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A conduzione femminile

di Margherita Borsoi || Letture 11/11/2025

Una giovane laureata in storia, con esperienze di lavoro stagionale sulla costa adriatica, legge la ricerca che una coetanea, con analoghe esperienze di lavoro stagionale, ha svolto sulla gestione e il lavoro nelle pensioni nel riminese dagli anni Ottanta a oggi.

Dall’esperienza alla ricerca

Zoe Battagliarin è nata a Rimini nel 1997. Come spiega nell’introduzione della sua ricerca sul lavoro delle donne negli alberghi del riminese dagli anni Ottanta a oggi, pubblicata nel 2025 (A ognuna la sua stagione. Il lavoro delle donne negli alberghi a gestione familiare del riminese dagli anni Ottanta a oggi, Editpress, Firenze, 236 p.), ciò che l’ha avvicinata a indagare il funzionamento delle dinamiche stagionali dai punti di vista lavorativo e storico è stata la sua esperienza di dipendente presso una struttura alberghiera della città. L’osservazione attenta degli stati d’animo dei colleghi e di licenziamenti avvenuti durante il periodo estivo le hanno fatto sorgere delle domande sulla stagione e su tutti i problemi che essa comporta. Il rapporto tra imprenditore e dipendente è sempre equivalso a quello di sfruttatore e sfruttato, com’è oggi nella maggior parte dei casi? Perché i dipendenti accettano di lavorare a determinate condizioni usuranti? Essi sono coscienti delle tutele che spetterebbero loro per legge? E ancora, facendo dei passi indietro: quali sono state le basi per la costruzione del divertimentificio che Rimini diventò dagli anni Ottanta? Che ripercussione ebbe questo sistema industriale di fruizione della spiaggia sull’ambiente e sulle occupazioni degli abitanti? Da quando l’offerta di manodopera stagionale a basso costo ha superato la domanda di posizioni lavorative nel territorio? Questi gli interrogativi e gli spunti critici alla base del lavoro di ricerca svolto tra il 2021 e il 2022.

Alle fonti scritte che analizza per la ricostruzione storica del turismo, delle trasformazioni sociali e del lavoro a Rimini dalla fine del XIX secolo a oggi, l’autrice affianca fonti orali raccolte per mettere a fuoco soggettività e percezioni personali.

Il taglio che viene dato alla ricerca è sia generazionale sia di genere. Gli intervistati e le intervistate hanno operato nel territorio tra gli anni Ottanta e gli anni dieci del Duemila, ma appartengono a generazioni differenti, e confrontando le loro risposte emergono diversi modi di intendere il lavoro. Dopo un capitolo introduttivo sul turismo e il lavoro a Rimini, le testimonianze sono raggruppate in base al lavoro svolto: al capitolo in cui vengono presentate le albergatrici segue quello dedicato alle dipendenti, per poi concludere con le voci della contro-narrazione sindacale.

A gestione familiare significa a gestione femminile

Le albergatrici intervistate muovono i primi passi delle auto-narrazioni a partire dai ricordi d’infanzia: da piccole vedevano i genitori adoperarsi nello sviluppo embrionale del turismo nel momento in cui, per i mesi estivi, si trasferivano dalla campagna alla riviera o, se la loro abitazione era adiacente alla costa, “dal piano di sopra al piano di sotto”. Carla, che dal 1984 gestisce assieme al marito la pensione avviata dai genitori, racconta che negli anni Cinquanta il padre muratore costruì la villettina liberty che fu il nucleo originario dell’albergo; ai primi di maggio lei e la famiglia si trasferivano nello scantinato e i genitori affittavano le camere dove vivevano usualmente d’inverno. Inizialmente, il mestiere di albergatori si poteva definire “artigiano”: Carla ricorda la mamma che cuciva federe, lenzuola, e tovaglie, per poi passare ai rattoppi dei materassi a fine stagione.

Elena, nata a Rimini nel 1966 e cresciuta nella pensione gestita dalla madre (a cui si affiancò dal 1985), ricorda in particolare l’insistenza della nonna nel mangiare “tutti seduti per bene e tutti insieme”, albergatori e dipendenti, come se si fosse in una famiglia. A opporsi a questa immagine di un lavoro sostenibile, quasi lento e piacevole, che rispetta ritmi biologici e fisiologici dei dipendenti, irrompe il ricordo di Renata, cuoca nella pensione di proprietà della famiglia dal 1962, che racconta «che mangiavamo in cucina, non c’era la sala del personale. Mio marito, per esempio, gli apparecchiavo un tavolo nella sala, perché magari quando uno andava via glielo apparecchiavi e sparecchiavi così. Noi mangiavamo con un piatto in mano lì vicino al bidone dell’immondizia» (p. 57). L’aneddoto torna alla memoria di Renata quando Zoe le chiede se le dipendenti fossero entusiaste del loro lavoro: l’intervistata risponde dicendo che una donna che lavorò per un paio d’anni alla pensione durante una telefonata ricordò quasi piacevolmente quelle “cene sul bidone” e dunque afferma che «questa grande avventura del turismo è stata vissuta con uno spirito molto gioioso».

A leggere queste interviste, in realtà emerge lo spirito di sacrificio con cui gli albergatori vissero i primi anni delle piccole imprese. L’orgoglio che deriva dal sacrificio pareggia la fatica fisica delle ore di lavoro giornaliere e, naturalmente, ripaga dal punto di vista economico. Ritrovo questo sentimento nelle parole di Stefania, lavoratrice stagionale slovena arrivata in Italia nel 1994 per lavorare come cameriera di sala in una pensione di Cervia, che afferma: «I proprietari della pensione facevano parte della prima generazione del dopoguerra. Quindi benessere a mille ma ancora non meritato, ancora devi lavorare tanto. […] Era naturale così, normale. […] Diventavi ricco perché eri tirchio. […] Risparmio, attenzione, ciclicità, rispetto. Tirchi, non si spendeva nulla. Io non so neanche se hanno mai viaggiato» (p. 121). Naturalmente, seguendo l’esempio dei genitori, non è raro che questa forma mentis venisse trasmessa ai figli futuri imprenditori. «Andavo a letto alle due, una e mezza. Ma non mi pesava. Perché era come entrare in una routine che te anche se non ti suona la sveglia alle sei e venti eri già sveglia, capito? Perché dopo sapevi che dovevi cuocere le brioches, fare qui fare là. Così dai» (p. 88) racconta Paola, che ancora oggi gestisce la pensione costruita dai genitori nel 1963. Il clima familiare che vigeva nelle pensioni nei rapporti interpersonali tra datori di lavoro e dipendenti rivelò per questo motivo un’altra faccia della medaglia: i proprietari, per cui era normale lavorare quindici ore al giorno, si aspettavano la stessa disposizione al sacrificio da parte dei dipendenti (p. 121). Mirco Pretelli, membro della Gioventù operaia cristiana (Gioc) negli anni Novanta, racconta che alcuni membri dell’associazione affiancarono i giovani durante il periodo estivo cercando di costruire uno spazio sicuro e di ascolto sulle esperienze che stavano vivendo, in modo da portare alla luce l’alienazione dal mondo cui erano soggetti a causa degli orari di lavoro e delle giornate passate interamente nelle strutture alberghiere (definita anche sequestro occupazionale) (p. 176). L’obiettivo della Gioc era responsabilizzare i giovani a porsi come agenti del cambiamento nelle proprie vite, prendendo a modello il Vangelo; calato nella realtà stagionale, questo proposito significò far comprendere ai ragazzi che l’attività stagionale non fosse un prezzo da pagare per accedere al mondo del lavoro (p. 172), e nemmeno una realtà franca in cui regole sanitarie e diritti dei lavoratori venissero ignorati: «I giovani vivevano una situazione in balìa dei titolari di lavoro. Erano totalmente in balìa. Quindi risultava anche un’esperienza traumatica per un giovane che andava… In balìa di titolari nevrotici e ansiosi. C’era il modo di dire che tu facevi parte della famiglia, ma questo era anche un modo per sfruttarti in termini economici e per sentirsi liberi di poter scaricare la profonda frustrazione sul giovane» (p. 213).

Dalle parole di Renata citate sopra – dalla sua descrizione della cena servita al marito comodamente seduto a tavola in contrapposizione al pasto consumato, in piedi e in fretta, dalle cuoche –, l’autrice prende spunto per sottolineare la dimensione di genere. Su ventinove intervistati, venti sono donne, e anche all’interno delle loro narrazioni lo spazio che dedicano a mariti o altre figure maschili è limitato, a conferma del fatto che la gestione delle pensioni ricadesse principalmente sulle donne. Gli accenni che le intervistate fanno ai mariti sono fugaci, e rispondono alle domande di Zoe su che ruolo avessero i loro compagni nell’affiancarle o meno nelle attività: «Mio marito lavorava nell’Enel e smetteva alle cinque. E quando smetteva veniva lì a dare una mano, perché noi alla fine dormivamo lì, capito?»; «Mio marito lavorava fuori, intratteneva i clienti la sera. Andavano a ballare assieme, gli raccontava le barzellette… se no bevevano insieme. Lui ha sempre avuto il suo lavoro» (p. 56). Le donne, dunque, furono le vere protagoniste della transizione turistica riminese, e l’attività stagionale permise a molte di loro, già a partire dagli anni Cinquanta, non solo di entrare nel mondo del lavoro, ma di farlo in maniera indipendente, in un periodo in cui in Italia tanta parte delle occupate, provenienti soprattutto dalle campagne, lasciava il lavoro per la casa. Come riassume l’autrice, fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta la conseguenza dell’allontanamento delle figure maschili dalle pensioni fu un aumento del carico di lavoro femminile legato alla parte gestionale, che andava ad associarsi al lavoro di cura nei confronti dei figli degli anziani e degli stessi mariti (p. 57).

Reclutare manodopera

Le prime lavoratrici delle pensioni venivano reclutate nei territori limitrofi del Riminese: tramite passaparola veniva chiesto a ragazze che ancora andavano a scuola se volessero dare una mano nelle pensioni durante i mesi di vacanza. Anche dalle modalità di reclutamento di cui parlano le intervistate emerge come il senso di famiglia che si creava all’interno delle strutture facesse passare in secondo piano lo scopo del guadagno e fosse percepito dalle giovani come esperienza di formazione ripagata a sufficienza dal vitto e alloggio che veniva loro fornito. «Erano contente alla fine della stagione, perché avevano lasciato situazioni di campagna. Pesanti anche là. Perché vangare la terra è bassa anche per loro. Quindi erano molto felici. Ce n’era una che diceva: “ah io non andrei mai via, sto così bene! La sera ci facciamo la passeggiata…” Quindi venivano da situazioni non dico arretrare, ma comunque… erano soddisfattissime» (p. 75) dice Carla. La motivazione per cui Lisetta, classe 1942, fece la sua prima stagione a Rimini all’età di quattordici anni fu il desiderio di comprarsi la bicicletta: «la mia mamma voleva che io cucissi e il mio lavoro era il cucito. […] volevo la bicicletta e cucire quella volta non ti pagavano. Non ti davano neanche una lira. Beh, i miei la bicicletta non me la potevano comprare. “Vuoi la bicicletta? Vai a lavorar alla pensione. Vai giù e vai a trovare il lavoro”. Sono andata alla pensione Lella. Sono diventata donna in quella pensione, che non avevo ancora quattordici anni. Non sapevo neanche che cos’era diventare donna. Quindi ho fatto sta pensione; per tre mesi ho preso novemila lire al mese e la mia mamma mi ha comprato la bicicletta a rate da Semprini» (p. 96). Un’altra lavoratrice, Stefania, sopracitata, ammette che uscire, andare a lavorare in albergo e vedere altre persone durante la giornata fu un sollievo per lei rispetto al lavoro di casalinga, dal momento che «avere due figli dalla mattina alla sera con te è pesante» (p. 142). L’autrice, con le sue domande, insiste sull’aspetto della conciliazione tra maternità e lavoro, da cui emergono trattamenti differenti da parte degli imprenditori nei confronti delle madri: Stefania racconta di aver lavorato undici anni per lo stesso hotel, e alla prima stagione ha ricevuto l’aiuto della madre nell’accudimento dei due figli piccoli, mentre lei faceva turni di dodici ore al giorno; l’anno dopo, essendo quell’orario di lavoro insostenibile fisicamente, chiese un part-time al suo responsabile, che inizialmente non la assunse a causa dei vincoli che gli poneva. Dopo un mese venne ricontattata e assunta con orario 7.00-15.00, ma, afferma, «ero l’unica in albergo privilegiata con questo orario qua» (p. 140). La concessione di un orario più “umano” viene vissuto come un privilegio; la stessa gratitudine la mostra Lisetta alla sua datrice quando quest’ultima le permette di portare in hotel il bambino di sei anni, dal momento che «lei sapeva che non stavo dietro al figlio, che non mi faceva arrabbiare» (ibidem).

Il lavoro in albergo venne vissuto dalle più giovani come esperienza formativa «Noi perché venivamo dal niente abbiamo imparato tutti i mestieri» (p. 137): Evidea a vent’anni affiancò nel fare le camere Argentina, ottantacinquenne, che le insegnò a stendere i panni; Sara imparò dalla proprietaria più anziana a evitare le fatiche o gli spostamenti inutili prevedendo i compiti da svolgere e giostrando gli spostamenti tra i piani in base alla necessità, dato che «chi non ha testa ha gambe e quando arrivi alla sera le gambe sono le tue. Quindi non girare mai a vuoto» (p. 135).

«Mia nonna era una che… noi non dicevamo neanche niente, ma mia nonna era una tosta. Perché poveretta l’aveva fatto lei l’albergo, aveva fatto una fatica che mai e quindi non passava niente. Li sgridava eh, non è che… Eppure loro tornavano sempre. Quindi comunque evidentemente si creava un rapporto di collaborazione, di fiducia… anche di rispetto» (p. 73). Una frase ripetuta spesso dalle albergatrici nelle interviste è che le dipendenti, nonostante lavorassero molto, «alla fine volevano sempre tornare» (p. 69). L’insistenza su questo aspetto sembra eludere la differenza tra il desiderio di tornare in un certo ambiente di lavoro e la necessità di farlo da parte delle lavoratrici, limitandosi ad affermare il dato di fatto – il loro ritorno di anno in anno – e a dedurne dunque la corretta funzionalità del sistema. Zoe chiede a Carla se la sua soddisfazione da albergatrice la riscontrasse anche nei dipendenti, e la risposta dell’intervistata è positiva, ma con una precisazione: «Fino a un certo punto sì. Fino a che avevamo il personale della zona» (p. 75). Come accennavo in precedenza, inizialmente il reclutamento della manodopera in campagna avveniva tramite la figura delle mediatrici, signore – spesso amiche dei proprietari delle pensioni – che nei paesini cercavano ragazze da portare al lavoro al mare. «Se eri una ragazza di bella presenza insomma era fatta. La signora che aveva fatto da mediatrice, cioè che aveva portato la proprietaria presso quella famiglia piuttosto che quell’altra, sicuramente si prendeva qualcosa, veniva pagata. Comunque mi ricordo che è venuta a casa e praticamente abbiam fatto il contratto a voce» (p. 100), ricorda Sara nel raccontare della sua prima esperienza stagionale nell’estate 1993 (quando aveva 16 anni). L’autrice ritiene probabile che gli albergatori proponessero alle ragazze delle paghe basse sapendole alla loro prima esperienza, e che in questo modo rientrassero ampiamente della spesa del mediatore. Fu in questo contesto che dagli anni Ottanta già molti imprenditori decisero di reclutare manodopera a basso prezzo lontano dalla Romagna, facendo degenerare il fenomeno dell’intermediazione in vero e proprio caporalato e in strumento di controllo padronale sull’economia del settore. Questo accadde negli anni Ottanta e Novanta in alcune zone del Meridione e della Sardegna e successivamente nel Duemila nei paesi dell’Est e specialmente in Romania (p. 102). Alla diffidenza nei confronti dei lavoratori stranieri si aggiunse poi il distacco ulteriore conseguente al loro reclutamento da parte delle agenzie interinali, per cui il personale non venne più percepito come «parte della famiglia».

Rapporti sul lavoro

Un esempio lampante di ciò è il diverso modo di percepire la propositività dei dipendenti da parte delle albergatrici: mentre delle corregionali vengono sottolineate la cura, anche non pretesa, degli spazi comuni delle pensioni («“Quest’altr’anno facciamo così eh signora” Erano loro che me lo dicevano “Quest’altr’anno cambiamo le tovaglie eh”», p. 75; «Io mi son messa lì dentro, gli ho ravvivato la hall, l’albergo. Io lì sono diventata di casa», p. 119), per le lavoratrici straniere le stesse prese d’iniziativa sono viste come maliziose congetture per ingraziarsi i padroni. Dice Carla: «Gli stranieri li ho dovuti istruire. C’era anche il problema della lingua. Eravamo anche noi impreparati alla diversità del personale straniero. Noi cercavamo: fai la cameriera? Fai la cameriera. Queste invece quando c’erano i vuoti dicevano: “cosa facciamo?”. Perché venivano presto, […] e quindi via, volevano pitturare. Una un giorno arrivo, era là che pitturava. Si era fatta prendere la vernice era là che pitturava. Ma dico “cosa fai?”. […] Questo era agli inizi, Perché loro avevano chissà… c’erano gli intermediari con i rumeni […] e quindi fra loro si parlavano si dicevano, ipotesi mie, “devi andare là, devi farti vedere che…” Addirittura arrivavano che mi portavano dei regali. Loro ti portavano le cose loro, i centrini… […] a me non va bene che loro mi regalino delle cose» (p. 78). All’opposto, anche una stretta osservanza del proprio orario di lavoro senza ulteriori concessioni di tempo viene giudicata negativamente. Paola riguardo ai dipendenti racconta di aver «sempre avuto un rapporto di famiglia con queste persone, tanto è vero che quando finivamo il servizio mangiavamo tutti assieme. Ultimamente con queste straniere, con queste persone straniere, perché io avevo tutte straniere, non gli interessava niente. Una volta questa qui, la Olga, mi ha detto: «ah ma io posso andare anche a casa quando ho finito il mio lavoro, cosa devo stare qui a guardare le vostre facce?» (p. 79).

A fare da contraltare al punto di vista padronale, l’autrice espone le esperienze di cinque lavoratrici provenienti da Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia, e Russia. Dora, che nel 2006 si trasferì da Szèkesfehèrvàr a Rimini per un progetto di volontariato, per un paio d’anni durante l’università lavorò come receptionist e cameriera in un piccolo albergo. «Avevo l’impressione che la titolare che gestiva l’albergo… rispetto a noi si sentisse di serie A e noi lavoratori, che eravamo comunque […] quasi tutti stranieri, un po’ serie B. Io avevo proprio di continuo questa impressione che dovevo sentirmi inferiore rispetto a lei […] perché io vengo da un altro paese. E lei questa cosa ha detto una volta espressamente, me la ricordo tantissimo: è che noi andiamo bene perché lei ci paga poco. Voi siete… sì lavorate, siete brave, però siete…» (p. 125). Dall’intervistata a Dora emerge poi il fatto che fosse frequente la pratica di trattenere i passaporti dei dipendenti, una volta arrivati in Italia, in modo che non potessero di punto in bianco tornare al paese di provenienza rischiando di lasciare senza manodopera i gestori degli alberghi. Ma questo non è l’unico escamotage messo in atto dagli albergatori: per svincolarsi dai controlli dell’Ispettorato del lavoro, per esempio, istruivano i dipendenti su come comportarsi o cosa dire in caso di un’ispezione. Ad alcuni lavoratori non in regola veniva ordinato di nascondersi, «se veniva qualche controllo dall’Inps il capo ti avvisava di andare alla gelateria» (p. 116), gli altri spesso erano provvisti di un bigliettino in cui «c’era scritto il nome del tuo contratto, che giorno libero hai per restare a casa e quante ore fai al giorno, alle-alle. Questo bigliettino avevi con te per non dimenticarti se dovessero venire a fare delle domande. In questo sono molto organizzati» (p. 114).

Difendere chi lavora

Nel 2008 partì allora un’indagine da parte dell’associazione Rumori Sinistri attraverso l’incontro con le lavoratrici stagionali: durante i mercati settimanali venivano distribuiti volantini scritti in rumeno con i contatti cui rivolgersi in caso di bisogno e un vademecum in cui venivano specificati i diritti riguardanti i contratti di lavoro. Oltre a Rumori Sinistri, alcuni rappresentanti dei sindacati Filcams Cgil e Adl Cobas, della Gioventù Operaia Cristiana e del Comitato Schiavi in Riviera si uniscono alla contro-narrazione sul turismo riminese ricordando il loro operato nel territorio in difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori.

Mariano Arenella, che dal 1995 al 2002 lavorò come bagnino di terra e di salvataggio a Rimini, a partire dal 2008 fondò, assieme a un paio di colleghi, il Comitato Schiavi in Riviera. Il loro obbiettivo era quello di riunire concretamente giovani e persone che condividevano l’esperienza stagionale in modo da creare una rete solidale e informativa sui diritti di ciascuno. Il primo modo con cui il Comitato si fece conoscere fu un blog in cui gli utenti potevano segnalare anonimamente situazioni di disagio provate nell’ambiente lavorativo; al concretizzarsi della richiesta d’aiuto il Comitato sarebbe intervenuto in ascolto. Di forte impatto sull’utenza della riviera fu anche la campagna di comunicazione tramite l’affissione di manifesti provocatori con su scritto “Cercasi schiavo”. «La cosa che mi stupiva era che nessuno sapesse in realtà quelli che erano i loro diritti, nessuno. Anzi, pensavano tutti di dover ringraziare e di essere trattati bene, quando in realtà le paghe che percepivano erano più basse di quelle che avrebbero dovuto percepire col giorno libero e con otto ore a settimana» (p. 178) dichiara Arenella. È interessante notare che, a distanza di tempo, anche i lavoratori ammettano la propria ingenuità a ripensare a quanto fossero remissivi da giovani, e spesso si colpevolizzino di ciò: «quella volta ero così ingenua che non chiedevo niente, capito? Io non ero neanche consapevole del fatto che io ero in regola solo per tre ore al giorno. Ingenua, un po’ ignorante, nessuno me l’ha spiegato» (p. 110); «Adesso rido che ero stupida» (p. 116); «[riferendosi alla richiesta dell’indennità di disoccupazione] non ero così intelligente da fare sta cosa» (p. 108). Una svolta per quanto riguarda la conoscenza e l’iscrizione al sindacato da parte dei lavoratori fu proprio l’introduzione dell’indennità di disoccupazione, dal momento che per fare domanda essi dovevano rivolgersi a un sindacato o a un patronato. Mauro Rossi, segretario Filcams, spiega: «Noi coglievamo quell’occasione, uno, per iscrivere il lavoratore, due, perché gli dicevamo: “ma sei sicuro di aver preso tutti i soldi? Perché guarda che qui a Rimini ti può andare bene ma ti può anche andare male”. […] Facevamo tutti gli anni la chiamata a questi lavoratori, gli davamo il calendario segna ore e tutto quello che gli poteva servire per tenere giorno per giorno segnato le note. […] Nell’ottanta per cento dei casi i conti non tornavano» (p. 158). Ci furono dei tentativi da parte dei sindacati di organizzare degli scioperi, ma la dispersione dei lavoratori in centinaia di alberghi differenti ostacolò questa pratica di lotta. Gabriele Guglielmi, che è stato coordinatore delle politiche globali della Filcams nazionale, ricorda un elemento originale di rivendicazione di turno di riposo imposto dalle cuoche: il piatto freddo. La figura della cuga, la cuoca, esprimeva il massimo della professionalità ed era quella più ricercata, dal momento che quello riminese fu anche un turismo culinario che fidelizzò gli ospiti provenienti da Germania e Austria. Alcune di esse per poter avere almeno una mezza giornata di riposo imposero «che il giovedì e la domenica a cena non si cucinava, ma in tutte le pensioni veniva servito il piatto freddo, che praticamente erano gli affettati, salumi, fontina e poco più. Questo consentiva alle cuoche, sottocuoche e quant’altro di non essere in cucina almeno per la mezza giornata. Noi [i membri della Filcams] questa cosa la usammo strumentalmente […] e nel volantino scrivevamo: “cari turisti, voi rientrerete a casa di domenica, scusateci se sull’autostrada, negli autogrill, non potrete prendere il caffè perché sono in sciopero. Anche per coloro che invece rimarranno nelle nostre pensioni ci sarà un disagio perché al massimo, però noi ve lo garantiamo perché il nostro sciopero non è contro i turisti, vi daremo il piatto freddo”» (p. 153).

Malattie professionali

Nelle interviste presentate nel capitolo finale sulla «contro-narrazione», l’autrice fa emergere anche la questione degli effetti provocati nel tempo da danni fisici e psicologici accusati dai lavoratori stagionali. Proprio in merito alle cuoche un’infermiera dell’ospedale di Rimini scoperchia il “vaso di Pandora” di problemi sottaciuti e malattie professionali non riconosciute, affermando che era la norma che tra fine settembre e inizio ottobre il trenta percento delle pazienti ricoverate al reparto di medicina venissero dal mondo alberghiero: «la maggior parte erano cuoche, con diagnosi di entrata di lipotimia dndd [ovvero di natura non determinata], che significa svenimento, oppure stress e depressione, astenia dndd, quindi un senso profondo di stanchezza. Dormivano tutto il giorno. Dormivano notte e giorno e dopo una settimana dieci giorni gli esami erano negativi, meglio così per loro, e andavano a casa guarite. Questo fa pensare a una stagione fine anni Settanta e anni Ottanta, dove spesso la cuoca era la moglie dell’albergatore e quindi no riposi, no pause, no cambi. Erano gli anni belli della Riviera, quindi la stagione era piena […] Però quello che mi ha sempre colpito è che alla fine erano contente, cosa che non vedo oggi, trent’anni dopo, le persone che hanno fatto la stagione non li vedi contente» (p. 209).

Iniziare a fare in un altro modo?

Quelli segnalati dalla ricerca sono solo alcuni dei nodi che vengono al pettine del lavoro stagionale, e sebbene vadano situati, temporalmente e di volta in volta, in decenni differenti, è innegabile che problemi di manodopera sottopagata, diritti dei lavoratori “sospesi” durante il periodo estivo e pregiudizi nei confronti del personale straniero persistano ancora oggi in molte località balneari. Per quanto ancora sarà sostenibile questo modello turistico? Riporto di seguito le parole di Arenella sulla necessità di costruire delle alternative: «Il “si è sempre fatto così” è l’inizio della fine. È la morte. Se si è sempre fatto così allora forse è un buon motivo per iniziare a fare in un altro modo. Piuttosto che vantarsi perché creano lavoro [gli imprenditori stagionali], secondo me dovrebbero iniziare a mettersi davanti a uno specchio. Che è quello che volevamo fare noi [Comitato Schiavi in Riviera], offrire uno specchio» (p. 182).

Nota. Zoe Battagliarin si è laureata nel 2023 in Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La sua tesi ha ricevuto il premio per ricerche inedite di storia orale assegnato dall’Associazione Italiana di Storia Orale nel 2024, che ha previsto anche un sostegno alla pubblicazione.

L’immagine di copertina è stata creata da Elena Iorio con chatgpt.

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