio, Brunello usa la stessa espressione, e cioè “Antico Castello di Mestre”[22].

Negli stessi anni tuttavia altri studiosi, legati anch’essi al Centro Studi Storici di Mestre, adottarono l’immagine dei due castelli originari, e si concentrarono sul Castelvecchio. Quali tracce erano rimaste? Non più solo la toponomastica (via Castelvecchio), ma anche il ponte sul Marzenego, che da manufatto al massimo settecentesco (per quanto in seguito rimaneggiato) divenne se non un reperto del Castelvecchio, di sicuro un elemento che lo ricordava[23].

Parte III. Il castello inesistente diventa un luogo della memoria; l’ex ospedale Umberto I da luogo di ricordi diventa spazio progettuale; le associazioni storiche si trasformano in custodi della memoria civica. Riti cittadini e marketing territoriale. Usi pubblici dell’archeologia

L’elemento che catalizzò l’attenzione sul Castelvecchio fu la chiusura dell’Ospedale Umberto I nel 2008 e l’abbandono dell’area, con una parte sterrata adibita a parcheggio. Da allora lo spostamento dello sguardo sul Castelvecchio ha coinvolto sempre più associazioni civiche, ambientaliste e di storia.

Gruppi di persone a piedi o in bicicletta sostano davanti al ponte, dove si tengono discorsi e lezioni[24]; si promuovono convegni sui due castelli di Mestre; le proteste per lo stato di abbandono in cui versa quello che viene chiamato il “buco nero” della città, e per la perdita di uno spazio pubblico a favore di interessi privati, fanno appello al recupero del patrimonio sia storico sia ambientale[25]; il sito, che passa dalla storia alla memoria, diventa “luogo della memoria”[26], chiama in causa la “identità cittadina” e le “radici”[27], “aiuta a valorizzare un bene comune”[28].

Ora – lasciando perdere le vicende dell’area[29] –, se c’è un luogo della memoria in una città, quello è un ospedale, o l’area dove sorgeva, con i reparti, il Pronto soccorso e l’obitorio che suscitano ricordi così intensi e sentimenti così profondi, almeno per chi ha una certa età; e davanti a quei padiglioni, o al luogo in cui sorgevano, ci ritroviamo e ricordiamo, che cosa? la perdita di un castello.

E come si chiamerà, se mai andrà in porto, l’insieme di torri residenziali e spazi commerciali progettati nell’area dell’ex ospedale? “Castelvecchio, la porta verde della città”[30].

Conclusioni

Non mi occuperò di quello che lo storico Marc Bloch chiamava “l’idolo delle origini”. Se la ricerca delle origini piace così tanto a chi fa storia, dopo che Bloch ci ha spiegato che è un ostacolo alla comprensione del passato, vuol dire che alla base di questo interesse ci sono motivi che non hanno niente a che vedere con la pratica della ricerca storica. Quali?

Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando, sulle orme di Bonaventura Barcella, vengono riprese le ricerche sul castello, a Mestre ci si era comportati e ci si comportava come se la città fosse priva di luoghi storici da preservare; la città si allargava “come campagna rosicchiata”, a volte “sbranata”[31]; e chi abitava in uno dei nuovi quartieri o in uno degli ex comuni, quando andava al centro, per esempio per fare un giro a Coin o in piazza Ferretto, diceva di andare a Mestre.

È ovvio, scriveva nel 1996 Vitaliano Freguglia nella rivista “Altrochemestre”, “che le vestigia di un paese di 5000 abitanti non possono reggere come centro storico per una città di duecentomila e passa”[32]. E invece avvenne proprio così, e cioè che venne proposto come origine e simbolo della città di duecentomila abitanti un “castello” che già un secolo prima faceva fatica a essere accettato come blasone alle Barche o a Carpenedo, quando il comune di Mestre era un piccolo borgo di poche migliaia di abitanti.

Un castello nel centro e alle origini della città svolgeva più funzioni: rivendicava l’esistenza fino ad allora misconosciuta di un centro storico anche a Mestre; immaginava una città fatta di un centro antico circondata da periferie prive di storia, rifiutando cioè l’idea di una città-collage di più centri storici, tutti degni di attenzione; faceva sembrare Mestre simile a una delle tante città venete con piazza, mura e castello; e infine cercava di fissare e disciplinare dei confini mentali che in realtà erano mobili e definiti dal contesto dell’interazione sociale (“sto a Marghera ma sono di Venezia”, “sto alla Cipressina” e così via) [33]. In altre parole, immaginare che una città operaia fosse cresciuta attorno a un castello con le sue mura e le sue torri, esprimeva il rifiuto, o almeno la difficoltà, ad accettare una realtà urbana policentrica e metropolitana.

Ma perché dai discorsi attorno a un “castello” di cui almeno è rimasta in piedi una bella torre, quella dell’Orologio, si passa ai discorsi attorno a un castello che non ha lasciato tracce, e che a metà Quattrocento era già scomparso da un pezzo?

La storiografia mestrina nasce con un senso d’inferiorità nei confronti di Venezia, a cui risponde rivendicando un passato cittadino altrettanto nobile e antico, e un posto di tutto rispetto prima nella storia della Serenissima e poi di quella nazionale[34]. Certo, è sempre corso sotterraneamente un rimpianto per l’autonomia comunale perduta, per la Mestre com’era, e per le bellezze di cui la città è stata privata. Solo così si può spiegare perché l’ironica “Versailles in piccolo” di Pantalon dei Bisognosi si sia trasformata nell’ammirazione per la “piccola Versailles” attribuita a Carlo Goldoni[35].

Tuttavia a partire dagli inizi del Duemila la storiografia cittadina è stata sempre più improntata al rimpianto per i luoghi perduti, quali l’Antica Posta nella piazza Barche dipinta da Canaletto, il Parco Ponci quando aveva un laghetto e uno chalet, il teatro Balbi degno appunto di Versailles, la peschiera di una Villa Giustinian i cui resti archeologici si trovano sotto gli ex giardini di via Pio X, il Marzenego prima di essere tombato, la Torre di Belfredo distrutta nel 1876. A fine Novecento le geografie dell’assenza, o meglio della perdita, hanno incluso il Castelvecchio.

Wladimiro Dorigo ha mostrato come la “casa delle suore” contenga “i più antichi monumenti di plastica architettonica conservati e visibili in Mestre”[36]: da allora ci sono molte richieste volte al recupero dell’edificio. Eppure la “casa delle suore” non è meta di riti collettivi, che si svolgono invece davanti a un ponte in cattivo stato che evoca un castello perduto di cui non ha mai fatto parte. (Si dirà che la “casa delle suore” si trova in un’area interdetta: ma anche il ponte del Castelvecchio lo si vede al di qua di una rete di recinzione. E poi, volendo, tracce della città tardo medievale non sarebbero difficili da trovare, ricercando per esempio la presenza ebraica a Mestre, ben documentata[37]).

Difficile dire perché da circa vent’anni Mestre sente il bisogno di un castello, anzi di due, entrambi inesistenti: che sia un modo per presidiare simbolicamente (e materialmente, se pensiamo ai valori immobiliari) il centro che si sta rimpicciolendo in seguito alla percezione dell’avanzata del “degrado” dal corso del Popolo e da via Piave in direzione di piazza Ferretto?

Concludo. La vicenda del Castelvecchio mi sembra avere una certa assonanza con “la piccola Versailles”: un castello perduto, una reggia scomparsa. A mio parere nessuno dei due simboli, che organizzano i luoghi secondo una gerarchia sociale e spaziale, si presta a rappresentare una città metropolitana. È su questo che si dovrebbe discutere, tenendo conto che nelle città convivono immagini diverse, e che ogni generazione ne ha una propria. Proposte per riflettere sulle auto-rappresentazioni in cui Mestre si è messa e potrebbe mettersi in scena non sono mancate: semmai potremmo interrogarci sui motivi del loro fallimento. Ho sotto gli occhi un testo collettivo a proposito di un futuro museo cittadino, pubblicato nella rivista “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, che nel 1996 proponeva di vedere la città “come il museo di sé stessa”, in cui “mestrini, margherini, veneziani”, trovano “pezzi della loro storia”, e in cui “chi arriva qui per un viaggio” e “persone di altre città” ripercorrono “alcuni eventi comuni” o scoprono “differenti soluzioni ai problemi”[38]. Penso anche all’immaginario metropolitano che prendeva vita a fine Novecento nello stadio Penzo attorno alle vicende dell’Unione/VeneziaMestre[39]. Di sicuro il ponte del Castelvecchio potrebbe raccontare tante storie importanti avvenute quando apparentemente non succede niente di storico (per esempio gli incontri degli innamorati che ho già ricordato); ma se proprio volessimo individuare un episodio che consideriamo storico, io sceglierei il momento in cui i frati di San Salvador cacciano le donne che andavano a lavare i panni e in quel punto costruiscono un ponte: simbolico quanto basta per rappresentare la fondazione di una città, no? E non lo dico perché i frati erano veneziani e le lavandaie di Mestre… L’immaginario urbano è un luogo di conflitto in cui si elabora il futuro di una città.

Nota. Si ringrazia Francesco Bortolini per l’amichevole collaborazione. L’immagine di copertina è stata creata dalla redazione con ChatGPT.


[1] Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio. Opera divisa in tre parti. Volume I, Parte I, Angelo Pozzi Tipografo ed Editore, Venezia 1839. Non che mancassero precedenti esempi di erudizione municipale mestrina, ma Barcella fu il primo a progettare un’opera, rimasta incompiuta, che andava dalla fondazione di Mestre ai suoi giorni. Barcella era segretario comunale a Mestre, allora appartenente al Lombardo Veneto soggetto a Vienna, in Lia Sbriziolo,Le Confraternite veneziane di devozione: saggio bibliografico e premesse storiografiche (dal particolare esame dello Statuto della scuola mestrina di San Rocco), Herder, Roma 1968, p. 16n.

[2] Giovanni Renier, La Cronaca di Mestre degli anni 1848 e 49 e saggio di altri scritti inediti, Treviso 1896, pp. 134-135; la cronaca è stata ripubblicata dal Centro Studi Storici di Mestre, a cura di Luigi Brunello, Mestre 1982.

[3] Ivi, p. 20.

[4] Testimonianza di Bepi Osei (Campaltin) in Regate e Regatanti a Mestre [2019], a cura di Giorgio e Maurizio Crovato, online. Vedi Fabio Brusò, Piazza Barche:Mestre 1846-1932, Cierre, Sommacampagna (VR) 2000, pp. 17, 149-159; di “razza delle Barche” parlava Mario Brusò, nato alle Barche nel 1925, parlando con il figlio Fabio (p. 17): espressione scherzosa, ma sappiamo quanto i rapporti di scherzo ci dicano sempre qualcosa di serio.

[5] Barcella, Notizie storiche cit., pp. 94, 103-104, 123-4, 152.

[6] In un articolo uscito nel Gazzettino del Lunedì il 4 agosto 1954, Giuseppe Urbani de Gheltof, pittore, architetto e cultore di storia cittadina, richiamava l’attenzione su possibili resti archeologici nel sito; le notizie a sua disposizione non andavano però più in là di quelle notizie fornite da Barcella (Adibiti a cantina i ruderi del castello, “Il Gazzettino del Lunedì”, 9 agosto 1954; non ho visto l’originale, cito da Nicoletta Consentino, Un museo per Mestre: storia di un’idea,Centro Studi Storici di Mestre, Mestre s.d.).

[7] Si veda la prima serie dei “Quaderni di studi e notizie” pubblicati dal Centro Studi Storici di Mestre (numeri 1-15, dal 1962 a 1971); la ristampa anastatica, con una presentazione di Luigi Brunello, fu pubblicata nel 1966.

[8] Gabriele Rossi-Osmida, Il primo castello di Mestre, in Centro di studi storici, Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia, atti del convegno (6-7 dicembre 1969), Quaderno di studi e notizie 13, Mestre 1971, pp. 17-22 (il saggio alle pp. 9-27).

[9] Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, Brunello accenna sì all’esistenza del Castelvecchio nell’area dell’Ospedale Umberto I, ma poi si sofferma a descrivere nei dettagli il castello (torri, strade, resti di mura): “un castello nel vero senso della parola”, “cinto da fossati”.

[10] Angelo Milanesi, Ritorno a Mestre, in Ritorno a Mestre, Edizioni Altino, Mestre s.d. [dopo 1979]; l’Autore, per molti anni impiegato e poi funzionario della Cassa di Risparmio, nato a Mestre nel 1910, vi muore nel 1979.

[11] Barcella, Notizie storiche cit., parla una volta de “il nuovo Castello” (p. 22), e un’altra de “il Castello nuovo” (p. 103), per distinguerlo da quello esistito precedentemente, ma non usa mai il termine “Castelnuovo” per definire “il castello”.

[12] Marco Sbrogiò, I castelli di Mestre e l’antica struttura urbana, Centro Studi Storici di Mestre. Mestre 1990. pp. 17-18.

[13] Wladimiro Dorigo, Mestre medievale, “Venezia Arti. Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell’Università di Venezia”, 1991, pp. 9-28, ripubblicato in Centro studi storici di Mestre, Storia di Mestre. Atti della Scuola Seminario, a cura di Roberto Stevanato, Centro Culturale Villa Pozzi, Mestre 1999, pp. 19-41; il libro di Adriana Gusso è Mestre: le radici identità di una città (sul Castelvecchio vedi il capitolo Mestre roccaforte).

[14] Già in un documento del 1408 quello che era stato il burgus de Mestre cominciò a essere detto il “castrum novum de Mestre”, e questa “mutazione semantica”, conclude Dorigo, ha ingannato “tutti gli studiosi fin qui”, che hanno sempre scambiato un borgo per un castello (Dorigo, Mestre medievale cit., p. 24).

[15] Ivi, pp. 16-17.

[16] Il contributo di Franca Cosmai è in Mestre la storia, le fonti, a cura di Sergio Barizza, CD-ROM, Comune di Venezia Archivio storico comunale 1998.

[17] Secondo Valeria Ardizzon, che con Pina Colautti ha seguito per conto della Soprintendenza dal 1992 al 2013 gli interventi archeologici a Mestre, non si sono mai rinvenuti reperti nell’area del Castelvecchio, a sua conoscenza neanche dopo il 2013, vedi intervento nel convegno “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Convegno di studio 13-14 maggio 2023, video disponibile su youtube.

[18] I siti individuati sono: il Castrum (Castelvecchio), il Burgus (“castello di Mestre”), il Portus (porto fluviale attaccato al Castrum), il Burgus Sancti Laurentii con la Plebs (il Borgo di San Lorenzo con l’attuale Duomo), e infine il Burgus Hospitalis (appena fuori la Torre di Belfredo in direzione dei Quattro Cantoni).

[19] Claudio Pasqual, L’ospedale Umberto I, 1906-2008 [2013], in Id., Note mestrine. Cose viste, interventi, ricerche, storiAmestre, Mestre 2022, pp. 177-187.

[20] Brunello, Storia ragionata cit., p. 49.

[21] “In tempi lontani Mestre era individuata da un castello, un borgo e un porto” (Mestre come eravamo. Testi di Carlo della Corte, Cenni storici di Luigi Brunello, Banca del Friuli, Udine 1988, p 27); vedi anche Luigi Brunello, Mestre il porto il castello, Tipografia Trentin, Mestre 1991; Id., Storia ragionata della città di Mestre, A.D.G.S.a.s, Venezia 1994.

[22] Luigi Brunello, Mestre il porto cit., tra p. 18 e p. 19.

[23] Giorgio Zoccoletto, dando notizia di aver intrapreso una ricerca “sulle vicende della primitiva struttura fortificata di Mestre”, ricordava “alcune tracce” rimaste, e cioè “il nome della strada campestre d’accesso (via Castelvecchio appunto), il ponte sul Marzenego, la chiesa interna (rifatta sulla primitiva) ed altri frammenti inseriti nei fabbricati attigui” (Giorgio Zoccoletto, Il priorato di Mestre eletto in abbazia, Accademia Altinate in Mestre, Mestre s.d. [1993?], nella nota di presentazione). Nel 1999 gli Atti della Atti della Scuola Seminario promossa dal Centro studi storici inclusero il saggio di Marco Sbrogiò, in Storia di Mestre cit., pp. 57-68.

[24] Lezione di storia sul Ponte di Castelvecchio, “Il Gazzettino”, 1 giugno 2015, dove si legge che il ponte risale all’XI secolo, senz’altro un refuso; si veda la biciclettata “ABC-Mestre in bici – Storia di una grande città”, 13 settembre 2025, video disponibile su youtube.

[25] Le iniziative sono promosse dal Comitato Ex Umberto I Bene Comune.

[26] Così Stefano Sorteni nell’incontro “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Convegno di studio 13-14 maggio 2023, video disponibile su youtube.

[27] Vedi l’intervista a Roberto Stevanato, in La voce della città metropolitana, 4 marzo 2024, disponibile online.

[28] Mail mandata dal direttivo di sAm, 5 maggio 2023, con invito a socie e soci (ma con un indirizzario più ampio) a partecipare al citato Convegno “Castelvecchio e Castelnuovo: la memoria storica di Mestre”, Centro Culturale Candiani, Mestre, 14 maggio 2023.

[29] Non è compito di questo scritto seguire le vicende dell’area; per gli ultimi sviluppi vedi Fulvio Fenzo, Ex ospedale Umberto I, battaglia sull’impatto ambientale: si comincia a vedere la ‘fine’ del lungo cammino del piano di recupero, “Il Gazzettino”, 24 dicembre 2025.

[30] Alì presenta il progetto per l’Ex Umberto I a Mestre: investimento da 150 milioni di euro, “Gente veneta”, 5 luglio 2025; una versione precedente del progetto in Carlo di Gennaro, Alì presenta il progetto all’ex ospedale Umberto I di Mestre, ecco come sarà: nuovi edifici residenziali, supermercato e aree verdi, “Venezia Today”, 5 luglio 2024. Segnalo un progetto alternativo, presentato da Gianfranco Vecchiato in un convegno a Santa Maria delle Grazie, a Mestre, il 16 novembre 2023, video disponibile su youtube.

[31] Vitaliano Freguglia, Dopo il terzo numero, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 4, 1996, p. 48.

[32] Ibidem.

[33] Piero Brunello, Dubbi sull’esistenza di Mestre [1990], in Id., Dubbi sull’esistenza di Mestre. Esercizi di storia urbana, postfazione di Matteo Melchiorre, Cierre, Sommacampagna (VR) 2023, pp. 31-46; Luca Pes, Gli ultimi quarant’anni, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, t. 3, Il Novecento, a cura di Mario Isnenghi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, pp. 2393-2435, ora disponibile online.

[34] Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre, atti del convegno (Mestre 25-27 marzo 1988), Presentazione di Domenico Canciani, Arsenale, Venezia 1990, pp. 13-22.

[35] Piero Brunello, Mestre: “una piccola Versailles”, altrochemestre.it, 19 novembre 2025 https://altrochemestre.it/2025/11/19/mestre-una-piccola-versailles/.

[36] Dorigo, Mestre medievale cit., p. 28.

[37] Reinhold Mueller, Banchi ebraici tra Mestre e Venezia nel tardo medioevo [2010], in Id., Venezia nel tardo Medioevo. Economia e società, a cura di Luca Molà, Michael Knapton, LucianoPezzolo, Viella, Roma 2021, pp. 367-393; Renata Segre, Preludio al ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i dogi (1250-1516), Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2021 (disponibile online).

[38] Associazione storiAmestre, Musei, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 4, pp. 56-57 (nella nota al testo gli autori e le autrici, e l’occasione della scrittura).

[39] Filippo Benfante, Piero Brunello, Lettere dalla curva sud. Venezia 1998-2000, Odradek, Roma 2001.

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