Fine luglio 2025, mezza giornata nei dintorni di un rifugio, Lorenzo si fa raccontare da Gaia il progetto di una mostra d’arte in Cansiglio, durante i lavori di allestimento. “Tradizioni”, “turismo sostenibile”, “comunità cimbrica”, rapporti con le istituzioni e con il “mondo adulto”. Generi di discorso e punti di vista generazionali.
Siamo sull’Altopiano del Cansiglio, in provincia di Belluno, un’ora di macchina da casa mia. Alle nostre spalle si trova la provincia di Treviso mentre, pochi chilometri più avanti, il Veneto lascia posto al Friuli-Venezia Giulia. Tra tre giorni, dal 27 luglio e fino al 3 agosto, presso il rifugio alpino Vallorch, si terrà una mostra d’arte: idEntità – l’ecosistema diventa museo, a cui parteciperà anche Leonardo, che questa mattina mi ha accompagnato. Sarà un’esposizione che si svilupperà all’interno del bosco del Cansiglio, dove una decina di artisti – tutti sotto i trent’anni – presenteranno le proprie opere. Io e Leonardo entriamo nel rifugio: una parete tappezzata di disegni e articoli di giornale ci accoglie, mentre Gaia – la ventunenne ideatrice della mostra – sta discutendo con Gianni, che ci viene presentato come scenografo dell’intera esposizione. Dopo i saluti iniziali e un rapido caffè, Gaia ci guida verso il bosco o, meglio, verso il museo. Mentre camminiamo, mi fermo per un attimo a guardare il paesaggio della Piana del Cansiglio: una grande distesa verde, costellata di pochi alberi, circondata da un folto bosco di faggi e abeti. Nella conca vedo alcune mandrie che pascolano. Tira un bel vento; si respira un’aria intrisa dell’odore di bosco e degli aghi di pino. Si sente solo il fruscio degli alberi, fatta eccezione per qualche voce soffocata e qualche colpo di martello.
Un paio di abeti fungono da cancello per quello che sarà il percorso espositivo; non appena varchiamo questo ingresso vegetale, si apre cantiere immerso tra gli alberi. Un paio di ragazzi stanno preparando una delle strutture necessarie per l’esposizione di un’opera. Sono alcuni degli artisti che parteciperanno alla mostra. Stanno cercando di capire come unire tra loro i moduli di quella che sarà una pedana: il lavoro che verrà qui esposto sarà collocato sul fondo di un pozzetto ricavato nella piattaforma; i visitatori potranno osservare l’opera con uno sguardo dall’alto verso il basso.

Gaia comincia a mostrarmi come sarà organizzato il percorso espositivo: all’interno del rifugio sarà allestita una sala immersiva. All’esterno, seguendo intervalli di circa una ventina di metri, saranno posizionate le differenti opere: oltre alla pedana iniziale di Leonardo, vedo che più in profondità nel bosco, a circa una quarantina di metri da noi, Gianni insieme a Elia stanno preparando un’altra struttura, simile alla prima. Tutti i lavori che verranno esposti mi vengono brevemente presentati da Gaia con grande entusiasmo: natura e spiritualità, trasparenze, materico, scultoreo, tradizione, percezione, Io e Altro; questi sono alcuni dei contenuti che i vari artisti hanno affrontato nella realizzazione delle loro opere, seguendo il tema comune del “dialogo con l’invisibile”. Proseguiamo la nostra passeggiata. Gaia mi indica un punto in mezzo al fogliame: lì verrà eretta una sorta di piccolo gazebo dove Elia allestirà il suo piccolo studio di tatuaggi. Poco più avanti, accanto ad alcuni alberi che ospiteranno un fregio composto da fotografie, verrà creato un auditorium immerso nel verde, dove una ragazza terrà un incontro sulla poetica di Zanzotto, in particolare sugli infiniti del paesaggio. Chiedo a Gaia se alcune delle opere siano già stati montati nei rispettivi spazi espositivi. Mi risponde che, al momento, ancora nessuna dei lavori è presente nel rifugio: stanno ancora allestendo il percorso della mostra, e, per evitare danni causati dal maltempo o dal passaggio della fauna locale, ha chiesto agli artisti di portare i propri progetti al rifugio il sabato, il giorno prima dell’inaugurazione.
Lorenzo. Quindi comunque sono… un artista dentro e i restanti dieci stanno fuori, giusto? Se non sbaglio i conti. C’è la sala – dentro – multimediale, però il resto…
Gaia. Tutto il resto è all’esterno, assolutamente sì. E loro presenzieranno, che è la cosa a cui tenevo di più, il motivo per cui mi sono potuta permettere di fare questa cosa – secondo me – è anche il fatto che ho vissuto letteralmente i musei per undici anni della mia vita, no? Fino ad oggi, quindi… dieci anni alla prima mostra che mi aveva portato mia madre, ho il ricordo super nitido di queste cose. Poi da lì mi sono sempre più appassionata ai musei, mostre, arte in generale. E la cosa che, secondo me, succede tante volte è che il semplice dare una spiegazione biografica o dare una spiegazione dell’opera con quel cartellino grande così, che butta le parole un attimo auliche, che non tutti sono in grado di percepire, soprattutto se non sono affini all’arte, era quella barriera che io volevo completamente buttare giù. Quindi voglio invitare la gente a interagire con gli artisti, capire la relazione fondante tra la loro opera e il tema, tra la loro opera e perché hanno scelto di farla, in modo da dare spazio anche a loro di esprimersi al cento per cento.
Usciamo dal bosco, per tornare a sederci su una panchina vicino al rifugio. Davanti a noi, poco distante dall’ingresso del percorso espositivo, è già stato preparato un piccolo gazebo per la vendita e la distribuzione di birra e di altre bevande. «C’è già chi lo chiama festival» mi annuncia Gaia, precisando che, non sarà solo una mostra d’arte, ma anche un’occasione per valorizzare il territorio, con degustazioni di prodotti locali, workshop, conferenze, laboratori ed escursioni. Il progetto non è passato inosservato: ha attirato l’attenzione di alcune associazioni – che si sono offerte di sponsorizzare l’evento – di testate giornalistiche e anche delle istituzioni.
G. Con la stampa ho sempre cercato di far passare il messaggio che è più importante per me che è proprio questo: cioè, il fatto che io, durante il percorso, non ho incontrato un singolo adulto, una singola persona con cui mi sono confrontata che non abbia avuto stima e rispetto di quello che stavamo portando avanti e volesse supportarlo e avesse cercato di aprirci le porte di un mondo a cui ancora non dovremmo accedere, no? Quindi questioni molto molto da grandi le hanno risolte loro per noi, avendo i mezzi per farlo. Perché sai che adesso c’è lo stereotipo del fatto che i giovani non hanno voglia di fare niente, bla bla bla… secondo me – e quello su cui marcerò fermamente – è il fatto che non è una questione che non credono in noi; è una questione che, essendo noi stessi che vogliamo apportare un cambiamento, il fatto è che dobbiamo noi apportare il primo passo e iniziare quel dialogo generazionale. Ma non è mai, mai bloccato dall’altra parte, se lo iniziamo noi, che giustamente siamo quelli che vogliono iniziarlo, no? Quindi anche dall’altro lato, appena arriva qualcuno con una buona idea, che vuole prendere il loro posto – tra tante virgolette – sul lungo futuro, loro sanno di poter lasciare in mano questo mondo a delle persone comunque rispettabili e che hanno voglia di fare.

Soprattutto parlando delle fasi organizzative, Gaia mi racconta della disponibilità che Veneto Agricoltura – ente strumentale della Regione Veneto che si occupa della Piana del Cansiglio – e i vicini comuni, tra cui quello di Fregona, hanno dimostrato fin da subito per sostenere l’intero progetto. Ribadisce che la mostra non parla solo di arte fine a sé stessa, ma che si allaccia alla realtà del rifugio alpino Vallorch, che è sì un punto di alloggio e ristoro, ma nasce come un centro di educazione ambientale. Gaia vuole educare al mondo del bosco il «turista della domenica», quello che prende la macchina nel fine settimana per andare a mangiare. L’esposizione del “dialogo con l’invisibile” si intreccia con tematiche molto concrete: il rapporto con la natura e il territorio, la conservazione della cultura locale, l’ingresso dei giovani nel mondo degli adulti.
G. Io vorrei innanzitutto che si portasse a casa la bellezza, perché sono una grandissima amante dell’estetica ahimé, ed è forse il motivo per cui ho scelto il lavoro che voglio fare. Quindi sì, il mio scopo principale è dare anche un senso di estetica a questo bosco che è già una meraviglia a mio parere, e cercare di mantenere quel tipo di visone, no? Tutto naturale, legno, nulla di più, qualche presa che passa ma solo il necessario e lasciare tutto il più naturale possibile, di modo che la gente sia attirata sì, ma comunque non lo percepisca come un qualcosa che stona come di sicuro, appunto, la parte… a livello estetico, l’occhio vuole sempre la sua parte. Però anche che gli rimanga… cioè, secondo me, vedere di facciata – che poi non è solo di facciata, ma anche tutto il dietro le quinte – dei giovani, in mezzo al bosco… dà un modo appunto di riconnetterci al mondo della natura – che sta tornando trending anche quella no? – e comunque, vederci lì fuori, che abbiamo fatto tutto da zero, che abbiamo tirato su una cosa del genere, secondo me può essere non solo esteticamente pleasing ma anche, si può dire, un invito a fare. E quindi questo è il primo impatto… cioè, il fatto che la gente sia cosciente della natura che riserva in questo posto e che comunque noi abbiamo cercato di rispettarlo il più possibile, ma comunque di fare qualcosa, no?
È un manifesto generazionale, una «chiamata all’azione per tutti noi» – mi spiega Gaia – «che abbiamo un sognetto, un’idea in testa, no? Che vogliamo portarla avanti, magari c’è la paura che non venga capita, c’è la paura… però basta metterla giù bene, andare fuori, provare. E finché non va si prova, si prova. Noi abbiamo avuto fortuna che sia andata alla prima volta». Poi mi racconta la nascita della mostra: la formazione del direttivo – composto da otto persone – e la gestione della comunicazione, di cui si è occupata lei stessa. Mi parla dei suoi sogni, del suo futuro, del suo rapporto che sta costruendo con il direttivo e con gli artisti.

Sulla destra, parte della conca della Piana del Cansiglio
Noto che Franca, la madre di Gaia nonché concessionaria e gestore del rifugio, si sta avvicinando a noi, con il telefono in mano. Comunica a Gaia che una giornalista è interessata a scrivere un articolo sulla mostra. È la quarta o quinta testata giornalistica che si interessa al progetto idEntità. «Secondo me è il fatto che siamo giovani e che si vogliono avere buone notizie» mi confida Gaia. Continuiamo la nostra conversazione.
L. Chi conosce la storia locale sa benissimo che qua vicino c’è anche il villaggio cimbrico, Vallorch, no? E allora, in qualche maniera voi vi ponete in continuità, in relazione con, quella che era, perché ormai, se non è, è una cosa che sta morendo – purtroppo – quella che era la comunità cimbrica del Cansiglio?
G. Infatti guarda, tutto il villaggio cimbrico che vedi su adesso è quasi completamente disabitato nei periodi invernali, assieme a quel classico, ultimo manutentore della vita cimbrica. Che è il signor Franco, che è praticamente… chiamiamolo patrono del Cansiglio perché, quando c’è un problema si va da Franco e lui te lo risolve. Lui è proprio la rappresentazione stessa del Cansiglio, perché lo guardi, ha queste gote super rosse, sempre, sempre sto sorriso stampato. Ogni tanto ti sente, ogni tanto no perché ha anche lui i suoi anni… non sono sicura, tra i settanta e gli ottanta… però dopo chiediamo un check alla Franca… però sì, lui lo vedi, poi con sua figlia, gestiscono i baracchini di legno, poi dà gli slittini in inverno ai bimbi quando c’è un bel po’ di neve… oppure vende scarponi di quello di marca vecchissimi, che sono fuori produzione o che hanno qualche rotture che non è andata bene al consumo di massa, e allora lui li prende e te li vende lì al prezzaccio giusto… Noi ci mettiamo in continuità anche perché vogliamo dialogare con il posto, siamo coscienti di essere ospiti, no? Veniamo dalla bassa. Noi viviamo a Conegliano, mia mamma è originaria di Treviso, io comunque di Vittorio [Veneto], sono nata lì e quindi comunque tutta la parte di pianura… però… questo posto ha sempre… è quello che ci ha sempre messo la mia visione di… c’è, questa è la montagna per me. È il luogo dove si va se si ha un attimo di tempo da piccoli, mia mamma mi portava in cima al Pizzocco[1] per mangiare il vento tipo, quello era uno dei miei giochi preferiti, si correva. E quindi anche quell’idea lì, no? Quel fanciullino è uno dei miei temi preferiti… chi era? Pascoli? Che proprio, quel mantenere la bellezza nei tuoi occhi sempre, no? Quell’ingenuità, quell’innocenza con cui guardi tutto e riesci a farti stupire, e questo posto, nonostante io lo veda da – davvero – ventun anni di vita perché, sempre stata qui, continua a stupirmi e continua a suscitarmi nuovi pensieri, a dare nuove esperienze. Anche perché poi, ho la possibilità di far venire su i miei amici, quindi sai, ogni volta vedi un punto di vista lontano dal tuo e dici beh, forse non l’apprezzo abbastanza, forse non faccio abbastanza per questo posto. E quindi anche quel tipo di confronto, anche portar su gente a vedere questo tipo di… fargli fare questo tipo di esperienza con idEntità sarà di sicuro anche per me un modo per riscoprire il posto in cui sono nata e cresciuta e da dove vengo, ecco.
Inizia a piovere, e la pioggia costringe a una pausa forzata nel cantiere. Io e Gaia proseguiamo il nostro discorso. Mi spiega come vorrebbe trasformare – seppure solo per alcuni periodi dell’anno – Vallorch in un ritiro per artisti. Con idEntità ha avuto l’occasione di realizzare, brevemente, questo suo progetto: i dieci artisti, infatti, alloggeranno presso il rifugio per tutta la durata della mostra, trasformandolo per una settimana in una vera e propria comune artistica. Lo scopo del progetto non è puramente artistico e culturale, ma anche sociale: si vuole creare un gruppo sì di artisti ma, prima di tutto, di persone.
Guardo il cellulare. Conversiamo da circa un’ora. Spengo il registratore, e poco dopo Gaia ci invita a occupare i nostri posti a tavola. Mentre pranziamo, fuori continua a piovere. L’atmosfera è rilassata e amichevole: più di una persona commenta che sembra quasi un pranzo di Natale.
Dopo il caffè, si ricomincia a lavorare. Bisogna sistemare l’ultima struttura: è un modulo in legno di tre metri per quattro, simile alle altre strutture. L’unica differenza è che questa sarà posizionata in verticale anziché in orizzontale, per permettere di appendere alcune tele. Mentre i ragazzi lavorano, Gaia osserva ogni fase del processo.

Le nuvole della pioggia del pranzo si sono ormai dileguate: tra i rami passano i primi raggi del sole, che riscaldano il bosco dopo la tempesta appena passata. Tra le foglie spunta un cavo, che raggiunge un’area delimitata da quattro paletti, dove Elia allestirà il suo studio di tatuaggi. I ragazzi urlano da una parte all’altra del bosco: hanno bisogno del trapano, e stanno cercando di farsi capire su quali viti servono. Franca ci raggiunge. Ci dice che a Conegliano c’è stato un nubifragio, alcuni alberi sono caduti. Ormai la struttura è quasi terminata, dopo aver scattato un paio di fotografie, io e Leonardo decidiamo che è ora di incamminarci verso casa.
Nota. La conversazione con Gaia De Crignis è stata realizzata da Lorenzo Piccoli il 24 luglio 2025, presso il rifugio alpino Vallorch, nella Piana del Cansiglio. La registrazione è stata effettuata con un telefono cellulare; l’intervista e la sua trascrizione sono conservati presso l’autore. Tutte le fotografie, compresa l’immagine in apertura, sono state realizzate dall’autore, con una macchina fotografica digitale Sony Cyber-shot DSC-W710.
[1] Si riferiva al monte Pizzocco, nel Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi, oppure al monte Pizzoc, nelle Prealpi Trevigiane, più vicino al Cansiglio e a Conegliano?

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