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“Cycled in Venice”

di Silvio Potente // Storie 31/07/2025

Come diventare imprenditori riciclando copertoni di bici. A Peseggia, dal 2009. Intervista a cura di Giovanni e Piero Brunello.

Nota Il 9 giugno ho intervistato, assieme a mio figlio Giovanni, Silvio Potente, che con suo fratello Luca produce cinture utilizzando copertoni di biciclette da corsa. Lo abbiamo incontrato nel laboratorio di produzione, a Peseggia, una frazione del Comune di Scorzé, nella città metropolitana di Venezia. L’edificio è quello consueto, con l’ingresso sulla strada e l’orto sul retro. Accanto al laboratorio, ma con ingresso sulla strada, una stanza è adibita a punto vendita (“piccolo outlet”, “show room”); sul retro la cantina e il deposito attrezzi sono stati trasformati in magazzino; c’è un orto ben tenuto protetto da una rete antigrandine, e un pollaio per anatre e galline. L’intervista si è svolta perlopiù in dialetto [p.b.]

Piero e Giovanni Puoi presentarti intanto, e spiegare il vostro lavoro?

Silvio Sono Silvio Potente, ho 43 anni, sono nato a Marcon (Venezia). Mio papà era operaio in una piccola fabbrica di “termoformatura” di materie plastiche (facevano piatti, bicchieri, posate eccetera in plastica), prima a Marcon e poi a Pianiga. Io ho studiato a Venezia a Sant’Elena, dove ho ottenuto un diploma da perito nei trasporti marittimi, mentre mio fratello Luca, più piccolo, ha fatto l’istituto per geometri Massari a Mestre. A vent’anni entrambi abbiamo lasciato l’Italia. Siamo stati più di dieci anni all’estero, mai assieme, a parte poco tempo in cui abbiamo condiviso la stessa città. Tutti e due abbiamo lavorato nella hospitality – io nella ristorazione, Luca, nella hôtellerie. Io sempre in Inghilterra, sempre a Londra, mio fratello in Olanda, Francia, Spagna e per po’ in Inghilterra, girando varie città, mai capitali. Sempre come dipendenti, mai gestione propria. Ma penso che aver passato dieci anni di successo, ben pagati, con la fiducia dei nostri rispettivi titolari… forse proprio questo ci ha portato a improvvisarci nell’attività che abbiamo intrapreso.

Piero Anni ben pagati, hai detto.

Silvio Eh sì! tanto lavoro, tanta responsabilità, tanti schèi. I miei capi erano bravi capi che mi insegnavano cosa fare, come fare, e se volevo la responsabilità di avanzare uno scalino in su mi hanno dato la possibilità… Mio fratello invece non ha mai avuto ruoli di gestione, ma partendo dagli ostelli è finito a lavorare nei Super Luxury cinque stelle, come receptionist, e più su sali più devi dimostrare di saper risolvere ogni situazione.

Piero Il tuo ambiente di lavoro era inglese?

Silvio Totalmente inglese. Quando ho avuto la possibilità di scegliere colleghi, non ho scelto italiani, perché gli italiani tra italiani si prendono una confidenza che gli stranieri non si prendono, magari succede che un italiano ti parla in italiano, sembra che sia una cospirazione anche se non lo è… e io, dopo dieci anni… l’italiano era solo una delle lingue che usavo… parlavo inglese, l’avevo studiato alle superiori e poi praticato nei due anni che ho lavorato, prima di andare all’estero, in una agenzia marittima che aveva sede a Marghera (logistica, navi da carico, passeggeri), andavo da Marcon a Marghera dove ci sono tutte le agenzie marittime.

Giovanni Poi, dopo dieci anni di lavoro all’estero…

Silvio Succede che… Luca e io siamo sempre stati appassionati di bicicletta come sport, seguendo io il ciclismo e pedalando, e mio fratello interessandosi di meno allo sport e soprattutto pedalando; in ogni posto che andavamo ci siamo sempre portati dietro la bicicletta, intanto per risparmio, e poi perché se vai in bici incontri e conosci persone che vanno in bici come te, e infine perché conoscere una città in bici è diverso che farlo da un bus, un taxi o da una metro; io per dire a Londra non ho mai avuto una macchina: o bici o mezzi. A un certo punto mio fratello, oltre al suo lavoro di receptionist all’ostello si è messo a fare il messenger, a Rotterdam. In città grandi se tu devi mandare un documento cartaceo da firmare, ti affidi a persone che vengono da te in ufficio, si prendono la busta e la recapitano, questi fattorini si chiamano messenger, gente giovane che in genere fa altri lavori e così arrotondano, questo fenomeno inizia negli anni Ottanta dapprima a New York e poi anche in Europa… I messenger usano biciclette a scatto fisso, quelle che per frenare non ci sono freni, rallenti il moto della catena, butti tutto il peso sulla ruota davanti e inchiodi. L’azione si chiama schiddare, dall’inglese to skid. Devi essere giovane, già a quarant’anni non puoi più correre a scatto fisso… A ogni modo, questo porta a consumare un sacco di copertoni. Io con la mia bici col cambio a Londra consumavo un paio di copertoni l’anno, mio fratello ne consumava sei, forse otto. Mio fratello – siamo nel 2009-2010 – ha fatto una prima cintura con un copertone consumato e la vecchia fibbia. Mi manda una foto, tre mesi dopo mi sono fatta la mia, e abbiamo cominciato a regalarle ai nostri amici, era un regalo personalizzato, erano regali di compleanno… il copertone era nostro o dei nostri amici con cui giravamo, oppure andavamo in qualche officina a recuperarne.

Piero Dove facevi queste cinture?

Silvio In camera, con le forbicette che avevo nel beauty case… Ogni anno facevamo dieci giorni all’anno a Marcon, facevamo vedere queste cinture agli amici. Succede che amici di amici che avevano negozi le hanno provate, siamo già nel 2012-2013, e hanno cominciato a chiedercene, perché le vendevano. Erano quattro cinque negozi (a Venezia, a Padova e a Treviso), che dovevano venderle in nero perché noi non potevamo fare fattura… chi mai avrebbe pensato che in un paio di anni saremmo arrivati al punto di lasciare uno stipendio onesto a Londra per fare cinture a Peseggia? Lo abbiamo deciso in un viaggio che abbiamo fatto io e mio fratello in Asia, per turismo.

Giovanni Asia dove?

Silvio Thailandia… Due mesi in giro con lo zaino, avevamo preso solo il viaggio di andata… siamo tornati, abbiamo chiesto dei mesi di aspettativa, i nostri capi ci hanno capito perché erano loro i primi a essere esempi di questo modo di fare… Questa stanza dove siamo era un magazzino di ricovero attrezzi di nostro nonno che aveva campi (e poi li ha persi…). La nostra azienda comprende non solo la lavorazione delle cinture ma anche l’orto, le galline e le anatre… Se ci pensi, noi non abbiamo inventato niente. L’idea c’era già perché la generazione dei nostri nonni legava le viti o le piante di pomodoro con la camera d’aria, non si buttava via niente. Questo era un edificio vuoto tutto da sistemare, e qui abbiamo tutto quello che ci serve. Perché non aver avviato questa attività in Inghilterra, dove c’è molta meno burocrazia? Perché in Veneto, e in genere in Italia, si va in bicicletta, ci sono molte società ciclistiche… Comunque eravamo in Thailandia, e lì ci siamo inventati il nome: Cycled, giocando sui termini “cycle”, bicicletta, e “recycled”, riciclo.

Piero In che cosa consiste il riciclo?

Silvio Dunque, se sei un singolo i copertoni di bici da corsa sono un rifiuto urbano, tutti gli altri tipi di gomme invece sono rifiuti speciali; il rifiuto urbano puoi buttarlo nel secco, gli altri copertoni vanno conferiti all’ecocentro. Ma se sei un’officina o una ditta, anche il copertone da bici da corsa diventa un rifiuto speciale. Noi recuperiamo circa 20.000 copertoni l’anno dalle officine, questo oggetto ci viene regalato. Naturalmente non è che prendiamo 100 copertoni e facciamo 100 cinture, andiamo avanti per fasi di processo: si taglia, si trancia, si pulisce, si trancia a pressa e fustella, si cuce e poi si assembla. Noi abbiamo avuto la possibilità a caricare scaricare e stoccare un rifiuto urbano. Abbiamo fatto tutto in regola da sempre. Abbiamo creato un network di recupero e ottenuto l’autorizzazione al trasporto, abbiamo costituito una snc, tra due fratelli ha un senso; abbiamo iniziato a raccogliere, comperare forbici grandi, punzonatrici…

Giovanni Hai detto che vi regalano i copertoni, significa che pagherebbero se dovessero smaltirli?

Silvio Sì, pagherebbero, ma non è tanto un problema di soldi, i miei fornitori pagherebbero cinque volte tanto pur di avere una procedura snella nel conferimento dei rifiuti speciali, ma invece è una gran rottura di scatole, non puoi buttarle sulle scoasse come può fare un privato, se sei una società sportiva o una officina devi affidarti a ditte specializzate.

Giovanni Ma adesso che sanno cosa ne fate, ci sono officine che vi chiedono in qualche modo di entrare in attività, di avere poi una percentuale del guadagno?

Silvio Quando una delle pochissime officine me lo propone evitiamo di farne una questione di soldi… Abbiamo 250 officine che ci mettono da parte i copertoni, in tutto il Veneto. Noi ritiriamo qualcosa come 20.000 copertoni l’anno e vendiamo attorno ai 9mila pezzi finiti l’anno tra cinture e accessori.

Giovanni Che passi avete fatto per farvi conoscere?

Silvio La prima fiera di moda che siamo andati era a Verona, mille euro per tre giorni che per noi erano un sacco di soldi, e lì un signore, una specie di agente, che avrebbe dovuto vendere il nostro prodotto, mi ha detto: “ma tu cerchi di rivendermi una scoassa?” Lì ci siamo chiesti: torniamo al lavoro a Londra e a Valencia… poi abbiamo detto: ma perché farci condizionare dal tipo di Verona? Chi è per farci cambiare idea? Forse abbiamo semplicemente sbagliato posto. Abbiamo messo via i soldi per le vacanze e siamo andati a una fiera che costava tremila euro, a Copenaghen, alla Copenaghen International Fashion Fair, e lì abbiamo trovato da rifornire 12 negozi, senza rappresentanze, ed era il 2014. Abbiamo venduto roba che non avevamo ancora pronta ma che avremmo consegnato nei tempi pattuiti, nella moda di solito hai tre mesi di tempo, a volte sei.

Giovanni Eravate sicuri di trovare il materiale?

Silvio Era l’unica cosa di cui eravamo sicuri, il materiale c’era. Copenaghen ci ha dato una botta positiva, il passo successivo è stato la Germania, amanti anche loro della sostenibilità, abbiamo cominciato a far fiere anche là. Alcune fiere sono andate benissimo altre così così, adesso facciamo circa una ventina tra fiere ed eventi all’anno in Europa. Dal 2014 al 2018 abbiamo implementato la raccolta di copertoni e aumentato le vendite, il che significa produrre cinture, comunicare, cercare clienti… in due persone era diventato un lavoraccio; abbiamo assunto un ragazzo, che è rimasto con noi un paio d’anni, e lì abbiamo capito che in un paio di mesi all’incirca una persona poteva imparare a replicare il nostro lavoro allo stesso livello mio e di mio fratello… Oggi, alla mattina alle 8, io e mio fratello prendiamo 100 copertoni e alla sera alle 18 abbiamo fatto cento cinture a testa fatte e inscatolate… Sarebbe bello venderle…

Piero Dove vendete?

Silvio Fuori d’Italia, in Europa, in Italia quasi niente ma sta cambiando anche qui da noi: in Italia siamo presenti in una decina di musei, abbiamo trovato un’azienda che ci vende nei bookshop dei musei, per esempio nella triennale a Milano, agli Uffizi a Firenze, alla Guggenheim a Venezia, ma in Italia non ti pagano, all’estero è normale pagare anticipatamente la merce, per questo vendiamo da Bressanone in su, e da Ventimiglia a ovest.

Piero Dicevi che a un certo punto avete assunto qualcuno.

Silvio Le cose sono andate così. Nel 2018 stavamo facendo una fiera a Roma, a cui non partecipi perché paghi ma perché sei invitato, si chiama Make Fair Rome, non di artigianato ma di innovazione; è passato un tizio e ci ha chiesto un biglietto, qualche giorno dopo ci ha chiamato dicendo di chiamare dalla Svizzera, a nome di un fondo di investimento e di volere un’opzione, all’epoca non avevamo nemmeno registrato il nome, ci valutavano poco meno di mezzo milione, noi ci affidavamo a una quarantina di negozi in Europa (soprattutto in Danimarca e in Germania), la loro offerta teneva conto solo del nostro fatturato, noi abbiamo rifiutato, loro avevano sgravi fiscali se investivano in paesi confinanti, ci sono stati diciotto mesi di tiramolla e alla fine abbiamo chiuso per il 20%, cioè loro sono proprietari del 20% delle azioni, le spese per il passaggio da snc a srl l’hanno pagato loro. Con i soldi svizzeri abbiamo aumentato il capitale e assunto una persona, così io potevo più dedicarmi alla vendita e mio fratello allo sviluppo del prodotto; abbiamo trasformato macchine per lavorare il cuoio in macchine per lavorare il copertone, ed abbiamo fatto analisi sui materiali e i componenti dei copertoni. Questa attitudine ci è stata utile, intanto perché per noi la sostenibilità è essenziale, ma anche perché, quando siamo andati dai vari produttori di copertoni come Michelin, Vittoria e Continental per chiedere autorizzazione all’uso dei loro marchi eravamo sia preparati nello sviluppo prodotto ma anche in tutto quello che era il contorno, difatti ci hanno dato il loro benestare perché si capiva che non sfruttavamo la loro immagine/marchio per vendere, ma bensì si era attivato un mutuo vantaggio: ora collaboriamo attivamente con i loro test di produzione e prodotti di prova o nuovi materiali per ritornarli a loro come oggetto di rappresentanza e comunicazione, anziché buttarli.

Giovanni Cioè Continental produce copertoni, tu li riutilizzi per farne una cintura e metti anche il loro logo.

Silvio Esattamente: Continental, Michelin, Vittoria… Adesso sono loro a mandarmi i loro copertoni; tieni conto che ci sono solo 18 aziende al mondo che possono usare il marchio Michelin… e Cycled è una di queste…

Piero Torniamo al dipendente.

Silvio Il nostro dipendente tre mesi prima del covid si è licenziato per aprire una attività propria in un altro settore, dapprima ci siamo rimasti un po’ di stucco ma con il senno di poi è stata una fortuna perché con il covid avremmo avuto difficoltà a restare a galla… Noi pensavamo di assumere un’altra persona per sostituirlo ma poi è successo il Covid.

Piero Com’è andata con il covid?

Silvio Siamo stati tutto sommato fortunati, perché avevamo anatre e galline. Io allora abitavo a Martellago e mio fratello a Mogliano, abbiamo fatto presente che dovevamo venire per le anatre e le galline, per cui io e mio fratello venivamo a giorni alterni e così potevamo fare anche un po’ di lavoro, e siamo riusciti a vendere online, anche se abbiamo perso parecchi contatti… soprattutto le grandi ditte di biciclette hanno cominciato a vendere online facendo chiudere le botteghe.

Piero Che cosa state facendo in questi giorni?

Silvio Queste cinture che vedi vengono da copertoni dei ciclisti della squadra che quest’anno ha vinto il Giro d’Italia, sono quelli che hanno corso nel giro delle Fiandre e nella Parigi-Roubaix, noi glieli rigiriamo sotto forma di cintura, con il loro marchio, e con un microchip NFC che racconta la storia del ciclista che ha corso con quel copertone, un microchip che tramite un link ti rinvia a un sito web.

Piero Il vostro pubblico è di appassionati di ciclismo quindi.

Silvio Sì, noi lavoriamo esclusivamente con pneumatici di biciclette da corsa… ma il nostro pubblico è anche il mondo che ama la sostenibilità, l’artigianato, i vegani o vegetariani… Noi nella nostra pubblicità parliamo di resistenza e di durata del materiale, di sostenibilità, di design italiano, di economia circolare, di moda sostenibile, di riutilizzo creativo, di consapevolezza ambientale, di produzione etica; e poi conta il prezzo, il nostro prodotto esce a 59 €, è un materiale molto resistente, che dura nel tempo, è un materiale che resiste a 6-8 atmosfere (le gomme delle macchine a due-tre atmosfere)… Facciamo tanta divulgazione, andiamo a parlare nelle scuole di ogni livello, dalle scuole medie al Politecnico di Milano…

Piero. Vi inserite nel made in Italy?

Silvio Sì, noi però non diciamo “fatto [made] in Italia”, ma “riutilizzato [recycled] in Italia”; noi scriviamo nei nostri prodotti “Cycled in Venice, Italy”

Giovanni Quindi all’estero dicono: sono fioi italiani…

Silvio Siamo noi i primi a esserne fieri, funziona per la nostra fierezza. Solo che qui in Italia come imprenditore sei maltrattato. Penso alla burocrazia: io lavorando per l’estero non faccio nero, pago le tasse, perché tutto parte da una fattura, e sarebbe giusto se quelle tasse venissero rimesse nel circolo per me, riutilizzate per me, penso alla mancanza di disciplina o di onestà nei cittadini o nei politici di quartiere o più in su, non ce n’è uno che abbia lavorato un minuto nella sua vita e non può sapere come uno lavora e di che cosa ha bisogno.

Giovanni Per le spedizioni come funziona?

Silvio Il corriere Bartolini per Italia ed Europa, poi abbiamo degli abbonamenti; di solito il mio cliente si paga la spedizione, abbiamo scatole piccole, ce le facciano fare da Cartonveneta, qui a Scorzè, la scatola l’abbiamo disegnata noi, come dovesse contenere un orologio o un gioiello.

Piero Avete depositato il brevetto?

Silvio No, solo la proprietà intellettuale, che è un’idea. Io non posso vietare a te di farti una cintura con un copertone o anche di produrne in quantità. Anche perché secondo noi la protezione limita l’ingegno. Abbiamo registrato il marchio, con 4-5 punti che ci distinguono da altri. Esempio: cucitura a mano dei tre fili di cotone, il nostro logo, il fatto di usare solo copertoncini di bici da corsa… crediamo che spingere sul prodotto e sulle finiture dei dettagli sia la migliore protezione.

Piero In che momento della vostra storia avete registrato?

Silvio Quando abbiamo venduto il 20% della nostra azienda al fondo di investimento…

Piero Come ti definisci? Imprenditore? Artigiano?

Silvio Non so… Direi: figlio di un operaio, e faccio quello che mi piace. Prendo la metà di quello che prendevo all’estero, ma sono a casa mia e mi piace. Io abito con la mia compagna e un bambino piccolo vicino a Conegliano, a una cinquantina di chilometri, vengo qui due giorni alla settimana, oggi per esempio andrò avanti a lavorare fin verso le dieci di sera, mi fermo a dormire, domani lavoro qui tutto il giorno, e poi sarò a casa mercoledì, giovedì venerdì per lavorare al computer, o in giro per clienti a seguire le vendite; mio fratello, che sta a Mestre, fa tre giorni di produzione e due per la comunicazione (foto, social). La gestione e le decisioni sono sempre condivise, in quanto essendo noi due molto diversi, fa sempre comodo scambiarsi le idee e cercare di individuare la strada migliore.

Giovanni Futuro?

Silvio Spero di vendere Cycled entro i miei cinquant’anni e poi avere un posto mio dove far da mangiare senza dover per forza riempire il locale (ride.)

Giovanni Un locale che non devi riempire è un locale che chiude!

Silvio Per questo devo aver fatto i soldi prima… No, dài, diciamo che vorrei cercare di portare al livello massimo l’idea di dieci anni fa e diventare il riferimento mondiale in questo settore che seppure sembri una nicchia, una nicchia tanto non è.

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