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Mestre: “una piccola Versailles”

di Piero Brunello || Generi di discorso Storiografia 19/11/2025

Note sull’uso e la diffusione di un passo della commedia La cameriera brillante di Carlo Goldoni. Blasoni municipali e invenzione della tradizione; città operaia e genealogie nobiliari; capitale simbolico di una città, al centro e nelle periferie; soggetti autorizzati a definire il patrimonio culturale di un luogo, e soggetti esclusi.

1. Capita sempre più spesso di leggere, in diversi ambiti di discorso e non solo negli studi di storia locale, che Mestre nel Settecento era una “piccola Versailles”. Chi l’ha detto? Carlo Goldoni nella commedia La cameriera brillante.

Da quando, in che ambiti e con quali scopi si è diffusa questo sintagma? E cosa dice la fonte, cioè il testo di Goldoni?

2. Prima che se ne occupassero gli storici di Mestre, la citazione era nota agli studiosi delle opere di Carlo Goldoni[1], e delle ville venete[2].

Per quanto ne so, il primo a parlare di “piccola Versaglia” in un discorso di storia di Mestre è Luigi Brunello nel 1964: si tratta di un accenno, che, senza citare Carlo Goldoni, si riferisce alle “moltissime ville di altri tempi” di cui “sopravvivono solo frammenti”[3]. Nel 1977, in una conversazione sulla storia di Mestre tra Luigi Brunello e Piero Bergamo a Radio Mestre Centrale, viene letto il passo de La cameriera brillante, a cui segue il commento (è Piero Bergamo a farlo): “Questa è la Mestre del Settecento descrittaci da Carlo Goldoni […]. Mestre come una piccola Versailles, come abbiamo sentito”[4]. Da allora la metafora si ritrova nelle pubblicazioni del Centro Studi Storici di Mestre, con qualche oscillazione tra “piccola Versailles” e “Versailles in piccolo”[5].

È da dopo il 2000 che diventa comune impiegare l’espressione “piccola Versailles” laddove si parli di Mestre nel Settecento: in libri di storia[6], in tesi di laurea[7], in racconti di ambientazione mestrina[8], in articoli di giornale e in siti di storia cittadina [9].

A partire circa dal 2015 l’uso di parlare di Mestre come “piccola Versailles” si diffonde fuori dagli studi di storia: in conferenze-spettacolo “per rilanciare l’identità della città”[10]; in progetti urbanistici su piazza Barche e sul Canal Salso[11]; nell’attività di promozione della Pro loco[12]; nei discorsi per affrontare l’inquinamento da Pfas[13]; in guide ai parchi e ai giardini[14]; in itinerari in bicicletta “alla scoperta di Mestre”[15]; nell’azione di comitati per la difesa di alberi, parchi e giardini[16]; in interrogazioni di gruppi consiliari del Comune per realizzare un parco in un’area urbana abbandonata[17]; in biciclettate alla scoperta dei luoghi storici di Mestre[18].

Per riassumere, oggi l’espressione “piccola Versailles” viene utilizzata ogniqualvolta si voglia lamentare la perdita di una città d’acqua e di giardini travolta dalla speculazione edilizia, quando si parli di Mestre che “cerca una propria identità”, e infine nella mobilitazione civica: ed è fatta propria da associazioni di storia, enti di promozione turistica, istituzioni pubbliche, studi urbanistici, associazioni civiche, culturali e ambientaliste.

3. E adesso la citazione. Viene dalla commedia di Carlo Goldoni, La cameriera brillante (stagione teatrale 1753-1754):

“E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo. La scomenza dal canal de Malghera, la zira tuto el paese, e po la scorra el Teragio fin a Treviso. La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa. Ghe xe casini che i par gallerie; ghe xe palazzi da cità, da sovrani. Se fa conversazion stupende; feste da ballo magnifiche; tole spaventose; tutti i momenti se vede a corer la posta, sedie, carozze, cavali, lachè; flusso e reflusso da tute le ore. Mi m’ho retirà fra tera, lontan dai strepiti, perché me piase la mia libertà. Per altro sento a dir che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae; e che se fa spiccar el bon gusto, la magnificenza, e la pulizia da tuti i ordeni dele persone che fa onor ala nazion, a la patria, e anca all’Italia medesima”[19].

Chi dice queste cose e in quale contesto? Come scrive Carlo Goldoni nelle sue Memorie, la scena “si rappresenta in una casa di campagna di Pantalone”, “negoziante veneto”, che vive con due figlie e una cameriera di nome Argentina. “Argentina – è sempre Goldoni a riassumere – è amata dal padrone di casa [Pantalone], e gli fare tutto quel ch’ella vuole. Fa venire da Pantalone gli amanti delle due ragazze, malgrado la sua austerità, e li fa pranzare con esso, malgrado la sua austerità”[20].

Fermiamoci qui, e precisamente quando Ottavio, che vuole sposare una delle due ragazze, riesce a introdursi in casa di Pantalone grazie alla cameriera. Ottavio è un forestiero che si vanta di possedere campi, ville, case, feudi, poderi, carrozze e servitù: ma Traccagnino, suo servitore, confida a Brighella, servo di Pantalone, che in realtà il suo padrone è uno spiantato millantatore. Ottavio dunque si presenta da Pantalone dichiarando di trovarsi lì per comperare dei beni, aggiungendo però subito dopo: “Ma non mi piace la terra”. Pantalone gli risponde: “No la ghe piase?”, e subito aggiunge: “E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo” eccetera.

Quindi il discorso è fatto da Pantalon de’ Bisognosi, che parlando di “Versailles in piccolo” non si riferisce a Mestre, ma alla “villeggiatura”. Dice infatti: “La stentarà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d’Italia una vilegiatura cusì longa, cusì unita, cusì popolada come questa”. In altre parole Pantalon de’ Bisognosi non parla di una città ma di “campagna”. In tutta commedia si parla di “villa” o di “campagna”. Clarice, figlia di Pantalone, si lamenta con l’innamorato di essere obbligata a “stare in villa”, senza mai vedere nessuno; e a un certo punto Brighella, servo di Pantalone, fa questa battuta: “Manco mal che semo in campagna”.

Per concludere, a mio parere è inesatto dire che Carlo Goldoni parla di Mestre come di “una piccola Versailles”. Mi sembrerebbe più corretto dire che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Goldoni, paragona la villeggiatura in campagna da Mestre a Treviso lungo il Terraglio a una “Versailles in piccolo” (espressione tra l’altro che ha una sfumatura diversa da “piccola Versailles”, come dirò più avanti).

Nel 1830 l’autore di un progetto di ponte tra Venezia e la terraferma, scrive che Mestre “potria dirsi la Versailles di Venezia”[21], riferendosi a una campagna contrassegnata dalla presenza di numerose ville di nobili veneziani, quella stessa che la storiografia, che adotta lo stesso punto di vista urbano e veneziano, chiama “civiltà di villa”. Questo è il territorio a cui Pantalon sta pensando, e con lui il pubblico (cittadino) del teatro. Il sito DiscoveryMestre coglie bene questa realtà quando, a proposito del teatro Balbi, oggi non più esistente, osserva: “Anche Mestre fu attraversata da tale moda [la villeggiatura] tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boscovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite.”[22].

4. Che effetto poteva avere sul pubblico (la commedia venne data la prima volta a Venezia) sentir decantare le conversazioni, le feste da ballo e la dispendiosa vita di società dalla bocca di una maschera che è l’emblema dell’avarizia? Direi che faceva ridere, come del resto ci si aspetta da una maschera della commedia dell’arte. Oltretutto Pantalon non parla di una “piccola Versailles” ma di una “Versailles in piccolo”, che a me sembra avere una sfumatura ironica. Pantalone si presenta così: “sono in campagna per goder la mia libertà, no vogio visite, no vogio complimenti, no vogio nissun”; la figlia Flaminia lo dice “uomo sofistico, che non può vedere nessuno”. Può una maschera così mostrare ammirazione per la vita frenetica di villa?

Senza contare che Pantalone ha una certa età, e infatti Argentina lo stuzzica chiamandolo “il più buon vecchietto di questo mondo”. È proprio la sua età a creare continue situazioni comiche. “Ma più de tuti el povaro vechieto / Giubila se qualcun ghe scalda el leto”, scherza Argentina; al che Pantalon commenta: “Arzentina no saria un cativo scaldaleto; ma no voria che invece de scaldarme, la me bruzasse”. (Alla fine Pantalone sposerà Argentina, “cameriera brillante”).

5. A un certo punto la cameriera Argentina si veste da contadina (in casa di Pantalone devono mettere in scena una commedia), e si presenta così: “Mi no son Arzentina. Son Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rosega da Mogiàn”. Come suggeriscono sia queste battute sia l’inversione teatrale dei ruoli sociali, la “campagna” di cui si parla nella commedia è vista dalla città con occhio comico che attinge al tradizionale repertorio della satira del villano. Se dovessi pertanto riassumere la vicenda, direi che Pantalon de’ Bisognosi, in una commedia di Carlo Goldoni, dissolve Mestre in una campagna ricca di ville, dove chi vi abita ha nomi rustici come Momoletta da Chirignago, fia de missier Stròpolo da Musestre e de dòna Rósega da Mogiàn.

Pantalon dice di sentir raccontare (non per esperienza, perché lui non esce di casa) “che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae” eccetera. Ora “cossazze”, lo attesta il dizionario del dialetto veneziano di Boerio, significa “Cose grandi, cioè cose di gran prezzo, ricchezza, pompa, profusione, magnificenza, cose da stupire”. Pantalone usa in tutta la commedia accrescitivi come baronazza, gagliotazza, frasconazza, viscerazze, matazza. Dato l’uso di un linguaggio enfatico e iperbolico, mi sembrerebbe strano che, quando parla delle “cossazze” che si fanno a Mestre, Pantalone voglia esprimere con serietà una genuina ammirazione. Ci sento anche qui uno sguardo ironico, con conseguente effetto comico, che si ritroverà anni dopo nella Trilogia della villeggiatura. “L’ambizione de’ piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile”: così Carlo Goldoni presentando “a chi legge” Le smanie per la villeggiatura (1761)[23].

6. Giuseppe Mazzotti, nel catalogo Le Ville venete pubblicato nel 1952, e più volte ristampato, scrive: «Un personaggio del Goldoni parla di Mestre – la città industriale di Mestre – come di “una Versailles”: lo credereste?”[24]. Potrebbe essere questa la fonte che Piero Bergamo e Luigi Brunello hanno presente. Ma la locuzione originaria “Versailles in piccolo”, in bocca a Pantalone, in Mazzotti diventa “Versailles”, ma pronunciata da “un personaggio di Goldoni”, per trasformarsi in “piccola Versailles”, e attribuita allo stesso Goldoni, nella conversazione radiofonica da cui siamo partiti: da allora quest’ultima è la versione che si diffonde.

7. Da una cinquantina d’anni, dunque, chi si richiama alla “Versailles” di Carlo Goldoni per ragionare di “identità urbana”, non coglie il fatto che è Pantalone a paragonare le ville sparse tra Musestre Chirignago Mogiàn alla reggia parigina abitata da una nobiltà cortigiana, e che lo fa in modo ironico: in ogni caso Pantalone non si riferisce a una città (Mestre), ma alla campagna.

Davanti a un caso d’invenzione della tradizione, è interessante riflettere sui motivi per cui, e a opera di chi, viene accolta o rifiutata, ed entro quali confini. Mi limito a tre osservazioni, solo per suggerire eventuali temi di discussione.

In primo luogo, il richiamo identitario alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro, ed evoca una città immaginata pre-novecentesca, stretta attorno ai resti del Castello. L’espansione urbana fuori di questi confini – cresciuta negli ex comuni autonomi di Favaro, Chirignago, Zelarino, a Marghera e nei quartieri sorti su località rurali urbanizzate – viene sentita come una “amorfa periferia”, abitata da “decine di migliaia di immigrati”. Così scrive Piero Bergamo nella Presentazione a Mestre di Luigi Brunello, del 1964[25].

Ora che il richiamo alla “piccola Versailles” gode di ampio consenso, sarà in grado il riferimento al Settecento mestrino di oltrepassare i confini del vecchio comune di Mestre? I vecchi immigrati, che negli anni Sessanta-Settanta del Novecento ostacolavano la diffusione della memoria di Mestre-centro, nel frattempo si sono inseriti, e ne sono arrivati degli altri: che rapporto avranno questi ultimi con la memoria cittadina? E come il racconto del passato cittadino terrà conto della loro memoria?

In secondo luogo è interessante chiedersi per quale motivo una città, che nella seconda metà del Novecento veniva identificata in una città operaia, scelga a proprio blasone Versailles, luogo aristocratico per eccellenza, simbolo di gerarchie sociali legate allo status. Dico “città”, ma mi riferisco a quanti amministrano, seppure in modi diversi, il capitale simbolico di Mestre, dalle associazioni ambientaliste alle istituzioni di promozione turistica. (Non parlo delle associazioni storiche, che pure sono tra i soggetti autorizzati a definire e a gestire il patrimonio culturale di un luogo o di una comunità, perché da chi si occupa di storia ci si aspetterebbe non un discorso affabulatorio sul passato, ma una verifica dei dati e una discussione delle fonti). Sarebbe utile fare un inventario delle definizioni di cui Mestre si è fregiata, e capire se “piccola Versailles” sia l’esito di una contesa culturale e sociale, che ha cancellato altre auto-rappresentazioni in cui la città si è messa e potrebbe mettersi in scena.

Infine, è il contesto, come sappiamo, a dare significato ai simboli. Negli anni Settanta il richiamo alla “piccola Versailles” come emblema identitario voleva rivendicare il passato celebre di Mestre, il suo essere città, con una propria storia, nobilitata dal rapporto con quella della Serenissima. Il rapporto con Venezia restava ambivalente, dal momento che la gloria di Mestre consisteva nella villeggiatura dei nobili veneziani: ma era pur sempre un modo per valorizzare il passato di Mestre, anche perché si univa alla richiesta di separazione della terraferma dal comune di Venezia.

Da tempo ormai, dato il peso dell’economia turistica, Venezia è invece un brand irrinunciabile del marketing territoriale veneto. Come si chiamano le Dolomiti? “The mountains of Venice”. Come promuovere l’artigianato feltrino? Esponendo una gondola in Piazza Maggiore a Feltre[26]. Un ennesimo quartiere in costruzione a Mogliano Veneto si chiama “Giardino del doge”: tanto varrebbe chiamarlo “Bosco di Mogiàn”. E Mestre, città di B&B turistici? Intanto ha già provveduto a cambiare il nome di Centro le Barche in Ca’ Mestre, che rimanda a una Ca’ d’Oro, a una Ca’ Rezzonico e così via; e non mi stupirei di vedere, in località Tarù, una Guest House Pantalone (“per un soggiorno esclusivo e riservato, dove rivivere il fascino senza tempo della Venezia di Goldoni e Casanova”). Nato per affermare l’autonomia di Mestre, il richiamo alla “piccola Versailles” verrà insomma utilizzato per ribadire che Mestre è Venezia.

8. Se penso alla mia esperienza (negli anni Settanta mi sono trasferito dal Villaggio San Marco prima a Bissuola e poi a Favaro), il blasone municipale legato alla “piccola Versailles” nasce a Mestre-centro come segno di distinzione nei confronti di una “amorfa periferia”, e in alternativa al senso di identità dei quartieri che né si riconoscevano nei soggetti autorizzati a definire dal centro il capitale simbolico cittadino, né avvertivano il bisogno di nobilitare il passato, sentendosi semmai parte di una città operaia (lo testimoniano le prime due pubblicazioni di storiAmestre[27]). Il blasone nobilitato dal richiamo a una reggia aristocratica si diffonde in città a partire dal 2000, grosso modo quando i quartieri perdono d’importanza e Porto Marghera cessa di essere sentito come una risorsa e viene percepito come un attacco alla salute e all’ambiente.

La mia opinione?

Credo che il patrimonio simbolico di una città metropolitana e policentrica come Mestre è talmente ricco (monumenti storici del centro e ville comprese), che non c’è bisogno di vantarsi di un detto memorabile di Pantalon de’ Bisognosi, tra l’altro letto in modo frettoloso.

Nota. L’immagine di copertina è tratta da Carlo Goldoni, La cameriera brillante, Tipografia del Lloyd austriaco, Trieste 1856.


[1] Alfonso Lazzari, Il padre del Goldoni, “Rivista d’Italia”, 2, febbraio 1907, p. 258; Antonio Zardo, Il villeggiare de’ veneziani e Carlo Goldoni, “Nuova antologia di lettere, scienze ed arti”, s. VI, CCXXX, 1232, luglio-agosto 1923, p. 128.

[2] Le ville venete, catalogo a cura di Giuseppe Mazzotti, Libreria editrice Canova, Treviso 1952, p. 328, nella presentazione (pp. 325-330), firmata da Giuseppe Mazzotti, relativa alle ville della provincia di Treviso.

[3] Luigi Brunello, Mestre, fotografie di Bruno Carnevali, Associazione Civica per Mestre e la terraferma, Mestre 1964, p. 72.

[4] Dialoghi su Mestre. Conversazioni tra Piero Bergamo e Luigi Brunello, a cura di Francesco Brunello, Valentina Pietropolli, Roberta Vasselli, il prato, Saonara-Padova 2010, p. 109.

[5] Presentazione, in Francesco Fapanni, Il Terraglio, ossia la strada da Mestre a Treviso. La strada da Mestre a Mirano, a cura di Ilva Stocchero, foto di PaoloBorgonovi e ricerche di Roberto Stevanato, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2001, in Documenti della storia di Mestre, disponibile online in mestrenovecento.it; Roberto Stevanato, Mestre… una Versaglies in piccolo, Centro studi storici di Mestre, Mestre, s.d., disponibile online.

[6] Michele Casarin, Giuseppe Saccà, Giovanni Vio, Alla scoperta di Mestre, Regione del Veneto-Nuova dimensione, Portogruaro (Venezia) 2009, p. 68; Michele Boato, nel suo recente Mestre 1900-2025. Storie di una grande città. Dal sacco al riscatto, libri di Gaia, Mestre 2025, p. 17, ricordando “il fiorire di ville venete” dal Cinquecento al Settecento, osserva: «Perciò Carlo Goldoni non esagera citando Mestre come “piccola Versailles”»; la nota dice: “Vedi Carlo Goldoni, La cameriera brillante (1753)”, e riporta la citazione dalla commedia.

[7] Davide Ros, Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea, rel. Alessandro Gallo, Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2014-2015, p. 50.

[8] Pierluigi Rizziato, Mestre Venezia. Baci, abbracci, bisticci, tradimenti, Mazzanti Libri-Me Publisher, Venezia 2016, p. 104, immagina una scena in cui il proprietario del teatro veneziano di San Luca dice a Carlo Goldoni che al termine della commedia il pubblico aveva mormorato che “el megio scritor de Venezia” fosse “innamorato de Mestre” (capitolo “La piccola Versailles”).

[9] Sergio Barizza, L’apertura del teatro il segno che Mestre cambiava pelle, “La Nuova Venezia”, 27 ottobre 2013, ricorda che Goldoni «sul finire del Settecento, aveva parlato di Mestre come di “una piccola Versailles”; in Storia di Mestre in 500 parole, in mestreantica.it, si legge: «Carlo Goldoni nella sua “Cameriera brillante” paragona Mestre ad una piccola Versailles (“A Mestre se fa cosazze”)».

[10] La villa Durazzo con il teatro. Mestre, una piccola Versailles, “La Nuova Venezia”, 13 dicembre 2015, annuncia una conferenza-spettacolo dal titolo “Mestre nel ’700. Una Versaglies in piccolo” il 18 dicembre al Laurentianum (istituzione culturale della parrocchia di San Lorenzo), per offrire “una lettura composita dell’importante patrimonio storico, artistico, architettonico e di tradizione di quel territorio che trovò nel ’700 il suo momento più significativo e denso di stimoli”; l’evento è promosso da “Mario Esposito, operatore culturale e manager teatrale, e Roberto Milani, con la collaborazione e il sostegno di Confesercenti e della Fondazione Pellicani. Tutti uniti per rilanciare l’identità della città”.

[11] Villa Durazzo come Versailles, tra manoscritti di Vivaldi e sfarzose feste. La rinascita di piazza Barche dal recupero del Canal Salso a oggi. Lo studio è firmato da Nannini, Vincenti ed Esposito, “La Nuova Venezia”, 25 ottobre 2018: gli interventi urbanistici proposti si inseriscono in un momento in cui Mestre “cerca una propria identità” e “sogna una valorizzazione del proprio passato”; ne parla Alessandro Marzo Magno, Villa Durazzo e l’antico splendore di Mestre: viaggio nella memoria, “Il Gazzettino”, 24 ottobre 2025, che parla di “piccola Versailles”, e scrive che il progetto “mira non solo a recuperare la memoria della vita culturale mestrina del Settecento, ma anche a restituire l’orgoglio a una città violentata dalla speculazione edilizia del dopoguerra”.

[12] Angelo Dolce, Mestre all’interno del sistema difensivo veneziano, “Pro loco Mestre Magazine”, I, 3, 2019, p. 8 (“una piccola Versailles scrisse lo stesso commediografo [Goldoni] in una commedia”).

[13] Michele Boato ricorda il passo di Goldoni (“Versailles in piccolo”) ricevendo il premio Argav 2019 l’11 dicembre 2019.

[14] Gianfranco Vergani, Mestre, il verde ed i suoi parchi, “Il Nuovo Terraglio”, 20 settembre 2020; la pagina facebook del Comune di Venezia, che illustra ville e parchi da visitare in città, si apre con la frase: «“Una piccola Versailles”: è questa la definizione che a fine Settecento Goldoni dà di Mestre»; siti turistici con consigli di itinerari urbani.

[15] Nicole Casagrande, Alla scoperta di Mestre in bicicletta, “Il Nuovo Terraglio”, 28 settembre 2020 scrive: «“Una piccola Versailles”: proprio così fu definita la città di Mestre da Carlo Goldoni sul finire del Settecento».

[16] Francesco “Chico” Brunello, Il verde, nonostante…, “Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre”, n. 42 (maggio-agosto 2021), pp. 8-9 rende conto dell’attività dell’associazione “Amico albero” per la salvaguardia di alberi e giardini a Mestre, città «chiamata dal Goldoni “una piccola Versailles”».

[17] L’interrogazione del Gruppo Consiliare del PD 7 maggio 2022 (firmata da Paolo Ticozzi, Monica Sambo, Alessandro Baglioni, Alberto Fantuzzo, Giuseppe Saccà, Emanuela Zanatta), “Risarciamo Mestre dalla perdita di Parco Ponci con un parco nell’area delle ex serre vicino al cimitero di Mestre”, ricorda tra altre cose il fatto che “la città di Mestre sul finire del Settecento veniva descritta da Carlo Goldoni come una piccola Versailles” (disponibile online).

[18] La prima di una serie di nove visite guidate, in bicicletta, promosse nei mesi di settembre-ottobre 2025 dall’associazione ABC-Ambiente Bene Comune (“Mestre in bici-Storia di una grande città”), aveva per titolo Mestre “piccola Versailles”… e tanto altro (il programma disponibile online).

[19] Carlo Goldoni, La cameriera brillante, a cura di Carlo Cuppone, introduzione di Paolo Puppa, Marsilio, Venezia 2002, pp. 115-116.

[20] Carlo Goldoni, Memorie, III, Giuseppe Antonelli, Venezia 1830, p. 123.

[21] G.P., Progetto per l’erezione di un gran ponte congiuntivo Venezia con la terraferma, Tipografia Giuseppe Picotti, Venezia 1830, p. 14.

[22] Si veda www.discoverymestre.com/il-teatro-balbi-di-mestre/.

[23] Rimando all’edizione Carlo Goldoni, Le smanie per la villeggiatura, in Opere, a cura di Gianfranco Folena, Mursia, Milano 1969, “L’Autore a chi legge”.

[24] Le ville venete cit., p. 328.

[25] Piero Bergamo, Presentazione, in Luigi Brunello, Mestre cit., disponibile online.

[26] Piero Brunello, Una gondola a Feltre (2021), in Id., Gondole a Feltre. Domande di oggi, storie di ieri, Cierre, Sommacampagna-Verona 2022, pp. 195-209.

[27] Rinvio all’incipit della mia relazione introduttiva al primo convegno promosso da storiAmestre e MCE a Mestre nel marzo 1988: “Avessimo nella nostra città insigni monumenti, vetuste opere architettoniche, rovine imponenti e resti di un nobile passato, o potessimo vantare antenati illustri e fatti d’arme di cui andar fieri, non sarebbe forse difficile ricamarci sopra una storia, più o meno mitica, più o meno critica, con tanto di stemmi, genealogie, progenitori rispettabili, e infine un posticino nel Pantheon nazionale, dai Romani al Risorgimento con una appendice resistenziale, passando naturalmente – e col debito rispetto – per il paterno dominio della Serenissima. Ma così, venendo da agglomerati di cemento che la maggior parte di noi ricorda tirati su alla meno peggio da cantieri edili che schizzavano da un punto all’altro di un territorio, agricolo o coperto di canneti, che cosa siamo venuti a raccontarci?” (Piero Brunello, Storie di Mestre, in La città invisibile. Storie di Mestre. Atti del convegno Sala del Consiglio di Quartiere Carpenedo Bissuola Mestre 25-27 marzo 1988, Arsenale, Venezia 1990, p. 13). Nella Presentazione agli Atti, Domenico Canciani delineava i compiti civici, didattici e storiografici che derivavano da “una estraneità”, “una separatezza” dei quartieri dal centro città (pp. 9-12). I rapporti tra centro-Mestre, ex comuni autonomi e periferie sono al centro del volume Associazione storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova Dimensione, Portogruaro 1990 (nello stemma di Mestre c’è l’acronimo MF, cioè “Mestre Fidelissima”, s’intende a Venezia). A distanza di tempo sarebbe interessante analizzare le vicende e gli esiti di queste prospettive civiche e storiografiche.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. gigio brunello dice

    20/11/2025 alle 6:31 pm

    La frase deve essere recitata sulla scena rispettando una piccola pausa tra “Versaglies” e ” in piccolo”. In questo modo la frase diventa battuta. Se Goldoni non ha inserito una virgola è perché si fidava del mestiere dell’interprete. Provo a immaginare:
    PANTALONE (si muove in proscenio, dà le spalle a Ottavio che, fermo sul fondo, segue con il capo il suo andare avanti e indietro) … e sì mo in ancuo Mestre xe deventà Versaglies (Pantalone si ferma. Breve pausa. Sul fondo Ottavio, dimostra una qualche perplessità. Il pubblico altrettanto. Pantalone si accorge di aver esagerato e puntualizza) … in piccolo. (Qui parte la risata del pubblico)

    Rispondi
  2. Loris Bussenghi dice

    22/12/2025 alle 9:03 am

    A conferma del commento di Gigio.
    Chi parla normale non usa i tormentoni. Ed è probabile che flusso e reflusso lo fosse diventato.
    Se lo so è per via che ogni tanto mio papà, elettricista, con letture ma senza lettere, lo diceva con intenzione.
    Così come il giovanotto puttaniere e pagamale doveva essere diventato una quasi maschera, una specie di ragionier Filini.
    Meglio farlo venire da Torino. Non si sa mai.

    Rispondi

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