Un libro del 2007 di uno studioso israeliano di architettura documenta le forme di occupazione di Gaza e della Cisgiordania, dal 1967 fino ai primi anni del XXI secolo. Ambiente e diritti umani, dispositivi di controllo e militarizzazione della vita quotidiana. Scheda di lettura della seconda edizione italiana (2022).
Il libro di Eyal Weizman, Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo, trad. di Gabriele Oropallo, Mondadori, Milano 2022 (347 pp.; ed. or. Hollow Land, Verso, Londra-New York 2007; prima ed. it. con il titolo Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Bruno Mondadori, Milano 2009) è frutto di una ricerca cominciata nel 2001 quando Yehezkel Lein, dell’associazione non governativa israeliana B’ Tselem [Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati], propone all’A. di lavorare alla stesura di un rapporto su “Land Grab” [“Terra rubata”] che “aveva lo scopo di dimostrare le violazioni dei diritti umani dei palestinesi attraverso l’ambiente costruito”. Ne nacque una piccola mostra nel 2002, dal titolo “A Civilian Occupation”. L’Associazione Israeliana degli Architetti, che aveva commissionato il progetto, proibì che il progetto stesso venisse presentato all’Unione internazionale degli architetti a Berlino nel 2002, e fece distruggere le 5000 copie del catalogo. La ricerca si basa perlopiù su interviste ad architetti, soldati, funzionari, attivisti israeliani e palestinesi (p. 288). Malgrado il ricorso a fonti anche palestinesi, il punto di osservazione del libro è collocato sul versante israeliano: analizza le politiche dei governi di Israele e le conseguenze che esse hanno; la ricerca non documenta come i palestinesi agiscono da soggetti attivi. Il libro descrive la situazione di una ventina di anni fa, tuttavia a me è sembrato molto utile perché consente di analizzare l’attualità inserendola all’interno di una storia di più lungo periodo.
Eyal Weizman, nato a Haifa, in Israele, nel 1970, insegna alla Goldsmiths University of London, dove dirige il gruppo multidisciplinare di ricerca Forensic Architecture, che indaga su violazioni dei diritti umani utilizzando tecniche architettoniche e di visualizzazione digitale.
In questa scheda di lettura cerco soprattutto di riportare dati di fatto, capitolo per capitolo[1]; alla fine indico quelle che mi sono sembrate le conclusioni a cui è giunto l’A.
Sotto e sopra
Il libro racconta la “trasformazione dei Territori Palestinesi Occupati” (alture del Golan, Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est) a partire dal 1967 “dal punto di vista dello spazio”, analizzando “strutture apparentemente banali” come intonaci, tegole, sistemi di illuminazione stradali, mezzi di recinzione, tecniche cartografiche, strategie legali, manovre militari, gestione dei flussi di traffico.
Dalla guerra del 1967 le frontiere, “elastiche e in costante trasformazione”, utilizzano “muri di divisione”, “barriere”, “posti di blocco”, “chiusure d’emergenza”, “aree precluse ai civili”, “blocchi stradali”, “zone rosse”, “aree sterili”, “posti di controllo militari”, “zone di sicurezza speciali”, “incursioni nei villaggi e nei campi profughi”; in superficie ci sono recinzioni e mura israeliane, nel sottosuolo vengono scavati tunnel palestinesi, il tutto sotto “un mantello di sorveglianza aerea da parte di Israele”. L’A. parla di “colonie” (non di “insediamenti”) e di “colonizzazione sionista” (riferendosi con questa espressione alle politiche post-1967).
Il suolo e il cielo, anziché formare un’entità territoriale, sono due parti distinte. Gli insediamenti israeliani sono collocati sulle cime dei rilievi montuosi, collegati da strade su ponti che sovrastano le terre e le strade palestinesi, o in gallerie sotterranee; ai palestinesi sono riservati “stretti passaggi”, “di solito scavati sotto autostrade israeliane a più corsie”; i militanti palestinesi scavano tunnel sotto i muri di Gaza e lanciano missili artigianali nello spazio aereo. Israele controlla le falde acquifere e lo spazio aereo militarizzato.
Gli Accordi di Oslo avevano stabilito che Gaza e la Cisgiordania, distanti 47 chilometri in linea d’aria, avrebbero dovuto essere congiunti. I palestinesi erano favorevoli a un viadotto palestinese a sei corsie autostradali, due linee ferroviarie, cavi dell’alta tensione, condutture idriche e oleodotti, sopra un territorio israeliano; gli israeliani pensavano invece a una galleria o a un fossato. I due territori sono rimasti divisi.
Piani regolatori e sistemi fognari
Israele non annette il territorio conquistato durante la guerra del 1967 (un “contrattacco preventivo” a Egitto e Giordania), ma gli attribuisce lo status di “territorio occupato”, in cui i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario spettano alle forze armate. Circa l’80% della falda acquifera montuosa si trova sotto la Cisgiordania: Israele sfrutta l’83% della disponibilità annuale di acqua, lasciando ai palestinesi della Cisgiordania il 17%: le pompe degli israeliani arrivano alle falde acquifere, quelle dei palestinesi si fermano “molto prima, ai pozzi stagionali intrappolati all’interno di formazioni rocciose poco profonde”. Per via della conformazione geologica, gli insediamenti israeliani costruiti sulle colline versano liquami nelle valli. A causa della mancanza di un sistema fognario (la cui costruzione spetta a Israele in quanto potenza occupante), i liquami scorrono in superficie e alla fine raggiungono un territorio ebraico, confermando l’immaginario che considera la presenza palestinese come una sostanza contaminata: un paesaggio diviso in unità separate è tenuto insieme dai flussi degli scarichi fognari. Nella striscia di Gaza, solo la metà dei residenti è collegata al sistema fognario (stiamo sempre parlando dei primi anni Duemila quando le case erano perlopiù in piedi).
Nel 1967 Israele occupa anche la parte est di Gerusalemme, annettendo 70 chilometri quadrati e una popolazione di 69.000 palestinesi. Il nuovo piano regolatore di Gerusalemme (1968) prevede 12 nuovi quartieri ebraici omogenei, con 200.000 abitanti, che dividono i villaggi palestinesi tra di loro e separano il nord della Cisgiordania dal sud. Questi insediamenti sono ora difesi da un Muro di cemento armato.
Il piano regolatore impose l’uso di rivestimento in pietra perché i nuovi quartieri sembrassero parti organiche della città, seguendo la politica urbanistica del governatore militare del Mandato Britannico che voleva creare “un piccolo Ulster ebraico” in un territorio arabo ostile. La pietra, che incarna la tradizione biblica, è un elemento architettonico proprio di un “regionalismo coloniale”.
Il primo atto dell’occupazione di Gerusalemme fu radere al suolo l’intero quartiere di Maghariba (125 case in cui vivevano migliaia di persone), immediatamente di fronte al Muro del Pianto. Poi l’esercito evacuò i 3000 profughi palestinesi della guerra del 1948 che si erano stabiliti nel quartiere ebraico.
Dal 1967 ai primi anni Duemila sono state rilasciate 1500 concessioni edilizie all’anno a israeliani ebrei, e circa 100 ai palestinesi. Molte famiglie palestinesi, più di 50.000 persone, hanno dovuto lasciare Gerusalemme, perdendo in tal modo la “residenza israeliana”, negata agli abitanti della Cisgiordania. Gli edifici ebraici possono arrivare a 5 piani; le case palestinesi sono piccole e possono occupare solo il 25% del terreno edificabile, spesso sono lasciate al grezzo. Oggi nel quartiere ebraico di Gerusalemme vivono circa 4500 persone, perlopiù ebrei “nazional-religiosi” provenienti dagli USA: è “un parco tematico a soggetto biblico” con entrate e uscite controllate dalla polizia di frontiera; dei 650.000 abitanti di Gerusalemme, i palestinesi sono circa un terzo.
In Cisgiordania l’archeologia riportò alla luce l’antico paesaggio israelitico, tralasciando gli strati superiori: il governo israeliano nazionalizzò i siti archeologici e storici, annettendo di fatto gli strati di terreno al di sotto dei Territori Occupati.
Fortificazioni: l’architettura di Ariel Sharon
Dopo il 1967 il Piano Allon (Ygal Allon era il ministro dell’Agricoltura) prevedeva:
a) una serie di insediamenti agricoli nella Valle del Giordano (Great Rift Valley), dove l’esercito “aveva evacuato e distrutto i villaggi palestinesi” eccetto Gerico;
b) numerosi avamposti militari.
Il piano teorizzava confini fluidi e permeabili e la costruzione di una serie di presidi fortificati “in profondità”, come “ossatura della colonizzazione civile”.
“Non avendo a disposizione le fitte giungle del Vietnam”, dopo l’occupazione della Cisgiordania e Gaza nel 1967 i gruppi palestinesi stabilirono cellule armate nei campi profughi. Dal luglio 1971 al febbraio 1972 Ariel Sharon, comandante dell’esercito israeliano, impose su Gaza “lunghi coprifuochi, ordinò che si sparasse ai sospetti guerriglieri per ucciderli e organizzò squadroni della morte che operavano in modo sistematico”. “Furono assassinati più di 1000 palestinesi”. Sharon fece spianare con i bulldozer ampie strade attorno ai tre più grandi campi profughi, dividendoli in quartieri più piccoli e isolandoli, distruggendo o danneggiando circa 6000 case in sette mesi. Fu lui a ideare la collocazione di insediamenti ebraici “come profondi cunei dentro Gaza, in modo da separare le sue città e dividere l’area in sezioni facili da controllare”.
Nel 1973 Egitto e Siria attaccarono Israele a sorpresa, l’Egitto sfondò la linea israeliana. Da allora in Israele si consolidò “un’organizzazione extraparlamentare caratterizzata da un nuovo, potente tipo di sionismo nazionale-religioso, che univa linee di pensiero diverse e contraddittorie già esistenti all’interno del sionismo: spirito pionieristico e militarismo, religione, nazionalismo e messianismo”.
Dal 1977, anno in cui il Likud andò al governo, venne decisa la costruzione di insediamenti urbani e industriali sui rilievi che dominano la pianura in Cisgiordania: è la “colonizzazione profonda” di cui parlava Sharon, che avrebbe frammentato il territorio abitato da palestinesi con corridoi di comunicazione israeliani. “Ne sarebbero risultate varie regioni palestinesi isolate, ognuna facente capo a una città principale, con le vie di collegamento sotto controllo israeliano”, come nel gioco giapponese del Go, “in modo che ogni volta che l’avversario si muove, incontri un ostacolo”[2]. La logica della costruzione degli insediamenti era quella della visibilità: vedere ed essere visti. “Si voleva che il colonizzato sentisse di essere costantemente tenuto d’occhio, in modo da interiorizzare la colonizzazione”. “Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta cominciò una frenetica attività di costruzione in Cisgiordania”. Ciò comportò la militarizzazione delle sfere della vita quotidiana. “La guerra era finita solo perché era ovunque”.
La battaglia per le colline
Dopo la guerra del 1967 cominciò “un assalto verticale mosso dalle pianure costiere alle montagne della Cisgiordania, alle alture del Golan siriane e ai monti del Sinai”. “Israele volse le spalle alle linee del cessate il fuoco e si concentrò sulla sorveglianza e il controllo della popolazione che risiedeva all’interno dei confini”, entro i Territori Occupati. Le modalità sono diverse: “La conquista della cima di una collina, occupata da numerose roulotte e presidiata da un gruppo di giovani fanatici”, oppure uno scavo archeologico che si trasforma in insediamento. Si tratta di una pressione dal basso, così lo Stato raggiunge “i propri obiettivi ideologici senza assumersene la responsabilità”. La Corte di giustizia nel corso degli anni Settanta giudicò casi di occupazione di terreni palestinesi. I casi principali furono tre, e in tutti e tre la Corte decise che la requisizione dei terreni era giustificata da motivi di sicurezza, o perché si trattava di una occupazione temporanea (1978). L’A. commenta: “se gli insediamenti vengono usati per motivi di sicurezza, possono anche diventare obiettivi legittimi da attaccare”.
In un caso (1979) in cui i coloni di Gush Emunim, l’associazione nata dopo il 1967 per la colonizzazione nella “Terra d’Israele”, sostennero il loro diritto non sulla base della sicurezza ma dei comandamenti biblici, la Corte di giustizia fece smantellare l’insediamento, e deliberò che i futuri insediamenti dovevano essere fatti su suolo pubblico e affidato al controllo militare: così il governo sottrasse ai palestinesi “enormi estensioni di suolo pubblico nei Territori Occupati”.
Una legge ottomana del 1858
Nel 1978 il governo del Likud intraprese un progetto statale di colonizzazione. Il progetto, elaborato da un architetto di fama internazionale, prevedeva 2600 unità abitative sulla strada da Gerusalemme a Gerico. Il governo requisì tutte le terre pubbliche palestinesi, ovvero quelle di cui, sulla base di una legge ottomana del 1858, i palestinesi non riuscivano a dimostrare il titolo di proprietà privata o l’effettivo utilizzo. Agli inizi degli anni Novanta Israele occupava più del 38% del territorio della Cisgiordania, prevalentemente sulle alture. A volte tra le case israeliane rimasero piccoli appezzamenti privati di terra palestinese: dopo la seconda Intifada del 2000 ai contadini palestinesi non fu più consentito di entrare negli insediamenti, e così quei frutteti, sempre secondo la legge ottomana del 1858, diventarono “terra statale” e quindi passarono di proprietà degli insediamenti israeliani.
Dal 1979 censimenti fotometrici aerei delle terre individuano e poi sottraggono le terre private non coltivate per tre anni consecutivi. Il Likud, partito al governo in Israele dal 1977, sottrasse ai palestinesi “grandi appezzamenti di terre private” perché, essendo usati per il pascolo, erano dichiarati incolti. Nel frattempo il governo ridusse gradualmente la fornitura idrica agli agricoltori palestinesi, costringendoli quindi a cercare lavori di giornata in Israele. La creazione di foreste di pini rese la terra inutilizzabile per il pascolo dei palestinesi.
La Cisgiordania fu divisa in due zone: nelle sommità valevano le leggi dello Stato, nelle valli quelle militari. Nel 1992 circa 100.000 persone occupavano 123 insediamenti; nel decennio successivo i coloni diventarono 200.000, nel 2005 erano 268.000. Gli insediamenti sono villaggi privati suburbani, con le case dai tetti rossi, ciò che consente ai militari israeliani di distinguere amici da nemici. Di notte le colonie sono ben illuminate, mentre i villaggi arabi cercano l’invisibilità per proteggersi dagli attacchi aerei.
Nel 2003 il regolamento emanato dalle forze di occupazione consente ai soldati di sparare su qualsiasi palestinese sorpreso a osservare gli insediamenti con un binocolo o in qualunque altra “maniera sospetta”.
Vetri a specchio
Gli accordi di Oslo (1993) istituirono in Cisgiordania diverse centinaia di enclave palestinesi separate una dall’altra, lasciando agli israeliani il controllo della sicurezza.
Collegamento principale tra Cisgiordania e Giordania è il ponte di Allenby. I palestinesi in transito vedono un agente palestinese, mentre gli agenti di scurezza israeliani guardano da dietro vetri a specchio senza essere visti. L’agente di polizia di frontiera palestinese riceve il passaporto, lo esamina e lo passa in un cassetto nascosto dietro il banco, che viene aperto dal personale di sicurezza israeliano, che dà o non dà l’autorizzazione (con un tagliando colorato), e su questa base l’agente palestinese mette il timbro sul passaporto o rimanda indietro il viaggiatore.
Tra il 1994 e il 1999 Israele installò 230 posti di controllo e impose 499 giorni di chiusura, sigillando gli abitati palestinesi. Gli accordi di Oslo, che lasciavano i palestinesi sotto il controllo delle forze di sicurezza israeliane, li incoraggiavano a credersi i soggetti della propria autorità politica, e quindi a rivolgere la propria frustrazione non contro Israele ma contro l’autorità palestinese. Gli accordi di Oslo puntavano a separare palestinesi da israeliani. Sorsero blocchi stradali, inferriate, terrapieni, fossati, una serie di divieti e limitazioni in continuo cambiamento. Nel 2006 c’erano 528 ostacoli fisici, allo scopo di “dominare e gestire l’esistenza dei palestinesi, senza dover sconfinare nei loro centri abitati”.
In Cisgiordania ci sono circa 200 cellule territoriali separate, sigillate, in cui la circolazione avviene in stretti corridoi controllati dall’esercito. Vige il totale divieto di spostamento dai Territori Occupati a Israele, e in pratica anche a Gerusalemme. L’associazione Machsom Watch è una associazione di donne che monitorano le violazioni dei diritti umani ai posti di controllo militari. I posti di blocco sono dotati di tornelli: ma la lunghezza delle sbarre sono di 55 cm rispetto ai 75-90 in uso in università, piscine eccetera, con il risultato che persone adulte con bambino o con un bagaglio s’incastrano o sono schiacciate. Sono in fase di installazione nuovi sistemi di riconoscimento attraverso carte biometriche, e passaporti biometrici per poter passare il Muro. La nuova legislazione vieta alle coppie palestinesi sposate di risiedere in Israele, anche se uno dei due è cittadino israeliano. La chiusura dei Territori Occupati ha devastato la economia palestinese e quindi impedisce qualsiasi possibilità di un effettivo governo locale. Israele controlla gli aiuti internazionali e quindi “tiene in pugno l’economia palestinese”.
L’impossibile politica della separazione
Il Muro, una barriera tra Israele e Cisgiordania, è composto di lastre di cemento alte 8 metri, recinzioni elettroniche, filo spinato, radar, telecamere, fossati, posti di osservazione. Israele mantiene il controllo effettivo delle falde acquifere sotto le aree palestinesi e dello spazio aereo al di sopra. Ci sono casi di due città palestinesi distanti poche centinaia di metri e divise da una strada per coloni. A volte il tragitto del Muro viene modificato per circondare un sito archeologico, o una riserva ambientale. Il Muro divide intere comunità da scuole e strutture mediche, da terreni coltivabili e da fonti idriche. Apartheid? L’A. osserva che “neppure all’apice della sua barbarie il regime sudafricano è stato capace di innalzare una barriera del genere”.
Il Muro ha separato israeliani da palestinesi, e palestinesi da palestinesi; dall’inizio della seconda Intifada 100 insediamenti sono rimasti a est della sezione principale del Muro, perciò sono stati costruiti circa 700 ulteriori chilometri di recinzioni, “una lunghezza totale a quella prevista per la sezione principale del Muro”; circa 60.000 abitanti palestinesi sono stati intrappolati a ovest del Muro, in enclave dichiarate nel 2003 “zone militari chiuse”, con ulteriori barriere. I palestinesi intrappolati tra le due frontiere sono circa 250.000: dichiarati “residenti temporanei”, non possono entrare in Israele o in Cisgiordania senza permessi speciali. I cancelli posti sulle recinzioni si aprono su ampi corridoi di traffico veloce protetti da alti muri in cemento armato, o su viadotti sopra valli palestinesi e in tunnel sotto le città palestinesi: “una frontiera coloniale mobile” fatta di “reti territoriali che si accavallano sulla stessa area, lungo le tre dimensioni, senza doversi incrociare o incontrare”.
“Le modifiche al percorso del Muro imposte dall’Alta corte di giustizia [israeliana] sono riuscite a mitigare leggermente le difficili condizioni di vita delle comunità palestinesi che abitano lungo il tracciato della barriera”, tuttavia in questo modo il Muro ha acquisito legittimità giuridica e morale.
Passare attraverso i muri
A partire dal 2002 le operazioni militari israeliane nei campi profughi di Gaza e di Cisgiordania prevedono di sfondare muri attraversando le case di civili, invece di passare per le strade, con l’aiuto di GPS; le operazioni sono coordinate centralmente da comandanti che usano immagini trasmesse da droni. Un po’ prima del 2007 l’IDF [Israel Defence Forces] ha completato la produzione di modelli computerizzati tridimensionali dell’intero territorio di Gaza e Cisgiordania, comprese le posizioni di finestre e porte interne, che archiviano comportamenti, voce e aspetti degli abitanti.
Così fu distrutto il campo profughi di Jenin, in Cisgiordania: i soldati sono dotati di dispositivi portatili, analoghi agli ecografi dei reparti maternità, che consentono di vedere e di uccidere attraverso pareti massicce; i corpi appaiono come macchie di calore, i proiettili penetrano nei muri senza subire grandi deviazioni. L’organizzazione militare si basa non più sul comando centralizzato ma sulla collaborazione non gerarchica di “reti” che si muovono come “sciami”.
Su quali basi giuridiche Israele può irrompere nelle zone controllate dai palestinesi? Perché gli Accordi di Oslo stabilivano una clausola di eccezione che consente a Israele di entrare nei quartieri e nelle case palestinesi, arrestare persone sospette e portarle in Israele. È Israele a poter dichiarare lo stato di eccezione.
Come decolonizzare l’architettura?
Dopo la seconda Intifada, nel settembre 2000, alcuni insediamenti israeliani di Gaza furono circondati da mura di cemento alte 8-12 metri, dopo aver distrutto tutto attorno centinaia di case e centinaia di ettari di coltivazione palestinesi. Gli insediamenti furono collegati da strade riservate ai coloni. Nelle settimane che precedettero l’abbandono da parte di Israele nel 2005, una discussione sull’uso di quegli edifici testimonia i dilemmi che si pongono quando si tratta di decidere come attuare il “recupero dell’architettura dell’esclusione, della violenza e del controllo”. Nel 1971-72 Sharon aveva distrutto i campi profughi di Shati, Jebalia e Rafah in Gaza, costruendo vicino quattro nuovi sobborghi. L’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina] vietò ai profughi di accettare le nuove soluzioni edilizie e “assassinò alcuni di quelli che avevano accettato, insieme a molti dei collaboratori”. I palestinesi rifiutarono di ripopolare gli insediamenti evacuati da Gaza nel 2005; ci fu però una proposta di riutilizzo per istituzioni pubbliche (ospedali, ambulatori, scuole, archivi); il governo di Israele decise per la distruzione.
Omicidi mirati
Dopo l’evacuazione di Gaza (settembre 2005) le basi di terra delle forze occupanti furono trasferite nello spazio aereo, nelle acque territoriali e nelle stazioni di frontiera. Israele cominciò a ricorrere a omicidi mirati quasi sempre dall’alto. L’esercito si basò sulla tecnologia anziché sulla occupazione. Dall’Intifada del 2000 alla fine del 2006 furono uccisi così 339 palestinesi, 210 dei quali perlopiù leader politici di Hamas, gli altri erano dei passanti, tra cui 45 bambini. La colonizzazione imposta dall’aria si avvale di droni, sensori, ricognitori, elicotteri e satelliti militari “che captano la maggior parte dei segnali provenienti dallo spazio aereo palestinese”. Un operatore dell’aviazione militare telefona ai residenti di abbandonare “immediatamente” la casa e poi la casa viene bombardata dall’alto: “negli ultimi anni Gaza è diventata il maggior laboratorio mondiale per gli omicidi mirati commessi dall’aviazione militare”. Sciami di droni silenziosi e appena visibili all’occhio umano seguono gli individui per settimane; i missili vengono mandati da droni. I droni sono pilotati da un joystick manovrato in una sala di controllo a Tel Aviv ed è provvisto di un “occhio ottico”. Gli omicidi sono presentati dai mezzi di informazione israeliani come “etici”.
Nel 2003 il governo concesse l’autorizzazione ad assassinare l’intero gruppo dirigente di Hamas. Gli omicidi che seguirono hanno alimentato il conflitto “fornendo ulteriori motivazioni violente e hanno accresciuto moltissimo il sostegno popolare palestinese agli atti di terrorismo”. Razzi Qassam di produzione artigianale cominciarono a essere lanciati da Gaza.
Dopo il rapimento di un soldato israeliano a Gaza il 25 giugno 2006, sono stati uccisi più di 500 palestinesi, di cui 88 minori, e feriti più di 2700; distrutte 270 case e una centrale elettrica. “Quanto più efficiente è diventata la capacità distruttiva della forza aerea israeliana, tanto più la resistenza ha dovuto ritirarsi nel sottosuolo”.
Alla frontiera di Rafah, al momento del ritiro dalla penisola del Sinai, l’IDF realizzò un corridoio di sicurezza lungo 10 chilometri e largo diverse decine di metri che divise in due la città, quella palestinese e quella egiziana. Da allora sono stati scavati tunnel che servono per il contrabbando, per il rifornimento di armi, o per assicurare i rapporti tra famiglie i cui membri vivono nelle due parti. La rete di tunnel – sulla quale non abbiamo notizie in dettaglio – comprende centinaia di bunker, alloggi, centri di comando, magazzini, postazioni per lancio di missili; le entrate e le uscite sono collocate all’interno di edifici; la maggior parte dei tunnel viene costruita e gestita da appaltatori privati; l’aria viene pompata da aspirapolvere e condotti di ventilazione che passano per tubi di plastica flessibili. Secondo B’Tselem, nella lotta alla costruzione dei tunnel l’IDF ha demolito circa 1800 case nella sola zona di Rafah.
Conclusioni
1. L’architettura e l’urbanistica sono complici dell’occupazione.
2. Il tentativo di creare due entità nazionali che occupano lo stesso spazio, iniziato con i progetti elaborati fin dal mandato Britannico (1919-1948), cerca di “separare l’inseparabile” (p. 23). «I due concetti – geografico e politico – di Israele e Palestina si sovrappongono e aderiscono alla stessa porzione di spazio. Le complicatissime pratiche e tecnologie chiaramente insostenibili, di cui inevitabilmente necessita ogni “soluzione” territoriale progettata per la divisione, rivelano la natura di questo paradosso spaziale e ci spingono a chiederci se la via politica della divisione sia quella giusta» (p. 24).
3. Il “militarismo israeliano ha sempre cercato soluzioni militari ai problemi politici” (p. 273).
4. Lo “sviluppo storico delle tecnologie israeliane di dominazione e la corrispondente resistenza palestinese” hanno prodotto “un tragico processo cumulativo di radicalizzazione della violenza” (p. 23). Di conseguenza “quella sottile crosta di terra dove i civili lottano per vivere, oggi sembra più vulnerabile che mai” (parole, scritte nel 2007, con cui si chiude il libro, a p. 278).
[1] L’introduzione è alle pp. 7-24; seguono nove capitoli; un Post Scriptum riepiloga le vicende della ricerca (pp. 281-290); le note sono in fondo al libro, pp. 291-339; indice analitico alle pp. 341-347.
[2] L’A. riprende la citazione da Jeff Halper, Dismantling the Matrix Control, Israel Committee Against House Demolitions, 2004.

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