A piedi per la capitale serba, estate 2025. Simboli, graffiti, sovrascritture, striscioni e slogan in rima. Archeologia delle proteste che da mesi chiedono le dimissioni del governo.
Strana atmosfera in questa fine luglio a Belgrado. C’è qualcosa della grande città in estate, abbandonata da chiunque ne abbia avuto la possibilità. Ma ci sono anche i segni, ovunque, dell’enorme ondata di proteste che ha scosso il paese per nove mesi. Attualmente, anch’esse sono in fase di riflusso, e non solo per la calura, ma perché ormai, dopo che il variegato movimento di opposizione al governo in carica è riuscito nell’impresa di portare in piazza, ripetutamente, centinaia di migliaia di persone, bloccando il paese con scioperi e occupazioni, il nodo che tutte e tutti conoscevano è venuto al pettine: che fare, ora? Fondare un partito? Un’alleanza partitica? Come portare avanti la lotta con altri mezzi?
La protesta, infatti, non poteva durare all’infinito, non con queste forme. Gli/le studenti hanno occupato le sedi universitarie e hanno boicottato lezioni ed esami, col sostegno di un alto numero di docenti. È la “blokada”, che in un bel gioco di parole a incastro e in rima (“kada” vuol dire “quando”) che campeggia sulla Facoltà di Lettere, è invocata con lo slogan “Blokada, se non ora, quando?”.

Il prezzo immediato da pagare per chi aderisce è salato: gli/le studenti rischiano di perdere l’anno, e ai/alle docenti lo stipendio è stato ridotto di tre quarti, in certi casi sospeso, con in più la modifica al regolamento che governa l’impegno didattico e di ricerca dei docenti, di fatto escludendoli dalla possibilità di partecipare a programmi di finanziamento europeo. Vista l’esiguità delle risorse investite, al solito, nell’educazione, significa impedire ai/alle docenti di fare il loro lavoro di ricercatori/trici.
Una delle richieste del movimento, infatti, era proprio l’aumento del finanziamento a scuola e università, sebbene l’obiettivo principale fosse una radicale rimessa in discussione del “sistema” socio-politico-economico che da anni governa, a vari livelli, il paese, con reti clientelari caratterizzate da un altro grado di corruzione, con pesantissime ricadute per la società serba in ogni ambito della vita sociale, ossia economico, politico, culturale. Giovani e meno giovani, uomini e donne, a Belgrado e in numerose altre città del paese, chiedono a gran voce le dimissioni del governo in carica e che si dia alla Serbia una possibilità per cambiare, anzitutto attraverso nuove elezioni.
Mi rendo conto di parlarne al passato, ma le proteste non sono concluse e il futuro è aperto. Deve aver a che fare con quel riflusso cui accennavo prima. Quello che lascia dietro di sé, oltre alle istanze politiche e sociali che attendono di essere elaborate nei mesi a venire, sono un gran numero di graffiti. La città è infatti un vero florilegio di scritte e disegni sui muri, messaggi volantini e adesivi. Impossibile renderne conto pienamente, una mappatura seria richiederebbe un enorme lavoro, oltre che notevoli competenze per poterle decifrare, visti i numerosi e svariati riferimenti. Tuttavia, ne posso condividere con il/la lettore/trice alcuni, che hanno attirato la mia attenzione, muovendomi tra le strade della città.



Attorno alla Facoltà di Lettere ci sarebbero da passare le giornate a leggere le pareti. Tra le scritte a caratteri cubitali che occupano più spazio vi è il richiamo a “una società senza classi” (“za besklasno društvo”) – e subito sotto, la richiesta di una “educazione gratuita” (“besplatno obrazovanje!”).

Lo spirito libertario è evidente, richiamato dalle “A” cerchiate. E poiché per mezzo dei graffiti si portano avanti vere e proprie battaglie simboliche, non deve stupire che a fianco a simboli anarchici, comunisti (la falce e il martello) e antifascisti (e l’invocazione “morte al capitalismo”, che richiama quella di “morte al fascismo, libertà al popolo”, utilizzata durante la seconda guerra mondiale e poi dopo durante la Jugoslavia socialista), compaiano le quattro “S” (“C” in cirillico), chiaro simbolo nazionalista. È anche un segno della notevole eterogeneità del movimento, che in chiave anti-governativa raccoglie anime anche molto diverse.

Il botta-e-risposta, che in altri casi avviene attraverso sovrascritture e cancellazioni, qui si manifesta con l’affiancamento dei messaggi. Agli appelli per liberare Gaza, per combattere il capitalismo (“smrt kapitalizmu”, morte al capitalismo) e per celebrare i partigiani titini (“slava partizanima”, gloria ai partigiani), si affianca lo slogan che rivendica il Kosovo come territorio integralmente serbo (“Kosovo Srbija”):

Può succedere che le quattro “C” siano fatte ruotare di 90 gradi, diventando così “P” (“П” in cirillico), iniziali del motto “Sulla giusta via verso la giustizia” (“Pravim putem prema pravdi”):

L’accusa rivolta al ceto politico è quella di avere le mani insanguinate, con riferimento al grave incidente che ha rappresentato la scintilla delle proteste, ossia il crollo di una pensilina in una stazione dei treni a Novi Sad, che ha provocato sedici vittime. Sebbene non siano ancora state svolte le indagini accurate e trasparenti che il movimento richiede, già si sa che il cedimento strutturale è legato a lavori svolti in economia, in spregio ai regolamenti esistenti. L’obiettivo di arricchirsi disprezza le vite dei/delle cittadini/e. Di qui il simbolo della protesta: mani rosse, mani insanguinate (una si vede anche nel manifesto della “Blokada” con cui abbiamo aperto).


La libertà di espressione e di protestare, invocata in più lingue, italiano incluso è stata in questi mesi ripetutamente repressa dalle forze dell’ordine.

Le quali sono invece prodighe nel tutelare i dimostranti filogovernativi, ancora accampati nel parco simbolicamente ben collocato tra il parlamento e la sede della municipalità cittadina.


Tutti erano chiamati a unirsi alle proteste in piazza (“Svi na ulice!”, Tutti in strada!):

E gli inviti continuano, anche portandoli su di sé:

Che succederà con questi appelli? Che ricadute avrà questo affascinante movimento di protesta? Dobbiamo attendere che passi l’estate, per vedere. Intanto, le camminate per Belgrado offrono numerosi spunti di riflessione, anche solo guardando i suoi edifici, quelli esistenti, così come quelli in costruzione:

Il visitatore della città, di fronte a un tale, magnificente e lussuoso edificio, ubicato nel quartiere dell’élite e delle ambasciate, potrebbe pensare che si tratti di una sontuosa manifestazione del potere politico. Si trova poi a due passi dall’archivio della Jugoslavia, domina Belgrado dall’alto: sarà stata la dimora di Tito, ora restaurata? Cioè una residenza del leader comunista che amava uno stile di vita glamour? Ma perché, allora, non ci sono cartelli che aiutino a orientarsi? Per raccogliere informazioni, torna più utile Google, che spiega che si tratta di una nuova reggia di un tycoon dei media, Željko Mitrović.
Per una camminata iniziata con l’appello a una società senza classi, la conclusione è un po’ amara. C’è un po’ di strada ancora da fare. Ma le centinaia di migliaia di persone che per mesi sono scese in strada, ne hanno compiuto un pezzo.
31 luglio 2025
PS. Neanche il tempo di inviarlo, questo mini-reportage è diventato già vecchio. O meglio, le proteste – e le repressioni – sono presto riprese, ad agosto. Il subbuglio ha prevalso sulla calma. Vedremo a cosa porterà.

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