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Giorgio Sarto (1941-2024)

di Piero Brunello // Ritratti 31/07/2025

Un ricordo scritto in occasione del primo anniversario della morte

Ho conosciuto Giorgio Sarto in un viaggio in Portogallo organizzato da Lotta continua nell’agosto 1975. C’eravamo incrociati anche prima, come succedeva negli anni della militanza politica in una città relativamente piccola com’è Mestre, ma fu a Lisbona che abbiamo scoperto di avere interessi comuni. Giorgio faceva fotografie, io tenevo appunti degli incontri politici. Lo ricordo in quell’estate, con la macchina fotografica in mano, perlopiù in compagnia di Stefano Boato, suo collega all’Istituto “Giorgio Massari” di Mestre. Loro avevano trovato alloggio in una pensione in centro, mia moglie Giannarosa e io ci eravamo invece portati una tendina canadese e stavamo in un camping un po’ fuori della città.

Non ricordo di aver mai parlato con lui degli anni della militanza politica, su cui peraltro Giorgio conservava un archivio. Sulla sua scrivania teneva un tagliacarte, in lega leggera di alluminio, ricavato da un aereo americano abbattuto nel Nord Vietnam, avuto da compagni dell’Organizzazione Fronte Unito, di cui nei primi anni Settanta aveva fatto parte. Un altro documento a cui teneva era un decreto di citazione a giudizio della Pretura di Venezia, datato 9 marzo 1966, ricevuto in quanto presidente dell’organismo rappresentativo degli studenti di architettura (ORSAV), che con altre associazioni aveva promosso l’anno prima una manifestazione non autorizzata contro la guerra in Vietnam. [https://storiamestre.it/2019/05/04/vietnam-1965-75/]

Ci siamo rivisti dopo quel primo incontro a Lisbona? Non ricordo. Ricordo però quando, nel 1985, uscì il libro su Altobello, frutto di una ricerca svoltasi tre anni prima nell’ambito del corso sperimentale dell’Istituto Tecnico per Geometri “Giorgio Massari”. Volendo scrivere una recensione per la “Nuova Venezia” m’incontrai più volte con Giorgio, che aveva curato il libro, e discussi con lui del lavoro specifico – il recupero di parte di un’area ottocentesca di Mestre a due passi da Piazza Barche – e più in generale del modo di guardare alla storia della città. Nel libro c’era l’esperienza non solo personale e professionale di Giorgio, laureatosi a pieni voti in pianificazione urbanistica nel 1968, ma anche di Urbanistica democratica, di cui era stato uno dei fondatori nel 1978. A Mestre si era sempre abbattuto e costruito come se la città fosse una tabula rasa, priva di preesistenze storiche e artistiche, oltre che di un patrimonio ambientale. Il libro su Altobello mostrava invece come rendere visibile una città invisibile, individuando tracce storiche ancora presenti, grazie a sopralluoghi e all’analisi di carte d’archivio.

In quell’occasione Giorgio mi portò a vedere la documentazione raccolta nel Laboratorio urbanistico e cartografico allestito presso il Triennio sperimentale da lui promosso e coordinato all’Istituto “Giorgio Massari” fin dal 1978. Il Laboratorio, che s’inseriva nel rinnovamento della didattica allora in atto in Italia, promuoveva dispense didattiche, ricerche, rilievi e progetti sul patrimonio storico e architettonico di Mestre, basandosi sul mutuo apprendimento, unendo lezioni ex cathedra e ricerca, e instaurando collaborazioni con esperti esterni alla scuola, non solo universitari. Giorgio amava il suo lavoro. In quello stesso anno 1985 risultò vincitore di un concorso per comandi quinquennali presso l’IRRSAE (Istituto Regionale di ricerca, sperimentazione e aggiornamento), ma rinunciò all’assegnazione per continuare a fare l’insegnante e a seguire il Laboratorio che aveva messo in piedi.

Nel 1986 scrissi una lettera a una decina di persone, proponendo di costituire un’associazione per la storia di Mestre. Scrissi anche a Giorgio, che accettò, diventando uno dei fondatori di storiAmestre. Nei primi tempi mi consegnò una cartella con alcuni materiali prodotti da Urbanistica democratica, così da mettere a fuoco possibili temi d’intervento. Il contributo che Giorgio portò all’associazione – come si vede nei primi due convegni di studio – riguardavano lo sviluppo urbanistico della città e i conflitti politici in cui sono implicate le decisioni sulle aree urbane, con particolare attenzione all’analisi cartografica[1]. Chi l’ha conosciuto sa quanto Giorgio amasse soffermarsi sui dettagli delle carte topografiche, dei rilievi e dei progetti. Gli piacevano proprio, i particolari. Ricordo quando mi descriveva il mosaico liberty con la scritta “Auto-Garage Touring” all’ingresso di un vecchio garage davanti alla stazione di Mestre. Per lui tutti i segni urbani raccontavano una storia. Eppure questo suo sguardo si accompagnava a una domanda di fondo: chi comanda la città? quali sono gli interessi forti, e come si rivelano nelle decisioni urbanistiche? Sono domande che gli venivano senz’altro da Urbanistica democratica, ma anche da prima, dagli anni in cui aveva fatto parte dell’Ufficio studi regionali veneto delle ACLI (1966-1970), ed era stato redattore della rivista Questitalia diretta da Vladimiro Dorigo (1967-1970).

Il principale ambito di interessi di Giorgio rimase la Pianificazione urbanistica. Relatori della sua tesi di laurea erano stati Giuseppe Samonà, Giovanni Astengo e Ignazio Gardella, figure di rilievo nella realizzazione di progetti urbanistici in Italia. E allo IUAV, nel Corso di laurea in Urbanistica, Giorgio era tornato negli anni 1972-74 come borsista CNR, per svolgere attività di ricerca e di supporto alla didattica. Cosicché, quando diventò consigliere prima e assessore poi nella giunta provinciale di Venezia (era stato eletto nella lista Verdi Arcobaleno), Giorgio decise di impegnarsi nella Commissione per l’individuazione dei vincoli paesaggistici. Tra i numerosi beni ambientali e territoriali che riuscì a vincolare in quel periodo (1992-1993) ricordo il Quartiere Urbano di Marghera, progettato nel primo dopoguerra su modello delle Città Giardino. Se a Marghera non si possono realizzare progetti edilizi che la snaturerebbero, come potrebbe succedere oggi con la costruzione di una Torre al Villaggio San Marco progettato da Giuseppe Samonà, questo è dovuto al fatto che, grazie a Giorgio Sarto, il quartiere urbano di Marghera è stato vincolato dalla Provincia di Venezia come esempio di Città Giardino.

Non doveva essere facile far parte di una Commissione incaricata, in sostanza, di difendere il territorio dalla cementificazione. Ricordo che in un caso Giorgio ricevette una querela, con una richiesta di risarcimento spropositato, a causa dei limiti che aveva imposto a un progetto di espansione edilizia: la vicenda giudiziaria si risolse con un nulla di fatto, ma mise Giorgio e Ketty in angustia per parecchio tempo.

Giorgio aveva una vera passione per le Garden Cities europee. Oltre a conoscere la letteratura sull’argomento, le aveva visitate con viaggi di studio quand’era borsista CNR allo IUAV. Immaginava insediamenti urbani in cui fossero mantenute aree agricole, costruiti parchi, salvaguardati i complessi di interesse storico e tutelati gli spazi di valore ambientale legati ai corsi d’acqua, ai boschi, ai prati e alle zone umide. Ma a differenza dei suoi maestri, non pensava a progetti di insediamenti da realizzare ex novo, bensì a una paziente opera di cucitura, quasi di rammendo, di valori storici e ambientali che avevano resistito alla speculazione edilizia. Giorgio aveva fiducia nell’attenzione ai dettagli; pensava che il compito degli urbanisti fosse quello di riparare ai danni che lo sviluppo urbano, e in parte essi stessi (Giorgio avrebbe parlato di controriforma urbanistica), avevano causato.

Il primo esempio che voglio ricordare riguarda l’impegno tenace che Giorgio dedicò per anni alla proposta e alla realizzazione di un parco fluviale, partendo dalla salvaguardia dell’area lungo i meandri del Marzenego poco prima di entrare a Mestre.

Il secondo esempio si riferisce alla raccolta della cartografia storica delle trasformazioni del fiume dal Settecento al 2014, realizzata nell’ambito del Contratto di fiume Marzenego, a cui storiAmestre aveva aderito; sempre in quell’ambito Giorgio collaborò con Mario Tonello a una mostra, perlopiù basata su carte, mappe e rilievi, esposta dapprima a Reggio Emilia (2015) e in seguito all’Iuav, a Mestre, a Noale e a Martellago, città toccate dal fiume. Non riesco a pensare a due studiosi più pignoli e minuziosi di Giorgio e di Mario: queste loro qualità fanno sì che la mostra offrisse, oltre a un’analisi accurata e circostanziata del corso del fiume, una serie di proposte di intervento puntuali e non generiche.

Nel 2003 Giorgio ebbe dal Comune di Venezia un incarico a titolo gratuito (l’aveva messa lui come condizione) per curare il progetto “Mestre Novecento”, in vista della costituzione di un museo che documentasse le trasformazioni sociali e urbanistiche a/di Mestre nel corso di un secolo. Giorgio mi chiese di affiancarlo. Lo fece durante un pranzo a casa sua, a cui lui e Ketty mi invitarono assieme a mia moglie Giannarosa. Non era facile dire di no a Giorgio, data la correttezza e il garbo che lo contraddistinguevano, ma, a causa dei miei impegni lavorativi di allora, sentii di non poter collaborare come avrei voluto, e rinunciai.

Nel nuovo incarico, che si svolse presso il centro culturale Candiani, Giorgio costituì un Laboratorio Mestre Novecento in cui, con la collaborazione di Claudio Zanlorenzi, raccolse e catalogò in un database digitale un’ingente mole di documenti e materiali; allestì la grande mostra Mestre Novecento. Il secolo breve della città (2007-2008), curandone il catalogo; fece vincolare dalla Sovrintendenza Archivistica l’archivio Fertimont di Porto Marghera, che rischiava la distruzione.

Giorgio credeva nella costituzione in uno spazio pubblico di un Laboratorio di ricerca e documentazione, aperto ad associazioni, scuole, studiosi, iniziative civiche. Il Comune lasciò morire l’esperienza, affidando lo spazio urbano che da sempre si pensava destinato al museo cittadino a una fondazione di origine bancaria (Fondazione di Venezia, ex Fondazione Cassa di Risparmio), che diede vita all’operazione, immobiliare e museale, di M9. Il database in cui era confluito il materiale raccolto da Giorgio divenne inaccessibile: dei tre PC in dotazione al Laboratorio si perse traccia, e in ogni caso non si trovava più la password. Anni dopo, chiusa definitivamente la vicenda, ritenendo necessaria una presa di posizione di storiAmestre, di cui allora ero presidente, chiesi a Giorgio un riepilogo dei fatti in un’assemblea associativa dedicata all’argomento. Giorgio concluse le sue osservazioni, che qui ho ripreso, con un tono desolato, affermando che “l’elemento principale” su cui discutere andava ricercato “nella linea culturale e nelle scelte comunali, anche nel rapporto tra pubblico e privato[2].

Nel 2018, chiedendoci come spesso facevamo, di chi fossero “le mani sulla città”, dissi a Giorgio che mi sarebbe piaciuto leggere una buona e documentata storia del Mose, o magari prima o poi scriverne una io, per cercare di capire il carattere consociativo – dalla Curia patriarcale alle istituzioni culturali – che caratterizza la realtà veneziana, com’era stato confermato dall’inchiesta giudiziaria sulla gestione dell’opera gestita dal Consorzio Venezia Nuova. In quell’occasione Giorgio mi fece avere una corposa rassegna stampa, rilegata in volume, del periodo in cui era stato senatore nel Gruppo Parlamentare Verdi-L’Ulivo (aprile 1996-aprile 2001). Nel biglietto che accompagna il volume, Giorgio mi scriveva che la prima battaglia sul Mose era avvenuta nel 1996, e si augurava che io trovassi in quelle pagine qualcosa di utile alla mia ricerca.

La rassegna stampa documenta l’impegno di Giorgio da senatore. Vedo per esempio che è stato lui il relatore del decreto sulla “mobilità sostenibile” che finanziava le piste ciclabili in Italia. A proposito del Mose, Giorgio fu tra quanti cercarono soluzioni alternative, denunciando l’illegittimità della concessione monopolistica del progetto e dei lavori a un concessionario unico [Consorzio Venezia Nuova], contestando la scelta di affidarsi all’ingegneria idraulica (precostituendo di fatto le tecniche da adottare), richiamando la necessità di assicurare il ricambio delle acque tra mare e laguna, e infine proponendo misure concrete, ed enormemente meno costose (innalzamento delle rive, apertura delle valli alle maree, lavori ai fondali delle bocche di porto), per contrastare le acque alte per i successivi venti-trent’anni, sulla base del principio di reversibilità delle opere, tanto più con la previsione, già allora ampiamente accettata, di un aumento del livello del mare Adriatico.

Nel 2021, ragionando sulla crisi dell’associazionismo in seguito alle trasformazioni (demografiche, sociali, lavorative) degli ultimi decenni e alla pandemia del Covid, storiAmestre avviò una discussione sul senso dell’esistenza di un’associazione di storia in un contesto in cui la storia, e i suoi metodi, hanno perso rilevanza nel discorso pubblico. Prendendo a esempio Urbanistica democratica, in cui i progetti d’intervento erano preceduti da una ricognizione storica, Giorgio pensava a un’associazione civica-ambientalista; a me sembrava urgente costruire uno spazio pubblico attraverso l’esercizio di uno sguardo critico e storiografico. Giorgio aveva a cuore interventi come quelli del Parco fluviale, io pensavo al futuro della storia, e della storia locale, che non può sottrarsi all’abbraccio del Principe solo per mettersi al servizio dei Comitati. La malattia, che ha segnato gli ultimi anni della vita di Giorgio, ci ha impedito di discuterne come eravamo abituati a fare[3].

Giorgio Sarto è morto il 2 agosto 2024 a Mestre, e a Mestre si sono tenuti i funerali; era nato a Cittadella il 2 aprile 1941, aveva fatto gli studi superiori a Bassano del Grappa. Se la città è una costruzione sociale, Giorgio ha contribuito molto alla formazione di una società civile a Mestre, concorrendo all’elaborazione di un immaginario urbano. Ci restano i suoi scritti e l’archivio, che si spera potrà essere conservato in un luogo pubblico. Tutte e tutti gli siamo debitori per il suo sguardo attento, il suo impegno generoso, il suo tratto garbato e gentile.

Nota. In apertura e nel testo particolari da Mestre infedele,quadro a olio di Gigio Brunello (1990).


[1] Giorgio Sarto, Storia dello sviluppo urbano, in storiAmestre-MCE, La città invisibile. Storie di Mestre, atti del Convegno (Mestre 25-27 marzo 1988), presentazione di Domenico Canciani, Arsenale, Venezia 1990, pp. 46-70; Id., Conoscenza storia e proposte di trasformazione della terraferma, in storiAmestre, Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura di Piero Brunello, Nuova dimensione, Portogruaro 1990, pp. 52-60.

[2] Riprendo i dati della vicenda e il giudizio di Giorgio Sarto dal verbale dell’assemblea di storiAmestre, 8 novembre 2019 (che conservo in copia). L’occasione per stilare un consuntivo dell’attività del Laboratorio Mestre Novecento e per ripensare il ruolo di un museo a Mestre era venuta, oltre che dalla conferma della perdita dei dati raccolti dal Laboratorio, da un concorso per Miss Venezia-M9, e dall’ospitalità data da M9 alle prefinali di Miss Italia, dal 26 al 28 agosto 2019 in https://www.metropolitano.it/miss-venezia-candidata-a-miss-italia/.

[3] L’intervento di Giorgio Sarto in https://storiamestre.it/2021/12/24/smuovere-mezzo-secolo-di-inerzia/.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marco Boato dice

    10/08/2025 alle 8:51 pm

    Ottima ricostruzione storico-politica in memoria dell’ottimo Giorgio Sarto, di cui sono stato collega sia nell’Ufficio studi regionale delle Acli, sia nella redazione di Questitalia, anche con mio fratello Stefano, morto un mese prima di Giorgio.

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