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Fantastorie per archivisti

di Ennio Sbalchiero || Cahiers de doléance 24/11/2025

Risposte a crocette per concludere un corso di formazione per archivista previsto dal Ministero della Cultura. “Lifelong learning” e “badge” da ottenere; diventare “cantastorie” per “comunità patrimoniali”; mescolare invenzioni verosimili a documenti autentici. Lettera di Ennio Sbalchiero.

Cara Altrochemestre,

mi scrive un amico che per motivi di riservatezza – e cioè il mutuo da pagare – intende restare anonimo, e tacere il giusto. Ma tacere tutto, dice il mio amico, quello, non si può.

Dice il mio amico: mettiamo il caso che qualcuno, complice la pandemia, si sia accorto che questa faccenda del fare la formazione a distanza – che si dice essere in DAD per le scuole dell’obbligo, fare l’e-learning per le università e, appunto, fare la formazione a distanza per la gente che lavora – mettiamo il caso, dicevo, che qualcuno, poniamo un Ministero, si sia accorto che questa faccenda del fare la formazione a distanza apra possibilità enormi di risparmiare, e cioè spostare da un’altra parte, un sacco di soldi.

Poniamo cioè che questo Ministero abbia l’obbligo di fornire un tot di ore di formazione a ciascuno dei suoi impiegati sparsi in cento e passa capoluoghi di provincia.

Nel momento in cui questo Ministero capisce che con un po’ di video e power point risolve il problema di organizzare tot ore di corsi evitando di rimborsare viaggi, pasti e straordinari a docenti e discenti, basta che peschi un po’ di fondi dal pienneerreerre, e metta su una piattaforma online.

Poi scrive due righe di circolare per dire agli impiegati che la formazione è obbligatoria.

Obbligataria e ineludibile. Perché se vogliamo, come vogliamo e ci chiede l’Europa, perseguire l’efficienza della pubblica amministrazione allora dobbiamo garantire strumenti di lifelong learning: fine pena mai.

Messa su la piattaforma online con relativo, ponderosissimo, catalogo dei corsi, sta all’impiegato sceglierli, sorbirsi i video e, una volta superato un quiz a crocette, che si dice test finale di certificazione delle competenze (skills) acquisite, caricare su quell’altra piattaforma online il certificato con scritto che ha superato il test, che si dice badge, e segnare le ore in conto formazione.

L’amico mio, sapendo di dover sottostare all’obbligo, ha attrezzato il computer dell’ufficio con due schermi: su uno lavora, sull’altro lascia scorrere i video, preme “avanti” quando c’è scritto di premere “avanti”, arriva alla fine dei video e alla fine dei video fa i quiz. I quiz sono tipo quelli dell’esame della patente, a crocette. A volte gli vengono giusti al primo colpo, a volte al secondo, ma non è un problema: i tentativi a disposizione per ripetere il test e conseguire il badge, sono pressoché infiniti.

Come sceglie gli argomenti dei corsi da seguire? A caso.

L’altro giorno – è un po’ alle strette gli mancano 12 ore di corsi da certificare in conto formazione entro dicembre – questo mio amico ne ha scelto uno dal titolo: Digital Storytelling partecipativo: come coinvolgere le comunità patrimoniali.

Questo mio amico non ha saputo bene dirmi di cosa parla il corso perché l’ha seguito intanto che stava lavorando su quell’altro schermo. Si ricorda solo, vagamente, che hanno spiegato che ci sono le app culturali che si possono vedere sul telefonino; che è importante mettere tante figure; che col digital storytelling partecipativo gli utenti diventano protagonisti attivi della Storia, cittadini e non semplici fruitori; che i ragazzi delle scuole: lezione frontale brutto, e linguaggio appropriato e scientifico poi si annoiano; che bisogna sempre preferire l’articolo determinativo all’articolo indeterminativo ma non ha capito perché e, insomma, cose così.

L’unica cosa che questo mio amico ricorda è che il corso dura un’ora ed è strutturato a mo’ di gioco di ruolo. Ci sono quattro isole: isola dell’inverno, isola dell’autunno, isola della primavera e isola dell’estate. Ogni isola ha un test intermedio. A ogni test superato si scala il cursus honorum che da Principiante mena a Cantastorie in erba e da Cantastorie in erba a Alchimista delle parole.Per raggiungere il grado massimo di Digital Storyteller TOP!, e il relativo badge da caricare nell’apposita piattaforma per certificare le ore in conto formazione, bisogna affrontare l’ultima isola, l’isola del Mistero, e superare l’ultimo quiz.

L’ultimo quiz consta di 6 domande, per essere promossi bisogna fare 6 su 6. Una domanda era: “In un progetto di storytelling partecipativo orientato alla costruzione di uno specifico personaggio storico o momento storico, la narrazione può essere sviluppata”, a cui seguivano quattro risposte possibili:

A “Arricchendo gli eventi e i fatti realmente accaduti con descrizioni fantastiche di pura invenzione”

B “Basandosi esclusivamente su eventi e fatti realmente accaduti, descritti in modo impersonale”

C “Basandosi su eventi e fatti realmente accaduti, descritti in modo personale e accattivante”

D “Arricchendo gli eventi e i fatti realmente accaduti con descrizioni fantastiche ma storicamente verosimili”

Il mio amico al primo colpo è stato bocciato, per aver sbagliato la risposta.

E gli sta bene. Se invece che lavorare avesse seguito con più attenzione avrebbe dovuto sapere che la risposta corretta non era la C ma la D, e cioè che “in un progetto di storytelling partecipativo orientato alla ricostruzione di uno specifico personaggio storico o momento storico la narrazione può essere sviluppata […] arricchendo gli eventi e i fatti realmente accaduti con descrizioni fantastiche, ma storicamente verosimili”.

E queste sono le cose che insegnano a gente che di lavoro fa l’archivista: che bisogna aggiungere balle a quello che c’è scritto nei documenti, e che queste balle devono essere verosimili, guai sognarsi di inventarsi balle di pura fantasia, andrebbe contro la deontologia del Digital Storyteller TOP!.

Il mio amico dice che non si mette neanche a discutere, che di Storia e di vero, falso e finto hanno scritto in tanti, e tutti più grossi di lui.

Però una cosa, dice, la vuole dire: che devono tutti, lui compreso, andare a farsi ciavàre.

Nota. In copertina, particolare della slide iniziale del corso Digital Storytelling Partecipativo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Pietro dice

    25/11/2025 alle 9:39 am

    Nella università dove lavoravo in Inghilterra (Lincoln) ma suppongo in tutte le università, il sistema è identico. Ci sono corsi di aggiornamento obbligatori da passare. Non hanno nulla a che fare con la didattica, sono legati soprattutto a requisiti di legge: health and safety, antincendio, sicurezza online, harassment, etc.
    Prima si facevano di persona e quindi ti facevano ‘perdere’ un sacco di tempo. Adesso pagano una ditta esterna che li organizza con piccoli video e schede online. Per accedere al quiz finale devi aprire tutte le varie finestre, ma non serve leggerle. Per passare il quiz basta un po di buonsenso e di ‘tecnica’. (Venti anni fa feci un corso a Londra per passare il test di lingua inglese. Era frequentato soprattutto da immigrati che ne avevano estremamente bisogno per trovare lavoro. L’insegnante ripeteva sempre che per passare il test non serviva che noi conoscessimo l’inglese, ma solo la tecnica per passare il quiz). In meno di cinque minuti li passi, così ti arriva un bel pdf con il certificato.
    Adesso sto cercando lavoro. Nel mio curriculum ho una sezione con tutti i corsi di aggiornamento. Messi così in fila uno dopo l’altro fanno davvero una ottima impressione!

    Rispondi
  2. Valentina dice

    26/11/2025 alle 4:57 pm

    Anche io ho sbagliato la risposta!! E io ho seguito il corso senza troppe distrazioni ma annoiandomi a morte, maledicendo i videogiochi, imprecando contro le logiche dell’articolo determinativo, della voce piana e rassicurante, del non usare mai sinonimi, del gioco al ribasso e semplicistico per non far sentire nessuno a disagio…la mia frustrazione da ex insegnante che si adoperava per arricchire il vocabolario degli studenti, è emersa tutta!

    Rispondi

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