Intervista a Silvano Gosparini e Lili Olbi a cura di Piero Brunello e Elis Fraccaro. Tecniche grafiche innovative, con una Scuola in Canal Grande; la nascita di Venezia viva, associazione di artigiani; incisione, rilegatura, attività tipografica ed editoriale per mettere assieme lavoro manuale e intellettuale; manifesti antimilitaristi e femministi; l’apertura di un atelier. Con una testimonianza di Elis Fraccaro.
Dalla Scuola Internazionale di Grafica all’Atelier Aperto (1971-2024)
Elis e Piero. A un certo punto fate la Scuola di grafica…
Silvano. Riccardo Licata[1] ci dice di avere tecniche innovative, diciamo: “facciamo!”. Era il 1971. Prendiamo due stanze in affitto a San Polo, con Licata facciamo la prima scuola di grafica, lì siamo stati due-tre anni, finché Enzo Di Martino scopre in Canal Grande un cantiere abbandonato dopo che aveva preso fuoco, dice: “Cosa facciamo? Domandiamo?”. Dico: “sì, domandiamo”. Lui domanda, il padrone mi pare fosse un tedesco, accetta di affittare; il restauro lo facciamo noi, comincia la grande avventura della Scuola, tra Ca’ Pesaro e la Biennale, mettiamo fuori il cartello “Scuola Internazionale di Grafica”, e lì vengono da tutto il mondo. Licata insegna queste tecniche sperimentali, erano una novità per tutta Europa. È venuto Lino Pirone, di Marina anche lui, ufficiale della capitaneria di porto, è venuto a fare un corso e ha detto: “mi trasferisco a Venezia”, e così si è trasferito con la famiglia ed è diventato uno dei nostri, è stato uno dei maestri della Scuola…
La Scuola di grafica era bellissima. Licata, che insegnava a Parigi, si trasferiva a Venezia quattro mesi all’anno, d’estate, teneva i corsi, un corso durava un mese, venivano da tutta Europa e dall’America, abbiamo collaborato con la New York University, bellissimo… La Scuola l’abbiamo fatta io, Lili ed Enzo Di Martino, noi tre.
Lili. Quando abbiamo fondato l’associazione di artigiani “Venezia viva”, e volevamo parlare agli artigiani, abbiamo pensato che il modo migliore per fare insieme delle cose, più che la ceramica fosse l’incisione, perché l’incisione raccoglie insieme sia l’attività manuale, perché si stampa a mano, ma anche la scrittura e il libro. Il primo libro che abbiamo fatto, prima della Scuola, con il gruppo del Circolo L’internazionale è Populorum regressio [El gobo, Venezia 1968]. Uscivamo da una formazione cattolica, io ho fatto i disegni. Poi abbiamo fatto un libro su Bresci, e in più facevamo fogli volanti, per il 4 novembre [1969] ne abbiamo fatto uno “Non festa ma lutto”, facciamo un manifesto prendendo un disegno di Scalarini e la nostra scritta…


Silvano. Nessuno a Venezia vuole stamparlo, lo stampa un tipografo a Vittorio Veneto, lui lo manda come doveva alla Prefettura, arrivano da noi i questurini e ci sequestrano il manifesto già stampato… e noi lo ristampiamo, non ricordo dove.
Lili e Silvano. Gli attacchini, o perché lo sapevano o perché non lo sapevano, lo attaccano assieme a quello ufficiale del 4 novembre, lo attaccano dappertutto, un colpo di culo tremendo, al che monsignor Olivotti fa la predica a San Marco per condannare quelli che hanno fatto il manifesto, una cosa terribile[2], e allora noi ne facciamo un altro contro Olivotti e lo sequestrano, e allora a mano ne abbiamo scritto uno e attaccato sulla porta sul ponte del Lovo, perché abitava lì.
Lili. Un altro manifesto fu per la festa della mamma, stampiamo un manifesto con una xilografia di Marie-Claire Guyot[3], un bòcolo, e un testo che scrive Giuliana [Grando] – il testo veniva scritto da uno-a ma poi discusso collettivamente –, e poi disegniamo un fiore che sarebbe il bòcolo, facciamo anche un manifestino pubblico e lo portiamo a Ca’ Giustinian… anche lì tante polemiche.La scuola di grafica aveva litografia, xilografia e calcografia, era artistica, da lì sono usciti bravi incisori… Una volta Silvano inventa la Scuola di Grafica Pubblicitaria, e lancia un progetto con le agenzie di pubblicità che avrebbero fatto i maestri. Abbiamo fatto un accordo con la Regione di fare due anni di scuola con alla fine un diploma, i ragazzi che uscivano alla fine facevano un libro che veniva stampato una cinquanta copie, e poi questi ragazzi hanno tutti trovato lavoro.
Piero (a Silvano). Nella Scuola di Grafica tu hai cominciato a fare la rilegatura che non avevi mai fatto, hai imparato da qualcuno?
Silvano. Sì, Aldo Legador… lavorava con noi in tipografia, era piccolo di statura, è morto annegato, suicidato (aveva già tentato il suicidio prima di venire da me ed era stato salvato). Io l’ho conosciuto andando nelle tipografie, ha insegnato a lavorare a Paolo Olbi (fratello della Lili). A un certo momento viene da me, allora avevamo la Scuola di Grafica, e mi chiede se avevo qualcosa da fargli fare, io ho imparato guardando lavorare lui, e così è diventato insegnante della Scuola, è quello che ha insegnato i primi elementi del mestiere a Paolo Rosi, un perfezionista, uno che se non hai le tavole diritte e tutto pulito non si lavora. Giovanni Canova[4] è un perfezionista anche lui. Aldo invece era uno butta su, si fa lo stesso… Io ospito Aldo quando avevamo il laboratorio a Sant’Aponal, vedevo che portava in laboratorio i vestiti un poco alla volta; vado là una mattina di domenica e lo trovo in mutande; “Aldo cossa ti fa?”, “Go dormio qua”… dormiva dove capitava, andava a dormire al dormitorio pubblico a Mestre. “Aldo no se pol, questo xe un posto de lavoro”… e allora ogni tanto lo ospitavo a casa mia. A un certo momento lo go licenzià, come che se dise, perché non si rendeva conto… Io ho sempre fatto una vita grama, quando non avevo soldi non avevo soldi: “Aldo, aspetta un momento, non ho soldi, te li darò lunedì, vedo di tirarli su”, lui: “Se no se ga da pagar…”, e dopo non ricordo, tipo: “No se pol far i imprenditori”… Gli ho detto: “Ti ga ragion”, sono andato a trovare i soldi, glieli ho portati e gli ho detto: “Aldo se vedemo n’altra volta”… e bondì… è rimasto male… per dire che è un modo di pensare: io sono il padrone e lui un indipendente, non era uno che ospitavo a casa e dormiva a casa mia, no…
Silvano e Lili. A un certo punto conosciamo Matilde Dolcetti, che stava a Roma e aveva un pied-à-terre a Venezia in un palazzo della madre a San Tomà, fa un corso estivo della durata di un mese con noi, nella Scuola di grafica tenuta da Licata e da altri. Lei viene da noi come allieva e con un gruppo di romani già nostri amici, finito il mese ci chiede perché non facciamo la scuola a Roma assieme. Noi diciamo: vien dentro. Da quella volta è stata la fine della Scuola. La Scuola di grafica inizia nel 1970, nel 1975 siamo andati in Canal Grande, nel 1980 abbiamo fatto società con questa signora, e nel 1992 siamo venuti via… cioè un po’ alla volta ci siamo trovati fuori… Per la prima volta noi due siamo andati a vivere assieme in un appartamento in affitto in calle San Paternian (allora ancora si trovava da affittare), era una casa molto grande, ospitavamo tanti amici, poi hanno fatto un supermercato e ci hanno sfrattato e ci siamo trasferiti dove viviamo adesso, sopra Amor del libro…
Lili. Finita la Scuola di Grafica,Enzo Di Martino si è staccato, e noi abbiamo fondato l’Atelier aperto qui, dove ci troviamo adesso.
Piero. Perché Atelier aperto?
Lili. Perché nel febbraio 1989 sono andata a Belgrado, allora in Jugoslavia, dove si teneva ogni anno una rassegna settimanale aperta a tutte le repubbliche jugoslave, alla fine stampavano un catalogo, si chiamava (in slavo) Atelier aperto. Quell’anno si sono rivolti a noi, ci sono andata io e Licata, era il periodo di Milosevic, andavamo a mangiare fuori e loro non mangiavano perché non avevano soldi, uno mangiava e gli altri stavano a guardare… Dovevamo fare cinque stampe io e cinque Licata. Io firmavo Nicola Sene. Da allora ho lavorato in questo laboratorio, fino a oggi.
PS Silvano e Lili, di Elis Fraccaro
Ho conosciuto Silvano e Lili solo verso la fine degli anni Novanta. Dico solo perché ancora mi meraviglio che le nostre strade, così simili per molte cose, si siano incrociate così tardi. È stato per la proposta di Fabio Santin di partecipare a un corso di legatura e restauro del libro “con un vecchio compagno” – disse.
Silvano destò in me una impressione particolare e forte. Il suo corpo, già curvo e proteso in avanti, dava l’effetto, soprattutto quando camminava, di un uccello che stesse per prendere il volo, e questo a dispetto di un passo fermo e veloce, che faticavo a seguire. Anche lo sguardo, né buono né cattivo, ma profondo, gli occhi acuti, vigili e attenti, ricordavano quelli di un rapace. Non vorrei essere frainteso, perché Silvano era piacevole a vedersi, e avresti detto che era stato un bell’uomo. Lili al contrario era dritta come un fuso, aveva i capelli scuri e corti ma con una treccina maliziosa che scendeva sulla schiena dando l’impressione di una ragazzina.
Silvano aveva i capelli tinti. Quello che a prima vista mi sembrò un gesto di piccola vanità per nascondere l’età – già si avvicinava agli ottant’anni – scoprii essere una sua caratteristica particolare e straordinaria che apparteneva anche a Lili: la volontà caparbia e irriducibile di non arrendersi mai. Resistere mantenendo coerenza e dignità sempre e a ogni costo, anche agli anni che inesorabilmente scorrevano. Il corso di legatura si protrasse per anni, diventando nel tempo un incontro irrinunciabile del mercoledì sera, quando Giovanni Canova che lo conduceva con grande passione e competenza (Lili lo chiamava “el professor”), scendeva da Feltre, sua città, per andare in treno di notte a Napoli, dove aveva avuto un incarico di docente di Islamistica all’Università orientale. I tempi del nostro corso seguivano quelli scolastici, da settembre a giugno, ricordo ancora quegli anni con molta nostalgia.
Al corso di legatura e restauro seguiva immancabilmente la cena a casa di Silvano e Lili, erano invitati tutti i partecipanti al corso, presenti occasionali e amici. L’Atelier aperto di Palazzo Minelli, dove ci trovavamo negli ultimi anni, era un vero e proprio porto di mare. Arrivava gente continuamente da tutte le parti del mondo. Ogni tanto Silvano – ma solo in privato – si lamentava perché diceva “così non si può lavorare”, ma in realtà si capiva che gli faceva molto piacere. Alla cena sociale erano invitati proprio tutti, a volte eravamo così stretti che avevamo il dubbio di non starci, ma alla fine ci si arrangiava. Abbiamo così conosciuto e fatto amicizia con Claudio Ambrosini, il musicista, Daniel Pennac, lo scrittore, il pittore Cencio Eulisse e moltissimi altri.
La casa era piena di libri e prevaleva nella sala da pranzo un tavolo grande, lungo e stretto, ricavato da un grosso asse di legno ricavato da un unico tronco che manteneva i suoi contorni irregolari, sostenuto da due robusti cavalletti: semplice, bello e funzionale.
Silvano entrava in cucina e cominciava subito a spignattare. Era velocissimo. Nel tempo ero diventato il suo assistente unico. A nessuno era consentito entrare in cucina. Credo di essere stato scelto perché eseguivo in silenzio senza “domande inutili” quello che mi comandava di fare. Su questo Silvano non transigeva. I risi e bisi, la pasta “alla bragadina” (pasta condita con pelati freschi in ricordo, così la leggenda, della fine atroce di Marcantonio Bragadin, difensore sfortunato ed eroico di Cipro), sono diventati un mito nei nostri ricordi.
Lili e Silvano non bevevano vino, in compenso i commensali, corsisti compresi, pareggiavano abbondantemente, il clima si scaldava diventando sempre più allegro, a volte esagerato. Spesso Silvano cercava di riportare quella confusione a un confronto serio – bisognava discutere seriamente, discutere di tutto, diceva –, non sempre con l’effetto desiderato. Devo riconoscere che in ogni caso la generosa ospitalità di Silvano era straordinaria e illimitata.
Per concludere mi sento di aggiungere qualche parola su Lili, una compagna che ammiro per la sua intelligenza, il suo spirito indomabile e la sua sottile e pungente ironia, per le sue capacità artistiche e la grande capacità di insegnare il mestiere e far sentire tutti “artisti”, facendo emergere in ciascuno di quanti hanno avuto la fortuna di seguire i corsi di incisione, talenti nascosti e insospettabili.
Nota. Immagine di copertina:
manifesto per il 4 novembre 1969, tratto da Stella / Adriana, Centro Internazionale della Grafica di Venezia, Venezia 2020.
Nel testo:
manifesto “È morto il papa della in-humanae vitae” (1978), tratto da Arte e anarchia a Venezia negli anni ’60. Intervista a Silvano Gosparini, Centro Internazionale della Grafica di Venezia, Venezia 2017, pubblicato per l’incontro tenutosi all’Ateneo degli Imperfetti a Marghera, 16 dicembre 2017;
Statuto dell’associazione Venezia viva (anni Sessanta).
Le puntate precedenti: parte I, parte II, parte III.
[1] Riccardo Licata (Torino 1929-Venezia 2019). Pittore; dal 1961 al 1995 professore di mosaico alla École Nationale des Beaux-Arts di Parigi.
[2] La notizia viene riportata da un ciclostilato “Signornò”, n. 1, 1 novembre 1969, p. 7 (il ciclostilato riporta notizie successive alla data del 1 novembre), che riferisce le parole di monsignor Giuseppe Olivotti – allora “vescovo ausiliario” di Venezia – in questi termini: “il compito sacro delle Forze Armate è quello di difendere la patria dall’esterno ed anche nell’interno se ciò è necessario”.
[3] Marie-Claire Guyot (Parigi 1937). Pittrice; per qualche anno vissuta a Venezia con il marito Bruno Colombo.
[4] Giovanni Canova. Docente di lingua e letteratura araba prima nell’Università Ca’ Foscari di Venezia e poi all’Università Orientale di Napoli.

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